La storia e il paesaggio. La località Armirò nella vallata del fiume Neto

“Armiro” in un particolare della Carta IGM 1:50.000 N. 570 Petilia Policastro.

Il territorio di Santa Severina era diviso in sei tenimenti, chiamati corsi, che comprendevano tutte le terre o gabelle, foreste e boschi sia della chiesa arcivescovile, che del barone, dei cittadini, dei forestieri, dei monasteri, delle abbazie, chiese, ecclesiastici ecc. Tra questi corsi vi era il corso di Casale Novo appartenente alla Mensa Arcivescovile.

Il territorio di Santa Severina in una carta conservata nell’Archivio Arcivescovile della città.

 

Il Corso di Casale Nuovo

Così sono descritti i confini del Corso in una Platea del 1576, al tempo dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro: “incomincia da li molina del m.co Alex(andr)o infosino loco detto la Noce, et saglie per il vallone de la ghane in sù et si gionge col vallone de li ghorna, et sagliendo per il vallone di Iofari in sù escie alla valle della Butte, et sale alla timpa de la Cita, et per lo cristone cristone alle colletelle, et la crista crista esce ad montefiscardo, et cala per lo Cugno abascio, che sta mezo vallante, et li fontanelle, et dalle fontanelle descende sopra lo cristone di S.ta M(ari)a delli frati, et al timpone pizuto delle t(er)re di S. maria delli fr(at)i, et descende lo cristone in giù per mano sinistra fi al deritto de la valle, che escie alle vigne di Petro masso, et lo cristone cristone dela gabella delo furno escie alla scala di vitriolo, et la fossa fossa che esci in piede Crapari et onda per diritto al cristone de Armirò, et Caria, saglie alle scallille di altilia et escie alla lustra di altilia, et descende alla via de lo mercato, et la via dela abbazia de altilia, et esce al pizo de la timpa, et descende lo cristone abbascio sop(r)a la salina, et il bosco detto Cincifroni, et descende alla colla affaciante alla salina vicino il fiume di Netho, et per il fiume in giù finchè se congiunge colo p(red).to vallone dela ghane vicino li pr(edett)i molini del m.co alesandro infosino p(rim)o confine.”[i]

Resti della chiesa in località Armirò di Santa Severina (KR).

 

Diritti della mensa arcivescovile

Tra i diritti sul corso vi era la giurisdizione delli finaiti, che consisteva di esigere dal Corso di Molerà Vecchio della Terra di Rocca Bernarda “quando s’affitta a pecore la finaita, cioè carlini vinti quattro et un montone, dudici peze di caso et dudici recotti”, dal Bosco di S.ta Maria di Altilia e di Caria e dalla gabella di Neto “quando ci è vaccarizo o vache foristere car. vinti quattro et dudici peze di caso et dudici raschi. Inoltre la Mensa Vescovile esigeva da coloro che prendevano in fitto il Corso di Casale Novo “di fidare nel tempo del estate et la fida si l’esige detta mensa et l’inverno si la esigono li comperatori delo curso p(redit)to; le bestie grosse paghano come sfidate q(ua)n(do) si pigliano che non sono fidate uno car(lino) per bestia di disfida. Le bestie minate paghano q.n. si pigliano sfidate doi grana per testa passandono da dece ad alto et di dece a bascio un tari”.

Inoltre la Mensa arcivescovile esigeva “li presenti a Natale, Carnelivare, et Pascha cioè un crarvetto et dece recotte ad Natale et cosi a Carnelivare et a pasca uno agnello posteraro et dece recotte”; sempre a Natale dal clero di Cutro, Mesoraca, Policastro, e Roccabernarda un porco per clero e dagli arcipreti degli altri abitati una lepre o un capretto.[ii]

 

Armirò

Il Corso di Casale Novo era diviso in due parti: Sottano e soprano.[iii] La località Armirò era situata in territorio della città di Santa Severina all’interno del Corso di Casale Novo Sottano, vicino alle località “Caprari”, “Vallone Salso” e “Serre”. Essa era attraversata dall’importante via pubblica, che collegava Santa Severina con l’abbazia di Santa Maria di Altilia e da importanti “trazze” e “calate”. Il nome del luogo è legato al sapore salino dell’acqua del ruscello che lo attraversa e dipende dalla sua posizione in vicinanza dell’importante salina di Neto. Secondo il Rolfs “Armirò” significa infatti “di sapore di sale”.[iv]

Vallone Salso (Santa Severina).

