Paesaggi crotonesi: La pianura di “Palazzo”

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Crotone, località Palazzo.

In età medievale il toponimo “Palazzo” designava un edificio appartenente al re e rappresentativo del potere regio.

Il regio Palazzo
Spesso gli edifici erano situati sul territorio, specie all’incrocio di vie importanti, e svolgevano funzioni fiscali come quella di esigere il diritto di passo. Dapprima sede di funzionari regi col tempo furono concessi ai feudatari. Ancora in età moderna il feudatario di Cirò aveva nel luogo detto “l’Alice”, o “ Alici”, il diritto di esigere il passo dai forestieri che, per la via pubblica proveniente da Crotone, passavano accanto a quello che in età medievale era conosciuto come il regio palazzo di “Alitio”. Al “trivio” si riscuoteva e fu eretto “un alto e quadrilungo pilastro di fabbrica con la tariffa scolpita in pietra, e questa iscrizione fu detta Epitaffio” (Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione dell’origine e vicende politico-economiche di Cirò, Napoli 1849,t. I, pp. 165, 301).
La presenza di altri toponimi “Palazzo” è segnalata in territorio di Isola (1145: “Palatium de Judeis”, Processo Grosso, f. 418 v) ed in territorio di Strongoli (“Palazzo”).
Un palazzo regio con le stesse funzioni fiscali esistette anche in territorio di Crotone presso l’incrocio tra la strada regia, che da Crotone andava al Neto, e la via che s’inoltrava verso Papanice. La località così è descritta alla metà del Seicento dal Nola Molise: “… Scendendo alla parte della marina vi è una bellissima pianura detta lo palazzo, dove anco sono bellissime vigne, et giardini con ogni sorte d’alberi di citrangole, lemoncelle, cedri, dattoli, et quanto si può desiderare, con torre, et acque sorgenti bellissime, che per la vista del mare sono luochi esquisitissimi. Questo luoco fu così detto dal Palazzo, che quivi era, dove se teneva il Senato, quando questa Città era Republica, conforme li suoi grandi vestigii sono stati sin nell’anno 1541, quando per servirsi della pietra per la nova fabrica fatta in essa Città, dalli Ministri Imperiali di Carlo V, furono quelli dell’in tutto deroccati, conforme da vecchi habbiamo per traditione …” ( Nola Molise G. B., Cronica , pp. 59 -60).

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Crotone, rudere in località Palazzo.

 

