Il tempo di Muliraù

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Roccabernarda (KR), località Fiera di Molerà.

Anche se le prime notizie dell’abbazia dedicata alla Natività di Maria, situata presso il fiume Tacina in località Mulerà in territorio di Roccabernarda, sono della prima metà del Cinquecento, essa dovette essere di fondazione più antica.

                      

L’abbazia di Santa Maria di Mulerà poi detta di Mulerà Vecchio

Il 4 novembre 1532 il papa Clemente VII, essendo l’abbazia, o chiesa rurale, di Santa Maria, situata fuori ma vicino alle mura di Roccabernarda, rimasta senza commendatario per morte avvenuta, fin dal mese di ottobre, di Gio. Michele Condopoli, la dava in commenda al vescovo di Castellamare Petro Flores (1). Non passerà molto tempo che il 25 aprile 1535, per cessione del Flores, l’abbazia, o chiesa rurale, di Santa Maria de Mulerà verrà concessa dal papa Paolo III a Mario Pomilio Condopoli (2). Quindici anni dopo, il 15 marzo 1550, per rinunzia del Condopoli il papa Giulio III la concederà al chierico romano Geronimo Paolo Malio (3). In seguito per rinunzia del Malio, la chiesa rurale, o eremitorio, o abbazia di S. Maria “de Nativitate”, o “de Molerà Veteri”, passerà in commenda al vescovo di Macerata Hieronimo de Melchioris (4). Il 27 novembre 1569 per rinunzia del Melchioris il papa Pio V la concederà a Gio. Tommaso Condopoli, maestro di medicina e nelle arti (5). Poco dopo, come risulta da un processo del 1571 (6), il beneficio della chiesa rurale, o abbazia, di S. Maria de Molerà Vecchio risulta in possesso del capitolo della chiesa arcivescovile di Santa Severina. Infatti l’arcivescovo Giulio Antonio Santoro (1566–1572), essendo l’abbazia rimasta vacante l’aveva aggregata alla mensa capitolare, con le sue rendite, valutate circa settanta ducati annui (7).

Il capitolo di Santa Severina la possedeva ancora all’inizio del Seicento, quando l’arcidiacono e vicario di quella chiesa, Prospero Leone, la visitò il 15 giugno 1610 ed annotò che mancava di ornamenti e l’altare era spoglio. Allora aveva l’immagine della Natività della Beata Vergine dipinta su tela e decentemente conservata . L’edificio era stato restaurato per voto a spese e per devozione del reverendo Giovanni Francesco Greco. Il visitatore ordinò al capitolo di curare l’altare e di farvi celebrare nel giorno della festa della chiesa, di munirla di nuove porte e di provvedere a riparare con tegole il tetto in modo da non farvi entrare la pioggia (8). Nel 1634 l’abbazia di Santa Maria de Molerà Vecchio apparteneva ancora al capitolo di Santa Severina, che ne era rettore e commendatario. Per tale motivo, trovandosi in diocesi di Santa Severina, doveva prestare obbedienza e offrire “jura cathedratici” all’arcivescovo Fausto Caffarello. Il cattedratico era stabilito in un porco o in venti carlini; quest’ultimi furono versati il 28 maggio 1634 durante il sinodo dal canonico Antonino Carpenterio (9). In seguito questa chiesa non viene più menzionata nelle relazioni degli arcivescovi di Santa Severina.

 

La chiesa della Natività di Maria a Mulerà

Fin dalla metà del Cinquecento cominciò ad esistere in località Mulerà un’altra chiesa dedicata alla Natività di Maria ed attorno ad essa si spostò la fiera. Da allora, infatti, l’antica abbazia, per non essere confusa con la nuova, assunse il titolo di Mulerà Vecchio. Dalla stessa visita del 1610 veniamo a conoscenza che nella “nuova” chiesa vi erano due altari: uno interno e l’altro all’esterno, uno dei quali era stato da poco rifabbricato a spese e devozione del fu Benedetto Finogesi. In entrambi il Finogesi faceva celebrare in tempo di fiera. Dentro la chiesa vi era una grande quantità di pali e di tavole. Poiché la chiave della chiesa era in possesso dell’erario Fabio Franco, affittatore di Roccabernarda, il visitatore se la trattenne per darla all’arciprete o al vicario foraneo. Quindi ordinò di adoperare, nella riparazione delle altre chiese di Roccabernarda, i pali, le tavole e gli altri legni, con i quali si fanno le botteghe dei mercanti, che si trovavano riposti in chiesa (10).

