La presenza del lupo nel Crotonese

Papanice (KR), chiesa dei SS. Pietro e Paolo, basamento di fonte battesimale raffigurante un lupo.

Nella toponomastica dell’attuale provincia di Crotone sono rintracciabili numerosi toponimi che ricordano gli animali selvatici che in un passato, anche recente, popolavano gli estesi boschi, che ricoprivano gran parte del territorio. Ricordiamo “Macchia dell’Orso” in territorio di Mesoraca, “Manca del cervo” a Petilia Policastro, il torrente “Lepre” a Caccuri, la “Fontana del Gatto” a Belvedere Spinello ecc.

Tra gli animali quello che troviamo più di frequente, e che dimostra una diffusa e prolungata presenza, è il lupo. Se i toponimi riferiti all’orso ed al cervo sono situati sulla soglia della foresta silana, quelli del lupo segnano ancora oggi anche i luoghi prossimi alla marina.

 

Il lupo

Il Lucifero, all’inizio del Novecento, ci informa che presso Verzino un lupo arrabbiato in pieno giorno aveva distrutto quasi un’intera famiglia.[i] Alla metà dell’Ottocento la presenza del lupo, anche vicino ai centri abitati, era così frequente e minacciosa che il Pugliese poteva affermare che “né co’ premi che si pagano dalle Casse comunali, né colle largizioni che si fanno a chi va in giro colla testa e pelle di un lupo ucciso, abbiamo potuto riuscire a diminuirne il numero”, ed aggiungeva che i lupi oltre a recare gravi danni al bestiame “talvolta s’introducono nell’abitato per far la caccia a majali ed agli asini: non sono rari gli esempi che si sono avventati ed han lottato coll’uomo nelle strade dell’abitato medesimo … Alcuni religiosi han composto delle apposite orazioni, ed alcuni riti per maledirli, ed implorarne da Dio la distruzione; ma altri pretendono che ciò sia peccato, perché si tiene per sacra questa notevole fiera, talché credesi di non poter soggiacere a’ colpi de’ cacciatori se S. Silvestro non l’habbia maledetta: sul corpo morto del lupo si fan passare e ripassare tre volte i ragazzi per farli esenti dal dolore del ventre: si crede che donna cibata di carni di animali morti da’ lupi generasse figli con fame lupina, e per farcela passare si finge di spingerli e ritrarre per tre volte dal forno mentre vi si cuoce il pane, dicendosi per tre volte: abbuttati lupu, vol dire saziati lupo. Si fan preghiere a San Silvestro, cui si attribuisce la protezione di questo animale, per tenerlo lontano, come a S. Vito per preservare i cani dalla rabbia, ed a S. Paolo per iscansare uomini ed animali utili dal morso delle vipere”.[ii]

Il Pagano in quegli stessi anni ribadiva che il lupo “produce continui danni, spingendosi fin nell’abitato” e che i pastori, per proteggere il loro gregge, usavano accendere fuochi presso l’ovile. A causa dei continui danni il Consiglio comunale di Umbriatico aveva deliberato un premio di L. 17 per chi ne uccideva uno.[iii]

Dalle testimonianze dei tre scrittori e di altri è evidente come l’immagine del lupo mutò negli anni. Anticamente il lupo era ritenuto, anche se temuto, un animale intelligente, socievole verso i suoi simili, protettore degli indifesi e coraggioso, tanto da essere considerato presso alcuni popoli un animale sacro e preso ad esempio oltre che per la sua forza, audacia e ferocia anche per la vigilanza, l’astuzia e la prudenza.

Gli stessi uomini ne indossavano le pelli ed usavano la sua maschera per assumerne le virtù e con vessilli e stendardi con la testa del lupo atterrivano i nemici. Col passare del tempo e con l’estendersi dei terreni coltivati, l’immagine di questo animale da preda divenne sempre più negativa e diabolica e fu associata alla selva oscura, spettrale e piena di pericoli, tale da incutere una tale paura, della quale solo i santi erano esenti.

Se la fiera per la sua voracità era stata sempre temuta soprattutto dai mandriani, che utilizzavano grandi cani per difendere il loro bestiame, col tempo essa cominciò ad incutere terrore anche alla popolazione cittadina, in quanto l’animale fu ritenuto un temuto assalitore e mangiatore di uomini. Questo cambiamento avvenne man mano che l’uomo disboscava e metteva a coltura nuove terre e, restringendo sempre più l’area boschiva e quindi il territorio vitale del lupo, si trovò ad interagire ed a contendere all’animale lo spazio.

