Il casino di Giammiglione

località Giammiglione

Panorama della località Giammiglione di Crotone negli anni Cinquanta (Archivio ARSAC).

Nicola Sculco, trattando dei rinvenimenti archeologici nella località di Giammiglione, annota che: “Nella vigna di proprietà di G. Morelli furono dissepolte moltissime tombe e pietre. Furono trovati avanzi di muratura della lunghezza di circa 30 metri per uno di altezza. Nella vigna del fu Morelli Antonio furono dissepolti anfore a vernice nera, diverse tombe a mattoni, e 25 pezzi di tufo, messi in fila, ed avanzi di un antico acquedotto, e moltissimi piccoli pozzi” (Sculco N., Avanzi cit., p. 41). Da quanto riportato è evidente che nel passato esisteva nel luogo un abitato; ciò è anche convalidato dalla stessa presenza di una via di penetrazione, che dalla marina per il Vallone Cacchiavia, Giammiglione e Strongolito si inoltrava verso l’interno.

Il feudo della Garrubba
Le vicende di Giammiglione sono strettamente legate a quelle del vicino feudo della Garrubba; feudo che confinava oltre che con Giammiglione anche con le località Mezaricotta, la Foresta e, “vallone intermedio”, con il feudo di Apriglianello. Le prime notizie sul feudo risalgono alla seconda metà del Cinquecento. Sappiamo che nel 1580 il feudo spopolato fu acquistato dalla Regia Corte dal nobile crotonese Scipione Suriano, figlio primogenito di Ottaviano e fratello di Annibale, Claudio e Prospero. Alla morte di Scipione avvenuta il 17 marzo 1585 passò al figlio ed erede Ottavio. In questi anni di fine Cinquecento un’indagine sulla rendita del feudo certifica un costante decremento a causa delle cattive annate e dello sfruttamento, tanto che “in alcuni anni rende delli otto, alcuni anni delli sei, alcuni delli cinque, et al sicuro delli quattro”.
Nel 1608, morto Ottavio, passò al figlio Scipione che lo tenne fino al 1632. E’ del primo luglio 1632 la richiesta di Regio Assenso della vendita del feudo da parte di Scipione Suriano a favore di Gio. Dionisio Suriano. Il feudo, descritto come “inhabitato” e “consistente in territorii aratorii di capacità di salme quaranta di grano d’introito” , è ceduto per 2800 ducati.
Gio Dionisio Suriano, barone di Apriglianello e della Garrubba, ebbe tre figli maschi. Il primogenito Annibale (seniore) dalla prima moglie Vittoria Mangione; Diego e Francesco da Lucretia Lucifera. Pochi mesi prima di morire Gio Dionisio Suriano concesse ad Annibale il feudo detto La Garruba, beni burgensatici e denari contanti, come compenso per aver rinunciato ad ogni diritto di primogenitura.
E’ del 21 giugno 1646 la richiesta di Regio Assenso alla cessione fatta da Gio. Dionisio Suriano in beneficio del figlio primogenito Aniballe, al quale appartiene anche la confinante gabella di Gio: Buglione (ANC. 253, 1667, 16),( detta anche “Gioviglione” o “Gio. Biglione”, che confina anche con la gabella detta “la Destra di Cipolla” ( 313, 1668, 121) ed il territorio burgensatico e allodiale detto “la Foresta”. Annibale Suriano detto “seniore” sposò Luccia de Nobile dalla quale ebbe diversi figli (Domenico, Beatrice, Anna, Giacinto, Ignazio, …). Morto Aniballe “seniore” il 9 gennaio 1669, il 20 maggio 1670 il feudo fu intestato al figlio Domenico Suriano “seniore”, che lo tenne fino alla morte seguita al 12 luglio 1670. Sposato con Anna Suriano, lasciò tre figli maschi: Antonio il primogenito, Domenico “juniore” ed Annibale “juniore” (ANC. 335, 1680, 75). A causa dei debiti per ordine della Gran Corte della Vicaria nel febbraio 1673 furono messe all’asta la metà delle terre e vigna detti la torre di Giuliano, che erano stati di Ignazio Suriano, e la metà delle terre di Giambiglione, che erano degli eredi del fu Domenico Suriano, terre che erano state sequestrate ai Suriano su istanza del mag.co Gio. Battista Gerace (ANC. 333, 1673, 22).
Seguì il 14 novembre 1671 il figlio ed erede Antonio che indebitato vendette il feudo nel 1691 per ducati 1625 a Fabrizio Manfredi con patto di ricompra (ASN, Refute dei Quinternioni Vol. 205, ff. 195 -198).
Morto il 10 marzo 1693 Fabrizio Manfredi, seguiva il figlio Muzio. Sempre in questi anni proseguiva l’indebitamento dei tre fratelli Suriano, che erano costretti ad indebitarsi con il Capitolo della chiesa Cattedrale di Crotone, impegnando parte delle rendite della gabella di Giambigliuni (il Capitolo esigeva un annuo censo di ducati otto per un capitale di ducati 100 sopra tutti i beni dei signori Domenico, Antonio e Aniballe Suriano ed in specie sopra Giambigliuni, come per istrumento del notaio Avarelli stipulato il 22 giugno 1689, Platea del Rmo Capitolo, 1704 /1705, f. 9v).

