I mulini di Corazzo sul fiume Neto

Corazzo 2

Scandale, località Corazzo.

Fin dal Medioevo gli arcivescovi di Santa Severina concessero, previo il pagamento di un annuo censo in grano alla chiesa, terreni presso il fiume Neto a nobili ed abati, i quali vi costruirono mulini ed acquedotti. Ricordiamo che i florensi ebbero nel 1258 dall’arcivescovo di Santa Severina Nicola da San Germano il permesso di usare l’acqua del Neto per alimentare un loro mulino.
La concessione rinnovata dall’arcivescovo Lucifer de Stephanitia nel 1301 comprendeva anche la possibilità da parte dei florensi di riedificare un altro mulino nelle terre dell’arcivescovo, qualora il fiume avesse mutato corso (Siberene, p. 212).

Alcuni mulini sulla riva destra del fiume Neto
Numerosi mulini esistevano sul Neto sotto Altilia, vicino e di fronte alla confluenza del Lese.
Da un inventario di scritture appartenenti alla chiesa e Mensa Arcivescovile di S. Severina fatto nel settembre 1594 dall’arcidiacono Gasparo Caivani troviamo una “Concessio molendinorum Ardavuri in favorem Francisci Palermi et Fabritii de Modio sub anno 1532” . Dalla platea della mensa Arcivescovile di Santa Severina, compilata nel 1576, ricaviamo che l’arcivescovo Matteo Sertorio nel gennaio 1532 concesse, previo il pagamento di un annuo censo in grano, una parte delle terre che la chiesa possedeva presso il fiume Neto in località Ardavuri a Francesco Palermo e Fabritio de Modio, i quali avevano intenzione di costruire dei mulini. Dallo stesso documento risulta che nella stessa località passava l’acquedotto dei mulini posseduti dal nobile Alfonso Joris Hispanus. Sempre nella platea è annotato che la mensa arcivescovile esigeva un annuo censo di ducati sei su tre mulini presso la riva del fiume Neto in località La Nuce, situata ai confini del corso di Casale Nuovo. Questi mulini (“Libro dei censi di S. Anastasia delo anno 1555, 1556, 1557, 1558) erano appartenuti in passato a Ioanpetro Ectorre Spagnolo e poi a Loise Carraffa. Per tale motivo quest’ultimo non solo pagava nel 1555 un censo annuo di ducati sei alla Mensa Arcivescovile, ma anche altri ducati quattro per un altro mulino, che era appartenuto a Mario de Marsica. Nel 1564 i mulini al Neto e quelli che erano appartenuti al Marsica erano passati con i loro censi agli eredi (Censi 1564 e 1565). Poi i mulini di Ardavuri passarono di proprietà della nobile Antonella Tronbatore. Sempre alla riva del Neto vi era poi il mulino con prato e terre contigue in località Yiroleo di Luca Gioani Infosino, il quale nel 1555 pagava un annuo censo in grano alla mensa arcivescovile di dodici tomoli. Il mulino nel 1564 era detenuto da Jo. Bernardino e da Alessandro Infosino, i quali pagavano ciascuno un censo di ducati sei, quindi rimase di proprietà di Jo. Bernardino.
Il 28 maggio 1572 l’abate di Santa Maria di Altilia Mario Barracca ed il barone di Lattarico Tiberio Barracca vendettero per ducati 200 i mulini di Ardavuri ad Antonino Longo di Taverna, abitante in Santa Severina. I quattro mulini con case, prati, giardino ed acquedotti, situati “in ripa fluminis Neti”, erano gravati da un censo annuo perpetuo di 18 tomoli di frumento da versare all’abbazia di Altilia (Copia della Platea et inventario delli beni della R. Abbatia de Altilia, 1575). Nel settembre 1578 il Longo donava due mulini situati in località Yroleo alle sorelle monache Angelella e Paola (Caridi G., Uno “stato” feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi 1988, p. 86).

Corazzo 1961

La località in una aerofotogrammetria IGM.