 

La sorgente

Convalida questa interpretazione un documento dei primi anni del Cinquecento, dove sono elencati gli “Stazzi, trazze, e calate l’acqua, e carrere del tenimento della Città di S.a Severina. Die 7 Aprilis Xae Ind.s 1507”, dove si legge: “21. Item d.e trazze de Crapari anno la calata all’acqua, quale descende per la d.ta Crapari da, e per S. Nicola d’Armirò, e descende all’acqua allo passo di Silise, quale descende di Armirò, e vallone Salzo, seu Salinella. 22. Item Messer Birardo Lucifero, idest la possessione sua, che fù di D. Nardo Fazzalaro. Si restringa la sepala di sotto la timpa di S. Nicola d’Armirò, poiché da là descende all’acqua all’ilice, ed allo vallone Salzo, seu Salinello, poich’è trazza e calata d’acqua antica, e si tenga chiusa la d.a possessione, atteso è circondata di trazze e calate d’acqua, altrim.e lo bestiame non sia tenuto a pena ut sup.a.”[v]

 

I proprietari

La località era costituita dalla gabella, da vigne, vignali e terre, che appartenevano a diversi proprietari sia ecclesiastici che laici.

 

La Gabella di Armirò

Alla metà del Cinquecento la gabella apparteneva alla famiglia nobile di Santa Severina degli Infosino.[vi] In seguito per morte di Gio. Martino Infosino fu ereditata dalla moglie napoletana Antonella Trombatore.[vii] Con il passaggio alla vedova ed al figlio Alessandro Infosino la gabella cominciò ad essere ipotecata. Il 25 febbraio 1570 la magnifica Antonella Trombatore di Napoli, vedova di Gio. Martino Infosino di Santa Severina, affermava davanti al notaio di Santa Severina Marcello Santoro, che lei possedeva una gabella detta de Armirò.

La gabella era situata nel tenimento di Santa Severina e confinava “iux.a serras s.tae Mariae de altilia, iux.a serras Crapari, cursus casalis novi, gabellam de caria et alios confines”. La Trombatore assieme al figlio dapprima cercò di valorizzare la sua gabella con vigne ed alberi da frutto, ma non avendo capitali sufficienti ben presto andò incontro a difficoltà finanziarie, ipotecando sempre più le sue proprietà.

Dopo essersi indebitata nel febbraio 1570, con Luca Antonio de Modio, ottenendo un prestito di ducati 200 al 10% annui sulla gabella,[viii] acquista da Francesco Carrafa cinque mulini macinanti, obbligando la sua gabella di Armirò “cum duobus olivetis et uno celsito sitis in dicto loco de armirò iux.a serras de caria serras de crapari cursus casalis novi”.[ix] Infine il 27 giugno 1570 procede a mettere a coltura la gabella, affittando per dieci anni al palermitano Joseph Siciliano circa tre tomolate di terra “cum acqua … jux.a ecclesiam S.ti Nicolai de Armirò et alios confines”.

Il prezzo stabilito per la locazione è di 20 ducati annui, con la condizione che il Siciliano la renda produttiva e la migliori. In compenso la Trombatore concederà il capitale, gli animali, gli alberi da frutto ed i semi.[x] Passano alcuni anni e le esigenze finanziarie peggiorano e dapprima la Trombatore ed il figlio vendono la gabella per ducati 500 con patto di retrovendendo ad Innocenza Quarano, poi la riscattano ma la ipotecano nuovamente prendendo in prestito ducati 200 al 10% da Lucantonio Modio.[xi] In seguito la gabella passò in proprietà della mensa arcivescovile e fu affittata a pascolo come “camera chiusa” dai procuratori dell’arcivescovo di Santa Severina.[xii]

Ruscello in località Armirò di Santa Severina (KR).

