Per una storia dei mulini a vento in Calabria. I mulini a vento di Strongoli

strongoli alla fine del Seicento

Strongoli alla fine del Seicento (Regno Napolitano anotomizzato dalla penna di D. Fran.co Cassiano de Silva, 1708).

La città di Strongoli è situata a “tre miglia dal mare” sulla cima di una scoscesa rupe dominante la foce e la bassa valle del fiume Neto. Per la sua posizione geo-strategica fu particolarmente esposta agli assalti dei pirati, come dimostra la scelta del suo protettore San Trifone, custode delle vigili oche. Il luogo è dominato dalla forza dei venti caldi australi d’estate e alla fredda tramontana d’inverno.

Così descriveva la città di Strongoli il vescovo Domenico Marzano nella sua relazione del 25 maggio 1723: “… Civitas in crepidine celsi montis posita, ventorum impetu obnoxia … Aer tamen de mane, et nonnisi sereno pacatoque tempore levis est, de reliquo semper gravis propter crebram ventorum molestiam, qui non solum pernicialem undiquaque inudheunt affectionem, verum etiam nimio frigore rigent, si a septentrione, et caloris immanitate fervent si flaut ad Austro” (Rel. Lim. Strongulen., 1723). Gli fanno eco pochi anni dopo il vescovo Mandarani: “Sita est loco rupibus circumsepta, coelum inclemens, atque ventorum vi quam saepissime saevientium, et undecumque liberius efflantium” (Rel. Lim. Strongulen., 1747) ed il vescovo Domenico Morelli: “Eminentiori sita est loco, rupibus circumsepta, cuius aer ob ventorum vim undecumque, liberius efflantium semper incostans, ac coelum inclemens, …” (Rel. Lim. Strongulen., 1753).

 

I mulini a vento

Quasi due secoli prima il Barrio nella sua opera “De antiquitate et situ Calabriae” (Roma 1571, p. 372), narrando della città di Strongoli, così si esprime: “… Strongilis Civitas est, sedes episcopales aedito loco, rupibus undequaque fere septa … Aquarum scaturiginibus affluit: circum enim urbem fontes plurimi scatent. Fit hic similago triticea laudatissima. Ager hic optimi frumenti, et aliarum frugum ferax est, et armentorum, pecorumque pabulis accomodatus. Fit gossipium, et sesama, nascuntur cappares, et foenicula marina sunt et testudines terrestres: Fiunt aucupia turturarum, turdorum, palumborum et aliarum parvarum alitum.” Aggiungeva: “In molendis frugibus utuntur pistrinis et molendinis vento agitatis”.

Quindi secondo il Barrio già nella seconda metà del Cinquecento per macinare le biade in Strongoli si utilizzavano i mulini mossi dal vento. La particolare posizione della città e la conformazione del suo territorio evidentemente, secondo questo scrittore, non avevano permesso la costruzione dei mulini ad acqua, come era avvenuto in altri abitati vicini. Pertanto si era cercato, per potere macinare il grano, di utilizzare la persistente forza del vento, che soffia libero e va dove vuole e quindi rappresenta anche energia non tassabile.

 

Il vento

L’importanza che avrà per gli abitanti il clima mutevole a causa della forza del vento sarà tale da lasciare traccia anche nella toponomastica dei luoghi. Nel catasto del 1741 troviamo le gabelle di Barbaro di Scirocco e di Tramontana e le terre dette la Serra del Vento e Jaccavento ed ancora oggi ci sono i luoghi detti Iaccavento, Spaccavento e Serra del Vento.

La descrizione della città fatta dal Barrio sarà ripresa tale e quale successivamente da altri autori tra i quali l’Ughelli (“… aquarum scaturiginibus affluit … In molendis autem frugibus utuntur pistrinis, et molendinis vento agitatis”, Ughelli, IX, 517), il Fiore (“Aquarum scaturiginibus affluit: circum enim urbem fontes plurimi scatent. Fit hic similago triticea laudatissima …”) ed altri.

