Origine e sviluppo di Isola

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Sigillo dell’università di Isola.

Secondo la tradizione a causa delle incursioni dei saraceni, che determinarono la distruzione della villa o civitas posta a Capo Antiopoli o Civiti, venne assumendo importanza un monastero benedettino posto su un poggio, dominante la marina.

Isola diventa sede vescovile
Situato nel tenimento di Crotone ed elevato a vescovado, suffraganeo della nuova metropolia di Santa Severina, istituita al tempo dell’imperatore d’Oriente Leone VI il Filosofo (886- 912), il nuovo aggregato umano ci appare all’inizio del X secolo con il nome di Asylon (Asila sec. XII). Si suppone che l’origine dipenda dal fatto che, per incrementare le entrate provenienti dai fondi del signore- vescovo con il popolamento, disboscamento, dissodamento e messa a semina di parte delle vaste tenute signorili (è questo il caso di Massa Nova e di San Pietro in Tripani), venne concesso a coloro che vi avessero posto dimora, il privilegio di divenire liberi ed immuni e di godere alcuni diritti su parte del territorio.
Servi, schiavi e delinquenti potevano trovarvi rifugio, ed in cambio dell’immunità incrementavano le entrate del signore. Questa immunità del luogo rimarrà nel tempo e riguarderà buona parte della collina su cui si erge la cattedrale.
Per legare a sé i nuovi coloni il vescovo – signore concesse parte del suolo vicino alla sua dimora in modo tale che potessero costruire le loro case e piccoli appezzamenti di terreno da disboscare, dissodare e coltivare in proprio. Egli così con il lavoro dei suoi servi e le giornate di lavoro prestate dai coloni riuscì a mettere a coltura parte delle sue vaste tenute che, assieme ai censi pagati dagli accasati, incrementarono le entrate.
Le concessioni infatti erano gravate da un censo annuale che obbligava ogni colono, o famiglia casata, a pagare al vescovo, il 15 agosto, una gallina per il suolo della casa (il censo fu poi trasformato in denaro e ancora all’inizio dell’Ottocento il vescovo di Isola esigeva ben 120 censi enfiteutici sopra le case) ed il terraggio in grano per il terreno. A questi oneri si aggiungevano delle corvée.
Gli abitanti godevano del diritto di “spietrare, allegnare , abbeverare” e di pascolo per i propri animali, eccetto pecore, sui demani boschivi e sui corsi (corso della Ventarola, Gabbelluccia, Puzzelli, Domine Maria, S. Andriella, Buggiafaro, Forgiano, Comunelli, Nastasi, S. Costantino, S. Barbara e Bosco). Su queste terre di natura feudale ed ecclesiastica i signori, che le possedevano, avevano il “ius arandi” ed esigevano il pagamento in grano dai coloni, quando si seminava, secondo l'”apprezzo de massari” scelti dalle parti. Il vescovo – signore di Isola estendeva la sua giurisdizione su tutti i luoghi della diocesi (chiese, monasteri e grange), costruiti o costruendi, i cui abati, o loro procuratori, erano obbligati a versargli, il 15 agosto di ogni anno, festa dell’Assunsione della Beata Maria Vergine, sotto la cui protezione era la cattedrale, un censo stabilito, come riconoscimento del suo potere (cosa che ancora fecero per tutto il Settecento gli abati di S. Maria di Corazzo, di S. Nicolò di Bucisano, di S. Stefano, di S. Nicolò di Forgiano e di S. Maria del Carrà). Le abbazie che possedevano territori in diocesi di Isola erano anticamente quelle di S. Maria del Patire, S. Maria del Carrà, S. Nicola di Forgiano, S. Nicola delle Magliole e l’abbazia di S. Leonardo.
La presenza di numerosi luoghi di culto sparsi sul territorio (S. Nicola di Salica, S. Nicola di Vermica, S. Giovanni al Giudeo, S. Costantino, S. Barbara, S. Basilio, S. Stefano de Abgarodi, S. Elia, S. Pietro di Tripani, S. Nicola di Massanova, S. Maria Maddalena di Castro Prebetro, S. Giovanni di Campolongo, S. Elena, S. Anna ecc.) indica un abitato medievale sparso, formato da piccole fattorie e villaggi agricoli immersi nella selva, che l’emergere del nuovo centro di potere metterà in crisi.
Questa prima fase di popolamento e di riorganizzazione urbana di Isola è caratterizzata all’esterno del monastero – rocca dalla costruzione delle case dei nuovi coloni e dall’espansione dei giardini e all’interno delle mura dall’accentramento presso la dimora (monastero – chiesa) del vescovo, oltre che dei simboli e delle strutture del potere, anche dalle abitazioni dei suoi familiari, degli ecclesiastici e degli amministratori e dai magazzini dove confluiscono i prodotti della diocesi. Nei depositi del vescovo infatti viene riposto il grano pagato dai coloni, che hanno in concessione i pezzi di terra e quello raccolto dai servi e dai vassalli nelle riserve signorili ripopolate di Massa Nova e San Pietro di Tripani, nonché le pezze di formaggio che devono coloro, che prendono in fitto i terreni a pascolo della chiesa.

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Isola Capo Rizzuto (KR), la porta Magna o di Terra.

 

Decadenza e rinascita
A questa prima fase espansiva, tra i secoli nono e decimo, seguì un periodo di abbandono.
Nella seconda metà dell’Undicesimo secolo, la chiesa di S. Maria di Isola, posta in tenimento di Crotone, risulta in decadenza, abbandonata ed in rovina.
I nuovi conquistatori, i Normanni, rinnovarono i privilegi della chiesa isolana e dotarono i monasteri calabro – greci e le nuove abbazie benedettine e cistercensi.
Il ripristino dei privilegi del vescovo e l’aggiunta di nuove prerogative concesse dal duca Ruggero e poi da re Ruggero II, facilitano la rinascita.
Il duca Ruggero Borsa (1085- 1111), figlio ed erede del Guiscardo, nel 1092 concesse il privilegio della “fabricae reparationis ecclesiae Sanctae Dei genitricis et semper Virginis Mariae de Insula, de tenimento Cotroni, quae longo tempore diruta lacerata et deserta”.
Riedificata la chiesa e reinvestito dei poteri e delle proprietà il signore – vescovo e ripopolato il luogo, anche con l’esenzione da alcuni pagamenti fiscali per coloro che vi sarebbero andati ad abitare, seguì una fase espansiva con la creazione di nuove strutture di profitto, come la costruzione di mulini ad acqua, tra i quali uno sul Pilacca ora Vorga (“lo molino del episcopato de Asila”(1172) ed altri nei luoghi abitati della diocesi: a S. Pietro de Tripani, presso la chiesa di Sant’Anna e sul torrente Ceramida (del monastero del Patire).
Nel frattempo gran parte del territorio della diocesi di Isola era concesso o rinnovato dai regnanti normanni alle abbazie di S. Maria del Carrà (Nastasi di tom. 5750), di S. Maria del Patire (S. Antonino, Cersitello, Calcarella, lo Ponte, S. Costantino, Frasso, ed Insito tom. 1100), di S. Nicola di Jaciano (Forgiano) di S. Maria di Corazzo e di S. Nicola di Bucisano; a queste grandi proprietarie di terre e di greggi, per lo più di rito greco, si vennero ad aggiungere la mensa vescovile di Crotone (Bugiafaro), alcuni enti ecclesiastici crotonesi (il cantorato, il decanato ecc.) e l’abbazia florense (Fontana murata). Isola, essendo parte del territorio di Crotone fu soggetta ai feudatari di quella città, cioè la contessa Mabilia, figlia del Guiscardo, e poi all’inizio del periodo svevo il conte Raynerius ed il figlio Stefanus Marchisortus.
Pur facendo parte della contea di Crotone, Isola sempre più si evidenzia come città. Essa ha un territorio ben definito, sul quale gli abitanti godono di alcuni privilegi ed immunità, negati agli abitanti dei villaggi agricoli.
Questa espansione e nuova riqualificazione urbana è facilitata anche da una generale crescita demografica.
Tra la fine dell’Undicesimo e l’inizio del Dodicesimo secolo compare il castello di Asylon e nelle vicinanze della cattedrale venne a consolidarsi il Borgo con le sue mura. Il toponimo Borgo rimarrà nei secoli a indicare quella parte della città racchiusa da queste prime mura.
Durante l’età normanno- sveva il territorio è coperto da una folta ed estesa foresta detta la difesa regia di Insula Cutroni.
“Il Bosco”, terreno corso e boscoso, diviso in cinque terzi (Vermica, Finocchiara, Differenze, Ventarola e Manche di Monacheria) è tutelato dai funzionari regi detti forestarii e su di esso gli abitanti esercitano gli usi civici.
La foresta sarà molto spesso al centro di contrasti, specie quando verrà concessa dai re in amministrazione ai feudatari, i quali tenteranno di alienarne delle parti (al tempo del conte Stefano Marchisorto) o di sottrarne e chiuderne delle aree per metterle a coltura (al tempo di Antonio Ricca) limitando così l’esercizio dei diritti universali, tra i quali quello di libero pascolo per gli animali degli abitanti.
Questi tentativi avverranno di continuo, specie da parte dei Ruffo durante la dominazione angioina.
Situati presso il mare i territori di Isola erano particolarmente ricercati per il pascolo invernale delle grandi mandrie che transumavano dalla marina alla Sila attraverso la vallata del Tacina.
Continuava immutabile quel circuito economico arcaico basato sull’alternarsi sugli stessi terreni del pascolo e della semina. Le greggi, quasi sempre di proprietà delle abbazie e dei feudatari, pascolavano e concimavano per tre anni un territorio, che nei successivi tre anni era messo a semina dai coloni.
Nei primi decenni del periodo angioino la difesa della città venne potenziata con la costruzione di una torre che trasformerà il nome da Asila o Insula Crotonis in Turris Insulae o Torre dell’Isola. La Torre dell’Isola compare per la prima volta nel 1292, quando fu concessa al milite Andrea de Pratis, essendo stato rimosso il milite Ioanne de Genua.