Cinquant’anni dopo, il 20 ottobre 1660, l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella descrive la chiesa situata ad un miglio e mezzo dalle mura di Roccabernarda, nel luogo dove l’otto settembre di ogni anno si fa la fiera. L’interno dell’edificio sacro era pieno di travi, tavole ed altri materiali, che venivano usati per la fiera. L’altare era spoglio e mancante dell’icona e degli altri ornamenti. L’arcivescovo ordinò di mettere i materiali in un altro luogo e di fornire entro sei mesi l’altare delle cose necessarie, pena l’interdizione, e nel frattempo non vi si celebrasse. Sotto un certo portico, posto dalla parte destra della porta della chiesa, era situato un altare similmente spoglio, nel quale si era solito celebrare la messa nella festa della Natività della Beata Maria, giorno della fiera, per la comodità della grande moltitudine di persone che vi si radunano. Poiché il luogo nel quale era posto questo altare era aperto e in esso trovò mondezze ed era inoltre esposto all’ingresso di animali, comandò che, sotto pena dell’interdizione personale e locale, non vi si celebrasse, finché detto altare non fosse circondato da un muro alto sei piedi. Ordinò inoltre che sopra il muro doveva essere costruito un cancello di legno, fatto a forma di cappella, e si coprisse con tavole il luogo dove era situato detto altare e si chiudesse con una porta e sbarre di ferro  e non si aprisse se non nel giorno in cui si celebrava, cioè nel giorno della fiera, festa della Natività di Maria. Prima comunque l’altare doveva essere provvisto di icona e di ogni altra cosa necessaria (11). La chiesa di Santa Maria risulta ancora esistente alla fine del Settecento, quando in essa si celebrava solo il giorno della fiera (12).

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Roccabernarda (KR), resti della chiesa in località Fiera di Molerà.

 

La fiera di Mulerà

L’otto settembre, festa della Natività della Vergine, aveva luogo presso l’abbazia omonima situata in territorio di Roccabernarda la celebre fiera detta di Mulerà.

Da alcuni documenti, riferiti al regno di Alfonso d’Aragona, sappiamo che spettava al re nominare il maestro della fiera, il quale prendeva in consegna lo stendardo reale che inalberava e custodiva per tutto il tempo della fiera. Per tutta la durata del mercato egli godeva di privilegi, entrate ed immunità, amministrava la giurisdizione civile, criminale e mista, senza il suo permesso non si poteva né vendere, né portare armi di qualsiasi tipo, manteneva l’ordine e vigilava sui prezzi, sulle frodi e sul contrabbando. Il 3 settembre 1451, essendo giunta la notizia della morte di Antonio Miles e di un’altra persona, che per concessione regia detenevano a vita l’ufficio di magistrato della fiera di Mulerà, essendo perciò questa rimasta priva di rettore,  Martino Giovanni Escarrer, luogotenente del vicerè Francesco de Siscar, in nome dei poteri conferitigli, poiché si avvicinava il tempo in cui si è solito tenere il mercato, concedeva l’ufficio di mastro della fiera al fratello Bernardo Escarrer. In quanto uomo di provata idoneità ed esperienza ed adatto a gestire tale l’ufficio, il luogotenente gli concedeva il potere di esercitarlo liberamente ed in modo pieno con le giurisdizioni, privilegi ed entrate, così come li avevano goduti i predecessori. Obbligandolo, prima di entrare in possesso della carica, “ad sancta Dey evangelia iuramento de officio ipso bene et legaliter excercendo ad honorem fidelitatem et statum prefate Sacre Regie Maiestatis” (13). Il sette agosto 1452, il re informava il vicerè di Calabria di aver conferito l’ufficio di maestro di fiera di Molerà al suo scrivano Sansonetto Comito, il quale non potendo essere presente, lo affidava a Giovanni Monaco (14).

