Santa Elena e Santo Pantaleone, due grange nella bassa valle del Neto

Ruderi di Santa Maria di Corazzo

Ruderi di Santa Maria di Corazzo.

Una platea cinquecentesca della grancia di Santo Pantaleone dell’abbazia cistercense di Santa Maria di Corazzo in territorio di Santa Severina

In un inventario di scritture appartenenti alla chiesa e alla mensa arcivescovile di Santa Severina vi è un “Libretto in 8 foglio dove sono notate le robe dell’Abadia di S. M.a di Corazo”.

Il manoscritto conservato nell’archivio arcivescovile di Santa Severina nel fondo arcivescovile 002A ff. 83a-83f è intitolato “S.ta M.a de Corazo. 1588. Nota seu Inventario delle robbe tiene in questo t(er)ritorio l’abatia di S.ta Maria di Corazo fatta per D. D.nico Paparuggero procuratore à 25 di 7bre 1588”.[i] In esso sono descritti i terreni ed i censi che l’abbazia possedeva nel territorio della città di Santa Severina e la trascrizione in copia del privilegio, concesso all’abbazia dall’imperatore Federico II nel settembre 1225, riguardante il tenimento di Santo Pantaleone, all’interno del quale erano situate le proprietà dell’abbazia.

La grancia della abbazia di Corazzo, detta di Santo Pantaleone, si estendeva tra la riva destra del fiume Neto e i territori di Crotone e di Santa Severina ed era attraversata dalla via pubblica che, guadato il fiume Neto, si dirigeva verso Crotone. Essa alla fine del Cinquecento era composta da undici tra terre e gabelle, una in territorio di Crotone e le rimanenti in territorio di Santa Severina, e da dieci censi.

 

La Platea

La compilazione della platea per mano del canonico Domenico Paparuggero di Santa Severina fu fatta in occasione di una delle tanti liti, che videro contrapposti coloro che avevano in fitto i beni dell’abbazia ed i proprietari delle terre vicine, che si vedevano violati nei loro diritti dalla presentazione di privilegi spesso manomessi ed alterati dell’abbazia. Nel caso in oggetto si trattava di una parte di terreno della gabella di Cafiri. Il canonico possedendo alcuni vignali in questa località cercò di allargare le sue proprietà usurpando le terre dei vicini, facendole passare come terre appartenenti all’abbazia, di cui egli era procuratore.

libretto s. maria di corazzo 1588

Il libretto.

“Nota seu inventario della grancia di S.ta Maria di Corazzo di tutti li terreni censi et entrate poste nel territorio di S.ta S.na rendenti à detta grancia di abatia fatta per me Donno Minico Paparuggero. Adi 25 di sette 1588.

Im p.s La gabella di Caramallo posta nel territorio di Cotroni confine brasimati confine S.ta Marina di Cabria maria et la gabella di maldotto la via publica che se va a cotroni et altri confini.

La gabella di Filatto posta nel territorio di S.ta Sev.a loco ditto Corazzo confine la foresta del S.r Carlo Susanna la gabella del S.r fabio longo la via pub.ca et altri confini Un altro pezzo di t.ra separata di detta gabella confine la gabella di S.to Gioe.tt.a (battista) et altri confini.

La Gabella chiamata la Volta di Corazzo posta in detto territorio loco detto Corazzo confine la volta del S.r Carlo Susanna et confine la fiumara di Neto et gabella di Corazzello et altri confini et detta gabella è prato statuito.

Casino di Corazzello

Il casino di Corazzello.

La gabella del Gramaro posta nel p.tto territorio confine la valle della vecchia di detta abatia confine da una parte le t.re di gioe cosentino et altri confini.

La gabella di Mutro confine la detta gabella di gramaro et la gabella di cipodero et la gabella della cu(tu)ra del Ill. Sr Conte

La gabella della valle della vecchia confine la gabella del gramaro e la gabella del pirito di detta abatia et confine la cu(tu)ra seu cuturolla.

Gabella della Cutura seu Cuturella confine la gabella della Valle della Vecchia et la gabella del cantone et altri confini.

La gabella del cantone cammara chiusa confine la gabello dello pirito et la foresta di gio. pietro di setteporte et la gabella di fota.