L’abate Giovan Battista Pacicchelli nella sua opera postuma “Il Regno di Napoli in Prospettiva”(Napoli 1703, p. 22), non si discosta: “… Ella è chiusa dalle rupi, lontana dal mare tre miglia … Di piccioli confini, e soprafatta fuori dalle acque sorgenti. La campagna è ferace di Grano, di Pascoli, di Colombi, e di Tortore. Per la macina si servono qui de’ Molini agitati dal vento …”.

Lo stesso avviene nel manoscritto del fantomatico nobile Francesco Cassiano de Silva “… sta ella situata chiusa dalle rupi e la sua campagna che la cinge d’intorno è prodiga di grano, e di pascoli con una deliziosissima caccia di tortore e colombi, benché per difetto di fiumane, e rivoli gli conviene valersi di centimoli e molini a vento.” (Amirante G. – Pessolano M.R., Immagini, p. 100).

 

Nel Settecento

I mulini a vento, che secondo quanto riferisce il Barrio, sono già esistenti nella seconda metà del Cinquecento, segnano con la loro particolare presenza una singolare immagine della città di Strongoli tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento.

In una veduta ad acquerello attribuita a Francesco Cassiano De Silva e conservata presso l’Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna (Regno Napolitano anotomizzato dalla penna di D. Fran.co Cassiano de Silva) si vede la città murata di Strongoli ed attorno ad essa sulle colline circostanti almeno cinque mulini a vento. L’immagine tenta di dare alcuni elementi significativi della città e del territorio circostante. Tuttavia sembra, come in altri casi, più che una visione realistica, il frutto misto della fantasia e delle descrizioni del Barrio e di coloro, che in modo acritico lo copiarono.

Di queste macchine eoliche non troviamo traccia nel catasto onciario di Strongoli del 1741/1742, dove vi è solo l’elenco dei possessori di “centimoli da macinare grani o vittovaglie, e trappeti da macinare olive”. I trappeti erano situati nel territorio di Strongoli in località Spataro, Trappitello, S. Martino , Brione, Prinello e Il Pino; mentre i centimoli sono tutti all’interno delle mura sotto le case di Gaetano Tuscano, di Giuseppe Maria Giunti e di Antonio Rogano.

Anche se nel catasto non compaiono, tuttavia la loro presenza, se esistevano o erano esistiti, doveva essere ancora ben visibile e l’unica maniera per individuarli era di cercarli nell’elenco delle numerose torri, situate all’esterno delle mura della città in località S. Martino, La Torre, Luzzia, Blausa, S. Nicolò di Murgia, Vallecupa, Cannolo, Dattilo, Columbra, Pizzuta, Montalcino, Umbro, Spataro e S. Antonio. Di proprietà del feudatario, di possidenti ed ecclesiastici (galantuomo, civile, sacerdote), esse erano all’interno di “chiuse” e “terre serrate”, alberate con vigne, olivi, querce ed altri alberi da frutto. Spesso accanto alle torri c’erano dei magazzini o delle caselle (Russo F.A., Il catasto onciario di Strongoli del 1741, pp. 91 sgg.).

Il Catasto evidenzia anche che tra gl’intestatari dei fuochi non vi è alcun “molinaro” e la storica mancanza di mulini d’acqua in territorio di Strongoli. Sappiamo che per supplire alla loro carenza, i feudatari di Strongoli, i coniugi Ferdinando e Lucrezia Pignatelli, poco dopo, nel 1743, cercheranno “di far costruire, ed eriggere alcuni molina di acqua al numero di tre nel tenimento di detta città di Strongoli vicino al fiume Neto, e proprio nel territorio e feudo di Fasana, vicino al casino ivi sistente, acciò con l’erezzione di molini maggiormente si aumentassero le rendite di detto stato e Principal Camera”; perciò “si dè principio sin dal passato anno alla fabrica, ed edificio de’ medesimi, ma come per potersino quelli portare alla perfezzione, e rendersi lucrosi à detta Camera, vi bisogna altro danaro oltre il già erogato, e spesosi” il principe di Strongoli nel 1744 è costretto a prendere in prestito duc. 2500 all’otto per cento da Pietro Asturelli, “cassiere dell’arrendamento de ferri e doana” di Crotone e commerciante di grani e formaggi e prestanome del “publico negotiante” napoletano Gennaro Barra (ANC. 1063, 1744, 38-51, 56-63; 854, 1747, 40-42). Tuttavia l’opera avrà poca durata a causa del mutevole andamento del fiume.

