I Mulini della Canusa e altri mulini di Tacina e di Neto

Canusa 1

Ruderi dei mulini della Conusa in località “i cinque Mulini” di Roccabernarda.

Il Crotonese fu per tutto il Medioevo e l’età moderna una vasta area geografica quasi esclusivamente coltivata a grano.
I grandi proprietari fondiari, vescovi, abati e feudatari, oltre a gestire il proficuo commercio granario, esportando verso l’area napoletana e fuori regno, possedevano anche la maggior parte dei mulini ad acqua, specie quelli che sorgevano sulla pianura collinosa dove scorrono i due grandi fiumi di Tacina e di Neto.
Solo i “baroni” infatti potevano disporre del capitale occorrente per far fronte sia agli alti costi di costruzione sia alle annuali spese di manutenzione e di gestione di cui abbisognavano i mulini che sfruttavano l’acqua di fiumi, annualmente soggetti a piene ed a fasi di secca e che a volte mutavano il loro alveo (acquisto e trasporto delle “pietre di molini che si portano miglia lontano, ferri et acconsi di ferri, accomodatione di acquedotti, accomodamenti di saette, tavolami, chiodi e mastri”).
In tali situazioni economiche e geografiche tuttavia continuarono a funzionare negli abitati di Cutro (1), Crotone (2) e negli altri paesi del Marchesato, spesso in maniera clandestina, le vecchie mole e le macine(centimuli) azionate a mano ma più spesso da animali (cavalli, asini).
I centimuli meno potenti dei mulini idraulici, permettevano di macinare pur essendo lontani dai corsi d’acqua. Gli abitanti ne facevano uso, evadendo a volte le proibizioni e le tasse sulla macina.
Anche se meno produttivi e particolarmente esposti, specie durante le lunghe carestie ed epidemie, che causavano il venir meno del lavoro animale, normalmente ed in periodi di emergenza (assedi, periodi lunghi di siccità ecc.) assicuravano un continuo rifornimento di farina per il pane quotidiano a castelli e città fortificate.
E’ questo il caso di Crotone (3), città demaniale e quindi non soggetta a servirsi del mulino del feudatario, all’interno delle cui mura non vi erano mulini ad acqua ma tutti centimuli, alcuni per uso privato dei possidenti (4), altri utilizzati per rifornire di farina le “panettiere” che assicuravano l’annona (5).
I mulini ad acqua tuttavia rappresentarono un buon investimento soprattutto quando erano presenti ogni anno grandi quantità di grano da macinare in mano a pochi speculatori e quando a questo grano si aggiungeva quello di coloro che, pur possedendone modeste quantità, erano obbligati a macinarlo nei mulini dei “baroni”.
Queste condizioni certamente durarono a lungo nel vecchio “Marchesato feudale”. Gli abati ed i feudatari, proprietari delle terre e dei mulini, accumulavano il grano, affittando i grandi possedimenti e obbligando i coloni al momento della semina con contratti capestro.
Essi inoltre costringevano i vassalli con minacce e pene, possedendo a volte il “jus prohibendi”, a macinare il grano nei loro mulini e le olive nelle loro “ogliara” o trappeti (6).
Quali fossero gli obblighi degli abitanti del feudo per poter macinare lo ricaviamo da un documento della seconda metà del Cinquecento.
Tra i capitoli concessi dall’abate commendatario di Santa Maria di Altilia, Tiberio Barracco, agli abitanti e vassalli del vicino casale di Caria vi è “che edificando d. abbate molino in suo potere pervenendoli a d.o territorio convicino, essi preditti habitanti sono tenuti andare a macinare in d.o molina e pagare la giusta raggione, et a tempo che si guasta l’acquaro siano tenuti donarci una giornata per ciascheduno, et cossi un’altra giornata al portare delle mole quando accaderà gratis” (7).
Risulta chiaro dal documento che gli abitanti di una terra o casale non solo erano obbligati a servirsi del mulino del barone del luogo, pagando una tassa, pena la confisca della farina, ma dovevano anche prestare la loro opera gratuitamente per i lavori di manutenzione.
Col passare del tempo tuttavia i “baroni” non gestirono in proprio i mulini ma li affittarono per uno o più anni, assieme al terreno agricolo circostante ed alle abitazioni soprastanti, usate dai mugnai, ricavandovi una rendita annua prestabilita in grano.

canusa 2

Ruderi dei mulini della Conusa.

