Antichi casali della vallata del Neto: Calabrò, Caria ed Altilia

Altilia

Altilia, palazzo Barracco e chiesa di Santa Maria.

Una vecchia “Memoria” cerca di ricostruire la fondazione di Casale Nuovo. La descrizione, anche se in parte non condividibile, fornisce alcuni elementi per conoscere meglio la storia della vallata del fiume Neto. Vi si legge “Il Corso di Casale Nuovo era in trasandati secoli una porzione del feudo denominato S. Stefano sito nel territorio della Città di S. S(everi)na, e posseduto dalla Mensa Arcivescovile. La vastezza del su d(et)to feudo esigea doversino fare più sezioni per potersi affittare ad uso di pascolo.
Quel tenimento dunque circoscritto, e limitato a Settentrione dal fiume Neto, a Levante dal vallone Gana, a Mezzogiorno dal vallone Iofari ed a ponente dalla Rocca di Nicefaro, poi d(etta) Bernarda, fu denominato Corso di Casale Nuovo non senza ragione.
Su le rovine di due villaggi chiamati Corio e Calabrò dall’Imperadore Federigo Secondo fu ordinato ergersi un altro casale, oggi d(ett)o Altilia e propriamente in quel sito, dove da più tempo era stata eretta una chiesa dalla pietà di Policronio vescovo di Gerenzia, sotto il titolo di Calabro Maria, indi decorata di un monastero di Cisterciensi e tuttociò, perchè tanto esigeano i suoi imperiali interessi per la sottoposta miniera del Sale di Nieti. L’accennata chiesa e monastero erano, come lo sono inclusi nell’ambito del su d(ett)o tenimento Mensale ed ivi a canto si piantarono i primi abbituri di quel nascente villaggio.
Perciò tutto il comprensorio, come sopra confinato, fu denominato di Casale Nuovo anche per distinguersi da un’altra limitrofa Sezione del sud(ett)o Feudo di S. Stefano, d(ett)a di Casale Vecchio, giacche altro villaggio esistea così chiamato nel luogo, ove oggi dicesi Serre di Muganà Piccolo.”.

I confini di Casale Novo
Così sono descritti i confini del Corso di Casale Nuovo, situato in territorio di Santa Severina, in un atto del 1576 al tempo dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro: “ incomincia da li molina del m.co Alex(andr)o infosino loco detto la Noce, et saglie per il vallone de la ghane in sù et si gionge col vallone de li ghorna, et sagliendo per il vallone di Iofari in sù escie alla valle della Butte, et sale alla timpa de la Cita, et per lo cristone cristone alle colletelle, et la crista crista esce ad montefiscardo, et cala per lo Cugno abascio, che sta mezo vallante, et li fontanelle, et dalle fontanelle descende sopra lo cristone di S.ta M(ari)a delli frati, et al timpone pizuto delle t(er)re di S. maria delli fr(at)i, et descende lo cristone in giù per mano sinistra fi al deritto de la valle, che escie alle vigne di Petro masso, et lo cristone cristone dela gabella delo furno escie alla scala di vitriolo, et la fossa fossa che esci in piede Crapari et onda per diritto al cristone de Armirò, et Caria, saglie alle scallille di altilia et escie alla lustra di altilia, et descende alla via de lo mercato, et la via dela abbazia de altilia, et esce al pizo de la timpa, et descende lo cristone abbascio sop(r)a la salina, et il bosco detto Cincifroni, et descende alla colla affaciante alla salina vicino il fiume di Netho, et per il fiume in giù finchè se congiunge colo p(red).to vallone dela ghane vicino li pr(edett)i molini del m.co alesandro infosino p(rim)o confine.”

altilia palazzo barracco

Altilia, palazzo Barracco e chiesa di Santa Maria (foto G. Tallarico).

I confini del tenimento di “Neto”
Ritroveremo parte di questi toponimi nella descrizione dei confini del tenimento di Neto, situato in territorio di Roccabernarda, ed appartenente al monastero di Santa Maria di Altilia:” Incominciando dal fiume di Neto dallo luoco proprio chiamato lo Cafaro, la Cabella di S.ta Maria di Molerà vecchio et ascende per le criste criste delli Nerei, et ascende alli terreni delli giuliani per le timpe timpe, et esce e confina alla Cabella della foresta, li frunti frunti de d.a cabella, et esce alli vignali di S.ta Maria de la magna della Rocca Bernarda, e li frunti frunti di d.i vignali, esce alli vignali di S.to Nicola della Rocca pr.tta, li frunti frunti, et esce alla cabella de cuvalari nominata dell’her. del q.m Alfonso Masso li frunti frunti et esce alla serra di S.to Andrea de la soprad.a cabella di d.i her. e li frunti frunti esce alla cabella di berardino di bona e frati nominata la cabella dello suvero, et esce allo timpone de castelluzzo, et discende lo timpone a bascio termino med.te et esce allo canale de Caria, et ascende lo vallone ad irto de Caria confinando con lo Castelluzzo, e confina alla serra de crapari, e de costa costa esce alla cabella chiamata armerò, e le colle colle esce alle scalille, e de costa costa confinando ad armerò verso levante, et esce allo timpone d’armerò, dallo quale timpone à bascio ferisce alle terre, et lo sararmaco di francesco delle serre, et lo sararmaco sararmaco esce allo vignale di S.to Nicola con lo quale confina termino med.te, con lo quale confinando sempre da man destra caminando versoardavuri ferisce alla medesima cabella d’ardavuri, e segue la serra apennino cristone cristone, et esce alle terre di francesco delle serre et di battista delle pira, et lo termine termine esce allo cristone di S.ta Anastasia, e da esso cristone cala a bascio confinando da man destra con li ficusi, e da man manca con la cabella d’ardavuri, e fere allo termine di S.ta Anastasia, et termino mediante lasciando d.o termine da man destra termino termino ferisce ad un pezzo di terre, e molino d’alessandro infosino acquaro mediante confinando con d.e terre ferisce giardino delle molina dell’Ill.e S.r Gio. baracco, et seguendo la sepala sepala di d.o giardino ferisce allo galice prima dello prato di d.e molina venendo dalla Città di S.ta Severina, et ascendendo lo galice ad irto, et esce allo timpone dell’aira, e da d.a aira descende all’altro galice dello scinetto della cabella d’ardavuri, confinando da man destra de d.o prato, e .. delle molina di d.o Ill.re S.r Giovanni, e da d.o scinetto ascende mezze mcoste, mezze coste, et esce allo timponello delli scini delle mezze coste, et esce all’altro timponello di più sopra sempre confinando da man manca quando se va alla salina de neto , e si vene dalla Città di S.ta Severina confinando de d.e terre di d.o Ill.re S.r Giovanni e ferisce alle timpe, e delle timpe timpe ferisce allo galice dove l’acquicella de femina morta, e de detta acqua ferisce al fiume di Neto e da Neto ad irto conclude allo primo fine sopra la menta.”.