 

Ricostruzione dei mulini
I mulini e gli acquedotti furono più volte ricostruiti a causa delle periodiche piene del fiume. In una nota si trova scritto che il terreno concesso dall’arcivescovo per costruire dei mulini era stato dell’estensione di 18 tomolate ma che a causa dell’erosione del fiume Neto, esso si era ridotto a solo sei tomolate e così anche il censo, che la mensa arcivescovile riscuoteva, era diminuito ad un terzo: “quanto alli tre molina del Caraffa trovo una scrittura dell’istesso del 1556 ne la quale egli espose perche n’erano di tum(ulat)e. 18, ma poscia ridotta a meno per lo fiume di Neto, cioè a tum(ulat)e 6 “. Mentre nel 1578 in Santa Severina Antonella Trombatore vendeva a metà, perché danneggiati dalle piene del Neto, 3 dei 5 mulini acquistati 8 anni prima (Caridi G., cit. p. 86).

Mulini nelle terre feudali del conte Carrafa
Nella prima metà del Cinquecento il riattivarsi del commercio granario, soprattutto verso l’area napoletana, e la domanda crescente di farina per sfamare l’aumentata popolazione favorirono l’erosione dell’area boschiva e la costruzione di numerosi mulini.
All’inizio del Cinquecento tra i possessi del conte di Santa Severina Andrea Carrafa, come si legge nel documento di reintegrazione del feudo, compilato nel 1521, vi era il feudo di Santo Stefano presso il fiume Neto. I confini del feudo si estendevano dal fiume per “Fisa di Volo”, “Scrivo”, “la Via Pubblica”, “la Colle delo Petraro”, “Valle Cupe”, “Ferrato”, “Latina”, “Faraone”, “Aqua dela Nocilla”, “Lo Cantone”, “la Colle dela Petrosa”, “Aqua dela Mortilla”, “Tracia Vetere” “Fonte de Scifo”, “Serra dela Guardia”, ecc. All’interno del feudo di Santo Stefano il nobile Guglielmo Infosino, per concessione e privilegio del conte Andrea Carrafa, nei primi anni del Cinquecento aveva costruito due mulini sul fiume Neto nel luogo detto “sotto la Valle di S.to Helia et Lo Raietto”. Uno lo teneva in feudo e sotto feudale servizio, per l’altro pagava al conte un annuo censo di carlini cinque. Oltre ai mulini l’Infosino nelle vicinanze possedeva un prato per uso dei mulini ( f. 34) ed una continenza di circa cinque salmate di terre, parte coltivate e parte incolte. La continenza confinava: ad oriente con i mulini ed il corso dell’acqua proveniente dai mulini, a borea con il fiume Neto, a occidente con il vallone secco de Pachiarello ed a mezzogiorno con l’acquedotto che alimentava i mulini. Il nobile vi aveva costruito una casa e piantato numerosi alberi da frutto e vigne  f. 27v) (Arch. Arc. di S. Severina, cart. 25 D, fasc. 4, Processus super occupationes terrarum di difesa di Volo).