I mulini ad acqua erano situati vicino ai fiumi e ai torrenti.
Le prime notizie della loro esistenza nel Crotonese risalgono al periodo normanno- svevo quando essi erano soggetti al fisco regio e per la loro costruzione e per utilizzare l’acqua del fiume bisognava ottenere una concessione regia o imperiale (8).
Richieste per l’esenzione dal pagamento delle imposte per la edificazione e possesso sono frequenti nei privilegi che gli abati dei monasteri chiedevano ai sovrani.
Ricordiamo tra tutti i privilegi concessi nel 1149 da re Ruggero, all’abbazia Calabro Maria di Altilia, che dava a quell’abate la “licentia et potestate recipere aquam libere a flumine Neti pro facendis molendinis” (9), e quello dell’imperatore Federico II nel 1222 all’abate Matteo del monastero di San Giovanni in Fiore, che permetteva nei territori di Cerenzia, Cosenza e Santa Severina “edificare libere… molendinum et fullas ed edificata sine molestia qualibet libere et in perpetuum possidere” (10).
I mulini ad acqua divennero così monopolio degli abati, dei vescovi e dei feudatari e furono sottoposti alla giurisdizione feudale.
Già poco dopo la metà del Duecento, nel 1258, i florensi ebbero dall’arcivescovo di Santa Severina, Nicola da San Germano, il permesso di attingere l’acqua del Neto e di convogliarla per alimentare un loro mulino.
La concessione rinnovata dall’arcivescovo Lucifero nel 1301 comprendeva la possibilità da parte dei florensi di riedificare un altro mulino nelle terre della chiesa qualora il fiume avesse mutato alveo, fatto che evidentemente si era verificato in quegli anni (11).
L’arcivescovo di Santa Severina conserverà ancora nel Settecento il diritto di dare le acque dei torrenti Lucido ed Armo “per animare li molini a famiglie particolari” (12).
I mulini di natura feudale aumentarono (13) ma col passare del tempo per concessione regia o feudale accanto ad essi sempre più sorsero altri mulini edificati da “bonatenenti” e da ecclesiastici. Quest’ultimi dapprima furono soggetti al fisco regio e/o a quello del feudatario sul cui territorio erano stati costruiti, poi furono tassati dalle università.
Tra i capitoli concessi nel marzo 1525 dal conte Andrea Carafa agli abitanti di Santa Severina e dei casali di Cutro e San Giovanni Minagò vi era oltre alla facoltà di “pigliare le acque, che discurreno et nascono per lo territorio” e con acquedotti condurle in qualsiasi luogo senza impedimento e pagamento alcuno (14), anche la possibilità da parte dell’università di tassare i mulini presenti sul suo territorio.
Mulini che nel passato erano stati soggetti ai pagamenti fiscali e comitali e che ora dovevano essere iscritti nell’apprezzo della città, eccetto quelli di proprietà feudale o quelli ai quali il conte avesse concesso la franchigia (15).
E’ della seconda metà del Cinquecento una lite tra l’università di Mesoraca ed il feudatario del luogo, che rifiutava di pagare le tasse sui suoi beni burgensatici, tra cui alcuni mulini, inseriti nell’apprezzo di quella terra (16).
Alla fine del Cinquecento lungo le rive del Tacina e del Neto e dei loro affluenti i mulini di proprietà burgensatica (17), anche se per la maggior parte in mano ai “baroni” o loro prestanomi ormai dominavano largamente su quelli di origine feudale e abaziale (18).
Situati in luoghi poco difendibili, cioè fuori le mura e spesso lontano dagli abitati, oltre a subire le rovine causate dalle piene, furono esposti ai danni bellici, al brigantaggio ecc e, specie nei momenti di carestia, all’assalto delle popolazioni affamate.
(Ne abbiamo testimonianza quando nel mese di marzo 1764 gli abitanti di Scandale “armati di scopette, mazze ed altri sorte d’istrumenti” si impadronirono dei mulini di Corazzo e portarono via la farina ed il grano) (19).
Nonostante questi inconvenienti furono di continuo riparati e ricostruiti e aumentarono di numero in quanto si dimostrarono utili e redditizi.
Ce lo testimonia il principe di Strongoli che fece costruire tre mulini ad acqua sotto il suo casino di Fasana, “acciò con tal erezzione di molini maggiormente s’aumentassero le rendite di d.o stato e principal camera”.
I lavori iniziati nel 1743 proseguivano nell’agosto dell’anno dopo quando il principe per completarli dovette indebitarsi per 2500 ducati con il cassiere della dogana di Crotone Pietro Asturelli (20).
La costruzione di mulini ad acqua continuerà ancora nell’Ottocento (21).

canusa

Ruderi dei mulini della Conusa.

