Il fiume Esaro e la città di Crotone

Ponte sull'Esaro

Il ponte sul fiume Esaro distrutto dall’alluvione del 13 dicembre 1905.

Inondazioni con devastazione delle campagne ed impaludamenti vicino al corso ed alla foce del fiume Esaro sono segnalati già nel Medioevo. Allora del “grazioso Esaro”, celebrato nell’antichità come porto e fiume navigabile, non rimaneva traccia. Anche se il Nola Molise nel Seicento affermava che “si vede correre piacevolmente Esaro anticamente fiume celebratissimo”, in verità non poteva che constatare una realtà ben lontana dalla descrizione degli antichi, tanto da imputare lo stato del fiume, che “hoggi non pare segnale” dell’antico, ad uno spaventevole sconvolgimento tellurico, avvenuto in un tempo imprecisabile, che aveva disgiunto il fiume Tacina dall’Esaro; Tacina che nei tempi antichi, secondo il Nola Molise, non esisteva ma “si congiungeva con questo fiume Esaro” (1).

I danni del fiume
La presenza di pantani in territorio di Crotone è già documentata in età normanna. Dalla descrizione dei confini di un fondo rustico situato ad “Armira”, attuale “Armeri”, in territorio di Crotone, donato da Curbulinus al monastero degli eremiti di San Stefano protomartire, così si esprime il documento: “via, quae ex Pantanitzia ad Armiram vadit” (2). Crotone durante il Quattrocento è già un luogo notoriamente malarico, dove è pericoloso sostare nei mesi estivi. Una lettera del re Ferdinando d’Aragona evidenzia questa situazione.
Il 7 maggio 1487, per fronteggiare il pericolo di incursioni dal mare con il ritorno della bella stagione, il re ordinava al condottiero delle genti d’arme del re Iacobo Castracane, di recarsi nella provincia di Calabria e, radunati tutti gli armati che vi erano, andare a stanziare fino al mese di luglio a Crotone ; in modo da custodire e vigilare la città e le marine vicine con cento uomini d’arme così da proteggerla dal pericolo turco. Il re aggiungeva che “essendo malayro in Cotrone, state la con li decti cento huomini d’armi per tutto il mese de julio; et se havete aviso che non se arma per lo turco o altro, allora ve poterrete retrahere dove è buono ayro” (3).
Nella platea della Certosa di San Stefano in Bosco, compilata tra il 1533 ed 1536, troviamo che tra i beni dati in enfiteusi dal monastero vi erano due “vineales … in loco dicto Ysari”. I due vignali, confinati da una parte dalla via pubblica, in passato erano “vinea”, ma ora uno si presentava in gran parte rovinato e l’altro del tutto distrutto (4).
Nel dicembre 1546 durante la costruzione delle fortificazioni di Crotone si dovette procedere allo “ acconso dela via dela rotonda quale per lo maltempo era ruynata per possire passare li carra che portano petra alla regia frabica” (5).
Sul finire del Cinquecento Ippolita Berlingieri, sposata con Colantonio Perrone, vendeva per ducati 500 a Hortentio Labruto due continenze di terre confinanti tra loro in località Mortelletto. Una di queste è così descritta: “continentia con clausura di fossi et sepi arborata di vigne con torre e puzzo dentro” confinante con il vignale delli Marzani e la via pubblica. Le due continenze erano situate presso la “marina d’Esari” a sinistra della foce del fiume (6).
Pochi anni dopo, nell’aprile 1600, le due terre verranno cedute al cosentino Horatio Vitale per soli 350 ducati “per ritrovarsi assai deteriorate” (7).

Pericolosità del fiume
Anche se rari, non mancano riferimenti a piene catastrofiche ed ad annegamenti nell’Esaro e nei torrenti, che scorrono in territorio di Crotone. Il pericolo rappresentato dal fiume è presente fin dall’antichità, se è vero che la stessa tradizione faceva derivare il nome “Aisaros” da quello di un cacciatore mitologico che, mentre inseguiva una cerva, vi era annegato (8).
Il “Libro dei Morti” di Crotone segnala: Adi 8 del mese di Xbre (1603) morsi lo figlio di gio. fran.co balini cosentino di pietrafitta che si annegò nelli fiumi di armiri. Nello stesso “Libro” al 14 novembre 1626 troviamo che Gio. Domenico Macri annegò “ad Esari” (9). E’ dell’agosto 1620 una permuta di strada in località “Potighella” tra l’università di Crotone e la nobile Adriana Berlingierio. L’università cedeva una strada pubblica in parte “diruta, guasta, fangosa et pantanosa … per la quale non possono l’itineranti passare et camminare ne a piede ne a cavallo” con una strada “più piana asciutta e comoda” (10).
Nel gennaio 1673 Paulo Negro, parroco della chiesa di Santa Margarita, affermava che un vignale di tre tomolate, appartenente alla parrocchiale, che era situato nella località “Fina Grana”, confinante col vignale detto la Torre di Pompilio, era “precipitato et rovinato dal vallone vicino come anco sia rovinata buona parte della gabelluccia della torre”. Entrambi i vignali erano situati nella vallata dell’Esaro (11).

