Paesaggi Crotonesi: Lo stagno di “Milino” ed i “casini” vicino al molo

Veduta di Crotone (1605) di Erasmo Magno da Velletri, conservata alla Biblioteca Riccardiana di Firenze (Ricc. 1978, c. 108r), in Alessandra Anselmi, La Calabria del viceregno spagnolo storia arte architettura e urbanistica, 2009.

“Vi era uno stagno detto Melimno, hoggi detto Melino sotto l’antico Castello dalla parte del Molo, il quale per il tempo, et per la fabrica delle nuove muraglie sta di terra pieno, dove hoggidi se ci fa orto, di questo stagno fa mentione Teocrito nella quarta Ecloga, introducendo Coridone à parlare. Et quidem ad Melimnum impellitur, atque partes Phisci. Sopra le quali parole dice l’interprete sopra detto di Teocrito, Melimno è uno stagno nella Città di Crotone, ve n’è un’altro dell’istesso nome in Troia, ancorche un’altro interprete dice essere una bocca di palude in Crotone, ma tutti concludono questo Melimno essere un luogo paludoso, nè in Crotone altro di questo nome si ritrova.”

In nota l’autore scrive: “Melinus color in floribus luteum significat. Come si lege in Dioscuride et in Plinio essendo uno stagno doveva essere lutoso o di luto haveva il colore et perciò fu Melino detto prese questo nome dal suo proprio essere.”[i]

Crotone, in evidenza la palude di “Milino”.

 

La Porta di Milino

L’antica via costiera romana – medievale, che collegava Capo delle Colonne con Crotone, giungeva e saliva alla porta di Milino, che era situata sulla rocca della Capperrina e, passata per la città, costeggiava la marina verso il fiume Esaro. Rappresentando questa per molto tempo l’unica via, per la quale poteva venire da sud un esercito nemico, la porta e le opere di fortificazione adiacenti furono particolarmente curate e munite. In tale contesto anche l’esistenza del vicino stagno di Melino assumeva un’importanza strategica per rendere più difficile l’accesso e più sicura e protetta la città.

Durante i lavori di fortificazione di parte della cinta muraria, al tempo dell’occupazione aragonese, più volte troviamo riferimenti alla ricostruzione del muro e della porta di Milino. Così nella primavera del 1485 al molo della città e al “porto de terczana” approdano di continuo “brigantini” e “grippi” carichi di pietra, caricata a “colonnj e pagata a carlini 7 o 10 la barcata, pietra che i carreri portano dalle marine di “terczana” e di “santa panayia” ai mastri, che stanno innalzando la torre della Capperrina, il muro di Milino, “li rebellini” ed il parapetto di una nuova calcara al castello.

Sotto la Capperrina verso la marina i mastri fabricatori ed i manipoli elevano “lo rebellino” e costruiscono “li bombarderij et altri posteroli in pedi la turre de santa panayia”, “uno peczo de muro coniuncto alla porta nova de milino” e “la porta seu bombardera de la casa macta dela capperrina necessaria per la securta de ditta cita”.

“Operarij” di Rogliano preparano il “pedamento deli rebellini in fronti la porta di milino” e spianano “uno monte de terra quale era dentro parte la torre nova dela capperrina” e portano la terra con le sporte “allo canto de le rebellinj”. “Alla porta nova de milino”, “fabricaturi fabricaro lo muro coniunto cum la porta de milino”, aytoro affabricar alla fabrica de lu dittu muru de milino”, Muro verso la porta de milino”, Fatigaro ad murar uno peczo de muro coniuncto alla porta nova de milino”, “in lo muro verso la porta de milino”.[ii]

Un riferimento all’esistenza di una calcara appartenente all’università di Cotrone, lo ritroviamo nei lavori di riparazione delle mura all’inizio del viceregno spagnolo. “Adi 25 martii V Ind. 1517. Spesa facta alla univ(ersa)le carcara dela colla de melino tanto per lo annectar di essa come per petra et frasca mancanti come per lo cocher.”[iii] Sempre durante i lavori di fortificazione della città e castello, al tempo del vicerè Don Pedro de Toledo, troviamo dei riferimenti al pantano ed alla calcara di Milino. “Petra incannata allo juzillo de milino verso lo molo”. Agl’inizi di maggio m.ro Colella Chepolla incomincia le due nuove calcare vicino al castello nel luogo detto “Milino”… “dui calcari de retro lo castello ad milino (1543).[iv]

Crotone, l’area in cui sorgevano la porta di Milino e le sue adiacenze (foto di Antonello Scerra).