La presenza di mulini sul basso corso del Tacina in territorio di Roccabernarda ed in diocesi di Santa Severina è segnalata fin dal periodo normanno.
In un documento del 1118, riguardante la controversia tra Arnaldo detto de Fontana Coperta ed il monastero della Matina per le proprietà di un piccolo monastero, costruito in località “castellum”, oggi Castellace, presso il Tacina, così vengono descritti i confini di un terreno prossimo al fiume: “euntes a molendino quod incepit facere Gottofridus”.
Dal documento si ricava che il magnate Gottofridus figlio di Yvum, abate preposto dal duca Ruggero al monastero, aveva incominciato la costruzione di un mulino ad acqua vicino ad “Armirò” (22).
La costruzione dei primi mulini ad acqua sul Tacina, di cui si ha notizia, sembra quindi opera del monachesimo. Essa va inserita nel processo di accumulazione delle terre da parte delle abazie specie benedettine (23) e cistercensi e nell’economia curtense.
Il disboscamento e l’espansione della granicoltura per consentire una sufficiente autonomia economica ad una folta comunità dovettero conciliarsi con una minore dipendenza dal lavoro dei servi e degli schiavi e con l’imperativo di permettere ai monaci di dedicarsi ai doveri spirituali.
Il mulino idraulico diminuì il bisogno di braccia e aumentò il macinato.
Lo sfruttamento dell’energia idraulica per la macinazione si espanse (24).
Tra i privilegi dell’arcivescovo di Santa Severina, confermati da papa Lucio III nel 1183, troviamo la “ecclesiam Sanctae Maria … juxta Tachinam cum terris, vineis, et loco molendini” (25) e tra i possessi confermati da Innocenzo III al monastero di Sant’Angelo de Frigillo nel 1205 vi è “locum ipsum in quo prefatum monasterium situm est, cum omnibus pertinentiis suis, scilicet … aquis, molendinis et rivis” (26).
Nel Quattrocento tra i mulini presenti sul Tacina e suoi affluenti, i più importanti sono quelli della Canusa del marchese di Crotone.
Alla metà del Quattrocento tra i beni in potere della Corte, perchè confiscati da re Alfonso d’Aragona ad Antonio Centelles per la sua ribellione troviamo “Mesuracha, ce so li molini… Rocha Bernarda, li mulini … ” (27).
Reintegrato nei suoi feudi nel giugno 1462 da re Ferdinando, Antonio Centelles concesse a Giovanni de Colle “il feudo Umbro di Manno e li molini della Canusa nelle pertinenze di Rocca Bernarda”.
La figlia di costui, Elena de Colle, li portò in dote a Francesco Ferrari. Al centro di una vertenza intentata dalla seconda moglie del Centelles, Costanza Morano, che ne rivendicava il possesso essi furono riconfermati ai de Colle il 27 settembre 1483 da re Ferdinando.
Schieratosi Francesco Ferrari con i Francesi, Fernandez de Cordoba, il Gran Capitano, lo spogliò ed i suoi beni nel 1504 furono concessi ad Andrea Carafa, conte di Santa Severina (28).
Noti come i mulini della Canusa e di Copati, i nove mulini detti della Canusa “di alto e di bascio” sulla riva sinistra del fiume Tacina, si aggiunsero alla contea di Santa Severina, alle terre di Cutro e San Giovanni Minagò , al feudo di Crepacore ed agli altri beni venduti nel 1496 dal re Federico d’Aragona ad Andrea Carafa (29) e per tutta la prima metà del Cinquecento rimasero al conte di Santa Severina.
Essi compaiono tra i beni feudali ceduti nel 1551 da Galeotto Carafa, conte di Santa Severina, a Ferrante Carafa, duca di Nocera.
Da allora in poi i mulini fecero parte dello “Stato di Cutro” e ne seguirono le sorti (30).
Morto nel 1558 Ferrante, passarono al figlio Alfonso. Da un atto notarile veniamo a conoscenza che l’otto giugno 1578, sotto la torre della terra di Cutro, gli erari del duca misero all’asta l’affitto per un anno dei mulini della Canosa e li aggiudicarono al notaio Ferrante Colicchia per mille e duecento tomoli di grano “la grossa” da pagarsi entro il mese di maggio, con l’impegno però per la corte ducale di aggiustare “li canaletti dele molina”, “di acconsar la prisa” e di compiere altri lavori (31).
Alla morte di Alfonso nel 1581 subentrò il figlio Ferrante.
Fu durante il periodo in cui Cutro fu feudo del duca Ferrante che i mulini della Canosa e di Copati furono venduti e poi ricomprati dal feudatario.
Risale a questi anni la stesura di alcune norme che regoleranno i rapporti tra il feudatario e l’affittatore dei mulini.
Tra i capitoli stipulati nel 1592 tra la corte ducale e l’affittatore dei mulini Gio. Ferrante Mendolara vi era l’obbligo per la corte di riparare i mulini e/o la presa, qualora il Tacina li avesse rovinati, e di comperare e fare condurre le “saitte” e gli “stramoni” mancanti.
Sempre la corte a settembre doveva consegnare ducati 30 all’affittatore per le pietre ed i ferri, ad aprile fare le pulizie degli acquedotti ed a maggio anticipare all’affittatore 50 tomoli di grano che questi avrebbe restituito in agosto.
L’erario o il conservatore del duca inoltre mese per mese a sue spese doveva andare ai mulini a prendersi il grano dell’affitto.
Il feudatario concedeva all’affittatore di tenere due paia di buoi senza pagare fida, disfida e pascolo, pascolo gratuito per gli animali che si sarebbero andati al mulino ed ai mugnai che si fossero recati ad abitare a Cutro un anno di esenzione dalle tasse di alloggiamento, soggiorno e fida e la non soggezione a servizi personali verso la corte.
Chiunque inoltre avesse danneggiato gli acquedotti per inaffiare “cipolle, cauli e virgi” sarebbe incorso in una multa di ducati 10 da spartirsi tra la corte e l’affittatore (32).

canusa 5

Ruderi dei mulini della Conusa.

