Paesaggi crotonesi: la sorgente di “Acquabona” ed il giardino detto “Il Giesù”

Crotone gesù

Crotone, in primo piano il quartiere “Fondo Gesù” e quello di “Acquabona”.

Il Nola Molise alla metà del Seicento così nella sua “Cronica” descriveva la località: “Mezzo miglio lontano dalla Città è il fonte d’acqua, detta l’acqua bona, che beve tutta la Città, et Terre convicine, perche se bene dentro la Città vi sono molti pozzi, e cisterne, non beveno di questa acqua; ma di quella, et in questo loco dove è questa acqua vi sono vigne, et giardini bellissimi, fra l’altri il giardino di Fabio Pipino gentil’huomo di detta Città, ch’è il refrigerio di tutti l’infermi, dove si tiene sia stata la casa, et il tumulo del vecchio Crotone, per li grandissimi edificii sotterranei, che vi si trovano, con bellissimi lavori, et altri.” (Nola Molise G.B., Cronica , p.56). Alcuni anni prima un anonimo descrivendo la città di Crotone annotava che “… quivi c’è penuria d’acqua, provedendosene i Cittadini da una sola fontana ch’è fuori delle mura. Le cisterne di poco sollevano il bisogno comune, rimanendo il paese d’ordinario molto soggetto all’aridità per la scarsezza delle piogge”(Manoscritto Barberino Latino 5392).

Nell’antichità
La presenza di copiose acque sorgive aveva favorito fin dall’antichità l’insediamento. Al tempo della città greca la località, che era situata all’interno della polis, era densamente popolata. Gli scavi recenti e passati hanno sempre fornito numeroso materiale archeologico.
Nicola Sculco all’inizio del Novecento, quando il fondo “Il Gesù” era di proprietà dei fratelli Berlingieri fu Francesco, affermava che “vi si trovarono vasi, due teste di statue di marmo, una gamba di bronzo di grandezza naturale, diversi tronchi di colonne, capitelli, fregi, tombe, un marmo con iscrizione greca, monete d’argento e rame numerosissime, lucerne e molte pietre lavorate“ ed aggiungeva che nella vicina località di Acqua Bona di proprietà comunale “vi si trovarono mattoni sepolcrali, lucerne ed anforette e frammenti antichi”. L’importanza archeologica del luogo è attestata anche da Armando Lucifero che in nota al Lenormant scriveva che nel 1859 “nel fondo Gesù, allora del marchese Francesco Berlingieri ed ora dei “Laghi Silani”, sito a destra della strada che conduce dalla città alla stazione ferroviaria, eseguendosi lo scasso per una piantagione di agrumi, alla profondità di circa un metro e venti centimetri, fu rinvenuto un vero quartiere della Crotone greca, composto in maggioranza di piccola case popolari, fornite quasi tutte di un minuscolo pozzo per attingere acqua, avente l’anello di terracotta …” (Lenormant F., La Magna Grecia, Frama Sud 1976, Vol. II, p. 192).

Il giardino
Con la decadenza della città greca, la località fu fin dal terzo secolo avanti Cristo e per tutto il periodo romano e medievale disabitata. Gli abitanti, infatti, spostarono le loro abitazioni sul colle dell’attuale centro storico.
Rimasto fuori dalla cinta medievale e lontano circa un miglio dall’abitato, il luogo per la presenza dell’acqua sorgiva fu coltivato a giardino ed ad orto.
I documenti cinquecenteschi documentano la presenza di una“Clausura vinearum diversis arboribus arborata et vitata cum terris contiguis et cum domibus terraneis in loco la acqua bona” (ANC. 49, 1594, 66).
