La città di Belcastro e “La Stella di San Tommaso”

In età sveva il feudo di Geneocastro (Genicocastro, Genitocastro) appartenne ai Fallucca o Falloch. Alla stessa famiglia rimarrà per breve tempo anche dopo la conquista del Regno da parte degli Angioini, come risulta dall’atto con cui Carlo I d’Angiò l’otto luglio 1269 riconosceva a Clemenza o Clementina Fallucca, per sé ed i suoi eredi, il dominio feudale sulla città di Genitocastro. Clemenza Fallucca, moglie di Berardo de Czifono o de Tortora, aveva avuto il feudo come erede del padre Riccardo e nel 1278/79 ne era ancora in possesso (1).

Dai Fallucca ai De Aquino
Poi passò agli Aquino, in seguito al matrimonio tra Fiordelasia Fallucca, sorella di Clemenza, e Tommaso de Aquino. Nel 1284 Tomaso de Aquino risulta già feudatario di Belcastro con il titolo di conte. Tommaso de Aquino comandò l’esercito di Carlo d’Angiò in Terra di lavoro e partecipò alla battaglia navale, dove fu fatto prigioniero assieme al figlio del re (2). Nel 1292 troviamo Atenolfo d’Aquino ed alla sua morte il feudo passò a Tomaso de Aquino, che nel 1293 ne risulta in possesso (3). Nel 1330 da “Gneocastrum” la città mutò il nome in “Bellicastrum” (4). Nel 1351 risulta conte di Belcastro un terzo Tomaso o Tommasello de Aquino che morirà nel 1357 (5). Seguì Isabella de Aquino come compare in un documento del 1365 col titolo di contessa di Belcastro (6).

La Contea nel sec. XV
Alla morte di Isabella D’Aquino, avvenuta nel 1373, nello stesso anno pervenne ai Santoseverino, come risulta dalla conferma fatta dal papa Gregorio XI della concessione e donazione del feudo, fatta dalla regina Giovanna e dal marito Ludovico, ad Enrico de Sanctoseverino ed ai suoi eredi del comitato di Belcastro (7). Enrico Sanseverino, uno dei potenti del regno, era ancora conte di Belcastro nel 1390 (8).
La contea passò quindi al figlio Luigi, che fu ribelle a re Ladislao. Perciò nel 1401 fu privato del feudo. L’anno dopo la città venne venduta a Pietro Paolo da Viterbo, alias Peretto de Andreis, che ebbe la contea di Belcastro ed il marchesato di Crotone. Pietro Paolo da Viterbo si schierò per il di La Marche. Nell’estate 1417 le truppe di Antonuccio dei Camponeschi di Aquila devastavano le proprietà di Pietro Paolo da Viterbo, marchese di Crotone e conte di Belcastro.
In seguito pervenne ai Ruffo. Prima Nicolò poi le figlie Giovannella ed Enrichetta, moglie quest’ultima di Antonio Centelles, che fu ribelle al re Alfonso d’Aragona. Con la discesa dell’esercito del re nell’autunno 1444 la città verrà assediata. Il re, dopo aver ottenuto il controllo delle terre e dei passi sul Neto, si diresse ad occupare quelli sul Tacina. Il 16 novembre l’accampamento regio è presso Rocca Bernarda (9), la quale si difese tenacemente per alcuni giorni ma “espugnatone il castello” le truppe del re, dopo aver messo a ferro e fuoco quella terra, si diressero alla conquista di Belcastro.
Il 21 novembre il regnante è a Belcastro. In quel giorno Alfonso concedeva dei privilegi ai rappresentanti dell’università di Cropani (10). Dopo poco i cittadini di Belcastro si arrendevano ” e gli furo aperte le porte non possette però espugnar il castello, e la torre detta di Castellaci”, lasciate delle truppe di presidio alla città e per proseguire nell’assedio (11), il re si diresse su Santa Severina (12).