 

Le Vigne ed i Vignali di San Nicola di Armirò

Per il proprio sostentamento ogni canonico si avvaleva quasi sempre di tre rendite. Una proveniva dal patrimonio sacro, cioè dall’insieme di beni patrimoniali, simili alla dote, di cui doveva essere provvisto nel momento in cui era stato ordinato sacerdote, condizione per poter aspirare al canonicato, un’altra “ad titulum patrimonii” dal canonicato della chiesa metropolitana con i beni che costituivano la prebenda, infine poteva contare “ad titulum patrimonii” sulle distribuzioni quotidiane per l’assistenza personale nei divini offizii e servizio del coro della metropolitana, somma che gli era assegnata dal procuratore del Capitolo “delle rendite che s’esigono per la comunità”.

Nel Medioevo i beni che costituivano la prebenda costituivano la maggior parte, se non tutto, il patrimonio su cui poteva contare il canonico per il suo mantenimento. Essi erano per la maggior parte costituiti da fondi rustici, che col tempo andarono però a diminuire ed alcuni furono alienati o usurpati. Da una relazione della fine del Settecento, al tempo della Cassa Sacra, sappiamo che ad ogni canonico era assegnata una chiesa ed alcune terre. Di solito la chiesa era situata su un poggetto ed era attorniata dalle sue proprietà. Alla fine del Settecento molte chiese erano andate in rovina e di altre si era perso il ricordo; le superstiti era divenute “casaleni”.[xiii]

Lo stesso destino toccò anche al Canonicato di S. Nicolò d’Armirò. Sappiamo che alla fine del Seicento il Reverendo D. Francesco Antonio Oranges,[xiv] canonico sotto il titolo di S. Nicolò d’Armirò, aveva una chiesa diruta dentro i confini di Caprare e la Gabella d’Armirò e possedeva nella parte superiore molte continenze di vigne nel comune di Caprare e due vignali, uno nella parte inferiore e l’altro “in colla di detta chiesa di tomolate cinque in circa detto sopra il timpone della detta chiesa”, delle quali terre aveva solo il “jus arandi”.[xv] Alla fine del Settecento al tempo della Cassa Sacra, la prebenda del canonicato di San Nicolò di Armirò è formata da una continenza di vigne ed altri vignali costeggianti il casaleno dell’antica chiesa che è su d’un poggietto in Armirò, che confina con la gabella di Armirò.[xvi]

 

Il monastero di San Giovanni in Fiore e “Lo feudo di Armirò”

“In questa parte di territorio Abbadiale, che stava anticamente compreso dentro lo stato di Santa Severina, vi sono molti comprensori di terre, parte delle quali sono state assegnate alla mensa monacale, cioè Ardavuri, e parte del Bosco, oggi dette le Serre, e parte di terre alli cittadini di detto Casale per comuni, e un comprensorio chiamato lo feudo d’Armirò vien posseduto dal monastero di S. Giovanni in Fiore; il quale feudo d’Armirò termina nel vallone Salito, che divide il territorio detto d’Altilia et quello di Santa Severina, ai quali prenominati luoghi la Badia di Altilia esercita la sua giurisdizione”.

Il possesso di questo “feudo d’Armirò” da parte del monastero di San Giovanni in Fiore si fa risalire alla compra fatta dall’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano, il quale come Commendatario della abbazia di San Giovanni in Fiore l’acquistò “con dinari pervenuti nelle mani di esso Commendatario dalla vendita fatta d’alcuni alberi inutili del bosco della Grancia di San Martino di Canale, la quale Grancia fu per prima assignata dal Sig.r Cardinale Santoro alias de Santa Severina alli predetti Religiosi come di sopra, et assignata alla mensa monacale per accrescersi il numero di sacerdoti se ne riceve l’un anno per l’altro ducati D.ti 75.”

In una nota dei beni fatta per ordine dell’arcivescovo di Santa Severina Fausto Caffarelli la gabella detta Armiro è descritta dentro il Corso di Santa Severina e confinante con la gabella delle Serre e con il Vallone Salito dalla parte inferiore e dalla parte superiore con la gabella di Caria.[xvii]

La gabella posseduta dal monastero florense si estendeva per 250 tomolate ed era costituito da “terre libere, e dissutili confine Santa Anastasia della Rev.ma Mensa, territori di Altilia e comuni di Caprari”.[xviii]

Oliveto in località Armirò di Santa Severina (KR).

