Relazione di un viaggio fatto dal professore Achille Costa “nelle Calabrie” per ricerche zoologiche (1876).

entomologo tavola insetti

Tavola entomologica.

Achille Costa, lo “scopritore” della Sila

Nel 1876 Achille Costa (1823-1898), professore di Zoologia presso l’Università di Napoli, effettua un viaggio in Calabria per scopi scientifici. Achille Costa è un medico naturalista, specializzato in Entomologia (branca della zoologia che studia gli insetti), ed è anche il direttore del Museo di Zoologia di Napoli, carica che manterrà sino alla sua morte. Con una carriera già consolidata alle spalle, ma spinto dalla passione per l’approfondimento dei suoi studi, si avventura per la terza volta in Calabria (c’era già stato nel 1859 e per pochi giorni nello stesso 1876).

La documentazione scientifica delle sue ricerche è divisa in tre parti. La prima contiene la relazione del viaggio, la seconda la descrizione delle nuove specie di insetti individuate e la terza l’elenco di tutte le specie raccolte. Di queste si riporta nel seguito solo la prima parte, essendo le altre troppo specialistiche e ad ogni modo liberamente consultabili sul sito Biodiversity Heritage Library (BHL) delle Smithsonian Institution Libraries (USA).

L’interesse che suscita la lettura della relazione è legato al fatto che Achille Costa è uno scienziato a 360 gradi, cioè in grado di cogliere non solo l’aspetto squisitamente scientifico della sua ricerca, ma di descrivere con arguzia ed, a volte con spirito faceto, l’ambiente in cui essa si svolge, sia dal punto di vista naturalistico-paesaggistico che sociale. E’ volontà dello scienziato quella di arricchire il resoconto delle sue ricerche con tutta una serie di notizie di contorno relative alla viabilità, ai mezzi di trasporto, alle possibilità di alloggio, alle persone cui appoggiarsi, onde spianare la strada ai futuri ricercatori che vorranno recarsi nei luoghi da lui studiati. Una specie di guida Baedeker di una parte della Calabria di allora, da pochi anni “traghettata” dai Borboni ai Savoia.

Se si eliminano le puntigliose osservazioni e classificazioni degli insetti di cui va alla ricerca, Achille Costa ci restituisce il racconto di un viaggio, fatto con tutti i mezzi allora disponibili, che lo porta dalla prima tappa di Cirò, a Cotrone e poi nella Sila Grande di San Giovanni in Fiore, a Cosenza, a Catanzaro, a Tiriolo, a Taverna, nella Sila Piccola, per poi finire nelle Serre, a Mongiana e a Serra San Bruno.

Un viaggio durato due mesi, durante il quale incontra soprattutto l’ospitalità dei calabresi pronti dovunque ad aprire la loro casa all’illustre studioso, ma anche a chiedere il suo aiuto sia come medico che come esperto di malattie delle piante. Ed Achille Costa non si sottrae, anche se a volte è un po’ infastidito dagli inviti “mondani” che potrebbero distoglierlo dal suo programma di attività scientifiche. Il suo viaggio consolida le sue precedenti ricerche svolte in Calabria e di fatto lo fa davvero annoverare come lo “scopritore” della Sila dal punto di vista naturalistico.

costa achille

Achille Costa 1823-1898 (da uagra.uninsubria.it).

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ATTI DELLA R. ACCADEMIA DELLE SCIENZE FISICHE E MATEMATICHE

RELAZIONE DI UN VIAGGIO NELLE CALABRIE PER RICERCHE ZOOLOGICHE

FATTO NELLA STATE DEL 1876

pel Socio ordinario ACHILLE COSTA

presentata nell’adunanza del 14 maggio 1881

Sono decorsi già ventidue anni da che peregrinai la prima volta per buona parte delle Calabrie con lo scopo di eseguirvi ricerche zoologiche. In allora m’intrattenni in preferenza nella Calabria Ulteriore, perlustrando principalmente la regione montuosa che forma la catena dell’Aspromonte, la quale sebbene fosse stata già molti anni innanzi visitata da mio padre, che ne scrisse pure la Fauna; nondimeno era certo mi avrebbe dato risultamenti non affatto spregevoli. Il frutto di quelle ricerche voi già lo conoscete per un lavoro cui daste posto negli Atti di questa Accademia. In quello stesso anno io visitai ancora la grande Sila, nella quale nessun Naturalista aveva potuto penetrare, per essere quei boschi nido ordinario di malviventi, rinomati ovunque col nome di briganti. Dimorai alcuni giorni a Camigliati (nel comune di Spezzano della Sila (CS)-n.d.r.) e Agarò (Lagarò-Lupinacci nel comune di Celico (CS)-n.d.r.). E quantunque quest’altra regione non avesse mancato di offrirmi cose importanti, pure, attesa la brevità delle ricerche, non stimai conveniente esporne i risultamenti in apposito lavoro. Però parecchie nuove specie le ho descritte sia nella Fauna Napoletana, sia in altri lavori, indicando essere state da me raccolte sopra la Sila. Sicché, se nel 1859 io poteva dir con ragione esser il primo esploratore della Sila, non ha avuto parimente ragione il Von Rath a dire nel 1873 che la Sila è una regione del tutto ignota a’ Naturalisti. Quella breve perlustrazione pertanto era stata sufficiente a farmi riconoscere tutta la importanza di tale montuosa regione, e lasciavami un vivo desiderio di ritornarvi. Però le condizioni della sicurezza pubblica divenute intollerabili dal 1860 in poi, soprattutto nelle Calabrie, mi fecero deporre ogni pensiero di perlustrazioni scientifiche. E posciachè per lo scemato brigantaggio queste si son potute riprendere, dopo aver per tre anni quasi consecutivi, cioè nel 1872, 73 e 75, percorse le due principali catene dei monti degli Abruzzi, Majella e Gran Sasso d’Italia, pensai nell’anno 1876 esser tempo di riveder le Calabrie, e principalmente la catena delle Sile, quantunque sapessi che non era del tutto priva di malviventi. E poiché a parte del risultamento ottenuto dalle ricerche zoologiche, molte notizie intorno alle condizioni dei luoghi, viabilità, ecc., possono essere utili ad altri Naturalisti, i quali volessero percorrere le medesime contrade, ho pensato, unitamente alla parte scientifica, narrare tutto quanto riguarda il viaggio.

In seguito alla relazione complessiva, darò la illustrazione di specie che giudico ne siano meritevoli, le quali saranno accompagnate ancora da fedeli immagini; ed in ultimo il catalogo delle specie tutte raccolte.

entomologo cartina viaggio - Copia

L’itinerario seguito dal professore Achille Costa durante il suo viaggio in Calabria.

PARTE PRIMA

Relazione del viaggio

Partito da Napoli la sera dell’11 luglio (1876-n.d.r.) per ferrovia, mi fermai in Bari il 12, essendo assai poco comodo tirar diritto per la regione calabra. Le poche ore che rimasi in detta città le passai in compagnia del sig. Vincenzo de Romita, già alunno della nostra Università, ed ora professore di Storia Naturale in quell’Istituto Tecnico, il quale con molto zelo si occupa della raccolta di quanto di più interessante e di particolare quella provincia gli offre: oggetti che potetti osservare altri nel gabinetto dell’Istituto, altri nelle sue particolari collezioni. Di uccelli per esempio vi si notavano varie specie non facili ad approdare nell’Italia meridionale. Di Rettili avea la varietà del Coluber Leopardinus descritta da Pallas col nome di Col. lineatus. Fra pesci era notevole un feto di Squalo bicefalo, mostruosità non frequente in tale classe di Vertebrati. Infine tra insetti vi era la Cicindela dilacerata, D e j., che compariva per la prima volta nella Fauna delle Provincie napoletane.

La mattina del 13 (luglio 1876-n.d.r.), partendo col primo treno (ore cinque e quindici minuti), mi recai a Taranto, e di là mi misi sulla linea delle Ferrovie Calabre, che scorre lungo il Ionio. Qui cominciano le prime noie per chi vuol raggiungere l’estrema Calabria. Darwin e con esso molti altri Naturalisti hanno ritenuta la trasformazione degli organismi in meglio: la Società delle Calabro-Sicule per contrario mostra credere alla trasformazione in peggio, ammettendo che l’uomo viaggiando possa provvisoriamente tramutarsi in Cammello atto a sopportare per le lunghe ore la sete e la fame. Sull’intera linea da Taranto a Reggio, a percorrer la quale s’impiegano non meno di dieciasette ore, non vi era modo da prendere un ristoro qualunque. Non sarebbe a pretendersi certamente di trovare un elegante ristoratore o buffet; dappoiché la scarsezza di coloro che percorrendo quella linea potrebbero profittarne è tale, che certamente l’intraprenditore andrebbe presto a fallire. Ma sarebbe certo indispensabile che in qualcuna delle stazioni, soprattutto di quelle che hanno attiguo il paese, si trovasse sotto forme modeste, ma decenti, una stanza per prendere un piccolo ristoro.

La mia prima fermata fu in Cirò, ove giunsi poco oltre le sei pomeridiane. I signori fratelli Terranova, che erano nella stazione ad attendermi, credendo farmi cosa più grata, mi fan trovare una di quelle antiche lettighe, portate da due robusti muli, che ricordano costumanze di tempi passati, sebbene non molto lontani. Comunque io avessi preferito qualunque altro mezzo, fosse stato anche a piede, pure per condiscendere alle loro cortesie dovetti prender posto in essa unitamente ad uno dei lodati fratelli, e così salire al paese. Io conoscevo già quella contrada per una breve dimora fattavi nell’Aprile dello stesso anno, in seguito a cortese invito dei Terranova e Pignataro; durante la quale avevo percorso buona parte del territorio che dalla collina spiccata sulla quale è piantato il paese, scende giù nella pianura dell’Alice terminandosi con la spiaggia Jonia. Le fugaci ricerche fattevi allora, in due soli giorni, mi convinsero che le adiacenze di Cirò offrir dovevano molto interesse per l’Entomologo. Se volessi rintracciare nelle speciali condizioni del sito la ragione di una tanta importanza, non saprei invero rinvenirla.

Molti altri luoghi da me percorsi, e che pur presentano analoghe condizioni, esplorati con egual diligenza, non mi hanno dato quel che ho trovato in Cirò.

In uno dei due giorni (il 13 del mese) che vi rimasi nell’Aprile m’intrattenni in un umile colle denominato Motta di Terranova, dove era in piena fioritura e molto abbondante una specie di Cytisus, forse il monspeliensis.

Ivi ebbi ad osservare una straordinaria copia di ditteri che annunziavano uno sviluppo di entomati assai precoce, vedendovi specie le quali nelle adiacenze di Napoli, che pur sono calde abbastanza, sogliono soltanto apparire nel Maggio inoltrato. Era per esempio comunissimo il Merodon clavipes, più raro il M. equestris; abbondanti molti Bombiliidei; comune una specie di Echinomya che sembrerebbe affine alla sponsa. Sopra i cardi non ancora in fiore potevasi ancora abbondantemente raccogliere una delle più belle specie di Sciomizini, la Macheirocera grandis, assai poco diffusa in tutta Italia. Gl’Imenotteri venivano per numero in seconda linea. Di Coleotteri solo vi era scarsezza. Nondimeno una specie di Cantharis, mentre concorreva a dimostrare la precocità di sviluppo, essendo gl’insetti di quel genere soliti ad apparire più tardi, mi porgeva ancora oggetto di studio, ed aggiungeva altra prova della importanza della contrada. Quella Cantaride, infatti, mentre per le fattezze tutte del corpo e per colore simigliantissima è alla comune C. vesicatoria, ne differisce notevolmente per le antenne più corte e più ingrossate, paragonate ancora con quelle dei maschi della specie comune.

Non avendone rinvenuto che un solo individuo, è forse precoce il dichiararla una nuova specie; nondimeno potendosi in seguito constatare che sia realmente specie distinta, le dò il nome di C. crassicornis. Il secondo giorno l’impiegai a percorrere una parte della pianura dell’Alice, e nella quale nel verno le acque formano un vasto pantano denominato Vurghe. Qui le mie ricerche furono ancora più fortunate. Investigando sotto le cortecce di annosi e morti tamarici prostrati al suolo, e nel terreno da questi ricoperto, raccolsi da prima un Brachinus che giungevami del tutto sconosciuto, e nel quale, arrivato in Napoli, credetti riconoscere il B. Bajardi, che venne descritto da De Jean nel 1831, sopra un individuo ricevuto da Solier e proveniente dalla Morea; e come tale lo comunicai in una lettera alla Società Entomologica Italiana. Lorchè però, trovandomi a Parigi nell’ottobre del 1878, ebbi opportunità di osservare in natura il citato D. Bajardi di Morea, dei dubbii mi sursero sulla identità de’ due insetti. Dello stesso genere Brachinus potetti raccogliere parecchi individui dell’obscuricornis, Brul., e l’exhalans che io non avevo ancor rinvenuto nelle provincie napoletane, quantunque lo avessi già raccolto nella prossima Sicilia. Né erano questi i soli Carabicini che vi si trovavano, ma varii altri ancora, di cui sarà data la nota nel catalogo finale, e dei quali nondimeno mi piace ricordare il Chlaenius chrysocephalus, che tra noi non è facile rinvenire. Eranvi pure specie di altre famiglie, come l’Heteroderes crucifer e il Leucohimatium elongatum. Sopra i tamarici vegeti poi trovavasi già il Coniatus tamaricis, che pur suole altrove comparire assai più tardi. In ultimo, la famiglia dei Friganeidei o Tricopterigi non mancava dei suoi rappresentanti, fra i quali era abbondante una bella varietà della Phryganea vittata, Fab., e più scarse la elegans, Pict., e la marmorata, Curt.

Siffatti risultamenti ottenuti in quella fugace esplorazione furono quelli che mi spinsero a trattenermi alcun tempo in quella contrada innanzi d’avviarmi alle Sile. Ma, quam mutatus ab illo era quel territorio per l’entomologo in questa seconda stagione. La pianura nella quale si è detto aver trovato il pantano delle Vurghe presentavasi arsa per modo, da non vivervi neppure una formica. Sul piccolo colle detto Motta non vedevasi più un filo d’erba verde, sicché assai poche cose vi potetti raccogliere. La specie che può dirsi più interessante fu l’Hoplisus concinnus degl’Imenotteri scavatori, il quale sebbene non sia raro in altre parti d’Italia, soprattutto media, pure per le nostre provincie é specie assai rara. A questo può aggiungersi la Nomia monstrosa da me discoperta nella Calabria ulteriore nel 1859, e descritta nel lavoro superiormente citato. Se però le mie speranze rimasero deluse per questa parte, ben ricca ed interessante messe mi si offrì in altri luoghi, che nella prima visita non avevo conosciuti. In una piccola valletta denominata Carafone di S. Nicola vi ha sorgenti di limpida acqua, le quali mentre da un lato si riuniscono per formare un piccolo rivolo, dall’altro espandendosi sopra assai circoscritta pianura mantengono sempre umide le molte piante palustri che vi vegetano, come Ciperi, Giunchi e Tife. In veder quel sito mi sembrò scorgere le condizioni medesime trovate nel 1859 in un punto presso le sponde di un torrente che scorre nella valle di Bruzzano, e che mi avea dato specie molto interessanti; sicché ebbi a concepire liete speranze. E non m’ingannai. Anzi il risultamento fu ancora più rilevante di quello che io mi attendevo. In effetti, ricercando nel modo stesso tra il pedale e le radici di quelle piante vi rinvenni più cose che mi interessarono oltremodo; talune delle quali eran le stesse di quelle rinvenute nella or citata località, altre nuove del tutto. Di Coleotteri non solo vi era abbondante l’Ancylopus melanocephalus, unica specie di Europa conosciuta sinora del genere, ma vi discopriva ancora una seconda specie che, quantunque sembri affìnissima all’A. unicolor di Porto Natal, pure la identità non potendosi accertare, l’ho denominata Anc. testaceus.

