Alcuni avvenimenti storici della Vallata del Neto (parte prima)

Dai Romani ai Bizantini
Durante la II° guerra punica, dopo la battaglia di Canne, nell’autunno del 216 a. C., le città bruzie ruppero l’alleanza con i Romani; solo Petelia e Cosenza rimasero fedeli a Roma.
Il senato di Petelia, chiesto invano l’aiuto di Roma, ordinò di approvvigionare di viveri e di fortificare la città per resistere all’assedio imminente da parte dei Bruzi e dei Cartaginesi (1).
Contro la città fu mandato Imilcone, luogotenente di Annone, il quale era stato posto da Annibale al comando del Bruzio e della Lucania. Assaltata invano la città, i Cartaginesi ed i Bruzi tramutarono l’assedio in blocco. Petelia resistette per undici mesi, aspettando invano aiuto dai Romani; alla fine la città fu presa per fame (2). Poco dopo cadeva anche Cosenza; rimasero ancora fedeli ai Romani le città della Magna Grecia: Crotone, Locri e Reggio. I Bruzi assediarono Crotone e, conquistata la città, cercarono di espugnare la rocca, dove si erano rifugiati i nobili. Vista l’impossibilità di entrarne in possesso, chiesero l’aiuto di Annone. I nobili, persuasi dai legati locresi e raggiunto un accordo con Annone, si imbarcarono sulle navi locresi e raggiunsero Locri (3). La città rimaneva ai Bruzi.
Continuando la guerra tra Cartaginesi e Romani, questi ultimi, nel 208 a.C., cercarono di impossessarsi di Locri, approfittando del fatto che l’esercito di Annibale era acquartierato lontano dalla regione tra Bantia e Venosia. Mentre Claudio Flamine da Taranto marciava con l’esercito lungo la via costiera ionica, le navi di Lucio Cincio Alimento salpavano per dirigersi contro Locri. Annibale, venuto a conoscenza del piano terrestre-navale dei Romani, inviò un corpo di 5.000 fanti a tendere un agguato vicino al colle di Petelia. I Cartaginesi, sorpresero l’esercito romano in marcia, lo sbaragliarono. I Romani lasciarono sul campo 2500 morti, mentre altri 1500 vennero fatti prigionieri (4). Sempre in quell’anno il console Marco Claudio Marcello, cercando uno scontro decisivo con Annibale, durante una ricognizione rimase ucciso presso Petelia, mentre il figlio omonimo rimase gravemente ferito.
Successivamente la guerra nel Bruzio si trasformò in guerriglia. Annibale, posto il campo a Crotone, vi si fortificò, rintuzzando gli eserciti romani.
Nel 205 / 204 il console Publio Sempronio Tuditano, con l’aiuto dei nobili, riconquistò Petelia (5) e, spintosi con l’esercito, cercò di prendere Crotone ma fu sconfitto da Annibale. Poco dopo il console, unite le sue truppe con quelle di Publio Licinio Crasso Dives, vi riprovò ma con esito incerto (6). I Cartaginesi, riconquistata Petelia, uccisero alcuni nobili che avevano stretto accordi segreti con i Romani, disarmati i cittadini e dato le armi agli schiavi, dichiararono questi ultimi proprietari dei beni dei padroni (7), che cacciati dalla città furono trascinati a Crotone (8). Frattanto le città bruzie della valle del Crati aprivano le porte al console Cneo Servilio Cepione (9), il quale si inoltrò nel territorio di Crotone, dove avvenne uno scontro sanguinoso (10). Nel 203/202 Annibale fece sgombrare Petelia, città rimastagli fedele fino all’ultimo (11) e, prima di partire dall’Italia, fece strage degli Itali, che si rifiutavano di seguirlo, presso il tempio di Hera Lacinia (12).
Terminata la guerra, i Bruzi, ridotti in servitù, furono cacciati da Crotone e da Petelia ed in queste città ritornarono i nobili. Crotone divenne colonia romana; nel 194 a.C. il senato vi inviò trecento cittadini romani (13). A Petelia i nobili, ritornati in possesso dei loro beni, furono ricompensati con sostanziose indennità dai Romani; la città stessa, per la sua fedeltà, venne dichiarata libera e federata alle condizioni migliori, divenendo successivamente “municipio di cittadini romani” (14).
Alcune fasi della rivolta di Spartaco (73/71 a.C.) si svolsero nel Bruzio. Tentato invano di passare lo Stretto per andare in Sicilia, Spartaco ruppe l’accerchiamento, riuscendo a passare il fossato che i Romani, al comando di Marco Licinio Crasso, avevano scavato tra il mare Jonio ed il Tirreno. In seguito l’esercito servile si rifugiò sulle colline di Petelia, dove Spartaco sconfisse l’esercito romano comandato da Tremellio Scrofa, questore di Crasso. Abbandonata questa posizione favorevole, l’esercito servile si diresse in Lucania, dove fu definitivamente sconfitto (15).
La seconda guerra punica aveva segnato la definitiva decadenza di Crotone. La città si restrinse vicino all’acropoli, mentre la colonia romana, che in seguito si insediò, ebbe soprattutto compiti militari di vigilanza della via jonica, di controllo sul porto, l’unico esistente tra Reggio e Taranto, e di salvaguardia delle proprietà e degli interessi dei grandi latifondisti romani. Espropriati e resi schiavi i Bruzi e mutate le vie commerciali, i latifondisti romani estesero l’economia basata sull’integrazione tra la cultura estensiva cereale e la transumanza di mandrie e greggi tra la marina e la Sila attraverso le valli del Neto e del Tacina. Altre attività economiche importanti furono lo sfruttamento del legname e della pece della foresta silana e quello delle miniere di zolfo, di argento, di sale e di ferro. Lo sfruttamento e l’esportazione delle risorse contribuirono al degrado economico, reso più evidente dalla continua opera di spogliazione, sia delle opere d’arte che dei monumenti. La rapina arrivò a tal punto, che nel 173 a.C. il censore Quinto Fulvio Flacco trasportò a Roma le tegole del tempio di Hera Lacinia. Tale fatto fu così grave, che il censore dovette riportarle indietro, ma esse non furono più rimesse al loro posto (16).
Altre calamità si abbatterono sulla popolazione come il saccheggio continuo attuato dai pirati, che nel 72 / 70 a.C. depredarono anche il tempio di Hera Lacinia (17), tempio che pochi anni dopo, nel 37 (?) a. C., subì ulteriori devastazioni da parte di Sesto Pompeo durante la guerra contro Ottaviano (18). Mentre Crotone divenne sempre più una città militare, nella cui rocca è presente stabilmente un presidio romano, diverso fu dapprima il destino di Petelia che, per il comportamento tenuto durante la guerra punica, usufruì di un certo sviluppo economico, soprattutto durante il periodo repubblicano, facilitato dalla sua posizione di controllo ed imbarco delle risorse, che dalla Sila attraverso la vallata del Neto fluivano per essere esportate . Rade fattorie sorgevano nella pianura di Crotone a destra del Neto (loc. Fico, Cantorato) e lungo i pendii delle vallate, attraverso le quali si snodavano i sentieri che mettevano in comunicazione la via romana costiera, collegata agli approdi e che, come evidenzia la “Tabula Peutingeriana”, passava per Lacenium – Controna – Petelia -Turio, con le fattorie (Canalicchio, Giammiglione, Santa Domenica, ecc.) (19). Un sentiero, che dalla marina portava verso l’interno, si inoltrava, a destra del guado del Neto, da Cantorato attraverso Corazzo e contrada Latina proseguiva lungo la valle sulla destra del fiume.