La gabelluzza qualva con la gabella del cantone et confina col vallone di fota con altri confini.

La gabella del pirito confine la valle della vecchia confine la gabella del cantone et lo cugno della terra di zoiara et confine la chiusa delli cosentini et detta gabella del pirito è prato statuito.

Una costa di tt.e dece incirca con terreno boscuso confine le grutti acqua fundente abascio di gioe cosentino et confine le chiuse di detto gioe et confina con la gabella del gramaro et altri confini.

Torre di Corazzo

La torre di Corazzo sul fiume Neto

Censi rendono a detta grancia

Le molina del S.r Carlo Susanna poste a corazzo rendono carlini vinti grana dui l’anno D. 2 – 2

Uno vignale fu delli sacchi à turrutio lo possede lospitale di detta città di S.ta Sev.a et confine li terri delli detti sachi et altri confini rende ut s.a D. 0. 1 carlini dui.

Le grutte di tornu confine la valle della vecchia le possede marcello lherede del qo bernardo vaccaro rendono anno quolibet carlini dui D. 0.1.0

Le grutti di tornu le possedono gioe cosentino rendono ut s.a carlini cinqui D. 0.2.10

Una chiusa fu del q.o Donno anselmo posta a torrotio confine la chiusa di gioe cosentino et lo pirito lo possede gioe cosentino rende ut s.a gr. sei D. 0.0.6

Le vigne di donno b.ta tramonte poste a cafiri confine li terre di gio. fran.co lepira la via publica et altri confini rendono ut s.a carlini quattro D. 0.2.0

Uno vignale posto a cafiri lo possede gio. fran.co lepira confine le vigne di donno b.ta tramonte et altri confini rendono carlini dui D. 0.1.0

Uno loco fu dela fusara posto a cafiri confine l’oliveto del herede del q.o dieno infos.o lo possede la detta herede rende ut s.a grana cinqui D. 0.0.5

Uno pezzo di terra seu scinetto lo aperse mastro meriano confina con lo loco della detta fusara et la costa delli monaci con lo vallone di cafiri la via pp.ca lo possede l’herede del q.o dieno infos.o rende grana dui et mezo D. 0.0.2 ½

Uno loco sotto le timpe di portanova confine la chiusa delli monaci di S.to domenico et confine l’oliveto del q.o dieno infos.o fu de l’arcidiacono donno Petruzzo del sin.co lo possede lo monasterio di s.to Dom.co rende anno quolibet ut s.a gr. dece D. 0.0.10”.

firma Paparugerio

Firma autografa di D. Dominico Paparogerio.

Il privilegio dell’imperatore Federico II

Nell’occasione della lite il canonico Paparuggero, oltre a descrivere i beni e le rendite dell’abbazia in territorio di Santa Severina e di Crotone, presentò anche una copia del privilegio concesso dall’imperatore Federico II riguardante la grancia di Santo Pantaleone.[ii] Dalla comparazione tra la copia del canonico con l’originale si nota una discordanza nella descrizione dei confini. Infatti nella copia presentata dal canonico il confine è allargato fino a comprendere anche il colle di Cafiri (“serram et ferit ad collem quae dicitur de capheri et inde descendit”).

la località corazzo

La località Corazzo.

Dalla copia del canonico: “… tenimento de S.to pantaleone … Ab oriente est vallis, quae dicitur de filatto, et inde tendit, et ferit ad rivum, quod dicitur de mutrò, et vadit per terras, quae dicuntur de curvolino, et per terras nostrae Curiae, et inde ascendit et ferit ad serram quae dicitur caramallum, inde vero ferit ad terram monasterii calabromariae, et inde transit ad Terram Comitis, et inde ascendit per serram serram et ferit ad collem quae dicitur de capheri et inde descendit et ferit ad vallonem qui dicitur de Fota, et inde ascendit dictum vallonem et ferit à parte meridiana ad vallonem qui dicitur de arcurio, et inde ascendit et ferit ad serras quae dicuntur de Gaberrini, ab Occidente, et inde descendendo ferit ad rivum Ferrati, et inde descendendo per torrentem Ferrati, et transit per subtum ecclesiam S.tae Venneris, et inde descendendo per torrentem S.tae Venneris ab Aquilone ferit subtus ecclesiam S.ti Blasii, et inde ad viam publicam et inde ascendendo per viam publicam ferit ad timpas quae dicuntur de Rau, et inde ferit ad terram S.tae Mariae de Arbore, et inde ascendit ad serram quae dicitur de Macri et inde descendit ad vallem de filatto unde incepimus …”.