La località “Il Ponte”
La presenza di un ponte presso la foce dell’Esaro è documentata già durante il Cinquecento da un atto notarile, rogato nell’agosto 1583. Da esso si apprende che, tra i diversi beni posseduti da Innocentius de Adamo, vi era una “clausuram vinearum cum terreno vacuo sitam in tenimento Crotonis loco dicto Esari”; essa confinava con le vigne di Gio. Thomaso de Adamo, le vigne di Gio. Veles, le vigne di Gio. Vinc. de Nola ed il “vallone dicto delo ponte via pp.ca et alios fines” (12). L’esistenza del ponte nel Seicento è indicata da numerosi atti notarili e documenti ecclesiastici. Anche se non sappiamo quante volte il ponte fu ricostruito, possiamo comunque affermare che per tutto il periodo in questione rimase stabile il luogo di attraversamento dell’Esaro. In un atto del 17 maggio 1641 si legge che il reverendo Hieronimus Petrolillo possiede certe continenze di vigne in territorio di Crotone “loco dicto lo ponte”, esse confinavano con il “viridarius” di Detio Suriano, il “flumen delo ponte” e la via pubblica (13). Un atto notarile del 1667 attesta che i coniugi Vito e Facente possedevano una vigna nel luogo detto Jesus Maria. Essa confinava da una parte con la vigna di Scipione Lantaro e dall’altra parte con la vigna di Gio. Thomaso de Squillace, con il vallone “dicto lo Ponte” e la via pubblica (14). Da un altro documento, datato 9 marzo 1670, si apprende che Laura Antonia Villirillo cedeva a Josepho de Messina una “vigna nemorosa per non esser stata cultivata più anni” situata nel luogo detto “Gesù M(ari)a confine le vigne dotale d’essa costituta le vigne furono del q.m dom.co d’Urzo, le terre dette della Pignera, et il Vallone d(ett)o il Ponte”(15). Il Capitolo di Crotone esigeva , per atto del notaio Avarelli in data 5 settembre 1691, un annuo censo sopra la gabella la Rotondella e le vigne del Ponte dei chierici Domenico e Stefano Labrutis (16) e tra i beni lasciati in eredità dal chierico Domenico de Lambrutis troviamo “un giardino loco detto Lo Ponte d’Isari con sua torre e vignali uno de’ quali si ritrova sementato di tt.a cinque d’orzo e l’altro dentro detto giardino sementato di lino e fave in comune col giardiniere” (17). Nella visita pastorale eseguita dal vescovo di Crotone Marco Rama sul finire del secolo si legge che la cappella della Resurrezione della cattedrale esigeva un annuo censo sopra il territorio detto la Volta del Ponte, “dove hoggi vi è un orto, e vigna della famiglia Rocca” (18) ed il seminario possedeva un annuo censo sopra le vigne del fu Gio. Thomaso e di Giulio Squillace nel luogo detto “Giesù Maria vicino al ponte dell’acqua d’Esari hoggi patrimoniali del sacerdote D. Onofrio Messina” (19).

La strada della marina
Le “carte” di Crotone del Cinquecento e del Seicento ci indicano la strada che partiva dalla porta della città e costeggiava la Marina verso il Neto. Essa passava per il convento dei Cappuccini, la chiesa della Pietà, la chiesa di Sant’Antonio Abate, il ponte in legno sull’Esaro presso la foce e si dirigeva costeggiando la marina verso il Neto, che attraversava alla foce, dove c’era il bosco “Pantano”. Lungo questa strada, tra la porta della città ed il ponte sul fiume, verranno costruiti durante la prima metà del Settecento numerosi magazzini, che ci indicano ancora oggi il percorso. Questa strada pubblica, che ricalcava la medioevale via regia, rimarrà inalterata per tutta la prima metà del Settecento, anche dopo la ricostruzione del ponte in “fabbrica”.
Il 16 aprile 1711, per atto del notaio Silvestro Cirrelli il parroco Natale La Piccola comprava all’asta dalla Corte vescovile una vigna con due vignali uniti, che il 13 giugno 1715 cedeva per ducati 710 a Salvatore de Messina. Il fondo è così descritto nell’atto di vendita: “ Una vigna con due vignali uniti, uno dalla parte di addietro detta vigna, e l’altro dalla parte d’avanti con più e diversi alberi fruttiferi viti, casella , vaglio di fabrica, pozzo, chiusura, e fosse, seu conserve da metter biade.. loco detto il ponte, e communemente chiamata la vigna di Labruto, confine d’un lato a detta vigna e vignali il ponte dell’acqua, dalla parte davanti strada publica al primo vignale dall’altro lato vallone confinante con le terre dette La Rotonda, e dalla parte d’addietro confinante detto vignale con le vigne del detto Salvatore (de Messina)” (20). In seguito nel 1721 la vigna “ con un vignale con torre, alberi fruttiferi, consistente in otto pezze di vigne al numero di dodeci mila viti in circa, con chiusura, e cinque fossi per uso di grano” situata nel luogo detto Gazaniti “ confine le vigne paterne d’esso Salvatore (Messina) d’una parte, e dall’altra il Ponte dell’acqua detto il Ponte d’Esari e vallonello dell’altra parte” è venduta per ducati 1033 da Salvatore Messina ad Anna Suriano (21).
Il 23 luglio 1715 Luise Barricellis cedeva al fratello Mirtillo un comprensorio di terre con alberi, viti, pozzo, torre, magazzini, vaglio di fabbrica e portone sito nel luogo “la Pignera”, confinante per tre lati con le terre dette “la Pignera” (22) e dall’altro con il giardino del fu Annibale Suriano ed il “vallone del Ponte” (23).