Una messe più importante mi si offrì in fatto di Emitteri Eterotteri. Da prima potetti con gran soddisfazione rivedere il mio Mataplerus linearis discoperto appunto nel 1859 presso Bruzzano. E i novelli individui contribuirono a dileguare un dubbio messo innanzi dal sig. Puton. Altra scoperta importante fu quella del bellissimo Acanthothorax siculus, genere e specie descritti anche da me nel 1841, sopra individui raccolti presso Palermo nel 1839, e di cui posteriormente ricevetti alcuni individui di Sardegna (recentissimamente è stato trovato in Dalmazia-n.d.a.). Ora, presso Cirò, ne raccolsi altri due individui, i quali mostrano ancor più spiccati i caratteri specifici in quanto a colorito. Il Ctenocnemis femoratus vi era abbondantissimo ed in tutte le età, a cominciare dai piccoli schiusi da pochi giorni. L’è questa una specie piuttosto diffusa, avendola raccolta ancora in altri luoghi della Calabria.

Per la prima volta poi, in quanto alle provincia napoletane, vi ho rinvenuto la Pygolampis bifurcata. Essa è molto meno abbondante del precedente, ma neppure rarissima. In quanto a costumi si somigliano completamente. Della stessa grande famiglia dei Reduviidei non era raro l’Oncocephalus notatus, Klug., anzi dirò che mai mi era occorso trovarne in un sito medesimo parecchi individui. Da ultimo noterò che in nessuna contrada, quanto in quella di cui discorro, avevo per lo innanzi trovato tanto abbondanti due altre specie descritte pure da me, il Podops curvidens e la Salda geminata; siccome frequentissimo vi era il Pelogonus marginatus. I quali tre ultimi Emitteri vi si trovavano ancora in tutte le età. Nell’arena che rimaneva appena disimmersa dalle acque si potevano raccogliere varii di quei minutissimi coleotteri del genere Georissus, quali il pygmaeus, il laesicollis ed il costatus, di cui il secondo era più frequente. Nella parte più elevata del tenimento di Cirò vi ha boschi di annose querce. In queste, sotto le cortecce di vecchi tronchi morti, erano ricoverati numerosi individui dell’Iphthinus italicus. Melasomo che per la fauna delle provincie napoletane merita speciale menzione, non trovandosi ancora citato da alcuno, siccome è stato pure per me la prima volta a rinvenirlo. Ed aggiungerò ancora che in nessun altro dei luoghi delle Calabrie da me visitati mi è riuscito vederlo. Dal che conchiudo che, comunque non sia raro là dove stabilisce la sua ubicazione, pure esser debbono assai pochi i luoghi nei quali esso vive. Eranvi inoltre il Brontes flavipes ed un Aradus non ancor definito. In ultimo mi par degna di esser registrata la grande frequenza del Pachypus Candidae. Se ciò fosse stato l’effetto di essermi trovato proprio nella stagione in cui questo coleottero schiude, ovvero dell’esser esso più abbondante presso Cirò che altrove, non saprei affermarlo. Il fatto certo è che in oltre contrade non molto lontane, come per esempio a Scandale, visitate pochi giorni appresso, ne ho appena incontrato qualche individuo. Dirò ancora che come quasi ogni contrada tiene la sua particolare specie di lucciole a luce fissa, ossia Lampiridi, così presso Cirò è abbondantissima una che ritengo nuova specie. Durante la dimora nel citato paese, i signori Francesco e Martino Fazio, distinti e colti proprietari del vicino paese Carfizzi, mi fecero comunicare il loro desiderio che avessi visitato un loro oliveto in luogo detto la Motta di Fazio, nel quale vedevano molti olivi giovani andati a male e molti rami di alberi adulti seccati. Non esitai un istante ad annuire a tal desiderio, sia per far cosa grata a quei signori, sia perché ciò mi serviva di occasione a conoscere altri luoghi, i quali senza quello stimolo mi sarebbero rimasti sconosciuti.

Sicché il 19 (luglio 1876-n.d.r.) lascio di buon mattino Cirò e parto a cavallo in compagnia del sig. Pugliese, per la volta di quel luogo. Dopo poco più di due ore di cammino si giunge alla denominata Motta di Fazio, ove appunto erano gli oliveti danneggiati. I proprietari non essendo ancor giunti, io profitto del loro ritardo per qualche ricerca. Eranvi nelle adiacenze molti gruppi di Clematis vitalba in piena fioritura, intorno a cui parecchi Imenotteri si aggiravano che richiamarono la mia attenzione. Erano frequenti le grosse Leucospis, cioè la grandis, che era più abbondante, e la varia, che era molto più rara. Per caso però mi venne fatto chiappare un’altra specie che m’interessò moltissimo. Era quel Crabronideo che fu primamente descritto dal chiaro entomologo ligure Spinola col nome di Crabro crassicornis, e per lo quale io ho istituito il genere Thyreocerus, e che non ancora avevo rinvenuto nelle Provincie napoletane. Anche un altro Imenottero scavatore molto interessante mi si offrì per la via, un Priocnemis non mai visto e che giudico non conosciuto. Giunti i signori Fazio insieme al signor Federico Pignataro, visitiamo l’oliveto. Parecchi alberi erano stati danneggiati dal Punteruolo o Phloeotribus oleae; altri dalla cocciniglia (Coccus oleae): e ciò indipendentemente dagli effetti delle gelate, che nella primavera di quell’ anno grandissimo danno avevano arrecato agli olivi ed agli agrumi, sia nelle Calabrie che nelle Puglie. Feci loro riconoscere ogni cosa, suggerendo in pari tempo il da fare perchè il male si arrestasse e gli ulivi riprendessero vita rigogliosa. Compiuto siffatto esame, ci venne servita una lauta colazione nella vasta casa che vi posseggono. Dovendosi ancora rimanere qualche poco in quel punto, io esco nuovamente per la caccia, estendendomi lungo il torrente che vi scorre dappresso e sulle cui sponde, come in tutti gli altri torrenti di quelle regioni, vegetavano abbondanti il Nerium oleander, il Vitex agnuscastus e la Tamarix africana:i due primi tuttavia in fioritura. Delle quali tre piante l’è soprattutto la seconda con le due varietà, l’una a fiori bianchi, l’altra a fiori violacei, quella che in preferenza richiama Ditteri ed Imenotteri, fra i quali ultimi predominano gli Anthidium e le Bembex. Le specie però che vi si vedevano non eran di quelle assai rare.

Invece, errante pei campi raccolgo il vero Pompilus dimidiatus di Fabricio. Parimente piacquemi rivedere la mia Sphex splendidula, che si aggirava per quei terreni sabbiosi al pari della Sphex fera.

Alle ore cinque e mezzo pomeridiane ci rimettiamo tutti a cavallo e poco innanzi le sette siamo a Carfizzi, ove erasi stabilito pernottare in casa dei sullodati signori Fazio. Trovandomi in quel luogo mi si svegliò il desiderio di osservare le miniere di solfo che sono nella contrada denominata Santa Domenica in quel di Melissa, distante poche ore da Carfizzi.

Sicché il dì seguente, 20 (luglio 1876-n.d.r.), destinato a far ritorno a Cirò, pensai prendere un giro onde soddisfare a quel mio desiderio. Dopo aver impiegato alcune ore in ricerche nelle adiacenze stesse del paese e proprio nel luogo denominato il prete, sul mezzogiorno insieme al mio compagno sig. Pugliese ci rimettiamo a cavallo, dirigendoci a quella volta. Dopo tre quarti d’ora siamo presso il paese denominato S. Nicola; e di là per una via disastrosa, che dovemmo in buona parte percorrere a piedi, scendiamo a Santa Domenica, giungendovi alle due e mezzo.

Tutta la contrada compresa con questo nome è più o meno ricca di solfo, per modo che anche l’acqua che in qualche punto scaturisce naturalmente dal suolo è solforosa. Due gallerie vi erano aperte per la esplotazione del minerale, una delle quali si approfondava sensibilmente. Volli visitarle ambedue e prenderne saggi.

Il solfo è misto alla roccia calcarea in proporzioni molto variabili. Di cristalli non ne mancano, però sono scarsi e piccoli. I saggi raccolti potendo avere una piccola importanza come documento del fatto locale, sono stati da me offerti a’ colleghi professori Scacchi e Guiscardi pei rispettivi Gabinetti Mineralogico e Geologico.

Non solamente il minerale si esplotava; ma vi si erano costruiti ancora due fornelli nei quali il solfo si fonde e si raccoglie in piccole madie, nelle quali si raffredda e formansii pani che mettonsi in commercio, per somministrare il solfo molito per la solforazione delle viti.

Espletata la visita della miniera si va a Melissa, distante appena qualche chilometro; sicché vi siamo alle ore quattro e mezzo. Non essendovi stato alcun motivo per intrattenerci in questo paese, lo percorriamo diritti, prendendo la via di Cirò. Avevamo appena da mezz’ora lasciato l’abitato quando in un cielo perfettamente sereno apparisce una piccolissima, ma assai fosca nube. Il mio compagno sig. Pugliese mi dice essere quella nube foriera di brutto e non lontano temporale. Accetto il di lui prognostico; ma non vi era partito da scegliere, fuori quello di proseguire il cammino alla ventura, trovandoci in campagna priva di ogni ricovero. Il prognostico si verificò esattamente. Quella nube ampliandosi con una celerità indescrivibile si sciolse in una pioggia a diluvio, la quale non cessò che quando eravamo sotto Cirò, ove come si giugnesse (alle ore sette) è facile immaginarlo.

Quantunque i petrefatti (materiale organico allo stato fossile-n.d.r.) non costituissero oggetto di mie occupazioni, tuttavia ogni qual volta me se n’è presentata la opportunità non ho trascurato farne ricerca e raccolta.

Ed in Cirò ne sentiva maggiormente il bisogno, in quanto il collega prof. Guiscardi innanzi di partire aveami manifestato in seno di questa stessa Accademia che avessi ricercato i fossili di Pallagorio, donde egli avea ricevuti alcuni frantumi che annunziavano l’esistenza colà di Conchiglie ed Echinodermi fossili , senza averne potuto riconoscere alcuna specie. Quel paese posto verso il Capo dell’Alice è discosto solo tre ore da Cirò, piantato sopra umile collina per costituzione geologica non diversa da quella di Cirò stesso: sicché pensai che anche qui avrei trovato le cose medesime. In effetti, la parte superiore della collina è costituita da arenaria compatta ed assai dura, nella quale trovansi parecchie specie di bivalvi, tra quali é soprattutto facile incontrare belli e grossi individui del Pecten placuna, e più di raro qualche Echinideo del genere Clypeaster.

La base poi di quella ed altre analoghe colline è formata di una marna bigio-azzurrognola, la quale è ancora essa gremita più o meno di gusci di conchiglie. Talune specie di queste trovansi identicamente nelle due formazioni. Di tal numero è il citato Pecten placuna. Ancora noterò che le conchiglie bivalvi trovansi ordinariamente ben conservate, mentre delle univalvi si rinvengono o porzioni friabili, se nella marna, ovvero i soli nuclei se nell’arenaria. Avendo raccolto quanto ivi si offri, che inviai al lodato prof. Guiscardi, stimai inutile recarmi all’altra nominata località.

Pria di porre termine a ciò che si riferisce alla mia dimora in Cirò, stimo non inutile far menzione di un altro fatto, comecché tiene attinenza con la zoologia medica.

Conosciutosi in paese la mia professione medica fui invitato a visitare parecchi infermi: lo che facevo volentieri nelle ore che mi restavano libere. Tra gl’infermi pe’ quali venni invitato vi fu un contadino a mezzana età, di valida costituzione, che attribuiva il suo malessere a morsicatura di tarantola. Al dir della moglie questo ragno intromessosi entro la camicia, l’avea morsicato poche ore prima nella regione scapolare. Pria di ogni altro fui sollecito a dimandare se avesse conservato alcuna parte del ragno, che diceva aver schiacciato dopo avvertito il morso, e ciò ad oggetto di riconoscere qual si fosse quel ragno; ma nulla esisteva. L’infermo pertanto era oltremodo abbattuto e spaventato per la certezza del riportato avvelenamento, si dimenava sul letto senza tregua, urlava, piangeva. A parte da questa serie di fenomeni nervosi, dovuti al sommo terrore, forse anche per fatto immaginario, il polso mostravasi pletorico ed assai concitato. Cercai rassicurarlo sulla poca importanza di que’ fenomeni; ma l’infermo non mostrossi disposto a prestar fede a miei detti. Gli prescrissi qualche bevanda calmante.

Ciò accadeva il giorno precedente a quello in cui io doveva lasciare Cirò: epperò mi mancò il tempo a fare ricerche per conoscere se veramente in quelle campagne esistesse la Tarantola. Venni soltanto assicurato che non era quello il primo caso di individui morsicati da Tarantola.

Il giorno 22 (luglio 1876-n.d.r.) passai per ferrovia da Cirò a Cotrone (Crotone-n.d.r.). Questa città ha da pochi anni in qua migliorato sensibilmente le sue condizioni materiale: di che il viaggiatore che vi manchi da qualche tempo si avvede come vi entra. Un segno dello incivilimento delle Città e de’ paesi l’ho quasi costantemente riconosciuto nella decenza degli Alberghi, e nella tenuta delle Casine destinate al convegno serale della parte scelta e d’ordinario più colta degli abitanti. Cotrone non smentì questo mio concetto. L’Albergo della Concordia, decente abbastanza ed allora di recente installazione, ed il Circolo Nazionale, nel quale in seguito a cortese carta d’invito ricevutane passai le due sere che rimasi in quella Città, ne diedero una prova. Le campagne circostanti erano aridissime; solo lungo il littorale vedevansi qua e là nella sabbia cespugli di piante diverse, tra le quali predominava il finocchio, e, dove si termina l’Esero (Esaro-n.d.r.) che un tempo più maestoso percorreva il mezzo della città ed ora ne dista qualche chilometro, sorgevano giovani Tamarici.

Questa contrada quindi presi ad esplorare il giorno 23 (luglio 1876-n.d.r.). Di Coleotteri era primamente notevole la grande abbondanza del mio Opatrum setuligerum. Esso vivea interrato nella sabbia presso le radici delle piante formanti i cennati cespugli, nelle condizioni medesime nelle quali vive nella spiaggia di Citara nell’isola d’Ischia, ove lo discoprii la prima volta nel 1859, e sul littorale di Miliscola in quel di Pozzuoli. Entro i grossi steli di finocchi albergava il Lìxus cylindiricus, di cui parecchi individui erano tuttavia allo stato di ninfe, altri già immagini, ma che non ancora avevano abbandonata la nicchia primitiva.

L’ordine d’Insetti di cui potevasi fare maggiore raccolta era quello degl’Imenotteri, fra quali predominavano gli scavatori, siccome dalla condizione del luogo era facile prevedere: e ciò principalmente là dove erano i Tamarici. Vi erano abbondanti il Pelopoeus tubifex insieme al più comune destillatorius; varie specie di Tachytes, soprattutto la erythropus, il Pompilus plumbeus. Di Ditteri erano frequenti varie Anthrax, ma quel che vi raccolsi di più importante fu un Fasiino, che giungevami del tutto nuovo, e sul quale ritornerò nella Parte Seconda.