Dal “Liber continens multa Imperatorum et Regum Privilegia … ad favorem Abbatiae S. Mariae de Coratio …”: “… quod tenimentum dictum de Sancto Pantaleone … ab Oriente est vallis, quae dicitur de Filatto, et inde tendit, et ferit ad rivum, quod dicitur de Mutro, et vadit per terras, quae dicuntur de Cirulino, et per terras nostrae Curiae, et inde ascendit, et ferit ad serram, quae dicitur Caramallum, inde vero ferit ad terram Monasterii Calabromariae, et inde transit ad Terram Comitis, et inde ascendit per seram super, et ferit ad vallonem, qui dicitur de Fota, et inde ascendit dictum vallonem, et ferit à parte meridiana ad vallonem, qui dicitur de Actuiris, et inde ascendit, et ferit ad serras, quae dicuntur de Gambairini, ab Occidente, et inde descendendo ferit ad rivum Ferrati, et inde descendendo per torrentem Ferrati, et transit per subtum Ecclesiam Sanctae Venneris, et inde descendendo per torrentem Sanctae Venneris ab Aquilone ferit subtus ecclesiam Sancti Blasii, et inde ad viam publicam ferit ad timpas, quae dicuntur de Rau, et inde ferit ad terram Sanctae Mariae de Arbore, et inde ascendit ad serram, quae dicitur de Macri, et inde ferit ad vallem de filacto, unde incepimus …”.[iii]

 

Un canonico intraprendente

Dalla visita fatta nel maggio 1559 alla cattedrale di Santa Severina dal vicario Giovanni Tommaso Cerasia sappiamo che Donno Domenico Paparuggero era cappellano dell’altare di Sant’Agazio della famiglia Paparuggero, rettore dell’altare o oratorio di San Benedetto della famiglia Modio e cappellano dell’oratorio di San Jacobo della famiglia Palermo. Egli inoltre era cappellano della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Evangelista,[iv] carica che conserverà ancora nel 1601(R.o da D. Dominico Paparogiero per Santo evangelista per X.a).

Egli abitava in parrocchia di San Giovanni Evangelista e possedeva una vigna e parte di costa in località “Cafiri”per le quali pagava ogni anno un censo di grana quattro alla mensa arcivescovile (Donno Minico Paparuceri per una vigna e parte di costa paga lo anno grana quattro).[v]

Il primo giugno 1564 va a far parte della confraternita del SS.mo Sacramento, della quale sarà anche procuratore negli anni 1568/1569 e 1577/78.[vi]

In seguito lo troviamo come procuratore del cardinale di Santa Severina Giulio Antonio Santoro in alcuni atti riguardanti il pagamento della decima alla mensa arcivescovile.[vii]

Il 18 dicembre 1574 Il Paparugerio dichiara che nei mesi passati si era aggiudicato all’asta pubblica la gabella Fisa di Volo per ducati 400, venduta ad istanza dell’Ill.mo Francesco Carrafa per i diritti, che aveva sopra la gabella con il mag.co fu Joanne de Martino.[viii]

L’acquisto è però ostacolato dal ricorso di Silvestro de Martino, il quale dichiara di essere il vero padrone della gabella e quindi chiede che sia revocata la vendita. Il De Martino si obbliga a pagare i 400 ducati che aveva sborsato il Paparugerio, il quale tuttavia rifiuta l’offerta e vuole prendere pieno possesso della gabella.[ix]