La località “lo Palaczo”
La presenza di edifici e territori appartenenti alla regia corte è attestata dai manuali di fabrica delle fortificazioni di Crotone al tempo di Carlo V, nei quali spesso troviamo annotato il trasporto da “San Biasi” e da luoghi vicini di “petra dela Regia Corte”.
La località “Palazzo”, come è descritta in alcuni atti notarili cinque-seicenteschi, era situata nella pianura a sinistra dell’Esaro vicino a vie pubbliche ed alle terre di “Maccodite”, L’Esca, “Volta de Armeri” e “Cerza” ed in essa e nelle sue vicinanze vi erano le clausure con vigne e giardini degli aristocratici crotonesi Lucifero, Suriano, Berlingieri , Susanna, ecc.
Alla fine del Cinquecento Fabritio Lucifero, figlio di Pompeo e di Isabella Lucifero, estendeva le sue terre, sposando l’orfana Adriana Berlingieri, figlia di Scipione e di Bernardina Susanna. Per far fronte alle spese dello sposalizio nel novembre 1594 s’indebitava con la vedova Elisabetta Pipina, ottenendo da questa in prestito 220 ducati al tasso annuo dell’8 per cento, gravando i primi frutti, rendite ed entrate della sua gabella “Lo Palaczo sitam et positam in territorio Crotonis loco lo Palaczo iux.a terras q.m Scipionis Berlingierii loco dicto Maccodite et viam publicam” , (ANC. 49, 1594, 297).
Alcuni giorni dopo erano stesi i capitoli matrimoniali e tra i beni promessi in dote da Adriana Berlingieri vi era la gabella “Maccodite jux.a le terre libere dette la chiusa del giardino di Maccodite, che al p.nte è del S.r Mutio Susanna, da una parte, et dall’altra parte la via publica, dall’altra le terre del S.r Aniballe Susanna et altri confini; et de piu unaltra gabella contigua nomata Lesca confine la sop.ta gabella di Maccodite, et da tutte l’altre parti le vie publiche”. ( ANC. 49, 1594, 305 -306).
Il 6 settembre 1610, con atto rogato dal notaio Jo.es Fran.cus Rigitanus, Fabritio Lucifero divideva i suoi beni tra i figli Jo. Francesco e Mario. A Mario donava la “Gabellam dictam lo Palazzo, in terr(itori)o Crotonis iux.a t(er)ras Annibalis Montalcini et alios fines..et clausuram vinearum cum vinealibus intus, cum gabella contigua loco dicto Maccoditi, iux.a viridarium quod fuit q.m Lelii Luciferi et gabella p.a iux.a t.ras heredum q.m Annibalis Suriani et alios fines..” ( ANC. 1610, 42-43).
Un atto notarile dell’inizio del Seicento segnala la presenza della via pubblica costiera, la vicinanza del mare ed i numerosi poderi nella pianura circostante. Pelio, Julio, Jacobo e Jo. Hieronymo Petriolillo possedevano il territorio “La Volta di Armiri in loco Armiri iuxta terras dittas dello beneficio di Stricagnolo, terras dittas delo Palazzo di Jo. Thoma Pantisani vallonem d’Armiri et terras dittas di Pisciotta ip.o vallone mediante littus maris , viam publicam” ( ANC. 119, 1637, 77).

Dai Lucifero ai Suriano
Durante la prima metà del Seicento aumenta la presenza dei Suriano. Il barone Gio. Dionisio Suriano acquista alcuni terreni dai Montalcini, altri sono portati in dote dalla seconda moglie Lucretia Lucifero. Morto il barone di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano, i suoi beni passarono agli eredi.
Nel novembre 1664 fu raggiunto un accordo per porre fine ad una lunga lite che vedeva da una parte Didaco Suriano, barone di Apriglianello, ed il fratello Francesco, cavaliere gerosolimitano, in quanto eredi del padre Gio. Dionisio Suriano e dall’altra Victoria d’Aragona d’Ayerbis, vedova di Lelio Montalcino, con le figlie Joanna e Lucretia. La contesa verteva sul pagamento di un “viridarium cum vineis et aliis commoditatibus situm in pertinentiis huius Civitatis loco d(ett)o lo Palazzo” che nell’ottobre 1624 era stato venduto dai fratelli Montalcino a Gio. Dionisio Suriano. ( ANC. 310, 1664, 40 -43)

Da Palazzo a Palazzello e Palazzotto
Durante il Seicento e più ancora nel Settecento il toponimo “lo Palazzo” cominciò a svanire. Le vicende delle casate dei Suriano e poi dei Lucifero, i maggiori proprietari del luogo, determinarono divisioni di terreni ed aggregazioni. Anche per non confondere il fondo rustico con i palazzi di abitazione, il toponimo “Palazzo” fu sempre più sostituito da “Palazzello” e “Palazzotto”, a volte usati indifferentemente. Spesso anche questi toponimi furono ulteriormente variati a seconda del proprietario del fondo: “il palazzotto di Suriano”, “il palazzotto di Manfreda” ecc.. Ad esempio il monastero di Santa Chiara alla fine del Seicento possedeva “una gabella nomata il Palazzotto di Suriano” che confinava con la Cerza del seminario. La gabella era data in affitto; a semina dava un’entrata annua al monastero di salme 8 di grano, a pascolo circa ducati 16. Sempre lo stesso monastero possedeva la gabella “Sor Laudonia” che confinava con il territorio detto il Palazzo ed anche questa dava un’entrata annua di salme 8 in grano e circa ducati 16 in denaro (Acta cit., f. 126).