Nel 1593 i mulini pervennero al figlio di Ferrante, Francesco Maria Carafa (33). E’ di questi anni la testimonianza di una via publica per la quale si andava “ad molendina Canuse” che collegava Cutro per la gabella delle Chianette ai mulini (34).
Fu durante il periodo feudale di Francesco Maria Carafa, e precisamente tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento che i mulini furono in gran parte rifatti, perchè avevano subito gravi danni da una piena del fiume.
I lavori durarono alcuni anni come risulta da un contratto rogato a Cutro il 12 Gennaio 1600.
Il documento ci informa che il mastro Ascanio Faylla di Bisignano, architetto e ingegnere pubblico, e Laurentio Foresta di Cutro avevano ricevuto da Gio. Battista Oliverio, percettore del Duca di Nocera, ducati 132 come parte del pagamento “della fattura e portatura con loro bovi di 66 pezzi di stramoni et sessanta sei catene di legname che hanno bisognato per lo forte che s’è fatto in reparatione delli molini dela Canosa d’abascio, delli quali stramoni et catene parte sono coperti sotto terra et parte appareno di sopra” (35).
Testimoniano ancora oggi questi grandi lavori di ricostruzione e ristrutturazione la data graffita 1604 ed alcuni nomi di lavoranti visibili in una parte della vecchia struttura.
Tuttavia da una ricognizione fatta pochi anni dopo nel settembre 1615 risultavano così malridotti che dei cinque mulini di basso, quattro potevano a malapena macinare a causa “che tutti li stramoni che teneno le pietre sono di tal modo infraciditi che ne li molinari passati ne presenti ci hanno potuto ne possono mettere pietre nove di sopra per non poterli sostenere” tanto che ad uno dei quattro erano state levate le pietre ed era inattivo.
Le cinque tramogge poi non potevano contenere il grano perchè vecchie e fracassate e quindi bisognava rifarle “et la coverta di detti molina e tutta sconcia et guasta et vi mancano da circa sessanta tiylli e quattrocento ciaramidi”.
Perciò erano inabitabili e non si poteva macinare specie “di inverno, che l’acque si leveriano il grano et la farina”.
Il muro “dove si staglia l’acqua delli detti cinque molina e tutto aperto di modo che l’acqua se ne va a bascio et non può arrivare a bastanza a tutte le saytti quali rottura e mancamento e stato causato per non essersi riparato prima et a l’acquaro della presa fra li molina non ci può entrare acqua per tutti cinque molina per non esser stato annettato et spurgato”.
Se questa era la condizione in cui versavano i mulini di basso “nell’altri tre molina di capo sono più peggio et di più mala conditione et hanno bisogno di più riparo” (36).
Anche se malridotti, la domanda crescente di farina ed il rialzo del prezzo del grano richiamavano più concorrenti e più alte erano le offerte nell’asta pubblica per l’affitto dei mulini.
Si passa infatti dai circa 1500 tomoli all’anno della fine del Cinquecento ai 2000 nel periodo tra il 1614 ed il 1630. Successivamente l’affitto ridiscenderà per il succedersi di cattivi raccolti, lo spopolamento e la recessione economica (37).
Frattanto i mulini con lo Stato di Cutro erano passati nel 1620 a Giovanna Ruffo di Scilla, marchesa di Licodia.
Un atto notarile risalente a quell’anno, rogato precisamente il 19 luglio, documenta che il percettore della marchesa rendeva manifesto che erano stati fatti i soliti bandi nei luoghi pubblici per l’affitto dei mulini e che la prima domenica di agosto sulla piazza pubblica di Cutro “nelli setti della venerabile chiesa di Santa Caterina” si sarebbe accesa la candela e tenuta l’asta per “l’affitto delli molini della Canosa di alto e di bascio” di proprietà della marchesa.
Da questo documento ricaviamo che i mulini potevano essere affittati uniti o separati e per uno, due o più anni a partire dal primo di settembre.
Fatta l’asta pubblica, l’ultimo incantatore, dopo essere stato accettato dal feudatario ed aver dato entro 20 giorni “idonea pleggeria” di persona facoltosa di Cutro, San Giovanni Minagò o di Roccabernarda, si impegnava a pagare le rate dell’affitto in grano mese per mese e, terminato l’affitto, riconsegnare i mulini macinanti con le “pietre, saytte et acquedotti” in ordine e con tutti gli attrezzi che gli erano stati consegnati (38).
L’asta verrà aggiudicata al mercante Alfonso di Rose con un contratto di fitto per cinque anni a partire dal primo di settembre seguente ed il pagamento di 2060 tomoli di grano all’anno,”con i capitoli, patti, conventioni, promissioni et dichiarationi.. visti, riconosciuti et letti nell’atto del presente incanto” (39).
I mulini continuarono a funzionare come risulta da un documento di fitto del 1651 (40).
Nel 1658 succedeva alla marchesa Giovanna Ruffo il figlio Francesco Maria che vendeva nel 1659 i beni feudali con i mulini a Francesco Filomarino, principe di Rocca D’Aspide.
I mulini rimasero ai Filomarino, che tramite gli erari dello Stato di Cutro li affittavano (41). Alla fine del Seicento essi erano ancora stimati del valore di circa 5000 ducati (42).
Sempre di proprietà dei Filomarino, poco dopo la metà del Settecento subirono gravi danni dalle piene del Tacina. Il fiume infatti ormai ogni anno in tempo d’inverno inondava i terreni lungo il corso con gravi danni alle colture,agli animali e alle cose (43).
Il mutamento di regime dei fiumi, che scendevano dalla Sila, causato dal massiccio disboscamento dell’altopiano, con piene rovinose invernali e lunghi periodi di secca estivi, rese inutili alcuni mulini che furono perciò abbandonati (44), mentre altri dovettero essere ristrutturati per adeguarsi alla nuova situazione.
I mulini della Canosa furono perciò rifatti e rinforzati, assumendo l’aspetto mastodontico di cui anche attualmente rimane traccia evidente. I lavori finirono nel 1776, come risulta dai numerosi graffiti, lasciati dai lavoranti.
Osservando ciò che rimane, specie dell’acquedotto, si possono distinguere le diverse fasi di costruzione: quella del Cinquecento, riconoscibile in basso davanti verso valle, quella dell’inizio del Seicento nei due muri traversali ed i grandi lavori della seconda metà del Settecento nella parte finale dell’acquedotto.
Ancora oggi risalendo il fiume Tacina, sulla riva sinistra del fiume in territorio di Roccabernarda troviamo i ruderi dei seguenti mulini: Mulini della Canosa in località detta “Cinque Mulini”, mulini del Frasso detti volgarmente “Molinazzo” in località Frasso e mulini di Serra Rossa in località Serra Rossa all’interno della masseria degli Albani.
I primi due dovettero essere similari. L’acquedotto del primo è meglio conservato, è più grande e complesso ma manca il mulino.
Il secondo pur essendo quasi completo, esistendo ancora nelle vicinanze anche la casa del mugnaio, è mal conservato, specie l’acquedotto, anche se risulta che ha funzionato fino ad epoca recente. Il terzo è diverso per struttura ed è di costruzione più recente (45) ed è stato dismesso da non molti decenni.

canusa 6

Iscrizioni graffite sull’intonaco.