Vista la generale aridità delle campagne stimai poco conveniente dimorare ulteriormente in quella città. E poiché il mio principale obbiettivo eran le Sile, per avviarmi alla Sila Grande, alla quale doveva prima recarmi, determinai prender la via di Santa Severina. Qui cominciavano glimbarazzi pe’ mezzi di trasporto; dappoiché, in allora trovandosi tuttavia in costruzione una buona strada rotabile, destinata a mettere in comunicazione parecchi paesi interni e montuosi con la linea ferroviaria del Ionio in Cotrone, non si poteva internarsi in quelli, se non a cavallo. La cortesia del Sig. Pietro Nicastri di Cirò, allora provvisoriamente in Cotrone, e del farmacista signor Andrea De Majo mi tolse d’ogni fastidio, assumendosi essi l’incarico di trovarmi buoni animali e, quel che più importava, guida sicura e fedele.

La mattina quindi del 24 (luglio 1876-n.d.r.) lascio Cotrone, diretto per Santa Severina. La via che si batte è nojosa per buon tratto, e proprio finché si sta nella pianura: forse in stagione meno inoltrata que’ luoghi possono essere di qualche interesse per l’Entomologo a causa di molteplici aje prative, altre di prati spontanei, altre di prati artificiali; ma quando io li traversava tutto era secco ed arido. Diviene però interessante pel naturalista, e principalmente pel Geologo, allorché si comincia ad ascendere le colline, che succedonsi l’una più elevata dell’altra. In queste si riscontrano i fatti stessi paleontologici osservati presso Cirò, ma in modo ancora più patente, in grazia dei tagli praticati per la costruzione della strada. L’argilla è infarcita di conchiglie, ed il suolo della via vien coperto con brecciame formato con una breccia rossastra tratta da vicini monti, pur essa conchiglifera. Ed anche quando procedendo innanzi, come lorchè si è presso Scandale, non vi ha lavori di nuova costruzione, si calpestano qua e là massi di dura calcarea bianca con valve di conchiglie saldamente incastrate. Vi predominano l’Ostrea edulis ed il Pecten placuna: ed anche qui notavasi la identità delle specie nell’argilla e nella calcarea. A parte da siffatte osservazioni, di null’altro mi occupai lungo il cammino. Nondimeno procedendo, come ero, a cavallo vidi un Coleottero Longicorne che, a guardarlo dalla piccola distanza che ci separava, mi sembrò un Dorcadion. Tanto per interrompere un istante la noja, smontai da cavallo per raccoglierlo: e feci assai bene. L’era un Dorcadion, ma specie da me non mai vista nelle nostre Provincie, e proprio il Dorcatypus Fairmairei, Thom., cui si attribuisce generalmente per patria la Grecia. Dopo cinque ore di non interrotto cammino giungo a Santa Severina, paese singolare per la sua positura sul colmo di una collina isolata d’ogni lato come sopra una rocca inespugnabile. Quantunque provveduto di lettere commendatizie per qualche famiglia che avrebbe potuto ospitarmi; nondimeno, saputo per via che nel paese v’era un tal Giuseppe di Stilo, il quale avea disponibile una stanzuccia discretamente decente, mi determinai ad acconciarmi in questa. L’ospitalità l’è certamente piacevole, e cosa che onora chi l’esercita, del pari che colui che n’è fatto degno. Non è men vero però che con essa il viaggiatore perde trequarti, se non pure i quattro quinti della individuale libertà, e che perciò non può convenire a chi nuovo in un paese vuol conoscerlo in ogni sua parte, come principalmente si addice al naturalista. Per la qual cosa in tutti i miei viaggi, sempre che ho potuto, l’ho evitata, soprattutto quando la persona dalla quale avrei potuto essere ospitato non era da me precedentemente conosciuta.

Da parecchi anni il nome del paese nel quale mi trovavo erami familiare, per la ragione che più volte il sig. Pietro De Luca da Sangiovanninfiore (San Giovanni in Fiore (CS)-n.d.r.), il quale fu uomo assai colto ed amantissimo di cose di storia naturale, avea inviato a mio padre petrefatti ricavati da una arenaria compatta del tenimento di Santa Severina, fra quali notavansi de’ Clipeastri, giganteschi Dentalii, ecc. Tra le prime mie premure vi fu quella di riconoscere ove fosse la giacitura di quella formazione: ma non vi riuscii. Il farmacista Sig. Antonio Giordano ed il Sig. Pietro Apa mi furono cortesi di varie indicazioni, ma nessuna corrispose a quel che io cercava. Poco distante dal paese, in luogo detto S. Domenico, vi ha bensì uno strato orizzontale della spessezza d’un metro all’incirca, nettamente limitato in alto ed in basso, costituito da petrefatti , ma son quasi esclusivamente gusci della comune Ostrica stivatamente ammucchiati gli uni sugli altri, in guisa da svegliar proprio alla mente un potente banco naturale di Ostriche, non sembrando plausibile fosse deposito di gusci di ostriche servite per pasto. Di Echinodermi non mi fu dato rinvenirne alcuno: pare siano circoscritti a qualche limitata contrada da me non visitata. Della loro presenza però in quella formazione di arenaria, oltre alle precedenti notizie cui sopra ho accennalo, me ne assicurai per un Clipeastro graziosamente donatomi dal sullodato Farmacista sig. Giordano. Le indagini entomologiche fatte in un giorno solo nei luoghi incolti e prativi alle falde del bastione naturale sul quale il paese è impiantato mi fruttarono talune specie relativamente non comuni, come il Myodites subdipterus e l’Ammophila armata; niente di positivamente raro.

Anche le adiacenze di Scandale, per le quali, come ho detto, era passato nel recarmi da Cotrone a Santa Severina, mi venivano indicate come ricche di Conchiglie fossili, di che facilmente mi persuadevo per quello che io stesso aveva fugacemente veduto. Scandale è un piccolo paese mancante assolutamente d’ogni mezzo di alloggio; lo che costituiva per me un ostacolo a potermivi trattenere qualche giorno. Vi ha soltanto la famiglia del Barone Salvatore Drammis, la quale con la sua ospitalità supplisce a quella mancanza. Poiché però non avevo con lui personale conoscenza, e d’altro lato rincresceami abbandonare quei luoghi senza esplorare la indicata località interessante per la parte paleontologica, mi determinai indirizzargli anticipatamente lettera per chiedergli la sua indispensabile ospitalità. Non ripeterò qui le parole con le quali quel perfetto gentiluomo che è il Barone Drammis risposemi; dappoiché, se da un lato le sue frasi varrebbero a mostrare ancora di più il suo animo generoso e cordiale, dall’altro potrebbero sembrar ripetute per troppa mia vanagloria. Mi limiterò soltanto a dire che l’accoglienza avutane, quando il dì 26 (luglio 1876-n.d.r.) mi vi recai, fu quale non si potrebbe descrivere. Durante i due giorni che mi trattenni in sua casa visitai varii luoghi a pochissima distanza dall’abitato, ove in realtà può farsi abbondante raccolta di Conchiglie fossili disseminate nell’argilla. Le specie però son quasi sempre le stesse: quelle cioè già osservate presso Cirò e Santa Severina, e quindi vi predominano l’Ostrea edulis, il Pecten Placuna e simili. Per ricerche entomologiche m’interessò un luogo additatomi dallo stesso Barone, compreso nella pianura sottoposta al paese, denominato San Mandalo.

Fu il giorno 28 (luglio 1876-n.d.r.) che destinai a tale peregrinazione. Discendendo da Scandale in un primo ripiano denominato Turrutio, ricco di piante di finocchio, delle quali talune tuttavia in fiore, mi si oiffì buona raccolta di Imenotteri e di Ditteri. Più in giù e quasi nella bassa pianura, in sito detto Corazzo, prossimo al Neto, ove sono mulini messi in movimento dalle acque stesse del nominato fiume, potetti ancora far discreta messe nei prati e lungo le siepi. Da ultimo, rimontando, mi fermai nel luogo cui specialmente si dà il nome di San Mandalo, ove è una sorgente di limpida acqua, la quale si spande sull’adiacente piano prativo rendendone un sito analogo a quello che presso Cirò è denominato Carrafone di San Nicola. E siffatta analogia veniva convalidata dalle specie di Entomati che in detti prati rinvenivansi. Non vi trovai per vero quelle specie rarissime rinvenute in quest’ultimo sito, bensì tutte le altre.

Fu ancora in Scandale che, mediante le notizie somministratemi dal dottor Giovan Battista Ceraldi, potetti accertarmi esser causa di fenomeni patologici nell’uomo, analoghi a quelli che vi produce la Tarantola di Puglia, un ragno da questa zoologicamente assai diverso, ma simile per la maniera di vivere in gallerie scavate entro terra (comunque in questo tappezzate e chiuse da fitto tessuto serico), qual’è la Mygale icterica. Con la guida di esperti contadini, datimi dallo stesso Barone Drammis, potetti raccoglierne parecchi individui di ogni età, sia per provvederne questo Museo Zoologico nel quale tale specie mancava, sia per dimostrarla ai Giovani che seguono le lezioni di zoologia da me dettate in questa Università, come animale che interessa loro direttamente conoscere. Sul quale argomento della Migale e degli effetti del suo veleno nell’uomo io non mi estendo qui ulteriormente, avendone già dato ampio ragguaglio in una lettera diretta a questa Accademia da quelle stesse contrade, e che trovasi già pubblicata nei suo Rendiconto. Nelle due volte che avevo percorsa la via che da Scandale mena a Santa Severina avevo notato un sito denominato lo Sportello, il quale per la natura della vegetazione pareva dovesse offrire qualche cosa d’importante. Per esso quindi consagrai un altro dei due giorni passati in Scandale. Il fatto però non corrispose all’aspettativa, avendomi offerto poco e di poca importanza. Potrei citare come specie non del tutto comune il Priocnemis annulatus.

Il 29 (luglio 1876-n.d.r.) lascio Scandale per restituirmi a Santa Severina. Quantunque non vi fosse stato sospetto d’imbattersi in persone malvagge, pure il Barone Drammis volle che due uomini dei suoi più fidati mi accompagnassero. In Santa Severina mi trattengo ancora un giorno pel desiderio di visitare un sito pantanoso della sottoposta pianura detto Pantani san Giovanniello, ed il vallone detto Fica. L’uno e l’altro avrebbero fatto augurarmi una caccia importante: ma invece nulla di buono potetti raccogliere. Visito un luogo denominalo San Nicolicchio, ove vi ha una scarsa scaturigine di acqua satura di cloruro di sodio, il quale cristallizzandosi alla superficie del suolo, per lo quale va sperdendosi, lo rende di un bianco candido. Questo sale non è raro incontrarlo per le Calabrie, ove di sal gemma esistono varii depositi, sì che l’è di esso che in molte contrade si fa uso pe’ bisogni domestici. Pertanto, affine di evitare che il popolo usufruisse della tenuissima quantità di sale che da quell’acqua potrebbe ritrarsi, vi è impiantalo un posto di guardie doganali. Nel quale provvedimento non si saprebbe vedere alcun tornaconto finanziario; dappoiché, il dispendio che il Governo soffre per mantenere le due guardie deputate all’uopo, certo non vien compensato dalla esigua quantità di sale che s’impedisce venga raccolta.

La mattina del 31 (luglio 1876-n.d.r.), alle ore sei, lascio Santa Severina diretto per Caccuri, con buon cavallo ed esperta guida. Un vento impetuoso rendeva l’aria abbastanza fresca. Dopo un’ora di cammino quasi sempre in discesa mi trovo presso il Neto, lungo il quale si prosegue per buon tratto, or percorrendone una sponda, ora l’altra, e quindi traversandolo in diversi punti. Alle ore nove scorgo il paese cui ero diretto, posto sopra alla collina, ma ancora da me ben lontano; sicché non vi volle meno di un’altra ora e mezzo per raggiungerlo.

Caccuri l’è un piccolo paese, il quale non offrirebbe al forestiere alcun decente alloggio. La sola casa che offre ospitalità è il castello dei Baroni Barracco, i quali alla gentilezza associano l’apprezzamento delle scienze. Sicché una lettera commendatizia che avevo pel signor Salvatore Cinnanti, agente del sig. Guglielmo, attuale padrone del castello, fece sì che venissi introdotto in un appartamento del detto castello, che offriva comodi ed agiatezza di molto superiori a quelli che il Naturalista viaggiatore deve richiedere. Non meno cortese del Cinnanti si mostrò il signor Francesco Maida, addetto ancora all’amministrazione di quella casa. In men che il pensassi, una lauta colazione mi venne apprestata. Quantunque di molto inoltrata la giornata, pure non volli che le rimanenti ore utili andassero perdute. Epperò, accompagnato da un guardiano, esco per la caccia, percorrendo un piccolo vallone sottoposto al paese. La raccolta non fu molto abbondante; nondimeno m’interessò moltissimo una piccola Cicadaria del genere Histeropteron, che non mai avevo raccolta nelle provincie Napoletane, e che era abbondante negli scarsi prati naturali. Ancora di Locustidei eravi qualche specie non comune.

Il dì seguente, 1° agosto, il signor Cinnanti volle egli stesso accompagnarmi unitamente a due guardiani, per visitare buona parte del territorio di Caccuri. Si parte di buon’ora, tutti a cavallo. Si scende per un luogo detto Santo Chirico, ov’è una fonte della cui acqua le contadine del paese profittano per imbiancare i panni. Di là si passa ad altro luogo detto Lupìa, nel quale essendovi ancora una piccola sorgiva di limpida acqua, ci arrestiamo a far colazione sdraiati all’ombra di annosi e ben fronzuti alberi. Ripreso cammino, percorriamo una contrada detta Campodanari, e di poi altra detta Tenimento prossima al Neto. Qui vi ha molto d’incolto ed è ritrovo di cavallette, le quali si sviluppano sovente in numero considerevole. Vi ha qualche pantano ed una sorgiva di acqua solfurea. In stagione più propizia l’entomologo troverebbe a passare con molto profitto una giornata per quei naturali prati. Nella parte boschiva attigua vi ha Cignali, Daini e Lupi. Passiamo più oltre alla Forestella, ove vi ha un vasto trappeto. Entriamo nell’attiguo giardino messo a coltura di ortaggi, e lì, obbliando ogni legge igienica, trovandomi grondante di sudore che avea quasi traversati e bagnati tutti gli abiti, assiso all’ombra di una rupe, dalla quale scaturiva limpida acqua, mi rinfresco con melloni da acqua fino alla saturazione. Per tornare al paese prendiamo la via del bosco di Casalnuovo. Dei diversi luoghi percorsi quelli che maggiormente richiamarono la mia attenzione furono un’assai circoscritta pianura poco oltre Lupìa. Nella quale, in prato umido, raccolsi d’interessante una piccola Cicadaria di genere che non ancora avevo visto, e varii buoni ditteri, sopratutto della famiglia degli Ortalidei.

Di rincontro a Caccuri sta il piccolo paese Gerenzia (Cerenzia -n.d.r.), edificato in epoca recentissima, in sostituzione di altro divenuto inabitabile pel continuo ruinar delle case.

La mattina del 2 (agosto 1876-n.d.r.) ritorno nella prateria presso Lupìa, pel desiderio di rinvenirvi qualche altro individuo di quella Cicadaria, che più di ogni altra cosa mi aveva interessato il giorno innanzi; e mi credetti fortunato nel rinvenirne un secondo individuo. Nel pomeriggio dello stesso giorno, volli da Caccuri passare a Sangiovanninfiore.

Il sig. Cinnati non volle permettere ch’io vi andassi solo con la semplice guida; dispose invece che due guardiani armati ed egualmente a cavallo mi scortassero fin sotto il paese. Partito alle ore tre e mezzo, e tirando diritto senza alcuna sosta, giunsi alle ore cinque e tre quarti.

