Paesaggi crotonesi: la Valle Lamposa

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Crotone, panorama della vallata del torrente Papaniciaro nelle vicinanze di Papanice.

“Da quella parte di questo fiume Esaro verso terra è una Valle, detta communemente Lamposa … Questa Valle è piena di bellissime vigne, vaghi giardini, forte Torri, acque fresche, et è molto dilettevole, che non si può vedere più amena Valle di questa. Da una parte di detta Valle vi è un Monte, sopra lo quale è una grande pianura, che si chiama il feudo di Briglianello, dove è una fontana abondantissima di acqua perfettissima; vi è una picciola Chiesa intitolata San Giovanni, dove vi si fa la festa ogni anno: questo feudo era del Signor D. Francesco Campitello Prencipe dignissimo della Città di Strongoli, il quale l’ha venduto à Gio. Dionisio Suriano gentil’huomo di detta Città di Crotone, il quale in virtù delli privilegii, l’have fatto habitabile, et è uno Casale bellissimo, dove si sono uniti ad habitare molte casate della Provincia, appresso viene un’altra fontana detta Brausa, et poi segue l’altra detta acqua della Valle della Donna, et queste vengono tutte à parte destra della detta Valle de Lamposa; à sinistra vi è un’altra fontana detta l’acqua di Christo, tutte acque bellissime”.[i]

Così alla metà del Seicento il Nola Molise descriveva nella “Cronica” il paesaggio vallivo dove scorreva il torrente Lampus, ora detto Papaniciaro, e passava la via che collegava la città di Crotone con la terra di Papanice. In una nota manoscritta inserita nell’opera del Nola Molise, donata dal Prof. Francesco Morano alla Nazionale di Napoli, vi è un riferimento alla valle. Secondo l’estensore della nota, molto probabilmente lo stesso autore, anticamente essa si chiamava Empusa, cioè “colei che afferra”. Il nome, come si legge, derivava da una figura femminile della mitologia greca: uno spettro appartenente agli Inferi, che poteva assumere sembianze diverse e si nutriva di carne umana. Empusa e Lamia, secondo la tradizione greca, per attirare le vittime spesso assumevano l’aspetto di lascive e pericolose seduttrici. Esse appartenevano al seguito di Ecate, divinità delle strade e dei crocicchi, signora delle ombre e dei fantasmi notturni. La dea, legata al mondo della magia e degli incantesimi, era rappresentata da una donna con tre corpi. Riferendosi a questo mito il Nola Molise, o l’ignoto estensore, così terminava: “Echate è nome di tre potestà di Luna in cielo, Diana in terra, et Proserpina nell’Inferno. Credo voglia dire valle emposa, cioè umbrosa come veramente è, mentre il sole non così facilmente è pendicolare la scomoglia, stando riposta da monti”.[ii]

Questa interpretazione così simpatica e fantastica, tuttavia non convince. I documenti medievali fanno esplicito riferimento al “rivus de Lampisi”, cioè al torrente chiamato in seguito Lampus o Lamps, che trae la sua origine dalle colline su cui sorge l’abitato di Papanice e, dopo aver attraversato la contrada Paganella, la valle Lamposa, le località Vignanova e Ponte, s’immette nel fiume Esaro. È evidente quindi che la valle deve il suo nome alle sue acque limpide, luccicanti e scintillanti (da lampo, lampas, ecc.).

La bellezza e la floridezza che aveva suscitato l’ammirazione del Nola Molise, cento anni prima era stata cantata dal poeta crotonese Giano Pelusio (1520-1600). Il poeta cantò i vini squisiti che provenivano dalle abbondanti uve prodotte dalle sue vigne, le candide ninfe con le corolle di fiori che popolavano le sue selve, dove le turgide linci non temevano il cacciatore, perché protette da Diana: “Vallis Empusae decorata tellus,/ Arborum foetu, variis et uvis/ grata, quae praebent populo Crotonis/ vina quotannis./ Per tuos Baccus Iovis alma Proles/ semper it campos viridi revinctus/ Pampino, dives sequitur bonorum/ copia cornu./ Flore contexunt vario corollas/ Candidae Nimphae, radiosque vitant/ Solis adentis salicum sub umbra,/ ad caput unda …”.

Il “Vall.e Lampos” in un particolare della tavola N.° 29 (1789) della carta di G. A. Rizzi Zannoni.

La vallata nel Medioevo

Il fondovalle pianeggiante, attraversato dal torrente e dalla via ed animato dalle numerose sorgenti, fu fin dall’antichità coltivato. Nicola Sculco annota che nel greto del torrente furono trovati numerosi oggetti pregevoli. Nel Medioevo vi si potevano vedere vari ed estesi vigneti, come sono ricordati in un atto di permuta tra Constantinus Cuccia e la moglie Aluisa, rogato nella città di Crotone nel dicembre 1233 dal notaio Matthaeus de Mencalamo.

Vi si legge che Costantino figlio del fu Leone Cuccia, ottenne in dote da un certo “dominus Murrunus”, padre della sposa, un podere con la condizione che vi piantasse a sue spese mille viti. Tale fondo era situato nelle pertinenze di Crotone “ad Lampisim” ed era così confinato: “ab oriente praedium domini Rhai de Ligro; ab occidente praedium dominae Angrullinae de Cortese; a borea via; a meridie rivus de Lampisi”.

Con tale atto il marito dava alla moglie il podere in cambio della metà di una casa che la moglie possedeva “in suburbio Crotonis, in ditione Sancti Pantelemonis”, e di una vigna di “centum sexaginta sex vites vineae positae in pertinentiis Crotonis ad dominum Amatum”, così confinata: “ab oriente praedia domini Riccardi Binetti; ab occidente praedia sancti Martini de Hospitali Crotonis; a septentrione vinea magistri Ioannis Cucciae; a meridie sepes et vineae domini Simeonis de Polycastro”.[iii]

Il documento ci permette di affermare che già in età sveva, il fondovalle era diviso in numerosi piccoli fondi, coltivati a vigna e separati da siepi e fossi, in mano a proprietari terrieri di Crotone e della vicina Papanichifore, il cui protettore era, come è anche ora, San Pantaleone. Il fatto che molte di queste vigne risulteranno gravate da censi perpetui in denaro ed in “musto”, a beneficio di enti ecclesiastici (mensa vescovile, abazia di Altilia, monastero di San Stefano del Bosco, ecc.), denota la loro origine. Esse facevano parte delle vaste gabelle confinanti, che con l’andar del tempo i proprietari terrieri staccarono e concessero ad alcuni loro vassalli con la clausola del miglioramento.

A volte, tuttavia, si tratta di terreni usurpati, per il possesso dei quali l’usurpatore si impegnò a versare al proprietario della gabella un censo perpetuo. La possibilità di un possesso duraturo, anche se vincolato al pagamento di un canone annuo in mosto o in denaro, permise la loro trasformazione da terra destinata ad una perenne rotazione triennale di semina e pascolo, a chiusure e poderi a vigna e ad alberi da frutto.

Ciò fu possibile per la loro natura e per la posizione geografica. L’habitat rappresentato da un fertile fondovalle, formato dall’accumulo di materiali alluvionali depositati dalle acque, si combinava con una favorevole situazione meteorica, dovuta al riparo delle colline, che ne fanno quasi una nicchia ecologica. La ricchezza delle acque delle numerose sorgenti e del vicino torrente, aggiungendosi alla presenza di una comoda strada, che ne permetteva un facile accesso, permise una costante cura del terreno, rendendo possibile la coltivazione di piante da frutto.

Crotone, la valle presso l’area industriale della città.

Il territorio nel Cinquecento

Il viandante, che nel Cinquecento si recava da Crotone a Papanice, percorrendo la vallata di Lampusa, trovava che a destra essa era delimitata dalla collina del feudo, o baronia di Apriglianello, che apparteneva ai Campitelli, baroni di Melissa, mentre a sinistra vi erano le colline della gabella di San Biase della mensa vescovile di Crotone, e della gabella di Manca di Cane dell’abbazia di Santa Maria di Altilia.

In una platea della certosa di San Stefano del Bosco, compilata tra il 1533 ed il 1536, troviamo che il monastero esigeva alcuni censi enfiteutici in territorio di Crotone. Si trattava di due vignali situati tra l’“Ysari” ed il vallone Lamposa. Uno era detenuto in enfiteusi da Dopna Andriana deli Chane e da Dopna Iustina dele Chane, figlie ed eredi del notaio Ioannis dele Chane, e mogli di Antonuci e Masi Rositani, l’altro dal nobile crotonese Nicolaus Lociferus. Il primo “vineale”, che precedentemente era una “vinea”, appariva per la maggior parte “dirutum”, e consisteva in 500 piedi di viti e di terre della capacità di quattro tomolate. Ogni anno i possessori versavano un censo di cinque carlini al monastero nel mese di agosto. Il fondo si trovava in località “Ysari” e confinava “a pede versus orientem iuxta viam publicam, ab uno latere versus septentrionem iuxta vineale notari Petri Pirocta, a capite versus occidentem iuxta vineam archidiaconatus Cotronensis, a capite et a latere versus meridiem iuxta vineale dicti monasterii, quod tenet Nicolaus Lociferus redditicium”. Tali terre e vigna erano state usurpate e furono per sentenza reintegrate al monastero, il quale poi le concesse in enfiteusi.