 

Altri mulini del Crotonese

La presenza di mulini d’acqua in territorio di Crotone è documentata fin dalla metà del Duecento.
Infatti in un atto di donazione fatta nel 1159 da Curbulino al monastero eremitano di San Stefano Protomartire, compare il toponimo “fossam Molendini”. Esso fa parte della confinazione di un fondo in territorio di Crotone presso il torrente Armira (46) (Armeri) nelle vicinanze dell’odierna località Cipolla.
Anche sul fiume Neto sono segnalati mulini già nel Duecento; infatti nel 1149 re Ruggero, confermando i privilegi dell’abbazia di Calabro Maria di Altilia dava “licentia et potestate recipere aquam libere a flumine Neti pro facendis molendinis” (47).
E’ nota la controversia sorta nella prima metà del Trecento tra i florensi ed il monastero del Patire di Rossano per il passaggio dell’acquedotto che doveva alimentare il mulino posto nella grangia di Sant’Elena, vicino a San Petro de Cremasto nella bassa valle.
I florensi ostacolavano il passaggio sulle loro proprietà dell’acquedotto che doveva alimentare il mulino di proprietà del monastero del Patire (48).
Sempre i florensi ebbero nel 1258 dall’arcivescovo di Santa Severina, Nicola da San Germano, il permesso di attingere l’acqua del Neto e di convogliarla per alimentare un loro mulino.
La concessione rinnovata dall’arcivescovo Lucifero nel 1301 comprendeva la possibilità da parte dei florensi di riedificare un altro mulino nelle terre dell’arcivescovo, qualora il fiume avesse mutato corso (49).
Piene rovinose del Neto con danni ai mulini sono segnalate fin dalla seconda metà del Cinquecento (50).
Alla fine del Cinquecento sotto l’abbazia di Altilia vi erano i mulini di Giovanni Barracco detti di Ardavuri ed il mulino di Alessandro Infosino.
A questi si aggiungerà quello costruito dall’abbate commendatario dell’abbazia di Altilia, Tiberio Barracco (51) che nel 1601 concederà ai monaci dell’abbazia di potervi macinare gratuitamente il loro grano (52).
A tale periodo risalgono alcune notizie riguardanti dei mulini situati in territorio di Belvedere Malapezza.
Il barone del luogo, Marcantonio Lucifero, possedeva tre mulini sul fiume Neto vicino alla località “lo giardino”.
I mulini stavano “tutti e tre in una casa” e nell’anno 1588/89 erano affittati per 200 tomoli di grano (53).
(In una carta di fine Settecento sul Neto presso Belvedere ed Altilia sono indicati il “mulino di S. Tomaso” e quello di località Barretta) (54).
Sempre alla fine del Cinquecento un altro mulino era in funzione in territorio di Rocca di Neto ed il feudatario, il conte di Martorano, lo dava in fitto ogni anno (55).
Alcuni decenni dopo nel 1631, sempre di proprietà feudale, in territorio di Rocca di Neto troviamo quattro mulini. In quell’anno i mulini furono venduti assieme ad altre proprietà feudali da Francesco Campitello a Mario Protospatario.
Quattro mulini, tutti in una casa, furono edificati nella seconda metà del Seicento dal nuovo feudatario di Rocca di Neto, i certosini di San Stefano del Bosco, i quali presero a censo per la loro costruzione un piccolo terreno dall’abbazia di S. Giovanni in Fiore (56).
Questi mulini sorgevano in località Scillopio Sottano e venivano affittati in grano dal feudatario assieme ad un piccolo terreno agricolo vicino e alle stanze situate sopra che erano utilizzate dai mugnai come abitazione (57).
Essi erano ancora attivi all’inizio del Novecento (58).
Nella bassa valle del Neto, sempre sulla sponda sinistra del fiume, i coniugi Ferdinando e Lucrezia Pignatelli, principi di Strongoli, fecero costruire nel 1743/1744, vicino al loro casino di Fasana, tre mulini (59).
Importanti mulini di cui abbiamo notizia erano anche quelli di Corazzo (60), sulla sponda destra presso il guado del Neto.
I proprietari dei mulini nel Seicento pagavano un annuo censo all’abbazia di Santa Maria di Corazzo (61). I mulini funzionavano ancora alla fine dell’Ottocento.
Altri mulini erano situati lungo gli affluenti del Neto specie il Lese e il suo affluente Lepre (62)
Troviamo alcuni mulini alla fine dell’Ottocento in territorio di Crotone in località Caramanli e sotto Apriglianello presso il vallone Mezzaricotta.
Altri erano tra Isola e Le Castella lungo il torrente Vorga ed i suoi valloni e nelle vicinanze di alcune sorgenti nei pressi dei casali di Massanova e San Pietro in Tripani.
In documenti del Duecento sono segnalati “lo molino de lo episcopato de Asila” situato nel vallone tra le colline di S. Stefano e S. Costantino (63), il mulino costruito da “Monachus” sul torrente Ceramida di proprietà del monastero del Patire (64) ed un mulino nel casale di Massanova presso la chiesa di Sant’Anna (65).
All’inizio del Cinquecento ci sono: il mulino di Paolo Marrella poco lontano dalla foce del Vorga, quello di Simone Scazurlo, poi del diacono Vincenzo Scazzurlo (66) più a monte, sotto San Fantino nel vallone di Pilacca a Porcarito, e quelli di Scipione de Sancto Croce e di Melchiore Barbamayore, situati presso il casale di S. Pietro di Tripani (67).
Alla metà del Settecento la principessa di Isola, Ippolita Caracciolo, possedeva i mulini “d’acqua” di Ilice (già esistente nel 1696), di Porcariti e di Zagora (68); altri mulini si trovavano nel luogo detto il Ponte sempre sul Pilacca (proprietari erano Giacomo e Giuseppe Puglise e Marco Pedace), sotto San Pietro (proprietari il primiceriato ed il canonicato di S. Giuseppe) e nel luogo detto Petrantino (Paolo Colucci) (69).
Da ricordare ancora quelli esistenti alla fine del Seicento nei pressi della città di Santa Severina. Vicino al convento dell’Osservanza vi era una copiosa sorgente e poco sotto 7 mulini di proprietà privata servivano sia i cittadini di Santa Severina che di Scandale (70),
Altri mulini di cui si hanno notizia all’inizio del Seicento in territorio di Casabona e appartenenti al feudatario Scipione Pisciotta si trovavano in località San Sosto, Acqua Dolce, Santo Biase e due in località Carvanello (71).
Sempre negli stessi anni in territorio di Melissa in località la Punta, in uno dei valloni che sfociano nel torrente Lipuda, vi erano due mulini di proprietà del feudatario Francesco Campitelli.
Il feudatario li affittava per tomola 212 di grano all’anno (72). Mulini sorgevano inoltre lungo il Lipuda che “anima i molini sotto Umbriatico, e più giù quelli di Carfizzi, e poi di Melissa ” (73).