Io conoscevo già Sangiovanninfiore per esservi stato varii giorni nel 1859, quando la prima volta visitai la Sila grande. Quantunque da poco tempo in qua siasi in questo paese installato un albergo assai modesto per la estensione, ma abbastanza decente, pure non potetti di esso approfittare seguendo le mie abitudini. Erano troppo stretti i vincoli che mi legavano alla famiglia dei signori De Luca, per non dover anche questa volta usufruire, come nell’altra, della loro cordialissima ospitalità.

La mattina del 3 (agosto 1876-n.d.r.), senza perder tempo, in compagnia di uno dei fratelli De Luca, il sig. Giovan Battista, esco per le mie ricerche, aggirandoci per luoghi attigui al paese; ma il raccolto fu scarso, avvertendo gran differenza con quello che i luoghi medesimi mi avevano esibito nel 1859, in cui li visitavo nel mese di giugno. Tra le altre cose non potetti vedere alcun individuo della Pachyta octomaculala, che in allora era piuttosto abbondante sopra i fiori di ombrellifere. Quel che potetti raccogliere di meno comune fu qualche Imenottero Crabronideo.

Nella mattina del 4 (agosto 1876- n.d.r.) fo con lo stesso amico una passeggiata fino a raggiungere il Neto nel punto più prossimo al paese; ed anche in questo giorno la raccolta fu molto scarsa. Nulladimeno fu sufficiente compenso un Haplocnemus che credo nuovo.

Il giorno 5 (agosto 1876-n.d.r.) lo destino a visitare una contrada molto interessante denominata Trepidò, che è alle falde della estesa catena della Sila grande. E poiché doveansi traversare boschi di pini non molto sicuri, sebbene di piccola estensione, vollero i De Luca che due uomini di loro fiducia armati m’accompagnassero. Provveduti tutti di buoni cavalli partiamo alle sette del mattino. Si discende nella valle dell’AIbo, i cui due versanti erano tuttavia coperti di ricca vegetazione ed avrebbero meritato indagini, se il cammino a percorrere non fosse stato lungo abbastanza, da non permettere indugi per via. Traversato il torrente che dà il nome alla valle sopra un ponte di legno in ruina, si guadagna il rialto opposto, dal quale può dirsi cominciare la regione Silana. Infatti, ascendendo più in allo si traversa l’Ampolino e più in là cominciano a comparire i pini, i quali successivamente si vanno rendendo più copiosi. Alle ore dieci siamo alla pianura di Trepidò. Questo luogo è di un grande interesse pel naturalista, poiché da una parte si ha un prato diversamente accidentato tra l’arido e il palustre; da un’altra si ha la regione di folti ed annosi boschi di pini, che si continuano poi fino al cacume (vetta-n.d.r.) del Monte Nero. Fatta una buona refezione nella casa della fattoria dei signori De Luca, nella quale ebbi principalmente a gustare gli squisiti latticini freschi ivi stesso confezionali, comincio dal far ricerca nel bosco connato. Sotto le cortecce dei vecchi alberi e presso le loro radici eravi l’Homalodema abietis, abbondante quanto non mai avevo visto. Raro era il Platysoma oblongum, e poco frequente ancora il Rhysodes canaliculatus. Dai tronchi uscivano individui del Sinodendron cylindricum e dello Spondylis buprestoides.

Passando ai prati, era facile trovare il Nabis cylindricus., che prima di allora avevo rinvenuto soltanto tre anni innanzi sul piano di Arapietra nel Gran Sasso d’Italia. Nello stesso ordine degli Emilteri eranvi di notevole alcune minute Cicadarie, che non ho ancor definite. In un orto attiguo alla fattoria trovavasi pure in abbondanza il Mellinus arvensis, la Loxocera ichineumonea ed il Mastigus Heydeni. Raro era poi lo Stenopterus procerus, che mi sorprese vedere in quel sito, conoscendolo innanzi soltanto delle caldissime pianure della provincia di Terra d’Otranto. Alle ore cinque p. m. ci rimettiamo a cavallo, tirando diritti per Sangiovanninfiore, ove siamo alle ore sette.

Il giorno 6 (agosto 1876-n.d.r.) rimango in paese per dare assetto alle cose raccolte, essendo determinato partire il dì seguente per la Sila grande.

Non posso lasciare questo paese senza dir qualche cosa dei suoi abitanti. Ed invero lo studio dei popoli e delle fattezze delle diverse varietà di ogni razza non dee rimanere estraneo al naturalista; e Sangiovanninfìore richiama sotto questo aspetto l’attenzione dell’etnografo. Dappoiché, in rapporto delle provincie napoletane, nel paese di cui parliamo il sesso femminile si presenta con un tipo dei più interessanti che si possa immaginare, precisamente negl’individui del popolo, che son quelli i quali debbono principalmente tenersi di mira quando si vuol giudicare del carattere di una razza.

La statura ben proporzionata, le forme gentili, i lineamenti del viso perfetti, il suo colorito, l’occhio vivace ed espressivo, la fronte ben sviluppata, rendono le donne di Sangiovanninfìore di una bellezza che può aver l’eguale, ma difficilmente esser superata.

Sila Grande

Era già conosciuto che una banda di dodici malviventi, denominali briganti, scorrazzava per la catena dei monti costituenti la Grande Sila, discendendo spesso ne’ paesi circostanti; ed aveansi i ragguagli delle loro gesta (Era, tra le altre, nota la cattura che avevano tentato fare del Barone Labonia-n.d.r.). Epperò gli amici che mi circondavano giudicavano imprudente il traversare i labirintici boschi, pei quali era indispensabile passare prima di raggiungere l’altopiano messo a coltura. Io però, vogliasi per coraggio, vogliasi per soverchio azzardo, ma più di ogni altro perchè convinto della fatalità, non volli deviare dal piano che mi ero prefisso.

Sicché la mattina del 7 (agosto 1876-n.d.r.), scortato da tre uomini armati che lo stesso agente di Caccuri erasi offerto mettere a mia disposizione, partii per la Sila Grande, e propriamente per quella parte denominata Camigliati, ove é la proprietà dei Barracco. Da Sangiovanninfìore a Camigliati si è in questi ultimi anni costruita una buonissima strada rotabile, a completar la quale mancavano però in quel momento pochi lavori in prossimità del cennato paese. Per la qual cosa fu mestieri far uso di cavalli. E poiché la via rotabile è molto lunga, di tratto in tratto si abbandona profittando delle scorciatoie. Partiti alle ore sei del mattino, alle ore otto e mezzo entriamo nel folto bosco di pini denominato bosco di San Nicola, per traversare il quale si cammina non meno di tre quarti d’ora. In una località di tal natura non potevo passare per diritto. Annosi alberi in parte fradici che qua e là si scorgevano richiedevano essere ricercati. Infatti, essi mi offrirono specie non facili a ritrovarsi ovunque, fossero anche simili boschi di pini. Citerò fra queste la Calcophora mariana, che vedevo per la prima volta nelle provincie napoletane. Di essa ne rinvenni un individuo schiuso di fresco ed un altro tuttavia allo stato di ninfa, che però si liberò dai suoi invogli dopo quattro giorni. La qual cosa mi faceva comprendere essere quella proprio la stagione della schiusa della nominata Buprestide, e mi dava ancora ragione del perchè in altre visite fatte nello stesso bosco ed in boschi analoghi dell’Aspromonte, ma in stagione assai più precoce, non l’avessi mai ritrovata. Similmente del Cucuius haematodes rinvenni parecchie ninfe, le quali raccolte e ben condizionatamente conservate si trasformarono in immagini dopo tre giorni. Superato il bosco, comincia il terreno arabile, con le colture che si continuano sino al bacino superiore della Grande Sila, consistenti principalmente in segala, lino e patata. Alle ore dodici giungo a Camigliati, ove sono ospitato nella casa dei Barracco dall’agente sig. Salvatore Maida, cui presentai lettera gentilmente favoritami dal sig. Stanislao. Per caso vi si trovò ancora uno dei suoi fìgli, Luigi, che in quell’anno medesimo era stato mio allievo universitario. Rimasto in casa un’ora appena, durante la quale mi venne esibita una refezione, esco accompagnalo dal sig. Luigi Maida, a far ricerche nelle umide praterie che son presso un rivolo poco discosto dal casamento. Questo sito lo avevo assai ben presente, come quello che nel 1859 mi aveva offerto, essendo il mese di giugno, buon numero di importanti Imenotteri della famiglia dei Tentredinidei, del pari che di Ditteri Muscidei. Nella ricorrenza però di cui parlo, sia per la stagione inoltrala, sia per altra Ignota causa, non un sol individuo potetti vedere, nè de’ Tentredinidei, né de’ Ditteri dei quali avevo chiara ricordanza. Però non mancò di offrirmi altre cose del pari notevoli. Ed in prima merita di essere ricordata quella bella Tipularia che è la Plychoptera albimana, la quale, sebbene i Ditterologi settentrionali la dicano non rara, pure nelle Provincie napoletane io avevo soltanto una fiata rinvenuta nelle ombrose valli dell’Aspromonte nelle stesse Calabrie. Oltreché è da notare, che i nostri individui si presentano con caratteri di colorito diversi da quelli coi quali ce la descrivono lo Schiner ed il Macquari; sicché a prima giunta si direbbe specie diversa; siccome più minutamente verrà esposto nella seconda parie. Alle ore cinque, dense nubi che già da qualche ora vedevansi approssimarsi, sciogliendosi in forte pioggia ci obbligano a rientrare. Ed il temporale divenne imponente la sera, in cui il rombo dei tuoni e lo scroscio dei fulmini si ripetevano a brevi intervalli.

La mattina del giorno 8 (agosto 1876-n.d.r.) il cielo si presentò discretamente sereno, ma la temperatura era assai bassa. Assiso sopra un rustico carro tirato da due di quei maestosi bovi caratteristici della razza bovina dei Barracco, e che costituiscono gli equipaggi di lusso nell’altopiano della Sila, come di altri simili luoghi, accompagnato da due guardiani armati, mi porto in sito denominato macchia sacra cui si accede dopo aver traversato un bosco di pini, e sempre più o meno ascendendo. Un bosco ancora è questo che va col nome di macchia sacra, non però di pini, benvero di faggi: bosco imponente meno per la vetustà degli alberi, che, almeno nella parte da me visitata, sono tutti alberi assai giovani, ma pel loro aggruppamento ed ancora per la immensa estensione, prolungandosi fin sopra l’orlo che forma una parte della cinta del bacino. Il detto bosco è uno di quelli che si prestano assai bene a nascondiglio di briganti. Il carro mi lascia in una vasta pianura quasi paludosa, ricoperta di giunchi ed altre piante palustri, una di quelle pianure che s’incontrano sovente nella grande Sila, e nelle quali l’entomologo non ricerca mai senza profitto. Vi era abbondante il Nabis cylindricus, un piccolo Capsideo che giungevami nuovo, qualche minuta cicadaria interessante. Tra i giovani faggi, dei quali si è detto esser formato il bosco, potevasi raccogliere il Beris hyaliniventris, qualche Friganea. Di detto bosco, che forse avrebbe potuto offrirmi qualcosa d’interessante, io non feci che lambire appena una parte assai limitata, senza punto troppo addentrarmi: e ciò sia perché l’ora era inoltrata, sia perchè il pensiero non riposava tranquillo in quel sito. E per vero non fu che buona inspirazione questa; dappoiché, da notizie avute posteriormente, ebbi a sapere che la comitiva dei dodici malviventi che scorrazzava per la Sila in quell’epoca annidavasi appunto nel bosco che io visitavo. Ritornando a piede, lungo la via potetti raccogliere varii individui della Parnopes carnea. Fermatomi a ricercare sotto le cortecce dei pini morti che incontravo sul cammino, vi trovo altri Ergates faber, sempre femmine, varii individui dei Melanotus castaneipes, di cui taluno di recente schiuso avea tuttavia color rosso-ferruginoso: fatto già osservato nelle montagne del Matese. Eranvi ancora due individui dell’Astinomus aedilis allo stato di ninfa, e che raccolti trasformaronsi in immagini dopo pochi giorni. Alle 6 p. m. sono in casa.

9 (agosto 1876-n.d.r.). La mattina esco a piede, accompagnato da un solo guardiano armato. Percorro la difesa di mola rotta passo alla jacìna (bosco di pini in miniatura) di Saullo, indi costeggiando il rivolo Camigliati fino a valecapre passo al campo di San Lorenzo, raggiungo il canale d’acqua o fiumicello denominalo Morcone, che costeggio fino al passo. ossia al piccolo ponte. Di qua ritorno per mola rotta a casa. Di tanti luoghi percorsi, impiegando non meno di dieci ore, quello che più m’interessò fu la difesa di mola rotta. L’è una leggiera gobba coperta di copiosa vegetazione, e tra l’altro di parecchie ombrellifere ch’erano in fiore. Sicché gl’Imenotteri e i Ditteri vi accorrevano in gran numero, rappresentati da specie non comuni. Eranvi in fatti il Pompilus aterrimus, l’Ichneumon fusorius, ecc. Un pino della Jacina mi dette molti Tomicus typographus, il Ptalysoma depressum. La sera fo caccia di farfalle notturne in compagnia di Luigi Maida. Vi raccolgo la Leucania pallens e vitellina ed altre specie.

10 (agosto 1876-n.d.r.). Mi decido rivedere la contrada denominala Agarò, e proprio quella parte nella quale è la tenuta dei signori Lupinacci, nella cui casa avevo pur passati due giorni nel 1859. Non ostante la mia premura d’andarvi a piede, pure dovetti cedere alle istanze del sig. Maida, che volle mi vi portasse un carro a buoi. Uscito di casa alle ore 7 ½ in compagnia del solito guardiano, girando per Agarò-Barracco, e di là passando per la tenuta Ferrao, giungo alle ore 10 in Agarò-Lupinacci, ove il carro mi lascia. Il fattore di casa, lo stesso tuttavia del 1859, mi riconosce e mi usa mille gentilezze, offrendomi quanto poteva per una colazione, e facendomi istanze perchè fossi rimasto qualche giorno con lui; di che lo ringraziai. L’ansietà con la quale rivedeva questa contrada era dovuta alla grata impressione che di essa avevo conservata in seguito alla prima visita, per la importante raccolta fattavi in quei due giorni di giugno. In allora le numerose e svariate piante che sorgevano nelle adiacenze della stessa casa, in fiore, mi esibirono un buon numero di specie interessanti di Coleotteri Malacodermi, fra’ quali citerò il Podabrus alpinus, i Telephorus violaceus, cyanipennis, clypeatus, le quali specie avrei con piacere raccolte una seconda volta. Ora però la scena trovavasi interamente cangiata. Di quelle piante neppure una era verde, e di quei belli malacodermi non si rinveniva più traccia. Sicché sotto questo rapporto le mie speranze rimasero del tutto deluse. Cercai pertanto profittare di quello che, nella condizione in cui era, avesse potuto offrirmi. In un prato spontaneo ed umido rinvenni un maschio della Ptychoptera raccolta presso Camigliati, in guisa da potermi completare la conoscenza specifica. Era poi notevole nel luogo medesimo l’abbondanza della Loxocera ichneumonea. Sotto le pietre eranvi varie specie di carabicini, ma di poca importanza. Entro i rivoli era abbondante la Limnaea peregra. Alle 12, lascio quel posto e mi reco all’antico Santuario di Santa Maria di Agarò, del quale oggi rimangono appena i ruderi. Qui sotto le pietre null’altro potetti raccogliere di notevole fuori il Pachymerus (Mtcrotoma) carbonarius: e cito questa specie come notevole, perchè da ben molti anni essa sembrava quasi scomparsa dalle provincie napoletane, mentre in altri tempi non era rara nelle stesse adiacenze di Napoli. Riprendo il cammino, avviandomi per la volta di Camigliati. Il cielo andavasi coprendo di quelle dense nubi, che in quei montuosi luoghi esser sogliono il preludio di funesti temporali: e pertanto la via a percorrere per raggiungere Camigliati era ben lunga, né poteva farsi a meno il giungere al posto. Ma di ciò non mi davo alcun pensiere: rincrescevami solo che quelle condizioni atmosferiche impedivano ogni sorta di caccia. Si passa per la contrada detta Piccirillo, ov’è la tenuta del barone Collici; nella cui casa avrei potuto avere un provvisorio ricovero; ma il temporale non ancora essendo imponente, proseguii il cammino. Non tardò però molto e l’acqua mi fu addosso, sebbene non mollo forte; sicché giunto all’altra contrada detta Percacciante, ove è la casa del Barone Grisolia, mi vi fermai onde scansare l’ulteriore pioggia. Ci trovammo però sotto il lembo del temporale, e la pioggia, che non fu mai molto forte, dopo un quarto d’ora cessa, e ripresi il cammino, giungendo alle ore 4 p. m. asciutto a Camigliati, ove i viottoli bagnali e solcati annunziavano essere stato ivi il centro del temporale.

