La foresta dell’Isola di Crotone

Nobili a caccia nel bosco

Nelle foreste i nobili esercitavano la caccia (Arazzo di Bayeux).

Durante il Medioevo la foresta fu elemento fondamentale per la vita e l’economia umana. Essa oltre a dare legna per il riscaldamento e la cottura, fornì i materiali per la costruzione degli edifici e per gli arnesi da lavoro. Tutto di essa era utilizzato, dalla cenere per concimare il suolo, alle radici, alle foglie ed ai fiori per la cura delle malattie. Essa forniva il nutrimento per il bestiame ed il rifugio in caso di pericolo. Gli abitanti vi trovavano gran parte del loro fabbisogno alimentare: dai frutti, alle bacche, ai funghi, ai legumi selvatici, alla selvaggina, ai pesci, al miele, ecc.

Allora caccia, pesca e raccolta conservavano un posto di primaria importanza sia per l’alimentazione che per l’attività economica. Per tali ragioni le foreste fin dall’antichità furono protette.

Esse fecero dapprima parte del pubblico patrimonio poi gran parte di esse passarono in potere dei “baroni”, i quali cominciarono subito ad usurpare i diritti delle popolazioni.

Da alcuni capitoli e costituzioni concessi da feudatari ed abati commendatari possiamo tracciare il rapporto ancora esistente tra le tenute boschive e gli abitanti alle soglie dell’età moderna.

Il conte Andrea Caraffa per punire gli abitanti di Santa Severina per la loro ribellione interruppe per circa undici anni i diritti civici. Solo nel 1525 riconobbe nuovamente agli abitanti il diritto di “tagliare, pernottare, pascere, glandare, spicare et acquareseu beverare loro bestiame” gratuitamente in alcune sue tenute il conte, ripristinando l’ “antiquo solito”, riconobbe gli antichi diritti con la condizione che non fossero tagliati gli alberi da frutto. Sempre il Caraffa permise di poter pascolare e raccogliere i frutti caduti da “querce, cariglie, suberi ed altri alberi fruttiferi” e dal primo dicembre, essendo le ghiande mature, di poterle fare cadere con canne, pertiche, bastoni ed in altro modo e poi raccoglierle e farne l’uso che se ne voleva.

Lo stesso feudatario però limitava la possibilità di tagliar legna in ogni tempo dell’anno per fare “tigilli per case, furche et tracandoli per pagliari, aratri et altre massaritie per l’agricoltura, trabi et altri ordigni necessari”, restringendolo solamente al taglio di alberi per la costruzione di case e per fabbricare aratri.

Per gli altri usi doveva essere utilizzato solo il legno degli alberi non fruttiferi delle selve e dei boschi pubblici.

Gli abitanti nel passato avevano chiesto che fossero aperte le foreste e le difese che erano state costruite ex novo. La richiesta pur accolta non ebbe seguito anzi ne furono create altre. Il conte limitò la richiesta di aprire tutte le foreste e difese fatte dai privati negli ultimi trenta anni a quelle che non avevano una legittima concessione. I cittadini potevano comunque raccogliere nelle difese “le glande delle quercie, et cariglie sive illici et ruberi … et peragini et altri frutti selvatici, et herba da mangiare”, purché non introducessero alcun animale (1).

A Castellorum Maris, l’attuale Le Castella, altro feudo del Caraffa, vi erano i boschi di Rosito e Soverito e la difesa o foresta di San Fantino. La vigilanza era affidata al baiulo il quale puniva con la pena di carlini 15 chiunque avesse tagliato alberi fruttiferi e querce. Faceva eccezione il taglio per costruire “stiilis” per uso di masseria e “tiilis seu tigillis” per fare tuguri e coperture di case. Nella foresta del Soverito però non si poteva tagliare alcun albero per nessuna ragione. Pene colpivano coloro che avvelenavano le acque delle fonti e dei fiumi per catturare i pesci o che sporcavano le acque pubbliche, conducendovi porci ed altri animali. Era inoltre fatto divieto dar fuoco alle stoppie prima del 15 agosto e, per evitare incendi, anche dopo senza il debito permesso. Nel vallone di Volandrino non si potevano abbeverare gli animali e così anche nel luogo “La Chianta Grande”, perché riservato al lavaggio dei panni dei cittadini. In caso di necessità o di siccità questo divieto cadeva, eccetto che per i mercanti con i loro animali (2).