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Isola Capo Rizzuto (KR), chiesa di S. Marco Evangelista.

 

Da casale a città feudale
Con lo spopolamento ed il decadimento del secolo XIV e dell’inizio del XV secolo, a causa della peste, delle guerre, specie quelle tra Angioini ed Aragonesi, dell’assenteismo vescovile e della commenda dei monasteri, Isola pur sede vescovile, suffraganea di S. Severina, rimarrà nella condizione di casale di Crotone. Fa parte dei possessi di Nicola Ruffo, dapprima signore, e poi marchese (1390), di Crotone e conte di Catanzaro. Come tale ne seguì le sorti. Dichiaratosi a favore di Luigi II e ribelle a re Ladislao di Durazzo, Crotone fu assediata e costretta alla resa ed il marchese dovette abbandonare la Calabria. Crotone e parte dei suoi feudi vennero allora dati da Ladislao al capitano di ventura Pietro Paolo da Viterbo. In seguito, durante il regno di Giovanna II, Nicolò Ruffo ne rientrò in possesso. Nel 1422 Isola è già ritornata sotto il suo dominio; ma a causa delle vicende belliche, le campagne sono state devastate e ritornate selva mentre la città è stata abbandonata dagli abitanti; vi sono solamente dei pastori, che abitano nei boschi. Da Nicolò Ruffo passò alle figlie, Giovannella prima e poi Errichetta. Quest’ultima sposò Antonio Centelles. Riposta in regio demanio come casale di Crotone, dopo che il re Alfonso aveva domato la ribellione del marchese Antonio Centelles (1444/1445), vi rimase finché nel 1483 fu data in feudo da re Ferdinando a Giovanni Pou. Dopo la Congiura dei Baroni e la confisca vi troviamo signore, per un breve periodo, il figlio non legittimo di re Ferdinando, Enrico d’Aragona. Nel 1495 il feudo della Torre dell’Isola fu venduto da Ferdinando II a Troilo Ricca. Con tale vendita Isola si staccò definitivamente da Crotone, pur conservando i Crotonesi alcuni diritti sul suo territorio.
Risale al dominio aragonese la concessione o la riconferma dei privilegi della città e della chiesa di Isola . I privilegi della chiesa isolana, che i vescovi facevano risalire a re Ruggero ed ai papi Eugenio III (1149) e Alessandro III (1175), furono concessi nuovamente dall’antipapa Benedetto XII (1397) ma nel 1459 il vescovo di Isola chiedeva al re Ferdinando che poiché “detta ecclesia non have privilegio, si non uno caduco che li sia concesso et donato lo tenimento dell’Isula in quella forma fu concesso ad Martino”.Il re approverà le richieste del vescovo, salvo i diritti di terzi, dapprima con privilegio dato a Belcastro il 14 ottobre 1459 all’università di Le Castella ed in seguito nel 1473.
Per l’ampiezza delle prerogative ed il sospetto di falso i privilegi della chiesa furono più volte occasione di lite. Già nel 1317 re Roberto aveva dovuto intervenire contro i coniugi e signori di Isola, Gerardo Nomicisio e Caterina Merceria che si rifiutavano di pagare le decime. Liti si susseguirono tra i vescovi della città e gli abati delle abbazie, che avevano grangie in diocesi di Isola. A volte gli abati, o i loro procuratori, disconoscevano l’ampio potere vescovile, causando gravi inconvenienti a coloro che prendevano in fitto i terreni delle abbazie.
Quale fosse lo stato di litigiosità nelle campagne ed i metodi usati dai “signori” del tempo, lo si può intuire da una protesta presentata all’inizio del 1489 da alcuni pastori dei casali cosentini, che avevano affittato l’erbaggio del tenimento la valle dell’ulmo dal procuratore dell’abbate di Corazzo. Nonostante che il contratto li obligasse solo verso quest’ultimo, ad un certo momento era intervenuto il vescovo di Isola Angelo Castaldo, il quale, poiché il luogo era nella sua giurisdizione, cominciò a molestarli col pretesto che vantava dei diritti. Costretti ad andare a Catanzaro i pecorai devono versare al prelato dei denari ma questi non si ritiene ancora soddisfatto e dopo un po’ invia una lettera al suo vicario, Nicolao de Nicoletta, ordinandogli di informarsi se i pagliai dei pecorai sono ancora sopra i terreni della chiesa e trovandoli “commanderiti tutti questi nostri previti che vengano per nostro ayuto ad abrusciar dette pagliara” e qualora non bastassero rivolgetevi al “m.co nostro compare Castro Cane” per avere una compagnia dei suoi uomini d’arme. Partito il vicario con “altri previti dela terra deli Castella armati con lantii spari et tarachetti”, esso è momentaneamente fermato dal capitano delle Castella, Joanbattista Calamita, il quale costringe i pastori a pagare facendo loro presente che altrimenti “andavano ad ardirli li homini de armi et altri homini delisola” .
Abati commendatari e feudatari osteggeranno di continuo i privilegi della chiesa e col tempo i baroni si impossesseranno di parte di quelli civici, quando l’università indebitata sarà costretta a vendere, per poter pagare il fisco regio.
E’ il caso del lo “jus naufragii” che permetteva il recupero delle persone e delle cose dalle navi, che naufragavano sulle coste del territorio di Isola.
Il privilegio concesso alla città da re Alfonso e confermato dai re Ferdinando I e II ed in seguito, in età viceregnale, da Carlo V, andò a far parte delle prerogative baronali.
I feudatari di Isola lo eserciteranno ancora nel Settecento, anche se spesso troveranno l’opposizione dei regi portolani.
E’ con il passaggio del feudo ai Ricca che avvengono grandi mutamenti.
Con una politica economica tesa a valorizzare le loro proprietà e con la costruzione di nuove fortificazioni, i Ricca facilitarono l’insediamento di nuove famiglie e la formazione di una piccola e stabile borghesia agraria che costituirà il nucleo della nuova città.
Isola da casale divenne in breve una città con una sua struttura urbana ricca e differenziata, costituita da un castello, una città fortificata ed un borgo fuori mura. Contribuirono a questa evoluzione, che porterà la popolazione dai 40 fuochi del 1532 ai 64 del 1561 ai 108 del 1595, anche la distruzione e l’abbandono della vicina terra di Le Castella, la scomparsa dei casali di San Pietro di Tripani e Massanova, l’insediamento in città dei feudatari Ricca e l’energica azione di tutela dei privilegi e di aumento dei beni della chiesa isolana, portata avanti dal vescovo Annibale Caracciolo (1562 – 1605).
Il Caracciolo incrementò le proprietà, aggiungendovi quelle che godevano i luoghi religiosi di Le Castella e trasferì così le loro entrate in grano ed in denaro da quella terra ad Isola.
Con numerose liti con il duca di Nocera, Alfonso Carraffa, feudatario di Le Castella, lo costrinse ad un concordato riuscendo ad ottenere aumento di terreni e di rendite (1578).
Egli inoltre valorizzò le proprietà della chiesa: la gabella di Salica “insalvagita” la diede a massaria per “farla aprire a domolate” (1573), costrinse il barone Antonio Ricca a concedere l’uso dell’acqua della fontana di Paradiso per poter così irrigare gli orti della mensa vescovile (1579), riaprì la lite sul feudo di San Pietro, svenduto ai Ricca al tempo del vescovo Cesare Lambertino, ottenne dal barone, col consenso dell’università, le due chiuse delle Culture e dell’Annunziata (1567), ampliò i beni della chiesa facilitando le donazioni, come nel caso dell’orto e del giardino di San Nicolò e dei magazzini presso la cattedrale.

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Isola Capo Rizzuto (KR), la porta Magna e la chiesa di S. Marco Evangelista.