Note

1 .L’università di Cutro possedeva la gabella o dazio della farina che nel 1594 era a ragione di grana 12 e mezzo per tomolo di grano che si mandava a macinare.In quell’anno l’asta fu vinta da Gio. Vittorio Arabbia che offrì ducati 1220. All’inizio del Seicento era salita a grana 15 per tomolo, ANC.(Atti Notarili arch. Stat. CZ.) 12, 1594, 146-147; 59, 1610, 112, 117-118.
2 .L’università di Crotone possedeva da tempo antico il dazio o gabella della macina della farina alla ragione di un carlino per tomolo che le fruttava ogni anno circa ducati 900. Alla fine del Cinquecento la tassa fu elevata ad un tari per tomolo di macinatura di grano.La gabella, previo assenso regio,veniva affittata “con li capitoli soliti et centimoli dentro la citta”. Per combattere le frodi che si commettevano, nel 1632 ottenne dal re che si levassero i mulini dalle case dei padroni e si concentrassero, come nel passato, in un unico luogo obbligandosi a costruire a sue spese le case per i mulini, ANC. 49, 1591, 65-70; Prov. Caut. Vol. 17, f.18 (1589); 26,f.81 (1598); 146, 394(1632) ASN.
3 .Ancora all’inizio del Seicento nel castello di Crotone vi era “uno molino di pietra che non macina più per non esserci mula”, ANC. 118, 1630, 42-46.
4 .Nel 1570 in un catoyo del palazzo vescovile vi era un centimulo per uso del vescovo, Conto del m.co Giulio Cesare de Leone sopra l’entrate del vescovato di Cutrone ,1570 et 1571, Dip. Som. 315/9, ASN. S. Duarte possiede “un molino macinante cioè pietre e legname tantum”, ANC. 612, 1716, 91.
5 .Nel marzo 1764 mancando la farina poichè “li centimoli di questa città (Crotone) non macinavano e pochissimi erano quelli che facevano tal mestiere per uso di casa” per poter fornire il pane per l’annona si porta il grano per essere macinato dalle “panettiere” ai mulini ad acqua di Corazzo, che si trovano sul Neto in territorio di Scandale, ANC. 1324, 1764, 106.
6 .L’università di Cotronei si rivolge al re perchè dovendo riparare un’ogliara che possedeva da più secoli ne era impedita dal feudatario il quale non solo minacciava di demolirla ma facendosi forte dello “jus prohibendi” impediva ai cittadini di andare a macinare le olive anche nelle proprie ogliare ed in quelle appartenenti alle cappelle del SS.mo Rosario e di S.to Antonio, Prov. Caut. Vol. 294, f. 156 (1698), ASN.
7 .Miscellanea monastero di S. Maria di Altilia,529,659,B8, f.3 Arch. Stat. CZ.
8 .Nel 1219 Federico II concede che il monastero florense possa “molendinum aedificare in tenimento Acherentiae”, Siberene p.219.
9 .Ughelli F., Italia Sacra, IX, 478
10 .De Leo P., “Reliquiae” florensi, in Storia e messaggio in Gioacchino da Fiore, San Giovanni In Fiore 1980, p.409.
11 .Siberene, p.212.
12 .Siberene p. 534.
13 . Nel 1472 re Ferrante vendeva a Diego Canaviglia la terra di Casabona coi feudi di Cocumazzo e S. Nicola dell’Alto “..et cum molendinis arrendatis per Mateum de Aragona” ,Maone P., Casabona feudale, Historica n.3/4,1964,p.144.
14 .Siberene, p.292.
15 .Siberene, p.311.
16 . Nell’apprezzo di Mesoraca del 1574 tra i beni burgensatici del feudatario vengono ricordati due mulini macinanti in località “l’orangi”, sei mulini presso l’abitato e due mulini ormai “ruinati” in località “Piraynetto”, Caridi G., Decime ecclesiastiche e diritti signorili sui pascoli nel territorio di Mesoraca nei secoli XVI e XVII, in ASCL 1984, p.70 sgg.
17 . Alla fine del Cinquecento il monastero di S. Francesco di Paola di Roccabernarda acquisisce dall’ecclesiastico F. Cosentino un mulino in località Brancati che poi rivende, Mazzoleni J., Fonti per la storia della Calabria nel Viceregno, Edisud 1968, p.13
18 .L’abazia di S. Angelo in Frigillo “Proximum habet flumen quod paulo inferius labitur, prope muros dicti oppidi (Mesoraca) ad commodum molendinorum tam abatiae quam oppidi”, De Leo P., Certosini e Cisterciensi nel Regno di Sicilia, Rubbettino 1993, p.198.