 

L’orto di Milino

Con la costruzione delle nuove mura venne distrutta l’antica porta urbana detta “Milino”. La parte della città su cui si apriva fu completamente circondata da mura e la via proveniente da Capo delle Colonne fu deviata verso la nuova porta principale della città. Riempito lo stagno, il luogo fu poi coltivato ad orto. Nel 1566 infatti, la mensa vescovile possedeva “un orto nominato milino dentro il quale nci sono dui pedi de fico confina lorto de San Giorgio nel lito del mar”. In seguito, l’orto di Milino fu anche chiamato “hortale piccolo ditto dela fico juxta lo lito del mare sotto le mura dela terra”. Nel 1570 esso era stato affittato a Nardo Braconà per il canone di carlini quindici da pagarsi alla raccolta,[v]

Oltre al vescovo anche la vicina chiesa fuori le mura di Santa Maria del Mare e S. Leonardo Abate, aveva proprietà nella zona. Infatti tra i benefici esistenti fuori della cattedrale di Crotone vi era quello sotto il titolo di S. Maria del Mare e S. Leonardo Abbate, il quale possedeva “un vignale loco detto Milino sotto le muraglia del Cavaliero della Città”. Il rettore del beneficio lo affittava con pagamento sempre in denaro e vi ricavava una rendita annua di circa otto ducati.[vi]

Gli orti esistenti sotto la “Conigliera” e il “Magazeno” presso il molo. Particolare della “Pianta della Città di Cotrone situata nella Provincia di Calabria Ultra”.

 

Il casino del molo

Con l’abbandono del porto di terczana, tutta l’attività marinara gravitò sul molo, protetto e sorvegliato dal castello. Già alla fine del Seicento è segnalata la presenza di un magazzino presso il molo vicino all’orto di Milino.

Nel 1685 naufraga a Capo Colonne una nave carica di grano appartenente al marchese Giuseppe Serra. Il reggente l’ufficio di mastro secreto e mastro portolano di Crotone, Giuseppe Lucifero, si interessa a recuperare il grano ed il sartiame della nave naufragata. Il sartiame è trasportato in città e posto “in un magazeno loco d(ett)o il molo, precedente prima inventario fatto per esso Gioseppe (Lucifero), e detto magazeno serrato con due chiavi. Una restò in potere del detto procuratore (Gio. Battista Boscaino, procuratore del marchese Gioseppe Serra) et l’altra consignata al m.co Dom(eni)co Cirrelli”.[vii]

Alla fine del Seicento aumenta il commercio, soprattutto granario, e l’area portuale diviene sempre più importante: “…. la Città di Cotrone è marittima , mercantile e di vario traffico, ove concorrono molte imbarcationi specialmente per il trasporto de grani di quasi tutte le due Calabrie, e non ha detta Città porto sicuro, ma una rada e spiaggia, e li caricamenti si fanno per lo più d’inverno quando le tempeste sono grandi e replicate …”.[viii]

Durante il viceregno austriaco, “dentro li mag(aze)ni del molo” sono poste le mercanzie che sono scaricate dalle navi sottoposte a sequestro.[ix] Al molo di frequente attraccano navi provenienti anche da luoghi lontani, le quali spesso sono poste in quarantena, perché c’è il sospetto del contagio. Così il 19 novembre 1712 nel porto seu marina “ubi dicitur li magazeni del molo”, si radunano i sindaci della città con i loro famigli ed altre persone. I sindaci affermano che essendo arrivate al porto tre tartane genovesi, provenienti da levante “da parte sospetta di mal contagioso”, sono state poste in isolamento. Per tale motivo il castellano ha inviato quattro suoi soldati, mentre questo compito secondo i sindaci spettava alle guardie della città.[x]

Il magazzino presso il molo diviene col tempo un luogo importante e ne approfitta il patrizio crotonese Annibale Berlingieri, figlio di Cesare Ottaviano e di Luccia Suriano che, all’inizio del Settecento, lo acquista all’asta. Nel gennaio 1719 Annibale muore ed il casino assieme agli altri suoi beni dovrebbe passare al primogenito Orazio Nicolò, ma anche questi dopo pochi giorni viene meno e così il tutto perviene al secondogenito Francesco Cesare.

Francesco Cesare Berlingieri restaurò ed ampliò il casino che fu “acconzato in forma di palazzo”. Dopo i lavori fatti eseguire dal Berlingieri, il casino, trasformato in palazzo e situato fuori le mura della città e propriamente dove si dice “il molo, seu porto di questa città confine l’orto detto di milino”, consisteva “in una sala, quattro camere et una cucina con li loro bassi, vignano di fabrica e scala di pietra di fuori”.

