Paesaggi Crotonesi: Il piano di Prasinace e la mitica città di Laureta

Prasinace detto Prestica

La “R.e Prestica” nella carta dell’ing. Giorgio de Vincentiis, 1889.

“In queste convicine campagne stava anticamente fabricata una città chiamata Loreta dal nome di Laura figliuola di Lacinio, e sposa di Crotone, ch’inavedutamente è stato ucciso da Ercole, come s’è detto ne principio di questo libro; e dal nome di questa città molte volte i Crotonesi sono chiamati Laureti, come suol dire Licofrone nella Cassandra. “Turres destruent Lauretae filii”. Cioè distruggeranno le torri i figli di Laureta” (Marafioti G., Croniche cit., pp. 206 -207).

Ubicazione di Laureta
Sia il Nola Molise che il Fiore ed il Lenormant collocano la città di Laureta tra il Capo delle Colonne e la città di Crotone.
“Tra questo capo delle colonne, et la Città di Crotone era un’altra Città, detta Laureta, così chiamata da Laura figlia di Lacinio, et moglie di Crotone, conforme dice Isacio interprete di Licofrone nella Cassandra, et altri Autori, come in altri luochi ho descritto: anzi l’istesso Licofrone volendo nominare i Crotoniati disse in sua lingua greca, che poi detto Isacio tradusse in latino. “Turres destruent Lauretae filii”.
Intendendo per li Crotoniati, che fossero un’istessa cosa, overo perche alcuni Laureti fossero andati ad habitare in Crotone, et come dependenti da Laureta l’Autore li chiama figli, hoggi pare vestigii di questa Città Laureta nel piano dove si dice Prasinace, dove si ascende per un camino chiamato Calo Laura, Calo parola greca in latino tradotta vuol dire res bona, et honesta, come volesse dire la bona, et honesta Laura, dicendo Calo Laura. Questa Città fu desctrutta da Saraceni, come si dirà a suo luogo nelli seguenti libri.” (Nola Molise G. B., Cronica, p. 66).
“Laureta: città fondata da Laura, figlia di Lacinio e moglie di Cotrone. Città antichissima posta tra Cotrone e il Capo delle Colonne, abitazione di quei antichi popoli, quali furono i primi ad abitar quelle contrade, di questa favellò l’interprete di Licofrone, chiamandola città di Cotrone, che fu marito di Laura sua moglie, Laureta, à Laura Lacinii Filia dicta, scrive l’autor medesimo. Licofrone , chiamò i Cotronesi, figlioli di Laureta “Cutroniatae vero … Turres devastabunt Lauretae filii …” le rovine non le vennero dal di fuori, ma dal di dentro di se medesima, quando avanzatosi Cotrone in Repubblica, tutte le città all’intorno di minor grido gli corsero in seno …” (Fiore G., Della Calabria cit.).
“Quanto a Laura o Laureta, essa fu l’eponimo di un borgo di Laura, dipendente dal territorio di Crotone, ed evidentemente vicino al promontorio, essendo Laura considerata figliuola di Lacinio. Sulla via che conduce da Crotone a Capo delle Colonne, circa a metà distanza, s’incontra una località, oggi deserta, che porta il nome greco di Calolaura, evidentemente dall’epoca bizantina. E’ probabile che sia questo un vestigio del nome del borgo di Laura.” (Lenormant F., La Magna Grecia cit. , II, p. 7).

“Calolaura” e “Colalauro”
Secondo il Nola Molise il luogo dove sorgeva la città distrutta di Laureta si chiamava “Calo Laura”, cioè la buona e onesta Laura.
Questa interpretazione fu avversata da Armando Lucifero, che in nota al Lenormant scrive: “Il sito che il Nola Molise chiamò inesattamente CaloLaura, si chiama e si chiamò sempre in dialetto Colla Laura, cioè Colle Laura”. Per il Lucifero anche l’identificazione del luogo è sbagliata in quanto “ Se Colle Laura è il sito dove doveva sorgere Laura, esso è più vicino a Crotone ed è sul versante sud delle colline dette Sanda e Sandella, e propriamente nel fondo Vrica, o poco dopo” (Lenormant F., cit., II, pp .138, 203, in n.).
Se a riguardo del toponimo nei documenti antichi troviamo sempre il toponimo “Colalauro” e non “Calolaura”, la presenza di un borgo agricolo, o di più borghi, situato tra Crotone e Capo delle Colonne è una ipotesi verosimile e convalidata sia dai ritrovamenti che dai numerosi resti in pietra utilizzati al tempo della costruzione delle fortificazioni della città al tempo di Carlo V; pietra che veniva imbarcata soprattutto nelle località “Cala dela Bruca” e “Sanda”.
Dagli atti della visita pastorale compiuta nel 1720 dal vescovo di Crotone Anselmo dela Pena ricaviamo che il beneficio di juspatronato della famiglia Capocchiano, senza altare e cappella sotto il titolo di S. Andrea Apostolo, del quale era rettore il chierico Antonio Raymondo, possedeva “Un vignale in Prasinace sopra Colalauro di salme 4 diviso in due pezzi, confine il vignale del Decanato di questa catedrale in den(aro) D(ocati) 8″ (Anselmus cit., f. 40v). Sempre in territorio di Crotone troviamo citati più volte altri toponimi simili “la gabella La Colla di Zaccano” (Acta, f. 138v), il territorio “Colla della Sala”, ecc. E’ evidente quindi l’identificazione di “colla” con “collina”.