Da Annibale Suriano alla figlia Anna
Annibale Suriano sposò nel 1699 Costanza Sculco, figlia di Bernardo, barone di Montespinello. All’inizio del Settecento egli risulta proprietario della gabella di Giambigliuni (Platea del Capitolo della cattedrale di Crotone, 1704/1705). Rivendicò il feudo della Garrubba, che ricomprò da Muzio Manfredi, figlio di Fabrizio, ottenendo il regio assenso e l’intestazione il 28 febbraio 1709. Il feudo di salme 45 fu ricomprato per ducati 1625; lo stesso prezzo al quale lo aveva venduto a Fabrizio Manfredi il fratello Antonio.
Annibale morì il 13 luglio 1714 lasciando unica erede la giovanissima figlia Anna. Essendo in minore età, essa fu posta sotto la tutela dello zio, il canonico Domenico Suriano di Domenico, che per oltre un anno si interessò all’amministrazione del vasto patrimonio e le trovò un marito adeguato al suo livello sociale.
Le proprietà ereditate erano costituite da un esteso complesso terriero composto dalle gabelle Poerio, Gullo, Desiderio e Paglianiti, dal feudo della Garrubba, da un giardino, da numeroso bestiame (buoi, vacche ecc.), da una casa comprata dal padre Annibale dai Syllani, che era data in fitto, e dal palazzo di abitazione.
Dal “Conto dell’Amministrazione della tutela della Sig.ra D,. Anna Suriano figlia del q.m Anibale amministrata dal sig.r D. Dom.co Suriano di Dom.co zio carnale della sud.ta pupilla principiata d.a amministrazione a 14 di luglio 1714 che fu immediate dopo la morte della b.m. di d.o D. Anibale” ricaviamo che il feudo della Garrubba era stato dato in fitto e l’affitto era maturato a Maggio 1714.
Tra le entrate del 1715 troviamo che “Pervenuto a Molerà dall’affitto del feudo della Garrubba per il sud.to anno 1715 affittato al Sig.r D. Fabrizio Lucifero ducati cento e dieci. Mentre tra le uscite è segnato: “Pagato per l’adua del feudo della Garrubba per l’anno 1714 ducati 41 e grana 25”.
(Conto dell’Amministrazione della tutela della Sig.ra D,. Anna Suriano figlia del q.m Anibale amministrata dal sig.r D. Dom.co Suriano di Dom.co zio carnale della sud.ta pupilla principiata d.a amministrazione a 14 di luglio 1714 che fu immediate dopo la morte della b.m. di d.o D. Anibale ( ANC. 659, 1716 39).
Sempre in questi anni in cui Anna è minorenne va a nozze (1715) con Nicolò Berlingieri figlio di Annibale, feudatario di Valleperrotta, e di Luccia o Isabella Suriano. Poichè entrambi gli sposi sono minori si interesseranno della amministrazione lo zio Domenico Suriano ed il padre di Nicolò, Annibale Berlingieri. Francesco Cesare Berlingieri, fratello di Nicolò, che si trova a Napoli per motivi di studio terrà i contatti con i mercanti nella capitale. All’inizio del 1719 moriva improvvisamente Nicolò Berlingieri (28.1.1719) e lasciava vedova la “sua amata sposa” la tredicenne Anna Suriano, la quale “usando letto vedovale” e facendo domicilio nella casa, che era stata abitata dal marito, poteva rimanere “signora e padrona tanto delle gioie, vesti et altro”. Pochi mesi dopo, sul finire dello stesso anno (20.12.1719) erano stesi i capitoli matrimoniali tra Anna Suriano, figlia del fu Annibale e vedova di Nicolò Berlingieri, e Berardino (o Bernardino) Suriano, figlio di Antonio e di Anastasia Gallucci ( 707, 1719, 1). Anna prometteva in dote il feudo rustico detto “La Garrubba”, la gabella “Desiderio e Paglianiti”, un giardino a Gazzaniti, un palazzo nel luogo detto “Li Rivellini, dove essa abitava ed un altro palazzo nelle vicinanze, che era stato comprato dal padre dal fu Girolamo Syllani. In più portava l’oro, l’argento, mobili di casa, tutto quello che teneva nel palazzo dove abitava, quello che doveva ancora recuperare da Cesare Berlingieri, fratello del defunto marito, ed ogni cosa a cui aveva diritto per successione a sua madre.
Da un resoconto dell’amministrazione di questi anni risalta il grande potere economico di cui gode la baronessa della Garrubba. Oltre ad affittare e gestire i vasti possedimenti di terre, di case ed animali, l’attività economica si sviluppa non solo con numerose e cospicue esportazioni di grano e formaggio, ma anche con la vendita di bestiame, sia nelle fiere di Molerà e di San Janni, che ai mercanti napoletani, che alimentano il mercato della carne della capitale. Grandi quantità di grano, orzo, fave e lino sono prodotte dalle massarie di Poerio e Gullo ed imbarcate per le città della Calabria e per Napoli; la stessa via seguono le numerose pezze di caso che vengono dalle varie mandre. Sorregge tutto il ciclo economico una vasta attività creditizia. Un centinaio di buoi è concesso ai coloni in credito a marzo ed ad aprile con pagamento in ducati alla raccolta dell’anno seguente; piccole somme di denaro sono date a credito a numerosi bordonari “per caparro e soccorso” . Denaro è anticipato a mandriani e pecorai per il “soccorso delle mandre” ed altro è venduto a nobili e mercanti, impegnandone i loro beni. (Nel maggio 1716 i pubblici negozianti d’animali vaccini per uso e grassa della città di Napoli Giovanni Criscito e Giacomo Todesco acquistano da Domenico Suriano e da Anibale Berlingieri del bestiame che appartiene ad Anna Suriano moglie di Nicolò Berlingieri. Si tratta di “ vacche con le loro annicchie numero venti che fanno para diece convenuto a D.ti cinquanta lo paro; vacche stirpe e giovenche grosse numero quaranta quattro, che fanno para quattordici e due terzi al medesimo prezzo di d.ti cinquanta lo paro; vacche figliate numero sessanta uno, che fanno para trentacinque e mezo, convenuti a d.ti quaranta lo paro; tori numero quattro per d.ti ottanta” per un totale di ducati due mila settecento venti ( ANC. 659, 1716, 82 -85). Bernardino Suriano, figlio di Antonio Suriano, emancipato dal medesimo in virtù d’istrumento di emancipazione stipulato per il notaio Giuseppe Antonio Favola il 25 maggio 1720, divenne marito e legittimo amministratore dei beni della moglie ( ANC. 661, 1721, 180v – 181), tra i quali compare anche il territorio di Giombiglione ( Il Capitolo della cattedrale di Crotone nel 1720 esigeva ancora il censo di ducati 8 sopra Giombiglione da D. Anna Suriano per il capitale di ducati 100, Anselmus cit., f. 64v) .