Il marchese Francesco Cesare Berlingieri nel novembre 1731, lo fa stimare da alcuni esperti e lo vende per ducati 600 al patrizio crotonese Gregorio Ayerbis d’Aragona. Poiché il compratore al momento non ha denaro disponibile, si concorda che salderà entro sei mesi e senza alcun interesse.[xi]

In seguito, per i ducati sei cento che deve al Berlingieri, l’Aragona si obbligherà a pagare un annuo censo di ducati 24, ipotecando tutti i suoi beni. Il catasto onciario di Crotone del 1743 accerta che Alfonso Aragona de Ayerbis, figlio di Gregorio Aragona, sacerdote commorante in Napoli, possiede un casino nella marina luogo il molo.[xii]

Particolare della “SCENOGRAFIA della Scogliera del Porto di Cotrone, fatta per tutta la Campagna del 1756” (foto di Bruno Mussari).

Anche il sacerdote secolare Gregorio d’Aragona fa alcuni miglioramenti al casino ma, passati alcuni anni, nell’ottobre 1748, “conoscendo che il tener di vantaggio il medesimo non li torni conto ave estimato, anco a fin di esentarsi dal detto debito di docati seicento”, rivende il casino al marchese Francesco Cesare Berlingieri, che vanta il diritto di prelazione. All’atto della rivendita così è descritto l’immobile: “un casino sito e posto nella marina di questa città loco detto il molo vicino all’orto di Milino consistente in più camere ed loro bassi seu magazeni, scala di pietra, con vignano di fabrica e pozzo avanti detto casino”.[xiii]

In questi anni il casino è la sede abituale dei custodi del porto, e vi trovavano ricovero i padroni dei bastimenti ed i marinai durante le burrasche. Esso costituisce la struttura più importante nelle vicinanze del molo. Il 10 aprile 1740 i deputati della salute pubblica Fabrizio Suriano e Alfonso Letterio, assieme al notaio Felice Antico, si recano vicino al casino del molo e “de lato in competente distanza e da sotto vento”, ascoltano la testimonianza dei marinai del pinco posto in contumacia del patrone Antonio Paulillo di Conca. Essi affermano che hanno perduto il carico perchè inseguiti dai barbareschi.[xiv]

Michele La Piccola di Cotrone e Caloggiaro Corrado di Palermo, dichiarano che “da più tempo si attrovan destinati alla custodia del Porto di Cotrone e come tali continuamente assistentino al med(e)mo e propriam(en)te nel casino situato al molo e marina di d(ett)o Porto”.[xv]

In evidenza gli edifici destinati agli stabilimenti regi con magazzini, al corpo di guardia ed al bagno dei forzati. «Pianta del porto di Cotrone e sue adiacenze», fine secolo XVIII – inizio secolo XIX, in Carmelo G. Severino, Le città nella storia d’Italia, Crotone, 1988, p. 60.

 

La costruzione del porto

Con l’inizio dei lavori per la costruzione del nuovo porto, durante il regno di Carlo III di Borbone (1753), nel regio magazzino della marina sono riposti il carbone e le tavole che i carbonai e gli uomini di Mesoraca e di Policastro trasportano a Crotone.[xvi] Le carte dell’epoca segnalano la presenza degli edifici destinati agli stabilimenti regi con magazzini, al corpo di guardia ed al bagno dei forzati.[xvii]

Durante il lungo periodo di costruzione, l’opera, soggetta a continui insabbiamenti, si trascina tra frodi ed inganni sotto la direzione dell’ingegnere Gennaro Tirone e di suo nipote, i quali dirigevano i lavori dal casino presso la marina del porto.[xviii] Durante la costruzione del porto il casino fu dato in locazione ed in seguito la proprietà passò dai Berlingieri ai Suriano. Divenne dapprima di Bernardino Suriano e quindi alla sua morte degli eredi, i quali ne risultano intestatari nel catasto del 1793. “Eredi del q.m Bernardino Suriano “locano un casino nel luogo detto il molo.”[xix]

In evidenza il “Casino di Soriano”. Particolare del “Disegno del porto di Cotrone e sue adiacenze” dell’ingegnere Gennaro Tirone, approvata il 13 ottobre 1770 (foto di Bruno Mussari).