La costruzione del ponte di fabbrica alla foce dell’Esaro
Sappiamo che all’inizio del Settecento pur mantenendosi i toponimi “loco detto il ponte” e “Vallone del Ponte”, il passaggio sull’Esaro, a causa della distruzione del ponte in legno, avveniva presso la foce, attraversando il letto del fiume, che, ridotto per la maggior parte dell’anno ad un rigagnolo, di solito non raggiungeva il mare. Tuttavia con l’arrivo delle piogge autunnali ed invernali il transito risultava quanto mai difficile e pericoloso, sia per gli uomini che per gli animali.
Nel 1718 il reggimento della città di Crotone inviava una supplica al Vicerè, per chiedere che potesse venire rieletto alla carica di sindaco dei nobili Ferdinando Pelusio. Nella stessa si faceva presente che era in atto una causa in Regia Camera contro il Duca di Montesardo, per ottenere il pagamento della bonatenenza del valore di ottanta ducati annui. Con tale somma e con gli arretrati i governati della città avevano deciso di compiere alcuni lavori urgenti. Tra essi si affermava di aver “già disposto di dover eriggere un ponte di fabbrica in un luogo d’acqua detto Isari poco distante da detta città e per dove in tempo d’inverno si perdono molti bovi che per necessità devono per ivi passare con carri” (24).
Nel 1719 per pubblico reggimento, essendo sindaco dei nobili Gio. Battista Barricellis e mastrogiurato Geronimo Syllano, si decise di porre alcune tasse ed il ricavato utilizzarlo per la costruzione dei ponti sul fiume Esaro e sul vallone. A tale scopo vennero nominati alcuni cittadini deputati a seguire e portare a termine il progetto. I designati furono per gli aristocratici Fabritio Lucifero e Pietro Suriano e per i nobili onorati Cesare Scarnera e Bernardo Venturi. Fu inoltre nominato Pietro Geraccio come cassiere.
Sappiamo che in quello stesso anno 1719 iniziarono i lavori di costruzione. In seguito lo stesso sindaco Barricellis ed il mastro giurato aggiungevano che la fabbrica del ponte sul fiume Esaro e del ponticello nel vallone, dove corre la lava nel detto fiume, era indispensabile in quanto la loro mancanza creava “infiniti incommodi essendo sommerse alle bocche di detto fiume diverse persone e di vantaggio non potendo tragittare li carri conviene passare per la marina, l’arena della quale è la destrutione de’ bovi di questa città e forestieri” (25).
Il 5 novembre di quello stesso anno 1720 il reggimento cittadino prendeva atto che l’anno precedente si era dato inizio alla costruzione del ponte sull’Esaro, opera indispensabile e “sommamente necessaria non solo per servitio de tutti li cittadini e pubblico di essa università che de forestieri per essere l’unico e più frequente passaggio di tutto il territorio senza del quale essa città ne viene a sentire scomodo e danno notabilissimo giacché non si possono introdurre carri con vettovaglie con grano, legna ed altro che vi bisogna per grassa ad uso della medesima non potendosi guadare detto fiume da cavalcature, bovi e altro”. Preso atto che mancavano i fondi per poter proseguire nell’opera, in quanto aveva dovuto far fronte alle spese per il passaggio ed alloggio dei soldati tedeschi, decideva di esigere un grano di più a rotolo di carne di porco, che dovrà macellarsi per il corrente carnevale (26).
Passerà ancora del tempo, finché il ponte verrà completato nel 1724 al tempo del sindacato del marchese di Apriglianello Fabritio Lucifero (27).

“I giardini” d’Esaro
L’incremento del commercio e dei traffici terrestri determinarono il mutamento del paesaggio nelle vicinanze della foce del fiume Esaro, dove attraverso il ponte passava la via pubblica. Sorsero numerosi “giardini” con torri. Nel 1725 Il marchese di Valle Perrotta Francesco Cesare Berlingieri acquistava dal marchese di San Martino Pietro Alimena una continenza di terre in località Esaro, situata tra la via pubblica e la marina. Pochi anni dopo egli procedeva al miglioramento, facendoci impiantare molti alberi da frutto e vigne. Vent’anni dopo la continenza di vigne con giardino è così descritta: “ giardino d’alberi fruttiferi, terre vacue, ed ortalizie, siena, pozzo, pila aquidotti seu canalette, torre, chiusura ed altro” (28).
Nel catasto onciario del 1743 troviamo che nel luogo detto “Il Ponte” vi sono “una chiusa di terre vitate ed alberate” portate in dote da Anna Suriano a Berardino Suriano e la “Chiusura di vigne” di Luca Messina (29).
Sempre in quegli anni i fratelli Giuseppe e Pietro Giunti, figli ed eredi di Domenico, possiedono “un giardino con vigna, terre vacue, torre, pozzo e pila di fabrica per uso di orto, ed altre commodità…nel luogo detto la Pignera, confine alle terre denominate la Pignera ed il torrente seu vallone del Ponte” (30) e Sigismonda Pipino, moglie di Mirtillo Barricellis, come erede del fratello Francesco, ha “un comprensorio di terre detto Il Giesù, consistente in due vignali di terre rase con giardino, terre per uso di orto, vigne, torre, magazeni, vaglio murato, giardinello serrato di fabrica, pozzo con siena, pila, ed altre commodità all’intorno detto comprensorio di terre serrato di fossi, confine d’una parte il pozzo universale detto L’acquabona, la chiesa della SS. Annunciata, ed il ponte d’Esari, via mediante colla vigna detta Giesù e Maria” (31). Poco dopo il giardino passerà in proprietà ai coniugi Valerio Grimaldi e Francesca Barricellis, i quali nel 1752 possiedono il giardino volgarmente detto “Il Giesù sito e posto loco detto il Ponte da questa parte il torrente di detto Ponte e confina d’una parte al medesimo e dall’altra alla strada publica” (32).

La strada Maggiore
Alla fine del Settecento c’è la “strada maggiore che conduce al Ponte” ed il convento di San Francesco di Paola esige una decina di annui censi per canoni su vignali, concessi a particolari già da parecchi anni, situati nel luogo detto “Li Piani del Ponte” (33) e nella località “Il Ponte” c’è la chiusa degli eredi di Bernardino ed Anna Suriano (34). Infatti Raffaele Suriano, figlio ed erede di Anna e di Bernardino Suriano, possedeva due vigne: una, “nel luogo detto Gazzaniti con torre, pozzo e pila, che prima serviva per uso di orto, casetta di campagna e giardinetto serrato di mura”, confinava con la gabella Li Cudi; l’altra con torre di fabbrica confinava con “la Paganella” e la strada pubblica del Ponte. Entrambe erano appartenute alla madre Anna Suriano che le aveva avute: la prima dal padre Annibale; la seconda l’aveva acquistata da Salvatore Messina. Raffaele Suriano unì le due vigne, comprando un pezzo di terra, che le separava, dagli eredi di Salvatore Messina. Nel comprensorio, che così venne a formarsi, chiamato “il Giardino del Ponte”, egli piantò duecento alberi di olivo, quattromila viti e numerosi alberi da frutto (35).