I vassalli del casale di Caria ottennero dall’abate commendatario di S. Maria di Altilia, Tiberio Barracco, di poter pascolare in metà della sua tenuta boschiva, purché ciò non impedisse gli animali del commendatario e quelli dell’abbazia. Sempre nella stessa metà di bosco essi potevano soddisfare il bisogno di “stigli de massaria, frasche per loro bovi” eccetto però le querce e gli ogliastri il cui taglio era punito con un ducato per ciascuno (3).

La ricchezza rappresentata dalla foresta è ancora segnalata sul finire del Seicento dal Fiore che così descrive la cittadina di Isola “con una selva al fianco, che la fa ricca, non pur di legna per l’uso del fuoco; ma di cacciagioni, di fiere selvaggie, e di qualunque sorte d’uccellame” (4). Ciò che rimaneva al tempo del Fiore non era altro che una piccola parte della vasta selva che anticamente ricopriva gran parte del territorio di Cutro, di Isola e di Crotone e che, protetta fin dall’antichità, per la sua natura condizionò la vita degli abitanti del luogo e di coloro che con le loro mandrie vi svernavano, dando vita al consolidarsi di usi e costumi che mentre permettevano nel tempo lo sfruttamento e l’uso dei beni forestali ne salvaguardavano l’integrità come un bene comune.

 

Il Bosco dell’Isola di Crotone

Ancor oggi a ricordo rimangono il toponimo “Bosco” ed in località Sant’Anna una piccola reliquia. Il Nola Molise rifacendosi a Livio così descrive il bosco sacro che si estendeva presso il tempio di Hera Lacinia: “vi era un bosco folto d’alberi … nel cui mezzo erano pascoli fecondissimi, dove senza pastore pascevano ogni sorte d’animali dedicati alla Dea, e separati di ogni spetie la sua grege uscivano a pascere, e la sera se ne ritornavano nel medesimo bosco, dove giacevano; questi animali da insidie de fiere, o inganno di mal’huomini non furo danneggiati giammai …” (5).

Isola stampa

Isola in una stampa contenuta in Voyage Pittoresque di Jean Claude Richard Abbé de Saint-Non (1783).

Di natura sua demaniale e come tale quindi ricadente nell’amministrazione regia, la difesa o foresta di Isola compare nei primi documenti dopo la conquista angioina. Da questi atti si desume che già in precedenza, durante la dominazione normanno- sveva, essa era stata soggetta alla tutela da parte di funzionari regi detti forestarii, che avevano il compito di sorvegliare le foreste demaniali (6).

Nel 1269 un ordine di Carlo I d’Angiò al milite Drivone de Regiibayo, vicegerente del mastro giustiziere del Regno di Sicilia , gli ordina che di persona o con suo procuratore prenda possesso dei beni della corona e cioè del castello di Crotone e della difesa o foresta di “Insula Cutroni”, che deve custodire fino a nuovo ordine (7).

Questa concessione è ben presto limitata e contrastata da un mandato che lo stesso re fa in favore di Pietro Ruffo, conte di Catanzaro (8). Pochi anni dopo nel 1274/1275, il re nomina un nuovo custode della difesa, Petro de Baccellis (9) ma veniamo anche a conoscenza di alcuni abusi commessi contro gli abitanti di Isola; Carlo I d’Angiò infatti accoglie favorevolmente le loro richieste affinché siano ripristinati i diritti che vantano da tempo immemorabile sul bosco, diritti disconosciuti come per il passato dal conte di Catanzaro, Petro Ruffo (10).

In un documento del 1278 la difesa o foresta di Crotone, assieme a quella di Alichia, è ricordata tra le foreste regie della Calabria, dove era severamente proibito cacciare nei mesi primaverili. I contravventori erano puniti con pene severe: i baroni e i militi a 21 oncie d’oro, i borghesi a 16 oncie, i villani a 8 e se insolvibili ad un anno di carcere.

Sempre per contrastare le usurpazioni attuate dai Ruffo, questa volta è il conte Giovanni, è un altro provvedimento di re Roberto a favore di Gerardo Nomicisio del 1335/1336 (11).