Molti toponimi e testimonianze ci indicano che il lupo fu presente fino a pochi decenni fa, oltre che nell’entroterra, anche nei luoghi prossimi alla marina, quando il territorio era boschivo. Solamente dopo i recenti grandi disboscamenti l’animale scomparve. Il Nola Molise alla metà del Seicento scrive che a Capo delle Colonne vi era un luogo che anticamente era boschivo, che era “volgarmente chiamato la fossa dello Lupo”[iv] e da documenti antichi e recenti nonché nei catasti onciari settecenteschi troviamo: che a Isola vi era un luogo detto “Vadum Lupi”,[v] a Rocca di Neto le località “La Valle del Lupo”, il “Fosso del Lupo” e “La colla della Lupara”,[vi] a Melissa un terreno detto “Lupicello”,[vii] a Scandale “Casone del Lupo”, a Policastro “lo cugnale di lupari”,[viii] a Mesoraca “Lupo”, ecc.

Esemplare di Lupo appenninico fotografato in Calabria (foto di Daddo Scarpino).

 

L’avanzata del lupo

L’arcivescovo di Santa Severina Fausto Caffarelli nella sua “Relazione” del primo febbraio 1633 così si esprime: “Multi in regeneratione Baptismi Lupos appellant; devotionem praetexunt Sanctorum huius nominis, sed vere inanis superstitio eos fallit, quod Lupi diu vivere creduntur, et ex nuncupatione longiorem vitam augurantur”.[ix]

Gli uomini infatti vedevano che le grandi epidemie che, tra la metà del Cinquecento e l’inizio del Seicento, creavano grandi vuoti nella comunità umana non intaccavano i lupi, anzi le campagne non più coltivate per mancanza di braccia in poco tempo inselvatichivano e sull’incolto ben presto il lupo faceva la sua comparsa, stabilendosi.

Questo fatto aveva fatto nascere e propagare la credenza che i lupi vivessero più a lungo e fossero immuni ed indenni dalle gravi infermità. Perciò, soprattutto presso le popolazioni di origine albanese, non era raro che al nato si imponesse il nome Lupo. Mettere l’infante sotto la protezione di questo santo, che si immedesimava con un animale selvatico e potente, era un modo per trasmettergli la sua forza e resistenza, augurandogli così una lunga vita.

Per tale motivo, scorrendo i documenti dell’epoca, ci imbattiamo in diverse persone col nome Lupo. Nel libro parrocchiale della chiesa di San Martino di Rocca di Neto troviamo le numerose tracce del nome Lupo da solo o associato. Nella parte relativa ai battezzati è annotato che il cappellano Luca Mascaro il 9 giugno 1607 battezzava Lup’Antonio Bruno; il cappellano Scipione Burdarios il 4 maggio 1611 battezzava Lupo Antonio d’Arena; l’arciprete Gio. Tomaso de Giuliis il 7 agosto 1614 battezzava Lupo Domenico Ungari ed il 27 novembre 1622 Lupo Domenico Federico.

Nel “Liber confermatorum” sono ricordati Lup’Antonio Cundopulo (1588), Lupo Rittigliano e Lupo Sgayro (1625). Nel “Liber illor. qui fuerunt coniunti in matrimonio” c’è Lupo Antonio Pilusio di Casabona (1623), Lupo Cirigiorgio (1624), Lupo Balsamo di Papanice (1633), Lupo Burza di Castro S. Mauro (1630), il chierico Lupo Iacopo de Cicco (1627),[x] ecc.

In altri documenti degli stessi anni troviamo il reverendo Lupo de Costa[xi]10 ed i massari Lupo Grandello,[xii] Lupo Franco[xiii] e Lupo Antonio L’Abbate,[xiv] tutti e quattro di Papanicefore, Lupo Guglielmo Infosino da Santa Severina,[xv] Lupo Leto da Crotone,[xvi] ecc.

 

Una statua al lupo

A ricordo di quanto fosse popolare e tenuto in considerazione il nome Lupo soprattutto a Papanice, terra che nel Cinque e Seicento era abitata quasi completamente da “Greci”, ancora oggi è possibile ammirare nella chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo, un monumento alla fiera.