Le nuove strade
La pericolosità della vallata, in cui fluiva l’Esaro, aveva sconsigliato fin dal Medioevo il suo attraversamento. I percorsi che collegavano la città di Crotone verso sud con gli abitati di Isola, Cutro, Catanzaro ecc. si inerpicavano sulle colline, o si snodavano tra le loro falde. Essi risalivano la vallata dell’Esaro, mantenendosi sempre sulla riva destra del fiume, badando di tenersi ben lontani dall’alveo.
Nel Settecento cominciò la progettazione e la costruzione delle nuove strade rotabili, che dovevano collegare velocemente le varie città. Per la loro natura esse dovevano permettere e facilitare il transito di carri, di calessi e di vetture; perciò dovevano essere per quanto possibile razionali, larghe, in piano e diritte, in modo da permettere collegamenti veloci. Per raggiungere tale scopo venne iniziata la costruzione di ponti, in modo da facilitare l’attraversamento dei fiumi.
Nel 1756 sotto la guida dell’ingegnere Pietro Sbarbi (36) si concretizzava il progetto per la costruzione della nuova strada, che permetteva di congiungere Catanzaro con Crotone. Il tracciato della strada, che alla metà dell’Ottocento era ancora in gran parte incompleta, subirà nel tempo varie modifiche. Dalle carte settecentesche si vede che la strada lasciata la città ionica, risaliva la vallata a destra del fiume Esaro e, passando per il piano di Cutro, raggiungeva la marina a destra della foce del Tacina. La nuova strada verso Cutro rimarrà per molto tempo incompleta ed il suo tracciato verrà più volte rifatto. Tra i vari tentativi vi fu anche quello di attraversare con un ponte l’Esaro per risalire la vallata a sinistra del fiume. Questo progetto, che troverà nell’Ottocento esecuzione, andrà dapprima incontro al fallimento, in quanto il ponte subirà ben presto le piene del fiume. Sappiamo che l’ingegnere militare Giuseppe Laurenti tra il 1756 ed il 1761, anno della sua morte, oltre a dirigere i lavori del nuovo porto, si interessò anche a progettare ed a costruire un nuovo ponte sull’Esaro (37).

Inondazioni
Per tutta la prima metà del Settecento era proseguito il disboscamento e l’allargamento delle terre a semina. Il mutamento climatico e la natura argillosa del suolo disboscato saranno le cause di catastrofiche inondazioni e dell’incrementarsi della malaria. Di questa situazione ne faranno le spese anche il re Carlo III di Borbone ed il suo seguito. Il 3 marzo 1735 il re aveva appena lasciato la città di Crotone, passando per un pezzo di una nuova via per raggiungere Cutro. Un violento nubifragio lo sorprese in aperta campagna. L’allagamento della strada impantanò e blocco i calessi ed i carri in aperta campagna, mentre il re a stento riuscì a rifugiarsi a Cutro (38).
Così il regio uditore Andrea de Leone riporta nel 1783 un’esondazione avvenuta pochi anni prima: “Accadde … un’alluvione grande, e i torrenti menarono intorno alle mura della città, ed in mare un così strabbocchevole numero di serpi di varie specie ammonticchiati in globi, che svilluppandosi minacciavano d’infestarla tutta se non si fosse prevenuta questa sventura con situare gran fochi passo passo all’intorno, e con mettere sulle mura tutti i galeoti, che stavano al travaglio, con far coni, ed altri legni, uccidendo quelle spaventevoli bestie, che cercando uscire dal sottoposto mare, salivano a schiere per le muraglie” (39).
In quegli stessi anni l’abate di Saint- Non, nel 1778, annotava che l’Esaro “è solamente un miserabile torrente melmoso ed, ad eccezione di quando inonda, non sbocca al mare che per infiltrazione” ed il protomedico Giovanni Vivenzio nel 1783 ci informa che la zona di Crotone “nel mese di Luglio dai Pastori medesimi è abbandonata.. e quantunque alcuni da urgenti bisogni e poco della loro vita solleciti sogliono rimanervi per tutto l’anno, vi lasciano in poco tempo la vita, restando assaliti o dalle acute o dalle cronache malattie” (40).
L’alluvione del dicembre 1784 portò via uno dei tre pilastri del ponte di fabbrica sul fiume Esaro. L’anno dopo, come ci ricorda un’iscrizione, il ponte fu ricostruito dall’ingegnere Giovanni Bianchi (41), ma durò poco, una piena in quello stesso anno lo rovinò. Intervenne la Cassa Sacra che sequestrò, “ Per un imprestito fattene in occasione che in detto tempo il detto ponte per un’alluvione ricevè altro guasto”, il denaro del Fondo detto della Polizia, che doveva servire per la costruzione dei condotti sotterranei, per la lastricatura e la spazzatura delle strade e per la costruzione del ponte.
Alcuni anni dopo, nel 1792, Giuseppe Maria Galanti aggiungeva che “l’Esaro ancora impaluda vicino a Cotrone. Sull’Esaro il ponte è rotto, ed il fiume fa de’ ristagni”. Osservazioni ribadite da Friedrich Leopold von Stolberg che nel maggio di quell’anno osserva che “in certi periodi l’Esaro si gonfia; l’autunno passato ha divelto un ponte di pietra con arco a volta, al quale si sta lavorando per la ricostruzione. La piena ha anche devastato interi giardini … la mancanza di strade aggrava lo stato di questa provincia, dove non è ancora stata costruita una strada carrozzabile” (42).