L’assalto alla foresta iniziato attorno al Mille proseguiva ancora nei primi decenni del Trecento. Protagonisti sono i feudatari, gli abati, i vescovi che popolano le loro tenute e, incendiati i boschi, li fanno dissodare e mettere a coltura. L’aumento della popolazione faciliterà la nascita e lo sviluppo dei villaggi rurali di S. Giovanni di Massa Nova e di San Pietro di Tripani che, posti al limite della grande foresta, cominceranno ad eroderla.

Isola che alla fine dell’Undicesimo secolo era ancora un “locus desertus” e la sua chiesa vescovile di Santa Maria “diruta, lacerata et deserta”, in poco tempo diventa una città.

I vescovi isolani ottengono dai regnanti normanni, prima dal duca Ruggero e poi dal re Ruggero II, vasti privilegi: sia a favore della chiesa che per coloro che andranno a popolarne i possessi.

Essa potrà accogliere, ospitare e trattenere, franchi e liberi, ed al riparo della giustizia coloro che vi si rifugeranno. Il potere vescovile si estende sugli uomini e sulle cose (herbagium, glandagium, forestagium, cursus aquarum, nemoribus, cerquis, olivetis, virgultis, arboribus, domitis et indomitis, incisiones arborum atque lignorum tam siccatum quam viridum, cuiuscumque generes sint … venationes facere tam animalium terrestrum quam volatilium per totum tenimentum … ecc).

Attorno all’episcopato si forma il borgo abitato da chierici, domestici, pastori, coloni, vaccari, porcari ecc. che con la loro attività modificano il paesaggio.

Dove prima era tutto bosco sorgono ora case, vigne, orti, mulini, oliveti, canneti, prati, siepi, terre a semina ed a pascolo (12).

Questa tendenza all’aumento continuo del colto sull’incolto si arresterà e si invertirà durante la seconda metà del Trecento ed i primi decenni del Quattrocento. Al tempo di papa  Martino V (1417 – 1431) le proprietà della chiesa isolana sono incolte e devastate e la città, in potere del marchese di Crotone Nicola Ruffo, è stata abbandonata dai cittadini ed il territorio è popolato solo dai pastori che abitano nei boschi (13).

Isola o Torre di Isola come casale di Crotone e parte fin dal periodo normanno del territorio crotonese rimarrà in potere dei marchesi di quella città. Durante il periodo in cui Isola fu in dominio dei marchesi di Crotone ampie aree pianeggianti del feudo boschivo di Antiopoli sono disboscate e date da coltivare ai cittadini di Isola previo il pagamento di un terraggio in grano e orzo al feudatario. I Crotonesi potranno tagliare legna nel bosco e “pascere herbagio et glandagio” senza alcun pagamento e così altrettanto faranno gli abitanti di Isola nel territorio di Crotone. Tale reciproco diritto verrà ribadito solennemente, anche dopo la sconfitta del Centelles, quando verrà concessa la demanialità alla città di Crotone, nelle costituzioni concesse da re Alfonso alla università e uomini di Crotone all’atto della resa, l’otto dicembre 1444 (14).

L’esistenza sul bosco di diversi diritti sia da parte delle popolazioni di Crotone e di Isola che del demanio regio e del feudatario di Isola (quando il territorio di questo casale sarà staccato dal territorio crotonese), porterà a secolari vertenze. I cittadini di Crotone presto cominceranno a lamentarsi per le limitazioni che dovevano subire da parte di Enrico d’Aragona, il quale aveva sposato una figlia del Centelles ed era divenuto signore di Isola. Di tali soprusi ne abbiamo un richiamo nel 1483 al tempo che il territorio della Torre dell’Isola era definitivamente separato dal territorio crotonese, per essere dato in feudo a Giovanni Pou, allora i Crotonesi avevano dovuto espressamente richiedere al re Ferdinando il riconoscimento di poter “usare colli loro animali, e non forestieri, li Boschi della Torre dell’Isola, ed in quelli taglare legnami secondo è stato solito e consueto franchi di fida e d’ogni pagamento, come usavano in tempo del Sig. Re Alfonso padre della M.V. ed in tempo di quella, finché detta Torre venne in potere dell’Ill.re Co. Errico” (15).

Confiscata al Pou per la sua partecipazione alla “Congiura dei Baroni” contro re Ferdinando, la foresta fu amministrata dal commissario Domenico Lettere il quale certificò che le sue entrate annue provenienti dall’affitto per pascolo di buoi, vacche e porci erano stimate mediamente in circa 200 ducati (16).

