Metamorfosi in un territorio

Affresco musei vaticani

Il territorio crotonese in un affresco dei Musei Vaticani.

Dalle fattorie alle ville
Sul finire dell’Ottavo secolo a.C. l’ecista, il gobbo acheo Miscello di Ripe, andò a Delfi a consultare l’oracolo d’Apollo ; il dio, invasato la Pizia, gli impose la fondazione di Crotone “nelle fertili terre da arare”, presso il capo Lacinio, la sacra Crimisa ed il fiume Esaro.
Ubbidendo di malavoglia, Miscello vi condusse i coloni, tolse agli indigeni il tumulo di Crotone e fondò la città.
I nuovi coloni trovarono un’economia locale agro-silvo-pastorale, condotta ancora in modo primitivo. La coltivazione dell’orzo, del grano e delle leguminose (fave, favette) diffusa soprattutto sulla pianura e sulle colline, affaccianti il mare. La caccia, la pesca, i frutti spontanei del bosco ecc. rappresentavano le risorse principali dell’alimentazione e degli scambi, avviati fin dal neolitico con la “via dell’ossidiana”. Il territorio era attraversato dal percorso costiero ed erano attivi numerosi approdi, specie alle foci.
Le ricchezze naturali e la posizione nei traffici marittimi furono gli elementi primari della colonizzazione.
Traendo vantaggio da queste premesse, gli Achei ben presto estenderanno il dominio su un vasto territorio. Il territorio cittadino comprenderà un quadrilatero limitato dai fiumi Neto e Tacina, dal mare e dall’altopiano silano. Crotone estenderà i confini territoriali sul versante ionico verso settentrione fino al Traente, al confine con Sibari, occupando le cosiddette città di Filottete, cioè Petelia, Crimisa, Macalla, Chone, a meridione fino al Kaikinos, al confine con Locri, dominando Skylletion e contribuendo alla fondazione di Caulonia; si estese attraverso l’istmo sul mar Tirreno, controllando gli empori di Terina e Temesa. In tutto questo territorio i Crotoniati imposero leggi e costumi, fecero circolare le loro monete e controllarono il transito delle merci.
I Greci potranno giovarsi di buone terre adatte alla semina, motivo principale della colonizzazione. Il clima secco e salubre, frutto di una particolare costituzione geologica e di una favorevole posizione, darà vigore fisico e salute, evidenziati dai numerosi atleti, famosi per le vittorie riportate nelle gare olimpiche. Le vicine folte foreste forniranno ottimo legname da costruzione, pece per calafatare, abbondante verdura e cacciagione. Dalle miniere estrassero argento, ferro, rame, sale, zolfo ecc. L’erba rigogliosa dei pascoli, presso la marina dal clima dolce, nutrirà gli armenti, che sul far dell’inverno transumeranno dalla Sila per le comode vallate del Neto, del Tacina e del Lipuda. La loro presenza renderà la terra pronta a ricevere il nuovo seme.
L’aristocrazia, discendente dai primi colonizzatori, gestirà il controllo politico della città, traendo il potere dalla proprietà terriera ; suoli che, secondo la loro natura, daranno colture, pascolo e legnatico.
La pianura, le colline ed i terrazzi si popoleranno di agglomerati agricoli (Laura, Lampriade, Platea, Zacinto ecc.), costituiti da piccole fattorie, distribuite quasi in modo regolare presso sorgenti o su piccoli dossi. Isolate o aggregate, esse costituiranno la prima penetrazione della foresta, che è dissodata e messa a coltura, utilizzando la forza lavoro dei numerosi schiavi. Oltre alla coltivazione del grano, dell’orzo, delle fave e del miglio vi fioriscono la vite, l’ulivo, l’alloro, il mirto, il melograno e altri alberi da frutto.
L’allargamento e la distribuzione delle terre a semina segneranno la storia della città. La conquista di nuove terre ed il dominio degli empori saranno causa dei conflitti con le vicine città (guerre contro Locri e Sibari) e determineranno, all’interno della polis, movimenti di rivolta per la ripartizione e per la riduzione dei canoni (proscrizione dei Pitagorici, mutamenti nella struttura amministrativa e nel governo cittadino ecc.).
Particolare importanza assumerà nell’economia crotoniate l’allevamento, attività economica praticata già dalle popolazioni indigene, le quali vivevano soprattutto di pastorizia e dei prodotti del bosco ed abitavano all’interno in piccoli villaggi su alture di difficile accesso (Kyterion, Siberene).
Grandi proprietari di bestiame saranno i sacerdoti dei santuari. Nei boschi presso il tempio di Era, gli armenti pascolavano liberi e protetti dalla dea, al riparo dalle fiere e dai male intenzionati. Il possesso e la quantità dei buoi indicherà la ricchezza.
Secondo Polibio gli abitanti di Crotone raggiunsero la prosperità per la natura del luogo. Esso era, infatti, l’unico rifugio marittimo dopo Taranto ed era situato tra i templi di Apollo Aleo e di Era Lacinia.
Lo stretto rapporto col mare caratterizzerà lo sviluppo di Crotone, come anche delle vicine Petelia e Crimisa, facilitando la formazione e l’ascesa di un ceto nuovo, che trarrà la sua forza dal commercio, sfruttando la posizione favorevole degli approdi, i numerosi empori ed il ricco entroterra.
Il dominio dei mercati e del passaggio delle merci attraverso l’istmo, evitando Scilla e Cariddi, inserirà l’economia crotoniate nel ricco scambio tra oriente (spezie, tessuti, ceramiche, unguenti ecc.) ed occidente (minerali, prodotti della lavorazione dei metalli ecc.).
La supremazia militare e politica di Crotone sulle vicine comunità degli Enotri e dei Coni, oltre a fornire forza lavoro e risorse, creerà processi di acculturazione.
La popolazione locale rapidamente adotterà i costumi, i riti ed i modi di vita dei Greci.
All’inizio del IV secolo a.C. i Lucani e la dominazione di Dionisio, tiranno di Siracusa, metteranno in crisi il ruolo egemone della polis. I Lucani sottrarranno a Crotone tutto il territorio a nord del Neto, giungendo fino a Petelia, mentre le truppe siracusane conquisteranno l’acropoli.
Ai Lucani si sostituiranno i Brettii che occuperanno l’istmo lametino-scillatico, l’altopiano silano con le sue propaggini cosentine e ioniche, comprese le vicine città di Petelia e Crimisa, accerchiando così completamente il territorio crotonese.
Le nuove popolazioni s’insediarono sulle colline prospicienti al mare, dando vita a piccoli villaggi di solito fortificati. Esse praticarono un’economia rudimentale agro pastorale, ma lavorarono anche l’argilla, come testimoniano le numerose fornaci.
Durante il III sec. a. C. il saccheggio con l’inganno da parte del re siracusano Agatocle, le rovine causate dalla guerra tra Pirro, re d’Epiro, ed i Romani e le vicende legate alla venuta di Annibale durante la seconda guerra punica, con la conquista dei Brettii e dei Romani, porranno per sempre fine all’indipendenza politica ed all’importanza economica della polis.
La supremazia delle città costiere sugli abitati interni si prolungherà anche durante l’occupazione romana, anche
se esse offrono un quadro socio economico meno florido. Crotone al tempo della conquista romana è spopolata ed in gran parte abbandonata ed in rovina. Essa non esercita alcun dominio politico e culturale sul territorio circostante e la popolazione ha abbandonato interi quartieri e si è rifugiata sulla collina, circondata da rupi, presso l’acropoli. Il territorio è divenuto una delle tante aree periferiche di sfruttamento dell’impero; stato evidenziato dal tentativo d’asportazione del materiale edile pregiato, come le tegole marmoree che coprono il tempio di Era Lacinia. Crotone conservava ancora una qualche importanza per la presenza di uno scalo, luogo di imbarco per la Grecia e di esporto delle derrate agricole (soprattutto grano e vino) e dei prodotti (legname, pece, minerali ecc.), ottenuti dallo sfruttamento delle campagne circostanti, delle miniere e della foresta silana. Un migliore destino ebbe la vicina Petelia, che per la fedeltà dimostrata a Roma, godette di esenzioni e fu dichiarata libera e federata, divenendo municipio di cittadini romani.
Le terre dei vinti furono confiscate dai vincitori, parte divennero patrimonio pubblico, parte furono concesse a coloni romani, altre andarono ad ingrossare i fondi degli aristocratici romani.