I Suriano
“Il Palazzotto” fu portato in dote da Lucretia Lucifero al barone di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano come si rileva dal testamento del barone, rogato in Crotone il 30 gennaio 1647, dove dichiarava di “aver receputo in dote dalla Sig.ra Lucretia Lucifero mia moglie D.ti mille , e seicento inclusi D.ti trecento di mobili et il Palazzotto d’innanzi il mio Giardino, voglio che se li restituisca una con il dodario” ( ANC. 229, 1655, 143 – 147).
Dopo la sua morte fu amministrato dapprima dal figlio Diego Suriano, barone di Apriglianello, che aveva la tutela amministrativa del fratello fra Francesco. Il primo maggio 1661 avvenne la divisione dei beni ereditari paterni e Diego Suriano assegnò al fratello : “ La metà del territorio del fellà, la metà del Giardino e Palazzello, la metà di lampamaro delli Montalcini, la metà della monachella e magazeni, la metà del dazio di un carlino a salma del vino forastiero, dico di un carlino a tumolo del grano che si panizza nella piazza”. A quel tempo il giardino era gravato da alcuni censi: “Sop(r)a il Giardino car(li)ni sei di censo enfiteutico al Tesorerato, car(li)ni tre e mezo di censo simile al Archidiaconato, …” ( 229, 1661, 18 – 19). Una metà di Palazzello rimase quindi a Diego Suriano mentre l’altra metà andò al fratello Francesco Suriano.

Deterioramento dei giardini
Poco dopo la metà del Seicento il giardino in località “il Palazzo” risulta di proprietà del cavaliere gerosolimitano Francesco Suriano, uno dei figli ed eredi del barone di Apriglianello Dionisio Suriano. Il giardino fu dal cavaliere venduto alla signora Luccia de Nobile moglie del fratello Annibale Suriano, ma dopo poco ritornò al venditore. Esso risultava ancora gravato da numerosi censi ed era deteriorato ed inselvatichito, come si evince dal testamento di Giacinto Suriano, figlio di Luccia de Nobile e fratello di Gerolimo Suriano.
Il 4 agosto 1674 Giacinto Suriano dichiarava: “… come lanni passati la Sig.ra Luccia de Nobile sua m(ad)re fece uno instrum(en)to di compra del giardino del S.r fra fran(ces)co Suriano in loco d(ett)o il palazzo per prezzo fra di loro convenuti et d(ett)a Sig.ra non ne fece alcuno pagam(en)to delli pesi assignatoli in d(ett)o instrum(en)to, ma assolutam(en)te io ne ho pagato alli s.ri Bernardo Hullo censuario per due annati docati ottantanove incirca et altro al monte di morti, di più al R(everen)do D. Mutio Varano pure censuario per due annati docati trenta sei et perche dopo nacquero alcune differentie tra d(ett)o Sig.re fra fran(ces)co et d.a Sig.ra Luccia non si possette ritrovare d(ett)o instrum(en)to il d(ett)o Sig.r fra fran.co per non star sottoposto a pagare i pesi che erano in d(ett)o giardino per non haverne frutto alcuno se ripigliò d(ett)o giardino, però per discarico di sua concientia dechiara che il d(ett)o instrum(en)to fu vero et verissimo et si rimette alle relatione che ha havuto d(ett)o Sig.r fra fran(ces)co a suo favore” ( ANC. 333, 1674, 53 -57).
Un generale abbandono delle vigne e dei giardini, che sono gravati da censi dovuti agli enti ecclesiastici e sono divenuti improduttivi, è testimoniato anche da altri documenti.
Nel luglio 1675 i fratelli Didaco e Felice Suriano Ralles dichiarano di possedere, tra i vari beni avuti in eredità da Gio. Battista Suriano, “una vigna in comune et indiviso con pochi viti arbori puzzo pila terre vacue in essa et altri comodita la quale al presente se ritrova imboscata et quasi persa per non esser coltivata più tempo sita et posta nel territorio di questa Città loco detto Il Palazzo confine le terre dette la Cersa di Vezza, le vigne delli Pantisani et altri fini “. La vigna è gravata da alcuni censi enfiteutici perpetui dovuti al cantorato ( annui carlini 8), al tesorerato ( annui tomola 4 ½ di grano) ed al monastero di S. Francesco di Paola ( annui carlini 20). I Suriano affermano che “ per non esser stata così senza coltivarsi et imboscata che essi non hanno perceputo utile alcuno” e quindi non hanno soddisfatto i censi, hanno deciso di cederla ai creditori (ANC. 253, 1675, 36- 37).