Dopo la caduta della città venne nominato castellano del castello di Belcastro Galberano de Barbera (13). In seguito il De Barbera oltre che castellano divenne anche governatore e capitano della città, come risulta da un ordine di re Alfonso. Il re il 9 agosto 1449 comandava al tesoriere di Calabria Gabriele Cardone di pagare al nobile Galcerando de Barbera, castellano del castello e torre di Belcastro e governatore e capitano della città ed ai suoi aiutanti il salario, che a loro spettava, sia quello arretrato, quanto il presente ed il futuro (14). Dopo la morte di re Alfonso divampò la ribellione in Calabria contro il re Ferdinando. Particolarmente cruento fu lo scontro tra le truppe regie ed i ribelli nella contea di Belcastro e nel marchesato di Crotone, dove erano particolarmente attivi i seguaci del marchese di Crotone Antonio Centelles.
Le operazioni militari si svolgevano con fasi alterne. Alfonso d’Avalos, comandante delle truppe regie, sconfiggeva il 19 maggio 1459 presso Belcastro i ribelli e li costringeva a ripiegare su Crotone, ma questi scontratisi con le truppe del tesoriere le sgominavano. Gli scontri proseguivano ed il 2 giugno un esercito composto da contadini del ducato di Squillace, del conte di Nicastro e del conte d’Arena e di altri baroni subivano una grave sconfitta presso Maida da Alfonso d’Avalos che poi però doveva ritirarsi verso Cosenza.
Frattanto le terre del Marchesato nell’estate 1459 venivano prese formalmente in consegna dagli emissari del principe di Taranto, anche se nella città di Crotone, già da tempo in mano ai seguaci del Centelles, rimaneva ancora nel castello un presidio regio che vi rimarrà fino ad agosto. Re Ferdinando prima di scendere con l’esercito in Calabria reintegrò il Centelles nei suoi antichi feudi. Il marchese ebbe quindi pieno possesso del suo antico stato, di cui parte si era già con la forza impossessato, e che comprendeva Crotone, Santa Severina, Belcastro, Catanzaro, Tropea ed altri luoghi (15). Durante la discesa del re Ferdinando con un esercito, Belcastro fu assediata. I cittadini si arresero l’otto ottobre dopo aver avuto la conferma dei privilegi, tra i quali quello di rimanere in demanio, ed aver ottenuto alcuni sgravi fiscali (16).
Intanto si arrendevano Santa Severina, Cirò ed altre città; resistevano Le Castella e Crotone. Giunte le tre galee ad esse si unì un’altra che già si trovava sui mari di Calabria, ed insieme posero il blocco e bombardarono Le Castella, la quale si arrese dopo che il 14 ottobre il re “in felicibus castris prope Belcastrum” aveva accolto le richieste fatte da Michele Petro a nome di quella università (17).
Il 24 giugno 1462 Ferdinando,accogliendo la richiesta di perdono e di sottomissione di Antonio Centelles e della consorte Errichetta Ruffo, li reintegrava nei feudi confiscati a causa della ribellione, avendo alzato le loro insegne e le loro armi in favore degli Angioini e perdendo per questo i loro beni che erano stati così donati dal re: il marchesato di Crotone al principe di Taranto, le città di Catanzaro e di Santa Severina e le terre di Mesoraca, Castella, Roccabernarda, Policastro, Taverna, Roccafalluca e Tiriolo erano state poste in demanio, la contea di Belcastro, la baronia di Cropani e le terre di Zagarise e Gimigliano erano state date al principe di Bisignano e a Tommaso Carrafa. Le terre di Cirò e Melissa, la baronia di Castelmonardo con le motte di Montesori e Monterusso e Polia, le terre di Rosarno e la baronia di San Lucido con le motte o terre di San Giovanni e Montebello, le terre di Castelvetere e Roccella a Galeotto Baldaxino assieme ai casali e alle torri e con la provvigione di 4000 ducati con la gabella della seta, Badolato, Motta di Caccuri e con altre terre (18). Così Antonio Centelles e la moglie ebbero da re Ferdinando la città di Crotone con il titolo e la dignità di marchese che era detenuta dal principe di Taranto, la città di Catanzaro con il titolo e la dignità di conte, la città di Santa Severina e le terre di Mesoraca, Le Castella, Rocca Bernarda, Policastro, Taverna, Rocca Fallucca e Tiriolo, terre in demanio che erano amministrate da ufficiali del re, la città di Belcastro con il titolo e la dignità di conte e la baronia di Cropani e Zagarise e la terra di Gimigliano, terre occupate e detenute dal principe di Bisignano (19) e da Maso Barrese, le terre di Cirò e Melissa, la baronia di Castelmonardo con le motte o terre di Montesori, Monterusso e Pollia, la terra di Rosarno, la baronia di San Lucido, con le motte o terre di San Giovanni e Monte Bello, già recuperate e in possesso del Centelles, e le terre di Castelvetere e Roccella, che sono tenute da Galeotto de Baldexino. A queste terre che facevano parte dei vecchi possessi del marchese di Crotone e di sua moglie il re aggiunse la baronia di Bianco e la Torre di Bruzzano con le motte e castelli di Bovalino, Pietra Panduta e Crepacore (20).