Più numeroso si presenta l’insediamento umano ed economico a sinistra del Neto. Dalla località Fasana, dove nelle vicinanze si trovava la “statio” “Ad Neaetum”, partiva un itinerario verso l’interno che, attraverso due insediamenti posti nelle colline vicine, per “Pietra du Trisauro” e la vicina grossa fattoria sulla collina di Santi Quaranta, risaliva il Vitravo dove in località Cucumazzo sorgeva una grande fattoria con magazzini. Inoltrandosi verso l’interno sulla sinistra del Vitravo, la via proseguiva per Gardea, S. Antonio, Coraciti (20) verso le miniere di ferro e d’argento, che si trovavano nel territorio di Verzino, ed i pascoli silani. Un altro itinerario risaliva dal Vitravo la vallata del Neto (presso Belvedere Spinello esistono i resti di una grande fattoria) e arrivato a Gipso, dove esisteva un insediamento umano, risaliva la vallata del Lese, diramandosi sulla sinistra dell’affluente Lepre, dove c’è in località Basilioi (Caccuri) una vasta necropoli di età romana, ed a destra verso Scuzza – Timpone Castello (21), importante insediamento economico e umano. Sempre tra il Neto e il Lese si snodava un altro sentiero che dalla confluenza tra i due fiumi, nelle vicinanze della quale vi erano le saline, proseguiva attraverso la località Pantano, sede di un insediamento umano, quindi saliva in Sila (22).

Verso il Medioevo
I rari ritrovamenti archeologici ed il buio delle fonti avvolgono la vallata durante i primi secoli dell’era cristiana. Nel Quinto secolo essa fu interessata, come il Bruzio, dall’invasione dei Visigoti, che devastarono la regione e dal saccheggio delle coste compiute dai Vandali e dai pirati. In seguito il Bruzio fu occupato dai Goti e fu interessato dalla guerra tra questo popolo ed i Bizantini.
Nel 547 riaffiora il nome di Crotone. Nel suo porto Belisario, che si dirigeva con la flotta dalla Sicilia verso Taranto, dovette trovare riparo a causa di una violenta tempesta. L’imminente arrivo dell’esercito di Totila lo costrinse a riprendere il mare, non ritenendo il luogo sufficientemente sicuro (23). Giustiniano fece fortificare le città ed i luoghi importanti per la loro posizione strategica lungo le principali vie terrestri e marittime. E’ quindi della metà del secolo VI una fortificazione di Crotone, importante per la posizione del suo porto, posto tra la Sicilia e la Grecia, e stazione strategica sulla via ionica. Nel 551/552 il presidio di Crotone, comandato da Palladio, sostenne un lungo assedio da parte dei Goti, soccorso dai Bizantini via mare, i Goti dovettero andarsene (24). Verso la fine del VI secolo, nel 596, la città fu conquistata e saccheggiata dai Longobardi, comandati da Arechis, duca di Benevento; i Longobardi, lasciata la città in rovina, trascinarono via molti prigionieri nobili per chiederne il riscatto (25).
Poche sono le notizie della vallata relative al periodo compreso tra il Sesto e l’Ottavo secolo.
Periodo durante il quale l’organizzazione economica e territoriale greco- romana cesserà definitivamente di esistere, mentre comincia a formarsi ed a prevalere un nuovo assetto economico e sociale, che utilizzerà solo in piccola parte la viabilità e le strutture urbane, territoriali ed economiche precedenti.
Si sa che Crotone, pur ridimensionata e ridotta nel suo ruolo economico, è una diocesi del Bruzio e confina con le diocesi di Scylacii (Squillace), Turio e Constantiensis (Cosenza) (26), comprendendo quindi anche la vallata. Essa rimane l’unica città sulla costa. Durante l’età classica i maggiori centri economici e commerciali si erano sviluppati lungo la costa e nella pianura dell’immediato entroterra; con il crollo dell’impero romano si assiste ad un generale arretramento della popolazione verso l’interno, con la formazione ed il consolidamento di rocche e castrum posti sopra rupi inaccessibili. E’ in questo contesto, caratterizzato dall’incastellamento e dal prevalere di un’economia basata prevalentemente sul bosco, sul pascolo e sulla transumanza delle greggi, che avviene il consolidamento degli abitati della media vallata del Neto (Cerenzia, Caccuri,), situati ad un giorno di cammino sia dai pascoli della Sila, che da quelli della marina.
La decadenza e l’abbandono di molte città, ville e fattorie sulla pianura e presso la costa sono evidenziati dalla rovina e dall’oblio di Petelia e di altri importanti approdi, di cui verrà meno anche il ricordo. Nella vallata e nella pianura, dove in passato fioriva la coltivazione cerealicola, ora il bosco, la selva ed il pascolo brado delle greggi, hanno ripreso il sopravvento, anche se alcune fattorie continueranno a sopravvivere come quella situata in località Petrarizzo (Belvedere Spinello) (27) e quella di Santi Quaranta (Strongoli) (28). Ritrovamenti archeologici denotano l’esistenza di insediamenti a Cantorato (Crotone) (29), presso l’abitato di Caccuri (30), a Felicia (vicino Timpone Castello) (31), in località Cona (tra Verzino e Pallagorio) e tra la località Cribari e l’attuale Cerenzia (necropoli secc. X-XI).
Verso la metà dell’Ottavo secolo, a causa del conflitto religioso tra l’imperatore Leone III l’Isaurico ed il papa Gregorio III, Bisanzio incamerò i beni del patrimonio di S. Pietro in Calabria ed in Sicilia e le diocesi del Bruzio vennero sottomesse al patriarca di Costantinopoli, adottando il rito greco (32). In questo periodo si sviluppa quel fenomeno di migrazione di eremiti e di popolazioni, dall’Asia verso le sponde dell’Ionio, causata dalla lotta iconoclasta e dalla avanzata araba. Essi introducono anche nella vallata del Neto il rito greco, che si concretizzerà con la formazione di eremi e successivamente con la fondazione dei cenobi greci dei Tre Fanciulli, di Santa Marina, di Calabro Maria, di Cabria, di Abbate Marco, di San Michele Arcangelo, Calosuber, ecc.