I mulini di Corazzo
I mulini più importanti si trovavano sul suolo appartenente fin dal Medioevo all’abbazia cistercense di Santa Maria di Corazzo, sulla sponda destra presso un guado del Neto in località Corazzo, ai confini tra il territorio di Santa Severina e quello di Crotone.
Essi furono costruiti nel tenimento o grancia di Santo Pantaleone, che il 14 settembre 1225 l’imperatore Federico II° aveva confermato all’abate Milo in territorio di Santa Severina. La grancia era costituita da un insieme di gabelle (Volta di Corazzo, Caramallo, Filatto, Gramato, Pirito, Cutura, Cantore, Mutro, Valle della Vecchia ecc), che l’abbazia aveva ottenuto per oblazione di fedeli e che deteneva sia in feudo, che in burgensatico.
Nel documento sopra richiamato di reintegrazione del feudo troviamo che nelle vicinanze del confine, tra il territorio di Santa Severina e quello di Crotone, nei primi anni del Cinquecento il nobile Gio. Francesco Susanna aveva costruito un mulino sul fiume Neto. Il documento nel descrivere il feudo di Turrutio, situato in territorio di Santa Severina ai confini con quello di Crotone, così ne traccia i confini: “… subtus ecc(lesi)am S.tae Mariae de la Fossa et exit ad Terminum Magnum existentem infra territorium civitatis S,tae Severinae et civitatis Cotroni et ferit ad flumen Nethi transeundo subtus molendinum N. Jo: Franc.i Susannae noviter edificatum et per dictum flumen ascendendo ferit ad collem dictam de Fisa de Volo versus occidentem …”. Essendo i mulini strutture complesse, che si estendevano su vasti territori, il Susanna oltre ad obbligarsi a pagare in perpetuo un annuo censo all’abbazia di Corazzo per il suolo concesso, parte della gabella Volta di Corazzo, sarà costretto a stipulare altre convenzioni con i proprietari dei terreni vicini, quasi sempre enti ecclesiastici, per poter costruire e fare passare l’acquedotto, che dal fiume Neto dovrà alimentare il mulino.
Questi accordi col passare del tempo saranno più volte impugnati , dando origine ad accese liti, sia per il mutare dei proprietari, sia per il variare del corso ed i ricorrenti danni del fiume.
I nuovi proprietari dei terreni infatti ritennero, che le concessioni a suo tempo stipulate, erano falsate, in quanto favorivano apertamente i proprietari dei mulini.
(Copia autentica di lo instrumento di lo aquaro de fisa di volo, concessa al S.or Diomede Susanna con li patti infrascritti, a 22 de gennaro 1571. In Napoli ).
Una di queste liti riguardò la Mensa Arcivescovile di Santa Severina ed i proprietari dell’acquedotto che attraversava il territorio di “Fisa di Volo”, situato nella pianura presso il Neto. Se da una parte spesso si perpetrava una frode, accordandosi l’economo dell’ente ecclesiastico con il proprietario dei mulini ed in cambio di una regalia si sottostimava il terreno ecclesiastico concesso, dall’altra in seguito, cambiando gli attori, essendo la rendita non corrispondente al terreno concesso, i nuovi economi davano adito a lunghe liti per cercare di recuperare parte delle perdite. Per far questo a volte si presentavano copie di documenti alterate. E’ il caso di una copia di un atto notarile, nella quale sembrano inserite alcune parti a favore della mensa arcivescovile, che descrive i confini della gabella “Fisa di Volo”. In essa ad un certo punto il testo latino lascia il posto al volgare per poi ritornare al latino.
Il 22 gennaio 1571 in Napoli , Atto del notaio Salvatore Porcari di Napoli tra Ioanne de Martino e Diomede Susanna. Il De Martino possiede in burgensatico una gabella in territorio di Santa Severina nel luogo detto “Fisa di Volo”. La gabella confina con il fiume Neto, con la gabella o territorio detto de Scrivo della curia comitale di Santa Severina e “per frontes frontes aqua fundente a Scrivo usque ad collem delo petraro juxta alias terras comitali curiae dittas dela colle delo petraro” ed altri confini. Il De Martino con questo atto concede al Susanna il diritto e la possibilità di costruire un acquedotto attraverso la pianura di questa gabella presso il fiume Neto e per tutta la pianura fino al colle de la Petrosa “per planitiem dictae gabellae prope flumen Nethi et per totam dictam planitiem usque ad collem cretosam dittam la colle de fisa de volo et per sotto la fronte de ditta colle quale e sotto la via publica che se va ad Coraczo et per sotto detto fronte sino a lo fine de ditta gabella et per qualsivoglia altra parte de la ditta planicie sotto detto fronte per dove meglio parera et piacera al detto S.r Diomede et ali soi mastri et experti da construerse sitto aqueducto in ditto loco et per ditto loco de palmi quattro cinque sei et fino octo palmi de larghezza et profondo quanto serra necessario per la comodita del acqua quale se ha da portare in le tre molina de ditto S.r Diomede edificati in loco ditto Coraczo verum che in la inclinata da donde se pigliara lacqua dal fiume de Netho per condurla et indrizarla per dentro il detto aqueducto sia lecito al d.to S.r Diomede fare constriuere detto aqueducto largho de tanti palmi quanto serra necessario ad giuditio de soi experti”. Scelto il luogo e costruito l’acquedotto, sia lecito al Susanna ed ai sui eredi costruire un altro acquedotto nella stessa gabella nel caso che il primo acquedotto non riesca più a portare acqua ai mulini, sia per causa che il fiume Neto abbia mutato il suo corso o per altro accidente.
Viene inoltre affermato che tutta la pianura attraversata dall’acquedotto rimane di proprietà del De Martino, in quanto il Susanna ha solo il diritto di fare passare l’acquedotto per alimentare i tre mulini. Il Susanna è obbligato a tenere e conservare l’acquedotto ben mantenuto in modo che l’acqua non esca ed allaghi la pianura; inoltre nella pianura non deve far entrare uomini nè con i carri nè con gli animali. Egli deve tenere pulita e praticabile la via pubblica che va alla città di Crotone, cominciando dalla radice del colle della difisa di volo lungo tutta la via che va fino al colle delle mandre, affinchè gli uomini e gli animali possano liberamente passare per la via pubblica antica del colle petroso di fisa di Volo fino al confine della detta gabella. Il Susanna è inoltre tenuto a fortificare le rive del fiume Neto, affinché le sue acque non escano ed allaghino la pianura. Egli deve piantare ogni anno cento piante verdi di pioppi e di salici distanti otto palmi uno dall’altro in modo che il fiume non eroda la pianura.
D’altra parte sia lecito al De Martino dal primo giorno di maggio per tutto il mese di settembre di ogni anno prendere acqua da ogni parte dell’acquedotto per irrigare alberi e orti.
Il Susanna si obbliga a versare entro il mese di agosto di ogni anno diciotto tomoli di grano alla “ misura magna seu napoletana” del frumento, proveniente dai suoi mulini e condurlo a sue spese nel magazzino del De Martino che si trova nella città di Santa Severina .