Catasto del 1743
Il catasto onciario del 1743 ci dà una descrizione dei numerosi beni di cui dispongono i coniugi Suriano. La famiglia è composta da Berardino Suriano, nobile di 40 anni, dalla moglie Anna Suriano di 36 anni, e dai figli Rafaele di anni 16, Gabriele di anni 8, Angela di anni 15 e Lodovica di anni 5. Nello stesso palazzo, situato in parocchia di S. Maria Prothospatariis, abita anche il fratello Filippo Suriano, sacerdote e decano della cattedrale di anni 35. I Suriano hanno alle loro dipendenze anche una numerosa servitù composta da Domenico Spagnolo della Gioiosa cameriere di anni 60, Teodoro d’Ippolito di Satriano cocchiero di anni 30, Carluccio Napolitano staffiero di anni 36, Antonio Piromalli servitore di anni 30, Matteo Jannice famiglio di stalla di anni 35, Antonia Spanò serva di anni 25, Teresa Catafarco cameriera di anni 50, Laura Federico serva di anni 40, Maria Sinopoli serva di anni 50 e Antonia Spagnolo serva di anni 12. Berardino Suriano possiede in comune con il fratello Filippo i territori La Marina delli comuni, Barrea e Spataro, il Palazzotto, La Cattiva, Vignale a Valle di Nigro, Territorio detto il Terzo delle Ficazzane, Porzione sopra Lavaturo, 6 magazzini (4 per conserva di grani al Fosso), una chiusa di terra vitata ed alberata luogo detto Il Ponte ed il territorio La Rotondella. Ha inoltre numeroso bestiame composto da bovi aratori numero 120 (dei quali 38 per la coltura del feudo la Garrubba), mazzoni n. 40, vacche di corpo n. 114, giovenche femmine n. 77, tori 4, pecore grosse n. 2000, pecore anniglie n. 600, somari per uso di condotta n. 20, 2 cavalli per uso di carozza, 2 cavalli per uso di sella, 2 giumente per uso di massaria, porche femmine n. 10 e porci di mercanzia n. 300. A tutto questo è da aggiungere una vasta attività creditrice. Alle sue vaste proprietà, Berardino Suriano come marito e legittimo amministratore di Anna, aggiunge: Il feudo della Garrubba, Giammiglione, Desiderio e Paglianiti, Chiusa vitata ed alberata a Gazzaniti ( Catasto Onciario di Crotone 1743, ff. 24 – 27).