Le fattorie, che avevano popolato le campagne e costituito l’asse portante della colonizzazione greca, lasciarono il posto dapprima una diffusa proprietà e poi confluirono senza lasciare traccia nei latifondi, alcuni dei quali di proprietà della famiglia imperiale, altri di cavalieri e di appartenenti all’ordine senatorio. I nuovi padroni resero deserto il territorio, delegando a procuratori lo sfruttamento del legname, della pece e del bestiame.
Roma nel 194 a .C. aveva introdotto a Crotone 300 cittadini romani, più con funzione militare di controllo della fascia costiera tra la città ed il Neto e dello scalo, che di nuova colonizzazione delle campagne. Non sembra, infatti, che la distribuzione delle terre ai nuovi venuti, abbia arrestato la decadenza della città o invertito la tendenza allo spopolamento.
In seguito, anche per il mutare delle condizioni socio-politiche dell’impero, s’impose il sistema economico basato sull’avvicendamento della monocoltura cerealicola e del pascolo brado con rade masserie, centri di raccolta dei prodotti agricoli, che sorsero sulla pianura e sui pendii collinari presso la marina.
Solamente in tarda età imperiale le campagne cominceranno a ripopolarsi con la costruzione di ville e la formazione di piccoli villaggi. Ciò permetterà uno sfruttamento agricolo più razionale e produttivo. La ripresa economica è favorita dalla presenza di un migliore sistema viario costiero, su cui s’inseriscono trazze e sentieri provenienti dagli abitati interni e dalla Sila.
Negli ultimi decenni della dominazione romana emerge un ceto locale composto da proprietari terrieri, che fanno fortuna, producendo ed esportando oltre al grano ed ai ricercati vini, anche olio, miele ecc.. Essi estendono il frutteto, l’uliveto ed il vigneto.
Una certa vitalità economica ed amministrativa conservano soprattutto gli approdi nell’itinerario ionico (Tacina, Lacinio, Crotone, Neto, Petelia, Crimisa)

Città vecchie e città nuove
Con il venir meno della protezione militare, a causa del crollo dell’impero romano, gli abitati costieri saranno particolarmente esposti al passaggio dei barbari e alle razzie dei pirati.
All’inizio del V sec. è la volta dei Visigoti di Alarico, poi saranno i Goti di Teodorico.
Durante la lunga guerra greco – gotica (535 –553), emerge l’importanza naturale del porto di Crotone, dove nel 547 si rifugia a causa di una tempesta la flotta bizantina di Belisario in navigazione dalla Sicilia verso Taranto. Sempre in questi anni è segnalata l’importanza delle fortificazioni della città, il cui presidio romano al comando di Palladio nel 551/552 resiste ad un lungo assedio goto. La città sarà soccorsa dalla flotta imperiale. Passato il Bruzio sotto il dominio bizantino, pochi anni dopo nel 596 i Longobardi di Arechi, duca di Benevento, assediano e mettono a sacco Crotone ed i luoghi vicini, uccidendo e portando via in schiavitù parte della popolazione.
Il pericolo di perdere la libertà e la vita, il continuo saccheggio dei raccolti e le razzie del bestiame, uniti alla contrazione degli scambi commerciali per il crollo dell’apparato amministrativo ed economico romano, l’imperversare di epidemie ed il ripetersi di raccolti sterili, se da una parte determinano lo spopolamento della pianura e la costruzione di castrum lungo la via costiera, dall’altra sospingono la popolazione verso l’interno, dove prendono vigore le rocche.
Durante il periodo bizantino Crotone conserva ancora la sua importanza; essa è una diocesi del Bruzio ed il suo vescovo esercita la giurisdizione religiosa /amministrativa su un vasto territorio, limitato dalle diocesi di Turio, di Cosenza e di Squillace.
L’aristocrazia, che nel VI secolo conservava ancora la lingua latina e già da tempo si era convertita al cristianesimo, nel secolo successivo passerà al greco.
Nel IX secolo la perdita della Sicilia da parte dei Bizantini esporrà il Crotonese alle incursioni musulmane.
Nell’846 essi distruggono Leonia e conquistano S. Severina, che ripopolarono, posero un emirato ed elevarono una moschea. La vallata del Neto rimarrà sotto il loro dominio, finché nell’885 Niceforo Foca costrinse i musulmani a cedere a patti.
Santa Severina dopo poco sarà elevata a metropoli ed il suo territorio comprenderà gran parte dell’antica diocesi di Crotone, quest’ultima, ridotta alla sola città ed a pochi villaggi, dipenderà dal metropolita di Reggio. La nuova metropoli avrà come suffraganee Acherentia, Euria, Kallipoleos, Aysilon e Paleocastro; rocche di difficile accesso quasi tutte poste su rupi inaccessibili, segno che ormai la popolazione aveva abbandonato la pianura e l’economia locale era regredita a silvo-pastorale. Saranno questi nuovi centri religiosi, sede del nuovo potere, i protagonisti della vita economica ed amministrativa nei secoli a cavallo dell’anno Mille.
Nella prima metà del X secolo mentre Petelia è distrutta, Santa Severina e Crotone sono tra le poche rocche del Tema di Calabria che rimangono ai Bizantini.
Molti abitati, ville, fattorie, monasteri e chiese presso la marina avevano già cessato di esistere (Leonia, Laura, Antiopoli, Lacinio, Neto, Petelia, Crimisa ecc.). La fase di decadenza con la scomparsa dei centri costieri si protrarrà per buona parte nell’Undicesimo secolo e sarà accentuata dalle rovine e dai saccheggi, perpetrati poco dopo la metà del secolo dai nuovi conquistatori: i Normanni. Sul finire dell’Undicesimo secolo inizia quel processo di accumulazione della terra che ha per protagonisti gli abati. La formazione di grandi complessi monastici greci e latini proseguirà anche nel secolo successivo. Certosini, benedettini, cistercensi e florensi costruiranno le loro abbazie di solito nella presila o nel ciglio dell’altopiano, in luoghi ameni e solitari, dominanti il paesaggio ma lontani dalle città. Saranno essi a riaprire le vallate ed il piano alla coltura, fondando monasteri, grance e casali. Tra i molti ricordiamo i greci di S.Giovanni di Campolongo, S. Marina, S. Stefano de Vergari, S. Maria di Cardoplano, S. Pietro de Tacina, Tre Fanciulli, Calabro Maria, Monte Marco e S. Maria di Cabria; i benedettini di S. Maria de Archelao, S. Nicola de Pineto, S. Giovanni, S. Nicola e S. Michele Arcangelo; i cistercensi di S. Maria de Terrate, S. Teodoro de Niffis, S. Nicola de Iacciano, S. Maria de Archelao, S. Stefano de Virgaria, S. Eufemia, S. Angelo in Fringillis; i certosini di S. Nicola de Cipullo; i florensi di S. Maria de Bonoligno, Castellazzo ecc.
Risale al periodo normanno la costruzione di cattedrali e castelli. La conferma e l’ampliamento dei privilegi delle abbazie e dei vescovadi, la formazione dei feudi e delle contee ed il ripopolamento degli abitati.
Primi segni sono: l’impegno del duca Ruggero Borsa (1085 –1111) per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria di Isola, che da molto tempo era “diruta, lacerata et deserta”(1092); il ripristino e le concessioni fatte dal vescovo di Cerenzia Polycronio, col consenso dell’arcivescovo di Santa Severina Costantino e del duca, al monastero greco Calabro- Maria di Altilia (1099) ed i privilegi, le immunità e le terre concesse dal duca e dal nipote di Roberto il Guiscardo, Riccardo Senescalco, all’arcivescovo di Santa Severina e all’abate del monastero di S. Salvatore di Monte Tabor. L’abate voleva aprire un rifugio per pellegrini nei pressi della marina, vicino all’abbandonato Castrum Lice (1115). Il ripristino dei privilegi e l’aumento delle proprietà dei vescovi, man mano che passeranno sotto obbedienza del Papa, pur conservando lingua e rito greci, faranno emergere col tempo la supremazia delle città vescovili sul contado.
Verso la metà del XII sec., al tempo del re di Sicilia Ruggero II, il geografo arabo Al Idrisi ci fa intravedere numerosi piccoli e popolosi abitati che tengono mercato e fanno commercio e sono tra loro ben collegati. Egli annovera oltre alle città vescovili di Cerenzia, Strongoli, Umbriatico, Isola e Genitocastro, le terre presso la costa di Ypsigro, Tacina e Castella, segno di una ripresa del traffico marittimo, che può utilizzare, oltre alle insenature e ai rifugi dei capi, il porto di Crotone e quelli presso l’Orecchino di Maria e alla foce del Neto.