Il feudo di Casale Novo ed il tenimento di Neto
Dalla descrizione dei confini del feudo di Casale Novo e del tenimento di Neto si vede come per un lungo tratto il feudo ed il tenimento confinavano tra loro. Il primo era in territorio di Santa Severina, il secondo in quello di Rocca Bernarda. Il confine, che separava le due entità territoriali, correva lungo le località “Caprari”, “Armirò”, “Castelluzzo”, “Caria”, “Bosco”, “Scalille di Altilia”, “fiume Neto”.

Il monastero di Santa Maria di Calabro poi detto di Santa Maria de Altilia
Il toponimo “Calabro” rimanda ad una antica località situata sopra le famose ed importanti “Saline di Neto”. Il luogo sacro che vi sorse, dedicato alla Vergine Maria, aggiunse, come avvenne in altri casi similari, il nome della località al toponimo agiografico. Nei documenti di età medievale troviamo: “De monasterio sanctissimae dei genitricis calabro mariae” (1099) nella concessione del duca Ruggero Borsa; “Monasterio in nomine gloriosissimae dei genitricis semper virginis mariae de calabro” (1115) nella concessione del conte Ruggero II d’Altavilla; monastero “Calabro Mariae” nella bolla del 31 agosto 1211 di Innocenzo III (Ughelli, Tom. IX , 88); “Ecclesia Sanctae Mariae de Calabro Mariae” nei privilegi confermati da Federico II nel dicembre 1225 a Milo,abbate di Santa Maria di Corazzo (Vat. Lat. 7572, f. 44r), “Monasterium Calabro Mariae” (1228) (Trinchera F., Syllabus, 385); monastero “S.M. de Calabro Mariae Sanctae Severinae Dioecesis ord. Floren.” in una concessione di Herrichetta Ruffa Marchesa di Crotone all’abbate Benedetto de Teriolo il 25 giugno 1439 del tenimento di Alimati, situato in territorio di Roccabernarda.
Verso la metà del Quattrocento e precisamente dopo la sconfitta di Antonio Centelles da parte di Alfonso d’Aragona, la nomina dell’abate del monastero fu oggetto di contesa tra il il re ed il papa. E’ in questo periodo che mentre nei documenti precedenti il monastero è citato come “monasterium Sanctae Mariae de Calabromarie”, “B.tae Mariae de Calabromarie” o semplicemente “Calabromariae”, esso comincia a cambiare in monastero di S. Maria di Altilia. Nella conferma dei privilegi concessa da re Alfonso d’Aragona del 26 gennaio 1445 all’abate Benedetto de Teriolo si legge ancora monastero della “Beata Maria de Calabro Maria de provincia de Calabria”. Troviamo citato per la prima volta in un documento del 3 novembre 1450 il monastero di S. Maria di Altilia (Russo F., Regesto, 11191). Il 15 novembre 1451 Antonio de Genovisio è nominato abbate commendatario del monastero di S. Maria de Altilia (Russo F., Regesto, 11250). Seguono altri documenti, che mostrano questo passaggio: il 21 aprile 1452 il papa Nicolo V nomina Enrico Modio abate del monastero di “S. Mariae de Calabromaria alias de Antella”, carica rimasta vacante per libera cessione fatta dall’abate Antonello Barberio nelle mani dell’abate di San Giovanni in Fiore Geronimo (Russo F., Regesto, 11264) ; seguono documenti con la vecchia denominazione di S.ta Maria de Calabro- Maria, a volte seguita da “alias de Altilia” (Russo F., Regesto, 11268, 12757). Nei privilegi concessi dal principe di Santa Severina Antonio Centelles del 22 aprile 1465 troviamo scritto: “Abbas monasterii Sanctae Mariae de Altilia alias Calabro Mariae”. Da quanto si è detto il cambiamento da Calabro Mariae ad Altilia è avvenuto pochi anni prima della metà del Quattrocento e prima che l’abbazia passasse in commenda. Pertanto la variazione è dovuta ad uno degli ultimi abati. Il monastero che nel passato, pur essendo in diocesi di Santa Severina, aveva mantenuto una certa autonomia territoriale rispetto alla città di Santa Severina, (infatti nei privilegi troviamo “Calabro Mariae de Provincia Calabriae” o semplicemente “Provinciae Calabriae”) la perse dopo la sconfitta del Centelles.
Ferdinando d’Aragona il 25 febbraio 1466 approvava le richieste fatte dall’università di Santa Severina, tra le quali che “… lo monastero de Calabromaria, e de Santo Petro de Niffi, quali sono fundati intro lo tenimento de la d.a Citta …”. Con tale atto il monastero entrava a far parte integrante del territorio della città di Santa Severina e quindi della sua giurisdizione.
Alla fine del Quattrocento il monastero era ormai conosciuto come Santa Maria de Altilia (“Quaterno per … Matheo Palaczo procurator de labatia de Sancta Maria de Attilia nome et parte … Francisci de Allegro de Neapoli delo introyto de lo a. VIII.. de la predicta abbatia. a. 1490 (Economi Regi, 306, fs. 5, ASN) anche se anche in seguito specie nei documenti ecclesiastici troviamo spesso “monasterium S.tae Mariae de Altilia als Calabro Mariae ordinis sancti Benedicti S.tae Severinae d.” (Reg. Vat. 1899, f. 98, a. 1544, A.S.V.), “conventus mon.rii Beatae Mariae de Altilia seu Calabro Maria Cistercien. Ordinis S. Severinae dioc.” (Sec. Brev. 334, f. 122, a. 1603, ASV.), “monas.rio di S.ta Maria d’Altilia al.s di Calabromaria Diocesi di S.ta Sever.na” (Sec. Brev. 402, f. 194, a. 1605, ASV.) “Sancta Maria de Calabro vulgariter Sancta Maria de Altilia”(1630).