Durante il periodo aragonese e nei primi decenni del Viceregno è documentata l’importanza della fiera non solo per tutti gli abitanti del “Marchesato” ma anche per quelli dei casali silani. L’otto settembre 1480 il regio mastro della fiera di  Mulerà, Luca de Modio, faceva delle concessioni agli abitanti dei casali di  Cosenza, che partecipavano al mercato e alla fiera di Mulerà, esentandoli da alcuni pagamenti. Circa cinquant’anni dopo, il 7 dicembre 1528, Il mastro giurato ed il sindaco di Scigliano, presentando tale privilegio, chiederanno che sia osservato (15). Il regio pagatore della fabbrica della città e castello di Crotone, Gio. Veles de Tappia, annota che l’otto settembre 1541 alla fiera di Mulerà si sono comprati da diversi venditori ed a prezzi diversi 13 buoi per utilizzarli nella costruzione delle nuove fortificazioni della città, spendendo in tutto 154 ducati. Scorrendo l’elenco dei venditori troviamo che sono massari di Belcastro, Verzino, Santa Severina, Crotone e Roccabernarda (16). L’anno dopo, il 7 settembre, lo stesso pagatore anticipa al capomastro della regia fabrica di Crotone, il crotonese donno Jacopo de Amato, ducati otto perché “havera de andar ad molera per comprar alcuni cosi necessarii” (17). Sempre dai libri contabili del regio pagatore risulta che i garzoni, che lavoravano alla costruzione, erano “locati ad anno di molera”, cioè il loro contratto scadeva e veniva rinnovato ogni anno al tempo della fiera, giorno in cui ricevevano anche un anticipo (18).

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Roccabernarda (KR), località Fiera di Molerà.

 

Il luogo ed il tempo

Oltre alla compra-vendita di bestiame grosso e minuto la fiera di Mulerà era importante perché nelle logge, che in tale occasione venivano costruite, convenivano numerosi mercanti con le loro merci, difficilmente reperibili in loco. Per tale motivo era punto di attrazione per gli abitanti anche di paesi lontani. All’inizio di settembre 1561, il sindaco di Melissa, Marino de Cusulo, paga un ducato a Possidonio de Cristoforo, il quale ha comprato una risma di carta a Mulerà (19).

Sul finire del secolo, l’otto settembre 1592, Jo. Mutio Susanna da Crotone va alla fiera di Molerà dove compera per la sorella Bernardina palmi sedici di “saya di norcia fratisca” e palmi otto di “anmetta russa” e l’anno dopo, sempre per la sorella, 13 palmi di “rania fabiana” e per la nipote Adriana Berlingieri, “un paro de chianelli nap.ni” e palmi due di “armosino nap.no” (20).