Sempre in questi anni, il 23 ottobre 1576, Donno Dom.co Paparugerio acquista per ducati 10 da Antona de Aminò un casaleno con grotta accanto al casaleno e alla sua abitazione in parrocchia di San Giovanni Evangelista.[x] Un atto notarile dell’undici dicembre 1576 ci informa che il canonico è ormai entrato nel mondo degli affari e del commercio del grano gestito dall’abate commendatario dell’abbazia di Corazzo e di coloro che prendono in fitto i beni dell’abbazia. L’atto che ha per protagonisti i fratelli Benedetto e Iacobo Alberti di Firenze ed il canonico Domenico Paparugerio, solleva di ogni responsabilità il canonico a riguardo di un pagamento. Nel marzo 1576 il mag.co Gio. Battista Berlognetti de Bononia alias lo cavaleri, sia come esattore che procuratore e percettore delle entrate e frutti dell’abbazia di Santa Maria di Corazzo, doveva dare ducati 250 a Petro Francesco Alberti, padre di detti De Alberti. La consegna del denaro era stata fatta dal canonico e riguardava l’acquisto di una certa quantità di frumento.[xi] Il primo luglio 1578 il reverendo Domenico Paparugerio acquista per ducati 300 da Alessandro Infosino e dalla madre Antonella Trombatore la metà di una casa con tre mulini con gli acquedotti ed i prati dei mulini contigui in località “la Nuce jux.a vallonem dela ghane et flumen Nethi gabellam dela Nuce Archiepal. Ecc.e et alios fines”.[xii] Il 23 dicembre dello stesso anno in Santa Severina interviene nei capitoli matrimoniali tra Innocentia Piccichino, figlia di Geronimo, e Cola Zurlo, figlio di Antonio. Come zio di Cola Zurlo promette ai futuri sposi “uno paro di yenchi deli doi anni”.[xiii]

 

Il canonico e le terre dell’abbazia

La grancia di Santo Pantaleone originariamente corpo organico, costituito da una fattoria con magazzini, chiesa, abitazioni dei conversi, mulini ecc., con il passaggio della amministrazione dell’abazia dall’abbate agli abbati commendatari, quasi sempre cardinali lontani dall’abbazia, cominciò ben presto a decadere. Nel Cinquecento essa era solo formata da un insieme di gabelle, mentre degli edifici non c’era più traccia. A ricordo della fattoria rimanevano i mulini sul fiume Neto, ma non appartenevano più all’abbazia ma a Carlo Susanna che per questi pagava un censo annui. Anche alcune parti di gabelle erano state cedute a particolari previo il pagamento di un censo annuale. La grancia, ormai formata da solo gabelle e censi, era messa all’asta pubblica dal procuratore dell’abbate commendatario ed era affittata con alcuni patti e condizioni al miglior offerente di solito per tre anni e con il pagamento annuo parte in ducati e parte in grano. Di solito colui che si era aggiudicato la grancia subaffittava le singole gabelle a coloni con pagamento in grano ed ai mandriani con pagamento in denaro.