Il nome Lupo, che ricorda il donatore, forse il reverendo Lupo De Costa, è scolpito sul basamento del fonte battesimale, oggi trasformato ed utilizzato come acquasantiera, e la fiera, in posizione di attesa con le zampe unghiate ben visibili, vigila, abbellisce e sorregge il pilastro con la vaschetta dell’acqua benedetta. Una testa di lupo è anche sulla chiave di volta di un portale a guardia di una abitazione nel centro storico di Strongoli.

Strongoli (KR), la scultura di una testa di lupo sulla chiave di volta di un portale.

 

Danni arrecati dai lupi

Scorrendo i rendiconti annuali del convento di San Francesco di Paola di Roccabernarda, possiamo farci un’idea dei danni che i lupi arrecavano al bestiame, che pascolava nella vallata del Tacina sul finire del Seicento e nei primi decenni del Settecento.

Quasi ogni anno il correttore del convento dei minimi annotava la perdita di qualche capo di bestiame “pigliato dal lupo”. Il danno era ingente perché la vendita della carne dell’animale ucciso rendeva meno della metà che da vivo[xvii] e lo stesso valeva per la pelle, in quanto le “coria” erano in “parte guaste dalli lupi”. Le brevi note evidenziano da una parte, che gran parte del bestiame, nonostante la protezione dei cani, portava evidente nella pelle i morsi delle fiere,[xviii] che se non avevano portato alla morte l’animale, l’avevano danneggiato;[xix] dall’altra che l’attacco dei lupi avveniva soprattutto durante il tardo autunno e l’inverno, quando le prede scarseggiavano.[xx]17

La massiccia presenza del lupo nei boschi di Crotone e di Isola nel Cinquecento e nel Seicento è anche confermata da numerosi atti. Nel “Manuale seu giornale” tenuto nel 1542 da Jo. Micheli Piczuto, riguardante le spese per la costruzione delle fortificazioni della città e castello di Cotrone, si avverte come massiccia sia la presenza del lupo nei boschi vicino alla città ed i danni che essi arrecavano al bestiame.

Sono infatti notate le spese per curare dei buoi ed un puledro feriti dai lupi.[xxi]. Per proteggere il bestiame della regia corte si dovette comprare “una cane femina” e munirla di “uno collaro de ferro”.[xxii]

Da un documento, rogato in Crotone dal notaio Gio. Tommaso Salviati il 29 settembre 1664, si evince che Gio. Aloisio de Soda, originario di Cellara aveva accusato nel 1660 presso la corte baronale di Isola un suo vaccaro di nome Ciccio Trimboli. Secondo la querela il Trimboli, dopo alcuni giorni che se ne era andato dalle dipendenze del suo padrone, gli aveva rubato un bue. In seguito tuttavia il Soda ritirò l’accusa, in quanto da alcuni testimoni venne a sapere che l’animale era stato divorato dai lupi in un bosco di Isola. Anche se le testimonianze a favore del vaccaro possono essere false o di comodo, esse tuttavia a quel tempo risultavano certamente credibili e quindi l’accaduto possibile.[xxiii]

Ancora all’inizio dell’Ottocento nei “Libri Mortuorum” di Santa Severina troviamo annotato che nel 1811 morì il ventiduenne Tommaso Macrì a causa di “idrofobia contratta l’anno prima per morso di lupo rabido”.[xxiv]

Il notabile danno che la fiera causava al bestiame spinse le università già nel Seicento a porre delle taglie. L’università di Melissa pagava un premio in denaro per ogni lupo ucciso. Chi portava la testa e la pelle dell’animale aveva diritto a un ducato e mezzo se si trattava di una lupa, un ducato per un lupo maschio e la metà per un lupacchiotto. I beneficiari erano di solito i cacciatori che nelle battute ai cinghiali ed ai caprioli si avventurano nella selva dove il lupo aveva la tana ed i custodi delle mandrie, che di solito il lupo seguiva nei loro spostamenti.[xxv] La pelliccia del lupo andava così ad ornare le selle ed i mantelli.[xxvi]

 

Il fantasma del lupo

L’immissione del lupo nella Sila ha fatto aleggiare in alcuni paesi il vecchio timore, che alcuni allevatori in malafede hanno ben presto sfruttato, per farsi risarcire danni inesistenti, creati da lupi fantasma.