Bosco di Isola Rizzi zannoni

Evidenziato in verde, Il Bosco di Isola nella carta di G. A. Rizzi Zannoni (1808).

Sempre in questi anni, da un documento estratto dall’Archivio della Regia Camera, veniamo a conoscenza che i cittadini di Isola perdevano ogni diritto civico sul vasto tenimento forestale di Antiopoli di mille tomolate, composto dai cinque territori di Le Rose, Pititto, Saporito, Manna e Meolo, in quanto nell’ottobre 1495 re Ferrante II, detto Ferrandino, lo staccava dal feudo di Torre dell’Isola e lo vendeva al capitano degli Aragonesi Troilo Ricca per 2000 ducati, non come terreno feudale ma burgensatico.

Tra gli ultimi decenni del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento la grande foresta cominciò nuovamente a restringersi in maniera vistosa soprattutto a causa della poderosa opera di taglio attuata per decenni per rifornire di legna le calcare che giorno e notte cuocevano per fare la calce dapprima, durante il regno aragonese, per la costruzione dei nuovi rivellini e castello di crotone (17) e poi, nei primi decenni del Viceregno per le nuove fortificazioni di Crotone, di Isola e di Le Castella.

Sempre nei primi decenni del Viceregno anche il feudatario di Isola, Gio. Antonio Ricca, approfittando del buon andamento del commercio granario, cominciò ad estendere i suoi terreni a semina.

Quest’ultimo fatto porterà alle proteste dei Crotonesi ed ad un accordo sottoscritto il 30 gennaio 1530 tra il barone e l’università di Crotone. Mentre il barone riconosceva ai Crotonesi il diritto di pascolo “in virtù delle loro ragioni ed antico possesso” (18), il feudatario otteneva la possibità di disboscare e poter seminare però solo in certi luoghi stabiliti (19).

L’opera di erosione dell’area boschiva e la chiusura e messa a coltura di alcune sue parti furono proseguite dal successivo barone di Isola, Cesare Ricca, figlio di Gio. Antonio, suscitando ulteriori proteste da parte dell’università di Crotone che nel 1563 costrinse il feudatario ad una transazione ed ad una nuova regolamentazione dei diritti sui boschi (20). Da una lite con il vescovo di Crotone riguardante il territorio di Buggiafaro sappiamo che il barone di Isola si era “fatta camera e defesa Meolo et altro terreno” impedendo il pascolo ai cittadini.

Tra i beni feudali del barone di Isola vi era il Bosco dell’estensione di circa mille moggi che confinava con i territori di Buggiafaro, le Puzzelle, Sacchetta, Santo Andrea, Massa Nova, San Pietro di Tripani e Ventarola. Su questo vasto territorio boschivo il barone aveva il diritto di fidare gli animali forestieri e di lignare; mentre i cittadini di Isola, di Crotone e di Papanice potevano esercitare i diritti civici di “lignare e pascolare”.

L’avanzare del colto sull’incolto è testimoniato dall’elenco dei beni feudali passati alla morte del barone di Isola Cesare Ricca al figlio Antonio nel 1580. Il barone infatti oltre al diritto di esigere la fida e le pene delle pecore e degli animali diffidati su una parte del Bosco, possedeva i due giardini della Mortilla e del Paradiso e la gabella delli Pileri, che erano membri del Bosco.

Mentre i giardini , sorvegliati dai guardiani, erano coltivati con gelsi, frutti e vigne, la gabella era seminata a grano (21).

Frattanto con il passaggio del feudo dai Ricca ai Catalano riprendevano le liti con l’università di Crotone (22).

Il barone cominciò a contrastare il diritto di pascolo dei Crotonesi sul Bosco, pretendendo che questi per poterlo esercitare dovevano prima dimostrare di non avere erba sufficiente sul loro territorio. Egli inoltre fidò le pecore dei pastori silani senza chiedere prima il consenso degli amministratori crotonesi.

Questi ultimi richiamandosi all’uso e alle vecchie convenzioni, poiché era limitato il pascolo ai loro cittadini, cominciarono a carcerare le pecore, esigendo per il rilascio pene pecuniarie dai padroni delle mandrie, i quali a loro volta minacciarono di rivalersi sull’affitto che pagavano al barone (23).