Per i paesi del Marchesato le fiere di Molerà e di Santo Ianni segnavano il tempo. Erano quindi temute o attese, a seconda del dare e dell’avere. Scadevano infatti numerosi pagamenti per fitto di terreni, per consegna di doti, per prestiti, per vendite ecc. La cutrese Justina Foresta ridotta in povertà vende la sua casa per ducati 42, parte dei quali li ha già avuti ed il resto l’ha da ricevere “in questo molirà” (1586) (21).  Antonio Facente il 13 ottobre 1598 prendeva in affitto dal monastero di Altilia gli erbaggi e ghiandaggi delle Serre, impegnandosi a pagare metà alla fiera di “Santo Janni dilagli” e metà a Molera. Sempre il priore ed i monaci del monastero all’inizio del Seicento affittarono ad alcuni abitanti del casale di Altilia il “Bosco delle Serre” per il pascolo dei loro animali e anche con la possibilità di “affittare et fidarci ogni sorte di bestiame così forastiera come citadini” in cominciando dall’inizio di ottobre per tutto “Muliraù” per il prezzo di ducati 30, da pagarsi “dentro la fera di Muliraù primo futuro” (22). Il 12 luglio 1608, fatti i conti della amministrazione della tutela, Hieronimo Grisafo del casale di Papanicefore risultò debitore verso Jo. Petro Grisafo. Egli si impegnò a saldare il debito “in die fori molerà” dello stesso anno (23). Nel contratto di matrimonio tra Dianora Capicchiano e Gio. Francesco Cerrello, stipulato a Crotone il 2 giugno 1627, il fratellastro e la madre della sposa promettono di consegnare in dote ai futuri sposi ducati 400 e precisamente 150 ducati in mobili da consegnarsi nel giorno dell’affidare, ducati 80 in contanti da pagarsi a Mulerà dello stesso anno, ducati 70 sul valore di una casa e ducati 100 in contanti da consegnarsi nel dì della Maddalena prossimo futuro (24). Nell’autunno 1662 Salvatore Miniscalco e Domenico Oliverio di Scandale ed Andea Oliverio di S. Giovanni in Fiore prendono in fitto dalla baronessa di Casabona alcune gabelle poste in territorio di Crotone dove fanno pascolare vacche, buoi, cavalli e muli, obbligandosi a pagare l’affitto “a mulerà p.mo” (25). Nell’accordo sul matrimonio da contrarsi tra Giuseppe La Canna ed Innocenza Schipano, rogato in Cutro il 30 aprile 1664, il fratello di quest’ultima tra i beni dotali promette di consegnare ducati 100 e cioè ducati 5 “nell’otto di settembre primo venturo e li rimanenti in ducati 10 l’anno in ogni di di molirà ad extinguendum, verum nel di di molera dell’anno 1674 sarà l’ultimo pagamento di docati cinque” (26).  Nel contratto di matrimonio tra Julio de Costa e Lavinia de Durante, stipulato a Crotone il 14 gennaio 1667, il fratello della sposa promette tra l’altro in dote ducati 150 in contanti, che verserà in tre rate uguali la prima a Mulerà 1667, la seconda a Mulerà 1668 e la terza a Mulerà 1669. Sempre agli stessi futuri sposi, Antonio de Marino di Cosenza promette altri ducati 50 che darà in due rate uguali a Molerà 1667 e a Molerà 1668 (27). Nel novembre 1674 Michelangelo Cimino di Crotone promette in dote alla sorella ed al suo futuro sposo alcuni beni tra i quali “una gonnella di saia nova che promette farcila a Molerà primo” e ducati venti che darà a ducati quattro l’anno per ogni Molerà ad iniziare dal prossimo (28). L’aristocratico crotonese Domenico Suriano, che amministrò i beni della nipote Anna Suriano dal luglio 1714 per tutto il 1715, vendette nella fiera di Molerà otto mazzoni e sedici buoi. Nel giorno di Molerà riscosse l’affitto del feudo della Garrubba, pagò il salario ai vaccari ed ai bovari e l’affitto di due gabelle, che erano servite per l’”erbaggio per li bovi e per le vacche” (29). Nell’aprile 1730 i fratelli Pietro e Isidoro Squillace di Crotone possiedono una casa in rovina che vendono a Gregorio Papasodaro. Non avendo al momento il denaro, il Papasodaro si obbliga a pagarla nel dì di Molerà dello stesso anno (30). Gli economi che amministravano le vaste tenute ecclesiastiche, come ad esempio quelle della mensa vescovile, del Capitolo, delle clarisse di Crotone, del clero di Cutro ecc., di solito affittavano i terreni ad “uso di pascolo di pecore”, con pagamento alla terza domenica di maggio “in fiera di S. Ianni” ed “ad ogni uso”, cioè colui che prendeva in fitto i terreni poteva sia metterli a semina sia utilizzarli per “pascolo di animali vaccini” (31), con pagamento dell’affitto l’otto settembre “in fiera di Molirà” (32). Tale consuetudine era radicata ed osservata nei paesi del Marchesato, come evidenzia questo sunto. Il massaro Michele Giaquinta di Crotone si obbliga a pagare al rettore del seminario, Antonino Morelli,  nel giorno di Molerà 1774 ducati 38 per l’affitto per un anno, ad iniziare dal 15 agosto 1773, della gabella di Pernabò “ad uso erba di pascolo d’ogni sorte d’animali vaccini, e con specialità esclusi li porci, a riserba di quelli servissero per uso di vaccarizzo e con la potestà di associare e subaffittare colla condizione e patto espresso però che se mai volesse subaffittare la gabella a pecorari per pascolo di pecore, si sorte maturato l’affitto per il seminario in S. Ianni, terza domenica del mese di maggio 1774, perché così si pagano da pecorari per pascolo di pecore, e non altrimente” (33). A conferma di tale uso a volte si trova espresso che negli affitti dei terreni per sei anni, per il primo triennio in erba per pascolo di pecore si paga in S. Ianni e nel successivo ad ogni uso in Mulerà (34). Tanta era l’importanza e notorietà che, nel linguaggio comune, la fiera era anche usata come riferimento per collocare nel tempo fatti ed avvenimenti, avvenuti prima o dopo il suo svolgimento. Gio. Battista Barricellis di Crotone deve avere del grano da Tomaso Capoano. Poiché il Capoano non è in città si rivolge a Gio. Vittorio Terranova, il quale gli assicura che il Capoano una volta fatta la fiera di Molerà ritornerà a Crotone e gli consegnerà il grano. Fatta la fiera e ritornato il Capuano il Barricellis protesta perché non gli viene consegnata la merce (35). Il Peppo Galletta di Crotone, che era a guardia di una vigna, afferma che ai primi di settembre del 1723 di notte fu nascosta una carrata di grano dentro un parmento nel basso della torre dei Gallucci e che dopo la fiera di Molerà dalla torre furono portati via due sacchi di grano e dopo otto giorni un altro sacco (36).