All’inizio del Seicento la chiusa di Acquabona appartenne al capitano dell’artiglieria della città Peleo Pipino, che sposò Aurania Foresta. Fu in tale periodo che la chiusa si arricchì di nuove costruzioni. Le case terranee furono ampliate con la costruzione di nuove stanze superiori. Furono costruiti dei magazzini ed una torre. Alla morte di Peleo i beni con i loro debiti passarono al figlio ed erede Fabio. Fabio Pipino possedette il palazzo paterno, il “giardino, turri ed altri edificii”, detto “delli Capuccini e L’Acqua Vona”, che era appartenuto ai coniugi Laura Cano e Camillo Pipino ed ai suoi genitori Aurania Foresta e Peleo Pipino, un orto e dei magazzini, detti le “Botteghe dei Pignatari”, situati fuori la porta della città presso il “Vallone delli Mattoni”. Nel 1647 Fabio Pipino riscattò dal capitolo una ipoteca che gravava sul giardino. Il debito era stato contratto dai coniugi Laura Cano e Camillo Pipino e dalla madre Aurania Foresta, vedova di Peleo Pipino, (ANC. 229, 1657, 26).
Fabio Pipino sposò Antonia Presterà. Tra i figli sono ricordati Francesco e Sigismonda. Ereditò
Francesco, che possedette le terre del Giesù e Piani dell’Acquabona (Acta, 82v, 1699). IL chierico Francesco Pipino, rettore del beneficio di iuspatronato della famiglia Foresta e del beneficio della famiglia Caponsacco e Pipino fu Fabio, si trasferì a Napoli e vendette ed ipotecò parte delle sue proprietà.
Nel febbraio 1695 Francesco Pipino, fratello di Sigismonda, vendeva per ducati 1000 al marchese di Casabona Tomaso Pisciotta “uno stabile con vaglio seu cortile grande murato di fabrica” con tre magazeni di capacità diversa. Quattro anni dopo si indebitava per ducati cento al sette per cento con il Capitolo della Cattedrale di Crotone. Ancora nel 1704/1705, quando Francesco era già morto, il Capitolo esigeva un annuo censo di ducati sette per capitale di ducati cento sopra il Giardino del Gesù e le terre dette Le Piane dell’Acquabona e sopra le case di Fracesco Pipino, quelle dove stava la cisterna. L’annuo censo maturava ogni 18 luglio e gravava su tutti i beni del Pipino (atto del notaio Leonardo Avarelli del 22 Agosto 1699; Platea di q.to R.mo Capitolo di Cotrone 1704 e 1705, f. 4v, AVC). Alla morte di Francesco Pipino i beni passarono alla sorella Sigismonda che andò sposa a Mirtillo Barricellis, figlio di Diego, portandogli una ricca dote e numerosi beni da amministrare, tra i quali il comprensorio di terre detto “Il Giesù” ed alcuni magazzini. Dalla loro unione nacquero Francesca, Maria, Chiara… Mirtillo, “vice almirante del mare della paranza di Cotrone e console della nazione regnicola”
Nell’ottobre 1719 Sigismonda Pipino, erede del fratello Francesco e moglie di Mirtillo Barricellis, comincia a ricomporre la proprietà, riacquistando per ducati 800 di carlini d’argento dal duca di Carfizzi Pietro Moccia, erede dei duchi di Carfizzi Scipione e Domenico Moccia, lo stabile a suo tempo venduto dal fratello Francesco al marchese di Casabona ed ora appartenente ai Moccia. Lo stabile consisteva “in un vaglio, seu cortile grande murato di fabrica, nel quale vi sono tre magazeni di differenti capacità per conservare e riponere biade, sopra due de quali magazeni vi sono fabricate tre camere con li loro superiori, o suppigni, et altri membri commodità et edificii di fabrica, che sono annessi, e connessi nel sudetto stabile, e suo vaglio , seu cortile, tali quali sono, sito e posto il sudetto stabile nella pertinenza di questa città di Cotrone nel luogo detto La Valle del Ponte, e Piano dell’Acquabona”. Esso era situato all’interno dei beni di Sigismonda Pipino, cioè dentro la “vigna, giardino, e giardinello serrato di detta S.ra D. Sigismonda via publica et altri fini, qual luogo prima era nominato li Cappuccini Vecchi”. (ANC. 660, 1719, 180 -182).