Non tutte queste città e terre ritorneranno subito in potere del Centelles. Antonio Gazo fu incaricato di consegnargli Belcastro, Zagarise e Cropani che deteneva militarmente il Barrese; Crotone fu esclusa dalla consegna e Santa Severina con il titolo di Principe fu data solo nel giugno 1464 assieme alla pensione annua di 1000 ducati sulle saline di Neto. Il Centelles attese alla riorganizzazione delle sue proprietà. Nel 1463 diede ad Antonio Cochi, milanese suo affine, il casale di San Mauro de Caraba (21), permutò Borrello e Rosarno ottenendo dal Barrese Simeri, donò Melissa a Giovanni de Michele e il feudo di Umbro Demani ed i mulini della Canusa, in territorio di Rocca Bernarda, a Giovanni de Colle.
Il 21 aprile 1465 ormai vedovo “Antonius de Viginti Milles alias Centelles ,Princeps Sancte Severine Marchio Cotroni Dei (gratia comes) Catanzarii et Bellicastri” di passaggio per il monastero di Santa Maria di Altilia assieme al figlio primogenito Antonio e alle figlie convalida al monastero il tenimento di Neto già concesso dal conte Petro Ruffo e dal figlio di costui Giovanni Ruffo e successivamente confermato dalla sua defunta “carissima consorte”, la marchesa di Crotone Enrichetta Ruffo, ed esenta l’abate Enrico de Moyo dal censo di tre ducati che annualmente il monastero doveva pagare alla sua curia (22).
Dopo la fine del Centelles e la confisca dei suoi feudi, Belcastro fu concessa a Ferrante de Guevara, che la tenne dal 1467 fino al 1481 (?) , quindi nel 1482 a Federico d’Aragona, figlio di re Ferdinando. Nel 1487 il re Ferdinando I d’Aragona concedeva la contea di Belcastro e le terre di Zagarise, Cropani e Barbaro a Giovan Giacomo Trivulzio, compensandolo per valido aiuto prestato nel reprimere la Congiura dei Baroni (23)
Il Trivulzio parteggiò per Carlo VIII e perciò ne fu privato. Nel 1500 venne data da re Federico a Costanza d’Avalos (figlia d’Inigo d’Avalos e sposa di Federico di Baux). Quindi passò al nipote Alfonso D’Avalos), che la alienava nel 1542 a Ferrante d’Aragona duca di Montalto. Quindi pervenne a Pietro d’Aragona e poi al fratello Antonio, che nel 1574, la vendeva a Giovanbattista Sersale di Cosenza, barone di Sellia (24).