La Gabella di Caria
In un atto del notaio Marcello Santoro del 25 febbraio 1570 leggiamo che la vedova Antonella Trombatore possedeva “unam gabellam dictam de Armirò sitam et positam in tenimento Civitatis S.tae S.nae iux.a serras S.tae Mariae de Altilia, iux.a serra Crapari cursus Casalis Novi, gabellam de Caria et alios si q. sint confines”.
In una “Copia della Platea et inventario delli beni della R. Abbatia de Altilia” relativa all’anno 1575 troviamo che l’abbatia possedeva “unaltra Cabella in detto territorio della rocca bernarda detta Caria confine il bosco di detta abatia et la cabella de alimati et altri fini quali si sole affittare in massaria per tumula 90 de grano l’anno et quando se vende in herbagio per docati quaranta l’anno”.
La gabella di Caria ricompare in una successiva copia di platea antica del monastero del 1582. Essa è situata nel tenimento di Neto in territorio di Roccabernarda tra le località di “Castelluzzo” ed “Armirò” come risulta dalla confinazione del tenimento che dalla “… cabella dello Suvero, et esce allo timpone de Castelluzzo, et discende lo timpone abascio termino med(ian)te et esce allo canale de Caria, et ascende lo vallone ad irto de Caria confinando con lo Castelluzzo, e confina alla terra de crapari, e de costa costa esce alla alla cabella chiamata Armerò …”.
In questa platea è descritta composta da “poche terre inculte di salmate vinti incirca”.
Ancora oggi è ben identificabile la località “Caria” sotto le “Serre di Altilia”. Essa è situata sulla traversale che congiungeva la vallata del Tacina con quella del Neto e sulla direttrice che, salendo dalle due vallate e guadando il Neto, risaliva a sinistra del fiume per Santa Rania verso la Sila.

Il casale di Caria
In alcuni privilegi dell’abbazia di Santa Maria di Altilia, più volte ricopiati e modificati durante i secoli, si legge che il 18 ottobre 1149 in Messina il re Ruggero II confermava all’abate della badia di Altilia i privilegi precedentemente concessi dal duca Ruggero Borsa nel 1099 e dal conte Ruggero nel 1115. Il re, oltre al possesso del tenimento di Sanduca ed alla rendita di dodici once sulla Salina di Neto, aggiungeva anche “… licentia et potestate recipere aquam libere à flumine Neti pro faciendis molendinis, basinducis, et casale Corio cum tenimentis suis, et herbarum pascua libera in tenimento S. Severinae et Rocchae Bernardae pro animalibus eiusdem Monasterii, et pro extraneis qui fuerint cum animalibus praedicti Monasterii …” (Ughelli F., Italia cit. ,Vol.IX, 478). Il casale Caria e non Corio, come erroneamente riportato dall’Ughelli, per la sua importanza economica è richiamato più volte nei privilegi dell’abbazia. Dai privilegi scritti “in carta pergamena”, fatti ricopiare il 15 luglio 1581 nella terra di Lattarico su ordine dell’abate commendatario Tiberio Barracco della città di Cosenza dal “regius ad contractus judex” Petrus de Petrone ed dal notaio Joannes Laut(ici)nus, troviamo sempre il casale di Caria . Ricordiamo tra tutti la conferma dei privilegi dell’abbazia concessa dall’imperatore Federico II all’abate Riccardo nel 1221, che comprende il “Casale Cariae cum omnibus iuribus et pertinentiis suis”. (Privilegii della Abbadia di S.ta Maria de Altilia dello Emint.o et Reverend.mo Cardinal Spada Abbate di detta Abbadia in Calabria). Troviamo citato un casale denominato Caria anche in una “Charta” dell’ottobre 1213, riguardante l’aggregazione del monastero greco di Calabromaria alla regola florense. In tale atto il protomonastero di San Giovanni in Fiore rivendica a sè anche il possesso di un oliveto del monastero greco, situato sopra la chiesa di Santa Anania. Così sono descritti i confini della località: “Incipit iuxta locum in quo constructa fuisse ostenditur olim basilica nomine S. Basilii, et ascendit per vallem, quae vocatur vallis S. Basilii et ferit in capite muri veteris et vadit ipse murus a parte orientis versus austrum per capita ipsius oleatriti iuxta vallem quam habet ex parte orientis et descendit in ipsam vallem et inde ascendit versus orientem et ita in directum, tendens per latus montis; demum in descensu torrentis unius ferit in vallem que vocatur de Clara, et inde vertens per meridiem descendit verus occidentem per magnam gravam usque ad viam veterem, quae venit a casali Cariae et terram, quae dicitur de Chury Anatholy et inde vertitur et per ipsam viam ex parte occidentis versus aquilonem per super pomarium praedicti S. Ananye et super fontem aquae, qui descendit in illum et habens eamdem ecclesiam a sinistra parte, vadit in directum et ferit in praedictam vallem S. Basilii et concludit in priori loco” (De Leo P., Documenti cit., p. 52).
Di questo antico possesso perduto del monastero Calabromariae forse si trova traccia in una antica platea, dove è annotato: “Item una chiusa chiamata S.ta Rania confinata sincome la concessione di essa fatta appare la quale sarà qui di sotto inclusa. Nella platea non ci segue altro per chiarezza della detta chiusa di S.ta Rania” (Copia di Platea del 1582, ff. 4v-5r). Per i pochi dati disponibili risulta difficile stabilire se il casale Caria nominato nel documento corrisponda a quello situato presso l’abbazia anche se la “viam veterem, quae venit a casali Cariae” potrebbe essere effettivamente quella che lasciato il casale e guadato il Neto risaliva verso la Sila passando per Santa Rania. E’ certa tuttavia la presenza di una località chiamata Caria in territorio di Caccuri situata però ai confini con la Regia Sila sulla quale ancora nel Cinquecento gravavano numerosi censi dovuti alla mensa monacale di S. Giovanni in Fiore( Maone P., Caccuri cit., pp. 32, 44). Questa località non è da confondere con il casale di Caria in territorio di Roccabernarda .
Il casale appartenente all’abbazia Calobromaria era situato in posizione dominante allo sbocco della vallata, che univa la bassa vallata del Tacina con quella del Neto, e dominava il passo sul fiume Neto verso i pascoli silani. Il casale era quindi molto importante per il controllo della transumanza del bestiame dalla marina alla Sila, che era uno dei principali fattori dell’economia badiale nell’alto medioevo .
In seguito il casale di Caria non compare in alcun altro atto o documento medievale, nemmeno nei minuziosi elenchi delle terre abitate del Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana, compilati all’inizio della dominazione angioina. La scomparsa del casale dovette quindi avvenire nella seconda metà del Duecento, quando i nuovi dominatori si spartirono le terre degli sconfitti, che avevano parteggiato per gli Svevi.
Sappiamo che tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento il monastero di Calabro Maria ebbe in concessione, o meglio nuovamente concesso, da Pietro II Ruffo di Calabria conte di Catanzaro un tenimento che apparteneva alla curia del conte. Questo vasto territorio era situato nelle pertinenze e nel territorio di Rocca Bernarda. Tale privilegio fu confermato dal figlio, il conte Giovanni, che visse nei primi decenni del Trecento, ma in seguito non fu rinnovato. Il tenimento, sul quale verso la fine del Cinquecento sarà fondato un nuovo casale, sarà nuovamente concesso quasi un secolo dopo dalla marchesa di Crotone Herrichetta Ruffo, figlia del marchese di Crotone Nicolò.
Il 15 giugno 1439 la marchesa di Crotone concedeva all’abate di “S. Maria de Calabro Mariae Sanctae Severinae Dioecesis ord. Floren.” Benedetto de Teriolo il tenimento in territorio di Rocca Bernarda, già in passato concesso al monastero dal conte di Catanzaro Petro Ruffo de Calabria e poi confermato dal figlio il conte Giovanni. Nel descriverne i confini così si esprime : “ Incipit tenimentum ipsum a loco qui dicitur Asteray a Burga videlicet quae dicitur de Molera, et ascendit per viam ad timpas forestae Stargonis et vadit per timpas ipsas ad locum qui dicitur Cadrum et vadit usque ad forestam ipsius monasterii, et deinde descendit ad Olicas Alimati per cristam S. Andreae et protenditur usque ad Castellucium, descendit usque ad Vallonum Cariae, descendens postmodum usque ad vallonem Salsum usque ad flumen Neti, et deinde vadit per flumen sursus usque ad Magrum per priorem locum qui dicitur Asterey”. Il monastero ebbe il tenimento libero ed immune, solamente con il peso di pagare 15 tari l’anno alla Curia di Rocca Bernarda della marchesa.