Piri Reis

La località appare evidenziata nella carta di Piri Reis del 1521 (Walters Art Museum, Baltimore, W 658).

 

I confini di Prasinace ora Prestica
La località Prasinace confinava con i “Piani di Nao”, Santa Domenichella, S. Pietro, Tuvolillo, Racchio, Santa Domenica, Maddamma Paula, Decanatello, Colalauro e Condurini ed è da identificare con la località ora chiamata erroneamente Prestica.

La sorgente “Prasinace”
La località era ricca di acque sorgive: “… dopo il Monte , detto hoggi la Brica, per l’istessa pianezza si ritrova verso lo capo delle colonne la Fontana detta Prasinace …” (Nola Molise G.B., Cronica cit., f. 62).
Il Monte del reverendo canonico D. Silvestro Misciscio detto “de’ Maritaggi” possedeva “una gabella detta S.ta Dom(eni)ca sopra la fontana di Prasinace confine il vignale di S.ta Margarita D(ocati) 20” ( Anselmus, f. 54).

La località Prasinace
Prasinace fu anticamente una località e non quindi una semplice gabella o vignale. Questa sua qualità la pone in una dimensione diversa rispetto al territorio circostante e quindi su di essa gravitante. E’ evidente l’ipotesi dell’esistenza di un agglomerato umano, che aveva alcuni diritti su un territorio limitato e distinto.
Ancora nel Seicento si poteva leggere che le terre dette Madamma Paula e quelle di Santa Domenica erano in località Prasinace.
Nei capitoli matrimoniali riguardanti lo sposalizio tra la Damicella Adriana Pipina e Francesco Tricarico di Casubono, l’ava materna Beatrice Caponsacca, la madre della futura sposa Cornelia Barricella e lo zio paterno Camillo Pipino promettono di consegnare come dote “ la tercza parte dele terre dette di Madamma Paula, site nel territorio di detta Città loco detto Prasinace, jux.a le terre dotali del S.r Dionisio Pipino e le terre del ven. monastero di S.ta Chiara” (ANC. 49, 1591, 61). Alla fine del Seicento la chiesa parrocchiale di S. Veneranda e Anastasia possedeva un territorio di tt.a 15 seminanti oltre il terreno in erbaggio detto Santa Domenica loco detto Prasinace (Acta cit., f. 31v). La località era particolarmente ricercata per i suoi territori “feraci e fertili”, adatti soprattutto al pascolo, come si rileva dal prezzo dell’affitto “in erba”, che era di circa 20 carlini la salma (“Quando si danno in affitto li territorii in erba per uso di pascoli per quelli che sono feraci et fertili l’affitti per uno anno si sogliono fare, sino alla raggione di carlini venti la salma, et quelli di minor conditione qualche cosa meno del sud.o prezzo, secondo le richieste et bisogni dell’affittuarii”, ANC. 667, 1746, 166).

Prasinace tre

Crotone, località Prestica.