La ricostruzione del ponte
La caduta del pilastro ed il sequestro del denaro causò la cessazione del “commercio colle campagne e paesi convicini”. Tale situazione durò fino al 1793 quando gli amministratori economici della città si rivolsero al re e sollecitarono la ricostruzione del ponte. A tale scopo fu incaricato l’ingegnere Claudio Rocchi, che fece una perizia delle spese occorrenti mentre l’ingegnere Erminigildo Sintes redasse la pianta del nuovo ponte, “che deve costruirsi per avere una lunga durata”, calcolando una spesa di 3748 ducati. Il tutto fu il 22 giugno 1793 inviato a Napoli per l’approvazione. Il piano anche se approvato trovò subito degli ostacoli in quanto il denaro che doveva essere utilizzato doveva provenire dal Fondo della Polizia, che risultava sequestrato fin dal 1785. Rimise in moto la pratica una lettera inviata da Giuseppe Odevene, comandante del regio castello e della piazza di Crotone. L’Odevene il 14 settembre 1793 faceva presente ai governanti della città che, poiché era stata dichiarata guerra alla Francia, per la pubblica sicurezza era necessario con ogni mezzo possibile ripristinare il passaggio sul ponte dell’Esaro, in modo da facilitare la comunicazione con i paesi vicini, per favorire il trasporto di viveri, nel caso si dovesse vettovagliare la truppa di mare o di terra di passaggio per il porto e la città. Pressati dalla nuova richiesta, i governanti in quello stesso mese di settembre, tralasciando per il momento il progetto elaborato dal Sintes, chiesero tramite il sindaco, il marchese Berlingieri, a Vincenzo Biondi, ministro della Cassa Sacra in Catanzaro, che “sul terzo pilastro dalla parte della città si avesse à fare un passaggio commodo per gli animali da soma perché sopra l’altri due esiste il libero passaggio”.
Così sul finire del 1793 si decise di fare un piccolo transito sul fiume per poter passare a piedi.
Nel maggio 1795 si incominciò la costruzione del ponte sull’Esaro secondo il disegno e la perizia fatta dall’ingegnere Erminegildo Sintes. I lavori presero l’avvio sotto la guida del capo mastro Francesco Gallo da Policastro, al quale l’opera era stata ceduta, o subappaltata, dal mastro Domenico Cerrelli (Supplica al re di F. A. Lucifero, Cotrone 25.4. 1795). Seguì i lavori l’ingegnere Claudio Rocchi. L’opera tuttavia non dovette andare a compimento.

La strada del Ponte
Nel settembre 1803 si diede avvio al riattamento del ponte sull’Esaro e alla costruzione del ponticello sul Papaniciaro che furono allora dati in appalto al capo mastro Cesare Scaramuzza, che tuttavia non li portò a termine; anzi l’università decise di liquidare lo Scaramuzza. Il tempo passava e nel 1805 il ponte sull’Esaro, abbandonato e lasciato incompleto dall’appaltatore Scaramuzza, minacciava rovina. Le opere costruite deteriorarono a tal punto, che il “ritardare il rimedio sarebbe stata la certezza di rifare il ponte da capo”. Il decurionato il 27 agosto 1805 approvava una tassa sui cittadini benestanti per giungere al completamento. Si stabilì che la somma occorrente dovesse essere stabilita dagli ingegneri D. Francesco Maria Zanchi e D. Francescantonio Capocchiani, nonché dal tenente colonnello del genio e governatore della Regia Piazza D. Giacomo Lettieri, e che il lavoro dovesse essere eseguito in economia e non in appalto (43).
Durante il Decennio francese il comune provvide quindi a completare i lavori del ponte sull’Esaro con la spesa di 600 ducati (44). Una carta francese del luglio 1807 ci indica le principali strade, che collegavano la città con il territorio circostante. Esse erano: “Chemin du Pont”, “Chemin de Cutro” e ”Chemin de Isola” (45).
La strada del Ponte collegava Crotone con Cirò. Superato con il nuovo ponte l’Esaro presso la foce la strada proseguiva verso il fiume Neto, superandolo non più alla foce, come per il passato, ma presso Corazzo. La strada è così descritta da Nicola Sculco: (Partendo dalla porta principale della città) “In linea retta incontriamo i magazzini, Albani Morelli, era Cantafora, Valloncello Pignataro, Orto Conventello, magazzini Barracco con casinetta, Albani, Berlingieri, Bruno con stanza superiore, Lucifero Marchese, Giunti, Barracco, termine del vignale Gesù e Maria, fabbriche del convento di S. Francesco con piccolo vignale, magazzini Seminario Diocesano, Albani – Lucifero, Orto Lucifero con portone a volta, e per i termini dei vignali Berlingieri- Frisenda, si giunge al ponte dell’Esaro. A man destra di detta strada, il fondo Gesù, chiuso da mura, sottostante è la stradetta Acquabona, con magazzini e giardinetto murato detto la Concia proprietà Albani, Zurlo e Giglio”. Superato il ponte sull’Esaro, la strada “dalle Botteghelle attaccate al torrente Esaro, continua per il Passo Vecchio, Vallo di Crepacore, Brasimatello, Carpentieri e Schiavone fino a Corazzo”. Tale strada rimase inalterata finché la piena dell’Esaro del 12 dicembre 1905 non provocò la caduta del secolare ponte sull’Esaro, dove passava la strada provinciale Cotrone–Cirò (46).

La palude Esaro
Alla fine dell’Ottocento l’Esaro si era trasformato in una vasta e pericolosa palude. Soprattutto alla foce dove il fiume, ad un livello inferiore del mare, era sbarrato dalle dune sabbiose della marina. Il Dottor Isidoro Caloiro così descriveva la situazione: “ Oggi l’antico Esaro è divenuto un’ampia e micidiale palude, le cui acque per difetto di sbocco ristagnando nell’alveo danno luogo ad una copiosa ed esiziale produzione di miasmi, favorita dalla natura melmosa e fangosa del terreno. Ecco la sorgente del miasma palustre che inquina l’aria di questa Città ed arreca continue molestie alla salute pubblica, segnatamente nella stagione estiva, nella quale il calore facilita la putrefazione delle sostanze vegetali ed animali, l’evaporazione ed il parziale prosciugamento della palude, e quindi infieriscono le febbri da malaria. Per effetto di tali miasmi, il soggiorno di questa città si rende temibile a coloro che vi dimorano, e più fatale ancora a coloro che dimorano nella stazione ferroviaria, ove è massima l’influenza infettiva del miasma, attesa l’immediata vicinanza della palude” (47).

Esaro

Crotone, la foce del fiume Esaro.