 

La ristrutturazione urbana cinquecentesca
Dopo aver subito alcune incursioni da parte dei Turchi nel 1510 e nel 1517 e poi dal Barbarossa nel 1536 e 1545, la città subì il saccheggio dall’armata del Dragut (1548). Il feudatario Gio. Antonio Ricca, per non vedere il suo feudo spopolato, raggiunse un accordo con il vescovo di Isola e su una parte del corso di Santa Barbara, un antico patrimonio del vescovado di Isola, vicino al vecchio borgo egli fece costruire a sue spese nel 1549 le nuove mura cittadine ed il castello feudale.
La nuova cinta muraria fu potenziata con baluardi e aveva due porte: la porta Magna o di Terra, al di sopra della quale verso l’esterno il Ricca fece murare le sue insegne con una epigrafe, e la porta della Marina. Davanti alla Porta Magna, fuori dalle nuove mura, il feudatario fece abbattere alcune case del vecchio Borgo e fu creato il largo o piazza.
Il barone di Isola con la costruzione delle nuove fortificazioni intendeva tutelare le entrate del suo feudo. Resa sicura la città, facilitò la permanenza e l’incremento della popolazione, permettendo che si bruciassero parte delle sue tenute boschive, sottraendole agli usi civici, per ridurle a coltura.
Egli infatti concesse ad alcuni abitanti dei pezzi di terra boschivi col patto che colui che disboscava il terreno assegnato poteva occuparlo, acquisendo il diritto di cederlo o affittarlo, purché ogni anno fosse pagato al feudatario un canone in grano.
E’ questo il caso della tenuta detta la Ventarola, una parte della quale fu spartita tra una cinquantina di Isolitani e di alcune parti di Bosco, di Pantano, di Coste Lavorate e di Bonnace. Su questi territori, redditizi al feudatario di Isola, vi erano “situati più e diversi vignali e vigne censuati e concessi in enfiteusi a diversi particolari cittadini”.
In tal modo il feudatario aumentò le entrate e legò a sé parte delle casate del luogo.
In seguito sorsero delle controversie tra il vescovo Annibale Caracciolo ed il nuovo barone Gaspare Ricca, riguardanti la giurisdizione sull’abitato, e nel 1588 si venne ad un accordo che stabiliva “che solo la città dentro le mura rimanesse in dominio del barone insieme a quella parte del Borgo, che fu distrutta dalla parte davanti della città, dove è la porta grande verso le mura vecchie che corrono dalla parte di occidente”.
La parte rimanente del Borgo era del vescovo che per ogni casa esigeva ancora una gallina all’anno.
Con l’abbandono delle vecchie mura e la costruzione di nuove, il vecchio abitato e la cattedrale rimasero fuori dalla nuova città, nel borgo o suburbio come venne a chiamarsi.
Solamente dopo la metà del Cinquecento all’interno delle nuove mura, dove fu permesso dal feudatario e dall’università di andare ad abitare solo agli ecclesiastici ed ai possidenti, lungo la “strada maggiore” furono costruite le case del barone, il palazzo del vescovo, alcune case (palaziate, terrane e caselle) e l’unica chiesa, dedicata a San Marco, per legato del feudatario fondatore, Gio. Antonio Ricca, ad opera del figlio Cesare, costretto dal vescovo.
Sempre a quel tempo il vescovo Caracciolo restaurò la cattedrale, ampliò la sacrestia, fondò il seminario, sei canonicati (1593) ed il Monte di Pietà o dei Maritaggi (quest’ultimo in conformità di un legato fatto nel febbraio del 1588 da Troilo Ricca di Turturella sulle entrate del feudo), dotò e costruì il convento francescano con chiesa di San Nicolò (1582) e pur avendo ottenuto dal feudatario e dall’università la possibilità di avere un altro palazzo vescovile dentro le mura, costruì presso la cattedrale una torre per rifugiarsi in caso di pericolo.
Sorgevano frattanto nel Borgo alcune chiese, per la maggior parte ad opera di confraternite: la chiesa di S. Caterina, di S. Domenica, dell’Annunziata, di S. Maria degli Angeli e di S. Rocco (in onore del santo che aveva preservato la città dalla peste).
Se Isola aveva dovuto sopportare fin dalla dominazione normanna che le rendite ed il grano prodotti da gran parte del suo territorio andassero in beneficio di abati, commendatari, vescovi e feudatari che risiedevano a Crotone o in altre città e quindi veniva di continuo defraudata della sua ricchezza, ora la scomparsa della terra di Le Castella e quella dei vicini casali facilitavano l’accentramento della forza lavoro e delle risorse in Isola. Davanti alla città murata, nelle cui case palaziate avevano preso dimora i piccoli proprietari, si estendeva il Borgo con le numerose case terranee dei braccianti, i magazzini granari e le chiese delle confraternite con i loro ospedali.
Se la città si arricchiva, sia nel Borgo che all’interno delle nuove mura, di edifici sacri e profani, la campagna si spopolava a causa del permanere del pericolo turco (incursione del Cicala 1594) e per le forti imposizioni fiscali ed i debiti.

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Isola Capo Rizzuto (KR).

 

La crisi seicentesca
Con l’aggravarsi della situazione economica e sociale, fin dalla seconda metà del Cinquecento, emergeva quella netta separazione tra i seguaci del vescovo e quelli del feudatario, causa di continui scontri e violenze per il controllo delle risorse locali.
Attorno alle due figure, conflittuali e dominanti, si coagularono gli enfiteuti con le loro casate, coloro che prendevano in fitto le terre, a seconda se erano della chiesa o del barone, i servi ed i familiari delle opposte fazioni, le famiglie legate da vincoli parentali e da interessi economici.
Lo scontro tra i creati delle opposte fazioni condizioneranno la vita sociale ed economica per le frequenti risse, specie durante le feste, come quella che si svolgeva a maggio in onore della chiesa di Santa Maria degli Angeli, quando si “lottava il palio”, e con agguati e feroci bastonature tra le comitive nel Bosco.
Dopo il concilio di Trento, essendo la situazione favorevole, aveva preso vigore l’iniziativa dei vescovi di Isola e di Crotone, per reintegrare ed estendere la proprietà della chiesa, contrastando il feudatario ed i suoi vassalli. Il tentativo dei vescovi, teso a negare ed impedire l’esercizio dei diritti universali sulle loro terre, trovò una forte opposizione, sia da parte dell’università che del feudatario Cesare Ricca.
Fallisce così il tentativo vescovile di impedire il libero pascolo degli animali e gli usi civici, che da tempo antico gli Isolitani godono sulle vaste tenute ecclesiastiche (vedi il caso della gabella della Chiusa al centro di una vertenza tra l’università ed il feudatario Cesare Ricca da una parte e dall’altra il vescovo Caracciolo, che vuole impedirne il pascolo). Hanno vita breve, a causa del ripetersi di pessime annate, anche gli intenti vescovili di mettere a semina ed a vigna parte del territorio, che abbandonato era ritornato selva.
Per la mancanza di massari e di coloni e per le distruzioni operate dai Turcheschi decadono i vecchi villaggi rurali di San Pietro in Tripani e di Massanova, nonché le grange con i numerosi luoghi di culto di Santa Barbara, San Costantino, San Nicola di Forgiano ecc. (Per quanto riguarda San Costantino della badia del Patire nel 1661 “vi è un segno di fabrica e chiesa diruta detta di S. Costantino”; nello stesso tempo San Basilio è chiesa “quasi diruta e scoperta” , nel podere seu corso chiamato Forgiano della badia di S. Nicolò di Jaciano vi sono solo “de vestiggii d’una chiesa diruta” e nella gabella di Salica “vi è una chiesa diruta chiamata Santo Nicola di Salica”. Distrutte sono anche le chiese rurali di San Francesco e di Sant’Antonio).
La città racchiusa dalle nuove mura e con la porta di Terra, che per sospetto di turchi e banditi si chiude alla sera e a volte “non se apre sino a tardo et la estate più volte sta serrata tutto il giorno”, (sopra la quale a ricordo ci sono le armi della famiglia Ricca e l’epigrafe: “INSULAM URBEM PIRATA./ INCURSU DIRUTAM IOANNES/ ANTONI. RICHA NEAPOLITA/ N. MOENIA PROPUGNACULIS ET/ ARCE P.PRIO AERE MUNIVIT IN/ PERPETUUM SUAE VIRTUTIS/ MONUMENTUM ET POPULOR./ PRAESIDIUM ANNO A VIRGI/ NEO PARTU – 1549 -”) si distingue sempre più dal territorio circostante, divenuto pericoloso, disabitato e per buona parte invaso dalla palude. Poco dopo la metà del Cinquecento sono costruite a cura della Regia Corte le due torri regie di guardia marittima di Capo Rizzuto e di Manna (primi torrieri conosciuti: torre di Capo Rizzuto, Adeco Romano, 1576; torre di Manna, Lopez de Raguso, 1578).
A queste ne seguiranno altre, edificate dai feudatari all’interno delle loro vaste tenute, per mettere al sicuro la vita e soprattutto il grano, dal quale dipendeva in gran parte la loro fortuna (a Ritani dal vescovo di Isola, a Bugiafaro dal vescovo di Crotone, a Massanova dal feudatario Doria ed a San Pietro in Tripani dal barone di Isola). Rimanevano ancora funzionanti i vecchi mulini ad acqua: quello di Paolo Marrella poco lontano dalla foce del Vorga, di Simone Scazurlo più a monte, di Scipione de Sancto Croce e di Melchiore Barbamayore a San Pietro in Tripani e quelli feudali di Porcarito, della Cona e di Ilice.
Mentre i grandi proprietari, dediti soprattutto all’incetta ed al commercio del grano, si attrezzavano per proteggere con le torri il raccolto, la crisi cominciava a colpire i piccoli proprietari, i massari ed i coloni. Incapaci di far fronte ai debiti contratti per poter seminare, essi falliscono, lasciando i terreni incolti. Vengono così meno coloro, che costretti dall’usura e dal prestito, alimentavano i possidenti. Con il loro fallimento regrediva quel paesaggio agrario di cui erano stati artefici fin dalla prima metà del Cinquecento, quando erodendo una parte delle tenute boschive, l’avevano trasformata in terreni a semina ed in giardini folti di gelsi, alberi da frutto e vigne.
Inadempienti, le loro proprietà passano al feudatario ed al vescovo.
Il barone ai giardini della “mortilla” e del “paradiso” aggiunge il “giardino novo” per acquisto da Diomede Zimbatore e Feliciana Cavallo ed il vescovo ottiene in dono il giardino di “San Nicolò” da Camillo Pagliaro.
Se nella seconda metà del Cinquecento la reintegra ed il recupero dei beni ecclesiastici, portati avanti dal vescovo Caracciolo, contrastando con liti i baroni di Isola e di Le Castella, avevano fatto aumentare le entrate della mensa vescovile, ora le cattive annate, la malaria, la pestilenza ed il venir meno dei massari e dei coloni dava spazio al potere baronale, che poteva espandersi senza ostacoli nelle campagne.
Ai territori già concessi in enfiteusi con la clausola del miglioramento nella prima metà del Cinquecento (nel 1538 il vescovo Cesare Lambertini aveva concesso la tenuta di San Pietro a Giovanni Antonio Ricca per un censo di ducati 16 all’anno), se ne aggiungevano altri nella seconda metà del secolo (il barone di Massanova pagava per questo un censo enfiteutico al vescovo di salme undici di grano per la cessione delle gabelle di Sant’anna e di San Giovanni di Massanova).
Approfittando dell’indebitamento dell’università, causato dalla povertà degli abitanti e dallo spopolamento, un po’ alla volta il feudatario si impossessò di terreni e privilegi, quindi allungò le mani sulla gestione dei fondi ecclesiastici, accontentandosi il clero (vescovo, abati, commendatari ecc.) a causa della crisi di entrate minori, ma certe e sicure, che erano assicurate dai contratti di censo enfiteutico. Così per denaro, poco ma sicuro, la chiesa lasciò al barone le campagne.
Durante il Seicento le pestilenze e le carestie più volte spopolarono la città, il cui soggiorno divenne particolarmente pericoloso in estate ed in autunno per il dominio della malaria (dai 1163 abitanti del 1618, nel 1642 ne conta solo 727 per diminuire a 600 nel 1660; solo alla fine del Seicento la popolazione risalirà ad un migliaio).
La decadenza è evidenziata, oltre che dall’estendersi dei terreni paludosi, anche dal restringersi dell’area dei giardini e degli orti.
Nel 1636 del giardino di Paradiso era rimasto solo il terreno ed il giardino o orto sotto il castello era rovinato, essendo da più anni non affittato, tranne che per le “fronde de celsi”.
Lo stesso avveniva per quello di San Nicola, che nel 1669 l’economo della mensa vescovile affittava con la condizione che l’affittuario lo chiudesse, ci facesse nuovamente l’orto e coltivasse gli alberi “nuovamente fatti” (fichi, granati, celsi).
I vescovi se costretti a risiedere, preferivano abitare a Cutro. Nel Seicento Isola annovera ben 16 vescovi, molti morirono per la malaria dopo pochi anni di residenza.