 

Il monastero delle clarisse di Crotone
Già alla fine del Cinquecento il maggior proprietario delle terre è il monastero di Santa Chiara di Crotone. La gabella di Prasinace rimarrà in possesso del monastero per oltre due secoli.
Le clarisse di Crotone nella seconda metà del Seicento amplieranno la loro presenza con l’acquisizione della gabella confinante di Carbonarella. Il 6 maggio 1672 il monastero raggiungeva un accordo con Carlo e Gioseppe Modio della città di Santa Severina per l’accoglimento in clausura di tre figlie di Gioseppe Modio. Come parte del pagamento della dote i Modio si impegnarono a consegnare al monastero la metà della gabella detta La Carbonarella, situata in loco detto Nao, che i Modio possedevano in comune e indiviso con la signora Catherina Scavello di Strongoli. La gabella confinava con la gabella di Prasinaci del monastero, e con le gabelle Racchio, Madamma Paula e altri confini. L’entrata della gabella, per la metà che apparteneva ai Modio, era di “salmate” otto per ciascun anno quando si semina e fu stimata da comuni amici per il valore di ducati trecento, alla ragione di ducati trentasette e mezzo la salmata. ( ANC. 253, 1672, 37 -41). Non passano molti anni ed il monastero completò l’acquisizione della gabella. Nel febbario 1675 le sorelle Faustina e Claudia Scavello di Strongoli entrano nel monastero e portano come dote una casa palatiata ed una bottega in piazza Lorda del valore di ducati cento e la rimanente metà della gabella Carbonarella del valore di ducati trecento ( ANC. 334, 1675, 36 -39). Sempre nelle vicinanze il monastero possederà un altro vasto territorio, la gabella Sandella, dell’estensione di 400 tomolate di terre “sterili, rase e nobili atte solo ad uso di pascolo”.
Alla fine del Seicento il monastero di S. Chiara possedeva una gabella nominata Prasinaci confine la Carbonarella, che affittava quando a massaria in grano salme venti, quando in erbaggio in denaro ducati novanta incirca ed una gabella detta la Carbonarella confinante con il territorio di Presinace in grano salme dieceotto, in denaro ducati trentasei ( Acta, f. 125v, 127). Altri proprietari erano: Il beneficio di S. Andrea Apostolo, che aveva un vignale nel luogo detto Prasinace e lo affittava in grano salme cinque, in denaro ducati dieci in circa (Acta, f. 148v) e la chiesa parrocchiale di S. Veneranda, che aveva un pezzo di terra dentro il territorio di Prasinaci confinante con il Tenimento dei Geraci, che affittava in grano tomoli ventiquattro in denaro ducati quattordici (Acta, f. 117). Tra i proprietari confinanti troviamo la cappella della Natività in cattedrale, che possedeva la terza parte d’una gabella detta Maddamma Paula, che affittava solamente a pascolo, ricavando circa quindici ducati all’anno( Acta, f. 104v) ed il Decanato, che aveva una gabella detta il Decanatello, che quando affittava a semina ricavava circa dieci salme di grano e quando a pascolo circa venti ducati all’anno ( acta, ff. 133-134).
Le due gabelle di Prasinace e di Carbonarella di solito erano affittate assieme e allo stesso fittavolo, che poi spesso le subaffittava ai mandriani o ai coloni. Esse erano date in fitto per tre anni a pascolo e poi per tre anni a semina o ad ogni uso. Dal 1701 al 1703 Prasinace e Carbonarella erano in fitto al nobile crotonese Gio. Battista Barricellis, la prima per ducati 90 annui, la seconda per ducati 25 annui. In seguito per il triennio successivo furono affittate ad ogni uso ai massari Cristofolo e Dionisio Giaquinto la prima per ducati 100 annui la seconda per ducati 33 annui. ( Platea del monastero di S. Chiara, 1702–1704, ff. 4, 7).

Proprietari
Nei primi decenni del Settecento la località, dove l’attività economica preminente è il pascolo, è divisa tra pochi proprietari. Quasi tutti sono enti di natura ecclesiastica. Oltre al monastero di Santa Chiara, che possiede la maggior parte delle terre, vi sono il Decanato della cattedrale di Crotone, la chiesa parrocchiale di Santa Veneranda e Anastasia, la chiesa parrocchiale di Santa Margherita, il beneficio della Natività della cattedrale di Crotone, il seminario ed il monte di maritaggi di Silvestro Misciascio. Tra i proprietari laici troviamo i nobili Giuseppe Antonio Ramirez e Dionisio Pipino e Gio. Domenico Trimboli
Al tempo della visita del vescovo Anselmo dela Pena la situazione non è di molto cambiata. Il monastero di Santa Chiara mantiene “una gabella nominata Prasinace di salmate 20, ed un’altra detta Carbonarella di salmate 18 contigua, confine Madamma Paola di Gallucci, oggi di Giuseppe Antonio Ramirez e Racchio di Dionisio Pipino, che affitta in pascolo per ducati 135 all’anno ed in semina per annui tomoli 250 di grano (Anselmus cit., f. 13). I proprietari confinanti sono il Decanato che possiede la gabella detta il Decanatello, confinante con Prasinace del monastero di S. Chiara e con la gabella Santo Spirito del seminario. La gabella è affittata quando in grano per salme dodici annui e quando in denaro per ducati trenta ( f. 20v); la chiesa parrocchiale di S. Veneranda e Anastasia che ha un territorio di tomolate 15 seminanti oltre il terreno in erbaggio detto Santa Domenica in località Prasinace, confinante con i terreni detti Santa Domenichella e il Denato. La gabella è affittata: in grano tomoli. 30, in denaro ducati 15 (f. 31v); la chiesa parrocchiale di S. Margherita, che ha un vignale in Prasinace confinante con Santa Domenichella dell’eredi di Gio. Dom,co Trimboli e Santa Domenichella di Santa Veneranda, in grano tomoli 18, in denaro ducati 8 (f. 33); il beneficio della Natività che ha il Terzo di Madama Paula, confinante con Prasinace e la Cucugliata del Decanato: la gabella è affitatat solo in denaro per ducati 26 annui (f. 37); il monte del canonico D. Silvestro Misciascio detto de’ Maritaggi che possiede una gabella detta S.ta Domenica sopra la fontana di Prasinace confine il vignale di S.ta Margarita, che affitta solo in denaro per ducati 20 annui (f. 54).