La trasformazione settecentesca
Se nel passato il feudo veniva affittato a pascolo o a semina, con Bernardino esso comincia a subire delle trasformazioni, che lo renderanno più produttivo. Bernardino spese cento ducati “di suo proprio danaro” per costruire una fontana ed un Biviere nel territorio di Gio. Biglione e fece numerosi miglioramenti di “piantaggioni di olivi, vigne, ed altri alberi fruttiferi” nel feudo della Garrubba, spendendo circa 4000 ducati.
Bernardino morì poco prima della metà del Settcento e la sua opera fu proseguita dal figlio Raffaele, che migliorò ulteriormente il feudo della Garrubba, spendendovi dapprima quattromila e duecento ducati; poi lo fece circondare con muri a secco e fossi, impegnandovi altri trecento ducati. Il tutto fu arricchito con la costruzione di un meraviglioso casino, che costò altri tremila e cinquecento ducati. Ancora oggi si può leggere nell’entrata del casino la data 1751, anno della sua costruzione.

Da Anna Suriano ai figli Raffaele e Gabriele
Berardino Suriano ed il fratello, il decano della cattedrale Filippo, sono descritti come “soliti ad eseguire le loro minacce, prepotenti e poco timorosi di Dio”. Essi nutrivano una grave inimicizia ed odiosità nei confronti di Mirtillo Barricellis, di Gregorio Montalcini e di Cesare Berlingieri; tanto da denunciarli come contrabbandieri al vicerè.
Berardino Suriano, oltre ad amministrare le sue molte proprietà e quelle della moglie, esercitò l’ufficio di regio mastro portolano di Crotone ed anche la carica di vicario generale con la facoltà dell’alter ego dello stato di Strongoli e Melissa del principe Ferdinando Pignatelli, della moglie, la principessa di Strongoli Lucrezia Pignatelli, e del figlio primogenito, Salvatore Pignatelli, conte di Melissa.
Angela, Ludovica e Benedetta si sposarono, Antonio divenne cavaliere Gerosolimitano, Raffaele e Gabriele alla morte della madre Anna avvenuta il 20 gennaio 1770 subentrarono nei beni materni rimasti, che consistevano in mobili, nel feudo rustico della Garrubba, nel territorio detto Giambiglione, nella vigna di Gazzaniti, un’altra vigna a La Paganella, una casa palaziata, sul quale Berardino aveva costruito il palazzo di famiglia, annettendo anche altre case, che erano state dei Sillano .
Raffaele subentrò nel 1770 nel feudo della Garrubba con l’obbligo però di dare al fratello, sua vita durante, la metà delle entrate annue. Ai due fratelli, Gabriele e Raffaele, andarono anche i beni burgensatici, fatti salvi però i diritti dotali delle sorelle Benedetta, Ludovica e di Angela.