Alla fine del Cinquecento e durante il Seicento il disboscamento subì un rallentamento a causa della crisi demografica ed economica. Alcuni giardini scomparvero (24) e si spopolarono e furono abbandonati i due villaggi rurali di San Pietro di Tripani e di Massanova , in parte già rovinati dalle incursioni turchesche.

I dissodamenti ripresero con forza alla fine del Seicento e nei primi decenni del Settecento. Disboscamenti massicci interessarono tutto l’altopiano. I vicini territori di Carbonara e di Forgiano, che all’inizio del Settecento erano ancora in gran parte coperti da boschi pochi anni dopo risultano “tutta terra culta”. Si espande la coltivazione dell’ulivo, della vigna  e degli alberi da frutto. Sono costruiti numerosi casini con chiesa, magazzini, stalla ed altre comodità (25). Allora ampie aree boschive furono chiuse al pascolo, alberate e recintate come risulta da una protesta di alcuni cittadini: “Il corso maggiore detto il Bosco del barone che per esser di smesurata estensione e grandezza a comparazione di tutti l’altri corsi si ritrova diviso d’antico tempo in cinque porzioni che si chiamano volgarmente terzi con diffrenti nomi cioè il Terzo di Vermica, il Terzo di Finocchiara, il Terzo delle Differenze, il Terzo della Ventarola ed il Terzo delle Manche di Monacharia nel qual corso o terzi i cittadini di Isola e Crotone godono il jusso di far pascolare i loro animali in tutto il tempo dell’anno fuorché pecore”. “Nelli due terzi detti della Ventarola e Manche molte porzioni di terre sono chiuse con fossi e vi vien proibito il pascolo ai cittadini. Nel Terzo della Ventarola ci sono molte vigne e giardini di più e diversi particolari di Isola serrati con fossi ben profondi, in modo che non possono farci entrare anzi vien espressamente proibito con pena pecuniaria di poterci pascolare gli animali, quali porzioni di terre per uso di vigne e giardini si trovano  a volte concesse  ad annuo canone perpetuo (cosicche da detta mensa vescovile di Cotrone che dalla Camera Principale di d.a città d’Isola alli quali attualmente ne corrispondono detti particolari censuari l’annuo canone) e finalmente nel sud.o terzo delle manche di monacharia si ritrova un grande oliveto di circa ottanta tomolate di terre tutto circondato con chiusure di fossi ben profondi che d’alcuni anni in qua si ritrovano piantati e presentemente si possiede d.a camera baronale d’Isola per le quali piante e chiusura di fossi vien proibito ad ogni uno di potervi far pascolare li di loro animali (26).

La perdita della natura di “corso” da parte di molti terreni con l’esclusione della possibilità di pascolo da parte dei cittadini alimentò le liti che videro impegnati oltre agli abitanti di Crotone anche quelli di Papanice, dopo che questa terra era riuscita a comprare dal re la demanialità, conservando tuttavia dei privilegi di cui godeva come casale di Crotone. La vertenza si protrasse insoluta nella Regia Camera e nel Regio Sacro Consilio e riguardava il solo diritto di pascolo senza possibilità “di figgere palo” né di far tuguri e siepi per i custodi o i loro animali. Ai soli abitanti di Isola era infatti riservato il diritto di semina e di  far legna per uso di fuoco (27).

I cittadini di Isola infatti avevano oltre al diritto di pascolo nelle terre rimaste non seminate senza limitazione di tempo in tutta l’estensione del Bosco anche il diritto di “spietrare, allegnare, abbeverare e piantar palo” senza dover nulla al feudatario.

Quest’ultimo nel passato, per incrementare le entrate e ripopolare il feudo, aveva favorito la trasformazione di parte del Bosco in coltivabile (anche se nello stesso tempo aveva precluso agli Isolani il diritto di cacciare in parte del territorio, riducendola a camera riservata al Barone).

Per far ciò aveva dato agli abitanti la possibilità di disboscarne alcune parti stabilite. Mentre alcuni terreni erano stati trasformati in vigne e giardini sempre col permesso del feudatario al quale era dovuto un annuo canone perpetuo, altri, ed erano la maggior parte, da boscosi erano stati resi seminabili. Gli “occupatori” che li avevano a loro spese disboscati avevano così acquisito il diritto non solo di seminarci (lo jus di cesine permetteva a loro di bruciare parte del bosco per ricavare terreno da coltivare) quando volevano e ciò che volevano ma nessun altro poteva seminarvi senza il loro permesso.