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Roccabernarda (KR), resti in località Fiera di Molerà.

 

La fiera a metà Seicento

Dagli atti del notaio rocchese Giacinto Amoroso, che nei giorni di fiera rogava “in foro Mulerà”, possiamo farci un’idea dell’importanza che conservava il mercato a metà Seicento, nonostante il terremoto che nel 1638 aveva devastato i paesi della vallata del Tacina e lo spopolamento creato dalla peste. La durata della fiera si era ristretta a pochi giorni, soprattutto il giorno della festa ed il suo precedente, ma essa rappresentava ancora l’occasione più importante per lo scambio di animali e di beni tra gli abitanti dell’entroterra, dei casali silani e di quelli della marina. Essa era il luogo deputato da persone, provenienti da paesi tra loro lontani, per concludere gli affari.

Il sette settembre 1640 “in foro Mulerà”, Isabella Prospero di Mesoraca, che ebbe la tutela delle orfane Dianora e Minica Truscia del casale dell’abbazia di Altilia, a conclusione della sua amministrazione versa alle due sorelle ducati 27 (37). Il giorno dopo, festa della Natività della Vergine, Gio. Domenico Curugliano di Cirò vende 196 porci, a ragione di carlini 15 l’uno, al reverendo Bartolomeo Cavaliero Paestore d’Otrera di Spagna (38). Nello stesso giorno, “in foro Mulerà”, Cesare Jacovello di Roccabernarda vende ad Orazio Benimento di Roccabernarda una vigna (39).