La fondazione del casale
Sempre dalla stessa platea, già precedentemente citata, troviamo che gli incaricati a compilarla dal commendatario Tiberio Barracco , il regio giudice Gio . Petro Terzigno ed il notaio Gio Lucitino, nel maggio 1582, dopo essere stati nella terra di Rocca Bernarda, si spostarono “in casale Cariae”. Essi dichiararono che “in d.o rure Cariae” vi erano molte rendite e debitori dell’abbazia. Per tale motivo per mezzo di un servente fecero convenire i molti censuari e, preso nota dei loro beni e di ciò che dovevano all’abate, li obbligarono ad assolvere i censi e le rendite alla metà di agosto di ogni anno. Il giorno 15 maggio i due compilatori si erano trasferiti “in S.ta Maria de Altilia” (Copia di Platea cit., f. 18v).
Si deve a Tiberio Barracco, abate commendatario dell’abbazia di Santa Maria di Altilia (1575 – 1604), la fondazione ed il popolamento del casale entro i confini del territorio e presso l’abbazia. Tiberio Barracco (figlio ed erede di Alfonso, feudatario di Lattarico, morto nel gennaio 1570) era succeduto a Mario Barracco nella commenda dell’abbazia, anche se nei primi anni settanta i due compaiono insieme nella gestione dei beni dell’abbazia. Infatti Tiberio Barracha, “utilis dominus terrae Lattarici”, e Mario Barracca di Cosenza, abate di S. Maria de Altilia als Calabro Maria, il 28 maggio 1572 vendono quattro mulini situati alla riva del fiume Neto in località Ardavuri ad Antonio Longo. La nascita del nuovo villaggio avvenne nei primi anni di commenda con Greci, Albanesi e schiavoni.
Di questo ne siamo certi, in quanto “S. Maria d’Altilia suo casale” compare tra i luoghi della diocesi di Santa Severina in una lettera inviata dalla curia arcivescovile di Santa Severina l’ultimo giorno d’ Aprile del 1578, per avvisare del prossimo inizio della fiera di Santa Anastasia.
Il nuovo abitato all’inizio dovette avere una vita piuttosto precaria, come un po’ tutti i casali sorti in quegli anni con gente proveniente da levante, con fenomeni di popolamento e di “disabitatione” repentini e frequenti, specie quando erano in arrivo i contatori regi, che dovevano censire e tassare i fuochi. Era infatti frequente, spesso con il tacito consenso del feudatario, che all’avvicinarsi dei funzionari regi gli abitanti, per sfuggire alle tasse, disfacessero “i pagliara”, per poi rifarli, una volta venuto meno il pericolo, nello stesso luogo o anche in luoghi vicini ma diversi. E’ di quegli anni la stesura dei capitoli, che avrebbero regolato i rapporti sociali ed economici tra il commendatario dell’abbazia, in qualità di signore e possessore del luogo, ed i vassalli che erano andati, o che sarebbero andati, a coltivare il territorio ed ad abitare nel casale dell’abbazia. I capitoli, firmati dalle due parti contraenti, comprendevano le concessioni fatte dall’abate commendatario e le prestazioni dovute dai vassalli. Tra le concessioni vi era il pascolo in metà del bosco vicino all’abbazia, la possibilità di seminare in alcuni terreni, l’assegnazione del suolo per poter costruire le case ecc.. In cambio i nuovi coloni si obbligarono a fornire gratis una giornata di lavoro con le loro bestie, a versare ogni anno due carlini ed una gallina per casalinatico, a pagare la decima sul bestiame e sul raccolto, a dare un carlino per ogni nuovo vitello, a prestare una giornata all’anno per la manutenzione del mulino, dove essi erano obbligati a macinare il loro grano , pagando “la giusta ragione”, ecc. Inoltre essi promisero di edificare ed avere cura della cappella ed a mantenere il cappellano a loro spese.