Dopo aver sconfitto, nel 840, la flotta veneziana – bizantina nel golfo di Taranto, i Saraceni invadono il Crotonese e nell’ 846 distruggono la città di Leonia, forse l’antico abitato su Timpone Castello presso Cerenzia (33) e conquistano Santa Severina, dove si insediano permanentemente, dominando così la vallata del Neto (34). A Santa Severina vi posero un emirato ed elevarono una moschea (35) e ne fecero un rifugio sicuro. La città fu ripopolata e rinforzata con gente di Agropoli e di Garigliano, portatavi da un principe di schiatta aglabita (36).
La vallata rimase sottoposta al taglieggiamento dei Saraceni finché dopo una prima sconfitta dello stratega Massenzio sotto le mura di S. Severina nell’883 (37), nell’885 l’esercito bizantino, comandato da Niceforo Foca, assediata la città, costrinse gli Arabi a cedere a patti ed ad andarsene in Sicilia (38). Secondo alcuni Santa Severina prese allora il nome di Nicopoli, città della vittoria (39). Dopo la riconquista, al tempo di Leone VI, il Filosofo (886 – 916), essa viene creata metropolia e tra le diocesi che da lei dipendono c’è Akeranteias (40).
In questo periodo le rocche di Siberene e Akeranteias emergono per la loro importanza strategica e militare: poste su inespugnabili rupi naturali, una domina la bassa valle del Neto e l’altra il passaggio lungo la valle del Lese. Attorno ai cenobi delle comunità greco eremitiche, che sorgono qua e là nella selva, comincia l’opera di dissodamento e di colonizzazione del territorio. La diffusa presenza di toponimi greco- bizantini e l’oblio e la scomparsa di quelli risalenti all’età classica ci indicano come vasto sia l’intervento di colonizzazione , che si espande dai monasteri greci e dai nuovi, arroccati e consolidati abitati di fondazione bizantina. Essi hanno spesso riutilizzato, come materiale da costruzione per chiese, monasteri e mura, i resti ed i ruderi di città, ville, templi, fattorie,ecc., caduti in rovina e sconosciuti, segno del lungo abbandono intercorso dal crollo del vecchio assetto territoriale romano e la rinascita del nuovo tardo bizantino. L’allargamento dei suoli coltivati e l’aumento della popolazione sono accompagnati dalla comparsa e dall‘aumentare dei mulini, quasi sempre di proprietà degli abati e dei vescovi.
Nella prima metà del sec. X le ripetute incursioni saracene non riescono a conquistare Santa Severina che insieme a Crotone sono tra le poche piazzeforti, che rimangono ai Bizantini (41). Gli Arabi si insediano nel 933 all’ingresso della vallata, distruggendo secondo una tarda cronaca nel 938 Petelium (?) e rimanendovi alcuni anni.

Il periodo normanno–svevo
Alle ripetute distruzioni causate dalle incursioni dei Saraceni si aggiunsero, verso la metà del sec. XI, quelle dei Normanni. Roberto il Guiscardo conquistò la vallata tra il 1059, anno della caduta di Cariati, ed il 1060, anche se rimasero delle sacche di resistenza; nel 1065 si arrese dopo strenua resistenza Policastro (42). Il novello dominio normanno fu ben presto scosso dalle due violenti ribellioni, che ebbero come epicentro le due rocche di S. Severina e di Cerenzia. La prima avvenne tra il 1072/1076 ed ebbe per protagonista Abelardo, figlio di Onfroi e nipote di Roberto il Guiscardo. Il ribelle si asserragliò nella rocca di Santa Severina, dove fu assediato per tre anni dalle truppe di Ruggero e del Guiscardo. In questa occasione fu posto il blocco alla rocca, costruendo nelle vicinanze tre torri. Il Guiscardo affidò la prima a Hugo Falloc, la seconda a Rainaldus de Simula e la terza a Herbert Falloc ed a Tustinus Barodus. Santa Severina cadde nel 1076 (43). L’altra ebbe per protagonista Mainieri di Cerenzia, che nel 1090 si rifiutò di partecipare alla spedizione contro Malta. Ruggero, differita l’impresa, partì dalla Sicilia e si spostò nella valle del Neto dove assediò il feudatario ribelle, che atterrito si sottomise al pagamento di una taglia di mille soldi d’oro (44). I secoli X e XI segnano un ‘epoca di grandi distruzioni e di spopolamento; la decadenza dei monasteri greci ed il loro abbandono è determinato dalle continue incursioni saracene, dalla guerra tra Bizantini e Normanni e dalla politica di sottomissione religiosa al potere papale portata avanti dai Normanni. Il vescovo di Santa Severina passerà all’obbedienza papale nel 1096, ma il rito greco rimarrà per molti decenni ancora dominante nella vallata (45). Tra la fine del sec. XI ed il XII secolo ha inizio una nuova rinascita. Protagoniste economiche di questo periodo accanto ai monasteri greci sono le nuove abbazie benedettine e cistercensi.
Il primo documento, che noi conosciamo, che ci informa di questa nuova fase espansiva è la riedificazione (46), o meglio la nuova dotazione ed il ripristino, dell’abbazia greca Calabro Maria di Altilia, fatta dal vescovo di Cerenzia Polycronio col consenso dell’arcivescovo di Santa Severina Costantino.
L’abbazia, la cui fondazione è legata alle famose Saline di Neto, come evidenzia il culto dedicato alla Purificazione di Maria, riprende vita economica con la concessione del vasto territorio silano di Sanduca, posto vicino al fiume Ampollino, e con la conferma dei beni che già possedeva da parte del duca Ruggero nel 1099. Successivamente l’abbazia viene potenziata dal conte Ruggero, che in Santa Severina il 1° giugno 1115 conferma il possesso di Sanduca ed aggiunge la concessione di 12 once d’oro annue, da prelevarsi dai proventi delle regie Saline di Neto. Pochi anni dopo Ruggero II, confermando le concessioni precedenti, cioè il territorio di Sanduca e la concessione di 12 bisanzi d’oro dalle regie saline di Neto, vi aggiunge nel 1149 la possibilità da parte dei monaci di utilizzare liberamente l’acqua del Neto per costruire un mulino, la concessione del casale di Coiro ed il libero pascolo in territorio di S. Severina e di Rocca Bernarda, con l’unico onere di versare annualmente tre libbre di cera all’arcivescovo di S. Severina.
Sempre in questi anni il duca Ruggero, Riccardo Senescalco e la duchessa Adelatia concedono diritti di decima e “libertates et immunitates” alla chiesa di Santa Severina (47).
Nella nuova organizzazione feudale (48) e religiosa Santa Severina è dapprima declassata a vescovato (49), successivamente ridiviene metropolia. Alcune diocesi furono temporaneamente soppresse, altre compaiono per la prima volta (50). Alla metà del sec. XII alla foce del Neto c’è il porto di Santa Severina, “porto che è al sicuro dai tre venti” (51), e nella vallata emergono per importanza le tre città vescovili di Strongoli, Santa Severina e Cerenzia (52).