All’inizio di settembre del 1644 Didaco Francesco Malfitano, figlio e curatore di Jacobo Malfitano, barone di Crucoli, non potendo essere presente alla fierà di Mulerà, invia il suo procuratore, il reverendo Mario Spulitrino di Cirò, il quale avrà il compito di incassare ducati 300, che deve consegnargli Giovanni Matteo Cavaretta di Policastro per cponto di Orazio Sersale, barone di Policastro, come ratei arretrati di un prestito (40). Gio. Pietro Susanna di Cotrone è presente alla fiera del 1650, dove vende al chierico coniugato Carlo Richetta di Policastro una casa palaziata distrutta dal terremoto e situata in Policastro, che ha ereditato dalla sorella (41). Il sette settembre 1652 “in foro Mulerà” Giovanni Domenico Trayna di Cotronei vende a Salvatore de Maria di Cotronei una casa terrana (42). Tre anni dopo, nello stesso giorno e nello stesso luogo, davanti a Tommaso Rizza, luogotenente e maestro di fiera, Domenico Marrazzo di Planis (Cosenza) discolpa Masi de Mauro, il quale in Cotronei durante una rissa gli aveva ucciso il fratello (43). Nella fiera del 1658 Achille Cundaro di Figline (Cosenza) vende sei cento pecore, “buone e mercate a tutte e due l’orecchie e con una croce nella fronte”, e tre cani al chierico Lutio Oliverio di Cutro per ducati 440 ed un tari (44). Sempre nello stesso giorno Petro Giovanni Oliverio del casale di Scandale cede una vigna situata in territorio di Scandale al rocchese Francesco Adamo (45) e Giovanni Domenico de Luca di Santa Severina ottiene un prestito di ducati 50 al 9% dal prete Gio. Pietro Terioti di Santa Severina (46). Il sette settembre 1660 “in foro Mulerà” la vedova Dianora Truscia dell’abbazia di Santa Maria di Altilia ma abitante a Montespinello, dona a titolo di patrimonio sacro al figlio, il chierico Michele Angelo Romeo, quattro buoi, una vacca, un vitellazzo, un‘asina col suo asinello e tre case terranee situate nel casale di Altilia (47). L’otto settembre 1663 “in foro Mulerà” Marco Partepilo, erario di Cotronei ed erario di Federico Santoro di Capua, che ha affittato  il feudo del duca di Belcastro, consegna ducati 455 a Nicola Morano di Cotronei, abitante a Cosenza e procuratore di Francesco Antonio Molli (48). L’otto settembre 1669 in foro Mulerà Gregorio Mazza di Nicastro dichiara che doveva avere da Eliseo Cristiani ducati 100 per una cessione fatta in precedenza. Poiché non è stato soddisfatto durante la fiera, come si era obbligato il Cristiano, “li n’è pervenuto molto interesse con perdita di docati 30” (49). L’otto settembre 1672 “in foro Mulerà” Isabella Ammò, vedova di Jacobo Cerro, e Cornelia Cagnone, abitanti a Montespinello, vendono per ducati 4 a Domenico Puglise della stessa terra, un casaleno situato a Montespinello nel luogo detto la Valle (50).

 

Concessioni, soprusi e contrabbando

Sempre di questi anni sono alcuni documenti che riguardano concessioni e soprusi. In una dichiarazione gli eletti dell’università di Roccabernarda, in data 16 settembre 1651, affermano che nella fiera di Molerà prima di vendere i mercanti delle “loggie di bocceria” devono ottenere il permesso del mastro di fiera, il quale stabilisce il prezzo che devono vendere ai cittadini di Roccabernarda, mentre li lascia liberi nella vendita agli abitanti degli altri paesi; inoltre attestano che per antica consuetudine i mercanti della contea sono esenti dal pagamento del luogo, mentre gli altri devono pagare (51). Vi è poi  la protesta di Giovanni Domenico Gallello di Cutro, il quale denuncia che durante la fiera di Molerà del 1653 Gioseppe de Squillace, come sostituto arrendatore,  lo aveva maltrattato e lo aveva fatto carcerare e ciò per non “haverli conservato uno pezzo di sola et d’haverlo minacciato di voler far vendere l’altre sole che esso Gio. Domenico teneva per comprarsino esso Gioseppe una bona”. Minaccia che poi era stata eseguita, creando gravi danni al Gallello (52). Sempre durante la fiera sono segnalati casi di contrabbando. Con tale accusa vengono sequestrati i ventinove animali vaccini appartenenti ad alcuni macellai di Catanzaro, i quali con l’inganno e “malis artibus” volevano portarli nella loro città, togliendoli dal recinto della fiera “senza sfundacarli” (53). Sempre in questi anni è segnalata l’assidua presenza degli aristocratici crotonesi. Nel 1685 tra i beni in possesso della nobile crotonese Luccia Suriano, vedova di Ottaviano Cesare Berlingieri, vi sono due “mercanzie di porci al numero di 350”; una comprata alla fiera di San Marco di Corigliano e l’altra alla fiera di Molirà da diverse persone di Policastro e Mesoraca. Tali porci sono tenuti in custodia da Giuseppe Catina di Policastro e pascolano nelle foreste di Mesoraca (54).