Anche il secondo vineale era “penitus dirutum”. Esso era della capacità di quattro tomolate ed anche per questo, il possessore pagava la somma di cinque carlini di censo all’anno in agosto. Confinava verso settentrione con il vignale detenuto dalle due sorelle “dele Chane”, ad oriente con la via pubblica, ad occidente con le “vineas franchas” dello stesso Lociferus, e verso mezzogiorno “iuxta vallonem currentem nominatum De Lampaso”.[iv]

Dai riferimenti toponomastici (Ysari, Chane, Vallone de Lampaso), e dalla descrizione dei due beni dati in enfiteusi dal monastero certosino, possiamo immaginare il paesaggio della località. La situazione che ci si presenta all’inizio del Cinquecento denota l’abbandono in molte terre, sia nelle vicinanze del fiume Esaro, che del suo affluente Lamposo. Alcune coltivazioni a vigna e ad alberi da frutto sono state trascurate, e sono ritornate terre a “vignale”, cioè a semina ed a pascolo. Il passaggio da vigna a vignale di alcune terre della vallata, specie quelle più esposte e marginali, sarà un fenomeno ricorrente e legato a fattori storici negativi, quali il pericolo turco, lo spopolamento, la siccità, i parassiti, ecc. La situazione di degrado e di abbandono verificatasi all’inizio del Cinquecento è da imputarsi alle incursioni turchesche, che avevano reso pericolosa una permanenza continua nelle campagne vicine alla marina. Le terre, come per il passato, rimangono proprietà di nobili, notai, monasteri, vescovo e dignità ecclesiastiche crotonesi. Diminuito il pericolo turco si assiste ad una ripresa economica anche se limitata e circoscritta.

Da una descrizione della seconda metà del Cinquecento possiamo farci un’idea sullo stato agrario/paesaggistico della vallata. Mentre il fondovalle pianeggiante, attraversato dalla via e dal torrente, è diviso in numerosi piccoli poderi separati da siepi e fossati, coltivati a vigna e ad alberi da frutto, le colline circostanti offrono un paesaggio molto diverso. In questi luoghi, parte ancora selvosi, predomina la grande proprietà assenteista, amministrata da procuratori ed economi, rappresentata dalle gabelle, dove ogni tre anni la semina lascia il posto al pascolo.

La presenza di coltivazioni (vigne, alberi da frutto, ecc.), che per poter essere produttive avevano bisogno di un possesso stabile e duraturo del podere, aveva favorito con il passare del tempo, la formazione di piccoli proprietari di fondi, anche se spesso gravati dai censi enfiteutici perpetui e da canoni annui, in quanto concessi da enti ecclesiastici quasi sempre ad ecclesiastici, con la clausola “ad meliorandum”. Dall’altra le gabelle rimanevano sempre di proprietà della chiesa, dell’abbazia e del feudatario. Per la loro coltivazione si faceva ricorso a contratti di fitto con coloni, o massari, che mutavano ogni tre anni, lasciando il posto al pascolo delle mandrie gestito dai capimandra e dai pastori dei casali silani.

Da una parte quindi la presenza di persone forestiere che avevano con il territorio della vallata un rapporto occasionale e temporaneo, in quanto lo utilizzavano per la durata dell’affitto ad uso di pascolo e di semina, dall’altra dei piccoli proprietari locali, che esercitavano un possesso pieno sulla terra. Questi ultimi insediati nei poderi, con l’aiuto di vignieri e guardiani alle loro dipendenze, attuavano una gestione continua ed una conduzione diretta, arricchendo, qualificando e differenziando la loro proprietà, con strutture agrarie e con utensili da lavoro. Questa situazione si manterrà intatta per tutto l’evo moderno; da una parte le estese gabelle, che non cambieranno mai di proprietà, rimanendo possessi del vescovo di Crotone, dell’Abbazia di Altilia, del feudatario di Apriglianello, ecc., dall’altra i piccoli poderi e le chiuse del fondovalle, che attraverso i lasciti testamentari e le vendite cambieranno di proprietà.

Nella seconda metà del Cinquecento il paesaggio della vallata mutava e si arricchiva di nuovi elementi. I numerosi vigneti, circondati da fossi e siepi, che uno accanto all’altro erano situati lungo la strada che da Crotone andava a Papanice, si estendevano, andando ad intaccare le gabelle circostanti, specie quelle situate sul lato sinistro, gestite dall’economo del vescovo di Crotone e dal procuratore dell’abate commendatario dell’abbazia di Altilia. Sempre in questi anni parte delle gabelle confinanti era occupata da nuove vigne, e all’interno dei poderi cominciava la costruzione di strutture abitative fisse. Così numerose case e torri si elevarono nei poderi di fondovalle, mentre non mutava il paesaggio agrario nelle gabelle circostanti, dove rimasero le poche e rade caselle in abbandono, utilizzate temporaneamente dai pastori.

Crotone, la mietitura nella valle del torrente Papaniciaro.

La gabella Manca di Cane

La gabella detta la Manca di Cane, come si rileva da un inventario compilato nel dicembre 1579, si affittava per tre anni a semina (in massaria) e per i tre anni seguenti a pascolo (in herbagio). Dal primo affitto si ricavava ogni anno circa 3078 tomoli di grano e 3006 di “orgio”, dal secondo a pascolo 40 ducati all’anno.[v]

Tre anni dopo il regio giudice ad contratto Jo.es Petrus Terzignus della terra di Rocca Bernarda, ed il notaio Jo.es Lucizinus di Luzzi, su mandato di Tiberio Barracco della città di Cosenza, abate commendatario di Santa Maria di Altilia, erano incaricati di compilare la platea dell’abbazia. Per tale motivo si recavano nella città di Crotone dove, nel maggio 1582, procedevano a visitare ed a fare l’inventario delle “robbe dell’abatia”. Tra i vari possessi vi era la gabella detta “Manca di Cane”. Dall’ispezione essi verificarono che alcuni proprietari dei poderi confinanti avevano dilatato la loro proprietà a scapito della gabella dell’abazia. Essi elencarono i segni che rendevano palese l’usurpazione, che erano lo scavo di nuovi fossi, la rottura dei vecchi confini, la recente zappatura del terreno, il fatto che parte del querceto appartenente alla gabella ora si trovava racchiuso nei poderi, la costruzione di una nuova casa e di nuove siepi, l’elevazione di una nuova torre accanto ad una vecchia casa, che prima segnava il confine.

“La Gabella de Manca de Cane nel sopradetto terr(itori)o di Cotroni confina con l’acqua di Christo, et con la Cabella di San Brasio, via p(ubli)ca med(ian)te et discende sempre per la strada p(ubli)ca confinando sempre di man destra et lo territ(ori)o di San Brasio, et fere colle vigni di Salvo di Masello di Cotroni et saglie per la strada p(ubli)ca quando se va da Cotroni, a Papanici, però confinando sempre da man destra con le vigni infr(a)tte: con la vigna di Berardo d’Ancona, et ascendendo appresso con la vigna di Manilio Iasione confinando sempre con la vigna di Ramundo Foresta, con la vigna di Vincenzo Petrolillo, con la vigna di Marcello Grasso con la vigna di m(ast)ro Jacovo  Basuino, et con la vigna di Gio. Theseo Syllano, con la vigna di Andrea Pugliarito, e ferisce allo vallone il quale discende dall’Acqua di Christo concludendosi col primo fine, quale cabella è di capacita di salmate culte et inculte trentacinque incirca.

Si dichiara che all’ultimo fine della soprad(ett)a cabella de Manca di Cane alla calata di S(an)to Biasi verso la città di Cotroni, vi è una vigna novamente fatta quale al p(rese)nte possiede Oratio dela Prantera la quale è circondata con fossi novi de intorno, e rottura di termini sincome ocularmente si vede che d(ett)a vigna sia dentro lo terreno di d(ett)a cabella di Manca di Cane.

Si dichiara qualmente all’altra parte della strada della detta cabella di Manca di Cane da man destra verso Papanici vi sono molte possess(io)ni. La prima è una vigna che la possiede Berardo d’Ancona nella quale ce appare aggreg(atio)ne de terreno di d(ett)a Abbad(i)a con ruttura di termine fossi novi, e zappato frisco. aggreg(ation)e de terreno con quercie, et havera fatto dentro lo terreno di d(ett)a fosso novo.

Seguendo alla possess(io)ne di Manilio Tasione dove appare aggrega(tion)e di terreno del territ(orio) di d(ett)a Abbad(i)a sincome ocularmente appare per dui fossi, e l’uno fu guastato per lo mastro Portulano.

Seguendo un’altra possess(ion)e di Vincenzo Petrolillo dove ocularmente appare haverci fatto sepala nova dentro lo terreno di d(ett)a Abbad(i)a con aggreg(ation)e di terreno et quercie, dove appare per li stanti postici anticamente.

Seguendo ci è un’altra possess(ion)e di Marcello Stimato di Papanici dove ocular(ment)e appare aggreg(ation)e de terreno con quercie, et havera fatto dentro lo terreno di d(ett)a fosso novo.

Seguendo un’altra possess(ion)e di m. Jacovo Basuino dove ocular(ment)e appare aggreg(ation)e  di terreno di d(ett)a Abbadia con quercie, e fattici una casa dentro d(ett)o territ(ori)o dell’abbad(i)a; et si vede chiaramente per lo fosso et sepala nova, con frasche seccate.

Seguendo un’altra possess(ion)e di Gio. Teseo Scigliano dove si vede ocular(ment) esserci fatto aggreg(ation)e di terreno di d(ett)a abbad(i)a et edificatoci una torre dentro d(ett)o terreno secondo appare per la casa vecchia che era termine alla fabrica nova che è più ad alto quali terreni aggregati si vede ocularm(ent)e che sono di d(ett)a Abbad(i)a”.[vi]

Le usurpazioni continuarono anche durante il Seicento dando luogo a liti ed a ricorrenti reintegrazioni e compromessi. Alla fine del Seicento il vescovo di Crotone esigeva diversi annui canoni del mosto; tra questi alcuni sulle vigne che in passato erano appartenute a Fabrizio Caparra, Mutio Ferraro ed a Giuseppe Oliverio, per la quantità complessiva di sedici salme ed una terza. In seguito, tutte le vigne erano passate in proprietà di Giuseppe Squillace, “sostituto arrendatore seu cassiero della Regia amministrazione del regio arrendamento del ferro, della dogana e fundaco nella città di Crotone e nelli Castelli e loro paranze”.