19 .ANC. 1324, 1764, 106-107.
20 .ANC. 1063, 1744, 38-51; 666, 1744, 55-56.
21 .Nel 1846 un decreto autorizzava il comune di Roccabernarda a concedere in enfiteusi un suolo comunale a Leonardo le Rose per costruirvi un mulino, Valente G., La Calabria nella legislazione borbonica, Effe Emme 1977, pp. 473-474.
22 .Il magnate Gottofridus figlio di Yvum subentrò ad Alioctus nell’amministrazione del monastero di San Nicola presso il fiume Tacina.Il monastero era stato fondato e dotato da Nicola Grimaldo visconte e signore di Santa Severina, Pratesi A., Carte latine di abbazie calabresi, Città del Vaticano 1958, pp. 28-29.
23 . Già nell’anno mille tra le proprietà dell’abazia benedettina di Montecassino troviamo un “molendinum aquarium”, Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum, Napoli 1865, pp.11-12.
24 .Nel 1132 la contessa di Crotone Mabilia conferma all’abate Luca del monastero del Patire il monastero di S. Costantino in territorio di Isola “cum molendino existente in rivo Ceramide quae Monachus fecit”, Ughelli F., cit:, IX, 481-482.
25 .Lucio III e l’arcidiocesi di Santa Severina, Siberene, p.10.
26 . Pratesi A., cit. p. 200.
27 .Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Fiorentino Napoli 1963, p. 278-279.
28 . Fiore G., Della Calabria Illustrata, Chiaravalle Centrale 1977, III, pp. 326-327.
29 .Ref. Quint. 207, ff.78-122, ASN.
30 . Il feudatario possedeva “nella terra di Cutri; la mastro d’Attia la quale va unita con quella delle Castelle e di S.to Giovanne Minagò,la Bagliva coli suoi corpi annessi li cenzi minuti, così feudali come burgensatici, Adoha del subfeudo di Paparone, Ancoragio della marina di Cotrone, Taverna nella piazza, Poteca nel medesimo luoco, jus della fiera di S.to Vittorio, le molina della Canosa, il corso di S.to Vittorio in sù e in giù seu la chianetta et con diversi altri territori”, Ref. Quint. Vol. 207, f.83, ASN.
31 .ANC. 12, 1578, 181.
32 .ANC. 60,1595, 218-219.
33 .Ref. Quint. 207, ff.78-122, ASN.
34 .Abbazia di S. Angelo di Frigillo: Censuarii habentes census veteres… die decimo sexto mensis Xbris 1597,Arch. Piterà.
35 .ANC. 58, 1600, 6v.
36 .ANC. 69, 1615, 54v- 55.
37 .Nel 1595 i mulini furono affittati per 3 anni a 1580 tomoli di grano all’anno; nel 1610 a Sigismondo de Bona per 4 anni per 1560 tomoli; nel 1614 a Gio. Ferrante Mendolara per 5 anni per 1930 tomoli; nel 1620 ad Alfonso de Rose per 5 anni per 2060 tomoli; nel 1625 a Renzo de Martino per 5 anni per 1903 tomoli; nel 1635 a Michele Milioti per 5 anni per 1600 tomoli,ANC. 60,1595,214; 69,1610,68-69; 69,1615,42-43; 70,1620,49-52; 71,1625,59; 71,1635,80.
38 .ANC. 69, 1610, 68-69.
39 .In precedenza per 5 anni lo aveva affittato nel 1610, Gio Ferrante Mendolara, ANC. 70, 1620, 49-52.
40 .Il 22.10.1651 sulla piazza di Cutro l’erario dello stato di Cutro, Marco Antonio di Bona, per ordine e mandato del capitano Luca Antonio Oliverio , generale governatore, mette all’asta l’affitto dei beni feudali tra i quali i “molina della Canosa”, Reg. Ud. Cart. 383- 47, fasc. VII-172,f.90, AS.CZ.
41 .Il 4.9.1664 l’erario dello Stato di Cutro metteva all’asta l’affitto dei mulini della Canosa di alto e di basso che venivano aggiudicati a Francesco Affittante di Cotronei, che già li aveva in fitto da anni, per 1500 tomola di grano all’anno che iniziava dal primo di settembre, ANC. 231,1664,62.
42 .Nella asta del 1686 i mulini della Canosa vennero stimati ducati 5008- 16, Ref. Quint. 207 cit.
43 .Nel 1762 il Tacina inonda le terre di Terrata e Camerlingo in territorio di Roccabernarda causando l’affogamento di 16 capi di bestiame, ANC. 696,1764,21v,37v.
44 .Il monastero di Altilia possedeva un mulino sul Neto in località Radicchia “ma per mancanza dell’acqua sufficiente si rese inutile, e diruto, e consisteva in una sola casetta terrana con pochi attrezzi, e ceramidi e senza porta”, Lista di carico, Altilia, Monastero de PP. Cisterciensi,f. 33 Cassa Sacra, Arch. Stat. CZ.