Nel catasto Onciario del 1743 la famiglia risulta formata dai coniugi Mirtillo Barricellis di 64 anni e Sigismonda Pipino di 68 anni, e dalla figlia Chiara di 34 anni, che abitano nella casa patrimoniale in parrocchia di S. Pietro e Paolo,. Nella stessa casa assieme al suocero abita l’altra figlia di Mirtillo, Francesca di 27 anni assieme al marito, il nobile patrizio, Valerio Grimaldi di 41 anni e alle loro figlie Agnesa di 4 ed Antonia di 3 (Catasto Onciario Cotrone, 1743, ff. 151, 190).
Mirtillo Barricellis oltre che marito fu amministratore dei beni della moglie Sigismunda, la quale possedeva tra l’altro “un giardino con torre, magazzini, terre ortalizie e vitate, 5 magazzini, 2 vignali, 2 magazzini o botteghe per uso di mastri pignatari ecc. ( f. 152)”. Il giardino ,o comprensorio di terre detto “Il Giesù” consisteva “in due vignali di terre rase con giardino, terre per uso d’orto, vigne, torre, magazeni, vaglio murato, giardinello serrato di fabrica, pozzo con siena, pila ed altre commodità all’intorno detto comprensorio di terre serrato di fossi, confine d’una parte il pozzo universale detto l’acquabona, la chiesa della SS.ma Annunciata ed il Ponte d’Esari, via mediante colla vigna detta di Giesù e Maria” (ANC. 666, 1744, 45 –46).
Al tempo della compilazione del catasto onciario il comprensorio di terre detto “il Giesu” risultava gravato da due annualità, una di ducati trenta per il capitale di ducati cinquecento dovuti al genero Valerio Grimaldi, marito di Francesca Barricellis, figlia di Mirtillo, e l’altra di ducati trenta per il capitale di ducati cinquecento a favore del marchese Francesco Cesare Berlingieri, come erede del monsignore Pompilio Berlingieri, dal quale erano stati ceduti in dote alla sorella Caterina che aveva contratto matrimonio con Michele del castillo. Nel luglio 1744 per affrancare il capitale dovuto al Berlingieri, Sigismonda Pipino si indebitò ancora di più col genero Valerio Grimaldi, ottenendo da questo altri ducati 500 alla ragione del sei per cento (ANC. 666, 1744, 45-46). In tal modo il Grimaldi poneva le premesse per impossessarsi dei beni della Pipino.
Poco dopo il giardino passerà in proprietà ai coniugi Valerio Grimaldi e Francesca Barricellis, i quali nel marzo 1752 possiedono il podere, o giardino, volgarmente detto “Il Giesù “ “ con terre vacue, terre ortalizie, vigne, casino, magazeni, ed altro sito e posto in territorio di Cotrone loco detto il Ponte da questa parte il torrente di detto Ponte e confine d’una parte al medesimo e dall’altra il vignale di terre rase di essi sud.i Sig.ri, ed altresì alla strada publica”.(ANC. 855, 1752, 37 -40).
Il podere o giardino chiamato il Gesù, corpo extradotale di Francesca Barricellis, ereditato dal padre Mirtillo Barricellis e sito e posto vicino al ponte di Esaro nel 1767 appartiene ancora a Francesca Barricellis (Arch. Piterà).
Sul finire del Settecento il Berlingieri ed il Grimaldi allargarono le loro proprietà, spartendosi parte dei terreni appartenenti all’università di Crotone. La proprietà del Grimaldi si estendeva acquisendo parte del vicino suolo universale di Acquabona. Il 5 marzo 1780 il nobile patrizio crotonese Valerio Grimaldi otteneva dall’università di Crotone un suolo pubblico, che egli aggregò alla sua confinante proprietà. Il suolo era costituito da “un pezzo di terra inutile, dirimpetto all’acquabona e la venerabile chiesa sotto il titolo della Pietà, un miglio circa distante da questa sud.a Città, che incomincia dalla Spina Santa, attaccato al fosso delle terre del cen.to Sig.re D. Valerio Grimaldi, luogo detto Gesù e Maria,e per la volta di Esare finisce in obliquo alla bruca attaccato alle virdogne dirimpetto alle cennate terre di esso Sig.r Grimaldi”:il pezzo di terre della capacità di una tumolata e mezza e del valore di ducati 22 e mezzo viene concesso all’annuo censo enfiteutico di carlini sette e mezzo (ANC. 1590, 1780, 8 -12). Due anni dopo Anselmo Berlingieri otteneva a censo dall’università, essendo sindaco dei nobili Diego Grimaldi, un suolo dell’estensione di una tomolata e mezza nel luogo detto Esaro “contiguo ad un vignale beneficiale di esso S.r Marchese.. che attacca al vignale del sig.r D. Valerio Grimaldi da una parte , e dall’altra a quello di esso sud.to marchese Anselmo.. e dalla parte verso la marina va a terminare all’arena e dalla parte verso il fiume Esare v’à terminare alli bucchi vicino detto fiume” (ANC. 1330, 1782, 246 – 247).