 

Il fiume Esaro tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento
Il fiume Esaro che scorre a ponente della città di Cotrone ed a poca distanza dalla medesima, ha il suo corso da mezzogiorno a tramontana, alquanto tortuoso nel tratto presso la strada provinciale e tortuosissimo a monte di essa.
Questo fiume era ormai ridotto ad un fomite di malaria per lo stato di abbandono in cui venne, da secoli, lasciato. Esso, nel I° tratto, dalla sua foce a nord sino al ponte della strada provinciale, misura circa m. 980 e riceve presso lo stesso ponte il torrente Lampos (o Papaniciaro). Questo 1° tratto dell’Esaro ha il suo fondo sottoposto al livello del mare, così che nei mesi estivi, essendo chiusa la foce dalle dune formatesi lungo il lido, diventa un pantano le cui acque comunicano col mare, infiltrandosi nel terreno sabbioso della spiaggia, dopo avere ripiegato a destra. Avviene poi, nelle piane, che le acque, trovando la foce sbarrata dalle dune, si elevano fino all’altezza di queste, invadendo i circostanti terreni bassi, i quali, non avendo scoli regolari, vi fanno ristagnare le acque.
Nel 2° tratto invece, di circa m. 800, l’Esaro si allarga senza produrre grandi escavazioni nel fondo argilloso e formando solo semplici ristagni d’acqua, che producono un’abbondante vegetazione palustre ed una esalazione pestifera a causa delle erbe, che trovansi in macerazione nel fondo pantanoso.
Nel 3° tratto infine, e cioè per il percorso di circa 17 Km., l’Esaro scorre incassato fra sponde ripide e di altezza variabile dai 3 ai 6 metri. Le sponde sono tutte coperte da folta vegetazione palustre e l’alveo si apre in terreni piani argillosi: avviene quindi che l’azione della corrente scava quei tratti del fondo in cui trova minore resistenza, lasciando delle dighe di terreno misto a piante venute in macerazione, e formando perciò una serie di ondulazioni, di cui le parti concave contengono in permanenza ristagni d’acqua.
Ma oltre ai ristagni di acque formati dall’Esaro, altri hanno la loro origine dal Lampos, il quale, per un piccolo tratto prima del suo sbocco nell’Esaro, presenta gli stessi inconvenienti nel 2° tronco di quest’ultimo fiume e cioè si allarga formando dei ristagni d’acqua, che danno origine a fermentazione di sostanze vegetali.
Provvedendosi con regio decreto 11 ottobre 1885, n. 3455, serie 3a, alla classifica in 1a Categoria delle opere occorrenti per la bonifica dei cennati terreni paludosi, furono tosto iniziati i relativi studi, cui seguirono diverse proposte concrete, le quali però non riportarono la completa approvazione superiore. Nell’anno 1899 il Ministero dei lavori pubblici, mosso dal proposito di accontentare le vive e giustificate aspirazioni della cittadinanza cotronese, con lettera 28 luglio stesso anno, incaricava l’ispettore compartimentale del Genio civile di riferire sui criteri da adottare per eseguire quell’opera tanto desiderata. Questi, con relazione 2 ottobre 1899, dopo avere esaminato le condizioni in cui si trovava il fiume Esaro ed i progetti precedentemente redatti per risanarlo, riferì conchiudendo che “un razionale progetto della bonifica in parola dovrebbe avere di mira principalmente la sistemazione completa della zona paludosa adiacente al ponte provinciale, sia nel tratto a monte per circa m. 500 che per un tratto alquanto più breve a valle, zona che, oltre ad essere la più prossima alla stazione ferroviaria,è la peggiore, non escluso, beninteso, il colmamento della bassura nel fondo Gesù, dei signori Berlingieri, posto sulla sponda destra verso la foce dell’Esaro”.
Lo stesso ispettore soggiungeva che i criteri da seguire avrebbero dovuto essere: 1)sistemare con alveo tutto rivestito il secondo tronco dell’Esaro per circa 500 metri a monte del ponte provinciale, regolarizzando egualmente il corso del torrente Lampos che si scarica nell’Esaro a valle di detto ponte.
2)Ricolmare con materie pesanti lo stagno a valle del ponte, aprendo, a raddrizzamento del primo tronco del terzo tratto dell’Esaro, un nuovo canale a sponde e fondo rivestiti, da innestarsi all’alveo a circa m. 300 dal ponte e sistemare poi opportunamente l’immissione di questo nuovo alveo del suindicato torrente Lampos.
Il 1.2.1900 riunitasi in Catanzaro la Commissione tecnica per le bonifiche questa, tenuto presente il citato rapporto dell’ispettore compartimentale lasciava il progetto in corso di compilazione alla parte a valle della strada provinciale adottando i suggerimenti dati dall’ispettore compartimentale.
In base a questi criteri fu compilato il progetto per la bonifica del secondo tronco dell’Esaro, tra la provinciale ed il mare. Ed i relativi lavori appaltati in base a progetto 31.12.1900, furono ultimati nel novembre 1905.
Eseguiti gli studi ed accertato che gli stagni non sono alimentati da sorgive, potendosi ritenere con certezza che quelli di fondo superiore al livello del mare sono formati quasi esclusivamente da acque lasciatevi dal fiume al cessare del suo corso e che quelli di fondo inferiore sono costituiti dalle stesse acque del fiume e da quelle del mare, fu compilato il progetto per la bonifica del tronco a monte del ponte per una lunghezza di circa 800 metri. I relativi lavori, analoghi a quelli del tratto a valle, e cioè rivestimento murario dell’alveo e costruzione di argini erano stati già appaltati quando sopraggiunse la piena del 12.12.1905 distruggendo quasi tutte le opere eseguite per la bonifica del tratto a valle e provocando la caduta del secolare ponte della provinciale Cotrone–Cirò.
Fu allora incaricata la Commissione tecnica centrale per le bonifiche di recarsi sopraluogo, di accertare lo stato delle cose e di suggerire i provvedimenti necessari. Questa commissione eseguita la visita della località, fu di avviso che non dovesse procedersi all’approvazione del contratto stipulato pel tronco a monte, dovendosi redigere per questa bonifica un razionale progetto di sistemazione, comprendendo tutti i lavori da eseguirsi tanto a monte che a valle del ponte. (Marenghi E., Calabria, Roma 1909).