11 (agosto 1876-n.d.r.). Nella prima ora visito un luogo detto Jacìna di Camigliati, ove il bosco con praterie naturali annunziavano buona raccolta. Però il risultato non corrispose, e tranne un Dittero del genere Eucerus non ancor determinato specificamente, null’altro rinvenni degno di nota. Più tardi ritorno alla difesa di Mola rotta, ove si è detto essere facili Imenotteri e Ditteri non spregevoli. Pria però di raggiungere il cennato luogo, ricercando nelle praterie umide, raccolgo con molta soddisfazione varii individui dell’Asopus rufipes. Questo Emittero Pentatomideo, non raro nel settentrione d’Italia e del l’Europa in generale, non ancora l’avevo rinvenuto nelle provincie napoletane. Ed il suo rinvenimento tra noi m’interessò maggiormente, perchè con l’esame comparativo potetti ancor meglio convalidare la mia opinione, che l’Asopus Genei da me descritto differisce notevolmente dal rufipes, di cui taluni Emitterologi han creduto considerarlo sinonimo, oppure semplice varietà. Eranvi pure buone specie di Tripete. — Nella prateria poi di Mola rotta raccolgo altri individui dell’Ichneaumon fusorius, parecchi del Pompilus ater, che non mai avevo trovalo tanto abbondante tra noi, un Hoplisus che giungevami nuovo, varii Ditteri.

12 (agosto 1876- n.d.r.). L’interesse che offriva la regione nella quale trovavami, avrebbe richiesto e ben meritata più lunga dimora, che però non avrei potuto farvi senza modificare il programma totale. Soddisfatto quindi del risultamento avuto dalle mie ricerche, mi decido porvi termine per discendere a Cosenza. Da Camigliati a questa città vi ha pure una buonissima strada rotabile di recentissima costruzione. Di essa però profitta di tempo in tempo qualche carro o traino pel trasporto di prodotti della Sila: di carrozze non so se fino a quell’epoca ve ne era passata alcuna. Del resto l’è questo un fenomeno non raro ad osservarsi nelle Calabrie, di strade rotabili di recente costituzione, che rimangono per pompa e per documento dell’attività governativa, senza che il pubblico le metta a profitto. Per la Sila però questa strada, al pari dell’altra che discende a Sangiovanninfiore, hanno avuto uno scopo assai più importante, quello di tagliare in mezzo i boschi, e rendere così più insicuro il nido di briganti e più facile il raggiungerli. Alle 7 a. m. lascio Camigliati, a cavallo, accompagnato da due uomini armati. Senza però seguire la via rotabile, che sarebbe stata più lunga e noiosa, percorro la via che scorre per entro il bosco di pini, e sormonto il corrispondente lato del bacino che cinge l’altopiano. Arrestatomi un poco per ricercare taluni pini in marcimento, vi raccolgo varii longicorni, come l’Ergates faber (due femmine) l’Astynomus aedilis (due immagini ed una ninfa), varii Criocephalus rusticus, ed Hylotrupes bajulus, il Morimus tristis: de’ quali tutti più ancora m’interessarono, la Dircaea Parreyssi, che un’altra volta sola avevo raccolta sull’Aspromonte anche sotto le cortecce dei pini, e la Trogosita caerulea. Traversata la cresta nella montagna di acqua fredda e nella zona dei faggi, raggiungiamo la via rotabile, sulla quale proseguiamo il cammino. Cominciata la discesa si vede di rincontro il monte Cucuzzo con alle falde Cerisano, poco distante da Cosenza. Più tardi si schiude alla vista la vasta ed imponente valle del Crati. Si cammina ancora per un pezzo nella regione dei faggi. Alle 10 incontriamo una fonte di limpida e freddissima acqua, presso la quale mi arresto per far colazione, sdraiato sul nudo suolo e appena garentito dai cocenti raggi solari. Sollevando qualche sasso là dove scorre acqua, vi raccolgo il Bembidium rufipes ed il Mastigus Heydeni. La regione de’ faggi si protrae ancora più giù, per cedere poi il posto ai Castagni, che si continuano sino ai primi paesi che incontransi su quel versante, come Menneto (unito a Celico-n.d.r.), Cèliso (Cèlico n.d.r.), Rovito. N’el primo dei nominati paesi mi fermo un poco per salutare i signori Lupinacci, ai quali era debitore di una ospitalità sulla Sila nel 1859, come sopra si è detto. A Cèliso riposo ancora pochi minuti per rinfrescarmi con un buon mellone da acqua. Proseguendo poi difilato, sempre sulla via rotabile, alle ore 3 p. m. giungo a Cosenza. Prendo alloggio nell’Albergo Vetere, ottimo per la posizione del luogo in cui è piazzato, ma che però lasciava molto a desiderare per la tenuta e pel servizio, senza con ciò tacere che non ve n’era altro migliore anche sotto questo rapporto. Mancando da diciassette anni da questa città, m’immaginavo vedervi quegl’immegliamenti proporzionali che hanno avuto luogo dal 1860 in tutte le città, ne’ paesi e fino ne’ piccoli villaggi; ma rimasi deluso. Tranne qualche innovazione in quella parte ove è la Prefettura, nell’interno della città non una strada nuova o migliorata, non un edifìzio importante. Mi trattengo due giorni in città. Quello che più m’interessava rivedere era il Liceo ed in esso il gabinetto di Storia Naturale. Il dottor Michele Fera, professore di Fisica, ebbe la compiacenza di condurmici, procurandomi ancora la personale conoscenza del sig. Rebecchi, che era appunto il professore di Storia Naturale. Visito dapprima il gabinetto di Fisica, che può dirsi provveduto di quanto è più bisognevole per le dimostrazioni in un insegnamento liceale. Non così quello di Storia Naturale, che visitai in seguito in compagnia dello stesso professore. Una discreta collezione di minerali, una ventina di conchiglie fossili, e nulla più! Vi eran due casine pei trattenimenti serali; l’una aristocratica, l’altra democratica. Il sig. Biagio Cavaliere, che fu con me cortesissimo durante tutto il mio soggiorno in quella città, m’introdusse nella prima, porgendomi così occasione di passare le ore della sera in piacevole conversare con parecchie distinte persone. Feci qualche ricerca nell’attigua campagna, ma senza alcun risultato.

15 (agosto 1876 n.d.r.). Nel pomeriggio lascio Cosenza diretto per Tiriolo. Parto alle ore 4 con la corriera postale. Sull’imbrunire siamo a Rogliano. Di là si comincia a discendere nella valle del Savùto (volgarmente Saùto) rinomata per la bontà de’ vini che da quelle uve ritraggonsi, e che già avevo gustato in Cosenza. Passato il ponte sul fiume di quel nome comincia la érta e lunghissima salita della montagna di Carpenzano. La mattina del 16 poco dopo l’alba siamo in corrispondenza del paese S. Pietro Apostolo, che si lascia a dritta. Alle ore 7 si giunge a Tiriolo. Nuovo del tutto in questo paese (che nel 1859 vi ero passalo senza fermarmici) cerco di un albergo. Mi viene additato l’unico che vi esisteva, nel quale per fortuna trovo disponibile la sola stanza superiore che possiede, nella quale mi aggiustai e rimasi volentieri, non ostante che il sig. Giuseppe Singlitico sopraggiunto mi avesse fatte cortesi premure perchè avessi accolta ospitalità in sua casa, ospitalità che solo per le ragioni già esposte più sopra non credetti accettare. Nella stanza da pranzo annessavi convenivano gli uffiziali de’ Bersaglieri ivi distaccati a causa del brigantaggio, fra quali eravi il Capitano Bazzoni G. B. da Brescia, uomo assai colto e soprattutto versato in cose geologiche, col quale potea assai piacevolmente conversare. Nella stessa circostanza conobbi il Pretore del paese sig. Tommaso Ferrante da Verona. Non ostante avessi passata la notte in carrozza, pure rinfrescatomi appena e fatta colazione, provvedutomi di un contadino per guida e compagnia, me ne vado sulla montagna di Tiriolo, alla quale si accede assai facilmente, e che si eleva non molto, sì da poterne senza difficoltà raggiungere la massima altura. Quasi tutta la superficie vedevasi rivestita di vegetazione, per modo da promettere qualcosa. In fatti, nell’ordine degl’Imenotteri raccolsi specie non spregevoli, fra le quali ricorderò la Ferreola algira, descritta primamente da Le Pellettier sopra individui ricevuti dall’Algeria, e che io possedeva di Sicilia, non però delle provincie napoletane, nelle quali vedevasi per la prima volta. E pare che non vi sia molto abbondante. Vi erano ancora il Pompilus ater, individui femmine della Elis contìnua o Scolia ventralis, Spin. Sotto le pietre abbondavano carabicini, ma di specie ordinarie. Sulle mura che avanzano di antichi fabbricati erano oltremodo abbondanti l’Helixo carsoliana, Fer., la Clausilia candidescens, Zieg., ed il Pomatias indicato da S. Simon col nome di affìnis, Ben., ma per lo quale non si è d’accordo sul nome specifico che meglio gli convenga. Tenendo poi con la mia guida discorso delle Tarantole, essa mi assicurava che tali ragni rinvenivansi su quella montagna. Mi nacque allora la premura di assicurarmi se per tarantola intendesse la Migale come in altri luoghi, oppure la vera Tarantola di Puglia. E non tardai molto a dileguare ogni dubbio; dappoiché egli stesso, dopo avermi fatto osservare l’apertura della galleria che era a fior di terra, del tutto scoperta, quasi circolare, con diametro di circa 25 millim., adoperando il meccanismo medesimo indicato per la Migale, ne cavò fuori un bellissimo individuo della Lycosa tarentula. Il quale fatto m’interessò moltissimo, non solo perchè mi dava un documento della esistenza della Tarantola Pugliese nelle Calabrie, ma ancora perchè potetti osservare la identità di questo ragno con la Migale in quanto al comportarsi quando di giorno viene fuori dal suo cunicolo. Essa rimane come stordita, co’ piedi rannicchiati ed immobile, sicché senza alcuna precauzione la presi con le dita e la riposi nell’alcool, senza che neppur si atteggiasse a voler mordere. Dello stesso genere Lycosa era abbondante tra l’erba un’altra specie, la quale offre alquanta variazione nel colorito del ventre secondo l’età. Ne’ giovani questo è cenerino gialliccio con qualche linea nera; negli adulti finisce con l’essere interamente nero. Era poi comune sotto le pietre la Scolopendra graeca in tutte le età, da’ giovanissimi individui fino ai giganteschi.

17 (agosto 1876- n.d.r.). Ad istigazione del Pretore mi era determinato recarmi in sua compagnia al vicino paese Serrastretta, per far visita al dott. Emilio Di Fazio. Alle 5 a. m. muovemmo da Tiriolo. Benché provveduti di asini, volendo meglio godere del fresco del mattino, ci avviammo a piedi, per la via nazionale. Alle 6 ½ eravamo a S. Pietro Apostolo. Da questo paese la strada che mena a Serrastretta cangia natura, diviene assai disuguale e in taluni tratti assai érta. Nondimeno, per una ragione inversa, per non asciugarci cioè il sudore, risolvemmo proseguire a piedi fino al destino. Si percorrono estesi boschi di castagni ad innesto, de’ quali tutta quella regione é ricoperta, ed il cui frutto costituisce la entrata principale di que’ paesi, ed in quell’anno erano gli alberi carichi oltremodo di frutti, sì che era uno spettacolo imponente e consolante a vederli. Traversiamo in un punto il fiume Amato. Alle ore otto siamo a Serrastretta. La memoria del dott. Di Fazio mi si era completamente cancellata: sicché non fu senza sorpresa ch’ebbi a trovarmi di fronte ad una vecchia conoscenza, la quale rimontava alla nostra prima giovinezza, lorchè egli compiva i suoi studii in Napoli, negli anni che immediatamente precedettero il 1848. Fu quindi scambievole piacere rivederci dopo un periodo non corto di tempo, ed in condizioni molto cangiate. Preso un piccolo ristoro, esco subito per mettere a profitto una parte almeno della giornata. Il mio amico vuole accompagnarmi. Si va in un castagneto poco discosto dal paese, ed ivi mi trattengo circa tre ore. La caccia non fu molto abbondante: quella natura di vegetazione quasi boschiva non poteva offrire molte cose: nulla dimeno vi fu qualche buona specie di Ditteri, come il Brachyglossum diadematum. Rientrati in casa passiamo le rimanenti ore del giorno in conversazione scientifica. Fu per me una vera sorpresa il trovare in un piccolo paese, nascosto come suole dirsi in mezzo alle montagne, il microscopio di Beck, che non trovasi presso i grandi centri scientifici d’Italia. Con un istrumento di questa portata, il cui ingrandimento massimo giunge a seimila, il Dottor Di Fazio trovasi al caso di studiare assai bene gl’Infusorii, del pari che fare lavori d’istologia. Nel quale ramo tenea già in pronto un lavoro sui tessuti degenerati per cancro, con numerosi disegni eseguiti da lui medesimo. In quanto poi agl’infusorii, chiunque sia abituato ad osservarli ingranditi qualche migliaio di volte, vedendoli con quel microscopio sembragli scorgere un mondo nuovo. Avrei voluto la sera essere di ritorno a Tiriolo: ma non mi fu concesso: dovetti cedere all’affettuosa istanza dell’amico, rimanere seco lui a pranzo e passare ivi la notte.

18 (agosto 1876- n.d.r.). La mattina lascio Serrastretta di buon’ora per far ritorno a Tiriolo. Però, in luogo di rifare la medesima via per la quale vi ero acceduto, raggiungo la fiumana di Malluzzi, che è continuazione di quella che viene da Gimigliano col nome di Corace. Nelle acque, là dove si formano seni o diverticoli, era frequente il Bombinator igneus, ed alla superficie nuotavano il Gyrinus natator e l’Hydrometra paludum. Mentre mi disponevo a fare delle ricerche in un sito adiacente alla sponda, che prometteva un qualche buono risultato, il rombo dei tuoni che echeggiava per quella valle ci avvertiva di un prossimo temporale: fu quindi prudenza avviarsi per Tiriolo, ove in fatti ero giunto appena da mezz’ora (11 a. m.), e la pioggia cominciò a cadere abbondante ed impetuosa, per cessare soltanto alle 4 p. m.