Abbandono e deterioramento
Al canonico Hieronimo Suriano nell’aprile 1674 fu assegnato l’archidiaconato della chiesa di Crotone, che era la dignità maggiore dopo quella vescovile, che era di nomina papale. Egli succedeva nella carica all’arcidiacono Mutio Suriano che nel febbraio 1674 era stato nominato arcivescovo di Santa Severina.
L’arcidiacono della cattedrale di Crotone Gerolimo Suriano possedeva una vigna nel luogo detto “Al Palazzo” con viti, alberi e torre. La vigna stimata del valore di 500 ducati fu ceduta nel 1670 a Ciccio Suriano. Morto Ciccio Suriano, quattro anni dopo la vigna ritornò all’arcidiacono.
Alla morte dell’arcidiacono la vigna era deteriorata e gli eredi dell’arcidiacono mossero lite agli eredi di Ciccio Suriano in quanto lo ritenevano colpevole del decadimento. Il tre ottobre 1694 il massaro Gio. Giacomo interveniva a favore degli eredi di Ciccio Suriano con una dichiarazione pubblica. “ Come circa l’anno 1670 essendosi convenuti il q.m Sig. Archidiacono Gerolimo Suriano e D. Ciccio Suriano di cedere d(ett)o Sig.r Archidiacono conf.me al d(ett)o Sig.r Ciccio una sua vigna loco d(ett)o Al Palazzo sita dentro questa Città in pertinenza d’essa justa li suoi notorii confini fu esso constituto insieme altri comuni consensu delli sud(et)ti eletto deputato per uno de stimatori della vigna prefata alla q(ua)le essendosi conferito unitamente con li sud(et)ti et havendo quella diligentem(en)te riconosciuto osservando le viti e albori e riconosciuto la qualità del terreno con la torre sita nella medesima vigna per quanto tiene la circonferenza antica della vigna prefata senza averci incluso le viti et altri albori piantati nelli vignali a quelli contigui di comune accordio esso constituto et l’altri estimatori apprezzorno d(ett)a vigna secondo la riferita circonferenza antica et in valore di simile possessione nel convic(ini)o di questa Città per d(oca)ti cinque cento di moneta corr(en)te dalla quale sono ritornati nella Città per fare relatione alli sud(ett)ti SS.ri di Suriano e dopo d(ett)o apprezzo diede esso constituto che d(ett)o Sig.r D. Ciccio incominciò a possedere d.a vigna da quattro anni in circa dopo li q.li esso constituto anche osservò che incominciò a possedere di novo, conforme fu possessore sino al giorno della sua morte il sig.r Archidiacono Suriano il quale quando ripigliò d(ett)o possesso la vigna pred(ett)ta era dell’istesso stato, che si ritrovava nel riferito tempo che esso constituto come sopra quella apprezzò e questo lo sa perchè in detto tempo che il s.r Archidiacono si ripigliò d.(ett)a vigna entrò più volte esso constituto nella med(em)a, e la vidde et osservò che non era punto deteriorata dallo stato del tempo di d(ett)o apprezzo; anzi che per il tempo per il tempo che stava d(ett)a vigna in mano di d(ett)o sig.r D. Ciccio q(ues)to la manteneva ben coltivata ogn’anno di vantaggio da d(ett)o Sig.r D. Ciccio la circondò tutta di fossi conf(orm)e anche più volte esso constituto osservò in d(ett)a vigna la q(ua)le li primi anni che ritornò ad esso Sig.r Archidiacono e success.te alcuni anni seg.ti per commissioni di esso Sig.r Archidiacono esso const(itu)to quella putò e ben vero e ben vero che di p(rese)nte d(ett)a vigna non si ritrova nello stato che d(ett)o Sig.r Archidiacono la ricevì dal d(ett)o Sig.r Ciccio per mancanza della coltura de vite, che perciò esso constituto richiesto à richiesto a Noi che di tutto ciò ne dovessimo fare publica indennità per cautela di chi spetta il presente Atto Publico” ( ANC. 337, 1694, nn.).