Descrizione del feudo della Garrubba
Nell’ “Inventario osia annotaz(io)ne de Beni romasti nell’eredità della qm D. Anna Suriano, madre di noi sott(oscritt)i D. Rafaele e D. Gabriele Suriano” si legge: “Un feudo rustico detto La Garrubba nel territorio di questa città, confine Strongiolito, il Caro, la Destra di Scigliano, Spatarello e Giambiglione, di capacità salmate quaranta, quali tutte erano terre rase, e dal qm Bernardino Suriano, Padre de’ sud(et)ti D. Rafaele , e D. Gabriele, e marito di d(ett)a qm D. Anna; ed anche da d(ett)o D. Rafaele, parte di d(ett)o territorio, o sia feudo, fu a proprie spese, migliorato nella maniera, che oggi si vede, con esser stata serrata di fossi, e mura di pietra secca; vi si piantarono più migliaia di piante di oliva, vigne, ed altri alberi fruttiferi di diverse specie, vi si fabricò un casino, e vi si fecero altre diverse fabriche per uso di chiesa, magazzini. trappeto, stalla, ed altro, come attualmente vi si osservano, di modo che , dove prima detto feudo valeva senza detti miglioramenti c(irc)a doc(a)ti duemila ed ottocento oggi vale da doc(a)ti quindicimila.
Più un territorio denominato Giambiglione, contiguo ad sud(et)to feudo di terre rase, ed aratorie di capacità salmate trenta, che alla ragione di doc(a)ti sessanta la salma importa Doc(a)ti mille ed ottocento, alli quali uniti altri doc(a)ti cento, che d(et)to qm Bernardo di suo proprio danaro spese per una fontana, e Biviere di suo proprio danaro spese per una fontana, e Biviere è oggi del valore di doc(a)ti mille e novecento.” Nello stesso documento tra i debiti è annotato: “All’eredi del qm D. Bernardo Suriano per d(ett)i miglioramenti di Piantaggioni di olivi, vigne, ed altri alberi fruttiferi, fatti nel sud(ett)o feudo della Garrubba, come sopra doc(a)ti quattromila. Alli medesimi per d(ett)a fontana, e biviere fatto in d(ett)o territorio di Giambiglione doc(a)ti cento. Ad esso sud(ett)o D. Rafaele per altri miglioramenti fatti in d(ett)o feudo doc(a)ti quattromila e duecento. All’istesso per zilarmichi, e fossi fatti in d(ett)a chiusura di d(ett)o feudo doc(a)ti trecento. Al medesimo per d(et)te fabriche di casino, ed altro come sopra in esso sud(et)to feudo edificati di pianta ed a sue proprie spese, altri doc(a)ti tremila e cinquecento“. ( 1343, 1770, 76 – 81).