Isola Porta marina

Isola Capo Rizzuto (KR), la porta Marina.

 

Verso la rinascita
Nella seconda metà del Seicento si nota qualche iniziativa economica (il vescovo Carlo Rossi rinnova un mulino per aumentare le entrate) ma è alla fine del secolo e nei primi decenni del Settecento, che il mutamento si fa più evidente con l’attivarsi del commercio granario, soprattutto verso l’area napoletana, ed il venir meno delle pestilenze (Isola conterà quasi duemila abitanti).
Il vescovo Francesco Marino (1692-1716), riprende l’azione di tutela dei beni ecclesiastici. Scomunica i Crotonesi, che, abusivamente ed “armata manu”, pascolano nelle sue terre di Salica ed apre una controversia con il feudatario, il potente Giuseppe Antonio Caracciolo, Duca di Montesardo, per la giurisdizione sul “Borgo” della città.
Ricostruisce interamente il palazzo vescovile. La cattedrale è ampliata, abbellita, fornita di sacri arredi, ornata di organo e dei dipinti dei dodici apostoli.
All’inizio del nuovo secolo il cappuccino Antonio dell’Olivadi edifica la chiesa della Cona Greca a Capo Rizzuto, incrementandone il culto.
In città sorgono i palazzi di Lorenzo Bruno, di Filippo e Nicola Leone e di Leone Telese.
Alcuni terreni, boschivi o a pascolo e semina, sono chiusi con fossi e muretti di pietra e trasformati in giardini ed orti con alberi da frutto. Si estendono gli oliveti ed i vigneti e nelle campagne si edificano caselle e torri coloniche, come nel caso di Bonnace.
Le località particolarmente interessate da questa trasformazione agraria sono Vallo Marinaro, Via Vecchia, Bonnace, Cepia, Coste Lavorate, Crete Rosse, Cuture, Fontana, Giardino Novo, Giudeo, Mortilla, S. Nicolò, Puzzillo, Chiusa, Paradiso, Sotto il Castello ecc.
Tra i protagonisti primeggia il marchese Francesco Cesare Berlingieri, il quale ottenuto nel 1743 in enfiteusi perpetua dal commendatario dell’abbazia di S. Nicola di Jaciano, il cardinale Luigi Carafa, il corso di Forgiano ormai ridotto a “terre inculte, alpestre, ed aratorie senza alberi fruttiferi e senza alcuna fabrica”, eccettuata una chiesa “diruta e di già profanata”, ricostruisce la chiesa, edifica alcune caselle per uso dei pastori, un porcile grande, un biviero e disbosca, spiana e chiude con muretti e fossi alcune parti, per costruire i due giardini detti della “Chiesa” e della “Fontana di Marrasto”, impiantandovi alberi fruttiferi (fichi, cerasi, pere, amendole, noci, nocelle ecc), viti (circa 16 migliaia) ed alberi di gelsi neri e bianchi “per uso di far seta”. Il tutto è completato da un canneto ed un oliveto.
Anche il barone fa impiantare nel terzo delle Manche di Manacharia un grande oliveto chiuso con fossi ben profondi, per non farlo rovinare dagli animali al pascolo, ed il vescovo di Crotone mette a vigne parte di Bugiafaro, dove fa costruire dei caprarizzi, dei porcili ed altri edifici di fabbrica. Sempre in località Bugiafaro nel luogo detto Le Costieri il barone ottiene dal vescovo di Crotone due tomolate di terra per armarci un nuovo “caprile” e Francesco Trapasso vi impianta olivi e vi fa una “privata chiusura”.
Se si estendevano le chiuse con coltivazioni più produttive e diversificate, aumentava similmente la protesta della popolazione, che si vedeva col passare del tempo sempre più privata di ampi territori, sui quali non poteva più esercitare i diritti civici. Gli Isolitani vedevano le terre comuni di continuo restringersi per lo spostamento dei confini, l’usurpazione baronale e l’avanzare dei terreni chiusi.
Poco dopo la metà del Settecento per proteggere il commercio marittimo viene costruito un fortino a Capo Rizzuto (la costruzione venne appaltata in Crotone il 20 ottobre 1754 e fu edificata su disegno dell’ingegnere Adamo Romeo e su istruzioni dell’ingegnere Pietro Sbarbi). Continuano a funzionare i mulini ad acqua: a Ilice, Porcarito e Zagora (del feudatario, la principessa Ippolita Caracciolo); al Ponte sul Pilacca ( di Giacomo e Giuseppe Puglise e Marco Pedace); sotto San Pietro ( del primiceriato e del canonicato di S. Giuseppe) e nel luogo detto Petrantino ( di Paolo Colucci).

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Isola Capo Rizzuto (KR), la torre del vescovo presso la cattedrale.