 

I Vignali di Armirò del Capitolo della metropolitana di Santa Severina

Il Capitolo di Santa Severina possedeva alla metà del Seicento “Uno Vignale nel corso di Casale Nuovo di questa Città dentro la cabella di Armirò confine lo vignale di S. Dom(eni)co”. Il vignale quando era affittato a semina rendeva circa tre tomoli di grano l’anno, quando a pascolo carlini dieci.[xix]

Cento anni dopo il Capitolo vi aveva due vignali entrambi di tomolate quattro di terra.[xx] Vignali che conserverà ancora per tutto il Settecento[xxi] e per buona parte dell’Ottocento. Da una platea dei fondi appartenenti al Capitolo fatta nel 1843 così è descritto: “Il Vignale di Armirò nomavasi anticamente Vignale nel Corso di Casalenuovo Sottano, e confinava allora con li Vignali di San Domenico, al momento vien limitato da Oriente con la Gabella nomata Ardauro, da Settentrione col timpone dell’Apatia, l’uno e l’altra appartenente al Signor Barone D. Luigi Baracco, da Occidente e Mezzogiorno con la Gabella di Armirò posseduta dalla Mensa Arcivescovile di Santa Severina. La sua situazione è parte in semipiano Aratorio, e parte scosceso pascolatorio frattoso, essendo dell’ estensione totale di un milione cinquecento sessantatre mila, trecento cinquanta palmi quadri, ossiano tumolate trentadue, e due ottavi alla misura di 48400 palmi quadri la tumolata giusta la costumanza del paese corrispondenti a tumolate 156 3/8 della misura legale novissima cadauna tumolata di diecimila palmi quadrati. Classificazioni e culture Giusta l’antica misura di 48400 palmi quadri la tomolata. Aratoria di seconda classe tumulate duodici, e sei ottavi. Pascolo frattoso in pendio tomolate diciasette e quattro nottavi. Sterili e letti di Burroni Tumolate Due. Totale tumolate trentadue e due ottavi.”[xxii]

Pianta del fondo denominato “Vignale di Armirò” fatta dall’architetto Raimondo Singlitico de’ conti de’ Rocas (1843). AASS, 017C.

 

La Gabella, il Vignale ed il canonicato di San Nicola di Armirò

Durante l’Ottocento i baroni Barracco e Berlingieri si impossessarono di tutta la località. Il barone Luigi Barracco all’inizio dell’Ottocento si impadronì della Foresta e delle terre dell’abbazia di Santa Maria d’Altilia, il barone Luigi Berlingieri dopo l’Unità d’Italia acquistò a buon prezzo dall’Asse Ecclesiastico Armirò, il Vignale di Armirò e San Nicola d’Armirò.[xxiii]

 

Note

 

[i] AASS. 001A, f. 81.

[ii] AASS. 001A, f. 81.

[iii] AASS, 013B, Platea Mensa Arcivescovile 1576-79, f. 54. Il Corso di Casale Nuovo Soprano fu dato a censo nel 1751 dall’arcivescovo Falcone a Tomaso Faraldi. Nel 1782 il Faraldi vendette il corso a Gaetano Cosentino di Casabona senza il consenso dell’arcivescovo. Il Cosentino affittò il corso a Francesco Drammis di Scandale per circa ducati 400 (AASS, 082A, Inventario dei beni della chiesa 1797, ff. 3v-4).

[iv] Rolfs G., Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, Longo Ed., 1974, p. 16.

[v] “Stazzi, trazze, e calate l’acqua, e carrere del tenimento della Città di S.a Severina. Die 7 Aprilis Xae Ind.s 1507.” AASS, 129A, f. 26.

[vi] “M.s Alex.dro Infosino Per le Molina à Neto pagha l’anno duc.ti sei, per una Costa ad Armirò duc.ti 10 annui 8, a. 1564, M.s Alex.o di contro her. de m.s Io. Martino Infosino.” AASS. 005A.