I Capitoli
Capitoli concessi per l’Ill.mo e Rev.mo S.r Tiberio Barracco perpetuo commendatario dell’Abbadia di S.ta Maria d’Altilia alli vassalli che sono venuti e veneranno ad habitare nel territorio e casale di d.a Abbadia. In primis detti vassalli offereno a d. S.r Abbate commendatario di d.a Abbadia anno quolibet per ciascheduno d’essi una giornata a fatigare con loro persone ad elettione di d. Sig.re o di suo leg.mo Procu.re circa il tempo, e quelli che haveranno bovi promettono una giornata d’un paricchio di bovi per uno anno quolibet a seminare o ad altro servitio che loro saranno richiesti. Placet dummodo unusquique serviat eo modo quo poterit unus tantum die vel cum hominis, vel cum aliis animalibus quo habuerit. Item promettono per ciascheduno casalino de loro habitationi carlini due et una gallina anno quolibet .Placet. Item la decima di tutte le bestiami cioè pecore, capre e porci di loro allevi per ciascheduno anno. Placet. Item per ciascheduna vacca anno quolibet ogni vitella o vitello che nasceranno uno carlino. Placet. Item promettono anno quolibet portare et chiudere al bisogno tanto di paglia come di legna per la casa di d.o S.re Abbate o vero procuratore in d.a abba.a. Placet … Item promettono tutti li deritti e raggioni di vassallaggi. Placet. Item supplicano si degni farli immunità a capitolo che volendo fabricare case, o piantare vigni in d.o territorio che quelle possano vendere, alienare et permutare a loro arbitrio a chi loro piacerà. Placet habita prius licentia. Item promettono edificare loro cappella e tenere il loro cappellano a loro spese. Placet. Item promettono per ciascheduno miglaro de vigne che faranno a d.o territorio cioè in la cersa grana quindici per tomolata et a bascio un tari per tumulata. Placet dummodo in designatione vinear. faciendar. interveniat Procurator noster. Item promettono che edificando d. Abbate molino in suo potere pervenendoli a d. territorio convicino essi pr.tti habitanti siano tenuti andare a macinare in d.o molina e pagare la giusta raggione et a tempo che si guasta l’acquaro siano tenuti donarci una giornata per ciascheduno, e cossi un’altra giornata al portare delle mole quando accaderà gratis. Placet. Item supplicano che loro se conceda da detto S.r Abbate che possano con loro bestiame andare a pascolare alla metà del bosco che oggi possede d.o Sig. re d’ogni tempo gratis. Placet dummodo non escludantur animalia nostra et domus nostra. Item supplicano che d.o S.r Abbate loro voglia donare una parte di terreni che siano bastanti per il paricchio in d.o casale qual possano seminare et cultivare et delli frutti perveniendi offereno di pagare di qualsivoglia sorte di vettovaglie che li pervenerà di detti terreni che loro saranno concessi la decima debita. Placet. Item se contentano et promettono essi habitanti di non estraere le vettovaglie da d.o territorio se prima non richiedono a d.o Sig.re o suo procuratore e pagare la raggione della decima. Placet. Item supplicano che si degni concedere per qualsivoglia causa che appartenerà a d. S.r Abbate o sua corte, non voglia far procedere a officio, ma a richiesta de parte. Placet quantum in nobis extat. Item supplicano si degni concederli che possano in d.a parte di bosco fare il bisogno de stigli de massaria, che ci possano far frasche per loro bovi ultra le quercie et ogliastri e trovandone alcuno tagliar quercie o altri alberi fruttiferi in d.o bosco non si possa alterare la pena d’uno ducato pro quolibet vice. Placet. Item che per l’affittare che si farà in d.a Corte non siano tenuti pagare più di diece grana per atto. Placet. Item che l’officiale seu capitano locotenenti et m.o d’atti siano tenuti dare plegeria di stare a sindacato. Placet. Item la supplicano che si degni non ricevere in d.ta habitatione persone ingati o altri et loro promettono se alcuno ce ne accadera rivelarlo all’officiali di sua sig.ria. Placet. Item che loro bovi o altri bestiami essendo trovati querelati alle poss.ni et lavori in lo d. territorio non possano essere astretti ad altro solo che al danno alla parte et un tarì alla corte di pena per ciascheduna persona pro quolibet vice .Placet. Item la supplicano si degni favorirli che non siano aggravati per l’officiali delle terre convicine et esser conosciuti dall’officiali di S.E.Placet quod pro viribus procurabimus. Item la supplicano si degni favorirli che li monaci di d.o monasterio loro voglia vaditare l’olive di d.a abatia in perpetuo per esse propinque dell’habitatione che loro offereno pagare il medesimo censo che alli monaci l’ha scomputato il S.r abbate passato.procurabimus. Item la supplicano che venendoli detta habitatione in complimento li voglia reformare li predetti capitoli in meglio forma. Iam reformavimus. Io Tiberio Barracco Abbate di S.ta M.a di Altilia mi contento et accetto ut. s.a. Antonio Intornicchia, Matteo Papaianne, Morchia Bansti, Antonio Naso, Pietro Menza, Antonio Schureri, Federico Severi, Andrea Basta Dima Instegneri, Marco Antonio Russo, Jo Maria Lafredi, Luca Butero, Stefano de Richetta, Minico Spupparo, Pietro Cordapoli, Ger.mo Pisano, M.o Aurelio Andisano. (Copia di Platea antica con i pesi de’ vassalli, Misc. Monastero di S. Maria di Altilia, fasc.529, 659, B. 8, ASCZ).