Il culto di San Tommaso D’Aquino
Accettando acriticamente le affermazioni avanzate per la prima volta da Gabriele Barrio sul finire del Cinquecento e riportate, in modo non convincente, da Girolamo Marafioti (25), Giovan Battista di Nola Molise alla metà del Seicento affermava: “Nel castello di detta città di Belcastro vi è una pittura antichissima, dove si vede S. Tomaso fanciullo, che mostra al padre il seno aperto pieno di rose fresche in tempo d’horrido inverno per il che si vede, e conosce, che in questo castello fu fatto quel miracolo, quando per la gran povertà, e carestia, che era in quel tempo, S. Tomaso di nascosto del padre rubbava il pane, e dava quello a’ poveri; una delle volte il padre, che vidde il suo seno pieno, gli domandò, che portava? il fanciullo per il gran timore, e riverenza, che osservava al padre, dubitando non havesse a disgusto, che lui rubbava il pane per darlo a poveri, scusandosi, disse, che portava rose, e aperto il seno, invece di pane ritrovaronsi rose, il quale miracolo fu inditio di santità” (26). La presenza di San Tommaso d’Aquino, “il Dottore Angelico”, a Belcastro tuttavia è storicamente insostenibile. L’autore della “Summa Theologica”, figlio di Landolfo d’Aquino e di Teodora Caracciolo, figlia del conte di Teate, visse tra il 1225/1226, anno della sua nascita a Roccasecca, ed il 1274, anno della sua morte a Fossanova. Durante tale periodo è documentato che il feudo di Genitocastro appartenne ai Falloch o Falluca. La stessa presenza del santo non verrà richiamata in alcuna relazione dei numerosi vescovi di Belcastro fino all’arrivo del vescovo Giovanni Emblaviti (1688- 1722). Sarà l’Emblaviti che sul finire del Seicento, utilizzando allo scopo anche l’iconografia del santo, darà impulso al culto popolare di San Tommaso d’Aquino e nuovo vigore alla falsa credenza, inventata di sana pianta dal Barrio e poi ripresa da altri scrittori, tra i quali Girolamo Marafioti, Giovanni Lorenzo Anania, Elia de Amato, Saverio Zavarroni, Francesco Grano, Lucio d’Orso ecc.. Ma veniamo al vescovo Emblaviti, il quale nella relazione, datata nove novembre 1692, non solo afferma che il santo era nato a Belcastro, ma evidentemente, traendo spunto dal fatto, che spesso il santo è rappresentato con un sole o una piccola stella, che emana raggi di luce dal suo petto, per essere più convincente, riporta la descrizione del prodigio, che secondo lui si verificava il 28 gennaio di ogni anno a Belcastro, giorno della festa del santo. Il prodigio consisteva nell’apparizione di una stella fissa, posta al centro di una grande croce propria dei cavalieri gerosolimitani, ma di lunghezza maggiore. Secondo il vescovo, che ci offre anche un disegno dettagliato di questa apparizione, tale evento miracoloso si verificava sopra il luogo, dove la tradizione e la storia indicavano che era nato il santo, e così descriveva l’avvenimento: “….Bellicastrum itaque antiqua et pervetusta est Civitas a Philottete fundata, quae in medio celebre Castrum habet in cuius ruinis semper extitit et ad praesens usque perseverat cappella et oratorium in honorem Angelici Doctoris Divi Thomae de Aquino in loco in quo traditio, et historia ferunt ipsum sanctum doctorem habuisse natalia. A primis insuper vesperis usque ad occasum dieifesti ipsius apparet in eodem loco quaedam stella etiam in meridie visibilis……nam post missae celebrationem ipsam prospexi stellam, quae est fixa super signo magnae crucis eiusdem figurae cuius est crux quam deferunt Equites Hierosolimitani sed maxime lungitudinis” (27). L’Emblaviti proseguirà anche successivamente nel suo intento, teso ad ubicare la nascita del santo nel castello di Belcastro, aggiungendo come avvenuti in quel luogo anche alcuni episodi che fanno parte della vita miracolosa del santo, come quello della trasformazione del pane in rose. “…Magnum circuitum Urbis denotant ossa arida, et congeries lapidum, dirutique aedificiis moles cum insigni positura Castri devastati ictu, et vi Arietis à baronibus sub spe thesauri, itaquod ibi tantum remansit ecclesia pervetusta sancti Thomae Aquinatis, qui in hoc castro clara habuit natalia, et est verisimile, nam in antiqua scala adsunt arma Domus Caraccioli mixta, et in saxo incisi flores in quos asserunt egregium tunc juvenem convertisse eleaemosinas quas adiacenti carceri, qui adhuc extat afferebat e cospectu arcis in supremo civitatis, vasta adest turris teres immense altitudinis ad huc inhabitabilis…. In arce Bellicastri existit pervetusta ecclesia S. Thomae Aquinatis in loco Natalium ipsius Angelici Doctoris, quae substentatur eleaemosinis fidelium” (28). Ed ancora: “Vi è dentro il castello di Belcastro una piccola ma antica chiesa dove tramandano che ebbe i natali e fece il miracolo delle rose il Santo Dottore, nella quale si celebra dai domenicani la messa nei giorni festivi (29).