Dai Suriano ai Berlingieri ai Lucifero
Alla fine del Seicento il giardino era in possesso di Detio o Decio Suriano. Allora “La cappella di S. Maria di Capo delle Colonne esigeva un annuo censo sopra il giardino fu del q.m fra Francesco Suriano , hoggi di D. Detio Suriano loco d(ett)o il Palazzo, e sopra il dazio del … hoggi redititio a D. Cesare Suriano annui doc. quindici per capitale di duc. 300 per donatione di Auria Suriano figlia del q.m Gio. Dionisio. Però a morte di detta Auria restano doc(ati) sette e mezo a beneficio della cappella” (Acta , f. 92).
Poi passò in proprietà degli eredi di Detio o Decio Suriano. Esso confinava con una vigna appartenente alla congregazione laicale dell’Immacolata Concezione, pervenuta alla congregazione per legato di Orazio Catizzone, vigna che si trovava nel “loco dicto Il Palazzo iuxta vineas Antonii Gallucci” (Acta ,f f. 56v, 99v).
Tra i beni promessi in dote da Violante Suriano, figlia ed erede del fu Decio Suriano, al patrizio Francesco Cesare Berlingieri, come risulta dall’atto rogato dal notaio crotonese Stefano Lipari il 5 giugno 1719, vi era “ un suo giardino e vigne site e poste nel territorio di questa Città loco d(ett)o il Palazzello confine le vigne e giardino del Sig.r D. Ant(oni)o Barricellis, le vigne del S.r D. Fran(ces)co Gallucci, la vigna del fu S.r Oratio Catizone hoggi della Ven(erabi)le Congr(egazio)ne di questa Città, via p(ubli)ca et altri fini” ( ANC. 612, 1719, 50 – 51) . Il giardino fu poi portato in dote da Rosa Berlingieri, figlia della marchesa Violante Suriano e del marchese Francesco Cesare Berlingieri, al barone Dionisio Lucifero. Il giardino dotale è descritto situato nel luogo detto “Il Palazzotto confine il giardino del Sig.r Pietro Barricellis, l’altro del fu Fran(ces)co Gallucci, et quello che era della venerabile congregat(ion)e laicale sotto il tituolo dell’Immaculata Concett(ion)e adessso posseduto da Lorenzo Stricagnolo di questa Città via publica….consistente detto giardino in sette pezze di vigne con alberi fruttiferi nelle strade, terre vacue ed altre per ortalitii, ripiena tutta d’alberi fruttiferi, con sena macinante, pozzo, pila e canalette di fabbrica per uso dell’orto e tutti l’ordegni necessarii per lo medesimo con parmento di fabrica, tine, fiscoli, barili ed altri ordegni per vendemmiare le vigne con botti per conservare il vino et altresì con torre consistente in due camere con intempiate, coverture, pavimenti, finestre, porte a serrature con ponte allevatore, bassi di detta torre con scala di pietra, stalla, cucina separata da detta torre, cortile di legname, muro nel giardino d’agrumi, pilastri di fabrica per le pergole, cavalcatue per la siena e tutte l’ordegni convenienti e necessari per mantenere la sena governar, et adacquar l’orto, l’alberi et le vigne et vendemiarla”. Il giardino concesso in dote, benchè valesse molto di più, fu stimato in ducati duemila con la condizione che in caso di restituzione di dote Dionisio Lucifero dovesse restituire i ducati duemila in denaro contante.
Morta nel 1741 Rosa Berlingieri, lasciando due figlie, si stipulò un accordo tra il barone Lucifero ed il marchese Berlingieri. Si convenne che, succedendo il caso della restituzione della dote e non avendo pronti i ducati duemila, il barone potesse corrispondere l’annualità del quattro per cento sul capitale, finché non avrebbe consegnato il denaro. Nel frattempo una figlia moriva ed il barone si risposava.
Infatti nel catasto onciario del 1743 Dionisio Lucifero, nobile di 21 anni , risulta già risposato con Francesca Toscano di anni 25 ed ha una figlia Edviggia di anni 4, avuta dalla prima moglie. Egli è proprietario del territorio “il Palazzello” di tomolate 40 e confinante con Laudonia e l’Esca e di una chiusura di vigne, con terre ortalizie e giardino, torre, fabriche utili e altro nel luogo detto Maccoditi, che fu dotale della q.m Rosa Berlingieri sua prima moglie. La torre del giardino risulta abitata dal “fatigatore di campagna” Bruno Incorno e dalla sua famiglia. (Catasto Onciario di Cotrone 1743, ff. 32,43.)