 

La città alla fine del Settecento
Nella seconda metà del Settecento comincia la decadenza causata dalla crisi del commercio granario, soprattutto dopo la grande carestia del 1764.
L’abitato di Isola si presenta diviso in due parti distinte: la città all’interno delle mura ed il Borgo.
La città è costituita da case terrane (Beatrice Ruffo, Silvestro Spadafora, Dom. Errico ecc) e da qualche palazzo (palazzo consistente in quattro camere, tre dei quali tengono i rispettivi bassi e soffitte; palazzo consistente in due bassi, tre stanze di mezzo e una superiore).
Presso la porta principale vi è la chiesa di San Marco, l’orologio, la bottega del feudatario e la piazza.
Alla Portella sono situate le case di Elisabetta Castelliti ed una casa con un casaleno di proprietà della chiesa dell’Annunziata.
Il Borgo è costituito da due contrade: le Chianche e le Crete Rosse, all’interno delle quali e nelle loro vicinanze vi sono altri luoghi (Piano della Croce, contrada Madonna degli Angeli, contrada Patia, Alla Fontana, contrada Carlo Bruno, strada di Passafaro, Faragò, contrada S. Nicola, contrada Talarico, contrada SS. Annunziata, contrada S. Caterina, Carmine )
Vicino al Borgo alla “Cepia”, alla “Chiusa”, nel corso di S. Barbara e sotto il castello, si estendono gli orti ed i giardini con alberi da frutto.
Nella contrada “Le Chianche” vi sono le case di Giacomo Puglise, decano Bonelli, Saverio Crinaro, canonico Inglese, Giuseppe Marziano, Pietro Bruno, Giuseppe Bruno, Antonio Prete, Lucrezia Basarra, Nicola Giantrino, Massarello ecc., il palazzo di Giambattista Bruno, la chiesa del Carmine, alcuni magazzini (Nicola Giannino, Antonio Cercea), degli orti (Saverio Crinaro, Raffaele di Leone, Nicola Basca, Antonio Carcea), il vaglio del vescovo e la strada della Fontana.
Nella contrada le Crete Rosse sono edificati i magazzini di Silvestro Spadafora, Giuseppe Castelliti, Rosa Lizzi ecc. le case di Giuseppe Rodio, Giandomenico Poerio, Giuseppe Aspro, Bruno Megna, Pasquale Magno, Gregorio Bruno, Giuseppe Castelliti, Onofrio, Poerio, Vincenzo Nicoscia, Pasquale Nicotaro, Silvestro Spadafora, Giuseppe Lisonia ecc., il palazzo di Antonio Fucile, alcuni piccoli orti (Gregorio Bruno), le strade di Onofrio Poerio e dell’Annunciata, la chiesa di S. Domenica ed il trappeto di Francesco Trapasso.
In contrada Patia vi sono le case di Stefano Cavaliere, Antonio Mungo, Dom. Guarino, i magazzini di Bruno Talarico, del duca di Isola e di Felice Bruno; c’è la fontana presso la quale sono situate le case di Pasquale Calabretta, Antonio Garcea ed il casaleno di Gregorio Bruno.
Presso la chiesa e strada del Carmine sorgono le sette case della chiesa di Santa Caterina, il magazzino e l’orto dell’arcidiacono Carcea.
Nelle vicinanze presso la chiesa e strada di S. Caterina troviamo le case di Luigi Monticelli, Antonia Mandarano, il palazzo di Giannantonio Leto, gli orti di Nicola Giannino e Nicola Vilotta ed il vignale di Cesare Corabi.
Francesco Murgante e Felice Bruno abitano al Piano della Croce, in contrada di Carlo Bruno vi sono le case di Felice Caracciolo e di m.o Agatio Catrambone ed il palazzo di Domenico Piro.
Bruno Castelliti abita alla strada di Passafaro. A Faragò vi è la casa di Francesco Mantegna ed il palazzo con orticello di Paolo Faragò. Francesco Faragò abita in contrada S. Nicola ed Antonio Garcea in contrada Talarico.
Vi sono inoltre i palazzi dei Murgante e di Francesco Pittella.
Oltre alla cattedrale ci sono le chiese di Santa Domenica, della SS.ma Annunciazione, della Beata Vergine de Monte Carmelo, di Santa Caterina, di Santa Maria degli Angeli, di San Marco, di Santa Maria ad Nives o La Greca e le chiese campestri di Sant’ Anna e San Basilio.
Le case, abitate per lo più da braccianti e “filandare”, erano quasi tutte composte da una sola stanza terranea di circa 30 metri quadrati. Dominate da grandi alberi e separate da piccoli orti, costituivano un paesaggio urbano gradevole. L’abate di Saint – Non, che vi capitò in un giorno di mercato nell’estate del 1778, descrisse la città di Isola come una tra le più graziose che aveva visitato. Paragonandola ad un piccolo villaggio olandese, la fece disegnare da uno degli artisti al seguito.

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Isola Capo Rizzuto (KR), epigrafe posta alla fontana detta “Cavallazza”.

 

Verso il latifondo
Dopo aver toccato il suo minimo a cavallo della metà del Seicento, con le 727 anime segnalate dal vescovo Antonio Celli nel 1642 e le circa 600 nel 1660 al tempo del vescovo Carlo Rossi, la popolazione era aumentata a circa 1000 abitanti sul finire del Seicento. Durante il Settecento essa era raddoppiata, passando dai 96 fuochi del 1669 ai 140 del 1732, e contando Isola sul finire del Settecento circa 2000 abitanti (1984 nel 1818). Se la popolazione era cresciuta, segno del venir meno delle grandi epidemie e carestie, che avevano caratterizzato il Seicento, non era mutata di molto la distribuzione della proprietà.
Il terremoto del 1783 causò solo qualche rovina. Nonostante che il paese fosse stato dichiarato “sano e salvo”, alcuni opportunisti ne approfittarono per rifarsi le abitazioni a spese della Cassa Sacra. Furono diroccati due palazzi “pericolanti” (quello della famiglia del Rio ed uno vicino al palazzo Telese) e si provvide a riparare numerose case, che erano state dichiarate completamente “dirute”.
Per far fronte alle spese per la ricostruzione degli abitati colpiti dal sisma vennero soppressi numerosi conventi ed altri istituti religiosi. Anche se tutte le chiese di Isola si erano conservate intatte, esse furono soppresse, eccetto la cattedrale, ed i loro beni, come anche quelli del convento di San Nicola, delle confraternite e dei luoghi pii, passarono in amministrazione alla Cassa Sacra.
Alla fine del Settecento la proprietà fondiaria risultava nel complesso inalterata e ripartita tra gli antichi proprietari e cioè i commendatari delle abbazie, i vescovi di Crotone e di Isola, il feudatario, alcuni enti ecclesiastici crotonesi (decanato, cantorato, beneficio di Santa Maria degli Angeli), anche se alcuni enfiteuti (Berlingieri per Forgiano ed i Filomarino per le terre di Santa Maria di Corazzo) avevano cominciato ad erodere le grandi tenute ecclesiastiche.
La popolazione attiva era composta per la maggior parte da braccianti (70% circa), seguiva un folto gruppo di massari (11%) e quindi la classe dominante composta da ecclesiastici (12%) e da nobili (2%). Completava il quadro un piccolo gruppo di artigiani composto da falegnami, scarpari, tavernari, molinari, pignatari, barbieri, fabbricatori ecc.
Se la terra apparteneva per lo più a forestieri, la proprietà del bestiame (bovini, ovini, suini) era per metà in mano agli ecclesiastici locali ed il resto ripartito tra i massari (buoi aratori) ed i nobili.
Nove di questi ultimi (2%) possedevano la metà del bestiame, mentre il feudatario da solo ne aveva un quinto.
Inoltre la maggior parte della proprietà immobiliare (case terrane, case palatiate, magazzini, stalle) era in mano al clero (chiesa dell’Annunziata, cappella del SS. Sacramento, mensa vescovile).
Anche se era ormai lontano il tempo in cui il vescovo Antonio Celli (1641 –1645) scorgeva nel pallore del volto degli abitanti il segno della brevità della loro vita, “pallido incedunt vultu, et pauci senectutem attingunt”, rimanevano ancora valide le sue parole: “niente possiedono, in quanto tutto è della chiesa e del barone, perciò sono oppressi dalla grande miseria”. Gli unici mutamenti avvenuti da allora nelle campagne erano che le quote dei baroni erano aumentate a scapito di quelle della chiesa e si era formato un piccolo gruppo di industrianti/massari locali, che aveva fatto fortuna, gestendo le terre degli assenti proprietari. La condizione bracciantile non era mutata; alla moltitudine alla fine del Settecento rimanevano, per i più fortunati, solo l’abitazione in una casa terranea, composta da un’unica stanza, ed un pezzo di vigna (gravate quasi sempre da canoni e censi da pagare al feudatario o alla chiesa). A volte si aggiungeva l’asino, il maiale e qualche gallina. Questa estrema povertà si manifesterà in più occasioni. Durante l’invasione francese del regno, nel marzo 1799, ci fu una “irruzione popolare” nei magazzini, sia pubblici che privati, e fu sottratto l’olio, il grano e le altre vettovaglie ed il tutto fu distribuito al popolo. Particolarmente presi di mira furono in quell’occasione i beni di Giuseppe Salsamo, che aveva preso in fitto il feudo di Isola, feudo che nel 1798 era passato da Fulvio Gennaro Caracciolo, duca di Montesardo, ad Ignazio Friozzi e sarà dopo poco, nel 1806, venduto ad Alfonso Barracco. L’otto luglio 1806 la città fu messa a ferro e fuoco dalle truppe del generale Reynier, le quali si accanirono sulla città, per punire gli abitanti, che avevano saccheggiato alcune navi francesi, che costeggiavano, cariche di viveri e di feriti. Nei primi decenni dell’Ottocento la proprietà fondiaria, che era rimasta inalterata per molti secoli, veniva completamente sconvolta. Alla vendita di alcuni beni incamerati dalla Cassa Sacra, seguì la legge sull’eversione della feudalità, quindi il fallimento delle quotizzazioni dei demani. A tutto questo si aggiunse la soppressione nel 1818 del vescovado di Isola, i cui beni vennero aggregati alla mensa vescovile di Crotone.

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Isola Capo Rizzuto (KR), ruderi del castello.