Il sec. XII vede una graduale e continua perdita di importanza religiosa ed economica delle abbazie greche, che situate alle falde dell’altopiano silano in diocesi di Cerenzia (53) dominano il medio bacino del Neto. Gli ordini latini e antagonisti (Benedettini, Cistercensi, Certosini) avanzano dai grandi possedimenti della marina attraverso le due vallate del Tacina e del Neto verso i pascoli silani (54).
Dotata di terre per concessione dei regnanti normanni e soprattutto dal re di Sicilia Guglielmo II, l’abbazia cistercense di Corazzo nel 1180, sotto l’abate Gioacchino, estende le sue proprietà in territorio di Strongoli permutando alcune terre con Rogerio figlio di Leto (55). Nel 1195 Enrico VI le concede il pascolo invernale per duemila pecore a Buchafarium (Bugiafaro) presso Isola ed il pascolo estivo nella Sila Gemella (56). L’abbazia che possedeva già all’inizio del Duecento la chiesa di S. Eufemia posta nel suburbio di Crotone detto Sancti Pantelemonis (S. Pantaleone) (57), estende i suoi possessi nella valle alla destra del Neto con la donazione da parte di Alexander de Policastro del suo tenimento di Castellaccio in territorio di Santa Severina e del territorio di S. Pantaleone fatta da Federico II nel 1225, costituendo così un vasto dominio nei territori di S. Severina e Crotone; comprendente nel territorio di S. Severina la cultura di Sancti Georgij, il territorio di Foca e quello di Castellaccio (58). Altra presenza nella vallata è quella di del monastero benedettino di San Michele Arcangelo, situato sul monte Sant’Angelo in diocesi di Umbriatico e dipendente dalla badia di S. Bartolomeo di Lipari. Il monastero, di antica origine, è concesso nel novembre 1107 all’abate Ambrogio da Guglielmo Carvuneri (59).
Anche i Certosini hanno possedimenti nella pianura costiera. Il monastero di San Stefano in Bosco detiene, nella seconda metà del sec. XII, alcune proprietà tra l’Esaro ed il Neto dono di Curbulinus, Rupertus Scalionus e Robertus de Marturano (60). Alla fine del secolo il monastero di San Nicola de Cipullo, dipendente di San Stefano, viene arricchito da nuove donazioni, allargando così le proprietà situate presso il monastero ad “Armira” ed a “Cipullo” vicino alla via che congiunge il monastero con l’abitato di Strongilito (61). Oltre alle chiese dipendenti dalle abbazie ci sono poi quelle numerose appartenenti ai vescovi, alle dignità ed ai canonici presso i villaggi omonimi. Ne ricordiamo alcune in diocesi di Santa Severina: in territorio di Scandale ( S. Domenico de Turroteo, S. Stefano de Ferrato), di Santa Severina (S. Nicola de Armirò, S. Maria de Buon Calabria, S. Maria Caprariorum, S. Maria de Septem Fratribus, S. Michele de Grottari), di Rocca di Neto (S. Pietro de Semptem Portis); il diocesi di Cerenzia la chiesa Sancti Clerici, la chiesa di San Martino di Neto, la chiesa di Sant’Angelo di Neto, ecc. (62).
In questo periodo presentano ancora una certa vitalità il monastero Calabro- Maria di Altilia, dominante lo stretto passaggio del fiume da una parte e dall’altra la confluenza delle vallate del Lese e del Neto e le saline, ed il monastero dei Trium Puerorum alle falde della Sila su una via di transumanza. Gli altri monasteri greci dell’Abbate Marco e di S. Maria di Cabria (63) e quelli benedettini di S. Giovanni e di S. Nicola (64) sempre in diocesi di Cerenzia, vivono una vita stentata. A valle ci sono ancora i grandi possedimenti del monastero greco del Patire di Rossano, frutto delle donazioni dell’ammiraglio Cristodulo, della contessa di Crotone Mabilia, figlia di Roberto il Guiscardo, e del figlio Guillelmus, ecc. Il monastero possiede la chiesa di S. Dionisio di Casubono (65) con le sue proprietà, la grangia di S. Helena di Neto vicino al fiume sotto Rocca di S. Petro de Cremasto o Camastro, il priorato di Santo Stefano in diocesi di Umbriatico ed uomini a Rocca S. Severina (66). Vi è poi il monastero cistercense di S. Mauro dipendenza dell’abbazia di S. Maria di Corazzo (67). Altre abbazie presenti con proprietà nella vallata sono quella greca di S. Angelo Militino in territorio di Campana (68), quelle di S. Angelo e di S. Michele Arcangelo dipendenza di S. Bartolomeo di Lipari (69) e quella di Santa Marina in diocesi di Umbriatico (70).
Nella seconda metà del sec. XII nella bassa valle collinare si estendono il vigneto e gli alberi da frutto e attorno agli abitati sorgono gli orti. “Vineae”, “arbores”, “viridarium”, “silva”, “campum”, “molendinum”, “domus” sono le caratteristiche del paesaggio agrario della vallata modellato dai grandi proprietari terrieri che sono: l’arcivescovo di Santa Severina, il vescovo di Umbriatico, il vescovo di Strongoli, il vescovo di Crotone, i comites, i domini, i milites e gli abbati dei monasteri greci e latini (71).
Nella parte mediana della vallata predominante è l’economia basata sull’allevamento ovino e sul bosco che ha per protagoniste i monasteri greci di Calabro Maria di Altilia, dei Tre Fanciulli presso Caccuri, dell’Abate Marco in diocesi di Cerenzia (vicino alle sorgenti del torrente Lepre tra Caccuri e San Giovanni), di S. Maria di Cabria situata a destra della valle Tardaniello vicino al fiume Lese.
L’altopiano silano di regio demanio è quasi completamente disabitato durante l’inverno; mentre d’estate si popola di greggi, che vi salgono dalla valle, percorrendo gli antichi itinerari, che uniscono la marina ai casali cosentini. L’unico segno di vita è la presenza di un “castellum de Sclavis”, situato vicino al guado del Neto, come ci appare nei primi documenti florensi.
Nel 1189 Gioacchino “andò in detta Sila … e per prima in quella parte del fiume chiamato Lesa. Ma ben considerato il luogo, e che non riusciva a proposito, stante l’orridezza del fiume nel verno, e per la vicinanza alla città di Cerenzia, penetrò più dentro, cioè nel luogo chiamato Fiore sopra due fiumi Neto e Albo” (72), qui costruì dapprima una cella ed un piccolo oratorio. Ha così origine l’ordine florense, che caratterizzerà durante il Duecento la storia della vallata del Neto e della Sila.