Crotone ha mura “difendevoli” e porto ampio, dove si getta l’ancora al sicuro. Città antichissima, primitiva e bella è di costruzione vetusta, in posizione ridente, prospera e popolata; Tacina è città piccola e popolata, posta su una punta di terra, che sporge sul mare, l’Orecchino di Maria è un porto considerevole, dove cresce la scilla di mare. Esso è situato tra Isola e Colonne, che sono di antica costruzione.
Altri luoghi sono: i fiumi Neto e Tacina, le Saline regie di Neto ed il capo Alice.
La descrizione, anche se sommaria, evidenzia il mutamento. La popolazione si è concentrata in terre e casali, spesso fortificati, nei pressi dei quali vi sono giardini, orti e vigne, che più in là lasciano il posto ai seminativi ed ai pascoli. Vi sono ancora numerose foreste regie e tenute boschive, dove i signori praticano la caccia. Parte del territorio è selvoso e paludoso. Praticata è la pesca in mare e nei fiumi, come evidenziano i privilegi del vescovo di Umbriatico, che aveva diritto a parte del pescato, e quelli del vescovo di Isola, che possedeva una “piscina piscatoria”. Numerose chiese campestri e piccoli monasteri rendono evidente il predominio dell’economia pastorale, praticata soprattutto dalle abbazie. Sono attivi e aumentano i mulini, segno dell’estendersi dei territori a grano e di una migliore alimentazione. Si sta sviluppando un nuovo ceto locale, composto da piccoli e medi proprietari terrieri, i “probi” e “boni homines”, che hanno ottenuto a censo pezzi di terreno feudale ed ecclesiastico. Essi costituiscono la classe politica che amministra e governa su un territorio densamente antropico.

Un sistema signorile originale ed autonomo: il “Marchesato”
Il dissodamento con la formazione di nuovi abitati e la fase espansiva commerciale si protraggono durante il dominio svevo. Lo sviluppo dei traffici marittimi, legato anche alle crociate, è evidenziato dalla fondazione di Alichia a capo Alice e dalla ricostruzione del porto di Crotone. Il commercio è attivato da Amalfitani, Pisani, Genovesi, Fiorentini e Veneziani, che imbarcano legname, grano e vino. Castelli feudali ed imperiali, tra quest’ultimi Crotone e Santa Severina, difendono il territorio, mentre le cattedrali, interne e dominanti l’abitato, evidenziano l’accresciuto potere economico e politico vescovile (cattedrale di S. Teodoro a Cerenzia, di S. Anastasia a S. Severina, di S. Maria Assunta ad Isola e Crotone, di S. Donato a Umbriatico, di S. Pietro a Strongoli, di S. Leone a S. Leone, di S. Michele Arcangelo a Belcastro). Alla metà del Duecento la pianura è stata quasi completamente disboscata. Essa è disseminata di numerose chiese e piccoli monasteri e da fitti abitati, molti dei quali murati. Vigneti, alberi da frutto, giardini, orti, campi arati, mulini circondano masserie, casali, rocche, castelli, chiese, monasteri, luoghi, grange e terre. Nei nuovi centri ferve l’attività umana, che ha per protagonisti oltre agli abati, i vescovi, i canonici, i feudatari, i milites, il ceto emergente dei magnati e gli Ebrei. Quest’ultimi, dediti al commercio, all’artigianato ed al prestito costituiranno folte comunità a Crotone, Santa Severina, Strongoli, Umbriatico, Mesoraca, Ypsigrò, Caccuri ecc.
Per evidenziare quanto affermato, in diocesi di Isola vi erano le grange di sette abbazie, i cui abbati erano tenuti a comparire il giorno dell’Assunzione per versare un censo al vescovo. Esse erano quelle di S. Maria di Corazzo, di S. Nicolò di Forgiano, di S. Maria del Carrà, di S. Leonardo, di S. Nicolò di Bucisano, di S. Maria del Patire e di S. Stefano. Sempre l’ordinario del luogo aveva giurisdizione sulle chiese di S. Nicola di Salica, S. Nicola di Vermica, S. Giovanni al Giudeo, S. Costantino, S. Barbara, S. Basilio, S. Stefano de Abgarodi, S. Elia, S. Pietro di Tripani, S. Nicola di Massanova, S. Maria Maddalena di Castro Prebetro, S. Giovanni di Campolongo, S. Elena, S. Anna.
In diocesi di S. Severina vi erano i monasteri o grange di S. Maria di Altilia, S. Angelo in Frigillo, S. Nicola di Forgiano, S. Maria di Cardoplano, S. Pietro di Niffi, S. Maria di Molerà, S. Nicola di Iaciano e le chiese di S. Pietro, S. Teodoro, S. Maria de Niffi, S. Domenica, S. Anastasia, S. Pietro de Septem Portis, S. Giorgio, S. Domenica di Turroteo, S. Maria de Septem Fratribus, S. Nicola de Melleis, S. Nicola de Grottari, S. Lucia, S. Maria ad Nives, S. Vito, S. Nicola de Armirò, S. Maria de Migale, S. Maria ora pro me, S. Gioergio de Grottari, S. Stefano de Ferrato, S. Maria de Buon Calabria, S. Maria Capriarorum, S. Nicola de Scurajanni, S. Maria della Grotta detta anche de Puellis o de Speolitha ecc.
Durante il dominio svevo si assiste al decadere religioso ed economico dei monasteri greci. Le loro proprietà verranno assorbite soprattutto dai Cistercensi e dai Florensi, protetti quest’ultimi dai conti di Crotone, Rayniero e Stefano Marchisorto, e dal signore di S. Severina, Petro Guiscardo,
Se la massiccia presenza di chiese, monasteri e grange ci dà l’idea della vastità del potere ecclesiastico e la sua penetrazione nelle campagne, la nascente borghesia troverà sviluppo negli abitati: Cutronum, Fabata, Gerentia, Caccurium, Lucrum, Bellumvidere, Castellum ad Mare, Rocca Bernardi, Policastrum, Cutronei, Strongulum, Alichia, Ypsigro, Briaticum, Lucrinium cum Sancta Venera, Melissa, Tiganum, Papanichiforum, S.tus Ioannes de Massa Nova, Crepacorium, Aprelianum, Sancta Severina, S.tus Maurus de Caraba, Cutrum, S.tus Ioannes de Monaco, Sanctus Leo, Scandali, Gipsus cum Sancto Stefano, Nimfus Cum Sancto Petro, Torlocium Mesuraca, Casabona, Bertinum, Tachina ecc.
Vaste rimanevano le tenute feudali e le proprietà regie. Il re nel solo territorio di Crotone possedeva il castrum, la difesa o foresta di Isola e la masseria presso il casale Cromicto, alla foce del Neto.
La conquista angioina ed il fallito tentativo dei partigiani di Corradino, che ebbe per protagonisti nel Crotonese Raynaldo de Ypsigro e Leone Manduca di Crotone, causarono un riassetto della proprietà. Molte terre dei ribelli furono confiscate e spartite tra i cavalieri provenzali, al seguito di Carlo I d’Angiò, dando avvio ad una rapace feudalizzazione ed ad una malvagia oppressione.
Sempre in questi primi anni angioini, nel 1280, gli abitati di Mesoraca, Policastro, Tacina, Castella, Rocca Bernarda, S. Severina con i suoi casali, S. Giovanni Minagò e Crotone con i suoi casali che facevano parte del Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana furono assegnati al Giustizierato di Calabria; in tale maniera il fiume Neto segnò sul versante ionico il confine tra i due giustizierati.
La lunga guerra del Vespro, i pesanti pesi fiscali e le angherie dettero origine a ribellioni (distruzione del palatio Alitio presso Alichia) ed abbandono degli abitati.
Gli Almogaveri, truppe catalane di Pietro d’Aragona, devasteranno la vallata del Neto e distruggeranno i casali di Santa Marina, S. Nicola dell’Alto e di Maratea. La stessa Umbriatico a causa delle rovine belliche e la tirannia del feudatario diverrà spopolata. Subiranno saccheggi anche Santa Severina, Crotone e Le Castella.