Il 29 settembre 1577 nella terra di Cutro, con atto del notaio Marcello Santoro,[xiv] il mag.co Mario Caputo di Cosenza procuratore dell’Ill.mo e R.mo D. Lorenzo Campeggio, arcidiacono di Bologna, commendatario e amministratore dell’abbazia di Santa Maria di Corazzo, locava ed affittava per tre anni, “candela extinta ut ultimo licitatori et plus offerenti”, a donno Domenico Paparugerio di Santa Severina le entrate e le gabelle dell’abbazia di Santa Maria di Corazzo situate in territorio della città di Santa Severina per tomoli 400 di grano e ducati 60 annui. Nel documento sono descritte le gabelle e le condizioni stipulate tra i due contraenti. Le gabelle erano: “La gabella de la valle de la vecchia/ la gabella de mutrò/ la gabella di filatto/ la gabella delo gramaro/ la gabella dela cuculla/ la gabella delo cantore/ la gabelluccia in fronte delo cantore et fota/ la gabella delo perito seu prato statuito/ la gabella de corazo chiamata la volta de corazo che similmente è prato statoito quali tutte dicte gabelle sono n.o nove nel ter.o di s.ta sev.na suis locis et finibus limitate et de più la gabella de caramalla sita nel ter.o di cotrone che è cam.ra chiusa jux.a la consuet.ne che è in detta città et di più tutti li censuali che s’hanno soluto et soleno percipere in quella città di s.ta sev.na quali sup.te gabelle ut supra notate esso mag.co procuratore l’affitta ad esso donno domenico paparuggero per prezo di ducati sessanta l’anno per tre anni continui settima ottava nona indizione et per tumuli di grano quattro cento alla misura napolitana per ciaschiduno anno et promite ditto donno dominico pagare ditti ducati 60 annui anno per anno et fare la prima paga alla fera di molera anno 1579 la seconda paga allaltro molerà sep.e ind.s 1580 et lultima paga dele p.ti d.ti 60 allaltro molerà 1581 et li preditti tumuli quattro cento di grano pagarlo et fare la prima pagha nel mese di augusto sep.me ind.s 1579 la sec.da allaltro augusto 1580 et lultima pagha delli pred.ti tta 400 annui ad augusto dela nona ind.e 1581. Il grano che dovrà essere “boni netti et non bagnati ne spontati” dovranno essere conservati nel magazzino in Santa Severina, “risico et periculo et fortuna” tanto per la conservazione quanto per il magazzino a spese dell’affittuario. “Vero volendo esso m.co proc.re conservare di una annata in unaltra allora detto donno d.nico sia obligato come è detto di sopra, sia esso m.co proc.re sia tenuto pagharli la spesa di uno maghazeno per la conservatione deli grani vecchi solamente … con pacto che volendo lo grano esso mag.co proc.re nella città di Cotrone che pagando esso m.co proc.re il maghazeno esso donno d.nico sia tenuto portarcilo in tempo di consignatione di aug.sto et volendo esso donno d.nico tramotare li dicti prati di una gabella in unaltra et quelle in gabellare in modo suo sia ad libero arbitrio di esso dono d.nico et de più dona et concede et promette esso m.co pro.re la defensione per detto triennio ad esso donno d.nico et libera potestate et facultà di tener dette gabelle tanto per se come per intermedia persona et inognaltro medio modo che li parera con potesta de di possirli sublocare ad altri ad sua libilo con potesta ancora di possire hamobrare il prato secondo il solito et come ne sta in possessione l’abbatia con questo però che à natale de l’ultima annata esso donno d.nico debba lasciare il terzo di tutte le gabelle de santa severina vacante acciò li novi massari ci possano fare mayisi jux.a il solito di s.ta s.na preter in la gabella del cantore et gabelluzza et caramallo quali sono camere chiuse si donano di aug.sto ad augusto senza lasciare il tempo solo il solito de le camere chiuse de cotrone et s.ta s.na promettendo de piu esso proc.re pagare la rata contigente al seminario de s.ta s.na et altri denari de dicta abbatia ma paghandoli esso donno d.nico vole esso proc.re et promecte farcili boni alli suoi paghamenti anno per anno”. Furono garanti Alfonsus Novellisius, Horatius Marayenus e Antonius de Petruza.

Il legame del Paparuggero con l’abbazia di Corazzo continuerà anche negli anni seguenti, infatti nel settembre 1588 come procuratore dell’abbazia di Santa Maria di Corazzo compilerà la platea dei beni della grancia di Santa Severina. Sempre occupato nel commercio e nel contrabbando del grano nel febbraio 1585 il canonico protesta contro Scipione Rotella, luogotenente del tesoriere di Calabria Ultra, che lo accusa di non aver presentato la nota del proprio grano e quindi di avere imboscato il grano. Egli “se offere pagare quello che per quella pretensa pena si pretende con protestatione pero de recuperarli dalla regia corte et con expressa protestatione dello agravio che li si fa. Egli fa presente di essere “clerico et della jurisditione ecclesiastica”.[xv]

 

La grangia di Santa Elena in territorio di Rocca di Neto

La chiesa di Santa Helena con i suoi possedimenti risulta tra le prime donazioni che l’abbazia greca di Santa Maria del Patir, situata in territorio di Rossano, ebbe al tempo dei Normanni. Ne furono benefattori il cavaliere Guglielmo de Grandsmenil e la madre Mabilia, contessa di Crotone e figlia di Roberto il Guiscardo e della principessa longobarda Sikelgaita. Infatti nel maggio 1130 in Messina il re Ruggero confermava a Luca, abbate del monastero di Santa Maria de Patirio, tutti i possedimenti e tra questi figurano anche “rebus donatis a Guglielmo Grantdtemanel: homines, quos habebat de Rocca S. Severinae cum omnibus eius possessionibus”.[xvi] “Le terre di Rocca di Santa Severina con i suoi villani, donate da Guillaume de Grantmenil, le troveremo citate anche in seguito tra i possedimenti dell’abbazia greca.[xvii]

rocca di neto

Rocca di Neto (KR).