Nato da una scissione dell’ordine cistercense, il movimento florense, approvato nel 1196 da papa Celestino III e successivamente posto sotto protezione apostolica da Innocenzo III (73), perde ben presto le caratteristiche ascetiche e spirituali e diventa una potenza economica. Esso si arricchisce di donazioni e di privilegi concessi dagli imperatori svevi Enrico VI (74), la regina Costanza d’Aragona (75) e Federico II (76), e dei vescovi di Cerenzia Gilberto (77), Bernardo (78) e Nicola (79), dall’arcivescovo di Santa Severina Nicola (80), dal conte di Crotone Stefano Marchisorto (81), dal conte di Catanzaro Anselmo de Iustigen (82), dal signore di Fiumefreddo Simone de Mamistra (83), dalla contessa Teodora (84), ecc. Dalla Sila il movimento si espande verso la marina soprattutto lungo le vallate del Neto e del Lese (85), entrando ben presto in conflitto sia con il signore Fabianus e gli abitanti di Caccuri che con i monasteri greci. I Florensi dominano, o assorbono, i monasteri greci di Cabria (86), di Monte Marco, di Santa Maria di Acquaviva (87), dei Tre Fanciulli (88) e di Calabro Maria (89). Essi ottengono zone di pascolo sia in Sila, a scapito del monastero dei tre fanciulli e degli abitanti di Caccuri, che vicino alla marina ed al fiume Neto presso S. Severina e Rocca S. Petro di Camastro, entrando in lite con i cistercensi di Corazzo e con i greci del monastero del Patire (90). Nello stesso tempo il monastero di S. Giovanni amplia le proprie proprietà verso i casali di Cosenza (91) e lungo le vallate dei fiumi Savuto e Cardone (92), controllando l’asse viario che da Cosenza attraverso la Sila si dirama lungo la vallata del Neto e del Lese verso Crotone e la marina (93).
L’insediamento di una abbazia latina, che godeva l’appoggio dei regnanti e della gerarchia ecclesiastica, in un’area completamente grecizzata, porterà ad immediati scontri violenti con le abbazie vicine, che si sentivano attaccate sia sul piano religioso che sul godimento di usi e privilegi secolari. Fin dall’insediamento scoppiò lite tra i Florensi ed i greci del Trium Puerorum. La lotta dal piano religioso passò subito sulla questione dei pascoli e dopo alterne vicende si trasformò in scontro, che portò monaci latini e greci con una moltitudine di pastori a invasioni e saccheggi, culminati nella distruzione del monastero Bono-Ligno, dipendenza dell’abbazia di Flore (94). Un’altra contesa sorse fra i monaci cistercensi di Corazzo ed i Florensi per il possesso del monastero greco Calabro- Maria. Quest’ultimo fin dal 1193 (95) pur mantenendo il rito greco, era passato sotto obbedienza florense ma, impoverito e distrutto a causa della carestia (96), contando sull’aiuto materiale dei Cistercensi ottenne nel 1206 di passare a S. Maria di Corazzo. Poco dopo gli stessi monaci greci ritornarono sotto giurisdizione florense (97). Sorse allora una lunga vertenza tra i due ordini latini e, poiché non si raggiunse un accordo tra le parti, la questione fu portata al papa Innocenzo III, che nel 1211 confermò il monastero greco ai florensi. Ma Federico II nel 1220 e nel 1221 aveva riconcesso il monastero Calabro Maria ai Cistercensi di Corazzo (98). Il monastero di Calabro Maria oltre che nella concessione della vasta difesa silana di San Duca poteva godere di alcune proprietà situate nella bassa valle del Neto in località Bitauro (Santa Severina), dono di Malagenea (99) e nel territorio di Crotone vicino alle terre “Caramallum” e “Comitis” (100) (Brasimato).
L’estendersi dell’egemonia sveva sull’Italia Meridionale riaccende la controversia tra Papato e Regno di Sicilia sul diritto di investitura. Nel febbraio 1198, Innocenzo III, riprendendo il tentativo di subordinare il Regno alla chiesa romana, mentre invitava il Capitolo di Santa Severina, diocesi di rito e lingua greca, ad eleggersi il proprio pastore, ordinava ai tre arcivescovi di Capua, Reggio e Palermo ad adoperarsi per rimuovere l’intruso imposto dal potere secolare ed ordinava alla regina Costanza di non opporsi all’elezione canonica (101). Crotone e Santa Severina, che all’inizio del Duecento erano feudi, la prima del conte Raynerius e poi del figlio Stephanus Marchisottus e la seconda di Petro Guiscardo (102), godranno in seguito al tempo di Federico II per la loro importanza strategica lo stato demaniale e di Castrum imperiali, alla cui difesa sono addetti i milites del presidio imperiale (103).
La lotta tra papato ed impero continuò. Gregorio IX nel marzo 1239 lamenta gli attentati alla libertà della chiesa per cui erano vacanti diverse chiese del Regno tra le quali Reggio, Cerenzia e Squillace (104). L’imperatore nell’ottobre dello stesso anno ordina di porre dei baiuli nelle diocesi vacanti di Messina, Reggio, Strongoli e Rossano (105).
I primi anni del periodo svevo sono segnati da spopolamento ed abbandono, causati da un lungo periodo di carestia. Le “interperie vel ariditate” determinano la decadenza di monasteri (il monastero di Calabro Maria è descritto “collapsum ..in rebus temporalibus”), l’abbandono di casali (“locum in quo fuit casale Berdò”, 1209) , di chiese ( le chiese di S. Maria di Abbate Marco e di S. Martino di Neto “quae quondam fuere monasteriola, sed iam ab annis aliquot desolatas, reductas in reptilium excubias et ferarum”, 1209; Essendo la chiesa dei Tre Fanciulli, sita nel tenimento di Barbaro e già cenobio di monaci greci, “desolatam”, è concessa nel 1217 dal vescovo di Catanzaro Robertus, col consenso del capitolo, al vicino monastero florense di S. Maria di Acquaviva), di mulini (“in flumaria Lese loco in quo fuit quondam molendinum domini Andreae Grisolemy … dirutum molendinum, quod fuit … domini Ioannis Stephanicii”, 1214), ecc. (106). In seguito si assiste ad una fase di crescita. Oltre alle città di Sancta Severina, Acherontia- Gerentia e Strumbulo- Strongylus, ci sono i casali, i castrum, i castelli e le rocche di Bordò, di Caccuri, di Terrate, di Corio, di Rocca S. Petro de Camastro, di Casubono, di Crepacore, di Turlotio, de “Sclavis”, ecc. ; i luoghi e le grangie di Alba, Arenosa, Aqua Frigida, Bitauro, Brito, Caria, Faraclonus, Fraxinito, Milia, S. Elena, ecc., le chiese ed i monasteri di Abbate Marco, Calabro Maria, di S. Maria de Cabria, di Bono-Ligno, di Santa Venere, di San Biase, di Santa Maria de Cromito, di San Dionisio de Casubono, di S. Maria de Terrate, di S. Marina, di S. Michele, di S. Nicola, di S.Giovanni in Fiore, dei Tre Fanciulli ecc i tenimenti di Fluce, Ferutuso, Foca, Gimella, S. Pantaleone, Miloe, San Duca, ecc.. Questi piccoli e grandi abitati sono disseminati nella vallata del Neto e dei suoi affluenti (Vitravo, Ferrato, Lese, Lepre, Ampollino, Arvo).