Liti per la restituzione della dote
Morta anche l’altra figlia di Rosa Berlingieri in tenera età e quindi fattosi il caso della restituzione della dote nella somma di ducati duemila, il barone Lucifero accampò la scusa di essere stato ingannato al momento della consegna della dote. Egli affermò che quando il giardino gli fu consegnato, valeva molto meno di 2000 ducati. Per avvalorare questa falsità “procurò in ogni modo che pote distruggere et deteriorare detto giardino, farlo distruggere et deteriorare accioche in appresso non comparisse vestiggio di come l’era stato dato.. “tolse l’orto, dismesse la sena con vendersi le cavalcature et l’ordegni, vendè le botti et l’ordegni tutti, che v’erano per vendemmiare et governare le vigne, lasciò a descittione del fato la torre, spogliandola anche delle tavole, dell’intempiature et diede in affitto non solo le vigne ma le terre vacue et quelle dell’orto ad uso di semina, tanto che vi fece seccare tutti gl’alberi fruttiferi e che vi erano perchè col tal affitto levò loro l’inaffiamento dell’acqua nell’està e vi permise il fuoco coll’incendio delle restoppie necessario per l’uso della semina, oltre delle deteriorationi procurate nonche commesse nelle vigne et nell’alberi fruttiferi che si ritrovavano nelle loro strade, non curando, che si tagliassero o che fussero malgovernate, tanto che fra pochi anni le terre dell’orto, et vacue si viddero tutte spogliate d’alberi et nelle vigne migliara di viti mancanti con gran quantità di alberi fruttiferi et quelli romaste si vedevano malgovernate. Così nelle fabriche che vi ha caggionato sommo discapito e danno, osservandosi la stalla caduta, la cucinella distrutta, le mura del giardinello parte caduto, et parte malpatite, le canalette pozzo e pila molto discapitate et patite, così per la mancanza dell’acqua che per l’uso dell’arato; la torre con la scala et ponte perchè non guidati e custoditi molto patiti e discapitati a segno di non potersi abitare” . (ANC. 667, 1748, 48 – 49)
Rovinato il giardino con gli edifici che vi erano, lo fece poi apprezzare. Tentò poi di dimostrare con le fedi giurate di mastri, che il valore del giardino era di molto inferiore a quanto il Berlingieri chiedeva.