19 (agosto 1876-n.d.r.). Destino questo giorno per visitare altro vicino paese, Gimigliano, e proprio la parte principale e più elevata detta Gimigliano Soprano. Parto alle 7 a. m., ad asino. Dapprincipio, lasciata la via nazionale, si percorre un sentiere buono abbastanza a mezza costa di un monticolo. Ma la discesa che far si deve a piede fino a raggiungere il fondo della vallata, lungo la quale scorre il fiume Corace, è orribile ed immensamente defatigante. Lungo la valle osservo la breccia di vario colore che adoprasi per costruzioni col nome di marmo di Gimigliano. Traversato il Corace, risalgo la opposla costa, e rasentando Gimigliano Sottano, alle 10 a. m. giungo in paese, ove vado a riposare in un assai mediocre albergo, ma che pure era il migliore che il paese offriva. Fatta colazione esco nuovamente per fare ricerche nelle vicine campagne, ma nulla rinvenni che meritasse di essere qui in particolar modo ricordato. D’altronde non più che un paio d’ore potetti rimanere in campagna, che la pioggia mi costrinse a rientrare nel tugurio, e solo alle 4 p. m. potetti ripartire per fare ritorno a Tiriolo.

20 (agosto 1876- n.d.r.). La sera precedente il sig. Ferrante aveami proposto di andare ad altro paese, Miglierina, ove era il dottor Giuseppe Bruno, amante di cose di Storia Naturale e possessore di una discreta raccolta di conchiglie del mar rosso: proposta alla quale avevo volentieri condisceso. Il nominato paese distando soltanto otto chilometri circa da Tiriolo, si decise andarvi a piedi. La mattina quindi alle ore cinque ci mettiamo in cammino. Si associa a noi il dottor Caiola. Scendiamo per la via che con soverchio pendio mena al fondo della valle del fiume Amato. Arrestandomi un istante presso le sponde di questo, vi raccolsi un Bembidium (Peryphus) tricolor, che nelle nostre provincie non rinvienesi assai facilmente, del pari che lo Stenus guttula. Rimontando il tìmbone opposto, mi si presenta una di quelle scene campestri, che vedute riprodotte in tela si direbbero la espressione di una fervida immaginazione del pittore. In angusto canale scavato in folto castagneto, percorso da rivolo di acqua, contadine qua e là disseminate vedevansi ad imbiancare i loro panni, e nelle quali era incantevole il contrasto del bianco alabastrino delle varie parti scoperte del corpo, come richiede il mestiere, col rosso scarlatto della loro gonna, e l’uno e l’altro col cupo verde dei folti e colossali castagni. Incontrare le contadine a lavare panni nelle pubbliche vie è un fatto assai ovvio; ma lo insieme di circostanze che ivi concorrevano rendevano quella scena oltremodo romantica, quale non è facile vedere. Alle 7 fummo a Miglierina. Il dottor Bruno, che sapeva della mia andata, mi accolse festosamente e con quella espansione di cuore che è propria del buon tipo calabrese. Offrì subito ristori di ogni sorta, dei quali si approfittò assai volentieri. Non appena però soddisfatto lo stomaco, manifestai il desiderio di fare le mie ricerche, non ostante convinto che, sempre a causa della stagione assai inoltrata, quei luoghi abbastanza caldi non avrebbero potuto offrire gran cosa. Si progettò di andare ad altro vicino paese, Amato, percorrendo una campagna del tutto incolta. Difatti, questa mostrava essere assai acconcia per indagini, ma nel mese di giugno, od al massimo di luglio. Come specie poco comuni citerò la Mantis abiecta ed una Trypeta. Fatta breve sosta in Amato in casa di famiglia amica del Bruno, facemmo ritorno a Miglierina. Il Bruno mi fa osservare la annunciatami collezione di conchiglie, ponendole a mia disposizione. Erano le specie più facili ad aversi dal mar rosso. Nulladimeno a titolo di ricordo mi presi una varietà di Cypraea tigris. Un lauto pranzo venne a compensare le fatiche tutte della giornata. Alle 4 ½ lasciammo Miglierina per restituirci a Tiriolo. Però, anzi che rifare la via del mattino, si pensò dai miei amici e duci prendere la strada di Amato, di dove, traversato il ponte che è sul fiume dello stesso nome, ci saremmo messi sulla strada rotabile. Così fu fatto. Non era ancora decorsa mezz’ora da che ci trovavamo in cammino, che il cielo era già tutto coperto di dense nubi, ed i forti tuoni ci avvertivano che anche in questo giorno il temporale non sarebbe mancato. Però non potemmo evitarlo. Un’acqua torrenziale ci sorprese mentre eravamo sulla via rotabile, lungo la quale nessun ricovero si potette trovare. Fu forza quindi proseguire il cammino, e come Dio volle arrivammo a Marcellinara, ove il Pretore avendo conoscenze, propose soffermarci alcun poco. Infatti fummo accolti dal Barone del paese che ci fece mille esibizioni, delle quali non potevamo approfittare. Poscia passammo a visitare la famiglia Augelli, uno della quale, il dottore, era stato mio alunno nell’Università nel 1863. Anche questi signori ci usarono immense cortesie, premurandoci a rimanere ivi la notte: offerta che non potetti accettare, perché determinato a partire da Tiriolo il giorno seguente. Intanto il temporale era cessato, e ci permise restituirci in Tiriolo, ove giungemmo alle 7 ½ con gli abiti tutti bagnati ancora, in guisa d’avervi bisognato un ben animato fuoco per asciugarli. Fu fortuna non averne punto risentito in salute. Dalle cose osservate e raccolte nei pochi giorni passati in Tiriolo ebbi a convincermi che quel paese sarebbe assai acconcio per servire di quartier generale ad un Naturalista che volesse posatamente ed in stagioni opportune fare ricerche in quella parte delle Calabrie. Entro un raggio di otto a dieci chilometri trova intorno a sé condizioni svariate di territorio e di vegetazione, e quindi ancora di esseri viventi. Anche in fatto di Paleontologia vi troverebbe da fare abbondante raccolta di conchiglie fossili, e presso Miglierina, e nella valle dell’Amato. L’ Etnografia non potendo rimanere estranea al zoologo, non posso lasciare di discorrere di Tiriolo sensa notare, come ho fatto per Sangiovanninfiore, essere questo paese anche più che gli altri in fama nelle Calabrie per l’avvenenza delle contadine. Ed il fatto corrisponde alla fama. I lineamenti e le tinte del viso, le giuste proporzioni nella fattezza del corpo, che si osservano nella maggioranza delle donne, danno ben ragione a dire che bello è il tipo dominante. Al che si aggiunge, a renderle più belle e seducenti, la speciale acconciatura dei capelli e l’abbigliamento. Anche il vicino Gimigliano ha goduto fama per bellezza delle donne: ora però le belle sono in numero scarso; lo che, a giudizio di qualcuno indigeno, sarebbe derivato dal fatto che dal 1860 in poi molte di esse hanno emigrato, non per l’America, ma per la stessa Italia.

21 (agosto 1876- n.d.r.). Alle 3 ½ p. m. lascio Tiriolo, e con la corriera postale mi reco a Catanzaro, ove si giunge alle 6. Prendo stanza nell’Albergo Serravalle, che per un Capoluogo di Provincie napoletane può ritenersi come buono abbastanza. Due soli giorni mi trattenni in questa città, che vedevo per la prima volta. Tra le cose che in preferenza amai visitare furono il Liceo e la Scuola Agraria. Riserbando però di osservare il primo in altra circostanza, visitai la seconda. Quella scuola era allora di recente istallazione, mantenuta a spese della Provincia, del Municipio e della Camera di Commercio, con sussidio governativo. Eravi incaricato della direzione il prof. Ricca Rosellini, il quale se ne occupava con molta attività e zelo; e dallo assieme era lecito fare favorevole prognostico sullo sviluppo di quella nascente istituzione. Indipendentemente dalla premura di conoscere la città e le sue istituzioni, scopo più essenziale della mia gita a Catanzaro era stato quello di prendere tutte le necessarie notizie intorno alla via più facile e meno insicura per accedere alla Sila piccola e rimanervi alcuni giorni. In fatti, mediante la cortesia dell’Avvocato Vincenzo Bona e del sig. Alfonso De Guzzis, direttore della Gazzetta calabrese, ottenni quanto mi abbisognava.

24 (agosto 1876-n.d.r.). Innanzi che l’alba spuntasse, un uomo propostomi meritevole di ogni fiducia era con buon mulo nel cortile dell’Albergo per rilevarmi e condurmi a Taverna, paese dal quale dovevo ascendere alla Sila. Alle ore 4 a. m. parto. Per tre quarti d’ora si cammina per via carrozzabile, per la quale giungesi ad un villaggio denominato Ponte Grande. Succede quindi la salita di un timbone, a metà della quale comincia la regione dei castagni. Alle ore 7 sono all’estremo del timbone, in luogo detto Santa-Maria delle serre. Qui la guida, traendo profitto di un contadino che avrebbe potuto essermi di guida e portare il piccolo bagaglio, mi lascia, dicendo non rimanere, per giungere a Taverna, che una piccola discesa non fattibile a cavallo, e che quindi la sua presenza era inutile. Ignaro dei luoghi credetti alla sua assertiva e lo congedai. In compagnia della novella e sconosciuta guida cominciai a discendere pel pennino. Ma altro che piccola discesa! Camminando di buon passo ci vollero ben tre quarti d’ora soltanto per raggiungere il fondo della valle, per la quale scorre un ampio torrente, l’Allì, che bisogna traversare; ed un altro quarto d’ora per raggiungere il paese risalendo la costa opposta. Conoscevo già per unanimi relazioni esser Taverna uno di quei paesi nei quali è necessità o non trattenersi, ovvero ricorrere alla ospitalità privata. E però mi ero procurata lettera pel sig. Salvatore Poerio-Piterà, in allora Sindaco del paese, e delle cui belle doti mi aveano già parlato in Catanzaro. Volle però il fato che il Poerio non si trovasse in paese in quel giorno. Mi avvalgo di un altro indirizzo ricevuto, quello di un oste a nome Giacinto Frustaci. Questi spiega tutto l’interesse per me, si mostra però dolentissimo di non potermi far pernottare in sua casa, potendomi solo servire di vitto. Alla mia richiesta se vi fosse una piccola locanda qualunque nella quale passare la notte, mi assicurò esservene una: di che fui lietissimo. Mi vi feci accompagnare. Ma, quale orrore! Non mai, per quanti paesi avessi percorso delle stesse Calabrie e degli Abruzzi, erami occorso di dovermi accomodare in un tugurio sì lurido e succido. Ma che fare? Il mio obiettivo era la Sila, e per raggiungerla era necessità accogliere quell’asilo per la notte. Stabilito pertanto l’alloggio e fatta colazione, volli trarre profìtto delle molte ore della giornata che ancora rimanevano, per qualche ricerca scientifica. Scelsi a tal uopo le sponde dello stesso fiume Alli, che avevo poco innanzi traversato. Non ebbi a rimanere molto soddisfatto del risultato ottenuto; nondimeno non mancò qualche specie non comune di entomati, come si vedrà nel catalogo finale. Il giorno mi occupai col Frustaci a disporre l’occorrente e per mezzi di trasporto, e per provvisioni da bocca, onde il dì seguente ascendere sulla Sila. Con quali presentimenti poi la sera mi disponessi ad andare a letto, se tale meritava chiamarsi quello di cui quel buccigattolo era fornito, è facile immaginarlo; e pure dovevo far la prova. Per oltre mezz’ora rimasi in veglia; parendomi ad ogni istante vedermi in compagnia d’individui non della specie umana, che di questi non dubitava, ma di animali di classe molto inferiore. Ma per buona fortuna nessuna visita venne a molestarmi. Sicché, spento il lumicino, potetti dormire tranquillamente alcune ore.

Sila Piccola

Dicemmo già che la costituzione della Sila Piccola è ben diversa da quella della Sila Grande. La Sila Catanzarese risulta da un gruppo complicato ed intrigato di alture rivestite di boschi, fra’ quali soltanto s’incontrano qua e là aie spianate o gobbe ricoperte di prato, che serve di pascolo agli armenti che vi si menano nella state: onde in queste trovansi impiantate pagliaie o case rustiche, che servono a ricovero dei fattori e del personale addetto alla guida degli animali ed alla confezione dei latticinii, e che van col nome di Vaccarizzi. Una delle più vaste di tali aie prative è quella denominata Tirivolo (da non confondersi con Tiriolo n.d.a.), tenuta in quell’anno dal Barone Drammis, di cui ho già parlato superiormente, e che aveami assicurato, avrei potuto passare alcune notti nella Pagliaja ivi esistente. A questa adunque io era diretto.

La mattina del 25 (agosto 1876 n.d.r.), fatto appena giorno, la guida con buon cavallo era già a mia disposizione. Alle 5 parto. Superato il Timbone di Taverna, e scavalcatine varii altri posti tutti nella zona dei Castagni, si scende in una angusta valle solcata da piccolo torrente denominato carcaredda. Rimontando il versante opposto di quella valletta, comincia la regione dei pini. Si percorre dapprima il Bosco di San Martino, di poi il Bosco del Monaco, indi si discende nella piccola Valle del Salice. In questa trovasi una modesta fonte di limpida e gelida acqua, presso la quale mi fermo un poco per far colazione. Proseguendo sempre nella regione dei pini, si percorre il Bosco Runcino, si traversa altra angusta valle nella quale scorre la fiumarella canapia. Superalo l’altro versante di questa valletta, si entra nella regione dei faggi, che costituisce la terza zona in linea ascendente. II bosco che si percorre ricevendo il nome dalla specie di albero dai cui è popolato, vien detto Fainedda. Terminato questo bosco si esce nell’ampia spianata di Tirivolo, ove trovasi la Pagliaia cui ero diretto, ed alla quale giungo dopo quattro ore e mezzo di cammino da Taverna. Il fattore della Vaccheria o Caporale, Antonio di Biase, che era stato prevenuto dal Barone Drammis della mia andata colà, mette a mia disposizione il migliore dei letticciuoli che erano nella pagliaia, e quanto altro avesse potuto fornirmi. Per me l’importante era il ricovero, avendo portato meco quanto avrebbe potuto servirmi per vitto durante i quattro giorni che mi ero proposto passare là su, potendo solo trar profitto dal latte e dalle varie sorta di latticinii che ivi confezionavansi. Non appena istallato nella pagliaia, esco per far qualche ricerca nella attigua spianata. Nessuna pianta in questa elevavasi: non vi era che il piccolo prato che serviva al pascolo. Vi si trovavano però molte pietre sparse qua e là, e sotto queste dirigo le mie indagini. Poche specie d’insetti vi si trovavano, ma piuttosto abbondanti: erano l’Amaria apricaria, la Silpha granulata, ed una Forficula identica ad altra raccolta sul Gran Sasso d’Italia, e che nella collezione avevo già segnata con lo specifico nome apennina, col quale oggi la descrivo. Esaurite quelle ricerche, che non avevano occupato gran tempo, tolta meco una guida, mi dirigo ad uno dei boschi più vicini denominalo Spinalba, formato tutto di faggi. Le ricerche sotto le cortecce di grossi ed annosi tronchi morti essendo state assai produttive, non ne percorsi che una estensione assai piccola, trattenendomici sino alle 5 p. m. quando mi decisi di desistere, per ritornarvi il giorno seguente. Mi restituii quindi alla pagliaia, ove mi occupai ad organizzare il mio pranzo, dopo del quale attesi a sistemare le cose raccolte. La sera avrei desideralo uscir con fanale e raggiungere i giovani faggi non molto lontani, per dar caccia a Lepidotteri notturni; ma il freddo, e sopratutto il vento che spirava assai forte, me ne fecero astenere, pel convincimento che sarebbe stato un disagio senza alcun profìtto.