Nel febbraio 1984 i giornali locali davano grande risalto alla notizia che alcuni lupi a causa del freddo intenso, avevano fatto la loro comparsa in contrada “Malapezza” presso di Belvedere Spinello, ed in contrada “Bufolarizza” nelle campagne di Casabona. Secondo il cronista i tre grossi lupi provenivano molto probabilmente dalle montagne di Umbriatico ed avevano preso d’assalto gli ovili, azzannando e strozzando circa 200 animali tra pecore, capre e capretti. Il fatto tuttavia presenta molti lati oscuri e certamente il cronista non ha verificato, ma ha prestato fede acriticamente a denunce fatte da allevatori per intascare i premi, come in seguito si è dimostrato per molti altri casi simili.

 

Note

[i] Lucifero A., Mammalia Calabra, Rist. 1983, p. 106.

[ii] Pugliese G. B., Descrizione ed istorica narrazione e vicende politico …, vol. I, p. 98.

[iii] Pagano L., Studi sulla Calabria, Napoli 1901, Vol. II, p. 213.

[iv] Nola Molise G. B., dell’antichissima e nobilissima città di Crotone, 1649, p. 65.

[v] AVC, Privilegio dello Sacro Vescovato dell’Isula, in Processo Grosso, f. 418v.

[vi] Spizzirri M., Rocca di Neto nel Catasto del 1742, Rossano 1995, pp. 219 sgg.

[vii] Cosentino A, Melissa – Medievale e Moderna, Rossano 2001, p. 272.

[viii] 12 febbraio 1646. I coniugi Thoma Misiano e Catharina Crivaro di Policastro, essendo debitori nei confronti di Joanne Gregorio Cerasaro di Policastro per la somma di ducati 30, gli assegnano per anni sei continui i frutti di alcuni beni dotali della detta Catharina, tra cui un “pezzo di terra” di circa 6 tomolate di capacità che possedevano in comune ed indiviso con Fran.co Misiano fratello di detto Thoma, posto nel distretto di Policastro confine “la destra detta de Intina”, “lo cugnale di lupari” e altri fini. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 805, ff. 18v-20.

[ix] ASV, Rel. Lim. S. Severina, 1633.

[x] Liber Confermatorum, manoscritto, ff. 38, 43, 47 sgg.

[xi] “Adi 9 di Augusto 1613 morsi la figlia del R.do Lupo de Costa di papa nicefora et si sepellì al vescovato dico prete greco ut supra de papanicefora.” AVC, Libro dei Morti, ad anno.

[xii] Caridi G., Uno stato feudale nel Mezzogiorno spagnolo, p. 123.

[xiii] Nel dicembre 1632 il massaro Lupo Franco di Papanice dichiara il raccolto che ha fatto in territorio di S. Giovanni Minagò, nel luogo detto il Giardino della Corte della marchesa di Licodia. ASCZ, Busta 118, anno 1632, f. 115v.

[xiv] Lupo Antonio L’Abbate di Papanicefore vende nel settembre 1641, una casa palaziata che possiede a Roccabernarda a Ficeri Tassitano ed una metà di vigna ad Apollonia Bonofiglio. ASCZ, Busta 179, anno 1641, ff. 55v-57.

[xv] Nella cattedrale di Crotone era eretto un beneficio senza altare e cappella, dedicato a S, Nicola de Tolentino della famiglia di Lupo Guglielmo Infosino da Santa Severina. AVC, Acta della visita del vescovo Marco Rama, 1699, f. 36v.

[xvi] Abitava a Crotone in parrocchia di Santa Margherita. ASCZ, Busta 229, anno 1657, f. 108.

[xvii] Documenti più antichi fanno riferimento invece alla perdita dei capi di bestiame. 4 settembre 1451. Nelle “Disposizioni a richieste di Riccio di Catania per la difesa delle giumente e dei pultrorum del re nei tenimenti di Mesoraca e Belcastro”, si fa menzione di “Quibus pullis per ipsum Nicolaum vel eius negligencia dictum locum intrantibus quidam ex eis pilature liarde scure vulgariter nominate etatis duorum annorum in tres lupinis morsibus extitit devoratus in dapnum dicte Regie Maiestatis.” Fonti Aragonesi II,  p. XXXIX e pp. 105-106.