Alla morte di costui, a causa dei debiti che le gravavano, esse ritornarono in dominio del Cardinale Fabrizio Spada, abate commendatario dell’abazia di S. Maria di Altilia. Le vigne, infatti, originariamente appartenevano all’abbazia ed erano state concesse previo il pagamento di un annuo canone, poichè per molti anni non era stato pagato, esse ritornarono in possesso dell’abate, il quale solo per un certo tempo, tramite il suo procuratore, continuò a versare l’annuo censo del mosto all’economo della mensa vescovile.[vii]

All’inizio di febbraio 1702, infatti, il cardinale accoglieva una supplica del sacerdote Antonio Mancino, nipote per linea materna del fu Giuseppe Squillace. Il sacerdote chiedeva una benigna cessione, o donazione, delle vigne a titolo di pura elemosina per amore di Dio, in quanto egli era un sacerdote senza un sufficiente patrimonio sacro, ed inoltre doveva mantenere la numerosa famiglia di suo fratello e numerosi nipoti. Il cardinale mosso da pietà veniva incontro alle richieste del Mancino, anche perché le vigne si trovavano ridotte “in pessimo statu ob malam culturam attenta magna loci distantia”, e perciò le donava, a titolo di vera elargizione e di pura ed irrevocabile donazione tra vivi, e di semplice elemosina per amore di Dio, nello stato in cui si trovavano e con tutti gli oneri, che le gravavano.

Il valore della donazione secondo il cardinale non superava i cinquecento scudi romani, e le vigne erano situate in località “L’Ampusa”, “prope bona nunc Hiacynthi Misseri, ab alio Clerici Michaelis Marzani, ab alio Jois Hieronimi Novite, ab alio Caroli Prestelli, ab alio Josephi del Vito, et ab alio via pub.ca, et vallonum in medio, et respectu alterius prope bona d.i Josephi del Vito, et d.i Michaelis Marzani et Antoni Purelisae et d.o vallone mediante, et viam pub.cam”.[viii]

Le località “C. de Cani” e “P.no S. Biagio” in un particolare del F.o 238 “Cotrone” della carta d’Italia 1:100.000 dell’IGM (1927).

La gabella detta San Biase

La durata dell’affitto della gabella era regolata secondo l’indizione, che durava dal primo giorno di settembre di ogni anno, al 31 agosto dell’anno successivo con un ciclo quindicennale. L’affitto durava di solito tre anni a semina e tre a pascolo.

Il 6 maggio 1570 nella piazza pubblica di Crotone era messo all’asta pubblica l’affitto dei territori di Bugiafaro, Prastio e Santo Blase della mensa vescovile di Crotone. Negli anni passati essi erano stati “in affictu massariae” ora dovevano essere concessi per i tre anni seguenti, a partire dal mese di settembre prossimo futuro dell’entrante XIV indizione, “in affictu herbagii”. Così è descritto “lo territorio detto de Sanbiasi jux.a le terre del priorato de S.ta Eufemia et jux.ta le terre dette la manca de m. Alexandro”.[ix]

Di solito era affittato per tre anni ad erbaggio assieme al vicino e confinante terreno de Lo Prastio, un territorio confinante con S. Giorgio ed il vallone dela Saccara “iuxta le terre Jo. Matteo detto lo Salice forono del q.m mag.co Gioanmatteo Pipino al presente de Marco (lo massaro) Tricarico et iuxta la gabella del q.m dono Jacono Giuliano et la gabella del q.m Colella Scavello al presente de m.co Valerio Montacino”, ed al territorio di Bugiafaro, situato in territorio di Isola, con pagamento in denaro in tre terze, cioè a “carnelivare, pasca et alla fera de Jesu e Maria che è la prima domenica di maggio”.

Tra le entrate del vescovato di Crotone dell’annata 1570-1571 nell’affitto dei terreni, si trova che “Le gabelle delo prastio, sanbiasi et curso de bucciafaro se ritrovano affittate giuntamente ad Gio. D.nico de Monfreda, et compagni cosentini per anni tre. Per lo presente 14, XV et p(rim)a Ind(ition)e per d(oca)ti mille novecento cinquanta delle quali se paghano ogn’anno d(oca)ti seicento cinquanta in tre terze cioè carnelivare, pasca et alla fera de Jesum.a che è la p(rim)a domenica de maggio di ciascuno anno ne appare contratto fatto per mano dell’egr(egi)o not(ar)o Gioan Theseo Bonbino adi sei de maggio pas.to 1570”. Ed ancora che tali territori “forno affittati per il R.do Ant(oni)o Abbate Lucifero, procuratore substituto del R.do Cap(ito)lo per la morte del q.o Il.mo Sebastiano Minturno vescovo di Cotrone per tre anni continui a detta ragione di docati 650 lo anno”. Sempre nello stesso documento contabile, oltre ai vari censi sopra terreni e vigne, ed ai censi del musto, vi è che la mensa vescovile di Crotone esige “un censo sopra una vigna che tiene Salvo de Masello nel tenimento de Cotrone loco ditto San Biasi censo perpetuo de docati otto lo anno se paghano allamità d’agosto”

Sempre tra le entrate sono annotati numerosi censi in denaro sopra vigne e terreni concessi in enfiteusi: “forno de m.o Ant.no d’adamo”, “forno de d.nicola coco al p.nte de ger.mo biamonte”, “forno de m.o nardo calabrese al p.nte del sop.to ger.mo”, “de minico petrolillo al p.nte de gio. cola lomassaro”, “de salvo de masello”, “de Jacovo damato”, “foro de gio.d.minico signorello”, “di ger.mo tibaldo”, “de jac.o orifice”, “fu di gio. ant.o de sena”, “fo de marco guarreri”, “fu de jac.o de miglio al p.nte de gio. teseo scigliano”, “forno de laurenzo guerra al p.nte de marco ant.o laportella”.[x] Nell’annata 1572-1573 gli stessi terreni furono dati in affitto al notaio Gio. Domenico Bombino e compagni, per la durata di due anni continui a ragione di ducati 660 l’anno, da pagarsi nelle tre terze ordinarie.[xi]

In seguito, la mensa vescovile aumentò le sue proprietà nella località con l’aggiunta del territorio di San Giorgio. Così il 23 maggio 1585, col consenso del vescovo di Crotone Giuseppe Faraone, sono concessi in affitto ad uso di herbagio a Giacomo Gatto ed a don Grandonio Syllano, i territori del Prastio, Santo Blasi e S. Giorgio, appartenenti alla mensa vescovile, per la durata di due anni ad iniziare dal primo settembre 1585 XIV indizione, per tutto il seguente anno XV indizione. Il vescovo promise di difendere detto affitto di herbaggio da ogni contradicente, concedendo il pascolo a tutto il bestiame di qualsivoglia pelo, e con patto di “acconciare et fare la casa in detto loco del Prastio per lo commodo di detti compratori” a sue proprie spese, entro il mese di settembre 1585; altrimenti essi potranno trattenersi ducati 30.

Nell’annata 1585-1586 San Biasi, il Prastio e San Giorgio, erano in affitto al reverendo Donno Grandonio Scigliano per ducati 780 all’anno, da pagarsi ducati 500 al 20 maggio prossimo futuro 1586, ducati 280 al 20 di agosto 1586 per il primo anno di affitto 1586, ducati 500 a 20 maggio 1587, e ducati 300 al 20 agosto 1587 per l’anno 1587.[xii]

Durante il Seicento il territorio, ormai completamente disboscato, continuò ad essere affittato unitamente, o diviso dalle altre gabelle vicine di S. Giorgio e del Prastio, che appartenevano alla mensa vescovile, per tre anni a semina e per tre a pascolo, come risulta da alcune dichiarazioni dell’epoca.

Insieme, o divisi, i territori di San Biase, il Prastio e San Giorgio, appartenenti alla mensa vescovile, conservarono intatta la loro destinazione d’uso. Alla fine del Seicento, infatti, “il territorio nomato S. Biasi nel distretto di questa Città confine il territorio detto L’acqua di Cristo redditizio al Beneficio sotto il titolo della Madonna dello Reto della Famiglia Pirretta e Manca di Cane reddititia all’abbatia d’ Autilia, di salmate cento cinquanta. Si sole affittare in grano tt.a mille. In herbaggio si solea affittare docati trecento, al presente si è affittata docati cento cinquanta”. Il confinante territorio, “seu continenza di terre, nominato lo Prastio confinava con le terre di S. Biasi della medesima mensa, S. Giorgio del D. Antonio Montalcini e lo Salice e Barrettella del D. Titta Barricellis dotale, di salmate cento cinquanta a ragione di tumulate sei la salmata assieme con li vacanti. Si è solito affittare grano tt.a mille a massaria, al presente affittato per tt.a 650. In herbaggio docati quattrocento”. Mentre “S. Giorgio grande e S. Giorgio piccolo confine il piano della torre fu delli Giuliani, hoggi di D. Ippolita Suriano, e S. Giorgio di Valerio Antonio Montalcini, e Vezza dell’heredi del q.m d. Fabritio Suriano, di salmate ventisei, si sole affittare in grano salme trentanove. in herbaggio si soleva affittare docati cento, hoggi affittata docati sessanta cinque”.[xiii]