Nuovi proprietari
Da Diomede Susanna i mulini di Corazzo con i loro censi passarono pochi anni dopo a Carlo Susanna, il quale risulta proprietario anche della gabella detta la Volta di Corazzo.
In una “Nota seu inventario della grancia di S.ta Maria di Corazzo di tutti li terreni censi et entrate poste nel territorio di S.ta Sev(eri)na rendenti a detta grancia di abatia fatta per me Donno Minico Paparuggero a di 25 sett.e 1588” sono descritti i terreni ed i censi appartenenti all’abbazia.
Tra i terreni, che compongono la grancia, troviamo la gabella chiamata la Volta di Corazzo, “posta in detto territorio loco detto Corazzo confine la Volta del S.r Carlo Susanna et confine la fiumara di Neto et la gabella di Corazzello et altri confini” e tra i censi è riportato “ le moline del S.r Carlo Susanna poste a Corazzo rendono carlini vinti quattro.
In seguito i mulini risultano di proprietà di Gio. Domenico de Franco. Infatti nel 1633 i mulini, situati alla “Coltura di Corazzo”, erano posseduti da Gio. Domenico de Franco, prima erano stati di Carlo Susanna, che pagava un censo annuo di ducati due e grana cinquanta all’abbazia di Corazzo (Borretti M., L’abbazia cistercense di S. Maria di Corazzo, in Calabria nobilissima, n. 44, 1962, p. 135.)
Quindi divenne proprietario Gio. Francesco Franco, il quale “per la passata dell’acqua delli molina di Corazzo, che fu di Luca fran.co delli Martini, ch’al presente tiene il S. Duca di S.ta Severina paga ogni anno un tari ( di censo alla chiesa parrocchiale di Santa Maria La Magna di S. Severina) (Catasto della cappella di S. Maria la Magna, 1678). Dai De Franco i mulini di Corazzo passarono di proprietà agli Sculco, duchi di Santa Severina. Tra le “Terre lavorative, che si possedono per la chiesa parocchiale di Santa Maria La Magna di Santa Severina che s’ingabellano in grano” ci era “Alla Croce via di Torrotio fra la via, che va a Corazzo e l’altra va verso le mandre, c’è uno vignale tra una via e l’altra di due tumulate e confina il vignale del can.to di S. Dom.ca di Turrotio, e la gabella di Fisa di Volo via mediante et è proprio quello di mezo e tira insino all’acquaro. E sotto lo p.tto vignale c’è uno capo di vota per mezo del quale passa l’acquaro di Corazzo, e lo Padrone del Molino paga di censo a d.a chiesa di S. Maria carlini due, e l’hoggi possiede il S.r Duca di S. Severina ma s’intende solamente per la passata dell’acqua due carlini per il resto delle terre sono della chiesa”.