[vii] Antonella Trombatore abitava in parrocchia di S. Giovanni Battista dove erano le case degli Infosino: “La casa dove abita Horatio Infosino confina con la casa di Alexandro Infosino e confina con la casa di Camillo Infosino”. AASS, 001A, Platea Mensa arcivescovile 1576-1579, ff. 27-28.

[viii] Il 25 febbraio 1570 Antonella Trombatore otteneva da Luca Antonio de Modio un prestito di ducati 200 al 10% annui sulla gabella. AASS, Notaio Marcello Santoro, Vol. I, p. 35.

[ix] 2 marzo 1570. Francesco Carrafa possiede cinque mulini macinanti nel luogo detto il corso di Casalenovo “justa flumen Nethi et terras de ardavuri insimul cum quibusdam capacitatibus terrarum iusta dictum flumen et terras de ardavuri viam pu.cam … consistentia dicta molendina in duobus domibus tria: in una parte superiori et duo in alia domo a parte inferiori cum eorum aquaeductio” li vende ad Antonella Trombatore, vedova di Gio. Martino Infosino. La Trombatore ed il figlio Alessandro Infosino obbligano la loro gabella. AASS, Notaio Marcello Santoro, Vol. I, pp. 41-43.

[x] Joseph Siciliano de Palermo “sia tenuto piantare dicte terre di celsi, pira, fico, persichi, pruna, et d’ogne altra sorte de arbori et in quelle farci una possessione arborata ad ogne spese et fatiche d’esso Joseph, et la mag.ca Antonella promette darli tutte le piante, et cime di celsi pianterà in dicte terre et di l’altri arbori sia tenuta trovarli et esso Joseph andare a pigliarli et scipparli dove li trovera cosi dentro il territorio di S.ta Sev.na come di fore a spese di essa mag.ca Antonella quanto alla portatura”. Il Siciliano da parte sua promette di condurre a termine la costruzione della possessione entro i prossimi tre anni.

Inoltre la Trombatore “per coltivatione et acconcio” delle terre promette dare in prestito un paio di buoi con un carro e ferramenti “et morendo alcuno boe tra questi dece anni che hara da tenire dicta possessione facienda senza culpa de esso Joseph sia tenuta cosi come promette comprarline un altro ita che non li manchi mai nessuno paro de bovi per tutto dicto tempo et morendono alcuno de essi per difecto, et culpa di esso Joseph, che esso sia tenuto cosi come promette comprare a sue spese un altro, et che dicti bovi non siano tenuti né far altra fatica, che a servitio de horto, che farà in dicta possessione, et cultivatione de quella”.

Il Siciliano inoltre promette che in dette terre e possessione “metere che l’arbori crisceranno farci orto tanto di inverno come de estate di ogne sorte de fogliame”.