La mensa vescovile conservava ancora alcuni annui canoni su delle vigne in località Lamposa; vigne ricavate da terreni che, all’origine, appartenevano alla mensa vescovile e poi, concessi previo il pagamento di un annuo canone: “sopra la vigna del q.m Diego Casanova hoggi di Giacinto Messina carlini tre e mezo annui; sopra la vigna del q.m Vincenzo di Garetto, poi del Cap(ita)n Dom(eni)co Barricellis, hoggi del Paroco D. fran(ces)co Cirrelli car(li)ni tre e mezo annui; sopra le vigne del S.r D. Alessandro Albani fu vignale del q.m Aniballe Berlingieri annui car(li)ni cinque; sopra la vigna delli q.q.m Gio. Giacomo Petrolillo e Giando Scigliano, hoggi di felice Antico annui grana cinque; sopra la vigna del q.m Gio. Paulo fiascone, hoggi patrimoniale del can.co Andrea Quercia annui doc(a)ti otto; sopra vigna del qm sargente Blas di Leone, hoggi dell’arcidiacono Diego dom(eni)co Leone car(li)ni diecesette annui”.[xiv]

Durante l’annata 1711-1712 le gabelle Prastio e S. Biase erano affittate ad Aurelio Terioli; la prima per ducati duecento ottanta, e la seconda per duecento per un anno con pagamento all’otto settembre, mentre la gabella S. Giorgio con S. Giorgello era affittata a Tomaso Guerra e Dionisio Giaquinta per ducati 75.[xv]

Il 18 giugno 1761 i Crotonesi Gasparo Giaquinta, Francesco Crocco e Gennaro Cavano, affermano che “il territorio chiamato il Prastio, e suo comprensorio di S. Giorgio, e S. Biase redditizio alla R.ma Mensa vescovale di questa città di Cotrone, che presentemente tiene in affitto il Sig.r D. Rafaele Suriano è di sua natura nobile, ed il più migliore di queste marine, è di lunga estenzione fertilissimo, e senza bosco, ma tutto raso e culto, e seminante e specialmente quando di quello si ne fa l’uso di pascolo, perche per detta sua qualità viene a vestirsi d’erba più dell’altri territorii (…) in detto territorio del Prastio da novembre caduto del trascorso anno mille settecento sessanta, sino hieri l’altro vi anno pascolato non solo le pecore del Sig. Rafaele Suriano in grosso numero, che altre dello stesso in quello associate, e parimente quantità d’animali vaccini proprii d’esso D. Rafaele, ed oltre a queste vi sono pascolati animali giumentini, che han servito per uso della mandra, e le troie anche per uso della mandra. Attestano d’aver veduto, tanto nel caduto anno, quanto in questo esser stati sementati li due stazzi delle mandre, seu setti, che qui secondo il di loro noto nome chiamansi stazzi, e che una tal semina apporta molto detrimento, e deteriorazione al nuovo affitto nel caso che detto territorio dovrà affittarsi in semina”.

Il 19 giugno 1761 i Crotonesi Domenico Giglio, Michele Manfreda e Dionisio Russo, dichiarano che “ nel comprensorio delle terre dette il Prastio nel caduto anno millesettecento sessanta viddero, che fu sementato il setto della mandra di circa tumolate dieci di terra, ed a quello furono sementati maj(orch)e ed orzi, e nel setto della mandra nelle terre di S. Biase di circa tumolate quattro, e meza vi furono sementi orzi e grani germani, ed in quest’anno in detto setto di mandra del Prastio vi sono state sementate fave ed orzi ed in quello di S. Biase orzi e grani germani, e li costa benissimo che nel caduto anno se ne ricavò quantità di frutto, ed in questo si spera ricavarne anche mediocre frutto; come ancora attestano, ch’essendosi sementati li setti di dette mandre del Prastio e S. Biase apportano molta deteriorazione alle sudette terre, di modo che dovendosi affittare in semina per il triennio appresso, viene a discapitare, e diminuire il piggione del solito affitto”.[xvi]

Ancora alla fine del Settecento la mensa vescovile esigeva numerosi censi in denaro ed in mosto su vigne in località San Biase e Lamposa. Le vigne confinavano tra di loro, segno evidente che all’origine appartenevano ad uno stesso territorio, che poi era stato ripartito e concesso a diversi enfiteuti. L’economo del vescovo esigeva dal sig.r D. Dionisio Ventura “sopra un pezzo di terra alborato, e vitato nel territorio di S. Biase luogo detto Lampusa”; da Carmine Montefusco “sopra la sua vigna di Lampusa fu delli Sig.ri Capocchiani e sopra l’altra fu del sig.r Onofrio Suppa”; dai “s.ri eredi del q.m Dom.co Federico sopra la loro vigna sita a Lampusa confine a Carmine Montefusco e Fiorino”; dal notaio “Giuseppe Smerz erede del q.m Cataldo Raimondi sopra la sua vigna di Lampusa confinante alla vigna di Antonio Federico”; dal Sig.r D. Carlo Albani “sopra la sua vigna detta Fiorino in contrada detta Lampusa e sopra la vigna, che fu del chierico Marzano”; da “Antonio Federico sopra la sua vigna fu del q.m Giacinto Messina contrada detta Lampusa”.[xvii]

Crotone, rudere in località Batteria.

La gabella L’acqua di Cristo

Nel Cinquecento la gabella “l’Acqua di Cristo” apparteneva alla famiglia Perretta. Nicola Francesco Perrecta verso la metà del Cinquecento, lasciò un legato testamentario, obbligando i suoi eredi a costruire un altare o cappella sotto il titolo di Santa Maria dello Reto e S. Nicola, nella nuova cattedrale di Crotone che allora era ancora in costruzione, con l’onere di far celebrare tre messe alla settimana. Per dote della costruenda cappella, che doveva rimanere di iuspatronato della famiglia Perretta, egli lasciò certe terre dette l’Acqua di Cristo.

Il tutto si legge nella supplica al vescovo Sebastiano Minturno da parte degli eredi Sylvester Biamonte e Paulus Perrecta (8 settembre 1566). Il beneficio di Santa Maria di Loreto e S. Nicola della famiglia Perretta, continuò in seguito a possedere la gabella, che confinava con San Biase e la gabella di Misistrello. Dell’estensione di circa 100 tomolate essa continuò ad essere affittata con la rotazione triennale. Quando era data a semina dava un’entrata annua di cento tomoli di grano, quando era a pascolo quaranta ducati circa.[xviii]

Crotone, oliveti in località Torre Tonda.

Il feudo di Apriglianello

La baronia o feudo di Aprigliano/Apriglianello era composto da diverse gabelle: Paradiso, L’impetrata, Troncone Negro, Ficuzza, S. Giovanne, Spinetto, e Caramalle. La gabella Ficuzza confinava con le vigne di Lamposa e le terre di Santo Silvestro, mentre quella di Caramalle confinava con Valle della Donna e li Varranche. Il feudo era ricco di sorgenti. La più importante era la fontana di Paradiso nella gabella omonima, che alimentava il giardino e vigne di Paradiso. Importanti erano anche le tre sorgenti nel “Giardino Grande” dentro la gabella dello Spinetto.[xix]

Fin dal Medioevo fu posseduto dai benedettini di Santa Maria di S. Eufemia. Durante il Quattrocento il feudo risulta in gran parte boscoso ed in lite con l’università ed i cittadini di Crotone. È del 1451 una protesta di Sergio de Siripando, priore di Santa Eufemia, che denuncia il furto di legname fatto dall’università e dagli uomini di Crotone, ed il loro rifiuto a restituire, rivendicando essi i diritti civici su quel territorio.[xx]

Come feudo rustico spopolato Apriliano presto passerà ai Campitelli, conservando tuttavia la Religione di Malta e, per essa il Baliaggio di Santa Eufemia, un annuo censo sopra il feudo, censo che il Baliaggio conserverà ancora alla fine del Settecento.[xxi] Con privilegio del 30 novembre 1445, il feudo di Apriglianello fu concesso da re Alfonso a Giannotto Contestabile, ma per sua fellonia fu confiscato, ed il 29 agosto 1447 fu venduto a Pietro Sanchez de Oriola, che lo rivendeva a Venceslao Campitelli con regio assenso del 25 ottobre 1474.[xxii]

Risale a quest’ultimo atto la descrizione dei confini del feudo: “ad oriente la pietra posta per termine sulla via pubblica dal secretario Macchiafava, a settentrione dal monticello che dicesi «Mercodito» alla gran lapide che trovasi al piede di detto monticello, presso la via pubblica, e quindi fino al passo di Caccoriaci che va al fonte, il quale trovasi tra il casale di S. Stefano ed il casale di Strongolito. Ad occidente il vallone che viene dal casale di S. Leone, la chiesa di S. Leone e per la serra di Mezzaricotta, sino alla via pubblica e la serra di S. Margherita, la via di Santoquaranta, che va al casale di Papaniceforo, proseguendo fino al ponte di Caccorichi e vallone di Parmali che sta tra le serre di Villiaturi e Papanice, per via pubblica, che mena a Crotone, sino al vallone Lampus e da qui sino alla pietra termine avanti designata.”[xxiii]

Nel 1494 il figlio ed erede di Venceslao, Lorenzo Campitelli, è feudatario della terra di Melissa, del feudo di Rivioti e dei feudi di Aprigliano e deli Pissuni, quest’ultimi due in territorio di Crotone. Il feudo rustico di “Brigliarello”, o “Briglianello” e il feudo di Pissuni, detti anche “li feudi di Giannetto di Condestabile”, permasero in potere dei Campitelli (Giovanbattista, Giovanni Maria, Giovanbattista, Annibale, Francesco) per tutto il Cinquecento, e fino quasi alla metà del Seicento. Durante tutto questo periodo essi rimasero spopolati e, come tali, affittati a semina e pascolo come le vicine gabelle.