Una Lite per l’acquedotto
Il 17 gennaio 1684 in S. Severina.
Da una parte D. Leonardo Molinaro di Mesoraca, economo della cappella di S. Maria degli Angeli, posta dentro la chiesa metropolitana di S. Severina e D. Joseph Melea, canonico ed odierno communerio del Capitolo.
Dall’altra D. Domenico Sculco , duca di Santa Severina.
“Come nell’anno passato per parte di detto economo fu intentata lite nella curia di detta città contro detto Ill.e Duca sotto pretesto non fosse stato lecito ad esso Ill.e Duca far scavare nelle terre vulgarmente dette difisa di volo, poste nel corso di torrotio, pertinenza di detta città del dominio e possessione di detta cappella un nuovo acquaro in luogo del Aquedotto vecchio, che era nel medesimo territorio per scorrere del fiume Neto l’acqua nelle molina, che esso Ill.e Duca tiene nelle sue terre d.e Corazzo, pertinenza della medema città, quali furono costrutti dal qm Ill.e duca Gio. Andrea padre di d.o hodierno duca, e si bene per parte di esso Ill.e Duca fussero state opposte varioe e diverse eccezioni e raggioni e particolarmente quella della presentatione del jus di d.o Acquaro e della facoltà ancora di poterlo mutare a suo arbitrio nulla di meno per la detta Curia arcivescovile fu proceduto a sentenza di inscomunica contro esso Ill.e duca, il quale havendone havuto ricorso alla Sacra Congregazione di Immunità pretendendo far revocare detta sentenza etiamdio in vigor di molte scritture nuovamente ritrovate a suo favore sopra tal materia è stato da d.a Sacra Congregatione ordinato.con dupplicate lettere la trasmessione dell’atto e l’assolutione di esso Ill.e Duca.

La nuova convenzione.
Il duca per mostrare la sua devozione e pietà verso la chiesa con l’infratto peso di celebrare d(ett)o anniversario et non altro modo non solo sopra detti molina a quali serve l’acquaro prefato giardino e terre di Corazzo contigui a detti molina, ma anche sopra le terre vulgarmente dette foreste seu forestella di esso Ill.e duca site e poste nel distretto di questa sudetta città nel vallo di detto fiume Neto, confine le gabelle di Torrotio. Il duca deve pagare un’annua prestazione alla cappella, o annuo censo, o canone perpetuo, di ducati 20 al 15 agosto di ogni anno in perpetuo (Notaio Vito Antonio Ceraldi, anno 1684, ff. 1-6.)

Costruzione di una chiesa in località Corazzo
Il 10 giugno 1685 il duca di Santa Severina Domenico Sculco affermava “ come per beneficio suo e de suoi heredi e successori come anco per commodo de contadini, che pratticano e stanno nelli giardini e molini di Corazzo territorio di esso Ill.e duca nel distretto di questa medema città confine il fiume di Neto, la gabella di Torrotio, et altri notori confini, ha fatto edificare in detto luoco una cappella con il suo altare con l’immagine sotto il titulo della Beatissima Vergine Protettrice dell’Anime del Purgatorio. Quale cappella havera il suo culto ogni giorno di domenica”. Il duca dota la cappella per una eddomada celebranda ogni domenica, come per mantenimento de suppellettili e servitio di quella pagare ogni metà di agosto cossì sopra le annue rendite e affitti di detto giardino e molini burgensatici come sopra ogni altra sua rendita annui docati undeci, cioè docati otto per l’elemosina della eddomada e docati tre per il mantenimento di dette suppellettili. (Notaio Vito Antonio Ceraldi di Rocca Bernarda, anno 1685, ff. 13-14)