Nella parte bassa pianeggiante e collinosa a sinistra troviamo la chiesa di San Mauro106, la grancia di S. Helena di Neto, il tenimento di Fluce, Rocca S. Petri de Cremasto (107), Casubono e Polligrone; a destra del fiume ci sono la masseria della curia imperiale del casale di “Cromicti”, la chiesa di Sanctae Euphemiae, posta nel suburbio di Crotone detto Sancti Pantelemonis-Sancto Pantaleone, Papanichiforium (108), il tenimento di Leuc- Leo de Cutrone, la chiesa di Sancti Blasij, la chiesa di Sanctae Venneris, terra Comitis, terra Sanctae Mariae de Arbore, il monastero di S. Nicola de Cipullo, ecc.
Dalla via imperiale che da Crotone attraverso l’Isarim per Pantanitzia, attraverso Armira lascia ad occidente Cipullo e dopo aver guadato il Neto, per Strongoli procede verso Taranto, si diramano le vie ed i transumi, che attraverso le valli e gli insediamenti umani vanno in Sila.
Proseguendo sempre alla sinistra del Neto, per Polligrone arriva alla “Salina Neethi”, sotto Altilia, dove si biforca. Una via segue la riva sinistra del Neto passando per “Forestella” e per il monastero dei “Trium Puerorum”!, dove si congiunge con la via che si dirige alla “Terra Caccurii” e a “Gerentia”, sale in Sila. Un’altra via, a destra del Lese passa per la “Grancia de Burdò” e “gerentia” e prosegue verso la Sila. Guadato il Neto sotto il “Castellum de Sclavis” e proseguendo attraverso la Sila verso mezzogiorno si dirama verso la valle del Savuto (vadum Sabuti) e verso Aprigliano. Un’altra via importante sale sulla sinistra il Vitravo per “Cinga” e “Terra Virdae”, prosegue verso il casale di S. Marina. Un transumo importante inoltre quello che risaliva la vallata del Lese fino a Cerenzia e Timpone Castello.
Valli e valloni caratterizzano la media valle del Neto dove sorgono i monasteri, le miniere e le saline. Numerose grotte sono presenti lungo le vallate del Lese e del Neto. Un’importante laura, dipendente dall’abbazia Trium Puerorum e composta da numerose grotte e da una chiesetta rupestre, tutta affrescata con disegni bizantineggianti è ancora oggi visibile a “Timpa dei Santi”, dove il Neto esce dai contrafforti silani (109).
Continue liti per i pascoli hanno per protagonisti i monaci di Flore e quelli del Patir. Per porvi termine Federico II incaricò nel maggio 1223 l’arcivescovo di Cosenza Luca ed il vescovo di Rossano Terrisio. L’oggetto della contesa era il territorio silano “Trium Capitum”, posto vicino al guado del Neto e sotto il “Castellum de Sclavis”, sul quale il monastero di Rossano vantava il diritto di pascolo, che però era contrastato dai pastori florensi, i quali avevano bastonato violentemente i pastori del Patir ed avevano anche sottratto cinquanta pecore.
Gli arbitri nominati dall’imperatore nell’agosto dello stesso anno riconoscevano il diritto di libero pascolo sul territorio ai pastori ed alle mandrie del monastero greco, assoggettandolo però alla prestazione annua di una certa quantità di buono e puro olio da consegnarsi nel giorno di Natale al monastero florense (110). Pochi anni dopo nel 1246 il vescovo di Strongoli Guillelmo è scelto dall’abbate di Fiore e dall’archimandrita del Patir quale arbitro di un’altra lite tra i due monasteri, che ha per oggetto la concessione ed il passaggio dell’acqua dal fiume Neto per l’acquedotto, che passa sulla proprietà del monastero di Flore, per alimentare un mulino situato nella grangia di Santa Helena di Neto, sotto Rocca di S. Petro de Cremasto (111). Nel 1240 Federico II ordina il restauro di tutti i Castrum imperiali tra i quali quelli di Santa Severina e di Crotone; alle spese devono concorrere i feudatari, i monasteri, i casali e le terre vicine. Su mandato di Giovanni Vulcano, provveditore dei castelli imperiali dal fiume Salso a Roseto Capo Spulico, viene aperta un’inchiesta per verificare se il monastero di Sant’Angelo di Frigillo, che possiede numerose terre in territorio di S. Severina dalla parte del Tacina, debba concorrere alle spese (112).

 

Note

1. Livius, XXIII, 20.
2. Livius, XXIII, 30.
3. Livius, XIV, 2, 3.
4. Plutarchus, Vite parallele, Torino 1958, Vita di Marcello, I, 837.
5. Lenormant F., Op. cit., I, pp. 353 – 354.
6. Lenormant F., Op. cit., II, 131.
7. Lenormant F., Op. cit., I, 353–353.
8. Lenormant F., II, 131.
9. Livius, XXX, 19.
10. Livius, XXX, 19.
11. De Sanctis G., Storia dei Romani, La Nuova Italia, 1968, III, 2, 528.
12. Livius, XXX, 20.
13. Marafioti G., Croniche e antichità di Calabria, Padova 1601, p. 165; Lenormant F., Op. cit., II, 133.
14. Lenormant F., Op. Cit., I, 354.
15. Plutarchus, Op, cit., Marco Crasso.
16. Livius, XLIII, 3.
17. Brasacchio G., Op. cit., I, 276.
18. Brasacchio G., Op. cit., I, 281.
19. Sabbione C., In Atti del XVI Congresso di Taranto, 1976, p. 936.
20. Barillaro E., Calabria, Pellegrini 1972.
21. Maone P., Indagini sul passato di Cerenzia vecchia alla ricerca dell’origine del “locus Scalzaporri”, in Historica n. 2/3; 1961, p. 65.
22. Catanuto N., Caccuri, scoperte archeologiche in località Pantano, Notizie Scavi, Roma 1931.
23. Procopio, Le guerre , Torino 1977, p. 610.
24. Procopio cit.
25. Lenormant F., Op. cit., I, 347; Vaccaro A., Fidelis Petelia, Palermo 1933, p. 82; Dito O., Calabria, Cosenza 1972 Rist., p. 227.
26. Siberene, p. 148.
27. Brasacchio G., Op. cit., I, pp. 297 -299.
28. Sabbione C., cit., p. 936.
29. Novaco Lofaro I., Monete aureee di Leone V e Costantino, in Klearchos, n. 7/8, 1960, p. 76 e sgg.
30. Catanuto N., Importante piatto invetriato scoperto a Caccuri, estr. da “Faenza”, Faenza 1935, p. 11.
31. Maone P., Indagini cit., p. 65.
32. Russo F., Scritti storici calabresi, Napoli 1957, p. 43.
33. Secondo il vescovo di Cerenzia Filippo Gesualdi la chiesa di Cerenzia prima era dedicata a S. Leone e successivamente a S. Teodoro, Rel. Lim. Geruntin. et Cariaten., 1602.