In seguito nel 1640, Francesco Campitelli, principe di Strongoli, vendette il feudo spopolato all’aristocratico crotonese Gio. Dionisio Suriano, “il quale in virtù delli privilegii, l’have fatto habitabile, et è uno Casale bellissimo, dove si sono uniti ad habitare molte casate della Provincia”. Il ripopolamento del casale, con l’introduzione da parte dei nuovi abitanti di nuove colture più pregiate, quali le vigne e gli alberi da frutto, durò poco tempo. Morto nel 1647 Gio Dionisio Suriano il feudo passò al figlio Diego. Il feudo con il suo palazzo o fortilizio, ben presto a causa delle epidemie e delle cattive annate spopolò e tale rimase, finchè nel 1698 Antonia Suriano, figlia di Diego, e la figlia di costei Innocenza, sposa del cosentino Antonio Sambiasi, non lo vendettero a Fabrizio Lucifero. Fabrizio Lucifero nel 1700 lo ripopolò. Apriglianello con la sua torre o palazzo e altri piccoli edifici, con le sue terre coltivate e incolte, dell’estensione di circa 2150 tomolate, nei primi decenni del Settecento è al centro di una lunga controversia tra il feudatario e l’università di Crotone.

Quest’ultima cerca inutilmente di opporsi al barone che procede alla chiusura delle sue tenute feudali e, facendovi compiere lavori di valorizzazione, impedisce gli usi civici. Il marchese si impossessa di una sorgente convogliandone l’acqua con una “canaletta di fabrica per sotto terra circa mezo miglio”, fino ad uno scifo per i suoi buoi,[xxiv] sui terreni corsi impianta oliveti, vigneti e piante da frutto, e costruisce caselle, magazzini, giardini, un trappeto ed un parmento.

Il mutamento della destinazione di molte terre, che da gabelle a semina e pascolo sono convertite a chiuse con vigne, alberi da frutto, ecc., e l’impossibilità di accedere alle sorgenti, che sono deviate dal barone per uso privato, causa la protesta dei coloni di Crotone, i quali rivendicano gli antichi diritti di “pascoli, bivieri et altri jussi”.[xxv] Si accende la lite tra l’università di Crotone ed il barone e, mentre questa si trascina tra alterne vicende, il feudo con dominio di vassalli, banca di giustizia, mastrodattia e potestate gladii, notevolmente rivalutato ed abitato da un centinaio di persone, essendo morto Fabrizio nel 1731, passa al figlio Francesco.

Crotone, paesaggio presso Apriglianello.

La sorgente Brausia

La sorgente fu al centro di una lunga contesa tra i cittadini di Crotone ed il feudatario di Apriglianello. All’inizio del Settecento il marchese Fabrizio Lucifero se ne impossessò, convogliandone l’acqua con una “canaletta di fabrica per sotto terra circa mezo miglio”, fino ad uno scifo per i suoi buoi.[xxvi] L’usurpazione fu duramente contrastata dall’università di Crotone, i cui cittadini, privati della possibilità di esercitare gli antichi diritti, cercarono con la forza di ripristinarli, scontrandosi con i servi del barone.

Il 9 gennaio 1761 Giuseppe Maria Lucifero, figlio ed erede di Francesco, barone di Apriglianello, dichiarava che anni prima Antonio La summaria, fattore, gestore ed erario nel feudo di Apriglianello, aveva esposto querela criminale nella regia udienza provinciale, contro Lorenzo Militi, Giuseppe Bonofiglio, Domenico Gemelli, Felice Ciambrone, Brunone Piterà, ed altri “fatigatori di campagna” crotonesi, per maltrattamenti, minacce e maltrattamenti con armi, commessi contro alcuni servitori del marchese nel biviero detto Brausa, che, secondo il barone, apparteneva al territorio del suo feudo.[xxvii]

Crotone, paesaggio presso Apriglianello.

La valle Lamposa nel Seicento

Verso la metà del Seicento le vigne cominciarono a deteriorarsi. Per la siccità, i parassiti, e lo spopolamento delle caselle, decaddero ed alcune chiuse non più coltivate divennero vignali e terre vacue. Sul finire del secolo si assiste ad una rinascita della vallata, che proseguirà anche nei primi decenni del Settecento.

Aumentarono i poderi posseduti in qualità di patrimonio sacro e di rendita vitalizia da parte di sacerdoti e canonici. Il fenomeno che caratterizzerà la valle, tanto da divenire un insieme di patrimoni sacri, è evidenziato dalle molte donazioni a tale titolo per poter intraprendere la carriera ecclesiastica. È questo il caso del chierico Antonio Ciriaco Thesorieri, il quale affermava che, anni prima, Annibale Orlando per legato testamentario, gli aveva lasciato un vignale a “L’Ampusa” in modo da poter ascendere al sacerdozio,[xxviii] o quello riguardante il sacerdote Filippo ed il chierico Carlo Manfredi, i quali all’inizio del Settecento, possedevano una vigna in località Lampusa “consistente in torre, gisterna, parmento murato, ed altre commodità di pezze sei di viti fruttiferi, alberi fruttiferi, terreno libero e chiusura”, confinante con la vigna del Mag.co Gregorio Gerace d’una parte e, dall’altra, la vigna detta “delli Puglisi”, e dall’altra parte ancora con la vigna d’Ignatio Costantino. La vigna era appartenuta dapprima a Resilla Voce e poi ad Aurelio e Francesco Roggiero. Questi ultimi avevano preso in prestito un capitale dal canonico Carlo Cesare Scarnera, ma non riuscendo a pagare le annualità gli cedettero la vigna, che il canonico donò ai suoi nipoti Manfredi.[xxix]

Negli atti della visita ai luoghi sacri della diocesi, compiuta dal vescovo Marco Rama, sono elencate numerose vigne in territorio di Lamposa. L’elenco che se ne ricava, anche se parziale, evidenzia quanto esteso era il potere ecclesiastico nella vallata, e come alcune vigne erano state impiantate da poco tempo: “Vigne del q.m D. Antonio Limari hoggi del D.r fisico Ant.no Magliari”;[xxx] “Vigne del q.m Mutio de Vite e Giuseppe f.lli, confine le vigne del canonico D. Carlo Presterà”;[xxxi] “Vigne del S.r Giulio Cesare Modio vendutoli dal canonico D. Leonardo Cirrelli confine le vigne del beneficio di S. Tomaso della famiglia Capicchiano”;[xxxii] “Vigne del clerico Gio. Catalano confine le vigne di Feliciana e Vittoria Valente”, eredi del tesoriere della cattedrale Gio Paolo Valente;[xxxiii] “Vigne di notaro Ant.no Varano  confine le vigne del chierico Antonio Quercia”;[xxxiv] “Vigne del q.m Gio. Matteo Jacomino poi di Lelio e Luc. Ant.o Manfredi hoggi di Gio. Geronimo La Nocita”;[xxxv] “Vigna del q.m Gio. Giacomo Venturi strada mediante le vigne del canonico Isidoro Jannice e di D. Antonio Gallipoli hoggi del canonico D. Giuseppe Favora al presente possedute dalle sorelle di detto q.m D. Gio. Giacomo”;[xxxvi] “Vigna del canonico D. Carlo Presterà confine le vigne hoggi di Gio. Geronimo La Nocita”;[xxxvii] “Vigne del sacerdote Gio. Domenico Trimboli furono del q.m Carlo Berlingieri”;[xxxviii] “Vigne del q.m Gennaro Marzano, fu del q.m Luc.Antonio Crescente, hoggi dell’heredi del sud.o Marzano”;[xxxix] “Vigne “pastina” del beneficio di S. Tomaso Apostolo della famiglia Capocchiano confine le vigne di Giulio Cesare Modio”;[xl] “Vigne dell’arciprete D. Antonio Puglise confine le vigne di Gio. Geronimo Ruggero”.[xli]

Crotone, la torre e la chiesa di S. Giovanni di Apriglianello.

Cenni storici su alcune vigne

Vigna dei Ventura

Nel 1648 Prospero Ventura e Dianora Garetto tra i beni dotali, possiedono una vigna “in loco Lampusa juxta terras Apriglianelli, terras de Raymondo, viam publicam et alios fines”.[xlii] La vigna continuò ad appartenere alla famiglia dei Venturi; i quali alla metà del Seicento, erano proprietari delle “vineas” in località Lamposa”. Le vigne del reverendo Gio. Domenico Venturi confinavano con il giardino con torre del tesoriere della cattedrale Gio. Jacobo Syllano.[xliii]

Nel febbraio1688, il reverendo Carlo Venturi ed il fratello Ignatio Venturi, erano proprietari di un giardino con vigne e torre in località della “l’Ampusa”.[xliv] “Vigna del q.m Gio. Giacomo Venturi nel territorio di Lampusa strada mediante le vigne d’Isidoro Jannice, e di D. Antonino Gallipoli hoggi di D. Giuseppe Favora al presente possedute dalle sorelle di detto q.m D. Gio. Giacomo.”[xlv]

Vigna di Casanova

Il dottor Diego Casanova possiede una vigna “alborata et vitata con alberi fruttiferi con casella dentro”. La vigna, che era appartenuta al fu Andriano Zizza, è situata in località Lampusa, e confina con una vigna che il Casanova ha venduto a Giacinto Messina. Essa è gravata da annui ducati 5 e tari uno, per il capitale di ducati 65 dovuti al reverendo Paulo Rigitano, parroco del regio castello, per legato lasciato dal fu alfiere Gasparo Badia, tenente del castello, e di altri carlini 12 annui per capitale di ducati 15, dovuti al canonico Lelio Manfredi, per il beneficio di San Benedetto della famiglia di Nola.