Alla fine del Duecento sono ancora attivi i porti di Alichia e di Crotone. A Crotone si imbarcano i prodotti delle masserie ed il grano per l’esercito cristiano, che durante l’ottava crociata, sta assediando inutilmente Tunisi. Sempre a Crotone c’è il fondaco del sale.
Nel Trecento all’attacco feudale alle terre ecclesiastiche e demaniali si accompagnò la comparsa della peste.
I tentativi di rivendica popolare saranno repressi duramente dalle truppe regie, come dimostra il tentativo crotonese della primavera del 1339, quando la popolazione, esasperata per la spoliazione dei diritti sulle terre e per le tasse, si armò, assalì e distrusse le case dei nobili e li cacciò assieme ai loro servi ed al capitano dalla città. Chiuse le porte i ribelli resistettero a lungo alle truppe del giustiziere, poi trovarono estremo rifugio nella rocca.
Le usurpazioni delle terre civiche, del regio demanio, delle terre badiali ed ecclesiastiche e l’imposizione di prestazioni e servizi insopportabili, faranno spopolare molti abitati: Alichia, Tigano, S. Venera, S. Petro de Camastro, Fabata ecc. I tentativi di ripopolare di alcuni feudatari, i quali vedendo le loro terre desolate e selvatiche, ottengono dal re l’esenzione per alcuni anni dalle tasse del legname per le galee, o esenteranno dal casalinatico coloro, che andranno ad abitare le loro terre, non sortiranno gli effetti sperati.
Durante l’occupazione angioina aumentò il potere feudale nelle campagne e nel contado, il paesaggio agrario cominciò a mutare per il decadere dei casali e la riduzione delle superfici coltivate, dando spazio all’incolto.
La marina d’estate deve essere abbandonata perché malarica, mentre si consolida un’economia che vede ogni tre anni sugli stessi terreni nascere i pascoli dalle terre a semina. Il riposo triennale e la concimazione che ricevono le terre dal bestiame, rendono ubertoso il raccolto e vantaggioso il prezzo dell’erba.
L’emergere durante il Trecento della signoria dei Ruffo porterà nel 1390 il re Ladislao di Durazzo a concedere a Nicola Ruffo, primogenito del conte di Catanzaro Antonello, il titolo di marchese di Crotone.
Alla metà del Quattrocento le vicende porteranno i Ruffo a dominare gran parte del territorio a destra ed a sinistra del Neto, confine tra la Calabria Ultra e Citra, ed ad unificare sotto un unico signore le terre a semina ed a pascolo dalla marina alla Sila.
Covella Ruffo, erede della sorella Polissena, avrà la città di Umbriatico, la terra di Casabona, Rocca di Neto, la città di Cerenzia con la salina di Miliati, la terra di Caccuri con il diritto di plateatico e con le saline di San Giorgio e la terra di Verzino. Queste terre con altre formeranno il cosiddetto Stato di Cariati che passò al figlio Marino Marzano, il quale fu ribelle a re Ferdinando e perciò nel 1464 ebbe confiscato i feudi.
Nicolò Ruffo possederà: Cotrone con il titolo di marchese e Catanzaro con il titolo di conte e fra le molte terre ci saranno Ypsigro con le pertinenze di Alichia, Melissa, Policastro, Roccabernarda, Mesoraca, Castellorum Maris, Tacina, San Mauro di Caraba, Cutro, San Giovanni de Monaco, Papaniceforo, Cromito, Apriliano, Mabrocolo, Misicello, Lachani, Crepacore, Massanova, Torre dell’Isola e molte altre città e terre. Il tutto passò alla figlia Giovannella e poi alla sorella Errichetta. Con lo sposalizio tra Antonio Centelles ed Errichetta Ruffo, anche Santa Severina con i suoi casali andrà a far parte dei possessi del marchese di Crotone. Tutte queste terre da allora saranno indicate col termine di Marchesato, che comprese parte del territorio che si estendeva lungo la marina a sinistra del Neto (Cirò, Melissa) ma soprattutto le terre comprese tra il fiume Neto e la contea di Catanzaro. A salvaguardia della circolazione delle merci e dei traffici marittimi, specie con Venezia e gli altri centri dell’Adriatico, lungo la via della marina e quella che collegava Crotone a Catanzaro vigileranno i castelli di Ypsigrò, Melissa, Crepacore, Crotone, Santa Severina, Roccabernarda, Policastro, Mesoraca, Belcastro. Particolare cura per la loro posizione strategica ebbero le due città sul mare di Crotone e di Le Castella.
Con la spedizione di re Alfonso e la sconfitta del marchese di Crotone nell’autunno 1444, si apriva una fase nuova per i feudi del marchese che furono incamerati al regio demanio. Il re, riprendendo nel marzo 1445 il cammino verso Napoli, lasciava alle spalle, oltre a paesi distrutti e spopolati, anche la fine di un sistema economico unificato ed autonomo. Nel Marchesato gli abitanti con le loro merci ed il loro bestiame avevano potuto circolare, godendo franchigie, esenzioni e sgravi fiscali, che li avevano facilitati nelle attività. Finiva un’economia che aveva unificato il pascolo e la semina, i coloni ed i pastori, gli abitanti dei paesi della montagna e della marina, con i loro usi, consuetudini e prodotti. Aveva favorito la produzione, lo scambio ed il commercio. Ciò era potuto avvenire per l’affermarsi di un forte potere locale, radicato e rappresentato dalla potente casata dei Ruffo.
Crotone si presentava dopo la resa particolarmente malridotta anche per un incendio che l’aveva arsa, distruggendo la cattedrale, dedicata alla Vergine Maria, ed il palazzo vescovile, causando la perdita di documenti e vecchi privilegi. Le mura apparivano rovinate ed in parte distrutte. Per permetterne la ricostruzione e la riparazione il re concesse delle facilitazioni fiscali all’università, in quanto abbisognavano di una “riparatione non parva”. I paesi del Marchesato si presentavano devastati e spopolati. Il castello di Santa Severina aveva bisogno di urgenti lavori, ma l’università chiedeva di abbandonarlo al suo destino, perché non era indispensabile per la sua difesa o che le spese fossero sopportate dal re. Le Castella aveva chiesto l’esenzione da ogni tipo di tributo e così un po’ tutte le terre del Marchesato, che avevano dovuto subire prima l’abbandono da parte degli abitanti, ordinato dal Centelles, e poi il saccheggio da parte delle truppe di Alfonso. Il re confiscò le terre del Centelles e le pose in regio demanio, per facilitare il ripopolamento e la rinascita economica promise l’esenzione da alcuni tributi e dalla tassa sui fuochi per dieci anni, eccettuate Catanzaro e Castellorum che lo ebbero per 15 anni. A causa “delle guerre e delle turbolenze” furono sospese, ma per poco, le decime del formaggio e degli agnelli, che l’arcivescovo di Santa Severina godeva sui pascoli di tutta la diocesi (Policastro, Mesoraca, Rocca Bernarda, Cotronei ecc).

Feudatari, mercanti e usurai
Durante il periodo aragonese la vivacità commerciale è segnalata dalle numerose fiere e dalla attività dei moli di Le Castella e di Crotone, il maggior centro commerciale della Calabria. Dal porto di Crotone nel 1448 parte il grano destinato all’esercito aragonese che sta assediando inutilmente Piombino. Nel 1455 è istituito a Crotone il consolato raguseo che è competente per tutta la Calabria, quello veneziano esisteva già fin dai primi anni del Quattrocento. E’ segnalata la presenza di mercanti genovesi, napoletani, pugliesi, veneziani, fiorentini, catalani ecc. che commerciano in ferro, legname, cereali, legumi, formaggio, schiavi ecc.
Con la fine dell’esperienza del “Marchesato”, dopo il breve ritorno del Centelles (1462-1466), le terre che ne facevano parte, alcune furono poste in demanio (Crotone, S. Severina, Le Castella, Cirò), altre concesse in feudo. I feudatari e gli abati commendatari, interessati all’esportazione granaria, resero deserti casali e monasteri ed ampliarono le terre a semina.
Si estinsero per le rovine belliche, la peste e la violenza feudale i casali di Crepacore, S. Mauro de Caraba, S. Stefano, Lachani, S. Leone, Apriliano ecc. e le comunità monastiche di S. Maria di Altilia, di S. Nicola de Chipulla, di S. Angelo de Frigillo ecc. Rivolte popolari in difesa dei diritti civici avvennero un po’ dovunque, spesso esse furono seguite da feroci repressioni, come nel caso di Roccabernarda.