Commendatari e feudatari
Se l’abbazia di Calabromaria era in territorio di Santa Severina era altrettanto “vero che il casale d’Altilia stà posto e situato nel territorio di Rocca Bernarda, e anco verissimo che il sito di detto casale fu dato e donato all’abbadia dalla sopradetta S.ra D. Herichetta Ruffa” come è scritto nella “Copia della Platea et inventario delli beni della R. Abbatia de Altilia” del 1575 (f. 22). Nel tenimento di Neto, concesso dalla marchesa di Crotone in territorio di Rocca Bernarda, erano incluse le gabelle di Alimati, Neto, La Menta, Caria, Bosco. Si sa inoltre che gli abitanti del casale di Caria ebbero delle concessioni. La gabella chiamata Bosco era divisa in due parti: “ parte della quale possedono li P.P. di d(ett)o monasterio per donatione della loro menza ut. s.a nello territorio della Città di S.ta Severina … per l’altra parte del Bosco nel territorio di Rocca Bernarda lo quale possedono li habitanti del Casale di Caria vassalli di esso Ill. e e Rev.mo S.r Abbate conceduto da d(ett)o Sig.r per loro comuni come appare a d(ett)a concessione e cap(ito)li”( f. 2v). (“L’altra parte del bosco nel territorio di Rocca Bernarda la quale possedono l’habitanti del casale di Caria vassalli di esso Ill.e et R.mo S.r Abbate conceduto da d.o Sig.r per loro comuni come appare a d.a concessione et cap.li li quali saranno qui dietro inclusi di capacità di culte et inculte di salmate vinticinque incirca”).
La gabella “il Bosco metà della quale era situata in territorio di Santa Severina e metà in quello di Roccabernarda era situata tra l’abbazia e la gabella di Caria, come risulta dalla descrizione della “Platea delle robbe stabili tiene et possede l’abbatia de Santa Maria de Altilia sita e posta nel territorio et diocese di Santa Severina” del 1575: “Tiene et possede uno bosco circumcirca detta Abbatia la metà del quale tenino li R.di monaci di detta Abatia in conto di lor mensa … et l’altra metà si è dato per comune alli habitanti del casale in ditto loco … tiene unaltra cabella in detto territorio della Rocca Bernarda detta Caria confine il Bosco di detta abatia et la cabella Alimati” (f.2v).
Gli abitanti del casale possedevano inoltre un oliveto, che confinava con le case del casale, la via pubblica e d il Bosco, col peso di ducati otto l’anno ai monaci del convento, e molte terre coltivate a vigna per le quali pagavano un censo annuo all’abate commendatario.

Da Caria a Santa Maria di Altilia
Non sappiamo l’anno in cui avvenne lo spostamento del casale dalla località Caria in un luogo più vicino all’abbazia, che oltre a determinare il cambio del nome dapprima in casale di Santa Maria d’Altilia e poi semplicemente di Altilia, favorirà una più stretta dipendenza dall’abbazia. Questo evento è situabile comunque negli anni nei quali fu commendatario Tiberio Barracco e precisamente tra il 1582 ed il 1589 . La posizione dell’abbazia rispetto al nuovo casale è così descritta in una relazione della metà del Seicento: “Il Monast(er)o di S.ta M.a di Calabro Mariae seu d’Altilia dell’Ord(i)ne Cisterciense Diocesi di S.ta Severina sta situato sop(r)a un Casale seu villagio habitato da vassalli, li q(ua)li stanno sottoposti al p(redi)tto Monast(er)o, seu Abb(atia), la q(ua)le di p(rese)nte sta comendata all’Em.mo Sig.r Cardinale Spada distante dall’habitatione di d(ett)o Casale per un tiro di pietra inc(irc)a”. (S.C. Stat. Regul. Relationes, 16 , f. 68)
Il casale mantenne per lungo tempo il nome di Santa Maria di Altilia, anche se a volte è chiamato semplicemente Altilia per distinguerlo dal monastero. Nel “Cedulario dei fuochi di Calabria Ultra” del 1604 il casale di Santa Maria di Altilia è tassata per 8 fuochi (Tesorieri e Perc. di Calabria Ultra, fasc. 558/4162, ff. 83 -87, ASN). Il 5 giugno 1640 il chierico Francesco Geraldi dichiarava di possedere “una casa grande terranea posta dentro questo casale di Santa Maria d’Altilia confine le case di d.o monastero allo capo della spunta di d.o casale vicino lo canale”.
Il fatto che l’abbazia sia situata in territorio di Santa Severina ed il Casale in un terreno vicino ma in territorio di Rocca Bernarda, determinerà diverse dispute. Gli abitanti del casale di Caria si erano impegnati ad edificare la chiesa ed a mantenere il cappellano a loro spese. La chiesa del casale di Caria non é nominata in alcun sinodo, essendo divenuta la chiesa dell’abbazia in territorio di Santa Severina anche quella degli abitanti del casale. La cura delle anime tuttavia rimase ad un prete di Rocca Bernarda, come dalle relazioni degli arcivescovi di Santa Severina.
“Altilia è piccolo casale di sessanta anime, vicino a S. Severina tre miglia. La sua chiesa è la Badia di S. Maria di Altilia di valore di docati mille posseduta dall’Abbate Tiberio Barracca . E’ monasterio dell’ordine florense, seu cistersiense sottoposto alla Badia Florense, e vi stanno per ordinario sei ò sette monaci. La cura dell’anime è commessa ad un prete della Rocca Bernarda”. (Relatione dello stato della chiesa metropolitana di Santa Severina, S.ctae Severinae 22 martii 1589). “Altilia è piccolo castello di 60 anime. La sua chiesa è l’Abbadia di S. Maria di Altilia di valore D. mille posseduta dallo Abbate (Iacopo) Sanesio. E monasterio dell’Ord.ne Cisterciense e vi stanno per ord(ina)rio sei o sette monaci. La cura delle anime è connessa ad un prete della Rocca Ber(nar)da”. Nel 1630 la chiesa abbatiale e del casale, oltre all’altare maggiore, ne aveva altri tre dedicati a San Bernardo, a Santa Caterina ed a Santa Maria della Grazia. Nel casale non c’è la chiesa parrocchiale per la povertà ed i pochi abitanti, la cura delle anime è esercitata da un vice parroco scelto dall’ordinario, il quale celebra per i parrocchiani nella chiesa del convento ed amministra loro i sacramenti (Rel Lim. S. Severina, 1675).