34. Orsi P., Le chiese basiliane della Calabria, Vallecchi 1929, p. 199.
35. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino 1982, p. 175.
36. Erchemperto, Cap. LI; Amari M., Storia dei Musulmani di Sicilia, Catania 1933, I, 603.
37. Russo F., Storia cit., p. 181.
38. Historia Heremberti Langobardi in Muratori L. A., t. V, 26; Amari M., cit. I, 583.
39. Russo F., Storia cit., p. 176.
40. Siberene, p. 28; Russo F., cit., pp. 46 -47.
41. Camilli Peregrini Dissert. De Ducatu Beneventano, in Muratori L. A. , t. V, p. 180.
42. Lenormant F., cit., I, 337; II, 237.
43. Malaterra G., De rebus gesti Rogerii Comitis, Zanichelli 1928, p.59.
44. Pontieri E., Tra i Normanni nell’Italia meridionale, Napoli 1964, p. 147.
45. In qual secolo sia passata al rito latino Santaseverina, in Siberene p. 5; Lenormant F., cit., I, 392.
46. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 476 sgg.; Barletta P., Leggi e documenti antichi e nuovi relativi alla Sila di Calabria, Torino 1864, pp. 3- 9.
47. I privilegi della chiesa di Santa Severina verranno confermati nel 1183 dal papa Lucio III all’arcivescovo Meleto, Lucio III e l’arcidiocesi di Santa Severina, Siberene , p. 22.
48. All’inizio del sec. XII Nicola Grimaldo, signore di S. Severina, fonda un monastero presso il Tacina, Pratesi A., Carte latine, Città del Vaticano 1958, pp. 27 -28.
49. Siberene p. 4.
50. Siberene pp. 148 -149.
51. Pedio T., I paesi continentali del Mezzogiorno d’Italia nella descrizione dell’Edrisi (1154), in Calabria nobilissima n. 45/46, 1963, p. 89.
52. Pedio T., cit., in Calabria nobilissima n. 47/48, pp. 24,31.
53. Akerentias (sec. IX), Akeranteias (sec. XI), Acherontia (1170), Gerentia (1171), Acerentia.
54. Vat. Lat. 7572 , BAV.
55. Vat.. Lat. 7572, BAV.
56. Vat. Lat. 7572, 44v, BAV.
57. Vat. Lat. 7572, BAV.
58. Vat. Lat., 7572, ff.46v, 58, BAV.
59. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino 1982, p.399.
60. Trinchera F., Syllabus cit., pp. 206 -211.
61. Trinchera F., cit., pp. 312, 335, 383.
62. Siberene p. 155; de Leo P. ( a cura), Documenti florensi, Rubbettino 2001.
63. Trinchera F., Syllabus cit., p. 231.
64. Nel 1151 il monastero di S. Trinitatis et S. Michaelis Militense possiede “S. Johannis et S. Nicolai de Gerentia”, Russo F., Regesto, I, p. 75; L’abbazia benedettina possedeva la terra di S. Nicola dell’Alto, Russo F., Storia cit., p. 393.
65. Nel 1198 Innocenzo III conferma al monastero del Patire “ecclesiam S. Dionysii de Casubono”, Taccone Gallucci D., Regesti dei Romani pontefici per le chiese della Calabria, Roma 1902, p. 85.
66. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 291 -292, 517-519, 742; Trinchera F., Syllabus cit., p.138.
67. Vat. Lat. 7572, BAV.
68. Esistono ancora tra il torrente Seccata ed il fiume Vitravo in territorio di Casabona i toponimi: “Serra di Militino” e “Militello”. L’abbazia passò poi ai florensi, Russo F., Storia cit., p. 417.
69. Situata in diocesi di Umbriatico sul monte Sant’Angelo, Russo F., Storia cit., p. 399.
70. S. Marina in territorio di Umbriatico di cui ricorre l’abate Filottato nel diploma del 1182, Russo F., Storia cit., II, 375.
71. Trinchera F., Syllabus cit., pp. 113 sgg.; Scalise G. B.( a cura) Siberene pp. 4 sgg.
72. Martire D., Calabria sacra e profana, Cosenza 1876/78, Rist., Vol. II, 84.
73. L’inventario del monastero florense, in Siberene p. 199.
74. Nel 1195 Enrico Vi dona il territorio dove sorgerà l’abbazia e concede un’entrata annua dai proventi della Salina del Neto, Siberene cit., p. 219; L’anno successivo Gioacchino fonda il monastero di S. Maria di Bonoligno o Colosuber in territorio di Caccuri, Russo F., Storia cit., p. 414.
75. Nel 1198 la regina Costanza conferma tutti i privilegi ed aggiunge il libero pascolo per tutta la Calabria e di poter vendere senza onere alcuno di gabella, nel 1215 concede il territorio di Bardaro presso il fiume Lese, nel 1216 conferma il possesso della grancia di Bordò ed ordina a Stefano Marchisortus, conte di Crotone, di impedire agli abitanti di Caccuri di molestare gli uomini del cenobio di S. Giovanni in Fiore e di usurpare i diritti che il monastero gode sui possedimenti silani, Siberene cit., p. 219.
76. Nel 1200 Federico II concede mille passi di terreno in longitudine e latitudine nel luogo Caput Albi nella parte più alta della Sila per costruire un rifugio per i monaci; nel 1204 concede alcuni terreni in località Bairani presso Mendicino; nel 1208 concede Fluce presso Rocca S. Petro de Cremasto, nel 1220 e nel 1221 l’imperatore conferma tutti i privilegi e le concessioni, Siberene p. 219.
77. Nel 1198 Gilberto, vescovo di Cerenzia, concede a Gioacchino i due monasteri greci di Cabria e di Monte Marco, Siberene cit.
78. Guglielmo, vescovo di Cerenzia annulla la donazione fatta dal suo predecessore Gilberto dei due monasteri di Cabria e di Monte Marco, Bernardo che succede a Guglielmo con il consenso del capitolo riconferma nel 1209 la donazione e dona al monastero di S. Giovanni alcune terre e vigneti al censo annuo di una libbra di incenso, Siberene p. 212.
79. Nel 1217 Nicola, vescovo di Cerenzia, dona alcuni territori presso la grancia di Bordò e nel luogo detto “lo Salice”. Nel 1219 e nel 1234 vengono ampliati i possedimenti del monastero nella grancia di Bordò, Siberene ,p. 212.
80. Bulla Nicolai archiepiscopi S. S.ne concessionis factae monasterio Floren. sumendi aquam a flumine Neethi et deducendi ad moklendinum in terris ecclesiae si flumen alveum proprium mutaverit, in anno 1258, Siberene p. 212.