L’estensione della coltura cerealicola fa del “Marchesato” una delle aree principali di esportazione, favorendo l’insediamento di molte famiglie, dedite all’accaparramento del grano ed in collegamento con i mercati di Venezia, della Toscana, di Napoli ecc.
Sul finire del Quattrocento il pericolo turco determina la ristrutturazione del territorio. Dopo la presa ed il saccheggio di Otranto (11 agosto 1480) da parte delle truppe ottomane di Maometto II, re Ferdinando sul finire dello stesso anno ordinò di fortificare i luoghi marittimi più esposti della Calabria. Ai lavori erano obbligati gli abitanti delle città e delle terre vicine, che con i loro animali e carri dovevano prestare gratuitamente l’opera. Per finanziare le fabbriche del regno, fu imposto alle città ed alle terre il pagamento di tre carlini a fuoco l’anno, da pagarsi in tre rate.
Il 3 marzo 1482 il re comandava al tesoriere di Calabria di fortificare il castello di Crotone; nello stesso periodo erano riparate, rifatte e potenziate le fortificazioni di Le Castella, Santa Severina e Cariati. Per la costruzione delle mura di quest’ultima tutti gli abitanti della contea dovettero pagare due grana a fuoco al mese, oltre ai soliti tre carlini all’anno, oppure servire personalmente.
Questa decisione militare determinerà un flusso di denaro, risorse e armi dall’interno verso le città della costa. Molti si spostano con le loro famiglie per guadagnare nei grandi lavori. Soprattutto a Crotone aumenta la popolazione. Nel 1491 l’università faceva presente che nel passato, “essendo venuti multi et assai homini dele terre convecine con loro famiglie in dicta Cita per guadagnare in le fabriche de castello”, essi erano stati segnati dai regi contatori, che aumentarono così la popolazione di circa duecento famiglie. Poi i lavori del castello erano finiti e “dicti homini se so partuti et andati ad habitare alloro terre, et habitatione”.
Per provvedere alla difesa del regno, sul finire del Quattrocento, anche le poche terre ancora in demanio (S. Severina con i suoi casali, Le Castella, Policastro, Ypsigrò, Roccabernarda) furono infeudate.
La restaurazione aristocratica spagnola, con il disconoscimento o la sospensione delle libertà e dei diritti civici, faciliterà l’estendersi dei diritti proibitivi, aumentando il potere del feudatario nelle campagne e sui prodotti agricoli, reso possibile dal monopolio di mulini, forni, frantoi, taverne, botteghe, passi ecc.. Le restrizioni e gl’impedimenti feudali alla circolazione dei beni provocheranno, dapprima le ribellioni cittadine, violentemente represse, di Santa Severina e Mesoraca e poi un vasto movimento di brigantaggio nelle campagne e nella presila, sotto la guida del leggendario “re Marcone”.
La posizione strategica nella lotta antiturca ridarà a Crotone, unica città in dominio regio, quel ruolo, militare ed economico, che aveva goduto nell’antichità. Mentre i Turcheschi mettono a ferro e fuoco gli abitati costieri (Isola nel 1517, Le Castella nel 1536, Cariati 1544, i paesi della vallata del Tacina 1547 ecc.) portando via in schiavitù molti abitanti, le popolazioni in fuga da levante cominceranno a ripopolare le campagne, ridando vita a casali e terre in abbandono, quali: Papanice, S. Nicola dell’Alto, Carfizzi, Scandale, Cotronei, Altilia, Montespinello, Belvedere, Pallagorio ecc. Praticanti il rito greco, essi subiranno le persecuzioni dell’arcivescovo di S. Severina e dei vescovi, soprattutto dopo il concilio di Trento.
Per il pericolo turco le fortificazioni cittadine e molti castelli furono ricostruiti o restaurati. Il conte di Santa Severina Andrea Caraffa all’inizio del Cinquecento fortificherà i suoi feudi, soprattutto quelli vicini al mare. Utilizzando la manodopera dei suoi vassalli, costruirà i castelli di S. Severina, Le Castella, Cirò, Roccabernarda e Cutro.
L’allargamento delle terre a semina, per l’aumento demografico ed il riattivarsi del commercio, rendono le città popolose e floride. Il disboscamento avanza in maniera estesa ed incontrollata, con il procedere delle nuove opere militari. Nella primavera del 1541, al tempo del vicerè Don Pedro de Toledo, inizieranno i grandi e lunghi lavori per la costruzione della piazzaforte di Crotone e nel 1549 il barone Gio. Antonio Ricca munirà di mura e castello Isola, sempre in questi anni sono segnalati anche lavori di fortificazione a Strongoli e negli altri abitati.
Il nuovo ruolo militare assunto dalla città di Crotone modifica l’assetto economico, sociale e urbanistico. Boschi e foreste sono inghiottiti dal fuoco delle calcare, che trasformano in calce i resti antichi e gli avanzi degli edifici e dei villaggi abbandonati.
I lavori, che proseguiranno per tutto il secolo rappresentano un’importante occasione di guadagno.
Numerosi lavoratori, artigiani e bottegai si accasano nella città dove fluisce una grande quantità di denaro, proveniente dalla tasse sulla seta e dalle contribuzioni delle terre, secondo i fuochi e la distanza.
Si consolida a Crotone, città resa sicura dal permanente presidio di una guarnigione regia nel castello e dalla presenza nei tempi minacciosi di agguerrite e folte compagnie spagnole, un ceto tipicamente cittadino dedito alla “mastranza”, al piccolo commercio, alla bottega ed ai servizi, composto da molinari, sartori, ferrari, spetiali, cordari, cardarari, aurefici, mastri, garzoni, partitari, carrari, marinai ecc.
Nei magazzini della città, divenuta il centro di un vasto comprensorio, si ammassa il grano, che i feudatari in collegamento con i mercanti esportano verso l’area napoletana.
Per il pericolo turco si ordina di abbandonare le terre non murate, i monasteri ed i casali vicini alla costa. Le pestilenze ed i continui fallimenti dei raccolti, causati dal mutamento climatico, rendono incolti e selvatici molti territori, non più arati.
Da ricche e popolate, le città sono divenute misere e deserte. Molte case sono in rovina, vuote ed in abbandono.
Il nuovo sistema difensivo basato, oltre che su corrieri, torrieri e cavallari, anche sulla cavalleria leggera e la fanteria, che alloggiate e mantenute a spese delle università, hanno il compito di impedire lo sbarco dei Turchi, determina un ulteriore aggravamento fiscale per “pigioni di case e altre spese di presidi spagnoli, ronde e guardie delle mura, rinfreschi e spese per galere e armate reali che approdano al porto”.
Il traffico è insidiato di continuo dai corsari, nonostante la presenza delle torri costiere che, dopo la metà del Cinquecento e nei primi anni del Seicento, sono state costruite sui capi. La crisi economica si ripercuote sulla situazione sociale; l’aristocrazia, i feudatari e gli ecclesiastici si rivalgono sui piccoli proprietari, sui massari, sui coloni e sui braccianti.
Se i coloni a causa dei raccolti sterili e dell’usura sono quasi tutti falliti ed insolventi, gli aristocratici e gli ecclesiastici vedono le loro terre sfitte ed incolte inselvatichirsi. Nonostante alcuni tentativi di rivitalizzare le campagne (Galeotto Caraffa ripopola Scandale, i Gesuiti fondano il villaggio di S. Leonardo, l’abate commendatario Tiberio Barracco popola il casale di Altilia), non si arresta la decadenza. Numerosi abitati, situati vicino alla marina, all’inizio del Seicento non esistono più o sono in fase di estinzione: Tacina, Massanova, S. Pietro in Tripani, S. Giovanni Minagò, Le Castella ecc. Molte chiese e conventi fuori mura sono stati già abbandonati (S. Nicola di Salica, S. Nicola de Chipulla ecc.); gli acquitrini hanno invaso ampi territori e la malaria è diventata endemica. Il piano nel mese di luglio è abbandonato e coloro che vi rimangono, per urgenti bisogni o perché poco curanti della salute, vi lasciano in breve la vita.
Una quindicina di speculatori-latifondisti, che godono di privilegi feudali per acquisto, con procuratori e fattori continuano a praticare la monocoltura granaria, accoppiata alla transumanza. Sfruttando ed impegnando i coloni, limitando i diritti della popolazione, ed estendendo le proprietà a scapito del clero e degli altri feudatari, producono per l’esportazione.