 

Il dominio dei Barracco
La nuova situazione permetterà ad Alfonso Barracco, e poi al figlio Luigi, di ingrandire enormemente la proprietà e di divenire il padrone incontrastato non solo di Isola, che in questi anni allargò il suo territorio comunale aggregando anche il villaggio di Le Castella, ma anche di gran parte del “Marchesato”.
Iniziava così la formazione del latifondo. Oltre al feudo di Isola i Baracco riescono, in pochi decenni, ad accumulare i feudi di Cerenzia dei Giannuzzi Savelli e di Caccuri dei Ceva Grimaldi, il feudo di Cutro e Le Castella dei Filomarino (1817) e la baronia di Tacina e Massanova dei Doria (1834).
A questi ultimi feudi ricadenti in territorio di Isola, o nelle vicinanze, verranno aggiunte la grancia di Sant’Anna acquistata dai De Nobili (1840), la difesa di Campolongo ed il fondo San Leonardo dai Vercillo.
I Barracco inoltre rastrellarono anche i piccoli appezzamenti dei quotisti, provenienti dalla ripartizione dei demani del Decennio francese (Ritani, Cuture ecc), quando vennero assegnati al comune di Isola vastissimi territori perché fossero ripartiti tra i cittadini, e piccoli fondi di proprietari del luogo (Trapasso, Aspro e Bruno)
(Nel 1837 i Baracco si impossessano degli oliveti di San Giovanni e Colosimo dei Trapasso).
Essi riuscirono così ad avere il controllo totale sulla vita economica, amministrativa ed anche religiosa di Isola. Oltre ad essere proprietari del vasto patrimonio terriero, gestirono le terre accatastate al comune e quelle ecclesiastiche dell’ex vescovo di Isola, del vescovo di Crotone e delle abbazie (Nel 1819 Luigi Barracco tra le altre terre aveva in fitto Ritani, il corso di Santa Barbara, San Pietro, il palazzo vescovile ed il diritto di esigere la decima sulle biade che si seminano a Buggiafaro).
Questa concentrazione delle terre in mano ad un unico proprietario se nella prima fase dell’accumulazione porterà ad una certa rinascita della città (costruzione del palazzo, già esistente nel 1837, nuova apertura di alcune chiese, economia di corte legata ai bisogni della famiglia del latifondista, formazione di nuove professionalità per la gestione del latifondo: bovari, massari, guardiani, magazzinieri, ortolani, condottieri, sovrastanti, fattori ecc.) determinerà una generale dipendenza ed impoverimento della popolazione privata del possesso dei mezzi di produzione della terra e dei diritti universali e soggetta al monopolio politico ed economico baronale.
Ai Barracco appartenevano i due grandi trappeti di Tripani e della Pidocchiella ed i sette mulini di Sant’Anna, Zagorà, Ilice, Ilicicchio, Corazziti, del Ponte e Porcariti; a questi nel 1837 si aggiunse il grande e moderno concio di San Pietro, dove lavorava un centinaio di persone al comando di un caporale e dove fu introdotta nel 1865 una potente macchina a vapore per aumentare e migliorare la produzione.
Contribuì inoltre all’impoverimento della popolazione il terremoto, che colpirà Isola l’otto marzo 1832, distruggendo circa il 20 % dell’abitato e causando gravi danni al rimanente. A causa del sisma tra i palazzi allora esistenti (Er. Domenico Valeo, Er. Antonio Calimera, Leonardo Castelliti, Francesco Viola, Giuseppe Lattari, Michele Bruno, Antonio Cinnere, Er. Antonio d’Ippolito, Salvatore Senzano, arciprete Oliverio, Er. Giuseppe Megna, dei Calvo, dei Nardo ecc) caddero quello dei Valeo, dei Viola, dei Megna, di Calvo, di Nessi , di Senzano ecc.
(Isola allora aveva una sola parrocchia nella chiesa collegiale, due congregazioni laicali: dell’Addolorata e del SS. mo Sacramento, alcune chiese nel Borgo: SS. Annunziata, S. Domenica, del Purgatorio, S. Caterina V. e M. usata come camposanto, mentre nei nuovi centri rurali rivitalizzati dal Baracco vi erano le chiese di S. Pietro (distante tre miglia) e di Sant’Anna (distante 5 miglia).
Un oratorio particolare del marchese Berlingieri sorgeva a Forgiano ed un’altra chiesa rurale, quella intitolata alla Madonna Greca, si elevava a Capo Rizzuto ed era meta di una processione che ogni tre anni, nel lunedì dopo la prima domenica di maggio, partiva dalla chiesa collegiale portando l’immagine della Cona Greca, protettrice di Isola, uscendo la mattina e ritirandosi la sera).
A causa dei danni causati dal terremoto del 1832 e poi per il trasferimento dei Barracco a Napoli la decadenza della città si farà sempre più evidente.
Il latifondo Barracco con epicentro tra Isola e Cutro, ma che si sviluppava in maniera continua tra la marina e la Sila, poggiava la sua forza sui “provvisionati”, cioè lavoratori stabili e garantiti da uno stipendio alle dipendenze dirette dei Barracco, che costituivano gli uomini di fiducia e la struttura portante dell’azienda (amministratori, sorveglianti, domestici ecc.). A questi erano associati tutti coloro che erano legati alla famiglia Barracco da rapporti economici e societari (pastori, mandriani, massari, piccoli proprietari, preti ecc.), i quali, quasi sempre stagionalmente, dovevano rinnovare il loro rapporto di lavoro, o di incarico, con il latifondista.
Al vertice vi era la famiglia Barracco, poi in ordine gerarchico l’amministratore generale (con sede prima a Crotone e poi a Isola) seguivano i fattori, i magazzinieri ecc. quindi i sovrastanti che formavano e dirigevano le squadre dei braccianti, questi ultimi forza lavoro saltuaria che veniva immessa nel latifondo a secondo del ciclo agrario .
Alla precarietà bracciantile si associava quella femminile. Relegate per lo più in casa, le donne tessevano umili indumenti di cotone o lana rustica ma anche di lino e ginestra.
A volte contribuivano al magro bilancio familiare con l’allevamento del baco da seta o con piccoli lavori campestri (vendemmia).
Non si può quindi descrivere la società isolana durante l’Ottocento ed anche per buona parte del Novecento senza tenere conto dell’influenza che vi esercitò e dei segni lasciati dalla famiglia Barracco, da alcuni stimata la più ricca del regno.
Soprattutto la gestione e l’uso privato della violenza getterà ombre sinistre sul futuro della comunità isolana, perché come dirà il poeta Gaetano Rodio: “Crudele tirannia, che su gli spaldi/ De’ diruti castelli, in vecchi covi/ Ancor ti annidi, e provochi i ribaldi,/ Tu non moristi. No, da’ merli piovi/ Sangue, e nel sangue vuoi, che ognun stramazzi,/ Come in macello scorticati bovi./ Se l’era medioval sparì, svolazzi/ Tu ancor fra le ruine de’ castelli,/ Risorgi qual fenice, e fai rombazzi”.
Potere quindi economico e politico ma anche violenza organizzata, in quanto un piccolo esercito privato, ben armato, di armigeri, guardiani e custodi vigilava la famiglia latifondista, sorvegliava la campagna ed reprimeva ogni tentativo di ribellione. Così nonostante le molte usurpazioni “su nessuna quantità di terreno pendono contestazioni, perché nessuno osò mai far lite ai due grandi latifondisti, che possiedono immense estensioni di terreno (Barracco e Berlingieri)”.
Si può dire che a Isola tutto, anche l’aria, era del Barracco; dai preti ai rappresentanti dello stato e dell’amministrazione comunale, tutti infatti erano al servizio e risultavano sui libri paga del latifondista.
Tuttavia non mancarono isolati tentativi di ribellione.
Così nel 1848, “quando l’idea terribile del comunismo avea travolto le menti”, furono rubate alcune forme di formaggio ed un giovane calzolaio, che aveva in odio la proprietà, fu accusato di aver tentato di incendiare un bosco del barone. Il tentativo, fallito per il pronto intervento dei guardiani, fu il pretesto per la vendetta del barone contro il ogni forma di ribellione ed il comunista calzolaio pagò la sua malsana fede con otto anni di ferri.
Così nell’inverno 1872 quando, spinti dalla fame, gli abitanti invasero il bosco del Suverito e vi uccisero i daini. Il Barracco, che aveva ripopolato il luogo trasformandolo in riserva personale, dove amava cacciare assieme ai suoi illustri ospiti, fu spietato nella vendetta, privando per molti anni il pascolo agli abitanti.
Il Plebiscito del 21/10/1860 sanzionò l’Unificazione. A Isola tutti i votanti (382) si espressero per il SI.
L’anno dopo il barone Giovanni Barracco veniva eletto nel collegio di Crotone (Isola nel riordino istitutivo dei comuni e circondari del 4/5/1811 era stata posta nella giurisdizione di Crotone e le era stata attribuita la frazione di Castella).
(Il barone Giovanni Barracco verrà eletto più volte nel collegio di Crotone scontrandosi più volte prima col democratico Gaetano Cosentino – il quale riuscirà ad avere la meglio sul barone nel 1867, nel 1870 e nel 1876- e poi sconfiggendo dopo una contestazione nelle elezioni politiche del 1880 Raffaele Lucente.)
Due anni dopo, Isola con decreto del 22/1/1863, assumeva l’attuale denominazione.
Dopo una fase espansiva della cerealicoltura, negli anni Ottanta arrivò la crisi per il crollo dei prezzi causato dalla massiccia immissione nei mercati europei del grano americano.
Seguì dapprima il fallimento dei piccoli proprietari, il calo dei salari, l’aumento della disoccupazione e l’emigrazione. La situazione sociale che venne a crearsi è chiaramente tratteggiata dal Rodio: “Disparità terribile/ Pochi, ben pochi come in brago i ciacchi/ Diguazzano in dovizie,/ E molti e molti logori ne’ tacchi,/ E pertugiati a’ panni/ Passan com’ombre, che dileguan gli anni”.
Poi la crisi colpì i grandi latifondisti del Marchesato che reagirono, sia diminuendo i salari e sfruttando di più i contadini sia abbandonando le terre marginali e tentando di riconvertire le altre a vigneto, agrumeto e oliveto.
Il tentativo si scontrò tuttavia con la concorrenza internazionale, che inviava sui mercati prodotti migliori a prezzi più bassi e col mutamento dei gusti.
Alla fine dell’Ottocento l’azienda Barracco era ormai declinata: l’unico concio di liquirizia, quello di San Pietro, anche se rinnovato nelle macchine, produceva a metà e numerosi trappeti erano stati abbandonati.
Il venir meno del potere economico dei Barracco non intaccò la proprietà della terra, che rimase nelle solite mani.
Si dissolse, invece, la struttura produttiva e coercitiva, che aveva creato il consenso attorno al latifondista ed aveva protetto i suoi beni. La diminuzione degli stipendiati e di tutti quelli, che in una maniera o nell’altra, erano al soldo del barone e l’aumento dei disoccupati cominciò ad incrinare la pace sociale e a rompere la lunga tregua nel latifondo.
I braccianti, sempre più sospinti verso una vita precaria, avevano ormai la forza per rivendicare ed invadere le terre in gran parte incolte.