26 (agosto 1876 n.d.r.). Mi propongo percorrere più ampiamente il bosco di Spinalba. Il cielo era coperto, l’aria troppo umida. Alle 8 mi avvio. Alle 9 una leggiera pioggia comincia a cadere, ma non mi arresto nel mio cammino. Rimango ben cinque ore a ricercare, sempre sotto le cortecce di vecchi alberi di faggi; fuori de’ quali null’altro eravi a fare: ed il risultato fu pure soddisfacente.

27 (agosto 1876 n.d.r.). Consacro questo giorno alla perlustrazione del Bosco del Cariglione (Gariglione n.d.r.), uno dei boschi più rinomati di tutte le Sile. Uscito di buon’ora dalla pagliaia con la mia solita guida, prognostico la giornata meno molesta della precedente, comunque il tempo continuasse ad esser variabile e la temperatura assai fresca. Si percorre dapprima un piccolo bosco denominato Gallina, nel quale poco mi trattengo; si traversa una fiumarella dello stesso nome, e quindi si entra nel bosco del Cariglione. La rinomanza di questo bosco non è mica superiore al suo merito. Oltre all’essere fittamente popolato di faggi con pochi abeti, è talmente irto di arbusti e di cespugli, che bene spesso a trarsi innanzi fa mestiere sbarrarsi la via con le mani o con l’accetta. Sicché non è esagerato che sovente gli stessi uomini del luogo, una volta dentro, incontrano diffìcoltà a trovar la via per uscirne. Di faggi poi e di abeti ve n’ha de’ sì colossali, che tre persone insieme giungono appena ad abbracciarne il tronco. Avevo percorso appena un mezzo chilometro del bosco quando vidi innanzi i mie piedi una Salamandra maculosa, che produsse in me grande soddisfazione; avvegnacchè siffatto Anfibio quantunque non sia raro in molte parti d’Italia, pure per le provincie napoletane era sempre stato l’Araba fenice. Erasi detto da taluno averla trovala; a me stesso taluni giovani del corso universitario aveano asserito averla veduta: ma tali assertive non aveano potuto inspirare in me grande fiducia: tanto maggiormente, in quanto avendo oramai percorse tutte quasi le dette provincie, non mai erami stato concesso vederla. L’averla potuta quindi trovare io medesimo ed averne individui autentici per la collezione zoologica propria delle Provincie Napoletane installata nel Museo Zoologico della nostra Università, fu a ragione un fatto di molta importanza, del pari che era una aggiunta non equivoca alla Fauna Napoletana. Essa vive ne’ luoghi più ombrosi ed umidi, strisciando torpidamente sulle foglie marcite, sotto le quali nascondesi ne’ giorni caldi e soleggiati, sortendo invece ne’ piovosi. Talvolta ricoverasi pure sotto le cortecce di grossi tronchi marciti. Io potetti raccoglierne cinque individui: la guida però mi assicurò esservi assai abbondante, e conosciuta da’ naturali col nome di Salamida (è da avvertire che con questo stesso nome i molti paesi delle Calabrie indicano anche i Gecchi- n.d.a.). Lorchè pertanto io mi accingeva a prender con mani la prima incontrata, la guida che era presente emise un grido, raccomandandomi a non toccarla, che ne sarei rimasto avvelenalo. Essi infatti ritengono quell’animale come potentemente venefico: però, non perchè sappiano delle glandole velenifere cutanee di cui è provveduto, ma perchè credono che morda e che col morso communichi il veleno alla maniera della Vipera. E non fu poca la sua maraviglia quando vide che io, non ostante la sua avvertenza, la presi senza alcuna ripugnanza maneggiandola in ogni verso, e le dimostrai esser animale incapace di mordere: sicché finì col convincersi dello errore nel quale da tutti si vive. Girai quel bosco per lungo e per largo, senza veder mai direttamente il sole, non ostante non fosse coperto, a causa della foltezza ed altezza degli alberi. Solo dopo lungo cammino incontrammo una piccola aja prativa denominata macchia dell’Orso. Come è facile comprendere le ricerche si aggirarono esclusivamente sotto le cortecce di tronchi morti e più o meno fradici: e non mai esse erano state tanto produttive, quanto lo furono in quel giorno in fatto d’Insetti. Notavasi primamente la grande abbondanza del Cychrus italicus, della Nebria Krateri e del Carabus Lefeburei. Relativamente al quale ultimo è a dire che gl’individui tutti di quel luogo presentano una impronta diversa dalla ordinaria. Abbondanti erano ancora la Peltis grossa ed il Thymalus limbatus, e varii Stafilinidei. Erano invece assai rari il Platysoma frontale, l’Hypophloeus bicolor, un Coxelus non ancor definito: specie tutte che io trovavo per la prima volta tra noi. Ricorderò pure come generalmente assai poco comuni l’Hypophloeus pini, la Ipidia quadrinotata, il Triphyllus punctatus, il Rhinosimus viridipennis, la Nylita Parreysii, la Mycetina cruciata var. calabra. In fine, in fatto di Coleotteri, una specie molto interessante per la geografia entomologica fu la Orchesia undulala, la quale conoscevasi abitare l’Austria soltanto; e che il Mulsant descrive nella sua opera su i Coleotteri della Francia, unicamente per la possibilità che un giorno vi si trovi. In Italia nessuno l’ha finora menzionata. Essa vivea sotto la corteccia di un annoso faggio prostrato al suolo: ve ne erano tre soli individui raggruppati in uno stesso punto: né, per quanti altri tronchi simili avessi decorticati, fu possibile rinvenirne altri. Anche sotto la corteccia di alberi trovavansi frequentemente ricoverati varii Ichneumon, come il cessator, l’ extensorius, il luctatorius, il castigator. Della classe de’ Mirripodi erano frequenti i Litobii, e piuttosto rara una specie di Glomeris.

28 (agosto 1876 n.d.r.). Un altro giorno della dimora sulla piccola Sila lo destinai a visitare la contrada denominata Tàcina tenuta da’ Barracco, e distante abbastanza da quella nella quale io dimorava. Traversato il bosco dello stesso nome, si esce ad una estesissima aja prativa a superficie sufficientemente accidentata, in fondo alla quale trovasi il vaccarizzo. Raccolgo in questi prati parecchi individui dell’Eumolpus obscurus, che nel 1859 avevo trovato nella Sila grande, e varie altre specie non comuni. La pioggia cominciò a molestarmi: sicché giunto alla casa della vaccheria mi fermo un poco, avendo così opportunità di osservare il deposito de’ caciocavalli confezionatisi nella stagione. Ripreso cammino, m’imbatto in un campo ricco di altissimi cardi tuttavia in fiore, ai quali rivolgo tutta la mia attenzione. Prima a presentarmisi fu una Trypeta a me del tutto ignota, e che vi era in tale abbondanza, da averne potuto raccogliere una ventina d’individui (egualmente frequenti i due sessi), rifiutandone altri. Era la Trypeta syllibi assai poco diffusa in Italia. Parecchi altri insetti vi si trovavano, i quali potevano solo avere una certa Importanza pel luogo e per la stagione. Si rientra nel bosco di Tàcina, e poi in quello di Guerriccio. In questi cercando sotto le cortecce di vecchi tronchi di faggi, oltre a varii coleotteri raccolti già altrove, trovai ricoverati diversi individui di due Lepidotteri notturni cioè Amphipyra pyramidata e tragopogonis, la seconda più frequente della prima. D’Imenotteri vagava sulla via la Myrmosa melanocephala femmina. Alle 5 rientro nella mia pagliaja.

29 (agosto 1876 n.d.r.). L’importanza della regione nella quale mi trovavo avrebbe meritato più lunga dimora, ma la stagione era inoltrata, e molto ancor rimaneva del programma che mi ero proposto esaurire in quel viaggio. Un’altra regione boschiva, non meno interessante ed a me sconosciuta del tutto, volevo perlustrare, quella di Serra (Serra San Bruno (VV)-n.d.r.) e Mongiana. E però fu forza, mio malgrado, abbandonarla. La mattina nel 29 lascio le alture, per discendere a Taverna. Il ritorno in questo paese mi destava ribrezzo, ripensando al tugurio nel quale avrei dovuto passare lo scorcio della giornata e la notte. Questa volta però la scena era cangiata. Il sig. Salvatore Poerio-Piterà stava in paese, e saputo il mio ritorno, non solo mi accolse in sua casa, ma fece cortesi istanze perchè mi si fossi rimasto ancora per lo meno un’altra intera giornata: a che l’amabilità di lui e della intera sua famiglia mi costrinsero accondiscendere. Non appena fu installato il mio alloggio, ebbi premura di ritornare presso quella scaturigine d’acqua in prossimità del fiume, per raccogliere altri individui del Friganideo trovatovi la prima volta.

30 (agosto 1876- n.d.r.). Nè l’altra giornata che rimasi a Taverna passò senza qualche profitto. In compagnia del sig. Piterà visito altri paesi posti alle falde della Sila nella zona dei castagni, ma più in alto, cioè San Giovanni di Taverna ed Albi: e lungo la via frugando nell’incolto de’ castagneti potetti raccogliere qualche dittero non ordinario. A parte poi dalla scienza, la cordialità e della famiglia Piterà e di varii signori convenuti resero la giornata una di quelle passate più lietamente, e che compensò con usura la tristezza della prima dimora in quel paese.

31 (agosto 1876- n.d.r.). La mattina alle 5 ½ parto, a cavallo, e dopo quattro ore di cammino, di cui una parte a piede per le ripide discese, sono a Catanzaro. Due altri giorni mi convenne passare in questa città, sopratutto pel bisogno di aggiustare le raccolte fatte fino a quel momento e spedirle in Napoli. Durante questa seconda dimora ebbi premura di visitare il Liceo. Il sig. Serravalle, professore di Fisica nello stesso, ebbe la gentilezza di condurmici. Visitai il Gabinetto di Fisica, che è provveduto di quanto può abbisognare per le dimostrazioni e gli esperimenti necessarii nello insegnamento secondario. Cercai di vedere l’altro di Storia Naturale, che più da vicino mi interessava. Fui introdotto in una stanzuccia, nella quale sopra tavole di legno giacevano molti minerali e poche conchiglie ricoperti di fitto strato di polvere, e per terra stavano pochi uccelli imbalsamati e malconci. Era questo tutto il materiale scientifico che esisteva per quel gabinetto: eredità lasciata dal giubilato professore e non certo accettabile dal successore senza il benefizio dell’inventario. Avrei volentieri visitato l’Orto sperimentale, che a spese della provincia e sotto la direzione del prof. Tarentino si sta da più tempo installando: ma la opportunità mi mancò.

Alle 2 ½ p. m. del giorno 2 settembre (1876 n.d.r.) parto. La corriera postale mi mena alla stazione della ferrovia impiantata presso la marina, per discendere alla quale s’impiega un’ora. Col treno delle 4,25 parto e mi arresto a Soverato, ove si arriva alle 5. Il paese dista un bel pezzo dalla stazione; e non essendovi veicoli di sorta alcuna, è necessità farsela a piedi. Soverato, che era un piccolo e rustico villaggio, in seguito allo impianto della ferrovia ha preso uno sviluppo considerevole, sicché oggi si presenta un paese ridente per posizione, salubre per aria e non scarso di belli e decenti edifizii. Cerco di un alloggio, ed a stento trovai presso una rustica osteria una stanza terranea, che il padrone mise tutta a mia disposizione, nella quale potetti passar la notte, senza pero molto dormire a causa delle visite che succedevansi l’una all’altra, d’individui della branca entomologica, ma non utili per collezione. Nelle ore di luce che avanzavano al mio arrivo percorsi una parte della spiaggia, senza però trovar cosa alcuna.

La mattina seguente, 3 (settembre 1876 – n.d.r.), lascio Soverato per recarmi a Chiaravalle, e di là passare a Serra, mio obbiettivo principale. Per fino a Chiaravalle vi ha una corriera postale giornaliera: e di questa trassi profitto. Alle 9 a. m. si parte. Ho compagni di viaggio due giovani di Serra, i quali avevano la stessa mia destinazione, e poiché prattici di quei luoghi fu convenuto ch’essi nel provvedere per loro, avrebbero provveduto anche per me pe’ mezzi di trasporto per terra: cosa non agevolissima; dappoiché, sebbene vi sia strada carrozzabile, non vi ha carrozze che facciano con periodi determinati quel transito. Alle 12 m. siamo a Chiaravalle. Era giorno di domenica. La carrozza ferma nella piazza e proprio presso un Caffé, innanzi cui era a conversare un crocchio di signori. Avevo appena messo il piede a terra, ed uno di questi staccatosi dal crocchio mi si appressa, ed esprime le sue meraviglie del vedermi colà. Nel tempo stesso chiama altro di que’ signori e mi presenta a lui con lusinghiere parole, additando a me esser quegli il sig. G. B. Stagliano sindaco del paese. Esposi loro esser mio proponimento ripartire, dopo breve sosta, per Serra, che avevo premura raggiungere al più presto. Furon però tutte parole e proteste perdute. Il sig. Stagliano mi dichiarò essere sconsigliato progetto proseguire il cammino in quelle ore canicolari, e che quand’anche io avessi persistito nella mia idea, egli avrebbe ostacolato ogni mezzo di trasporto. Invece m’invitò a salire in sua casa, che era appunto quella presso la quale ci trovavamo. La lealtà sentita con la quale tale esibizione venivami fatta, e la insistenza dell’altro signore al quale andavo debitore di quella accoglienza e che era il dott. Giuseppe Scudieri che aveami conosciuto in Napoli nella Università, mi costrinsero ad accettare la ospitalità. Né fu sufficiente accettarla per lo scorcio di quella giornata, ma dovetti promettere che mi sarei trattenuto eziandio tutto il giorno seguente. Un lauto pranzo era già pronto, nel quale si passarono un paio di ore in piacevole compagnia di distinti commensali.

Il giorno 4 (settembre 1876 – n.d.r.) trattenendomi in Chiaravalle cercai non farlo passare senza qualche frutto scientifico. Accompagnato dal Dottor Scudieri e da taluni giovani che mostravan diletto per la Storia Naturale feci una perlustrazione nelle adiacenze, principalmente in un bosco di querce denominato le serre. Le ricerche non andarono a vuoto: che quantunque in generale poco avessi rinvenuto d’importante, vi fu una sola specie che compensò tutto. Fu un Imenottero del genere Epyris, che giungeami del tutto nuovo e che pare specie non ancora descritta. Abbiamo già notato in altro luogo di questa relazione che un criterio a giudicare della civilizzazione ne’ piccoli paesi e della unione della parte colta de’ loro abitanti si ha nella installazione delle Casine e nel modo onde sono tenute. Or sotto questo punto di vista Chiaravalle ne offriva un bellissimo esempio. Una Casina modesta, ma decente accoglieva la sera tutta la parte più distinta della cittadinanza, non che coloro che per ragion di ufficio sono ivi stabiliti; ed in quella il forestiere che é di passaggio trovava cortese accoglienza e piacevole trattenimento. Sicché sotto tutti i rapporti i due giorni passati in Chiaravalle mi lasciarono gratissima impressione.