La Trombatore a sua volta promette dare tutta quella quantità di terreni che bisogneranno a seminare con detto paio di buoi e che dette terre la Trombatore le darà dove a lei piacerà “puro che siano intro la medesma cabella de armirò et cippoli et non altrove , et che sia tenuta darli tutte sorte di semente cosi de grano, orgio, fave, ciciri et altri ligumi bisogneranno in decta max.a et che poi si l’habia di alsare all’aira, et alsata la semente s’habia di partire comunemente lo restato delo grano et altri legumi che faranno in in dicta max.a et che le terre che seminerà siano franchi di terragio et che essa mag.ca Antonella non sia tenuta fare spesa alcuna ne a zappare, roncare, metere et recoglere di dicta max.a ma che esso Joseph s’habia da fare a tutti sue spese, et che mag.ca Antonella non sia tenuta ad altro che a pigliarsi la metà delo grano et legumi che si faranno in dicta max.a et questo per haver posto lo terragio franco et in dicte terre che si semineranno retrovandosici arbori puro siano comuni li frondi di quelli preservato celsi et olive che voleno siano di essa m.ca Antonella sola et non altramente et cosi anchora facendo horto fora la possessione p.a che le terre del’horto siano franchi di terragio, ma che l’horto sia intro ut s.a de lo guadagno , che ne pervenerà, et che dicto orto tanto quello che fara intro la chiusa et possessione come quello de fore, esso Joseph promecte farlo a tutte sue spese, et essa m.ca Antonella li promecte comprarli tutte sorte de simigne bisognante in dicto orto per lo p.o anno tam et l’altri anni seguenti esso Joseph sia tenuto alsarsili di lo midesmo orto , et Dio guardante venendo ad inchiammare et guastarsi di la yamma, et neglio che non potesse fare semigne in l’orto, che ambe esse parte siano tenute in comune comprarne, et essendo chiantime soverchia puro s’habia de vendere in com.e; et con unaltro pacto che allo fine deli p.ti dece anni ambo esse parti siano tenuti cosi come in presentia ma con iuramento promettino fare extimare et apprezzare dicta possessione per quanto valerà, et per quello che sara extimata et apprezata, dicto Joseph sia tenuto pigliarsi la metà deli denari, che dicta possessione sara extimata et essa m.ca Antonella pigliarse la possessione levato pero prima li vinti ducati per li quali sono stati apprezati et extimati le p.te tre tumulate de terre et livati li p.ti Duc. 20 partirse et pigliare la metà deli restanti denari che sara apprezata dicta possessione ut s.a facienda. Et dicto Joseph promecte governar diligentemente dicta possessione ut s.a favendum per tucti li p.ti dece anni a tucte sue spese. ita che piu dicta possessione venga ad augmentare, che a minuire et con altro pacto, che dove accadesse dio guardante* morire dicto Ioseph intro lo p.tto tempo de dece anni, che essa m.ca Antonella sia tenuta fare extimare dicto tempo dela morte di esso Joseph la p.ta possessione, et per quello sarà apprezata dare la metà de quello valerà si … p.o li p.tti vinti docati, alli her.di de esso Joseph, non volendono assistere, et stare in dicta possessione per tucti li p.tti dece anni ut s.a. perché così tra loro sono convenuti et più promecte lo p.to Joseph cultivare et lavorare scalsare et governare lo celsito d’armirò de lo mag.co Alex.o Infosino à tutte spese d’esso Joseph, et che esso Joseph sia tenuto pigliarsine uno pede di li celsi deli vignali sotto l’olivito dili meglio ad esso piacerà cossi come essa m.ca Antonella et m.co Alex.o cilo promecteno et donano ogn’anno durante li p.tti dece anni, et mentre che lo p.tto Joseph governerà lo p.tto celsito, come promecte esso Joseph cum Juramento anno quolibet ut s.a. conciarlo, et cultivarlo. Item la p.tta m.ca Antonella promecte inprestare ad esso Joseph sei tumula di grano, et doi altri darcili in dono et che esso Joseph sia tenuto renderli li p.tti sei tumula di grano in tre anni à ragione di tt.a doi l’anno. Item la p.tta m.ca Antonella promecte comperare ad esso Joseph una bestia somarina per servimento de dicto orto et possessione, et che al primo anno s’habbia de alsare li fenni che compererà dicta bestia deli denari del’orto et poi dicta bestia resti in comune, et similmente in comune s’habia de renovare fin tanto che si faciano dicti due anni, et dicta bestia s’habia di governare in comune di orgio … et più promecte dicto Joseph alla fini di li dece anni p.ti ritornare tucte le ferramenta necessarie che essa m.ca Antonella consegnera che bisogneranno per dicto orto possessione et max.a cosi concio et boni cosi come ce li consignerà, et bisognando acconciare ferramenta intro questo tempo de li dece anni , esso Joseph sia tenuto conciarle a tutte sue spese.