Essi infatti occupandoli e disboscandoli avevano acquisito anche il diritto di concederli ad altri, vendendoli, donandoli o cedendoli con la condizione però che sempre fosse pagato al feudatario il terratico di quella biada che era stata seminata secondo l’aprezzo da farsi dagli apprezzatori eletti a tal fine che il feudatario avrebbe ogni anno mandato nel mese di maggio.

Il feudatario non poteva obbligare gli “occupatori” a seminare né imporre alcun genere di semina ma qualora questo tipo di terreno fosse rimasto non seminato per dieci anni, qualsiasi altro cittadino di Isola avrebbe potuto occuparlo senza il consenso né del primo occupatore, né di colui al quale il terreno era stato ceduto, né del feudatario.

Quest’ultimo oltre ad esigere annualmente i terratici dai territori seminati poteva affittare quelli rimasti vuoti o non seminati per il pascolo delle pecore (28).

Sempre il barone di Isola aveva proseguito la sua azione di privatizzazione trasformando il territorio o  gabella di San Pietro in camera chiusa e la concedeva con fitto triennale ad uso di semina facendo carcerare gli animali sia degli Isolani che dei forestieri che vi avessero pascolato (29).

Durante il Decennio francese dopo le leggi sull’eversione della feudalità sorsero liti tra il comune di Crotone e l’ex feudatario di Isola. In particolare l’università di Crotone, richiamandosi alla promiscuità di territori che aveva col suo vecchio casale, chiese che il Bosco fosse dichiarato demanio comunale e lo stesso valesse per la gabella di San Pietro, luogo aggregato al Bosco, staccato illegalmente dall’ex feudatario di Isola che lo voleva tenere a difesa da ottobre a fine aprile di ogni anno.

La questione tuttavia fu demandata dalla commissione feudale al commissario generale della provincia per la ripartizione dei demani ed ai giudici ordinari (30).

Il regio commissario per la ripartizione dei demani, Angelo Masci, nella causa tra il comune di Isola e l’ex feudatario Signor Alfonso Barracco, ed altri interessati per la ripartizione delle terre demaniali site in quel luogo tra l’altro “considerando che è aperta in tutti i tempi dell’anno la tenuta ex feudale detta Bosco co’ vari suoi membri chiamati S. Barbara, Vermica, Finocchiara, Acquafredda e Gabella di S. Pietro” e recependo quanto richiesto dal decurionato di Isola, emanò un bando riguardante la terra ex feudale del Bosco e le altre terre ecclesiastiche di Bugiafaro, Anastasi e Domine Maria. Prendendo atto che queste terre erano occupate da coloni perpetui, le escludeva dalla ripartizione, facendole divenire terre nobili, cioè si dava la possibilità ai coloni  di consolidare la semina con il pascolo e di piantare, chiudere e migliorare le terre senza altro obbligo che di corrispondere all’ex feudatario e alla chiesa la decima parte dei prodotti della coltura principale esclusi i legumi (31).

Bosco di Isola due

Evidenziato in verde, Il Bosco di Isola nella carta di Giorgio de Vincentiis (1889).

Ma pur mantenendo le colonie (nel 1863 sul fondo Bosco erano censiti 287 coloni su 2388 tomolate di terra, un quinto delle quali però non coltivabili, mentre la terra rimanente, la migliore, di circa 137 tomolate era coltivata direttamente dal Barracco) era data ai proprietari la possibilità di sfrattare i morosi. La possibilità di ricattare i coloni, quasi sempre “vassalli” indebitati, sarà utilizzata dai Barracco per ottenere il consenso della popolazione (32).