Il Palazzello o il Palazzotto
Si accese una lite tra le parti con perizie e contro perizie per stabilire l’esatto valore del giardino.
Verso la fine di novembre 1744 il capomastro fabbricatore Francesco Ferra di Rogliano assieme al suo discepolo, il mastro Santo di Piro di Rogliano, su richiesta di Dionisio Lucifero si recano ad apprezzare tutte le fabbriche del giardino che il Lucifero aveva avuto per dote dalla sua defunta prima moglie Rosa Berlingieri . Essi trovarono “le fabbriche molto discapitate, perciò che la pila della sena per esser stata senz’acqua per due o tre anni continui, si ritrovava rotta et fracassata in molte parti, il pozzo anche rovinato, le canalette rovinate dall’arato insolito in quella terra d’orto, la stalla cadente per esser stata reparata opportunamente, la torre anche molto patita per non essere da qualche tempo abitata, o reparata, et detta torre lesionata ancora dal terremoto,che si è inteso et patito replicatamente in questo anno, non ostante che per sua magiore sicurezza, et fortezza vi fossero state poste le catene di ferro da muro a muro”. Essendo stato trascurato per mancanza di cura e di diligenza, “ et maggiormente per essere stata dismessa la siena, che non solo manteneva l’orto, ma manteneva in buon sistema il pozzo, la pila, et le canalette, le fabbriche del giardino furono valutate per soli ducati 592. Poichè il Lucifero tentò di utilizzare l’apprezzo fatto dai mastri come il valore che aveva il giardino, quando gli era pervenuto per dote, i due mastri alla fine di dicembre attestarono che il giardino al tempo del loro apprezzo valeva molto meno di quando nel 1741 era stato consegnato dal marchese Cesare Berlingieri come dote della figlia al Lucifero. Allora “la torre era abbitata, l’orto bengovernato, la sena macinante, et le fabriche reparate opportunamente dalli vari acconci”. (ANC. 666, 1744, 113v – 114 )
Sempre su richiesta del barone Lucifero il 16 aprile 1746 i massari e pubblici apprezzatori di terre, vigne e giardini il quarantacinquenne Bonaventura Messina ed il quarantenne Leonardo Falbo andarono nuovamente ad apprezzare il giardino del Lucifero, che confinava con il giardino del q.m Antonio Barricellis e con quello appartenente alla congregazione laicale dell’Immacolata Concezione e l’anime del Purgatorio. Il giardino, che era pervenuto al Lucifero come dotale della sua prima moglie la fu Rosa Berlingieri, figlia del marchese Francesco Cesare Berlingieri, fu trovato dai due apprezzatori “molto, ed assai deteriorato del suo primiero stato con moltissimi alberi e viti mancanti, l’orto distrutto, ed affatto abbolito e senza sena seu igegno di tirar l’acqua”. Essi lo apprezzarono per ducati 1344 conteggiando “i soli alberi, viti e terre, senza alcuna delle moltissime fabriche utili e necessarie che in detto giardino si attrovano come sono il pozzo e pila seu cepia dell’acqua per detto orto, il parmento e casino per uso di vendemia, la stalla per uso di cavalcature, che servir devono a detto orto, vagli per chiusura delli giardinetti ed altre necessarie fabriche”. I massari esclusero dal conteggio tutte le fabbriche in quanto queste dovevano essere valutate dai mastri muratori. Il 20 luglio dello stesso anno gli apprezzatori dichiararono per gli atti del notaio di Crotone Felice Antico che: Per tumolate ventisette di terra , che ridotte in salmate sono salme nove a raggione di docati sessanta la salma importano docati 540; Per viti tredicimilaottocentoventicinque ritrovate di mediocre stato si apprezzorono a raggione di docati quarantasei il migliaro sommano docati 536; Per altre due mila e quattrocento viti riconosciute di più deteriorazione apprezzate a docati trenta cinque il migliaro importano docati 84; per quattordici viti dette pergole estimate a docati 14; per centotrenta alberi fruttiferi apprezzati a raggione di carlini dodeci ciascuno importano docati 156; Più per chiusura delli fossi di detto giardino nello stato presente estimata docati 14. Il tutto per il prezzo di docati 1344 (ANC. 854, 1746, 33 – 34r.).
Nel frattempo a causa delle cattive annate e per il malgoverno del barone Lucifero il giardino si presentava completamente distrutto (ANC. 667, 1748, 48 – 49).