L’ingente patrimonio dei Suriano
Raffaele Suriano sposò nel 1750 la sedicenne Antonia Suriano, figlia di Fabrizio e di Laura Albani. Antonia Surano, figlia ed unica erede di Fabrizio, aggiungerà i beni del padre alle già più che consistenti proprietà del marito, accrescendole con due magazzini a Spataro e tre al Fosso, sette case, un vignale, le gabelle Vezza, Li piani delle Mendole e La Pignera, parte della gabella Li Patrimoni, la chiusa detta La Destra di Beltrani, 44 vacche ed il grande palazzo presso la chiesa di Santa Maria Prothospatariis. Raffaele Suriano, divenuto l’uomo più facoltoso della città, amplia le sue vaste proprietà ed il suo potere economico. Principale affittatore dell’arrendamenti della Regia Sila e Miniere delle due Province di Calabria, ha in fitto vaste tenute del principe di Strongoli, acquista una vigna nel luogo detto il Ponte, parte di Scerra e Pisciotta e due case. Entra in possesso dell’eredità di Emilia Barricellis, in quanto zio della medesima da parte di sorella, aggiungendo i territori di Barrettella, Celzo, Erera e di parte di Scerra e Pisciotta. Dopo il terremoto del 1783 compra dalla Cassa Sacra alcuni terreni appartenenti ai luoghi pii soppressi e cioè la metà del territorio Passo Vecchio, la gabella Li Miniglieri, il vignale L’Ingannatara, il vignale La Sciurta ed il vignale La Vela. Raffaele Suriano, proprietario di vasti possedimenti e di numeroso bestiame, proseguì, coadiuvato dal fratello Gabriele, nell’attività già avviata dal padre e dallo zio Filippo, immettendo grandi quantità di grano nella capitale e producendo ed esportando pasta di liquirizia. Egli incrementerà la produzione di quest’ultima, da artigianale ad industriale, trasformando il concio in uno stabilimento moderno. Da Raffaele ed Antonia Suriano nacquero Giuditta, Elisabetta, Bernardino e Giuseppe; quest’ultimo divenne cavaliere gerosolimitano. Alla morte di Raffaele Suriano, avvenuta il 31 luglio 1789, il tutto passò al figlio ed erede Bernardino, sposato con Saveria Lucifero, figlia di Giuseppe marchese di Apriglianello. Bernardino a sua volta incrementò la proprietà con l’acquisto di 4 magazzini, un comprensorio di terre detto Cipolla e la gabella di Scigliano. Il 2 novembre 1790 Bernardino moriva lasciando una ingentissima eredità, composta dal feudo della Garrubba, da 16 magazzini, situati appena fuori le mura, 10 case, 3 botteghe, 40 tra territori, gabelle, vignali e chiuse ( tra i quali il territorio detto Giambiglione di annua rendita ducati 45), 151 buoi, 44 vacche, innumerevoli pecore, il palazzo di abitazione e numerosi crediti. ( Catasto Onciario Cotrone, 1793, ff. 48v -55.)

Verso l’Ottocento
A Bernardino Suriano subentrò nel palazzo e nelle altre proprietà il figlio Fabrizio, che nel novembre 1791 ebbe l’intestazione del feudo della Garrubba. Il 28 maggio 1800 in Crotone venivano stesi i capitoli matrimoniali tra Eleonora Pelliccia, figlia del cavaliere gerosolimitano Ignazio Pelliccia Ruffo dei patrizi della città di Tropea e della patrizia crotonese la fu Elisabetta Suriano, e Fabrizio Suriano, figlio del patrizio crotonese il fu Bernardino e di Saveria Lucifero dei marchesi di Apriglianello. In tale circostanza il padre di Eleonora Pelliccia si impegnò ad assegnare ducati 920; ducati 670 all’atto dello sposalizio e ducati 250 promise di pagarli per ottenere la dispensa da Roma, in quanto i futuri sposi erano tra loro cugini di primo grado. Poiché la dote di paragone dei cavalieri della città di Tropea ascendeva alla somma di ducati 1500, Eleonora in aumento della sua dote si impegnò a consegnare al suo futuro sposo Fabrizio ducati 300, che le erano stati lasciati per testamento dal fu suo avo materno Raffaele Suriano. Antonia Suriano, vedova di Raffaele Suriano, ava di entrambi gli sposi, per completare detto paragone di ducati 1500, si obbligò a consegnare ad Eleonora nel giorno dello sposalizio, per farne la consegna al suo sposo, i rimanenti ducati 280 in contanti.
In seguito Giammiglione passò dai Suriano agli Albani.
All’inizio del Novecento la masseria assieme ad una vasta estensione di terreno circostante fu donata da Bernardo Albani all’orfanotrofio di Crotone. Nel 1930 Giammiglione di 30 ettari di oliveto è di proprietà dell’orfanotrofio femminile di Crotone.

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