La chiesa con i suoi possedimenti (grancia), pur essendo nel territorio della diocesi di Santa Severina, era situata a sinistra del fiume Neto, sotto l’abitato di Rocca San Pietro de Cremasto, l’attuale Rocca di Neto (“iuxta flumen Neti subtus Roccam S. Petri de Cremasto”).[xviii]

Il 25 agosto 1198 il papa Innocenzo III confermava a Nicodemo, archimandrita del monastero di Santa Maria de Patirio, e ai suoi frati che seguivano la regola del beato Basilio, ogni possesso, bene, privilegio, diritto ecc. Nella bolla che elenca le chiese dipendenti dal monastero troviamo che il monastero del Patire possedeva tre chiese nel territorio della arcidiocesi di Santa Severina e precisamente la chiesa di Sant’Elena di Neto in diocesi di Santa Severina, la chiesa di San Costantino de Asila in diocesi di Isola e la chiesa di San Dionisio de Casobono in diocesi di Umbriatico: “… eccl.am Sanctae Helenae de Neto cum omnibus pertinentiis suis … eccl.am Sancti Constantini de Asila cum omnibus pertinentiis suis … Eccl.am sancti Dyonisii de Casobono cum omnibus pertinentiis suis …”.[xix]

santa elena120 - Copia

Il documento che menziona le chiese di Santa Helena di Neto, San Dionisio de Casobono e San Costantino de Asila.

Durante il periodo svevo la chiesa di Sant’Elena con le sue pertinenze ci appare come una unità produttiva situata nella parte bassa della vallata del Neto lungo l’asse viario, sul quale sono situate altre realtà religiose – economiche dell’abbazia. Sull’asse che va verso il Tacina troviamo partendo da Rossano la chiesa di San Dionisio di Casubono, Santa Helena di Neto e San Costantino de Asila.

Il 27 agosto 1216 in Spoleto il papa Onorio III confermava all’archimandrita Nicodemo i possedimenti del monastero tra i quali le chiese di Santa Elena, di San Costantino e di San Dionisio.[xx]

La chiesa situata presso il guado del Neto ed in una zona particolarmente adatta al pascolo e alla semina, ha nelle sue vicinanze i possedimenti della chiesa di Santo Nicola dell’abbazia di San Pietro di Ninffi, dell’abbazia di Corazzo e della sua chiesa di Santo Mauro ed i possedimenti dei Florensi. Questa vicinanza con i beni di altre potenti abbazie determinerà spesso dei contrasti.

Ritroviamo infatti richiamata la grancia di Sant’Elena in una lite tra il monastero florense e l’abbazia del Patire. Nel 1246 il vescovo di Strongoli Guillelmus fu giudice ed arbitro di una lite che opponeva l’abate Mattheus del monastero di San Giovanni e l’archimandrita Nymphus del cenobio del Patire di Rossano. La questione oggetto di contesa era il diritto di presa d’acqua e di passaggio di un acquedotto, che attraverso le proprietà dei florensi alimentava il mulino della fattoria della grancia di Santa Helena del monastero di Santa Maria del Patire. Il vescovo riconobbe il diritto del monastero del Patire alla presa e al passaggio dell’acqua per alimentare il mulino e allo stesso tempo ai florensi concesse il diritto di potervi macinare.

 

Verso la decadenza

La decadenza dell’abbazia del Patire durante gli ultimi secoli del Medioevo con l’amministrazione da parte degli abbati commendatari, determinò anche la fine della grancia di Sant’Elena, che divenne solo un insieme di gabelle, che erano date in affitto ai feudatari ed ai nobili del luogo. Anche la chiesa di Santa Elena con i suoi edifici decadde.