L’accordo
In seguito fu trovato un accordo tra le parti e nel 1748 il giardino fu venduto da Violante Suriano, seconda moglie del marchese Berlingieri, dal marchese Francesco Cesare Berlingieri e dal barone Dionisio Lucifero, che lo detenevano in solidum, a Gregorio Montalcino. Nel 1756 Gregorio Montalcino possiede tra i suoi beni “ un giardino con vigne, alberi fruttiferi, orto, siena, terre vacue, torre di fabrica e fossiato circumcirca”. Il giardino chiamato “Il Palazzotto” confina da un lato con la vigna di Antonio e fratelli Gallucci e dall’altro lato con la vigna di Pietro Barricellis (ANC. 914, 1756, 181v – 182).

L’altra metà di Palazzello dai Suriano ai Lucifero
Da Diego Suriano, barone di Apriglianello, il territorio il Palazzello pervenne alla figlia Auria Suriano in conto della sua legittima e da questa poi passò a Francesco Lucifero, figlio e prestanome del feudatario di Apriglianello Fabrizio Lucifero.
All’inizio del Settecento una lite vede fronteggiarsi Felice Suriano, figlio di Antonio Suriano, ed il clerico Francesco Lucifero.
Felice Suriano affermava che a lui spettava come cessionario del padre Antonio , degli zii Annibale e Domenico Suriano, di Cesare Suriano e di Decio Suriano la metà del territorio detto Il Palazzuolo o il Palazzello, che confinava con il territorio di Maccuditi e Majorana. Per tale motivo aveva intentato lite contro gli eredi di Diego Suriano, che fu il possessore di detto territorio. Poichè attualmente il territorio del Palazzello era detenuto da Francesco Lucifero per titolo di donazione fattagli dalla signora Auria Suriano, alla quale il territorio era pervenuto da Diego Suriano in conto della sua legittima, e poichè la lite si prolungava , il Suriano raggiunse un accordo con il Lucifero e gli cedette in cambio di 180 ducati ogni diritto sul territorio conteso . ( ANC. 497, 1710, 113 -114, 118 -120). Tra i beni stabili burgensatici lasciati in eredità dal marchese Fabrizio Lucifero vi è “Un territorio detto il Palazzello contiguo la gabella detta l’esca e Celso del sig. D. Antonio Barricellis”. ( ANC. 663, 1731, 186).
In seguito si accese una lite tra Dionisio Lucifero, figlio di Fulvia Barricellis e di Giuseppe Antonio Lucifero, Primogenito del Marchese Fabrizio Lucifero, e lo zio paterno, il marchese di Apriglianello Francesco Lucifero. Dionisio Lucifero vantava delle pretese sopra il maggiorasco dello zio e sopra l’eredità della madre Fulvia Barricellis. Dopo un primo accordo del 3 dicembre 1737, l’anno dopo il 10 ottobre 1738 fu firmata una convenzione tra le parti che prevedeva l’assegnazione a Dionisio Lucifero di 79 salme di terra ; tra le quali vi erano le 12 salme di “Il Palazzotto” e la metà della vicina gabella di “Maccoditi e Majorana” per l’estensione di 20 salme. ( ANC. 912, 1747, 191- 193). Alcune parti della gabella “Il Palazzotto”, come risulta dal catasto onciario del 1743, rimanevano ancora a Bernardino Suriano ed al massaro Giuseppe Falbo.

La località Il Palazzo dei Lucifero
Durante la seconda metà del Settecento i Lucifero estesero la loro proprietà su tutta la località.
Alla fine di quel secolo il barone Francesco Antonio Lucifero, figlio ed erede del fu Dionisio Lucifero, possedeva la gabella detta il Palazzotto e gran parte della confinante gabella detta Maccodito e Majorano, mentre la parte rimanente di quest’ultima gabella era divisa tra il marchese Giuseppe Maria Lucifero e Michele Messina, che l’aveva avuta dal soppresso Monte dell’Immacolata Concezione. ( Catasto onciario Cotrone , 1793, ff. 56, 76v, 101v) .
La località “Palazzo” rimase ai Lucifero. Alla fine dell’Ottocento Nicola Sculco affermava che era di proprietà della marchesa Lucifero in Mottola e che “vi si trovò in vicinanza di detto piano un bellissimo scudo di pietra dura (m.0 36 x 0,30) in cui era scolpita una testa di guerriero”.

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