 

Note

1. Nola Molisi G. B, Cronica cit., pp. 56- 58
2. Trinchera F., Syllabus cit., p. 206.
3. Capialbi H., Instructionum Regis Ferdinandi Primi Liber, in Arch. Stor. Cal., 1916, pp. 262- 263.
4. Longo L. ( a cura), La platea del monastero del SS. Stefano e Brunone, Ed. Orizzonti Meridionali Cosenza 1996, p. 67
5. Dip. Som. fasc. 197, (1546), ASN.
6. Alla fine del Settecento il monastero di Santa Chiara possedeva il vignale Mortilletto, vignale di terra rasa e paludosa che confinava con il lido del mare, Lista di Carico C.S. (1790), f. 5v.
7. ANC. 334, 1678, 198 -200.
8. Nola Molisi G. B, Cronica cit., pp. 56- 57.
9. Liber Mortuo. ab anno 1601, Arch, Vesc. Crot..
10. L’università possiede una strada pubblica “tra il giardino del S.r Petro Antonio Pagano et la gabella dela Potighella”. La strada “principia dala porta di fabrica da detto giardino et tira abascio verso tramontana et termina alle bruche grandi che sonno ad termine di detto giardino”. La strada è permutata “con una strada nova per dentro detta gabella dela potighella”, ANC. 49, 1620, 31 -32.
11. ANC. 334, 1673, 3.
12. ANC. 15, 1583, 272.
13. ANC. 119, 1641, 25.
14. ANC. 253, 1667, 6.
15. ANC. 253, 1670, 16.
16. Platea del “Capitulo del Anni 1692 – 1693 e del 1693 – 1694”, f. 9v, AVC.
17. ANC. 497, 1701, 78; 496, 1702, 58.
18. Acta cit., f . 107v, AVC.
19. Acta cit. f. 130v, AVC.
20. ANC. 659, 1715, 43 -49.
21. Anna Suriano possiede “La vigna detta di Labruto, sita nel loco detto il ponte dell’acqua, consistente in vigna, vignale, giardino, fossi, chiusura e torre confine detto ponte dell’acqua”, ANC. 661, 1721, 70 -71, 84 -85.
22. Il territorio “la Pignera” confinava con il fiume Esaro. Nel 1752 i fratelli Antico possedevano un giardino con vigne, alberi fruttiferi, terreno vacuo e torre nel luogo detto “de sopra la Pignera da questa parte il fiume Esaro”, che confinava da una parte con detto fiume e dalla parte laterale con la gabella. ANC. 913, 1752, 173.
23. Nel 1717 Mirtillo Barricellis vende il comprensorio “La Pignera” a Domenico Junta, il quale nel 1737 lo lascia in eredità ai figli Giuseppe e Pietro , ANC. 659, 1717, 32-33; 1063, 1743, 32 -36; 860, 1759, 52.
24. Coll. Prov. Vol. 350, ff. 37 -38 (1718), ASN.
25. Coll. Prov. Vol. 354, F. 255 (1720), ASN.
26. Coll. Prov. Vol. 354, f. 255 (1720), ASN.
27. Lenormant F.,La Magna Grecia cit., Vol. II, p. 178 in nota.
28. ANC. 1063, 1745, 16 -17.
29. Catasto Onciario, Cotrone 1743, ff. 23, 149v.
30. I Giunti venderanno nel 1745 il giardino ai fratelli Antico, ANC. 860, 1759, 51v – 52.
31. ANC. 666, 1744, 45 -46.
32. ANC. 855, 1752, 37 -40.
33. Nel 1790 i proprietari dei vignali che erano obbligati a versare il canone annuo al convento di S. Francesco di Paola erano: Faustina Falco come erede di Felice Bertuccia, Giuseppe Siciliano come erede di Francesco Riccio, Gregorio Strina per vignale pervenutoli da Isidoro Leprincipe, Saveria de Silva e per essa il marito il barone Lucifero, Michele La Piccola e Raffaele Antico come eredi di Leonardo Antico, Pasquale Fanele, Aurelio Asturi come erede di Santa, Caterina Cavarretta e Gregorio Morelli, Lista di Carico , C. S., 1790, f. 21, AVC.
34. Catasto Onciario Cotrone, 1793, AVC.
35. ANC. 1343, 1770, 76 -81.
36. Moio G. B. – Susanna G., Diario di quanto successe in Catanzaro cit., p. 147; De Lorenzis M., Catanzaro, III, pp. 65, 73.
37. Vaccaro A., Kroton, I, 463.
38. In occasione dell’arrivo del re a Crotone era stata aperta, “ per maggior commodo del passaggio di S. M.”, una nuova via pubblica nel “mezzo delli piani” del territorio detto “La Pignera”, appartenente ad Antonio Barricellis. Nel passato si camminava “a man sinistra fra le coste e li piani di detta Pignera”, ANC. 665, 1736, 100.
39. De Leone A., Giornale e notizie de’ tremuoti accaduti l’anno 1783 nella provincia di Catanzaro, Napoli 1783, p. 137.
40. Vivenzio G., Istoria e teoria de’tremuoti cit., p. 141.
41. Iscrizione: “AESARO ETIAM / FLUMINIS IMPETU ET ALLUVIO/ PRISTINO COLLAPSO / IOANNIS BLANCHI DUCTI/ ELEGANTIOR HIC PONS IMPONIT/ ORDO POLULUSQUE CROTONENSI / P. P. / AD MDCCLXXXV”.
42. Stolberg von F. L., Viaggio in Calabria, Rubbettino Ed. 1996, pp. 24, 27.
43. Lucifero A., Cotrone dal 1800 al 1808, pp. 130- 132.
44. Caldora U., Calabria napoleonica (1806 -1815), cit., p. 349.
45. Il 3 ottobre 1808 il sottointendente del distretto di Catanzaro sollecitava il regio governatore di Cotrone ad interessarsi per una sottoscrizione tra i cittadini per completare le nuove strade, AVC.
46. Marenghi E., Calabria, Roma 1900.
47. Caloiro I., La bonifica della palude Esaro nel comune di Cotrone, Cotrone 1888, p. 12.