28.11.1585. Una vitellazza di 1 anno “mangiata de li lupi à dì 18 de ap(ri)le” nel territorio di Umbriatico. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, f. 152v.

[xviii] 24 luglio 1654. Policastro. Dietro l’istanza di Innocentia Mannarino, madre dell’olim Hyacintho Curto, il notaro Fran.co Cerantonio, deputato dalla Curia ed alla presenza del giudice e dei testi sottoscritti, si porta nella domus appartenuta al detto olim Hyacintho, per compilare l’inventario dei beni del morto. Tra questi figura “uno coiro de vitello toccato delli lupi alla schiena”. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, f. 70.

[xix] Nel conto del 1690/1691 il correttore annotava: “R.to da m.o Fran.co Maria Maffeo p. uno carnaggio e corio vendutoli di una vaccha morta dal lupo d.ti 4-2-1”; nel 1693/1694: “R.to per venditione di una giovencha presa dalli lupi docati cinque e mezzo”; nel 1696/1697: “R.to p. venditione di un coiro di vacha pigliata dal lupo d.ti 2-1-10”; nel 1698/1699: “R.to per venditione di un coiro di vacca, e tre coriacelli pig.to dal lupi d.ti 3. R.to per venditione di sei coria di vacche parte guaste dalli lupi e parte morte d.ti 12. R.to per carnaggio di una giovenca pigliata dalli lupi d.ti 1-2-10”. ASCZ, Conti del convento di S. Francesco di Paola di Roccabernarda, in Libri e Platee antiche Cart. 80/6, ff.1, 13, 20, 25, 30.

[xx] Nel novembre 1731 il frate Francesco Raneri annota di aver ricevuto “Per un cojo d’una vitellazza presa da lupi”: 4 tari, e nel dicembre seguente, “per due coji di vitellazzi uno preso da lupi”: 2 ducati. ASCZ, Conti del convento di S. Francesco di Paola di Roccabernarda, 1731 e 1732, in Libri cit. Cart. 80/11, f. 127.

[xxi] “Addi III 8bris 1542. Allo monaco ferraro de Cotroni per tanti medicini per le bove che have piglato li lupi (0 – ½- 10) Ad far la lavanda allo pollit.o dela corti che piglao lo lupu (0 – 0 – 9).” ASN, Dip. Som. 196/4 f. 160.

[xxii] “Addi XXIII 8bris 1542. Ad Susanna muglere de cola turcho de massanova per lo preccio di una cane femina per la guardia deli bove della regia corte per accordio (4 – 2 – 10). Ad mastro cola mattia de otranto per lo preccio de uno collaro de ferro per ditta cane (0 – 2 – 10)”. ASN, Dip. Som. 196/4, f. 178. 4 giugno 1586, Mesoraca. Vendita di un gregge di “oves lanute cum Canibus tedeschis”. ASCZ, Notaio Ignoto, Cutro, busta 12 prot. 33, ff. 61-64.

[xxiii] ASCZ, Busta 312, anno 1664, f. 56.

[xxiv] Nisticò U., I Libri Mortuorum di Santa Severina tra il 1737 3 il 1817, in Quaderni Siberenensi, 2001, p. 37.

[xxv] Nei pagamenti fatti dall’università di Melissa troviamo nel 1687/88: “A Pietro Bonofiglio carlini 10 in premio d’haver ucciso un lupo. Alli Baccari di Angelo Cugini carlini 5 per haver ucciso un lupo”; nel 1689/90: “A Salvatore Inglese carlini 4 premio d’haver ucciso un lupacchino”; nel 1712/13: “A Francesco Ferro e compagni cacciatori per premio di haver ucciso un lupo 1 ducato”; nel 1726/27: “Per taglione d’una lupa ducati 1-2-10; Per il taglione d’un lupo ucciso da Serafino Blandino entro il proprio territorio ducati 1”. Dati fornitimi dal prof. Antonio Cosentino, Fondo Pignatelli Ferrara, Busta 21, pratica 1, ASN.

[xxvi] Nella camera del cavalcatore del castello di Strongoli vi era: “una sella di lupo di velluto verde con staffe, gioppera e cignia senza staffili”. In “Inventario del Mobile di questo castello di Strongoli fatto hoggi 19.5 1703”, Archivio Pignatelli Ferrara di Strongoli, Fasc. 46, inc. 69, f. 7, ASN.

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