L’incremento del culto di San Tommaso d’Aquino, che diviene protettore della città, proseguirà anche dopo la morte dell’Emblaviti. Il successore Michelangelo Gentile (1722- 1729) il 22 luglio 1724 chiedeva al papa Benedetto XIII qualche aiuto per la chiesa di Belcastro; luogo importante in quanto vi nacque S. Tomaso d’Aquino, “stella risplendente dell’Ill.ma Religione Domenicana” (30) ed affermava che vi è un altare dedicato all’Angelico Dottore dentro il castello in memoria dell’antichissimo dominio, che la nobilissima famiglia de Aquino possedeva sopra Belcastro, mentre viveva il Santo Dottore (31).
Temi ripresi ed ampliati in seguito dal vescovo Giovan Battista Capuano (1729 -1752) il quale afferma che a Belcastro vi era una piccola chiesa dedicata a San Tommaso D’Aquino, protettore della città, posta al centro dell’antico castello. Gli abitanti di Belcastro dicono che il santo nacque in questa città, quando suo padre conte d’Aquino possedeva lo stato di Belcastro. Il vescovo inoltre afferma che il culto verso il santo andava crescendo giorno dopo giorno. “Gli abitanti di Belcastro e dei paesi vicini nutrono una grande devozione verso il Santo Dottore, che durante il periodo della mia permanenza ha avuto un notevole incremento. Nel giorno della sua festa, quando appare la prodigiosa stella sopra la chiesa, vi è un grandissimo concorso di gente, che viene anche dai paesi vicini per assolvere i voti. Per amministrare bene tutte le elemosine e le donazioni ho nominato un procuratore, il quale mi rende conto ogni anno. Vi è la statua del Santo Protettore ben decorata e mantenuta, che prima era venerata nella chiesa della SS. Annunciazione. Curai farla trasportare con la debita decenza e venerazione dentro la chiesa cattedrale. Qui la feci collocare dentro un elegante armadio, dal quale spesso viene tolta per essere esposta alla devozione popolare e per portarla processionalmente, specialmente quando si deve venire incontro alle urgenti necessità della popolazione (32).
Il culto verso il santo proseguirà durante il lungo vescovato di Tommaso Fabiani (1755 -1778), il quale ribadirà tutte le affermazioni già fatte dall’Emblaviti e dai vescovi successivi, contrastando coloro che le mettevano in dubbio.