Nel 1689 la vigna è venduta al canonico Francesco Cirrelli per ducati 100.[xlvi] La vigna, confinante con la strada pubblica, con il vallone e con altre vigne, anche se in parte deteriorata, all’inizio del Settecento è ancora in possesso del parroco Francesco Cirrelli. Nel febbraio 1703 essa è ceduta per ducati 220 a Michele La Piccola. Così è descritta nell’atto di vendita: “Una continenza di vigne fruttiferi, consistentino in tre pezze, et una altra vacante con terre libere alborate con più e diversi alberi fruttiferi con casella scoverta in luogo detto Lampusa, confine d’una parte le vigne di Jacinto Messina, le vigne dell’heredi del q.m Felice Antico, dell’altra la vigna del Sig.r D. Ferrante Pelusio via publica mediante, ed dell’altra parte la gabella detta La Paganella vallone mediante”. Michele Rizzuto acquistata la vigna, la dona al figlio, il chierico Giuseppe, a titolo di patrimonio, in quanto deve giungere al sacerdozio.[xlvii]

Vigna dei Fiasconi

La mensa vescovile di Crotone esigeva un censo annuo enfiteutico di ducati otto sulle vigne dette “delli fiasconi”, un tempo concesse per annuo canone enfiteutico dal vescovo di Crotone al notaio Pietro Brancati. Le vigne passarono poi di proprietà di Giuseppe Juzzolino e quindi, a Gio. Paulo Fiascone. Passate in proprietà di Franciscella Fiascone, poichè questa per un biennio non pagò il canone enfiteutico, queste ritornarono in potere della mensa vescovile. L’economo della mensa vescovile, il sacerdote Antonio Fernarndes, nel settembre 1679 otteneva il permesso di metterle all’asta al miglior offerente “havendo riconosciuto non tornar comodo di tener d.a Mensa l’accennate vigne essendone restate moltissimi anni inculte”.[xlviii] Alla fine del Seicento le vigne, sempre gravate dal censo, erano patrimoniali del canonico Andrea Quercia.[xlix] In seguito passarono a Gio. Battista Venturi.

Vigna dei Petrolillo

Alla fine del Cinquecento Vincenzo Petrolillo veniva accusato dai compilatori della platea dell’abbazia di S. Maria di Altilia, di avere usurpato dei terreni appartenenti alla gabella di Manca di Cane. Nella sua possessione “ocularmente appare haverci fatto sepala nova dentro lo terreno di d(ett)a Abbad(i)a con aggreg(ation)e di terreno et quercie, dove appare per li stanti postici anticamente”.

All’inizio del Seicento i Petrolillo avevano diverse vigne nella valle e, per non pagare le tasse, le intestavano ai congiunti ecclesiastici. Matteo Cardea, che aveva avuto in consegna dal reverendo Gio. Francesco Petrolillo, una continenza di vigne con l’obbligo di pagare i censi che la gravavano, cioè ducati otto al reverendo Gio. Francesco Petrolillo, e ducati tredici e tari tre a Gio. Tomaso Mazzulla, la vendeva a Gio. Jacobo Petrolillo. La continenza era situata in località “La Rotondella”, e confinava con le vigne che erano state di Gio. Francesco Petrolillo e poi vendute a Gio. Vincenzo Garetto, la vigna che era stata di Gio. Giacomo Pignanello “stritto mediante la valle dell’Ampusa”. Successivamente, la vigna ritornò a Gio. Francesco Petrolillo il quale, per “fare casa ad Gio. Jacobo suo fratello et levarse il peso di fare conciare detta vigna per solamente attendere alli studii et alla chiesa dove sta obligato”, decideva di darne l’usufrutto al fratello ed al figlio di costui “per poterse mantenere alle scole”.[l]

In seguito, la vigna pervenne a Francesco, Antonio, Lelio e Gio. Domenico Petrolillo, che risultano proprietari di una vigna in località Lamposa, che vendettero a Gio. Jacono Petrolillo. Alla sua morte essa pervenne agli eredi. Nel marzo 1671 Dianora Scarnera, vedova di Gio. Jacono Petrolillo, ed i suoi figli dichiararono di possedere “una continentia di vigne site e poste loco detto Lamposa confine il vignale della chiesa della SS.ma Annunciata della Terra di Papanici d’uno lato et altre vigne d’essi Petrolillo via publica et altri fini”. La vigna era composta “di pezzi quattro di vigne, giardino, palazzotto, et puzzo et altri commodità”. Essi la vendettero ad Horatio Scarnera per ducati 165.[li]

Vigna dei Syllano

Nella platea dell’abbazia di Santa Maria di Altilia, sopra riportata, si legge che “Seguendo (vi è) un’altra possessione di Gio. Teseo Scigliano dove se vede ocularmente esserci fatto aggregatione di terreno di d.a abbadia et edificatovi una torre dentro detto terreno secondo appare per la casa vecchia che era termine alla fabrica nova che è più ad alto quali terreni aggregati si vede ocularmente che sono di d.a abbadia”.[lii]

Nel 1648 morì Luccia Milello. Tra i beni lasciati in eredità vi era “una continentia di vigne con torre e pozzo”, sita e posta in territorio di Crotone in località “l’ampusa”, confinante con le vigne del reverendo Gio. Domenico Venturo e la gabella di Manca di Cane dell’abbazia di S. Maria di Altilia. Nell’agosto 1667 i figli ed eredi, il tesoriere Gio. Giacomo Syllano e la sorella Dianora Syllano, si dividono i beni ereditari. La vigna, stimata del valore di ducati 600, è scelta ed assegnata a Dianora Syllano “una con il frutto, con conditione però che essa paghi il vigniero”.[liii]

Vigna dei Messina

Jacintho Messina verso la metà del Seicento acquistò una vigna in località Lamposa dal dottor Diego Casanova. La vigna confinava con un’altra vigna del Casanova. In seguito, la vigna passò ai fratelli Gio. Pietro e Leonardo Messina, e poi ai loro figli, tra i quali il sacerdote Giacinto. All’inizio del Settecento la “continenza di vigne con giardino” dei Messina, confinava con le vigne del cantore e poi arcidiacono della cattedrale D. Diego Leone e con quella che era appartenuta al fu Giuseppe Squillace.[liv]

Vigna dei Leone

Il Sargente Blas de Leone possedeva una vigna in località Lamposa, che confinava con quella dei Messina. In seguito, la vigna passò all’arcidiacono della cattedrale Diego de Leone, che la deteneva alla fine del Seicento.[lv]

Vignale degli Oliverio

Da una lite tra il monastero di San Francesco di Paola e le clarisse si viene a sapere che, nel 1674, il correttore dei minimi pretendeva che le clarisse pagassero un annuo censo di tomoli sei di grano, con molte annualità arretrate, in quanto eredi della clarissa Laudonia Oliverio, sopra un vignale appartenente alla clarissa, situata in località Lamposa e confinante con le vigne che furono di Giuseppe Juzzolino e poi di Fiascone. Le clarisse per chiudere la lite cedettero il vignale ai minimi.[lvi]

La valle nel Settecento

Durante il Settecento molte chiuse e vigne si arricchirono di nuove strutture quali torri, caselle, pozzi, sena, pila, canalette, ecc., e cambiarono più volte di proprietà. A volte esse furono divise in diverse porzioni o parti, a volte furono unite. La superficie a vigna si ampliò tanto da permettere l’esportazione di vino e frutta dal porto di Crotone. Solo per l’anno 1718, come si rileva dai libri del regio fondaco e dogana di Cotrone, sono segnalate un’estrazione il dieci giugno da parte di Ciccio Polia, di carra due di vino, il cinque luglio Domenico Giardino esportò altre carra due di vino, ed il tre settembre Domenico Trovato imbarcò some tre di frutta.[lvii]

Dopo la fase espansiva dei primi decenni del Settecento, alla metà del secolo subentrò una contrazione dovuta ad una persistente siccità, che rovinò i giardini e le chiuse. Seguì una espansione sul finire del secolo. Allineate lungo la via che, da Crotone per Stretto delle Vigne, Torritonda, Vigne Lampus, conduce a Papanice, queste vigne risultano gravate da svariati censi e canoni, dovuti ad enti ecclesiastici.

Dal catasto onciario di Crotone del 1793 ricaviamo i nomi di alcuni proprietari di chiuse e vigne in località “Lampus”. Essi sono: Antonio Rizzuto, Antonio Astorelli, Bernardino Milelli, Baldassare Zurlo, Dionisio Giaquinta, Eredi Dionisio Ventura, Eredi Diego Tronga, Eredi Giuseppe Orsino, Eredi Paolo Mazza, Francesco Antonio Falbo, Giuseppe Smerz, Giuseppe Coccari, Gaetano Maccarrone, Nicola Rizzo, Saverio Micilotto, il convento dei religiosi di S. Giovanni di Dio o della Pietà, Felice Maccarrone, Gio. Vittorio Foresta.

Si tratta per la maggior parte di proprietari appartenenti a famiglie nobiliari e del ceto medio, alle cui dipendenze hanno dei vigneri e dei guardiani ai quali è affidata la coltivazione e la vigilanza delle vigne. Quasi sempre si tratta di “forastieri laici abbitanti”. Il catasto ci fornisce alcuni dei loro nomi e quello del padrone della vigna: Alessandro Puntoriero, Antonio Macrì, vignere di Domenico Messina, Francesco Mujolino, Filippo Purito, Francesco Tropea, vignere in Giambiglione, Gerolimo Pontoriero, Martono, vignere di D. Carlo Ventura, Saverio Scida, Serafino vignere che stava con D. Scipione di Vennera, Saverio Sgrò, vignere di Massa, Vincenzo Costa, vignere di Stricagnolo, ecc.

Vigna degli Asturello

Aurelia La Nocita, vedova di Francesco Asturello, ed il figlio, il sacerdote Felice Asturello, possiedono “una continenza di vigne fruttiferi, con alberi fruttiferi, pozzo, e torre di fabrica ed altro” in località Lampusa, confinante con le vigne furono del q.m Gio. Battista Barricellis, le vigne dette la Torre Tonda stritto mediante colle vigne dette Fiorino, le vigne furono del primicerio Carlo Presterà ed altri confini franca e libera solo gravata d’annui carlini quattordici d’annuo canone, dovuti carlini dieci all’arcipretato, quinta dignità della cattedrale di Crotone, e grana quaranta alla chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo di Crotone.