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Isola Capo Rizzuto (KR), ruderi del castello.

 

Dalle lotte contadine alla riforma agraria
Alla fine dell’Ottocento il latifondo, cioè quel sistema economico che traeva la sua forza da quell’insieme di terre che dal piano si estendeva alla Sila, era detenuto ancora da pochissimi grandi proprietari. Essi possedevano le terre, le mandrie, i semi ed i capitali. Avevano quindi il totale controllo sul credito, sul mercato locale e sull’antico circuito economico, basato sull’alternanza sugli stessi terreni del pascolo e della semina, che condizionava e legava la vita degli abitanti. Anche se alcuni, specie i Barracco, avevano cercato di modernizzare le campagne, costruendo degli opifici ( conci, pastifici) per rendere commerciabili alcuni prodotti (liquirizia, formaggio, grano), il sistema economico latifondistico era ormai giunto al tramonto. Nel collegio di Crotone, nella primavera del 1897, il candidato socialista Carlo Turano, anche se sarà sconfitto dall’agrario Alfonso Lucifero, partecipava alla campagna elettorale con le parole d’ordine dell’esproprio delle terre incolte, dei patti agrari regolati per legge e del credito agrario.
Le idee socialiste cominciarono a penetrare tra i braccianti, soprattutto per l’attiva propaganda del
catanzarese Enrico Mastracchi (consigliere provinciale di Crotone nel 1914, sindaco di Crotone nel 1920 e deputato nel 1921), il quale contribuì alla fondazione della Camera del lavoro circondariale di Crotone (febbraio 1914) e nel maggio 1914 organizzò la prima grande manifestazione contadina, rivendicando patti agrari migliori.
Durante le elezioni di quell’anno, nonostante le pressioni dei latifondisti per far disertare dai braccianti il comizio, il Mastracchi parlò ad Isola Capo Rizzuto “a numerosi presenti, destando schietto entusiasmo… Dopo il discorso l’uditorio improvvisò una dimostrazione al grido di viva Mastracchi viva il socialismo!”.
Già prima dell’entrata in guerra era operante una sezione socialista con 10 tesserati. L’azione della lega assumerà importanza durante le manifestazioni contro il caroviveri e per la rivendica delle terre, che un po’ ovunque si svolsero alla fine della guerra.
Nei primi giorni del luglio 1919, poiché il calmiere dei prezzi, concordato tra commercianti e rappresentanti municipali, non teneva in alcun conto le esigenze della popolazione, la lega organizzò una grande manifestazione.
I braccianti, esasperati, invasero il municipio e disarmarono in malo modo la forza pubblica.
Seguirono numerosi arresti. Poco dopo si apriva la stagione delle grandi lotte per la terra. Esse si prolungheranno fino alla nascita dello stato autoritario fascista, per poi riprendere nel secondo dopoguerra.
Con la caduta del regime fascista e l’avanzare delle truppe alleate, nell’autunno 1944, ripresero nel Marchesato le lotte contadine.
Avere terra da seminare per sfamarsi, questo fu il motivo che spinse la popolazione ad assalire il latifondo. L’immensa proprietà era in mano a pochi terrieri (14 proprietari da soli possedevano quasi la metà di tutte le terre) ed era rimasta intatta durante il “ventennio”, per il reciproco sostegno e consenso tra agrari e fascismo.
Riprendevano vigore anche le antiche rivendicazioni, soprattutto quelle che avevano origine dagli atti di incompiuta divisione demaniale delle terre del 1811. L’accertamento della verità era stata di continuo, per più di un secolo, contrastata dagli usurpatori, che avevano fatto leva sul fatto che spesso dai documenti non si rilevava con precisione e certezza, quale parte dei terreni era spettata al comune, quale ai coloni e quale ai proprietari. Né tanto meno si poteva conoscere e distinguere, quali degli attuali possessori fossero legittimi, perché aventi causa dagli antichi coloni, e quali invece erano quelli che avevano usurpato le terre, che non erano state ripartite ai coloni. Molti coloni poi erano risultati fittizi e prestanome dei proprietari. Inoltre da alcuni atti risultava che le terre ripartite tra i quotisti, non erano state tutte quelle, che sarebbero a loro spettate. Alcuni quotisti avevano dichiarato, di non essere mai entrati in possesso delle quote, perché esse erano rimaste ai vecchi proprietari o accatastate al comune. Altri, che le avevano ricevute, le avevano subito svendute o ipotecate, per le minacce subite dai proprietari, cioè prima dei dieci anni previsti dalla legge.
Il movimento bracciantile raggiunse un certo successo con la “legge Gullo” (DLL 19/10/1944 n.279), che concedeva terre incolte e mal coltivate a contadini associati in cooperative, previo l’assenso di una commissione istituita presso la prefettura di Catanzaro.
Nel novembre 1944 furono così concessi ai contadini di Isola Capo Rizzuto alcuni terreni appartenenti ai Berlingieri, Galluccio e Barracco.
Comunque le terre erano poche e marginali e continuarono le occupazioni (Forgiano e Salica).
Nel Referendum del 2 giugno 1946 e nell’elezione dell’Assemblea Costituente gli Isolitani si espressero chiaramente per una Repubblica (54%) democratica (Udn 45% contro Bnl 33%).
La nuova situazione politica e le tristi condizioni, semplificate dal binomio fame e malaria (quest’ultima debellata solamente nel 1947), favorirono moti di liberazione.
Organizzate dalla Federterra e dal Partito Comunista, ripresero nell’autunno 1946 le occupazioni un po’ in tutti i comuni del Crotonese ed anche con la fine del governo di Unità Nazionale (maggio 1947) e la sconfitta elettorale del Fronte Popolare (18 aprile 1948) non venne meno il movimento contadino, ma si scontrò con la violenza dei terrieri, ormai sorretti apertamente dall’apparato repressivo statale.
A Isola Capo Rizzuto, come anche negli altri comuni vicini, il Fronte Popolare aveva riportato una grande vittoria (Fdp 55% contro DC 38%) e le occupazioni continuarono soprattutto nelle grandi proprietà dei Berlingieri e Barracco.
Alla fine di ottobre 1949, mentre erano in atto occupazioni a Isola, Cutro, Papanice ed in altri comuni, la situazione precipitò.
Il 29 ottobre a Fragalà, un fondo dei Berlingieri in agro di Melissa, la polizia sparò sui contadini, uccidendone tre e ferendone molti.
L’eccidio di Fragalà rese evidente, anche alle forze politiche moderate, l’esigenza di avviare la riforma agraria.
Le leggi “Sila” del 12.5.1950, n.230 e “stralcio” del 21.10.1950, affidarono alla Opera Valorizzazione Sila, un ente preesistente, creato con legge 31.12.1947, n. 1629, “il compito di provvedere alla ridistribuzione delle proprietà terriere ed alla sua conseguente trasformazione con lo scopo di ricavare i terreni da concedersi in proprietà ai contadini”.
Alla fine dell’anno dopo si erano già espropriate, come previsto dalla legge, le proprietà fondiarie superiori a 300 ettari e si dava l’avvio ad opere di riforma agraria e di bonifica.
Il 7 ottobre 1951 il ministro Amintore Fanfani sulla piazza di Isola Capo Rizzuto poteva iniziare la consegna dei certificati di proprietà, che riguardavano 25.993 ettari e 4900 contadini calabresi.