Rovina dei Mulini
Il 4 dicembre 1687 in Santa Severina.
Atto publico fatto a richiesta del Sig. D. Bernardo Sculco affittatore dello Stato di S. Severina per li molini di Corazzo (notaio Vito Antonio Ceraldi, 1687, f. 17)
Tra i beni compresi nell’affitto del feudo mancano i quattro mulini siti nella volta di Corazzo, “che sono soliti affittarsi docati ottocento in circa l’anno conforme in d.a offerta e provisioni sta espressato, si protesta che di quattro molini non sono esistenti al presente non macinano essendone diruti tre di essi a tal segno che à pena vi è romasto il vestigio di quelli … l’acquaro è tutto guasto e non ci può andare acqua e inoltre a il quarto apena può macinare pochissima quantità per lo che si rende quasi inutile onde per poter rifare li detti tre molini e renderli habili a macinare e fruttiferi e ristorare l’altro quarto molino vi bisogna di spesa da docati mille in circa”.
In seguito i mulini passarono per acquisto in proprietà del duca di Santa Severina Antonio Gruther e quindi passarono al figlio, il principe Pier Mattia Grunther, duca di Santa Severina.

I mulini nel catasto Onciario di S. Severina del 1743
Al tempo della compilazione del catasto onciario furono censiti nel territorio di Santa Severina sei mulini adatti a macinar grano ed altre vettovaglie. Il feudatario di Santa Severina Pier Mattia Grunther ne possedeva due, uno in località Corazzo ed un “molinello” nel luogo detto “il Passo seu Favata”; il cantore Martino Severino ed il canonico Maurizio Giuliani, in comune ed indiviso, possedevano un “molinello” in località “il Salice”; la mensa arcivescovile aveva un mulino nel luogo detto “il Salice” chiamato “la Torretta”; il cantore Martino Severino ed il sig. Tomaso Faraldi, in comune ed indiviso, avevano un mulino detto “la Impetrata” ed Antonio di Soda era proprietario di un mulino nel luogo detto “Mirgoleo”.
Tra i beni burgensatici appartenenti al feudatario di Santa Severina Pier Matteo Grutther troviamo quindi descritti il giardino ed il mulino di Corazzo con la rendita: “ nel luogo detto Corazzo, dentro una casa quattro molini da macinar grano, ed altre vittovaglie confine il giardino di Corazzo del med.o Sig. Duca, la gabella di Corazzello territorio di Cotrone e Volta di Corazzo dell’abbazia di Corazzo, affittati a Dom.co Ant.o Lattaco e compagni di Scandale per tt.li 533 grano l’anno, valutato a carlini sette il tomolo importano 373.10 de quali ne duducimo per spese annuali secondo il conto da noi minutamente fatto dell’acconcio da fare della casa dove detti molini stanno situati, acconcio di sayette, annettare l’acquaro, far l’ingregornata della presa del fiume Neto ed accomodare le rotture che di continuo sortiscono D. 260. Restano tutti a beneficio di d.o Ill.e Possessore 123:10”.