“Perchè era tutta rovinata e disfatta con una miserabile casella e terre libere”, Felice Asturello la migliorò, impiantandovi le viti, gli alberi fruttiferi ed edificandovi una torre. Nel maggio 1733 Aurelia La Nocita e Felice Asturello concedono la terza parte della vigna, alberi fruttiferi, torre, chiusure, miglioramenti ed altro, esistenti nella medesima, così in proprietà che in usufrutto, a beneficio di Pietro Asturello, altro figlio della Nocita e fratello di Felice. In seguito Felice Asturello migliora e aumenta a sue spese la torre, costruendovi accanto due camere nuove dette “la torre nuova”.

Alla fine di luglio 1751 avviene la separazione definitiva della proprietà con l’assegnazione della terza parte a Pietro Asturello. Chiamati due esperti, a Pietro Asturello furono assegnate tre pezze così descritte: “la pezza del nero quale è la seconda pezza del vado seu ingresso a detta vigna, ed unite a detta seconda pezza detta del nero seguono altre due intiere pezze una attaccata all’altra, che si chiamano una la pezza del ziurifero, e l’altra la pezza del pozzo”. A complemento di questa terza parte sono assegnate altre “settecento viti nella pezza che siegue appresso alle dette tre di rimpetto al portone della torre nuova affacciante Fiorino, ove l’esperti sudetti non solo vi anno piantato alcune pietre per termine, ma di vantaggio anno fatto incidere un ordine, seu file di viti per restarvi la strada e divisorio dell’altre viti che restano per conto dell’altre due porzioni”.

Inoltre, Pietro Asturello avrà diritto alla metà della torre vecchia, ma poichè la terza parte di vigna assegnata è stata coltivata, “con averla esso sig.r Felice a sue spese fatta zappare, ammajare, scutignare, e farvi fare tutte le colture e servizii necessari con averci posto anche il custode, seu guardiano che l’ave custodito e deve custodirla per tutte le vendemie”, Pietro Asturello dovrà versare al fratello per la sua terza parte, la somma di ducati quindici.[lviii]

Nel 1770 Pietro, Dionisio e Caterina Asturello possiedono tra i vari beni, in quanto eredi della madre Aurelia La Nocita e del canonico Felice Asturello, “una vigna nel luogo detto Lampuso, confine con quella del q.m Domenico Tiriolo, D. Giuseppe Smerz, D. Fabrizio Suriano ed altri confini, consistente detta vigna in salme sei di terra quindicimila settecento trenta nove viti, diversi alberi fruttiferi con torre di fabrica ed in un vignale composto in salme due di terra sito e posto in questo sudetto territorio confine la vigna del sig.r marchese Berlingieri”. Il valore della vigna e del vignale è valutato in ducati 1715 e grana 63. Nel settembre di quell’anno avviene la separazione di tutti i beni che possiedono gli Asturello, ed a Pietro Asturello rimangono la vigna ed il vignale.[lix]

Vigna Rodrigues, Suppa, Montefusco

Nell’agosto 1743 Ignazio Rodriguez dona al nipote “ex sorore” Onofrio Suppa, “che ha allevato sin dalla fanciullezza ed amato e stimato come figlio, un comprensorio di vigne con chiusura di capacità circa tumolate dodeci, consistentino in pezze di vite numero sette, alberi fruttiferi, pozzo, torre ed altro”. Il comprensorio è situato in località Lampusa e confina da un lato, stretto mediante, alla continenza di vigne e giardino del marchese Francesco Cesare Berlingieri detto della Rotonda e, dall’altro lato, con una chiusa con vigne di Tommaso e fratelli Capocchiano.

Il comprensorio di vigne è franco di ogni onere, solo è gravato di un annuo canone di grana cinque dovuto alla mensa vescovile di Crotone. Il Rodriguez aveva acquistato la vigna, parte acquistando una vigna da Matteo Piroci, e parte il confinante vignale dal canonico Giuseppe Rizzuto. Aveva unito le due parti e piantato numerose viti ed a sue spese ridotto tutta la proprietà in una vigna di circa dodici tumolate, consistente in sette pezze di vigne e con numerosi alberi fruttiferi.[lx]

Nel maggio 1757 Onofrio Suppa vende per ducati 290 a Carmine Montefusco, “una vigna seu chiusa con vigne, casetta di campagna ed altro sita e posta in loco detto Lampusa confine un’altra chiusa del signor tesoriere della cattedrale D. Tomaso Capochiano, ed un’altra chiusa con vigna, torre, pozzo ed altro che era posseduta dallo stesso Onofrio (Suppa) e da pochi giorni ugualmente venduta a detto Carmine (Montefusco)”.[lxi]

Nell’ottobre 1772 la “vigna di pezze undeci di viti, e diversi alberi fruttiferi, con torre di fabrica ed altro”, situata in località Lampuso e confinante, stritto mediante, con la vigna degli eredi di Domenico Federico, è ancora di proprietà di Carmine Montefusco e del figlio, il chierico Vincenzo Montefusco.[lxii] Nel 1793 Michele Montefusco possiede una vigna acquistata dal q.m Onofrio Suppa.[lxiii]

Vigna Berlingieri, Cavalieri, Milioti

Nel maggio1745 il marchese di Pirrotta, Francesco Cesare Berlingieri, vende per ducati 1200 al reverendo canonico Felice Cavalieri “una continenza di vigne con giardino, dico con giardino d’alberi fruttiferi, terre vacue ed ortalizie, siena, pozzo, pila acquidotti seu canalette, torre, chiusura et altro al medemo attinente”, sita nel luogo detto Esaro e confinante con il giardino dell’eredi del fu Bernardo Venturi d’una parte e, dall’altra, confine la gabella Piterà dello stesso marchese Berlingieri e via pubblica, e dall’altra ancora confine la Marina. La continenza era stata venduta al Berlingieri nel 1725 da Pietro Alimena, marchese di S. Martino e fratello uterino di Violante Suriano, moglie del marchese Berlingieri. Il Berlingieri dopo l’acquisto l’aveva migliorata, aumentando le piante da frutto e le viti.[lxiv]

Felice Cavalieri che aveva comprato il giardino con la torre e altro per ducati 1200, era il cognato e prestanome di Benedetto Milioti che, nel 1750, fa valere il suo diritto di proprietà sul “giardino seu podere con vigna, alberi fruttiferi, terre vacue ed ortalitie, sena, pozzo, pila con aquidotti seu canalette, torre, chiusura ed il suo vignale”, che confina con la marina in loco detto Esaro e con il giardino e vigne dell’eredi di Bernardo Venturi e con la gabella detta Piterà.[lxv]

Vigna Sculco, Loschiavo, Ventura

Tomaso Domenico Sculco possiede una vigna con torre e casella confine Manca di Cane.[lxvi] La vigna passò al figlio Francesco che nel catasto del 1743, tra i molti beni, possiede una chiusa di terre vitate e alberate di tomolate undici, confinante con la gabella Manca di Cane. Alla morte di Francesco Antonio Sculco la chiusa con vigne passò agli eredi. Essa è descritta situata in località Lampusa, vicino alle terre dette Manca di Cane e confinante con la vigna dell’eredi del fu arcidiacono D. Pietro Paolo Venturi.[lxvii] In seguito il figlio ed erede di Francesco Antonio, il cavaliere gerosolimitano Tommaso Sculco, concesse la chiusa detta di Manca di Cane al massaro Floro Loschiavo. Dal quale la chiusa pervenne poi a Dionisio Ventura, che la lasciò agli eredi.[lxviii]

Vigna Valente, Berlingieri, Maccarrone

Il marchese Francesco Cesare Berlingieri, “Dottore dell’una e l’altra Legge primario Patrizio di questa Città di Cotrone”, come erede di Vittoria Valente, possiede “una vigna sita nel territorio di questa Città nel luogo detto Lampusa, detta la Vigna di Valente, vitata, alberata con più e diverse viti et alberi fruttiferi, terre vacue e torre, consistente detta vigna in pezze due di migliara due, et duecento di viti, e di dette terre vacue tumulate otto in circa”. La vigna confina da una parte con la vigna degli eredi di Gaetano Ferraro e dall’altra parte con quella degli eredi di Giuseppe Fallacca. Il marchese nell’agosto 1739 la vende per ducati trecentocinquanta di carlini d’argento a Felice Maccarrone.[lxix]

Vigna dei Tiriolo

I fratelli Aurelio, Nicola e Pietro Tiriolo nel luglio 1717, comprano per 850 ducati dai fratelli Cesare e Gregorio Presterà, “cessionarii del sig.r D. Dom.co Geronimo Suriano, tanto in persona propria quanto come procuratore delli Sig.ri D. Giuseppe e D. Andrea Suriano fratelli coeredi del q.m Primicerio Sig.r Carlo Presterà una continenza di vigna confine le vigne furono di Gio Geronimo La Nocita, le vigne dette la Torre Tonda stritto mediante le vigne dette fiorino, le vigne del S.r Giuseppe de Vite, e la gabella detta zinfano”.

“Le vigne e terre vacue che compongono e fanno la chiusa”, erano appartenute al primicerio il fu Carlo Presterà. I tre fratelli le tennero per circa tre anni in comune e indiviso, ed a spese comuni la rinnovarono “con più piante di viti, et alberi”, costruendovi una torre. Nel settembre1720 i tre fratelli divisero la vigna in tre parti.