 

Il mulino a vento

Evidentemente al tempo della compilazione del catasto i mulini a vento o erano stati abbandonati, o erano stati assimilati alle torri di uso colonico, in quest’ultimo caso forse per sfuggire alla tassazione. Comunque sia, se c’erano stati, di essi dovevano rimanere almeno i ruderi. Un atto notarile della metà del Settecento fa luce sulla questione.

Da un atto del notaio Giacomo Minardi della terra di S. Giovanni in Fiore, rogato in Strongoli il sei marzo 1751, apprendiamo che l’università di Strongoli in passato aveva concesso in enfiteusi perpetua numerosi appezzamenti di terreno ad uso vigne nella Difesa delle Pianette, che era “di pieno dominio di essa Università”. Tra i cittadini che avevano preso le terre delle Pianette e l’università era stato stipulato un atto il 28 agosto 1735 per l’atti del notaio Giuseppe Migliaccio, nel quale erano descritti alcuni patti tra i quali che le terre erano state concesse “perché venghino in meglioramento, che in detrimento”. Essendone rimaste ancora molte porzioni nel luogo “ove si dice il Molino del Vento e Santo Leonardo”, il feudatario di Strongoli Ferdinando Pignatelli ne aveva richiesto una parte per “far fare la pastina di più pezze di vigne”. La richiesta avanzata più volte ai sindaci, che si erano succeduti nella città (Domenico Caparra, Nicola Milelli) fin dal 1729, era però rimasta inevasa. Finché il 15 gennaio 1751 dalla sua residenza di Fasana il principe Ferdinando Pignatelli, tramite il suo erario Tomaso Astore, riusciva ad ottenere in enfiteusi per ducati 4 grana tre e cavalli 6 annui dall’università di Strongoli, sindaco D. Diego Antonio Caparra ed eletti D. Giulio Cesare Giunti e D. Bonaventura Cicco, una porzione di tomolate sette di terreno, delle quali cinque fertili e due “infruttuose ed inutili”. Per apprezzare il concesso e tracciare i confini con fossi, furono mandati unitamente Gio. Battista Longo dall’erario del Principe e Vito Amato dall’università. Così sono descritti i confini: “Dalla timpa sopra il Feudo di Cassano, e confinano con la vigna di Antonio Sottile, e la Serra, Serra tirano alla fabrica del molino del vento, per linea retta verso scirocco, e calando un po’ più à basso scende alla strada che dal Rosario si và à Zigari, verso tramontana va à confinare colla vigna del mag.co Paulo Antonio Beltrani”. Con tale atto l’erario a nome del feudatario si impegnava a pagare il canone stabilito ogni metà di agosto ed a riconoscere l’università ed i suoi sindaci “per veri e diretti padroni”. Se l’erario non avesse pagato per tre anni continui il canone o non avesse migliorato il luogo, la concessione terminava e le terre sarebbero tornate all’università, con tutto quello che vi era sopra (ASCZ. Not. G. Minardi Cart. 1209, 1751, ff. 17v-21). L’atto notarile dimostra senza dubbio che alla metà del Settecento dei mulini a vento, anche se abbandonati o trasformati, rimanevano ancora le “fabbriche”.

In una successiva stampa della fine del Settecento dei mulini non rimane traccia ed anche la località “Molino del vento” non esisteva più, vi era tra le proprietà del feudatario solo il fondo “San Leonardo, o sia Pianetta, vigneto, e seminatorio di tumolate otto” (ASN, Arch. Pignatelli Ferrara fs.75 inc.83, f. 15.).

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