“Unum ei superest (nec minimum est) quod nec temporis audacitas, nec humanarum rerum vicissitudines ipsi adimere potuere: esse Patriam, et frui patrocinio Angelici Doctoris Divi Thomae Aquinatis, qui hic ex Landulpho, et Theodora tunc Bellicastri comitibus in lucem aeditus est, ut inter plurimos tenet eminentissimus Sirletus, Barrius, Joannes Laurentius Anania, Elias de Amato, et novissimè disertè probavit Xaverius Zavarroni, seu potius Antonius Episcopus Tricaricen eius frater in responsione ad dissertationem Francisci Pratilli canonici Capuani de patria et familia divi Thomae Aquinatis, aedita anno 1751; idemque comprobare nn deest ipse sanctus cum apparitione stellae, quae à primis vesperis usque ad occasum solis diei festi eiusdem, super castro ubi creditur ortus fuisse, et quandoque per totam octavam, etiam in meridie visibiliter apparet, existente tamen coelo sereno, sicuti propriis oculis egoipse vidi. Monumentum tamen huius veritatis posteris demandavit JOannes b.m. Emblaviti, episcopus huius civitatis in fide authentica, sua obsignata manu propria sub die nona mensis Novembris 1692 cum figura ipsius stellae, cuius forma hic describitur”…… Ecclesia divo Thomae Aquinati nostro inclyto Protectori extat inaugurata, quae parva sua extensione, fuit posita in centro vetustissimae Arcis bellicae, in qua, ut ex traditione non contemnenda praecitatus Divus natus est…….. Ad haec, quotannis recurrentibus vesperis eius festivi diei, int. castrum pralaudatum et cathedralem ecclesiam splendidiore hilarioreq. lumine ima fulget stella quaedam (Divi Thomae vulgus adpellat) ex hora diei nona, per totos octo solidos dies, coelo praesertim sudo, quaeq. nedum civibus sese praebet conspicuam, sed etiam exteris, undiq. propterea, sive prodigii magnitudine, sive erga Divum hominem reverentia moti, concurrentibus. Porro ab aevo, cuius memoria non extat, scimus, Divum Thomam in praecipuum huius Diocesios patronum fuisse adlectum” (33).

Il culto
Sempre proseguendo su questa via, per sostenere la nascita a Belcastro ed incrementarne il culto, verrà “fabbricata” una vecchia pergamena con una falsa fede di battesimo e saranno scritti inni di lode. Ancora all’inizio del Novecento Antonio Puja, fratello dell’arcivescovo di Santa Severina, affermava che occorreva proseguire nella ricerca storica, in quanto non vi era la certezza della nascita di San Tommaso d’Aquino a Belcastro, anche perché gli atti portati a favore non reggevano, “dinanzi alla critica, che possa vincere gli avversari, e assicurare a noi l’alto onore”. Il prelato non negava la gloria di tale nascita a Belcastro anzi aggiungeva che, pur mancando documenti storici validi, una delle prove a favore poteva essere la tradizione. La città di Belcastro “da secoli ha trasformata in cappella la stanza del castello dove dicesi nato S. Tommaso: Belcastro ha trasmesso da generazione in generazione la memoria di quel nascimento e, insieme il culto al Santo Dottore, come culto al suo più gran figlio: Belcastro ricorda anche oggi la stella apparsa nel suo cielo, il giorno della nascita dell’Angelo delle scuole..” (34).

Note

1. Reg. Ang. I, 294, 300 sgg.
2. ” Si ha notizia che Fiordelasia, moglie di Tomaso padre di Adenolfo primo signore di Castiglione e di Filippa, moglie di Tomaso conte di Belcastro che espone al re, come essendo stato Tomaso con Carlo, principe di Salerno, fatto prigioniero nella battaglia navale e sui beni in vigore di ordini regi per il secreto e mastro portolano del sale di terra di Lavoro e contado di Molise, essendoci la sospensione, chiede sostentamento e alimenti. Il re ordina che salva la porzione di Adenolfo, fratello minore di Tomaso, gli si paghino 40 once d’oro sui proventi della terra di Tomaso in ciascun anno dissequestrando i beni del marito (28/8/1284, Reg. Ang. XXVII, 467 -468)
3. Lenormant F., La Magna Grecia cit., II, 240; Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., I, 175.
4. Rel. Lim. Bellicastren., 1703
5. Russo F., Regesto, I, 7184
6. Russo F., Regesto, II, 7774.
7. Russo F., Regesto, II, 8022.
8. Ladislao, figlio di Carlo III e di Margherita di Durazzo, veniva incoronato il 23 maggio 1390 re di Sicilia dal cardinale Angelo Acciaiuoli, legato del nuovo papa Bonifacio IX che intendeva così averne l’appoggio contro il papa scismatico Clemente VII ed i suoi alleati, il re Carlo VI ed il pretendente angioino al regno napoletano, Luigi II d’Angiò. Il nuovo re per i servizi prestati al padre e alla madre e per tenerlo alleato, il 18 ottobre 1390 creò Nicolò Ruffo marchese di Crotone, dando l’incarico dell’investitura ad Enrico Sanseverino, conte di Belcastro, Carlo Ruffo di Montalto e di Corigliano, Giordano Arena, signore della baronia di Arena, e a Benedetto Acciaiuoli, tutti membri del consiglio di reggenza, Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’archivio di stato di Napoli, Napoli 1877, p. .99.