 

Un nuovo casino nel porto

Per un maggior controllo sul traffico navale e per la salvaguardia della salute pubblica, in modo da prevenire il pericolo del contagio, nei primi giorni di dicembre del 1763 il capomastro delle opere del regio porto di Crotone, il napoletano Salvatore Mazza, ed il mastro muratore crotonese Pasquale Iuzzolino, su ordine del segretario della Regia Udienza della Provincia di Calabria Ultra Carlo Minieri, si recarono al porto per individuare il luogo più adatto dove costruire “un casino con sua loggia tutta stacchiata a due reggistri, acciò che senza pericolo della publica salute si possa dare la prattica alli bastimenti che qui capitano e darsi li viveri in contumacia”.

Dopo aver ascoltato anche il parere dell’ingegnere e direttore dell’opere del porto Gennaro Tirone, i due mastri stimarono che il casino dovesse essere costruito “entro mare vicino al molo vecchio, la via dell’osservanza e proprio ove al presente si vedono molti scogli a fil d’acqua maggiormente che in detto luogo vi è fondo a bastanza per poter approdare ogni sorte di battello de predetti bastimenti, fellucche e martiganelle … detto luogo viene ad essere a dirimpetto la bocca del porto ove s’ormeggiano li bastimenti in contumacia e si possono ben custodire e guardare da detto casino”. Il casino doveva essere lungo palmi 34, largo palmi 24 ed alto palmi 16 “con suo astraco e cielo e suoi parapetti”.

Secondo i mastri per potervi accedere dal lido, sarà necessario allestire un piccolo ponte in legname e, per poterlo edificare, si dovrà prima costruire un masso di fabbrica con banchine dentro l’acqua, che dovrà servire per il pavimento dello stesso casino. Tale masso dovrà essere lungo palmi 34, largo palmi 24 ed alto dal livello del mare palmi 4. La spesa complessiva fu stimata in circa 398 ducati.[xx]

“R – Edifices des employes au Port en ruines. S – Idem pour les Douanes = en ruines. T – Idem pour le pratiques = en ruines.” «Croquis de la ville, Chateau et Port de Cotrone». Particolare del disegno di Carlo Afan de Rivera (1810), conservato presso la Biblioteca Reale di Torino (in Carmelo G. Severino, Le città nella storia d’Italia, Crotone, 1988, p. 74).

“Reali magazzini della Marina, ove si conserva il legname”. Descrizione della Piazza e Castello di Cotrone, 1807, particolare, (in Carmelo G. Severino, Le città nella storia d’Italia, Crotone, 1988).

 

Note

[i] Nola Molise G.B., Cronica dell’antichissima e nobilissima città di Crotone, 1649, pp. 54-55.

[ii] ASN, Quaterno de la fabrica deli rebellini et fossi de la Regia Citate de Cotrone, Dip. Som.1/196. ASN, Conto di Nardo Negro deputato per la fabrica della città di Cotrone, Dip. Som. 2/196. ASN; Conto della Regia Fabrica de Cotrone, Dip. Som. 2/196. ASN; Conto di Jacobuccio de Tarento Cred.ro della fab.a de Cotrone, Dip. Som. 2/196. ASN, Frammento, Dip. Som. 3/196.

[iii] ASN, Erario de Cotrone, Dip. Som. Fs. 532/10, 1517, f. 25.

[iv] ASN, Dip. Som. 196 n. 4 a 6.

[v] ASN, Platee della mensa vescovile di Cotrone, 1566, 1570, f. 47. ASN, Dip. Som. F. 315/ 6 ff. 14v, 47.

[vi] AVC, Acta Sanctae Visitationis ab Illmo ac R.mo D.no Episcopo D. Marco Rama. A.D. 1699 confecta, f. 157v.

[vii] ASCZ, Busta 336, anno 1692, ff. 92-93.

[viii] Lettera del Capitolo contro il lavoro festivo, 1691.

[ix] ASCZ, Busta 611, anno 1713, ff. 56-58.

[x] ASCZ, Busta 611, anno 1712, f. 178.

[xi] ASCZ, Busta 614, anno 1731, ff. 53-55.

[xii] ASN, Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 249.

[xiii] ASCZ, Busta 854, anno 1748, ff. 81v-82.

[xiv] ASCZ, Busta 854, anno 1740, ff. 32-34.

[xv] ASCZ, Busta 855, anno 1752, f. 9.

[xvi] ASN, Dip. Som. Fs. 521, fs. 1.

[xvii] «Pianta del porto di Cotrone e sue adiacenze», fine secolo XVIII – inizio secolo XIX, in Carmelo G. Severino, Le città nella storia d’Italia, Crotone, 1988, p. 60.

[xviii] ASCZ, Busta 1666, anno 1781, f. 81.

[xix] AVC, Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 49.

[xx] ASCZ, Busta 915, anno 1763, ff. 97-98.

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