Item promecte la p.ta m.ca Antonella in dicta possessione farci una cepia, et una casa a tutte sue spese, et che in fine di dicti dece anni non s’habia di apprezzare ne extimare altramente ma che sia franca per la p.ta mag.ca Antonella et che esso Joseph non sia tenuto pagharne niente, perché cosi tra loro si sono convenuti per … pacto. Item volsero esse parti, che lo fructo deli arbori che crisceranno cossi di celsi et altri arbori se faranno in dicta possessione sia in comune, et che esso Joseph li possa vendere scippare et vendignare dicti arbori et orto à suo libero arbitrio, et senza licenza di essa m.ca Antonella et che ogni Domenica del mese sia tenuto dare cunto de li denari haverà pigliato cosi dela foglia de l’orto come de li fructi de dicti arbori de dicta possessione ut s.a facienda, et piu promecte esso Joseph alla fine de dicti dece anni restituire uno paro di boi cosi come si troveranno allhora ad essa m.ca Antonella et venendo meno lo carro intro questo tempo de dece anni sia tenuto esso Joseph conciarlo a sue spese et allo fine de dicto tempo sia in comune tanto lo carro come lo somero ò somera come si troverà et bisognando comprarne un altro intro questo tempo che l’habino de comprare in comune …”. AASS, Notaio Marcello Santoro, Vol. 1, pp. 58-62.

[xi] Il 27 gennaio 1574 in Rocca Bernarda, Antonella Trombatore, il figlio Alexandro Infosino ed il fratello Io. Petro Trombatore da una parte. Dall’altra il no. Io. Antonio Camarda di Rocca Bernarda. I Trombatore affermano che nei mesi passati per alcune loro necessità vendettero per ducati 500 con patto di retrovendendo ad Innocenza Quarano, vedova di di Orazio Ioanne Loysio de Rosis, la gabella di Armirò aggiudicata per dote alla stessa Antonella. L’atto fu rogato dal notaio Gio. Lorenzo Quercio di Cutro. In seguito presero a prestito ipotecando la gabella di altri ducati 200 al 10% (20 ducati di censo) da Luc’antonio de Modio di Santa Severina con atto rogato dallo stesso Marcello Santoro. “Gabella di Armirò camera chiusa iux.a terras S.ae M.ae de Altilia iux.a serras de Crapari iux.a cursus Casalis novi “… con patto che l’oliveto de bascio non ci possa accostare dicto no. Jo. ant.o ma che sia tutto de essi m.ci venditori ma damnificando con li bovi non sia tenuto ad altro che al danno tam et non ad pena et cosi ancora delo celsito de bascio et de più nello olivito de suso mentre dura il fructo de dicte olive non possa accostarci ma damnificando con li bovi paghi lo danno tam ut supra et che si possa lavorare le terre dove se soleno lavorare cioe li vignali de suso et de bascio et colto lo fructo de le olive de suso se le possa pasculare et lavorare dove po’ lavorare et con altro pacto che li fructi et intrate de questo presente anno n’habino essi venditori per rata de omni mesi elapsi de sep.o passato fin hogge”. AASS, Not. Marcello Santoro, Vol. IV, p. 50. Il primo febbraio 1574 Antonella Trombatore estingue il debito che aveva contratto con luca Antonio Modio, restituendogli i ducati 200, che gravavano sulla gabella Armirò. AASS, Not. Marcello Santoro, Vol. IV, pp. 58v-59r.

[xii] Il 20 dicembre 1588 in Santa Severina, per atto del notaio Marcello Santoro, Iacobo Crasso, procuratore dell’arcivescovo di Santa Severina, affitta la gabella di Armirò a Paolo Liveri e altri per camera chiusa (“ad herbaggium”) per pascolo di vacche e di altri animali. Essi potranno pascolare i loro animali nel corso da “Vallone Salso llà verso Altilia seu ardacurii”. AASS, Notaio Marcello Santoro, Vol. XI, f. 42.