9. Il re quel giorno approva i capitoli presentatogli dai rappresentanti dell’università di Lucera, Mazzoleni J., Fonti per la storia dell’epoca aragonese nell’archivio di stato di Napoli, ASPN a. 1954, p. 352.
10. A Belcastro il 21.11.1444 il re concesse ai rappresentanti dell’università di Cropani di rimanere in demanio, che la città fosse franca per 10 anni da qualsiasi tassa, che i suoi cittadini potessero pascolare franchi nei territori di Taverna e di Belcastro che i beni requisiti fossero restituiti, che alla chiesa collegiata di Santa Maria fossero date le terre di Connino, che all’abbazia di S. Maria di Acquaviva fossero confermate tutti i privilegi ecc., Fiore G., I, 213.
11. D’Amato V., Memorie historiche dell’illustrissima famosissima e fedelissima città di Catanzaro, Napoli 1670, p. 98.
12. Costanzo A., Istoria del Regno di Napoli, Milano 1805, III, p. 132; Pontieri E., La Calabria cit., p. 132.
13. Falanga M., Il manoscritto di Como, in Rivista Storica Calabrese, n. 1/2 – 1993, p. 245
14. Fonti Arag., I, 76.
15. Costanzo A., Istoria del Regno cit., III, 190-191; Dito O., La storia cit., pp.218 sgg.
16. Fiore G., Della Calabria cit., I, 213.
17. Tra i capitoli approvati vi era la conferma al vescovo di Isola degli antichi privilegi, Processo Grosso, ff. 415-416, AVC.
18. Pontieri E., La Calabria cit.,284-285.
19. Il conte di Sanseverino era stato inviato dal Re stesso a trattare col Duca di S. Marco, e questi volle ed ottenne promessa, che avrebbe avuto vigore l’albarano già fatto tra lui ed il re Alfonso, col quale gli si accordava il governo della contea di Belcastro e della baronia de li Cropani, e che si sarebbe fatto grazia a più che 500 fuorusciti de’ casali di Cosenza ( Memoriale presentato alla M. del Re per lo nobile Antonello da Prignano per nome et parte de lo Ec. conte di Sanseverino e che per la dicta M.a fu decretato come infine de ciascuno dei capitoli se contiene. In Regio castro Civitatis Capue die XXIII decembris 1459)”, Giampietro D., Un registro aragonese della Biblioteca Nazionale di Parigi, ASPN, 1884, p. 643)

20. Processo Grosso… Processo Grosso .. ff. 74-96; De Leo P., I patti tra la corona d’Aragona e il Centelles, A.S.C.L., LX (1993), pp. 93 sgg.
21. Fiore G., Della Calabria cit., I, 221.
22. Il privilegio fu concesso “in dicto monasterio die 21 mensis Aprilis XIII Ind. 1465, Privilegi della Badia di Altilia cit. ff.11 sgg.
23. Mazzoleni J, Regesto della Cancelleria Aragonese cit. , p. 161.
24. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., Vol. I, pp. 173 sgg.
25. Marafioti G., Croniche et antichità di Calabria, Padova 1601, pp. 215- 216.
26. Nola Molise G.B. Cronica cit., p. 85
27. Rel. Lim. Bellicastren., 1692.
28. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
29. “In Arce Civitatis adest ecc.a angelici doctoris in loco ut fertur suae nativitatis pervetusta cum signo rosarum in memoriam miraculi ab ipso, ut dicitur, patrati in ianua carceris in lapide sculpti”, Rel. Lim. Bellicastren., 1711.
30. Vesc. Vol. 141, f. 174 -175, ASV.
31. Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
32. Rel. Lim. Bellicastren., 1735.
33. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
34. Documenti di Archivi, Siberene pp. 477 sgg.

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