La mensa arcivescovile e la questione dei mulini
In una Platea (Inventario e Catasto di tutti i beni mobili, diritti , azioni, censi ecc dovuti alla chiesa ff. 48v -49r) compilata nel 1576 al tempo dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro è inserita una nota che fa il punto sui diritti della chiesa di Santa Severina sui mulini. I censi che la Mensa esigeva sui terreni a suo tempo concessi per la costruzione di mulini sul fiume Neto si erano con il passare del tempo ridotti ed alcuni non si riscuotevano più; ciò era dovuto alle difficoltà di individuare i mulini ed i terreni, su cui erano infissi i censi, sia per il mutare dei proprietari, che per l’erosione dei terreni e le piene del fiume Neto.
(“Il molino al Salice si tenne prima per Luc’Ant(oni)o Infosino e avanti d’esso da Filippo Guerriere, e più antic(amen)te da Bart(ol)o di Piacenza e da tutti questi ten(utar)i per tum(ula) 20 gr(ano) con giardino, e altre terre annesse, al quale tenimento confina da due parti la via pub(li)ca, e dall’altra il vallone dove le donne lavano li panni, e che passato con lo stesso censo da un mano all’altra con consenso dell’Arciv(escov)o e Cap(ito)lo. Così si cava da alcune scritture del 1544 che si conservano nell’archivio della Mensa Arciv(escovil)e. Ma di questo molino e giardino e terre non se ne trova conto in questa Platea.
Delli molini poi ad Ardauri, confine al fiume Neto, se ne fa mentione qui sopra f(oli)o 27; che l’uno si tenea per Antonella Trombatore e poi per N. Luiggi Caraffa con censo di d(oca)ti 4; l’altro per la stessa Antonella con d(oca)ti 6; e poi per Aless(and)ro Infosino, a cui finalmente soccesse Mons. Arc(ivescov)o. Pisani; e il 3° per d(ett)a Antonella ancora, e poi per Cola e Tomaso Zurlo per una metà e l’altra metà per la chiesa con censo di d(oca)ti 5 dico sei e e q(uest)o si dice essere alla Noce, e anzi tre molini, come più d’uno ancora gl’altri primi due, perche la platea parla in plurale, se bene gl’ultimi si dicono alla Noce.
La medema platea poi a questi ultimi non da terre contigue, ma bensi alli primi e quanto alle dette molina di Caraffa trovo una scrittura dell’istesso dell’ 1556 nella q(ua)le egli espone che n’erano di tom(olat)e 18, ma poscia ridotte a meno per lo fiume di Neto, cioè a tom(olat)e 6, con questi confini descritti poscia nell’instrom(en)to della concessione d’esse e delle molina fatte nell’anno 1532 a dì 11 gennaro a Fabritio de Modio e Francesco Palermo e rog(ato) per Mattia Basoino Laio canc(elie)re all’hora dell’Arciv(escov)o Matteo Sertorio Modenese, vid. iux.a aquae ductum molendinor., quae detinet in terris d.ae Ecclesiae nob. Alphonsus Joris Hispanus, iux.a quamdam arborem bruchae magnae, et arenachium fluminis Nethi; et descendendo per d.tam ripam d’arenichii iux.a ex alio latere terras d.ae Ecc.ae, quae divident ex d.a parte cum termine construendo et per directum ascendendo versus d.m aquae ductum procedendo usque ad la(?) viam magnam, quae e soper (?) per directum ad dictam brucam. Così credesi essere anco in questa concessione si dice che le d(ett)e terre ut s(upr)a censirentiate n’erano di tom. sei e che si davano per 4 d(oca)ti di censo perpetuo. Ma pare ostare, che li moleni c’vi non si dicono essere costrutti, ma da costruirsi; ne manco si dice, che per l’adietro vi fossero costrutti, ma da costruirsi; ne manco si dice, che per l’adietro vi fossero costrutti, ma poscia rovinati dal fiume per rendere verisimile la risposta che alcuno potria sovra di ciò dare. E quello che più importa ancora v’è, che il Caraffa poi disse, che p(rim)a v’erano le terre tom(ola)te 18, ma ridotte a sei solamente. Tuttavia a questo si potria rispondere; che il Caraffa fe q(uest)a esposit(ion)e per ridurre l’arcivesc(ov)o a ridurre il censo delli d(oca)ti 4; perche per altro pare, che ivi ne accenni la sud(ett)a concess(ion)e dell’ 1532; mentre v’asserisce nel preambolo del suo mem(orial)e, che gli arcivescovi antiquitu concessero certa quantità di terre da fabricarvi molini, e forse questi non li fabricaro poi li sud(et)ti Modio e Palermo, ma forse il Caraffa o altri loro successori singolari.
Nell’anno 1572 a 28 maggio per rog(it)o di Gio. Lorenzo Greco, che sta registrato nel fine di questo libro, l’Abbate d’Altilia Mario Baracca vendè, ma senza licenza dell’Arcivescovo quattro molini con case, prati, e giardino presso la gabella d’Ardauri, e alla ripa del fiume Neto annessi in un solo tenim(en)to con li aquedotti, con carico di pagare tom(ol)a 3 di from(en)to all’Abbatia di Altilia e 2 ½ alla Mensa nostra Arciv(escovil)e. Ma perchè in q(uest)o istromento non si pongono altri confini non si sa , se questi siano delli p(rimi), o delli 2i, o delli 3i descritti di sopra f(oli)o 27 al partito d’Antonella Trombatore e se bene nella precedente pagina in fine si dice, che d(ett)o Abbate pagava sopra li sud(ett)i molini, nulla di meno perche … soggiunse, che pagava tom. 12 di gr(an)o la dove nella sud(et)ta vendita non si dice più di tom. 2 ½ questa perdita … cosa per anco oscura. Se pure non volessimo dire che perche si come li tom(ol)a 12 di grano che pagavano nell’anno 1532 a d(ett)a Abbatia per l’aquedotto, che passava per le terre anc.a dell’abbatia med(esim)a, col tempo per il fiume di Neto si ridosse a tom. 3 vero anco li tom.a 18 che si pagavano a la mensa ora a 2 ½ soli.)