81. Nel 1210 Stefano Marchisorto dona il territorio di Fontana Murata e nel 1214 il territorio di Bardari, nel 1215/1216 da esecuzione al mandato della regina Costanza d’Aragona ed interviene in favore del monastero i cui possedimenti vengono posti in discussione dagli abitanti di Caccuri, Siberene p. 249.
82. Nel 1221 conferma e nuova concessione fatta da Anselmo de Iustigen, conte di Catanzaro, della donazione fatta da Teodora, contessa di Catanzaro, del possedimento di Feruuliti a Rocca Bernarda, Siberene, p. 249.
83. Nel 1201 riceve a Fiumefreddo da Simone de Mamistra la donazione di un territorio per fondarvi un monastero, Siberene, p. 249.
84. Nel 1210 Teodora, contessa di Catanzaro, moglie del fu Rainero Marchisortuis, conte di Crotone, concede al monastero lqa facoltà di pascolo e semina nel territorio di Rocca Bernarda, Siberene, p. 249.
85. Nel 1211 Filippo Severitano vende al monastero due parti di fondi in territorio della città di Acherontia nel luogo detto Brito, Trinchera F., Syllabus cit., pp. 357, 358; Nel 1228 Gregorio IX conferma al monastero la donazione della chiesa di S. Maria in terra La Tercia fatta dal vescovo e dal capitolo di Cerenzia, Russo F., Regesto, I, p. 127.
86. Nel 1219 Nicola, vescovo di Cerenzia, definisce i termini della permuta di alcune terre della grancia di Bordò, già date al monastero fin dal 1217, Russo F., Regesto, I, p. 118; Nel 1229 Nicola Magidiata e Teodoro donano al monastero di S. Giovanni tre vigneti posti presso il Neto alla riva S. Orontio e in valle Buthnisiadorum, Trinchera F., Syllabus cit.,
87. All’abate Pietro dell’abbazia florense di S. Maria di Acquaviva o di Monacaria era stato concesso dal vescovo di Catanzaro Roberto col consenso del capitolo nel 1217 la chiesa dei Tre Fanciulli, sita nel tenimento di Barbari “nunc funditus desolatum, atque destructum, de quo, cumsit loco vestro vicinum, penuria monasterii, et fragilitas status vestri remedium consequetur, et sufficiens fulcimentum”, Ughelli F., cit., IX, 368-369.
88. Nell’agosto 1217 Roberto, vescovo di Catanzaro, concede ai Florensi i monasteri di S. Maria di Acquaviva, “quae quondam Monacaria dicebatur”, presso Zagarise e dei Tre Fanciulli presso Barbaro. La donazione fu confermata l’anno seguente dal papa Onorio III, Russo F., Regesto, I, pp. 112-113; Ughelli F., Italia cit., IX, 369. Nel gennaio 1218 Onorio III conferma ai florensi il monastero di Cabria “olim Graecorum nunc desolatum”, già concesso dal vescovo di Cerenzia Nicola a Gioacchino e la chiesa di Monte Marco, Russo F., Regesto, I, 112.
89. Il monastero Calabro Maria aveva adottato nel 1193 la regola florense, tuttavia nel 1206 Federico II lo concesse ai cistercensi di S. Maria di Corazzo; successivamente Innocenzo III lo attribuì alla badia di S. Giovanni, Russo F., Regesto, I, p. 115.
90. Tra le numerose liti quella tra i cistercensi ed i florensi per il possesso dell’abbazia di Calabro Maria, quella tra i greci dei Tre Fanciulli ed i florensi per i pascoli silani, quella tra i florensi ed i greci del Patire, Ughelli F., Italia cit., IX,
91. 2Nel 1202, sfidando i rigori dell’inverno silano e superando un valico di 1600 m, malgrado la sua tarda età, si recò a Canale presso Pietrafitta, dove era in costruzione il monastero di S. Martino di Giove, che è l’ultima delle sue fondazioni”, Russo F., La figura di Gioacchino
92. Siberene p. 212 e sgg.
93. “Le vecchie platee dell’abbazia florense.. ci informano.. di una “via grande” che dall’altopiano silano portava nella vallata del Neto e che questa via, dalla quale “calavano li Cosentini”, attraversandone da ovest ad est il territorio, passava a breve distanza da Caccuri, Maone P., Caccuri Monastica e feudale, Portici 1969, p. 6.
94. Barletta P., cit., pp. 17 – 24.
95. Fiore G., cit., II, 381 –382.
96. Taccone Gallucci D., cit., , p. 108. La carestia aveva desolato anche il monastero di Cabria, Ughelli F., cit., IX, 368 –369.
97. C. S. – S: E. Cart. 60 fasc. 1333, ASCZ.
98. Borretti M., L’abbazia cisterciense di Santa Maria di Corazzo, in Calabria Nobilissima n. 39/40, 1960, pp. 106 –107.
99. Trinchera F., cit., , p. 385.
100. Vat. Lat. 7572, BAV.
101. Maccarrone M., Papato e Regno di Sicilia nel primo anno di pontificato di Innocenzo III, in Potere e popolo tra età normanna ed età sveva (1189 – 1210), Centro Studi normanni- svevi, Bari 1983, pp. 77 –78.
102. Si sa che nel 1204/1205 verteva un’aspra lite tra il conte di Crotone Stefano Marchisorto e Petro Guiscardo, Pratesi A., cit., p. 216.
103. Nel 1220 Federico II confermando i privilegi dell’abbazia florense convalida anche le donazioni dei due milites di Santa Severina, Martire D., cit., II, p. 127; Lo stesso imperatore nel 1222 revoca in demanio imperiale la città di Crotone, integrandola dei beni e diritti sottratti in precedenza ai cittadini dai conti Marchisottus, Ughelli F., cit., IX, 371.
104. Russo F., Storia cit., p. 337.
105. Russo F., Regesto, I, p. 138.
106. Il monastero di Santa Maria di Corazzo possedeva “Ecclesiam…. Sancti Mauri cum omnibus possessionibus et pertinentiis suis in tenimento Stronguli”, Vat. Lat. 7572, f. 47, BAV.
107. Ughelli F., cit., IX, 368 -369; De Leo P. ( a cura), Documenti cit., pp. 33 sgg.
108. Nel 1214/1215 Bulgarinus Saxi o Tansi è dominus tarrae Sancti Petri de Camastro, de Leo P. ( a cura), Documenti cit., pp. 55, 62.
109. Nel 1214 dominus Fulcus è dominus Papanichiforii, De Leo P. ( a cura) Documenti cit., p. 55.
110. L’abbazia Trium Puerorum ancora nel sec. XVI esigeva un annuo censo sulla Forestella, Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p. 31.
111. Ughelli F., Italia cit., IX, 289; Dito O., La storia calabrese, Cosenza rist. 1979, p. 139.
112. Ughelli F., Italia cit., IX, 517 – 520.
113. Pratesi A., cit., p. 399.

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