 

Note

  1. Costituzioni della città e stato di Santaseverina, in Siberene pp. 285 sgg.
  2. Reintegra delli territori e robbe del vescovato dell’Isola di carte trentanove autentica nell’anno 1520, ff. 5,8, Arch. Vesc. Crotone (AVC)
  3. Platea dei redditi di S. M. di Altilia, 1582, ff. 3 sgg. In Miscellanea monastero S. Maria di Altilia, 529, 659, B. 8, Arch. Stat. CZ (ASCZ).
  4. Fiore G. Della Calabria, cit., I, 223.
  5. Nola Molise G:B:, Cronica, Napoli 1646, pp. 67 -68.
  6. Toubert P., Dalla terra ai castelli, Einaudi 1995, p. 320.
  7. Reg. Ang. IV (1266 – 1270), p. 159.
  8. Reg. Ang. VII (1269 – 1272) p. 157.
  9. Reg. Ang. XII (1273 – 1276), p. 136.
  10. Maone P., Isola Capo Rizzuto, Rubbettino, 1981, p. 87.
  11. Maone P., cit., p. 87.
  12. Privilegio dello Sacro Vescovato dell’Isula, in Processo Grosso, ff. 412 sgg. AVC.
  13. Nel gennaio 1422 la città di Isola è “civibus destituta non nisi a pastoribus habitant in nemoribus et dominio dilecti filii nobilis viri Nicolai axierchias Cotroni situata”, Reg. Vat. 221, ff. 34 Arch. Segr. Vaticano.
  14. Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al vescovo e all’università e uomini della città di Cotrone durante il sec. XV, Napoli 1923.
  15. Nota de fatti a pro della u.nità della città di Cotrone contro l’u.nità della città dell’Isola, 1743, f. 12v, AVC.
  16. “Lo tenimento nominato lo bosco dell’Isola non è stato arrendato per non ci havere havuto gliandre ver che ci so stati affittati certi bovi et bacche et porci alli herbagi, che ne so pervenuti ducati cento ventuno tari tre et grana cinque et cossi si extima potere valere per anno computati, quando ci so gliandre et quando non secondo la informatione di Messer Dominico L.re D. 200, Dominico Lettere, Regio Percettore e Commissario in Provincia di Calabria, anno 1488, Processo Grosso, f. 474, AVC.
  17. Quaterno de la fabrica deli rebelliniet fossi dela regia cita de Cotrone, 1485, Dip. Som. Fasc. 196, f.lo 1, ff. 1 -38, ASN
  18. Nota de fatti cit.,f. 4v.
  19. Nota de fatti cit., f. 13.
  20. Copia authentica instrumenti transationis inter Univ.tem Crotonis et Baronem Insulanum de nemoribus Civitatis Insulae in anno 1563, in Inventario et Nota delle scritture pertinentino al Sacro Vescovato della Città dell’Isola et al suo Capitolo, AVC.
  21. Maone P., cit., p. 125, Valente G., Isola di Capo Rizzuto, Frama Sud 1982, p. 215.
  22. Allora il Bosco “confinava collo bucefalo, via mediante, che si va a Cotrone, con il territorio delli puzzelli, con il territorio di Sacchetta, mediante il vallone, e va a conferire al territorio di S. Andrea”, Nota de fatti cit., f. 4.
  23. ANC. 229, 1657, 47 – 48, ASCZ.
  24. Nel 1636 del giardino di Paradiso era rimasto solo “lo terreno per non vi essere giardino”, Valente G., cit. p. 226.
  25. G.L. Soda nel 1710 compra per ducati 6000 da F. Lucifero la gabella di Carbonara. Nel 1724 la gabella vale ducati 10.000 “ a causa che era buona parte boscosa ed adesso è tutta terra culta”, ANC. 662, 1724, 113 – 114.
  26. ANC. 854, 1746, 30 – 31, ASCZ.
  27. Memoria fatta per la causa tra l’università d’Isola e quella di Cotrone, s.d. AVC. 139.
  28. Memoria fatta cit.; Notaio G. Reale 28.1.1801 in Valente G., cit. p. 35.
  29. Per ogni animale carcerato il baglivo di Isola esigeva 2 carlini dai paesani mentre i forestieri oltre ai due carlini dovevano pagare 15 carlini di “marco seu ferro”. A questi erano da aggiungere i diritti di pernottamento, pascolo e fosso, ANC. 666, 1740, 158 – 161, ASCZ.
  30. Vaccaro A., Kroton, I, pp. 503 -504.
  31. Catanzaro il di ventisei marzo 1811, Angelo Masci, AVC. 140.
  32. Nel 1838 il Barracco intimava ai coloni di Crotone , Isola e Le Castella di pagare gli arretrati, Petrusewicz M. Latifondo, 1989, pp. 118, 190.

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