Nonostante le calamità, i boschi di Policastro continuano a fornire tavole, travi ed ogni tipo di legname, adatto per costruire case e vascelli, le miniere di Verzino danno argento, zolfo, ferro, vetriolo, alabastro, allume, terra di Tripoli ecc., le campagne di Santa Severina producono ogni sorta di frutta, specie agrumi ed olive, i vigneti di Cirò e Melissa ottimi vini; le masserie, i giardini, i vigneti ed i pascoli producono ancora abbondante formaggio, orzo, grano, legumi, vino, salsicce ecc., i fiumi sono pieni di trote, cefali ed anche storioni, i boschi ricchi di uccelli e di selvaggina (cinghiali, lepri, volpi ecc.) ed il mare di coralli rossi e bianchi e di ogni sorta di pesce.
Le tartane e le polacche di continuo approdano per imbarcare grano, orzo, formaggi, travi, fave, pece, pasta di sugo di liquirizia per Napoli, Genova e Livorno.
In questi anni, di ricorrenti carestie, la preoccupazione di ogni città e stato è l’approvvigionamento del grano. Il “Marchesato” è una delle poche aree d’esportazione della penisola. Secondo il Nola Molise alla metà del Seicento Crotone e le terre vicine esportavano per Napoli e altrove ogni anno più di un milione di tomoli di grano!
Accumulati i grani dentro le fosse e nei magazzini gli speculatori aspettavano l’occasione propizia per stipulare contratti vantaggiosi con i mercanti.
La presenza di una forte produzione granaria, se da una parte favoriva il prosperare di un ceto locale dedito all’incetta del grano e all’usura, dall’altra non poneva la popolazione al riparo dalla fame.
A volte “Cutro e Cotrone celebri granai di frumenti, vennero in necessità di provvedersi del necessario al vivere.. La scarsezza delle acque, e il flagello de’ bruchi trassero in tanta abbondanza le lacrime dagli occhi, e ‘l sangue dalle vene.. che venne detto .. che le lacrime, e ‘l sangue.. sarebbono stati bastanti all’inaffiar della terra”.

Palazzi, masserie e casini
Verso la fine del Seicento, il venir meno delle pestilenze e la rinascita aprono il “Marchesato” ai traffici : “La città di Cotrone è marittima, mercantile e di vario traffico, ove concorrono molte imbarcationi specialmente per il trasporto de’ grani di quasi tutte le due Calabrie, e non ha detta città porto sicuro ma una rada e spiaggia, e li caricamenti si fanno per lo più d’inverno quando le tempeste sono grandi e replicate.. Inoltre come che la città di Cotrone nutrisce nel suo ampio territorio molti armenti di vacche e pecore il di cui frutto di latticinii è copioso.. sono robbe di negotio, che non vengono per grassa della città ma per industria di particolari o padroni, o compratori. Il simile pure si intende di grani, orzi, legumi, ed altre robbe, che hanno nome commestibili e si trasportano per traffico o contratto di compra e vendita a fin di lucro; poiché essendo ,come si disse, la città mercantile, con il concorso de’ convicini paesi del Marchesato, e de’ marinai delle imbarcationi..”.
Nascono nuove attività e sono edificati numerosi magazzini.
I suoli coltivati a “giardino”, con vigne, orti, frutteti, caselle, pozzi, torri e magazzini, che durante il Seicento si era ristretti ora si allargano, specialmente appena fuori mura e dove la terra è buona e irrigabile.
Lontano dagli abitati, verso i confini territoriali, si estendono le terre a semina ed a pascolo. Nei vasti possedimenti feudali ed ecclesiastici si riducono i terreni corsi e boscosi e vengono costruite caselle.
Grano, fave, lino ed orzo si alternano alle greggi e alle mandrie. Il coltivato avanza sul selvatico. Terre gestite parte in proprio, parte affittate a coloni e mandriani. In espansione è l’allevamento del bestiame. Le grandi mandrie di ovini e bovini dei feudatari e dei nobili, custodite da mandriani dei casali silani, lasciano a giugno la marina per tornarvi ad ottobre.
Il favorevole mercato dei prodotti degli armenti (carne, lana, formaggi, pellame) aumenta il fitto a pascolo e, in certe annate, l’abbandono della rotazione triennale a favore dell’erbaggio.
Ammassati nei magazzini, i cereali del Marchesato sono imbarcati e contrabbandati dalle numerose tartane genovesi e napoletane.
L’arricchimento dei nobili e dei mercanti locali è evidenziato dalla costruzione dei palazzi, facilitata dall’acquisto delle piccole case dei coloni falliti e dall’usurpazione di suoli e strade pubbliche. I nuovi edifici sono razionali e moderni, ricchi di mobili e di balconate e con le logge, affaccianti alla vista del mare e dei monti. La forte e generalizzata crescita demografica e la favorevole congiuntura economica rivitalizzano i paesi e le campagne.
Nascono nuovi villaggi (La Cerva, Casino, Torre dello Steccato), alcuni si ripopolano (Le Castella, Apriglianello); ampie zone sono risanate, altre disboscate e messe a coltura. Si estende l’oliveto. Sui luoghi più salubri e belli i padroni costruiscono i casini, altri sorgono nei pressi della città e lungo le strade principali, ritornate sicure e percorribili dalle “galisse”.
Al tempo del raccolto i poveri massari consegnano il grano ai mercanti per liberarsi dai debiti contratti durante l’inverno, per vivere e seminare. Quando la raccolta è florida essi riescono a trattenersi parte del prodotto per la nuova semina ed il vitto. Ciò accade di rado. Ad agosto il grano passa tutto nelle mani dei mercanti, pochi riescono a trattenere la quantità, di cui hanno bisogno.
Durante i primi decenni di regno dei Borboni una politica fiscale più equa e l’emanazione di provvedimenti che favoriscono la produzione e la circolazione delle merci, insieme alle buone annate ed ai prezzi vantaggiosi, facilitano la modernizzazione delle campagne.
La selva si trasforma in oliveto e agrumeto con casini e case per coloni. Sui corsi si impiantano vigneti, giardini, orti ed alberi da frutto. Chiudendoli con profondi fossi si impediscono i diritti civici. Pubbliche sorgenti e corsi d’acqua sono privatizzati con canali e serbatoi.
Crescono gli armenti e si allarga il pascolo. Si riduce l’area boschiva. Il disboscamento facilita le alluvioni, le acque stagnanti il paludismo. Le “terre nuove”, dopo alcuni anni di raccolti abbondanti, cominciano a isterilire.
Dal nuovo porto di Crotone, i cui lavori iniziati nel 1753, si allungano sempre più, parte soprattutto grano e formaggio, ma non mancano iniziative con risultati mediocri, come la tonnara a Capo delle Colonne, alcuni pastifici, i conci ed i nuovi mulini.
In espansione sono i casini con magazzini, “trappetto, copelliera, stalla, chiesa” e case per i coloni: le nuove strutture della moderna impresa agricola.
Dove prima erano le terre “rase ed aratorie” o la selva ora si estende il paesaggio del giardino mediterraneo con le sue colture arboree e arbustive, ricche e pregiate, con le chiusure limitate da fossi e muretti di pietra secca, dominate dai casini e dalle torri, luoghi usati anche per una piccola villeggiatura al tempo del raccolto o della caccia. Al servizio di questi nuovi “imprenditori agricoli” operano magazzinieri, fattori, curatori degli affari, scritturali, dipendenti, salariati, cuochi, camerieri, servitori, servi, guardiani, massari, creati ecc.
Poco dopo la metà del Settecento le annate rovinose divengono sempre più frequenti, causando il fallimento dei coloni e l’abbandono dei terreni.
Accresce il deterioramento dei fondi oltre alla povertà anche l’alta mortalità, causata dal vaiolo e dalla malaria.
Le gabelle lontane dagli abitati, soggette alle ripetute inondazioni dei fiumi, arenose o sassose, poste “in luogo di mala aera dove i coloni in tempo della raccolta, vi perderebbero la vita”, non più “rotte a massaria”, diventano in breve pantanose ed incolte.
L’aridità e la speculazione saranno all’origine della grave carestia degli anni Sessanta, che segna l’inizio della decadenza.