“La prima portione di pezze quattro vigne con terre vacue, comincia dalle vigne, e terre dette fiorino del S.r D. Anibale Albano confina con le vigne del S.r Gius.e de Vito et il vignale di Zinfano di S. Chiara. Seconda portione in pezze tre con terre vacue, comincia da dette terre di fiorino và per dritto verso la torre tonda et è la parte di mezo. La terza parte comincia da dette terre fiorino, le vigne furono del q.m Gio Geronimo La Nocita, e la Torre Tonda in pezze tre, et una piccola. E vi è romasto un pezzo di terra proprio a la parte di mezo, circa mezo tt.lo da dividersi con la casella, e torre, qualparte di mezo vantaggia all’altre due portioni in d.ti trenta, che si dovranno pagare da chi toccherà detta portione di mezo e restare in comune detto pezzo di terra con dette casella, e torre e la strada di detta vigna sono per fossi, e limiti delle dette portioni”. Fatte tra loro “le zangole seu sorte” in presenza di più testimoni, la parte di mezzo con il debito di ducati trenta andò a Nicola “con la soggezzione del pezzo di terra per uso di orto in comune, e indiviso e dette casella e torre”.[lxx]

Le due parti rimanenti rimasero in comune ed indivise tra i due fratelli Aurelio e Pietro. Nel 1726 Pietro morì istituendo erede un altro fratello, il sacerdote Francesco. Da quel giorno in poi le due porzioni non divise, furono quindi godute da Francesco e Aurelio Tirioli.[lxxi] Morti Nicola e Pietro Tiriolo nel 1731, il regio ed apostolico notaio, il reverendo sacerdote Francesco Tirioli, ed il fratello Aurelio procedono alla divisione delle due parti comuni ed indivise, cioè “la parte confine Zinfano, le vigne del Sig.r Giuseppe de Vite e la parte confine la vigna di Gio. Geronimo La Nocita oggi posseduta dal reverendo D. Felice Asturello”.[lxxii]

Vignale del convento di S. Francesco di Paola, passato poi ai Di Bona e quindi agli Orsini

Nel novembre 1713 il convento di S. Francesco di Paola di Crotone vendeva per ducati trenta a Diego di Bona, una vigna situata in località Manca di Cane. La vigna era gravata da un annuo censo di carlini dieci per “jure emphiteutici perpetui” dovuti al convento, da pagarsi ogni mese di agosto. Morto Diego la vigna pervenne per eredità al figlio Gio. Vittorio di Bona il quale nel 1758, possedeva “Un pezzo di terre rase, seu vignale di circa tumolate tre, sito e posto nel territorio di questa Città di Cotrone, nel luogo detto Manca di Cane, confine le vigne furono della q.m Laura Marzano, oggi possedute dal Sig.r D. Giuseppe Orsini fratello di esso Sig.re D. Agostino, la gabella d.a Manca di Cane, e le vigne del Sig.r D. Dionisio Ventura”. Nel marzo di quell’anno il Di Bona permutava il vignale con una casa appartenente al Dottor D. Agostino Orsino.[lxxiii] In seguito per eredità, il vignale Manca di Cane situato in contrada detta Lampusa, passò a Raimondo Orsino.

Note

[i] Nola Molise G. B., Cronica dell’antichissima e nobilissima città di Crotone, Napoli 1649, pp. 58-59.

[ii] Nota in Nola Molise G. B., Cronica, dell’antichissima e nobilissima città di Crotone, Napoli 1649, pp. 58-59, B. C. 220 – Biblioteca Calabra donata dal Prof. Francesco Morano alla Nazionale di Napoli – 1898.

[iii] Trinchera F., Syllabus graecarum membranarum, Napoli 1865, pp. 400-402.

[iv] Longo L. (a cura), La platea del monastero del SS. Stefano e Brunone, Ed. Orizzonti Meridionali, Cosenza 1996, p. 67.

[v] AASS, Cart. 47 B, Parrocchia di Altilia.

[vi] ASCZ, Miscellanea Monastero di S. Maria di Altilia (1579-1782) 529, 659, B. 8. Copia di Platea antica con i pesi de’ vassalli di d.a scritta a foliate numero 29, f. 13.

[vii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, ff. 69v-70.

[viii] ASCZ, Busta 497, anno 1702, ff. 31-33.

[ix] ASN, Dip. Som. 315/ 9, Conto del m.co Giulio Cesare nde Leone, Deputato sopra l’intrate del vescovato de Cutrone, 1570 et 1571, ff. 46, 52.

[x] ASN, Dip. Som. 315/ 9, Conto del m.co Giulio Cesare nde Leone, Deputato sopra l’intrate del vescovato de Cutrone, 1570 et 1571, ff. 8, 46, 47v.

[xi] ASN, Dip. Som. vol. 315/10, Intrate del R.do vescovato de Cotrone esatti per me Giulio de Leone in lo anno p.e Ind.e 1572 et 1573, f. 1.

[xii] ASN, Dip. Som. vol. 315/13, Intrate del regio vescovato de Cotrone esatte per me scipione rotella esactore deputato per il S.r pier fran.co ravas.ro regio thesoriero de Calabria Ultra nel anno 14 Ind.e 1585 et 1586, ff. 1, 20.

[xiii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 69.

[xiv] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 69v.

[xv] ASN, Dip. Som. F. 315, Conto mensa vescovile (1711-1712), f. 2v.

[xvi] ASCZ, Busta 1268, anno 1761, ff. 107-110.

[xvii] AVC, Platea Mensa Vescovile 1780 e parte del 1781.

[xviii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 152.

[xix] ASCZ, Busta 664, anno 1732, ff. 38-43.

[xx] Font. Arag., II, 83.

[xxi] Nel 1743 il censo era di ducati 18 (ASN, Cam. Som., Catasto Onciario Cotrone, 1743, vol. 6955). La Commenda di Malta possedeva ancora all’inizio dell’Ottocento la “grangia di Cotrone”, formata da diverse gabelle (Volta della Scafa, li Prelati, li Prelatelli, Vignale di Nola, Ciurria, Castellanetta, ecc.), censi e diritti. Il Baliaggio di S. Eufemia possedeva il casale di Gizzeria, la terra di Nocera, la grangia di Cotrone, Belcastro, Crucolli e altri luoghi, con la loro giurisdizione civile, criminale e mista (ASCZ, Busta 313, anno 1668, ff. 275-278).

[xxii] ASN, Fondo Pignatelli Ferrara, Fascio 17 Pratica 44. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, I, Frama Sud 1984, pp. 119-120.

[xxiii] Vaccaro A., Kroton, MIT Cosenza 1966, vol. I, p. 284.

[xxiv] ASCZ, Busta 661, anno 1722, ff. 91-92.

[xxv] ASN, Prov. Caut. 338, f. 65.

[xxvi] ASCZ, Busta 661, anno 1722, ff. 91-92.

[xxvii] ASCZ, Busta 1127, anno 1761, ff. 5-6.

[xxviii] ASCZ, Busta 253, anno 1671, f. 177.

[xxix] ASCZ, Busta 665, anno 1736, ff. 9-10.

[xxx] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 87.

[xxxi] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 87.

[xxxii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 87v.

[xxxiii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 102.

[xxxiv] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 107.

[xxxv] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 115.

[xxxvi] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 122.

[xxxvii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 131.

[xxxviii] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 131.

[xxxix] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 131v.

[xl] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 155v.

[xli] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 157.

[xlii] Pergamena senza collocazione.

[xliii] ASCZ, Busta 229, anno 1657, f. 26; Busta 253, anno 1667, f. 16.

[xliv] ASCZ, Busta 335, anno 1688, f. 5.

[xlv] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 122.

[xlvi] ASCZ, Busta 336, anno 1689, f. 105.

[xlvii] ASCZ, Busta 659, anno 1715, ff. 1-3.

[xlviii] ASCZ, Busta 334, anno 1679, f. 246.

[xlix] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 69v.

[l] ASCZ, Busta 118, anno 1628, 74.

[li] ASCZ, Busta 253, anno 1671, ff. 40-41.

[lii] ASCZ, Miscellanea Monastero di S. Maria di Altilia (1579-1782), Copia di Platea antica (1582), f. 18v.

[liii] ASCZ, Busta 253, anno 1667, f. 16.

[liv] ASCZ, Busta 1063, anno 1743, f. 43.

[lv] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama, A. D. 1699 confecta, f. 69v.

[lvi] ASCZ, Busta 334, anno 1674, ff. 45-47.

[lvii] ASCZ, Busta 661, anno 1721, ff. 256v-257.

[lviii] ASCZ, Busta 664, anno 1733, f. 75; Busta 855, anno 1751, ff. 2-6.

[lix] ASCZ, Busta 917, anno 1770, ff. 53-54.

[lx] ASCZ, Busta 1063, anno 1743, ff. 37-38.

[lxi] ASCZ, Busta 859, anno 1757, ff. 491-492.

[lxii] ASCZ, Busta 917, anno 1772, ff. 89v-90.

[lxiii] AVC, Catasto Onciario Cotrone, 1793.

[lxiv] ASCZ, Busta 1063, anno 1745, ff. 16-17.

[lxv] ASCZ, Busta 1063, anno 1750, ff. 19-20.

[lxvi] ASCZ, Busta 613, anno 1722, f. 102.

[lxvii] ASCZ, Busta 857, anno 1754, f. 442v.

[lxviii] AVC, Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 35v.

[lxix] ASCZ, Busta 911, anno 1739, ff. 15-16.

[lxx] ASCZ, Busta 660, anno 1720, ff. 269-270.

[lxxi] ASCZ, Busta 660, anno 1720, ff. 269-270.

[lxxii] ASCZ, Busta 663, anno 1731, ff. 200v-201.

[lxxiii] AVC, Atto del notaio Ioanni Tirioli di Crotone del 24 marzo 1758.


Creato il 9 Marzo 2015. Ultima modifica: 16 Novembre 2022.

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