Prasinace uno

Crotone, località Prestica.

 

Un tentativo di usurpazione
Il monastero di Santa Chiara manterrà inalterato il suo possesso per quasi tutto il Settecento. Nel catasto onciario del 1743 troviamo infatti che il monastero possiede “Un territorio chiamato Parasinace di tt.a 410, confine Santo Pietro, e li Condorini, stimato d’annua rendita effettiva D(oca)ti 100” (Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 243).
Dopo il terremoto del 1783 il monastero fu sospeso e l’amministrazione dei beni passò alla Cassa Sacra. Il grande patrimonio fondiario, che nel corso dei secoli aveva accumulato il monastero, fu subito oggetto delle mire dei nobili locali, i quali tramite prestanome cominciarono a porre delle ipoteche su una futura acquisizione. Nel giugno 1785 il delegato della Cassa Sacra, dietro offerta di decima, diede in fitto Prasinace per 29 anni al crotonese Nicola Coccari per annui ducati 250. Nel contratto fu stabilito che il Coccari doveva a proprie spese “coltivare, aumentare e migliorare il detto fondo”, sotto pena di decadere dall’affitto. Egli inoltre rinunziava a qualunque diritto di sconto ed i suoi eredi e successori sarebbero stati obbligati in solidum al pagamento dell’affitto. Il Coccari si obbligò a non dare in subaffitto né cedere ad altri la gabella. Qualora ciò fosse accaduto, l’affitto era revocato.