45 .Le terre di Serra Rossa ora di proprietà degli Albani alla metà del Seicento facevano parte del feudo di Papalione di Bernardino Oliverio di Cutro, Reg. Ud. Cart. 383 -47 cit.
46 .Trinchera F., cit, pp.208-209.
47 .Ughelli F., Italia sacra, IX, 478.
48 .Ughelli F., cit. IX, 517-519.
49 .Siberene, p.212.
50 .Nel 1578 Antonella Trombatore vendeva a metà, perchè danneggiati dalle piene del Neto, 3 dei 5 mulini acquistati 8 anni prima. Vengono ricordati in territorio di Santa Severina anche due mulini in località Yroleo ed uno vicino al vallone di Monastria, Caridi G., Uno “stato” feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi 1988, pp.85-86.
51 .Miscellanea monastero di S. Maria di Altilia,529,659,B8, f.3 Arch. Stat. CZ.
52 .Relazioni dei Cistercensi an. 1650, Congr. Statu Regul. 1650, 16,B, ff.68-74, ASV.
53 .Somm. Relevi Vol. 352, inc. 4, ASN. Sempre il feudatario di Belvedere Malapezza nel 1743 possedeva tre mulini dentro la difesa Barretta, Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, in ASCL n.1/2, 1962, p. 48.
54 .Gius. Guerra inc. Nap. 1789.
55 .Somm. Relevi Vol. 352, inc. 4 cit.
56 .Esistenti già nel 1639 in seguito fecero parte delle rendite feudali della grancia di Rocca di Neto dei certosini di San Stefano del Bosco, Placanica A., Il patrimonio ecclesiastico calabrese nell’età moderna, Frama’s 1972, p.298.
57 .Caridi G., Il latifondo calabrese nel Settecento, Roma 1990, p.133.
58 .Nel 1809 il comune di Rocca di Neto ne rivendicò il possesso, trovandosi i mulini in un terreno di proprietà comunale,Gallo Cristiani A., Piccola cronistoria di Rocca di Neto, Roma 1929, pp.71, 75.
59 .ANC. 1063, 1744, 38-51, 56-63
60 .ANC. 1324, 1764, 105-106.
61 .Nel 1633 i mulini, situati alla “Coltura di Corazzo”, erano posseduti da Gio. Domenico de Franco, prima erano stati di Carlo Susanna, che pagava un censo annuo di ducati due e grana cinquanta all’abbazia di Corazzo,Borretti M., L’abbazia cistercense di S. Maria di Corazzo, in Calabria nobilissima, n.44, 1962,p.135.
62 .Nel 1576 lungo il fiume Lepre, vicino alla grancia di Bordò, vi era il mulino di Francesco Salvino, Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p.29
63 .Nell’aprile 6680 Guglielmo, re di Sicilia, conferma al monastero della Santa Trinità de Magliola la grancia di S. Stefano posta in territorio di Isola. I confini della grancia passavano per “Catoriaci o vero mal vallone et passa lo mal vallone per sotto lo molina delo episcopato de Asila”, Processo Grosso ff. 67-68,AVC.
64 .Nel 1128 la contessa di Crotone Mabilia conferma all’abate del monastero del Patire Luca la chiesa di S. Costantio ed il mulino in territorio di Isola già donati da Giovanni, vescovo di Isola, Ughelli F., IX,481-482.
65 .Privilegi del vescovato di Isola in Proceso Grosso cit.
66 .Instrumento di concessione a Gio. Matteo e Ottavio Scazzurlo per Mons. Caracciolo in carlini 15 per lo censo del Pantano nel territorio detto Porcarito confine lo molino del Diacono Vincenza Scazzurlo nell’anno 1575, AVC.
67 .I due mulini vengono nominati in un atto del 1538 riguardante la concessione in enfiteusi del casale da parte del vescovo Lambertini in favore del feudatario di Isola, Carte antiche del vescovato di Isola, AVC.
68 .ANC. 1063, 1749, 1-10.
69 .Catasto Onciario di Isola, 1768/69, ff.49v,59v,87,90, AVC.
70. Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene, p.122.
71 .Maone P., Casabona feudale, in Historica n.5/6, 1964, pp. 195-196.
72 .Somm. Relevi vol. 383, Fs. 29, ASN.Ancora nel 1831 risultavano affittati i due mulini del feudatario detti di Passeri e Celsi, Arch. Pignatelli Ferrara di Strongoli, Fslo. 75, inc.83.
73 .Pugliese G.F., Descrizione ed istorica narrazione dell’origine, e vicende politico-economiche di Cirò, Napoli 1849, p.38.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*