Nel Seicento
Sappiamo che fin dalla sua origine il casale ebbe una vita precaria. La popolazione, composta da braccianti, coloni e massari, variava a seconda delle stagioni, delle annate, dei commendatari e di coloro che affittavano, o subaffittavano, i terreni dell’abbazia. Nel 1669 il casale fu tassato per 23 fuochi, ma in quegli stessi anni una relazione dell’arcivescovo di Santa Severina porta 150 abitanti e l’incaricato del commendatario ben 311 “bocche”. Segno tangibile di questo variare della popolazione è l’annotazione che troviamo nella “Platea” compilata al tempo del cardinale Spada, la quale ci informa che esistevano nel casale un uso ed una consuetudine “che quando un vassallo non habiti in detto casale dove non habbia vignia ma casa sola, la medesima ritorni all’istesso Abbate”. Il compilatore proseguiva facendo presente che in tal modo i monaci si erano impossessati di molte case, che sarebbero spettate invece al commendatario.
In una visita del 1630 al tempo dell’arcivescovo di Santa Severina Fausto Caffarelli si legge che il monastero possedeva “ alcune caselle le quali alcune volte s’affittano et alcune volte no secondo che vengano ad habitare genti al detto casale” e venti anni dopo i monaci sono divenuti proprietari di “molte case situate nel preditto casale” e “certe grotte che servino per uso di capre”. Uno dei motivi dell’abbandono del casale da parte degli abitanti era per sfuggire alla tassa sui fuochi ed alle tasse: “gl’anni passati scasarno tutti i vassalli affatto d’Altilia per non poter comportar più gl’aggravii di fiscali regii e stetterono assenti per lo spatio di tre o quattro anni, in questo termine si presuppone che li P.ri del monastero s’impatronissero di molte case e giardini, che di presente godono senza poterne mostrare titolo veruno” (Copia di Platea , cit. f.24v). Un altro era per non subire i soprusi di coloro che affittavano le gabelle del monastero. Da un processo, tenutosi nel 1678 e riguardante il diritto di “spica” della abbazia di Santa Maria di Altilia, si viene a conoscenza che nel 1675 l’abate commendatario dell’abbazia di Altilia, il cardinale Fabrizio Spada, aveva dato in fitto l’abbazia di Calabro Maria con i suoi territori e prerogative a Thomaso Massaccaro. A causa del comportamento del nuovo affittuario molti abitanti abbandonarono il casale e, sia nel 1676 che nella successiva annata, non presero in fitto a semina la gabella di Neto, che così in parte inselvatichì. La causa fu che il Massaccaro introdusse alcuni abusi. Egli pretese di esigere il diritto di “spica”, che mai aveva gravato sulla gabella. (Processo per la spica della Badia fatto nel 1678, In Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia (1579 -1782), 529, 659, B. 8, ASCZ.)
Così è descritta la situazione religiosa di Altilia in una relazione del 1678 al tempo dell’arcivescovo Muzio Suriano : “Altilia è piccolo casale di anime cento settanta, la sua chiesa, che è il monasterio dell’ordine cisterciense, o badia sotto il titolo di S.ta Maria d’Altilia posseduta dall’E.mo Sig.r Card. Spada, et in detto monasterio per ordinario vi stanno sette, ò otto monaci. Non vi è chiesa parocchiale, ma il vicepatrocho solamente amministra il sacramento della penitenza sentro la chiesa del medisimo monasterio e gli altri sacramenti della communione et estrema untione l’amministrano li medesimi Padri, li quali ancora hanno penziero d’accompagnare nella loro chiesa i defonti, non vi in detta chiesa fonte battesimale, ma s’amministra il sacramento del battesimo in questa città di Santa Severina, ò nella terra di Rocca Bernarda per la vicinanza de luoghi (Rel. Lim. S. Severina, 1678).

Commendatari e Feudatari
Il Principe della Rocca Francesco Filomarino, feudatario di Rocca Bernarda, che vantava alcuni diritti sul casale, più volte tentò di ampliarli e di impadronirsi completamente del Casale. Il casale era soggetto al capitano di Rocca Bernarda, che era di nomina regia, ma il feudatario impose al casale un suo baglivo ed un suo mastro giurato. L’operazione non andò tuttavia a buon fine perché il feudatario si trovò di fronte il governatore del Casale, inviato da Roma dal commendatario, il cardinale Spada, il quale minacciò la distruzione del casale con la fuga degli abitanti. Il principe della Rocca, “oltre l’haversi tirato a se tutta la giurisditione d’Altilia, andava pensando anco tirarsi il Casale istesso, e farsi Padrone del tutto come posto nel territorio di Rocca Bernarda à se spettante, et in conseguenza dovesse aspettare med(esimamen)te il Casale, e la giurisd(itio)ne insieme a lui ancora, et a tal effetto havea proibito che in Altilia non vi fusse Baglivo, e vi havea fatto il Mastro Giurato ancora preferirli al Cap(ita)no della Rocca Bernarda le cause che accadevano alla giornata…. e cosi per mantenere il Jus della Giurisditione del Casale fu dal Governatore d’Altilia levato il Baglivo e Mastro Giurato posti d’ordine del d(ett)o S.r Principe cola prohibitione incontrario del scasam(ent)to di d(ett)o casale et altre pene et incontinente fu fatto il novo baglivo … e medesimamente fu fatto il novo mastro Giurato, e tutti gl’altri officiali appartenenti alla Giustitia et al buon governo dell’università d’Altilia …”. Tolti di mezzo gli ufficiali del feudatario, con l’aiuto del governatore gli abitanti del casale si liberarono poi anche della presenza del capitano di Rocca Bernarda.
Sempre per rimarcare la loro autonomia gli abitanti di Altilia si rivolsero al feudatario di Rocca Bernarda e fecero presente che come il nuovo governatore, inviato dal commendatario, era venuto da Roma ad Altilia a sue spese, così doveva essere anche per il nuovo capitano di Rocca Bernarda che ogni anno si recava nel casale per prendervi possesso.
“… si è levato l’abuso che ben spesso fra l’anno ad ogni mutatione il Capitano della Rocca Bernarda andava in Altelia à prender il possesso del Casale come spettante alla sua Giurisd(ition)e per dir meglio andava a levare à quei poveri vassalli cinque o sei scudi per volta in spese, e denari contanti che pretendeva venirli per il suo viatico poi poiche fu ricorso per parte di vassalli dal S.r Principe della Rocca Padrone di d(ett)a terra di Rocca Bernarda acciò non permettesse questo aggravio che ben del continuo andavano patendo ad ogni mutatione di Capitano perche per la Giurisditione de capi che vi haveva sopra il Casale di già n’era stato preso il possesso dall’istesso S.r Principe nel bel principio della sua venuta in Calabria e però quanto era ansufficienza senza far novi aggravii a d(ett)i poveretti vassalli e con l’essempio anco che il presente Governatore d’Altilia era stato inviato pur da Roma dall’Em.mo Card.e Spada Padrone e caminato settimane intiere per l’arrivo in Altelia, e con tutto ciò non ha preteso, ne voluto emulem(en)to di sorte alcuna, ma il capitano della Rocca bisognandoli solamente caminare quattro miglia ne stava in pretendenza d’esser pagato per il suo viatico da sud(ett)i vassalli cinque o sei scudi per volta come si è detto e così si compiacque il medemo S.r Principe di dar ordine al sud(ett)o Capitano anco con corriero a posta, che non si movesse ne innovasse cosa alcuna senza suo avviso e però per all’hora cessò la pretentenza del d(ett)o capitano di andare in Altelia a prendere d(ett)o possesso e perche poi passato molti giorni dopo il medesimo capitano novo motivo d’esser ad Altilia per detto effetto e ne scrisse al sindico che lo stesse attendendo ma il governatore per mantenere la sua giurisditione le fece poi intendere che per li dui capi che il S.r Principe teneva sopra il casale d’altilia sarebbe stato accettato e che in questo caso non si pretendeva darli altro per il suo vitto, che una pagnotta un bechiero di vino et una sarda per esser quatragesima ma se poi havesse altra prethendenza di prender il possesso per altri capi spettanti alla giurisditione dell’Abbatia che non si scomodasse a venirci, perchè oltre che non sarebbe stato accettato haverebbe hautto poco gusto in modoche vedendo il capitano la persistenza de governatore in q.to fatto si mutò di pensiero e non vi fu a prender il possesso per verun capo, e cosi si è lasciato ordine al sindico, che in d(ett)a maniera venghi esequito per l’avvenire, perche altrimente sarebbe andato il tutto a sue spese e danni” (f. 23v).
Sempre in questi anni (26 maggio 1668) in una lite con il duca di Santa Severina Gio. Andrea Sculco, l’abate commendatario dell’abbadia di Santa Maria d’Altilia Fabrizio Spada rimarcava il suo potere sul casale, dichiarando che possedeva “il casale di S.ta Maria d’Altilia con tutte le sue jurisdittioni sin come l’hanno posseduto tutti l’abbati predecessori da tempo più che memorabile”.