I mercanti, “congregati in un scandaloso monopolio a guisa di tanti Dardanarii con far incetta di grani, e seccando ogni rivolo della Divina Munificenza, han fatto alterare i prezzi de grani, in guisa tale che han recato un gran scandalo ad ambedue le province di Calabria”.
Verso la metà di maggio (1767), arrivato al porto con una speronara, Johann Hermann Von Riedesel annotava: “Cotrone… è la città più infelice dell’Italia e forse del mondo intero. La malaria che vi regna, decima la popolazione..”
I nuovi vincoli burocratici che impediscono l’esportazione del grano fuori regno e le cattive annate fanno sì che la produzione del cereale nel Marchesato si riduca in pochi anni ad un quarto. Su molti terreni i pastori hanno sostituito stabilmente i seminatori. L’affitto dei terreni a pascolo e la pastorizia sono divenuti più redditizi.
Il vaiolo e la malaria fanno ristagnare la popolazione, anzi spesso i morti superano di gran lunga i nati. Parte del territorio, anche vicino alle città, non più arato è stato abbandonato ed è diventato pantanoso per le ricorrenti inondazioni causate dal disboscamento della Sila.
D’estate i possidenti vanno a villeggiare nei nuovi casini a Capo delle Colonne, sulle colline o in Sila, accanto ai quali hanno costruito magazzini, abitazioni e chiese rurali per comodità delle loro famiglie e per quelle dei coloni e di quanti stabilmente vi lavorano.
Sempre più Crotone si differenzia dai paesi vicini, abitati quasi solamente da braccianti e massari, ai quali nella presila si aggiungono i custodi di armenti. La città è in mano ad un gruppo di nobili e usurai, con interessi su tutto il Marchesato, che controlla il porto ed i magazzini. Opera un robusto ceto cittadino composto da artigiani, bottegai, esperti nel trattamento e nella commercializzazione del grano e del formaggio e dagli addetti al servizio del porto.
Protetta da altissime mura e da un forte castello, l’agguerrita guarnigione sorveglia una città dove ai pochi residenti si aggiunge un gran numero di coloni e custodi di armenti, vaccini e pecorini, che all’inizio dell’inverno con i loro aiutanti calano dalle montagne.
Eretti pagliai, capanne e altri ricoveri e mandrie per gli animali, essi rimangono nel piano fino alla tarda primavera quando i padronali o custodi di mandrie, con curatoli e caporali, dopo aver affittato le difese ed assunto i pecorai, anticipando grano, scarpe e bisognevole, salgono in Sila con i loro armenti e con quelli avuti in custodia dai nobili, che pagano il servimento.
Ai pastori ed ai lavoratori dei campi si aggiungono i marinai dei bastimenti, “che vanno e vengono in questo porto”, gli equipaggi dei reali sciabecchi, che inseguono gli ultimi corsari barbareschi, ed i pescatori amalfitani e pugliesi con le loro barche.
Dopo il raccolto la pianura diventa deserta. A causa dell’insalubrità dell’aria, che colpisce specie i forestieri, essa è abbandonata durante l’estate e l’autunno.
Alla malaria, che spopola gli abitati prossimi alle acque stagnanti, si sono aggiunte le frequenti micidiali infezioni invernali.
In espansione è il commercio della pasta di liquirizia: Raffale Suriano nel 1781 costruisce due conci, uno a S. Antonio di Mesoraca e l’altro a Simbo. Costituisce una società. Ai soci affida l’amministrazione ed il funzionamento dei conci mentre lui controlla e vende il prodotto, che è esportato anche nei mercati esteri.

Origine e formazione del latifondo
Le grandi e continue piogge autunnali nel 1782 causano allagamenti e danni. Nel 1783 il terremoto rovina parte della Calabria. Crotone dopo aver subito alcune scosse, nel dicembre dell’anno dopo è colpita da una disastrosa alluvione, che porta via un pilastro del ponte in fabbrica sull’Esaro. Entrambi questi sinistri si inseriscono in un periodo di frequenti e mortali malattie, che iniziate nell’autunno 1781, si prolungano fino all’inverno del 1785. “Il castello, e molte case vennero lesionate nella città di Cotrone , e dodici maggiormente scosse. Quasi lo stesso detrimento soffrì Papanice, ed il picciolo feudo Apriglianello” ; “Niuno però fu tocco dal flagello”. Due anni dopo si avvertono ancora lievi scosse e da poco gli abitanti hanno abbandonato le baracche, in cui hanno vissuto per tutto questo tempo, e sono ritornati alle loro case.
Al terremoto seguì una generale epidemia, tale che erano più i malati che i sani ed in salute e coloro che lasciarono la vita in questi anni di molto superarono i morti degli anni passati. L’alta mortalità è segnalata anche nel biennio 1790/1791 e nel 1794.
Alla fine del Settecento numerose famiglie abitano in una sola stanza, costituita da un basso o da una casa matta o in una stanza terranea. La maggior parte delle case sono composte da una camera col corrispondente basso unito da una scala di legname (un alto e basso detto anche soprano e sottano). Questo tipo di abitazione era formato da muri di calce, muri di creta, ceramidi, cantoni, forno, focolaio e legname.
Accanto a questo tipo più frequente si possono trovare anche: “casa composta da tre bassi, quattro camere nel primo quarto e due nel secondo”, “casa con due camere e tre bassi” ecc.
Ma l’abitazione che domina è la casa palaziata. Essa è composta “in due quarti quali hanno l’entrata colle rispettive gradinate da dentro il cortile della medesima. L’uno quarto ha tre appartamenti, soprano, medio e sottano. Il soprano consta di tre, una delle quali è divisa da un divisorio di tavole. Il medio ha sei stanze e il sottano due. L’altro quarto consta di due appartamenti, soprano e sottano. Il soprano consiste in due camere dimezzate da divisori di tavole, ed il sottano d’altre due stanze”; oppure: “Casa palaziata.. consistente : cortile seu catojo con scala di cantoni con due camere superiori ed una camerella per uso di cocina con un magazzenetto sotto la camerella per uso di cucina”….
La struttura commerciale e creditizia era soprattutto localizzata a Crotone. Essa era costituita dalle botteghe, consistenti in una sola stanza a piano terra, isolata o posta sotto un palazzo in un sottano o in un basso o in una casa matta, affacciante nella piazza lorda, nella strada degli Scarpari o nella piazza Polita, dai magazzini, quasi tutti fuori mura, consistenti in una vasta stanza terranea, e da una decina di nobili che detenevano il “capitale mobile”, le terre, i semi ed il bestiame.
I magazzini fiancheggiano la strada che dalla città si inoltra verso l’Esaro alla cui foce c’è la palude. Tra il fiume ed il suo affluente Lamposa sorgono alcune masserie. Ad est della strada costiera che prosegue verso il Neto si estendono due “larghe lagune formate da rigetti di mare”. Masserie sorgono sulle colline dominanti la strada e la marina a Cipolla, Crepacore, Fedaro, Lucifero, Buchi (vicino al bosco del Pantano) e tra Isola e Crotone a Perrotta, Domine Maria, Siffo, Campione, Magazzino della vecchia tonnara.
“Cotrone è un fetido e squallido villaggio” , “non si veggono ne’ pure edifizi mediocri”, “le case sono misere”, “piccole e sporche” ; “è scoscesa con istrade strette ed irregolari” e “le vie strette e buie” sono piene di immondizie. “Forse la vista più arida” ed “il paese più infelice d’Italia” ; “l’Esaro in certi periodi va in piena, travolge ponti e inonda giardini. L’acqua stagnante provoca aria cattiva” che rende pericoloso il domicilio.
La povertà, la miseria e la denutrizione ci sono segnalate dai resoconti di tutti i viaggiatori. Nei catasti onciari molti abitanti sono segnalati come poveri e miserabili e fra essi troviamo anche piccoli artigiani come calzolai e sarti, oltre ai braccianti, alle vedove, ai vecchi, agli sciancati ecc.
Moltissimi vivono alla giornata alla ricerca della piccola commissione o questuando. Grano e formaggio rimanevano ancora i principali prodotti e la vita economica e politica delle città e dei paesi dipendeva dall’andamento del loro commercio. I nobili controllavano dai palazzi il ciclo economico del “Marchesato”
L’accumulazione delle risorse, della produzione e del capitale procedeva attraverso lo sfruttamento dei coloni e massari dei casali che a metà agosto prendevano in fitto i terreni, per coltivarli. Essendo privi di capitali e semi, erano costretti a contratti capestro. Essi “per nove mesi dell’anno risiedevano in questo territorio per coltivare, queste nostre campagne”, poi risalivano ai paesi d’origine.