Da Valerio Grimaldi e Francesca Barricellis nacquero Diego, Antonia Teresa e Sigismonda. Diego sposò Lucrezia Berlingieri. Egli come figlio ed erede della madre Francesca Barricellis entrò in possesso del giardino di “Gesù e Maria”. Durante la sua amministrazione la proprietà cominciò a deteriorarsi, tanto che dei tre magazzini due risultavano “diruti” (Catasto Onciario, Cotrone 1793, f. 32v).
Diego fu padre di Mirtillo che sposò Elisabetta Brescia d’Aragona. Mirtillo Grimaldi nei primi anni dell’Ottocento risulta ancora proprietario della chiusa Il Giesù. In seguito essa fu acquistata dal marchese Anselmo Berlingieri seniore ed ai Berlingieri rimase per tutto l’Ottocento. (Al tempo dello Sculco il Gesù era di proprietà dei fratelli Berlingieri fu Francesco).

Il pozzo di Acquabona
Mentre il fondo “Il Giesù”, passava dai Pipino, ai Barricellis, ai Grimaldi e da ultimo ai Berlingieri. Il pozzo universale di Acquabona rimase sempre di proprietà comunale anche se parte del suolo continuava ad essere ceduto a nobili ed a prestanome. Dopo la cessione di suoli a Valerio Grimaldi ed ad Anselmo Berlingieri, che l’avevano accorpati ai loro fondi di “Il Giesù” e di “Esare”, nell’intento di sfruttarne le acque, nel novembre 1848, un decreto permetteva al comune di Cotrone di dare a censo al signor Gregorio Macrì da Verzino, prestanome di Luigi Barracco, un tratto di suolo sterile sito in contrada Acqua-bona, unicamente per costruirvi un opificio di pasta, previo il pagamento di un annuo canone netto di ducati 10 ed a condizione che tutte le spese cadessero a carico dell’enfiteuta (Napoli 17.11.1848) (Valente G., La Calabria nella Legislazione borbonica, Effe Emme 1977).
La situazione delle acque a causa del mutamento climatico e del disboscamento durante l’Ottocento peggiorò. Per l’aumento della popolazione e per le nuove esigenze la risoluzione del problema dell’approvvigionamento idrico della città divenne sempre più impellente. La distanza dall’abitato, il pericolo di infezioni e l’alto prezzo determinarono le prime proteste: “.. non vi si può provvedere ora, che a mezzo di un unico pozzo che dista dall’abitato circa 2 Km., e che si è necessitati di pagare pel solo trasporto centesimi 5 per ogni barile d’acqua capiente litra 25” ( 1867, ACC.)
Anche se il Caivano poteva ancora scrivere che “Era dentro la Città una fontana la quale, per la squisitezza dell’acqua, fu detta: Fonte d’acqua bona. Ma credete voi ch’il pregio di questo fonte, sia stato nella architettura dello edificio? Nulla di tutto questo. Ella è cosa comune a qualsiasi altra costruzione:ognuno può vederla; esiste tuttavia e l’attuale Crotone vi attinge l’acqua per bere. In vece il pregio suo era formato dall’amenità dei giardini, dai floridi prati, dalle villette e da tutto quanto possa sollevare ed allettare lo spirito. Vicino a questa fonte vuolsi che sia abitato il vecchio Crotone”. (Caivano Felice, Storia Crotoniata, Napoli 1872, p. 48).