 

Note

 

  1. Russo F., Regesto, III (17139).
  2. Russo F., Regesto, III (17474).
  3. Russo F., Regesto, IV (19616).
  4. Russo F., Regesto, IV (20249), (20279), (20292).
  5. Russo F., Regesto, IV (22183).
  6. Scalise G.B., L’archivio arcivescovile di Santa Severina, Catanzaro 1999, p. 43.
  7. Relatione dello stato della chiesa metropolitana di Santa Severina, S.ta Severina 22 martii 1589; Relatione ecc. 1603.
  8. Visitatio Terre Rocce Bernarde anni 1610, in Caridi G., Chiesa e società in una diocesi meridionale, Messina 1997, p. 79.
  9. Acta Synodi S. Anastasiae sub Ill.mo et R.mo D.no Fausto Caffarello Romano Archie.po, Siberene cit., p. 24.
  10. Visitatio cit.
  11. Libri antichi e platee, Cart. 80/3, f. 37, AS.CZ.
  12. Lim. S. Severina., 1765.
  13. Fonti Aragonesi, Vol. II, pp. 104-105.
  14. Sposato P., Attività commerciali calabresi in un registro di lettere di Alfonso I° d’Aragona, re di Napoli, in Calabria Nobilissima, n. 23 (1954).
  15. Maone P., San Mauro Marchesato, Catanzaro 1975, p. 268.
  16. “Lazaro di Belc.o bove uno per duc. 13, da carlo de verzini uno bove duc. 13 ½, da paduano de mauro de S.ta Sev.na uno bove per duc. 13 ½, da stefano casaluchio de cotroni bove uno duc. 14, da joanber.no lo morello de cotroni uno bove duc. 13, da antonuccio risitano de cotroni per dui bovi duc. 23, da ces.o fra.co de s.ta severina dui bovi per duc. 21 ½, da matthero terranova de cotroni uno bove duc. 10, da jo.e muschetta dela rocca bernarda uno bove duc. 11 da joanni de belc.o habitanti in la rocca bernarda uno bove duc. 11 ½ da jo. Amino dela rocca bernarda uno bove per duc. 12 li quali tutti fanno la somma de ditti bovi n. 13 et de ditti dinari duc. 154”, Conto de dispesa se faranno in la Regia fabrica dela cita de Cotrone et castello per me Joan Velis de Tappia Regio pagator de ditta fabrica, Dip. Som. f.s. 196/5, f. 70v, ASN.
  17. Conto de dispesa cit., f. 136.
  18. X 7bris 1542. Ad gerubino russo de cotroni loca la sua persona fino ad molera 1543 have receputo in conto de soldo duc. 6, Conto de dispesa cit., f. 136.
  19. Conti comunali (Melissa), fs. 199/5, f. 1v, ASN.
  20. 49, 1594, 227v, 230v.
  21. Il 4 luglio 1586 in Cutro la vedova J. Foresta dichiara di aver donato delle vigne al figlio con la promessa di avere, vita durante, “vitto e vestito”. Poiché il figlio non ha mantenuto la promessa è costretta a vendere la sua casa, ANC. 12, 1586, 55-56.
  22. Monastero di S. Maria di Altilia (1579 –1782), B.8, AS.CZ.
  23. 49, 1612, 9.
  24. 118, 1627, 32v-33.
  25. 253, 1663, 15v-16r.
  26. 231, 1664, 37v-38r.
  27. 313, 1667, 9.
  28. 333, 1674, 83.
  29. Conto della amministrazione della tutela della Sig.ra D. Anna Suriano, ANC. 659, 1716, 39 sgg.
  30. 663, 1730, 35.