Una copia della platea del 1533 del monastero di S. Giovanne in Fiore ci indica dove erano situati i possedimenti, che l’abbazia del Patire possedeva ancora in territorio di Rocca di Neto.[xxi]

Descrivendo i beni reintegrati al monastero dall’abbate commendatario Salvatore Rota, per grazia ottenuta dall’imperatore Carlo V, troviamo che “in la Rocca di Neto”, “secondo lo Instrumento, et accordio fatto tra la Un(iversi)tà, et Vuomini de dicta Rocca, et lo prefato Sig.r Abbate” vi erano alcune vigne in località “Machiole” che confinavano con le vigne di “Santa Maria de lo patere” vicino alla “Fiomara vechia de Neto” e alla località “volta de gollina”.

Maggiori informazioni la platea ci fornisce sui beni dell’abbazia del Patire nella descrizione dei confini del “tenimento de Iuga” (fluca, suca, iuca). Il documento compilato su vecchie carte è ricco di informazioni su quella parte del territorio vicino alla confluenza del Vitravo con il Neto, dove oltre alle terre del monastero florense ci sono quelle di Santa Maria del Patire e quelle di San Pietro de Niffi con chiesa di “San Nicola de fuca”.

“Et in primis semo stati in lo loco dove si dice la volta de gavello dove nce sonno Terre de dicta Abbatia, seu Monasterio in magna quantitati, consistenti con tali confini V(idelicet) da uno termino grande, che destende da capo la serra de la Valle de la mortella, et de la valle de la bruca, quali Terreno verso ponenti sono le Terri de Santa Maria de lo pater, et va lo termino ad pendino, et passa una via publica, che vene da la Terra, et va ad Suca verso la volta de lo dattilo, et lo Termino ad pendino, et fere de dericto allo Fiume de Neto, et neto ad pendino, et fere ad uno altro termine con fine alli Terre de S. Petro de Niffi, nelle quali Terre de S. Petro nce una Cappella chiamata S. Nicola de fuca, et lo termino adirto per mezo de uno pede de piro grande, et fere per deritto ad uno publico vallone di acqua adirto, q.ali passa una via, che vene da un magazeno, et la galicata adirto et reversa ad uno timpone pizuto affachianti lo magazeno, et passa lo termino, che vene de S. Petro, q.ale pezzo de Terreno adirto, et fere ad un altro timpone pizuto, et destendi lo termino ad pendino, et piglia per la trazera, che vene de lo piano de fuca, et lo termino termino, verso orienti, puro Terre di S. Petro Camastro, et confineno alli Terre de S. Maria de lo pater, verso Tramontana piglia uno altro termino adirto de dereto alla Serra, che affachia alla valle de la bruca, et la Serra ad pendino verso vitravo, verso levante so le Terre de S. Maria, et verso ponente le T(er)re de S. Ioan(ne) et passa la via, che vene da la difesa, et de la Rocca, et va allo magazeno, et la Serra ad pendino verso vitravo, et destende allo vallone de l’aire de Curgulino, confine le Terre de li Capisacchi, et lo vallone adirto (a margine: Volta di Gavello) et esce alla via, che vene da la difesa, et piglia li termini de in pede la valle de lo lino, et li termini termini, et uno galise adirto, et fere alla difesa de la Terra, et per la Serra Serra de la difesa, et esce ad una Serra chiamata le Serre Serre, et fine fra la Valle de la mortilla, et la Valle de la bruca affacchianti allo piano de lo Thesauro verso Neto, quale sonno da circa quaranta, o cinquanta salmati de Terre fertili, et infertili tt:e 50”. “In lo piano de Suca tene d.o Monast:rio de S. Ioanne verso lo magazeno uno altro Territorio confinato in questo modo V(idelicet) Da lo Vallone de Vitrano, et piglia uno termino verso Santo Georgio, et lo termino termino, et fere alle Terre de S. Maria de lo pater termino mediante, verso ponente, et lo Serrone, Serrone, et fere verso le aire de Iuca m(o)lto peraini medianti, et fere dicto Serrone allo Crittone de la Calca de la lupara, et le Serre Serre affachianti ad Neto, confinando alle Serre de S. Petro Camast.o alla via che vene da la Motta allo magazeno, et lo termino ad pendino, et fere ad Neto, et Neto ad pendino de li cerze grande de la volta de lo dattilo, et lo termino termino, et circunda per la volta de lo dattilo, et fere ad Vitrano, et Vitrano adirto, et conclude alli fini di S. Giorgio affronte le Terre de li Capisacchi, qualli Terre cossi circumdate, et confinati so lavoratorie, et so da circa salmati cento tt:e 100. (a margine: Piano di Suca”)