La giurisdizione criminale
Dopo la morte del feudatario Francesco Filomarino, principe della Rocca dell’Aspro, lo stato di Cutro fu messo all’asta e nel 1686 venduto a Hippolita Maria Muscettola. In tale atto compare per la prima volta la giurisdizione criminale del casale di Santa Maria d’Altilia, che era inclusa nella mastrodattia della terra di Rocca Bernarda. “Nel presente Regio Ass(ens)o si vende d.o stato di Cutri et signanter il criminale di S.ta Maria d’Altilia, la quale terra e della Prov(inci)a di Calabria Citra, et non ne appare d’essa Giurisd(ition)e, titulo ne concessione alcuna registrata nelli Regii Quinternioni ne tam poco ass(ens)o di vendita fatta inter partes della medesima Giurisditione oltre de poi, che mai ne sono stati pagati Relevii, ne meno per essa giurisd(ition)e appare andarne tassata persona alcuna in cedulario stante cio non solamente la parte doveria esibire il giusto titulo d’essa Giurisd(ition)e con Privil(egi)o Reale, ma anco se doveria la medesima Giurisd(ition)e tassare in Cedulario e pagare il decorso d’essa tassa per lo passato, et infuturum una con tutti li Relevii duvuti per le morti seguite dell’olim Possessori d’essa et assenzi prestiti sopra le vendite fatte inter partes della Giurisd(ition)e sud(ett)a”. In margine c’è la seguente nota: “Si dice che l’Altilia di Cal.a Citra non si possede ne si pretende ma solamente un certo terr(itori)o sito nelle pert(inenz)e di Roccabernarda che è dell’abbatia d’Altilia” (Ref. Quint. Vol. 205, f. 105v). All’inizio del Settecento gli abati commendatari avevano ormai il pieno potere sul casale come si ricava dalla testimonianza rilasciata nel gennaio 1716 da Antonio Diana. Il Diana, interrogato sul territorio dell’abbazia, rispose: “Lo so benissimo perche sono nato cresciuto e vissuto in questo casale sino alla presente mia età, ò avuto più volte la carica di sindico di d(ett)o casale e sono stato erario dell’affittatori di d(ett)a abbatia, ò pratticato per la campagna con occasione di guardar bestiami, e far masserie in d(ett)o territorio, che consiste in più gabelle, come quella della Menta, Neto, Caria, Bosco et altre et la Giurisd(itio)ne e tutta dell’Em.o Sig. Card. Comend(atari)o vi à tenuto sempre, e tiene di presente il suo Gov(ernator)e che l’esercita in tutti li capi civili, misti, e criminali, fuorche di morte seguita, mutilatione di membro che spattano al Sig. Principe della Rocca e suo Gov(ernator)e.

Abitanti di Altilia nel 1678
Vassalli e debito loro per vassallaggio devono ogn’anno nel mese d’Agosto al S.r Abb(at)e Comen(data)rio per una giornata di Casalinaggio et una gabella carlini sei per ciasched(un)o in riconoscimento.
Bocche 311.
Angelo di Diano, Damiano di Diano, Jacomo Secipiano, Stefano Ricci,Gio. Vincenzo Magliano, Parma Riccia, Gioseppe Richetta, Gioseppe Ricciuti, Gio. Fra.co Tassitano, Marc’Ant.o Garretti, Prudenza Giouele, Gio. Pietro Garetto, Nardo Schipano, Giuseppe Dattelo, Luige Parmieri, Fran.co Ant.o Dramis, Fran.co Ant. Gabrielle, Gioseppe Pedaci, Ant.o Lufreri, Decio Terzignia, Gio. Amino, Gio. Matteo Ioele, Gio. Batt.a Carbone, Simone Perito, Gio. Cedattoli, Gio. Dom.co Gangale, Pietro Gio. Melosi, Gio. Anella, Leonardo Mangone, Agostino Morgi, Gio. Scavello, Fran.co Gentile, Gio. Dom.co Scoliero, Fran.co Cola, Diego Dattilo, Fran.co Maria Prasco, Gio. Vincenzo Rossi, Jacomo lo Stocco, Diego Dandilo, Gio. Dom.co Barbiero, Paolo Garretti, Dom.co Vetera, Simone Verzino, Benigno Ceraldo, Gio. Paolo Verzino, Girolamo Ioele, Marc’Ant.o Teriotti, Ambrosio Lantano, Cola Teriotti, Maria Narberi, Gio. Dom.co Gelairo, Natale di Diano, Matteo di Ruggiero, Ciccio di Mattia, Paolino Perito, Scipione Maggio, Gio Paolo Capro.

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