 

-Appendice-

RELAZIONE PER IL PROGETTO DEL PONTE SUL FIUME ESARO
di Ermenegildo Sintes

“Ill.mo Sig.re
Il ponte sopra il fiume Esaro poco lontano della città di cotrone, fu per quanto si osserva principiato affin di dovervi ultimare stabilmente di fabbrica reale, e di pietra; come lo dimostra la soda fabbrica de’ suoi piloni con continuata platea distesa per tutta la larghezza del fiume, e dalle sue spalle ordite di grossi muri, giusto per tenere a freno li numero tre archi, che si doveano presentare alla corr(en)te. Fu a mio senso sospeso l’ideato lavoro, e per supplire alla necessità del passo, si pensò spianare al di sopra gli orditi triangolari piloni un ponte interino di legno; questo però conoscendosi poco forte di sua natura, e dall’altro canto dovendosi provedere al transito sicuro de’ carri carichi di peso, crederono potersi piantare; ed in fatti piantarono per mezzo il letto del fiume una continuata fabbrica de’ pali a’ due ordini prossimamente alli pilastri del ponte, riempita fra mezzo d’interro, affine di ottenere una strada elevata dal fondo, tanto più, che avendo questo fiume più tosto del torrente, onde la maggior parte dell’anno si riduce quasi senz’acqua, permette potervi liberam(en)te passare. Ordita appena questa fabbrica de’ pali, e strada pensile, immediatam(en)te si vidde (come in realtà dovea accadere) inalzarsi il letto del fiume mediante le deposizioni a’ par di questa med(esim)a strada, servendo questa come di chiusa, e parata, ed in conseguenza si venne a scemare in altezza l’apertura del ponte, per cui nella piena facendosi più che mai elevato atto ad investire la legname del ponte, dieci anni sono, restò questa disciolta, e trasportata. Si pensò dopo al suo dovuto risacimento, ed accortisi, che le aperture del ponte erano troppo basse, a ricever le piene, innalzarono di pochi palmi le pilastre, indi nuovamente lo ricoprirono di legno con la spesa più di due mila ducati, con l’idea di avergli date aperture capaci, ma restarono ingannati, mentre nelle piene dell’autunno prossimo passato elevatosi il fiume prese tutto il legname di petto, e se lo portò, lasciando la fabbrica del ponte, come in disegno si vede. A questo si aggiunse la mala direzzione del fiume med(esim)o, che in vece di prendere il filo nella via di mezzo, si dirigge verso una parte dov’è l’apertura minore, onde per questo istesso ristagnando in di esso, viene a maggiormente innalsarsi contro dal ponte, cosa, che non sarebbe accaduta se liberamente fosse entrato a spaccare il vano maggiore senza diminuzione di celerità già prima acquistata.
Due dunque sono le cause immediate, che contribuiscono alla di lui poco sicurezza, una cioè la non sufficiente capacità de’ vani al passaggio delle piane, e l’altra il ristagno delle acque restando impedito il libero suo corso. Al che per rimediare è necessario in primo luogo togliere la sud(ett)a palificata, ed ordita elevata strada nel fiume, al fine di restituire l’antico fondo di questo, regolato dalla platea del ponte, come pure crederei doversi compiere questo di fabbrica reale fatta ad archi come in disegno si vede, per ottenere non solo una maggiore capacità de’ vani, ma benanco in riguardo ad una ben dovuta sodezza resistente al passaggio de’ carri, ed alla forza del fiume, e in secondo luogo crederei doversi ordire nella parte superiore del fiume in distanza, cioè di palmi circa 250 = da me misurati dal ponte una ben soda palificata come riparo, preso dolcemente ad angolo ottuso con l’andamento del fiume, a’ mottivo di gettare la corrente verso il mezzo, e ad infilare l’arco maggiore. Questo è quel tanto che ho saputo rilevare, siccome da disegni il resto si puol meglio comprendere. Intanto soggiungo lo scandaglio di spesa necessaria da farsi in caso, che si volesse eseguire quanto si è motivato di sopra.
Per C(ann)a di muro 538 da doversi fabbricare sopra li già esistenti pilastri in buon’essere, e sopra li muri parimenti in buon’essere di spalle, ed orditura de’ fianchi con impostarvi i suoi archi, e sopra le dovute pettorate in conformità di disegno, lavorati tali muri nell’interno di pietra, e calce ben sodi, ed al di fuori con pietre d’intaglio volut(at)e unitam(en)te . a tt.a robbaponti, e fattura di maestro a rag(io)ne di ducati 6 la c(ann)a 3228
Per imbrecciata da farsi sopra del ponte, e sopra le due ali laterali in larghezza di p(al)mi 18= in lunghezza di p(al)mi 320= in somma calcolata di c(ann)a 90; valut(at)e a rag(io)ne di carlini 30 la c(ann)a lavorata, ed assettata in calce con suo letto, e a massicciata ben battuta, con che anco s’intende doversi riempiere, e spianare tutte le casse dell’ale laterali di massicciata ben battuta a’ tte robba, e fattura di maestro 0270
Per scippatura di pali, e legname dalla sud(ett)a strada de’ carri considerati d(ett)i pali in somma di 50 = valut(at)e a raione di grana 20 l’uno, con che si deve rimuovere ogn’altro legname 10
Per c(ann)a 15 di passettata come riparo nel sito di sopra espresso, affine di divertire la corrente, che inclina a battere nella parte laterale del ponte, ed avviarla verso il mezzo dell’arco maggiore, qual riparo considerato composto di num(er)o 16 pali per c(ann)a di lunghezza ciascuno p(al)mi 10 di cassa, piantati, e sprofondati in alt(ezz)a di p(al)mi 12 fortificati con catene e guide inchiodate con suoi ingagli a ciascun palo, indi riempite le casse con fascine, e sassi metà per metà, valut(at)e a tt.a, robba, legname, chiodi, e fattura di maestro a ragione di ducati 16 la c(ann)a 240.
Somma in tutto 3748
dico ducati tremila sette cento quarantotto.
ERMENEGILDO SINTES regio Ingeg(ne)re”.

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