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Isola Capo Rizzuto, ruderi del castello.

 

Fallimento della riforma e nuove forme economiche
L’insufficienza della terra espropriata (infatti non fu toccata la media proprietà, compresa tra i 300 ed i 50 ettari, come richiesto dalle forze di sinistra) ed i molti braccianti da soddisfare determinarono l’esiguità delle “quote”. Parecchi contadini rimasero esclusi.
Peggiorò la situazione. La politica economica governativa, favorendo la Confindustria, contribuì all’abbandono delle campagne, penalizzò l’agricoltura meridionale ed aprì la via ad un drammatico esodo.
La O.V.S. all’inizio aveva svolto un ruolo positivo. Ponendo fine al latifondo, aveva risanato e trasformato ampie zone. Assieme alla Cassa del Mezzogiorno aveva creato occasioni di lavoro, avviato la sperimentazione agraria e fornito assistenza tecnica. Con la costruzione di numerose opere pubbliche aveva dato un forte impulso al rinnovamento dell’agricoltura e creato nuova occupazione. In seguito divenne un grande “carrozzone” ed un centro di corruzione politica e di clientela, utilizzato in maniera spregiudicata dal partito dominante per raccogliere i consensi elettorali.
A Isola Capo Rizzuto furono dapprima distribuite ben 1069 quote per 7620 ettari (alla fine dell’operazione gli assegnatari saranno circa 1300 per un totale di 8234 ettari), costruite numerose case coloniche, strade interpoderali, i borghi rurali di Sant’Anna, Sovereto, Stumio e Campolongo.
I terreni espropriati, costituiti per la maggior parte da seminativi e pascoli (92%), da un po’ di bosco (7%), da un uliveto e da alcuni fabbricati rurali, appartenevano a Barracco (Alfonso e Roberto), Berlingieri (Francesco, Giulio e Irene), Gaetani (Bonifacio, Enrico e Luigi) e Galluccio Giuseppina.
L’esproprio colpì soprattutto la ditta Barracco Alfonso, che fornì i due terzi dei suoli.
All’esiguità delle terre, assegnate alle singole famiglie contadine, si accompagnò la mancanza di capitali e di infrastrutture; inoltre i terreni, tolti al bosco e all’incolto, che nelle prime annate avevano dato rese alte ora man mano, che il tempo passava, degradavano ed avevano bisogno di più concimi, per dare rese mediocri.
Diventava quindi evidente l’urgenza di creare un assetto territoriale più equilibrato. Isola Capo Rizzuto, che all’inizio del secolo conservava ancora vaste tenute boschive (Ventarola, Bosco, Marinella, Soverito, Ritani ecc), che si estendevano per oltre 2000 ettari con cacciagione di ogni sorta, riserve private dei baroni Barracco e Berlingieri, si trovava ora in possesso di un’area boschiva, che non arrivava a 50 ettari. La minore in percentuale di tutti i comuni del Marchesato. Quasi tutto il suo territorio, che nel passato era un grande bosco, era ora a seminativo arido.
Solo una agricoltura, rinnovata nelle scelte colturali e capace di un nuovo rapporto con il territorio, poteva alimentare una moderna industria di trasformazione che avrebbe permesso la commercializzazione dei prodotti agricoli nei mercati del nord. Solo così si potevano creare profitti e nuove occasioni di occupazione all’origine. A questo nuovo modo di produzione nelle campagne si doveva affiancare la nascente industria turistica.
Il fallimento della riforma agraria, la conseguente emigrazione e l’azione dei nuovi centri di potere determinarono nelle elezioni del 28 aprile 1963 il sorpasso della Democrazia Cristiana sui partiti della sinistra e la nascita di una amministrazione capeggiata da un grande proprietario, il conte Gaetani.
Questa fase si prolungò fino all’autunno 1967, quando il sindaco fu costretto alle dimissioni dalla protesta popolare: i contadini, che avevano invaso il fondo demaniale “Fratte”, in parte usurpato, avevano rivendicato alcune terre del sindaco e nella sera del 6 novembre avevano inchiodato il portone comunale.
Il moto popolare dell’ottobre 1967, oltre a far uscire di scena la giunta democristiana, mostrava all’opinione pubblica nazionale l’esistenza di realtà al limite della civiltà. Ad Isola Capo Rizzuto mancavano ancora l’acqua potabile, le fognature, strade e scuole decenti ed addirittura di cimitero.
Venne in evidenza anche l’esistenza di una proprietà fondiaria, passata indenne attraverso la riforma, in mano ad alcuni privilegiati, che si era rafforzata, attingendo a piene mani e dirottando in suo favore i flussi del denaro pubblico. Ciò era potuto avvenire, utilizzando i canali clientelari del potere politico. Moltissime famiglie, invece, erano ridotte alla fame, perché la loro terra non produceva un reddito sufficiente ed erano soggette al continuo ricatto delle integrazioni.
La nuova amministrazione popolare si pose come scopo primario quello di reperire altra terra, di creare un vasto sistema di irrigazione, di procedere alla valorizzazione delle risorse naturali (coste e spiagge in primo luogo) e di vigilare e lottare contro le speculazioni, portate avanti da accaparratori locali, che avevano alle spalle i grandi gruppi finanziari, che cominciavano a penetrare il territorio, impossessandosi delle parti migliori e gestendole in maniera privatistica, avulsa da ogni ricaduta economica sulla popolazione.
Il 26 luglio 1969 veniva convocata a Isola Capo Rizzuto, soprattutto per iniziativa del senatore locale Pasquale Poerio, una conferenza agraria per sollecitare l’avvio del piano irriguo Neto – Tacina, nodo strategico per la trasformazione da asciutta in irrigua della agricoltura dell’altopiano.
Per la realizzazione dell’opera erano richiesti ingenti finanziamenti. Si trattava infatti di creare delle opere pubbliche infrastrutturali, sia al piano che a monte (invasi, canalizzazioni, adduttori ecc.), tali da permettere l’irrigazione di circa 50 mila ettari.
Questo avrebbe permesso l’introduzione di nuove colture, che trasformate e commercializzate, avrebbero alimentato lo sviluppo industriale e turistico.
Sempre in questo periodo, per venire incontro alla esigenza di nuove terre, l’OVS acquistò dagli Eredi Barracco “la Pidocchiella” ed il “Concio”.
Si trattava di circa 330 ettari parte olivetati (200 ettari) e parte a seminativo semplice.
Il tutto rimase però in gestione all’OVS, essendo subito sorti aspri contrasti (che si prolungheranno per anni) tra coloro che volevano assegnarli ad alcuni quotisti (OVS), altri volevano affidarli ad una cooperativa ed altri ancora darli a contadini giovani e sposati senza terra.
Procedeva la valorizzazione delle risorse culturali con l’approvazione del progetto di difesa dal mare del castello di Le Castella (1971), la costruzione di scuole materne e medie (1973) e iniziavano le opere del piano irriguo (invaso lago di S. Anna e prima “trance” di 1500 ettari di terreno da irrigare).
Frattanto il consiglio comunale con delibera n.10 del 18.3.1972 aveva approvato i “Piani di zona”, ponendo le premesse per assicurare, mediante l’esproprio, suoli edificatori a basso costo per rendere accessibile ai lavoratori la costruzione di alloggi.
A questo intervento seguì la presentazione del “Programma di fabbricazione” e della “167” (approvato dalla Regione dopo quattro anni di attesa), che tracciando lo sviluppo urbanistico e permettendo l’esproprio di circa 150.000 mq. di terreno allo Spartitore e a Le Castella per case di lavoratori, scuole, verde ecc., cominciò ad intaccare gli interessi di alcuni proprietari. Quest’ultimi tentarono di vendere i terreni vincolati ed agirono su alcuni consiglieri, per far cadere l’amministrazione, già in difficoltà per l’aumento della disoccupazione, il peggioramento delle condizioni della popolazione, la criminalità e l’illegalità.
Così mentre l’amministrazione popolare riusciva ad “ottenere finanziamenti per le reti idriche e fognanti, la scuola materna, la scuola di Madonna degli Angeli, il mattatoio, le strade interne, l’ufficio postale e cercava di applicare la legge 167 per realizzare opere di urbanizzazione e servizi pubblici espropriando la zona “Spartitore” dove dovranno essere costruite dallo Istituto Autonomo Case Popolari le case dei lavoratori ed il complesso edilizio della cooperativa “Unità”, vi è chi “con manovre palesi ed occulte, attraverso minacce, ricatti e ricorsi, cerca di fermare la rinascita di Isola e Le Castella”.
L’amministrazione popolare, condizionata e soggetta a continue verifiche di programma con dimissioni di sindaci, durerà fino al 1979, anno in cui il PSI abbandonando il PCI si associò alla DC.
Si apriva ad Isola Capo Rizzuto una lunga fase di instabilità politica e sociale. La ricerca di catturare il consenso elettorale andò a discapito della legalità e della vita civile.

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  1. Pietro Girasole
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    • Pino RENDE

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