Assalto ai mulini di Corazzo
Il monopolio sui mulini e sulla farina suscitarono più volte la protesta delle università e dei cittadini. Le proteste non cessarono, anche quando accanto ai mulini feudali operarono quelli di natura burgensatica, perché quasi sempre anche quest’ultimi erano nelle stesse mani, o, se non lo erano, segretamente i proprietari si accordavano e, costituendosi in mopolio, imboscavano il grano e mantenevano i prezzi elevati. Per tale motivo, specie nei periodi di carestia, a volte i mulini furono assediati ed anche spogliati dalla popolazione, che si vedeva defraudata ed affamata. Di ciò abbiamo palese testimonianza da quanto successe nel mese di marzo 1764, quando per non morir di fame gli abitanti di Scandale e dei luoghi vicini, “armati di scopette, mazze ed altri sorte d’istrumenti”, si impadronirono con la forza dei mulini, che macinavano sul Neto in località Corazzo, e portarono via la farina ed il grano, che i proprietari avevano imboscato. (ANC. 1324, 1764, 106-107.)

Corazzo 3

Scandale, località Corazzo. Il luogo in cui erano i mulini.

 

Fine dei mulini
I mulini in località Corazzo, detti anche mulini di Neto, macinavano ancora alla fine dell’Ottocento. Due strade vicinali si congiungevano nei pressi dei mulini, in vicinanza dei quali si attraversava a guado il fiume Neto (1870). Una strada da Crotone percorreva la pianura costiera e poi s’inoltrava verso l’interno e per Chiusa Grimaldi, Crepacuore, Brasimatello, Martorani, Carpentieri, Schiavone, Corazzello arrivava ai mulini(1868); l’altra da Crotone, percorsa la pianura costiera, costeggiava la riva destra del fiume Neto e per Margherita, Pozzo del Fellao, S. Pietro, Poerio, Iannello portava ai mulini (1868). Attualmente a ricordo dei mulini rimane solo la chiesa campestre, fatta costruire nel 1685 dal duca di Santa Severina Domenico Sculco. Essa è in abbandono e quasi cadente ed ha bisogno di urgenti restauri. Conserva ancora una campanella sopra il cadente portale ed all’interno è ancora visibile un discreto altare malridotto. L’immagine della Vergine, alla quale la chiesa è dedicata, è stata da tempo rimossa per essere restaurata, ma nonostante le promesse non ha fatto ancora ritorno. Dei mulini di Neto rimane ancora la memoria negli abitanti del luogo. Dove erano le case dei mulini, ora ci sono civili e moderne abitazioni. Le due vie vicinali, che portavano al guado del Neto, continuano ad incrociarsi presso il fiume; esse sono ancora percorribili anche se con difficoltà. Del guado sul Neto non c’è traccia, anche perché una folta vegetazione copre le sponde del fiume. Un corso d’acqua, a ricordo dell’acquedotto che alimentava i mulini, attraversa ancora oggi la verde campagna.

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