  31. Alcuni massari di Crotone testimoniano che gli affitti dei territori, o gabelle, del comprensorio della città e dei paesi vicini “che si pigliano ad ogn’uso, si sentono, come si pigliassero in semina, perché tanto è affittarsi ad ogn’uso che affittarsi in semina, potendo l’affittatore farli pascere d’animali e seminarli a suo piacere, quanto dell’affitti in erbaggio non puole l’affittatore valersine in altro che farli pascere d’Animali”. Inoltre affermano che di solito lo stesso territorio affittato ad ogni uso dà una rendita un terzo in più, che se viene affittato ad erbaggio, ANC. 911, 1739, 29.
  32. L’economo della mensa vescovile di Crotone affitta la gabella S. Sosto in erbaggio per un anno maturato a 8 settembre 1711, Conto mensa vescovile di Cotrone (1711-1712) Dip. Som. F. 315, f. 2, ASN.; G. Cariati prende in fitto “ad ogni uso” dall’economo della mensa vescovile di Crotone alcuni terreni per tre anni ad iniziare dal 15 agosto 1756 e si impegna a pagare l’annuo estaglio di ducati 285 a Mulerà, otto settembre di ciascun anno a partire dall’otto settembre 1757, ANC. 1267, 1759, 264 –265; F. S. di Mayda nel giugno 1751 prende in fitto per tre anni la gabella Cervellino, per metà di proprietà del clero di Cutro e per l’altra metà dei Morelli “, ad uso di massaria, et ad ogni altro uso” per l’estaglio di ducati 240 l’anno pagabili in fiera di Molerà, ANC. 1069, 1752, 25 –26; Tomaso Faraldi di Santa Severina affitta nell’estate 1754 per un anno fino alla fine di agosto 1755 il corso di Casalenovo per farvi pascolare “200 teste di animali vaccini”, impegnandosi a pagare l’intero estaglio di 290 ducati “in fera molerà” del 1755, ANC. 1125, 1755, 2-3; Nel settembre 1772 il massaro P. Carcea di Papanice prende in fitto per tre anni, ad iniziare dal 15 agosto 1773, una gabella “ad ogni uso, forchè a pascolo di porci, ma solamente quelli servissero per uso di mandra, o vaccarizzo”. Egli si impegna a pagare al capitolo di Crotone ducati 150 e cioè ducati 50 a Mulerà 1774, ducati 50 a Mulerà 1775 e i restanti a Mulerà 1776, ANC. 1665, 1772, 4, ecc.
  33. 1665, 1772, 9v-10r.
  34. Platea del monastero di S. Chiara di Cotrone, 1823, f. 5, AVC.
  35. 338, 1701, 81.
  36. 661, 1723, 192-193.
  37. 179, 1640, 44.
  38. 179, 1640, 45 – 46r.
  39. 179, 1640, 47.
  40. 179, 1644, 61-63.
  41. 180, 1650, 71.
  42. 180, 1652, 94-95.
  43. 180, 1655, 57-58.
  44. 180, 1658, 61-62.
  45. 180, 1659, 33-34.
  46. 180, 1659, 35v- 39.
  47. 181, 1660, 32v-33.
  48. 181, 1663, 43.
  49. 181, 1669, 53-54.
  50. 181. 1672, f.32.
  51. Caridi G., Uno “Stato” feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi 1988, pp.95-96.
  52. Il 3 marzo 1654 a Crotone, in presenza del capitano della città Luis Lopes Serrano, D. Gallello ritira la denuncia e ritratta, ANC.  229, 1654, 35v.
  53. 1528,1775, 28.
  54. 335, 1685, 51.

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