In realtà la situazione era molto peggiorata: “L’acqua veniva attinta ad un pozzo escavato in prossimità della palude Esaro ( Acquabona) e trasportata nello abitato in recipienti di legno, ai quali ogni passante può liberamente appressare le sue labbra per dissetarsi. L’acqua ha sapore sgraditissimo e azione purgativa. Nella stagione estiva, poi è assolutamente imbevibile; perchè le vene fluide del pozzo, per la siccità, subiscono un fortissimo abbassamento, e l’acqua diviene più fortemente inquinata. Le melmose acque dell’Esaro, per la porosità del terreno circostante, filtrano di continuo e inquinano permanentemente quella del pozzo, che presenta il grado idrotrimetrico 42 e termometrico 19. Moderano, alquanto le penose conseguenze di questo stato di cose le classi abbienti, che sogliono costruire cisterne o serbatoi d’acqua piovana nelle loro case; ma ciò, a parte che non può giovare se non ad un ristrettissimo numero di persone, neppure è rimedio adeguato. Attualmente, tutti i cittadini sono costretti a comprare l’acqua, che viene trasportata dal pozzo Acquabona, al costo di cent. 5 il barile della capacità di 25 litri”. (Sulla proposta d’un prestito per l’acquedotto, Cotrone Pirozzi 1901)

L’aranceto
Se le acque del pozzo erano divenute disgustose e malsane, anche la situazione del vicino fondo Giesù era mutata, divenendo un luogo malarico. La natura selvaggia aveva ripreso il sopravento e trasformato il giardino, simbolo della bellezza della natura, da paesaggio pittoresco e sublime a inospitale e pericoloso.
Passato, infatti, il fondo Il Giesù dai Grimaldi ai Berlingieri, nel 1859 il marchese Francesco Berlingieri ne destinò una parte a piantagione di agrumi.
Sul finire dell’Ottocento Francesco Lenormant visitando i giardini del marchese Berlingieri così si esprimeva: “Ammiro l’incomparabile rigoglio e la fecondità della vegetazione nei giardini dell’Esaro. Vi sono terreni, specie quelli appartenenti al barone Barracco (marchese Berlingieri), che sarebbero un vero paradiso terrestre, se la febbre non venisse a screditarli, rendendoli inabitabili durante un gran tratto dell’anno. Nella stagione in cui vi si può passeggiare senza timore e godere liberamente la delizia della loro fresca verdura, questo sito è davvero incantevole, e si darebbe volentieri per quadro ad un idilio” (Vol. II, p.184).
Alcuni anni dopo il Gissing sulle orme del Lenormant si recò sul luogo e trovò una casa mezzo diroccata, una donna anziana ed un cane allampanato e così descrisse: “La piantagione era molto pittoresca; gli aranci non occupavano tutto il terreno, ma si alternavano a melagrani, a tamarischi e a molti arbusti sempreverdi di cui non so il nome; ad intervalli si ergevano magnifici pini. i viali erano limitati da giganteschi fichi d’India, spesso di forma così fantastica che mi fermavo meravigliato; e in uno spiazzo aperto in riva all’Esaro (che passa, ristagnando, nell’aranceto) sorgeva una palma maestosa, le cui foglie si agitavano pesantemente nel vento che tirava in alto. Grande abbondanza di elementi pittoreschi; ma i nomi di quei begli alberi, che esalano un profumo di leggenda, potrebbero facilmente dare una falsa impressione a lettori che non abbiano mai visto l’estremo Sud; è naturale che uno pensi ad amabili recessi dove sdraiarsi a riposare e sognare; viene una visione di soffici zolle erbose sotto i rami dai frutti d’oro, “ luoghi di verde riposo, fatti per poeti”. Ahimé! Il terreno è brullo e bitorzoloso come un campo arato, e tutto il fogliame basso è pieno di una polvere attaccaticcia …”, (Gissing G., Sulle rive dello Ionio, Torino 1993, pp. 40 -41).

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