Durante l’inverno e la primavera la pianura si riempiva delle grandi mandrie che i custodi d’armenti, i capi mandra ed i pastori, provenienti dalla Sila, facevano svernare sulle terre corse, poste allo sbocco delle vallate del Neto e del Tacina.
Sempre in questo periodo arrivavano nel porto un gran numero di imbarcazioni e di marinai provenienti da Napoli, Genova, ecc. per il trasporto dei prodotti alimentari che i mercanti avevano immagazzinato al tempo del raccolto. Era questo un momento di scambio commerciale tra le botteghe cittadine, l’entroterra silano e i maggiori porti del nord, ma anche un periodo di furti e di assassinii.
Mentre le mandrie riprendevano i pascoli silani, dove vi rimanevano fino alla fiera di Mulerà, le campagne cominciavano a riempirsi di mietitori. Iniziava la raccolta ed il mercato del grano.
Tutto era condizionato dall’andamento del grano. “Sebbene la città sia situata sul lido del mare, pure scarseggia assai di pesce fresco perché i paesani non sono addetti alla pesca, ed allora soltanto si ha pesce quando vengono da altre città lontane pescatori forestieri colle loro barche pescareccie a pescarlo ; il che alcune volte succede, alcune altre no ; anzi perloppiù ne siamo privi”.
La città di Crotone alla fine del Settecento ha già assunto la fisionomia di città finanziaria e commerciale. Essa offre dei servizi e colloca i prodotti (cereali, formaggi, miele, lana, castagne, manna, liquirizia ecc.)
Pur esigua è funzionante anche una “economia di corte”, che può soddisfare le limitate esigenze dei pochi benestanti, ma soprattutto sta divenendo il centro amministrativo e politico più importante del “Marchesato”.
Verso la fine del Settecento e nei primi anni del secolo successivo vengono curate le comunicazioni con l’interno (costruzione del ponte sull’Esaro, reso inagibili da inondazioni, costruzione di un ponte sul Papaniciaro, riadattamento delle principali strade verso Cutro, Papanice e Corazzo) ma soprattutto è riattivato il porto (i grandi lavori utilizzano i forzati). I paesi di pianura e di collina (Isola, Cutro, Melissa ecc.) hanno una popolazione composta da molti braccianti, da alcuni massari e da pochi artigiani (calzolai, sarti, fabbri, barbieri, sellai ecc.). I braccianti al più possiedono una striscia di terra o una vigna, qualche gallina, un maiale, un’asina ecc. mentre i massari oltre ad un paio di buoi hanno qualche terra. I nobili e gli ecclesiastici hanno quasi tutto il bestiame e le terre ( A Crotone 17 nobili detengono il 96% del bestiame mentre il rimanente è suddiviso tra 22 massari).
Nei paesi della presila accanto a queste due figure sociali troviamo i custodi d’armenti ed i capimandria.
Il “Marchesato” produce: grano, sale (Altilia), lana e manufatti (paesi presilani), miele (Melissa), vino (Cirò, Le Castella, Melissa), manna (Strongoli), castagne (Savelli), formaggi (Cutro, Isola), neve e legname (Pelilia Policastro) ecc.. All’inizio dell’Ottocento, nonostante alcune svendite effettuate dalla Cassa Sacra, la proprietà fondiaria rimaneva nel complesso inalterata e ripartita, tra i commendatari delle abbazie, i vescovi, i feudatari, gli enti ecclesiastici ed alcuni enfiteuti. La legge sull’eversione della feudalità ed il fallimento delle quotizzazioni dei demani durante il Decennio francese, faciliteranno la formazione del latifondo, sistema economico che ebbe in Alfonso Barracco e nel figlio Luigi i principali protagonisti.
Oltre al feudo di Isola i Barracco riescono in pochi decenni, durante la restaurazione borbonica, ad acquisire i feudi di Cerenzia dei Giannuzzi Savelli e di Caccuri dei Ceva Grimaldi, il feudo di Cutro e Le Castella dei Filomarino (1817) e la baronia di Tacina e Massanova dei Doria (1834).
A questi feudi aggiungeranno la grangia di Sant’Anna acquistata dai De Nobili (1840), la difesa di Campolongo ed il fondo San Leonardo dei Vercillo.
I Barracco rastrellarono gli appezzamenti dei quotisti e costrinsero alcuni proprietari a cedere piccoli fondi, particolarmente produttivi (oliveti).
Essi riuscirono così ad avere il controllo totale sulla vita economica, amministrativa ed anche religiosa di vaste aree del “Marchesato”.
Questa concentrazione della proprietà, se nella prima fase dell’accumulazione porterà ad una certa rinascita d’alcune città (costruzione di palazzi e di masserie, ricostruzione di alcune chiese, economia legata ai bisogni della famiglia del latifondista, formazione di nuove professionalità per la gestione della nuova economia: bovari, massari, guardiani, magazzinieri, ortolani, condottieri, sovrastanti, fattori ecc.), determinerà una generale dipendenza ed impoverimento della popolazione estromessa dalle terre, privata dei diritti civici e soggetta al monopolio politico ed economico di un’unica famiglia.
Al Barracco appartenevano molti trappeti e mulini ed i modernissimi conci di Isola e di Altilia, che davano lavoro a centinaia d’operai.
Il latifondo Barracco, con epicentro tra Isola e Cutro, si sviluppava in maniera continua tra la marina e la Sila. Esso poggiava la sua forza sui “provvisionati”, lavoratori garantiti ed a salario fisso che costituivano la struttura portante (amministratori, sorveglianti, domestici ecc.), e su tutti coloro che erano vincolati alla famiglia Barracco da obblighi economici e societari (pastori, mandriani, massari, piccoli proprietari, preti ecc.).
Al vertice vi era la famiglia Barracco dalla quale dipendeva l’amministratore generale (con sede prima a Crotone e poi a Isola) seguivano i fattori, i magazzinieri ecc. quindi i sovrastanti, che formavano e dirigevano le squadre dei braccianti. Questi erano immessi nel latifondo stagionalmente (mietitori, cavatori di liquirizia ecc.).
Alla precarietà bracciantile si associava quella femminile. Relegate per lo più in casa le donne tessevano umili indumenti di cotone o lana rustica ma anche di lino e ginestra.
A volte contribuivano al magro bilancio familiare con l’allevamento del baco da seta, con piccoli lavori campestri (vendemmia) e con la raccolta di radici, frutti ed erbe.
Dopo l’Unità d’Italia la vendita dei terreni provenienti dall’Asse ecclesiastico porterà ad estrema forma il latifondo. Esso vedrà, accanto ai Barracco, i Lucifero ed i Berlingieri, formarsi una popolazione composta da “pochissimi sfondolati ricchi, di ben pochi comodi civili e di una turba di pezzenti, che formano la massima parte”.
Dopo una fase espansiva della cerealicoltura, negli anni Ottanta arrivò il crollo dei prezzi causato dalla massiccia immissione nei mercati europei del grano americano.
Seguì dapprima il fallimento dei piccoli proprietari, il calo dei salari, l’aumento della disoccupazione e l’emigrazione.
Poi la crisi colpì i latifondisti, che reagirono, sia diminuendo i salari e sfruttando di più i contadini, sia abbandonando le terre marginali e tentando di riconvertire le altre a vigneto, agrumeto e oliveto.
Il tentativo si scontrò tuttavia con la concorrenza internazionale, che inviava sui mercati prodotti migliori a prezzi più bassi, e col mutamento dei gusti.
Anche l’allevamento brado del bestiame subì un arresto. Il tentativo di immettere nuovi capi di bestiame più redditizi, si scontrò con la mancanza di stalle e di foraggio e con la presenza di un habitat non adatto.
Alla fine dell’Ottocento le strutture del latifondo erano ormai in declino (l’unico concio di liquirizia, quello di San Pietro, anche se rinnovato nelle macchine, produceva a metà e numerosi trappeti erano chiusi).
Il venir meno del potere economico dei latifondisti non intaccò la proprietà della terra che rimase intatta nelle loro mani.
Tuttavia con la diminuzione dei provvisionati e l’aumento dei disoccupati veniva meno il consenso sociale e si rompeva la tregua.
I braccianti potevano rivendicare ed invadere le terre.

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