[xiii] “Canonicato sotto il titolo di Santa Maria dei Sette Frati con chiesa propria dietro il Monte delle Serre. Canonicato di Santa Maria Ora pro Me senza memoria alcuna, ma sisono amasati due colline alle di cui radici nella pianura trovati da tempo antico costrutta una icone di fabrica con ivi dipinta, l’immagine della Vergine Maria col divin Bambino nelle braccia, vicino alla pubblica Fiera di San Giovanni Minagò. Canonicato di San Vito Martire pochi palmi di terra sopra un poggetto in dove vi sono appena i vestigi della distrutta chiesetta. Canonicato di Santa Maria Caprariorum, vulgo di Caprari, sito nelli comuni di Caprari con appena i vestiggi del casaleno dell’antica chiesetta con terra ivi adiacente. Canonicato di San Nicolò de Milleis colla sua Prebenda sita in territorio di San Mauro confine al Piano del Re consistente in alcune terre col jus arandi circumcirca il Casaleno dell’antica chiesa sotto tal titolo. Canonicato di San Nicolò di Armirò colla Prebenda di una continenza di vigne ed altri vignali costeggianti il casaleno dell’antica chiesa su d’un poggietto in Armirò confinante alla gabella di Armirò. Canonicato di Santa Lucia Vergine e Martire con pochi palmi di terra che circondano il casaleno dell’antica chiesetta di tal titolo. Canonicato di S. Nicolò di Grottari con casaleno della chiesa in Grottari. Canonicato di Santa Maria di Buon Calabria colla Prebenda di alcune terre site in territorio di Scandale attaccate alla chiesa di Buoncalabria.” AASS, 072A. Stato di tutti i Benefici Residenziali, Eccl.ci, laicali e Cappellanie in arcidiocesi di Santa Severina.

[xiv] Russo F., Regesto 47318, 1695, Franc. Antonio Oranges providetur de canonicatu in metropolitana ecclesia S. Severinae, vac. per ob.; (1695/1700) Santo Nicolò d’Armirò Can.co D. Fran.co Ant.o Orangas cosentinus)/ Maggio 1700 – Russo F., Regesto, 48321, De canonicatu ecclesiae S. Severinae, cuius fructus 24 duc., vac. per ob. Franc. Antonii de Oranges, de mense februarii def., providetur Antonio Ferrari, diacono oriundo, ab archiep.o approbato.

[xv] AASS, 005D, fasc.6.

[xvi] AASS, 072A. Stato di tutti i Benefici Residenziali, Eccl.ci, laicali e Cappellanie in arcidiocesi di Santa Severina.

[xvii] AASS, 019A.

[xviii] ASN, Catasto Onciario Santa Severina n. 7009, 1743, f. 203.

[xix] AASS, 006D, “Bona, Iura et Onera Rev.di Capitoli Metropolitanae Ecc.ae, anno 1661”, f. 12.

[xx] Il Capitolo della Metropolitana chiesa di S. Severina. Possiede un vignale detto Armirò, sito nel corso di Casalnuovo Sottano di tomolate 4, confine li vignali dei Padri Domenicani stimato rendere ducati 1:40; Altro vignale detto Armirò di tomolate 4, confine la chiusa di Biondi, stimato rendere duc. 1:90. ASN, Catasto Onciario, Busta 7009, ff. 117, 120.

[xxi] Il Capitolo di Santa Severina possiede “Un vignale dentro il Corso di Casale Nuovo sottano, e propriamente dentro la gabella di Armirò de PP. Cister.si di S. Gio. in Fiore, e confine il vignale di S. Dom.co questo fu lasciato al Capitolo. Qual vignale ad uso erba nulla rende. Ad uso semina si affitta dal Capitolo per tt.a due”. AASS, 009C, Platea Capitolo 1782.

[xxii] Platea Generale de’ Fondi tutti appartenenti al Reverendissimo Capitolo Arcivescovile di Santa Severina fatta dall’architetto Raimondo Singlitico nel 1843.

[xxiii] Archivio Vescovile di Crotone, “Quadro dei fondi comprati dal Barone Luigi Berlingieri dal Demanio ed affranco di canoni provenienti dall’Asse ecclesiastico.” Mensa Arcivescovile di Santa Severina: Armirò (Data di aggiudicazione Settembre 1868). Prezzo elevato al 5% 29392,40; Prezzo dell’aggiudicazione 20600; Pagato in meno – 8792,40 (30%)./ Capitolo: Vignale di Armirò ( Data di aggiudicazione Maggio 1871) Prezzo elevato al 5% 3000,00; Prezzo dell’aggiudicazione 2750; Pagato in meno -250 (8%)./ S. Nicola d’Armirò del Cantore ( Data di aggiudicazione Dicembre 1873)Prezzo elevato al 5% 1389, 80; Prezzo dell’aggiudicazione 700; Pagato in meno -689,80 (50%). (Sul totale circa il 30% in meno).

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