I prestanome
La gabella all’atto della sospensione del monastero di Santa Chiara è così descritta. “Presinace, o sia Carbonella. Gabella dell’estensione di tomolate quattrocento cinquanta di terre rase e nobili, delle quali tt.e ( tomolate) 150 sono aratorie per un triennio, e per l’altro ad uso di pascolo; equalmente che le altre tt.e ( tomolate) 300, le quali sono atte al solo pascolo; ed è sita in territorio di Cotrone. Confina da tramontana, ed oriente col fondo detto tenimento di Zurlo, da mezzo giorno, ed occidente colli beni del marchese Berlingieri. Con obbligo stipolato dal notar Vatrella si trova affittata a Giuseppe Messina e Beatrice Tiriolo per il termine di anni tre principiato dal dì 15 agosto 1789, e per l’estaglio di annui ducati 250 da corrispondersi in ogni dì 8 settembre. (In nota) Colla vendita delle vacche di Nicola Coccari e Beatrice Tiriolo si trova già esatta la prima annata” (Lista di carico, 1790, f. 4). Da subito infatti a Giuseppe Messina era subentrato Nicola Coccari e l’affitto da tre era passato a 29 anni, mentre fu ridotto il canone da 250 a ducati 200 annui.
Il monastero sospeso di S. Chiara “possedea una gabella detta Presinace di annua rendita D. 100 qual’è passata in rubrica di Nicola Coccari, per essersila presa ad Longum tempus e per anni 29 in affitto, franchi di fiscali per la C(assa) S(acra) (Catasto onciario 1793, f. 180).
Nel 1795 il fittavolo Coccari, che operava per un nobile del luogo, si era già reso inesatto agli obblighi assunti e perciò la Cassa Sacra aveva sottoposto a sequestro le rendite della gabella.
Nel maggio di quell’anno il Coccari, con regio assenso, cedette il suo contratto alla sorella Chiara ed alla nipote Francesca Coccari. Passarono gli anni e nel 1804 la gabella , come gli altri beni, ritornò in amministrazione del monastero. Passati i 29 anni, il primo settembre 1814 aveva termine il contratto stipulato nel 1785 e le clarisse cercarono di ritornare nel pieno possesso della gabella e di procedere ad nuovo affitto. Si opposero i Coccari dichiarando, che essi avevano ottenuto la gabella in enfiteusi e quindi il monastero non poteva procedere ad un nuovo affitto. Era giunto a Maturazione in questi anni il disegno che doveva portare ad un definitivo passaggio del fondo in potere del barone Berlingieri. Nel 1814 Nicola Berlingieri, fratello del barone Pietro Berlingieri, era governatore del monastero ed in suo nome fu sostenuto il giudizio contro il Coccari. Sfruttando la conoscenza e la complicità, sia all’interno del monastero che nella curia vescovile, il barone si metteva all’opera. Dopo poco la gabella cambiava di proprietà. Con una finta vendita il 10 maggio 1816 i Coccari vendevano la gabella per ducati 2000 al prestanome Giuseppe Martire, dichiarando che la gabella era soggetta al solo annuo canone di ducati 200 in favore del monastero di S. Chiara. Il 16 maggio 1817 Pietro Martire con un’altra finta vendita rivendeva la gabella per ducati 3000 al barone Pietro Berlingieri. Conoscendo il barone Berlingieri la precarietà del possesso, cercò di sanarla e perciò il 23 giugno 1819 fu stipulato un contratto tra il Berlingieri ed il procuratore delle clarisse per una censuazione perpetua del fondo. La richiesta di assenso avanzata dalla badessa fu approvata dalla curia vescovile. Perché l’atto potesse avere un esito, occorreva però ottenere i dovuti permessi da Napoli e da Roma, altrimenti il contratto era da ritenersi nullo.

Prasinace due

Crotone, località Prestica.

 

La gabella passa di mano
La platea del monastero mostra il tentativo di passaggio con la sostituire del contratto di affitto triennale, che doveva essere stipulato tra il procuratore del monastero e coloro che prendevano in fitto le terre ed al quale erano soggetti tutti fondi del monastero, con il contratto di enfiteusi, cioè con una concessione perpetua, che di fatto escludeva il monastero dalla gestione del fondo rustico.
“Una gabella detta Prasinace e Carbonella confina S. Pietro, li Condolini, e Tuvolillo di tt.a 410 (affittata) data in enfiteusi al Sig. D. Pietro Berlingieri, come da Istr.o del notar Luigi Demeo de 23 giugno 1819 da valere dopo ottenuti i dovuti permessi corrispondendo intanto D. 250” (Platea del ven. monastero di S. Chiara.che principia la 1° gennaro 1820 e termina a 31 Xbre di detto anno. Procuratore il M. R. Can.co D. Michele Caruso).
I dovuti permessi tuttavia, come si rileva dalla platea del monastero del 1832, non vennero e nello stesso tempo mutarono le condizioni che avevano favorito il tentativo del barone. Si accese allora una lite tra il monastero ed il barone Berlingieri, il quale oppose vari pretesti quali le spese per l’acquisto e le migliorie apportate, che secondo il barone erano “il biviere e gambitte, ed altre culture”, che per il monastero altro non erano che i solchi incisi con l’aratro, per dar sfogo alle acque, e dei recipienti per abbeverare gli animali al pascolo (“Pel monastero di S. Chiara di Cotrone contro il barone Berlingieri. In grado di rinvio da trattarsi il dì 13 del corrente settembre, 1843).
Con l’unità d’Italia il fondo ricadeva nell’Asse Ecclesiastico e poi dal demanio veniva messo all’asta. Terminava la lunga vertenza tra il monastero di Santa Chiara ed il barone Luigi Berlingieri, figlio primogenito di Pietro e Gaetana Lucifero. Nel dicembre 1864 il fondo “Prasinace e Carbonella”, stimato del valore di lire 29408, era aggiudicato per sole lire 21200 al barone, con un ribasso di ben 8208 lire (Quadro dei fondi comprati dal barone Luigi Berlingieri dal demanio ed affranco di canoni provenienti dall’asse ecclesiastico, Cotrone li 22 marzo 1885).
Prasinace rimarrà per molto tempo ai Berlingieri. Nel 1930 è di Berlingieri Giulio.

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