La mattina del 5 (settembre 1876 – n.d.r.) lascio Chiaravalle per recarmi a Serra, a cavallo. Partii alle 8 a. m. Dopo un’ora e mezzo di cammino per la via scorciatoia fui a Torre Ruggiero. Accade d’ordinario ne’ piccoli paesi che al passar di persona forestiera e sconosciuta, molti curiosi cercan sapere dalla guida che l’accompagna chi essa si sia. Nel caso nostro la guida dovette far trapelare ch’io fossi medico: per lo che giunto nella piccola piazza venni circondalo da popolani, i quali mi manifestarono il desiderio che avessi visitato chi il padre, chi il fratello, chi la moglie, ecc., desiderio cui volentieri accondiscesi. Dopo di che il sig. Giuseppe Pisani, che aveami visto in Chiaravalle, fece istanze perchè mi fossi trattenuto un poco in sua casa; e fu a stento che potetti liberarmi dalie sue cortesi offerte accettando un caffè. Alle 10 ½, riprendo il cammino. Dopo altri tre quarti d’ora sono in altro paese, Simbario, ove mi fermo quindici minuti per dare agio a’ due pedoni che m’accompagnavano di fare una piccola refezione. Alle dodici e tre quarti sono a Serra. Questo paese, sebbene grande a bastanza, non offre alcun albergo nel vero significato. Però, in seguito a notizie anticipatamente avute, trovai ad esser collocato in una stanza decente tenuta da uno soprannominalo il maresciallo, dal quale era ancora servito di quanto mi occorreva per vitto. Se si trovasse altrettanto in tutti i paesi ne’ quali la rarità de’ forestieri rende impossibile qualunque albergo, il naturalista potrebbe con assai faciltà perlustrare le contrade che meglio gli aggradirebbero senza esser tanto sovente nel bivio o di rinunziarvi, o di esser costretto a ricorrere suo malgrado alla ospitalità de’ privati. Serra fu il contrapposto di Chiaravalle quanto a trattenimento serale. Per lo che, dopo aver passata qualche ora col mio antico amico Prof. Ferdinando Pisani, che quivi trovavasi temporaneamente, e con l’avvocato Francesco Saverio Salerno, rientro nella mia stanza a lavorare.

Il giorno 6 (settembre 1876-n.d.r.) rimango a Serra a fin di perlustrare l’adiacente bosco. Una esperta guida mi accompagna. Giunto alla rinomata Certosa di San Bruno, distante qualche chilometro dal paese, mi fermo per curiosarne gli avanzi. Al naturalista, pria che entri in quell’antico Cenobio un fatto interessante, già notato da geologi, si offre ad osse vale nel muro di facciata: il quale richiama al pensiero il funesto tremuoto che nel 1783 tanto danneggiò le Calabrie. In uno dei due piccoli obelischi che servono ad ornato (il sinistro rispetto allo spettatore) i pezzi soprapposti spostatisi nel momento del tremuoto per movimento di rotazione hanno conservata la novella positura. L’interno della Certosa potetti minutamente osservarlo mercè la gentilezza del Superiore, già Monaco della Certosa di S. Martino di Napoli. Immediatamente appresso la Certosa comincia un imponente bosco di abeti, che si estende a perdita di vista. M’inoltro in questo bosco, visito il Santuario detto di Santa Maria , presso il quale sono parecchie seghe, per ora a mano, e che dicevasi sarebbero state sostituite da altre a vapore. Ed in fatti la estensione del bosco dal quale si tagliano gli annosi alberi da segare può ben somministrare materiale per seghe di tal natura. Riposo presso la Fontana di San Bruno, poco discosto dalla quale vi ha una piccola cava di bello granito bianco (Le grandi cave dì granito non ebbi tempo di vederle-n.d.a) e girando per altra parte del bosco ritorno in paese alle 3 p. m. La caccia fu di molto interesse. Fra gl’Insetti rinvenuti sotto le cortecce degli abeti parecchi avevano il riscontro in quelli già raccolti sopra le Sile. Vi si aggiunse di interessante un Elater da me non prima veduto e che sarà descritto nella parte seconda. Presso la Fontana di San Bruno era notevole la frequenza dell’Hydrophorus regius. Nelle praterie che s’in- contrano tra la Certosa ed il paese raccolsi varie interessanti specie di Geometre, tra quali una assai singolare che verrà descritta col nome di Emerophila serraria.

Il giorno 7 (settembre 1876-n.d.r.) passai a Mongiana. La via che da Serra mena a questo paese è buonissima e rotabile. Per una metà però essa è tagliata nella regione boschiva, sicché non avrei potuto percorrerla né in carrozza , né a cavallo senza pentimento. Mi decido quindi farla tutta intera a piede. Inviato il piccolo bagaglio, io me ne vado di buon’ora con la mia guida. La raccolta fatta non mi fece pentire del partito preso. Parecchie buone specie mi si offersero, tra le quali era un’aggiunta per la Fauna delle Provincie Napoletane l’Hemerobius erythrocephalus, che vi era piuttosto abbondante. Terminato il bosco in un sito detto Catarinelle, la via é scoperta, e riesce poco gradevole percorrerla in ore in cui i dardi solari sono abbastanza cocenti: e ve ne ha per tre quarti d’ora di buono cammino, quantunque in discesa. Alle ore nove fui a Mongiana. Anche in questo piccolo paese trovai da collocarmi decentemente in una stanza tenuta da tal Gabriele Pisani, che provvedeva anche al vitto: di che fui molto contento, poiché senza di questo sarei stato imbarazzalo a rimanere in quel paese, non ostante le commendatizie delle quali ero provveduto. Primo ch’ebbi premura vedere fu il sig. Saverio Fabro, veneto , direttore dell’antico stabilimento metallurgico già governativo, ora passato all’industria privata unitamente agli estesissimi boschi di quella contrada. L’accoglienza che n’ebbi fu oltremodo cortese, e cordiali le esibizioni, delle quali lo ringraziai, interessandolo solo che mi avesse fornita una guida per girare qualcuno de’ boschi adiacenti: a che corrispose immediatamente, mettendo a mia disposizione uno de’ guardiani de’ boschi stessi. Senza quindi perder tempo, poiché intendevo ripartire il di seguente, mi avvio con la mia guida, la quale mi conduce nel bosco detto di altiforo, folto di faggi, de’ quali facevasi attivo taglio per carboni, e con parecchi abeti frammisti. Di vecchi e colossali tronchi marciti ve n’era dovizia: sicché intorno a questi si aggirarono le mie indagini: e parecchie furono le buone specie rinvenutevi. Piacemi citare tra queste la Buprestis carniolica ad oggetto di notare come siffatta specie, comunque una delle Buprestidi più rare nelle provincie napoletane, pure trovasi in luoghi ed in condizioni sotto ogni rapporto diversissime. In fatti vive nella Terra d’Otranto, in contrada piana e caldissima e priva di veri boschi, e qui in contrade montuose e boschive sotto le cortecce degli abeti. Alle 4 p. m. rientro in paese. Dopo il pranzo il padrone di casa volle farmi osservare buon numero di statuette in creta falle da un suo figliuolo Salvatore, le quali erano davvero ammirevoli per precisione e naturalezza; tanto maggiormente, in quanto erano fruito di genio e talento naturale, non avendo avuto il giovinetto Salvatore alcuno che ve lo avesse ammaestrato. La sera, unitamente al Sindaco sig. Domenico Morabito, passo qualche ora in casa del Fabro, aggirando la nostra conversazione intorno le cose industriali. Egli m’informa de’ nuovi scavi intrapresi dalla Società allo scopo di rinvenire altro deposito di ferro, essendo esaurito quello esplotato sotto il passato governo, ed essere già comparsa la terra rossa, la quale suol precedere immediatamente, sicché faceansi fausti prognostici per la riuscita dell’opera (In fatti pochi giorni dopo il minerale di ferro comparve-n.d.a.). Fecemi ancora osservare i disegni delle nuove seghe a vapore che dovevansi impiantare nel bosco Santa Maria presso Serra, come ho superiormente accennato. Con la visita de’ boschi di Mongiana avevo esaurito il programma che mi ero proposto per le mie ricerche in quel viaggio. Mi rimaneva quindi sceglier la via per restituirmi in Napoli. E volendo ancora conoscere qualche altro luogo della Calabria non ancor visto, risolvetti prender la via di Stilo, per quindi di là raggiungere nuovamente il littorale Jonio a Monasterace, ove avrei incontrata la ferrovia che mi avrebbe menato a Reggio, che pur desideravo rivedere, mancandone da parecchi anni. Da Mongiana a Stilo vi ha buonissima via carrozzabile, la quale traversa il Monte Pecoraro tutto boscoso. Il paese però non offre carrozze da nolo, sicché sarebbe stato mestiere percorrerla tutta a cavallo. Ma il sig. Morabito con squisita cortesia volle mettere a mia disposizione la sua carrozza per percorrerne una parte, ed ancora provvedere egli stesso agli animali ed alla guida per la rimanente.

Sicché il giorno 8 (settembre 1876-n.d.r.) di buon mattino uno de’ suoi fratelli. Salvatore, stato mio alunno nella Università, viene a rilevarmi col legno. Partiamo alle ore sette e mezzo. Alle nove siamo sulla vetta del Monte Pecoraro, ove trovasi la prima delle casette di ricovero che di tratto in tratto si sono con saggio pensiero costruite lungo quella porzione di via che é tagliata nel bosco, onde servano di abitazione a guardiani, in vista del brigantaggio che fino ad epoca non molto remota ha avuto covo in quella contrada. Lo stesso sig. Morabito avea avuto cura di portare con sé il necessario per una colazione: ed essendone l’ora, ci fermiamo in quella casella per consumarlo. Ricercando pochi istanti nel bosco raccolgo una buona Evania. Alle dieci e mezzo riprendiamo il cammino e dopo mezz’ora giungiamo ad altra casa di ricovero, ove erano già la guida e gli animali che dovevano condurmi a Stilo. Il sig. Morabito si congeda, ed io proseguo la via a cavallo. Dopo poco più che un’ora e mezzo si rasenta il paese Pazzano, in vicinanza del quale trovasi la miniera di ferro che si stava esplotando. Alle due pomeridiane giungo a Stilo. Quantunque non molto piccolo paese, Stilo non offre albergo di sorta. Il sig. Morabito mi avea fornito di lettere commendatizie per due signori, da’ quali avrei potuto essere ospitato: ma l’ora importuna ed un certo presentimento, del quale non ebbi a pentirmi, mi consigliarono a non farne uso. Mi diressi invece al sig. Luigi Lioly, agente dello stesso Morabito, impegnando lui perchè a qualunque spesa mi avesse trovalo una casa nella quale passare quello scorcio di giornata e la notte, dovendo la mattina seguente ripartire. Non mi occultò la difficoltà di riuscire all’intento; nondimeno per soddisfare alle mie premure uscì immediatamente per le indagini all’uopo, e dopo mezz’ora ritornò arrecandomi la fausta novella di esservi riuscito. Mi conduce in fatti presso una famiglia, che mi accoglie con molta garbatezza mettendo a mia disposizione la migliore stanza della casa, ed assumendo la cura del pranzo, che mi venne immediatamente apparecchiato. Osservando i recipienti de’ quali si fa uso per tenere l’acqua necessaria per gli usi domestici ebbi a risovvenirmi dell’Egitto. Essi in fatti per forma e per qualità dell’argilla sono perfettamente simili a quelli che ivi sono usali dagli arabi. Vengono fabbricati nel paese stesso. Le rimanenti ore del giorno passarono abbastanza noiose in casa, e solo fatta sera uscii a passeggiare fuori il paese attiratovi da un bel chiaro di luna.

Il giorno 9 (settembre 1876-n.d.r.) alle sette del mattino parto da Stilo con la corriera postale, ed allo otto ed un quarto sono alla stazione di Monasterace. Questa può dirsi piazzata in un piccolo tratto di deserto, lontana da ogni abitato e poco discosta dalla spiaggia e per dippiù priva di decente sala di aspetto; sicché il viaggiatore che giunge innanzi l’arrivo del treno che deve rilevarlo é costretto rimanere a bivacco: e così toccò a me stare per circa un’ora e mezzo. Alle ore nove e quaranta minuti parto. Lungo il cammino ebbi ad ammirare i vasti ed eleganti subborghi che in molti luoghi son surti in seguilo alla installazione della ferrovia: soprattutto a Roccella, Gerace, Bovalino, Siderno, Bianconuovo. Nel tempo stesso ebbi a confermarmi nel mio concetto del nessun sollievo che il viaggiatore in ferrovia trova su tale linea. Alle ore tre p. m. giungo a Reggio. La città era in gran festa per la ricorrenza della Festività della Madonna della Consolazione. E gli effetti della festa ebbi a sperimentarli ben presto; che, avendo noleggialo una vettura per condurmi all’Albergo della Vittoria, quando fui a pagare il cocchiere mi fece notare che il provvido Municipio Reggitano avea autorizzalo i conduttori delle vetture da nolo ad esiggere durante i tre giorni della festa, il triplo (!) della ordinaria tariffa. Io sapevo, come sanno coloro che sono usi viaggiare, che per lo più i Municipii in occasione delle feste popolari prendono provvedimenti atti ad impedire che i forestieri vengano angariati dalle esiggenze smodate de’ paesani. Qui invece ebbi a convincermi che vi è pur modo da legalizzare tali esiggenze, le quali certamente non potevano estendersi oltre il triplo della spettanza. Edotto da questo primo fatto volli, contro le mie abitudini, innanzi di prendere stanza nel cennato albergo, dimandare quale ne sarebbe stato il prezzo, tanto per sapere anticipatamente il debito che avrei dovuto in ultimo saldare, e rimasi compiaciuto (non per la spesa, ma pel concetto) quando n’ebbi in risposta, che facevasi ben distinzione tra curiosi e viaggiatori, e che per questi ultimi i prezzi non venivano alterati di un centesimo. E poiché sono a parlare dell’albergo piacemi ancora notare che l’Hotel Vittoria per la tenuta è il secondo nelle provincie napoletane (esclusa Napoli), il primato rimanendo sempre a quello delle Indie Orientali in Brindisi. Le adiacenze di Reggio erano da me già conosciute a bastanza per le ricerche fattevi nel 1859. Nondimeno trovandosi per caso in quella città anche il mio amico prof. Gaetano Licopoli, volli in compagnia di questi rivedere il boschetto annesso al convento de’ Cappuccini, ora convertito in asilo di mendicità. In quel bosco nell’epoca ora citata io avevo discoperto due buone specie di Emitteri, la Caliscelis bicolor e la Dictyonota pulcheìla: nella circostanza attuale però nulla potetti rinvenirvi, probabilmente a causa della stagione troppo inoltrata. Ne’ tre giorni che passai a Reggio mi furono larghi di cortesie il sig. Luigi De Biasio Barone di Palizzi ed allora Sindaco e i signori prof. Basilio Lofaro, Domenico Vita, Leonardo Margiotta, Antonio Serranò ed altri.

Alla mezza pomeridiana del giorno 11 (settembre 1876-n.d.r.) parto da Reggio col Piroscafo Il Campidoglio. All’una e quarto si è nel porto di Messina, di dove si riparte alle tre. La sera il cielo sereno e il mare oltremodo placido permetteano al naturalista di contemplare fenomeni naturali. Nel mare, oltre la ordinaria fosforescenza dovuta a Rizopodi, vedevansi assai frequentemente animali tutt’altro che microscopici, forsi Meduse, i quali mentre erano immersi nella spuma che formasi pel procedere del battello emettevano una luce che irradiavasi intorno formando una bella via luminosa, la quale scompariva col dileguarsi della spuma, rimanendo allora ben delineato il corpo luminoso. D’altra parte il Vulcano Stromboli, che per lungo pezzo teneasi a vista sulla sinistra, faceasi di tratto in tratto meglio avvertire col mandar fuori materie ignee, le quali s’innalzavano verticalmente per buona altezza, per ricadere nel cratere stesso che le eruttava. La mattina del 12 (settembre 1876-n.d.r.) alle ore sette eravamo presso la rada di Napoli, che presentasi sempre incantevole, anche a chi sia abituato vederla ogni giorno.

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