 

Un pezzo di terra detto Santa Elena

La platea del monastero florense del 1533, anche se richiama molti toponimi, non fa cenno al luogo dove era situata la chiesa di Santa Elena. Un riferimento lo troviamo in una successiva platea del monastero florense. Dalla platea di tutti i beni, diritti e rendite, spettanti all’abbazia di San Giovanni in Fiore, compilata durante il periodo 1652-1654[xxii] estrapoliamo che “Il Sig.r Gio Vito Pignatti possiede le Terre d.e il piro russo, dove Si fanno le mandre Sottane, e le Terre, che furono di Bartolo Picallo, che confina insieme, e pagano lo mezzo terraggio à Santa Maria dello Patire, e confina ancora colla Valle della martella verso Tramontana, e verso ponente con Valle torta, e la via, che è Sopra marinetta. L’istesso Gio Vito possiede le Terre poste alla Valle della martella e Cesauro, che rendono alla detta Abb.a del patire, e confinano verso Tramontana con la Valle della Ducca, e d’altro colla difesa, e da basso con la via, che Si và al dattilo. Item lo detto Gio Vito possiede un pezzo di Terra d.o S. Elena reddititio alla detta Abb.a del Patire, e parte con il patrimonio di esso sig.r Gio Vito, e con il fiumarello, e Sopra con il marinetto. Item lo detto possiede il patrimonio, che è Suo libero, e confina col piano di lavello, e colle volte della pira. Item lo detto Gio Vito possiede un pezo di terra d.o di S. Elena reddititio alla detta Abb.a del patire, et un vignale poco distante dal d.o patrimonio, che è parimente libero del d.o Sig.r Gio Vito.Item lo detto possiede un pezzo di terra in loco d.o la Valle del Para sino, che fù delli Caponzachi, che confina con la gabella di Covarlino verso ponente, e Vitravo verso tramontana, e colle Terre di Pietro Paolo de Vito dall’altra parte, e con lo Vallone del piano delli fraili”.

 

La platea dell’abbazia di Santa Maria del Patire

La platea dei beni del Patire del 1661, redatta dal notaio Giovanni Battista Laurea di Castrovillari nel luglio 1661 su commissione del commendatario del Patire Cardinale Carlo Barberini, documenta una situazione ormai mutata e disgregata. Pur possedendo ancora un vasto patrimonio terriero valutato in circa 240 tomolate, dai diversi pezzi di terra, l’abbazia percepiva solo diritti di terraggio. L’abbazia aveva ancora un fondo di 20 tomolate nella contrada Bucca; un altro fondo di 12 tomolate, detto il Piano del Frasso; un fondo di 6 tomolate nella contrada Ferrate, presso cui possedeva un altro pezzo di terra di 12 tomolate; un predio di 20 tomolate nella località Cuscinetto; un altro di 12 tomolate e mezzo in contrada Valletorto; altro di 7 tomolate nella località detta Volte di Canello; altro di 12 tomolate in contrada Pino Russo; altro ancora di 30 tomolate nel luogo detto le Serre di Bartolo Pancari, altro di 20 tomolate nella località Tesauro, altro di 20 tomolate presso la Valle della Bucca, altro di 10 tomolate presso la Volta di Canello, altro di 20 tomolate presso la Valle della Serra, un predio di 9 tomolate in contrada Colla della Difesa, una vigna di 20 tomolate e terreni per 10 tomolate in contrada Ponticelli e in più diversi piccoli censi in denaro.[xxiii]

la gabella Sant'Elena

Il fondo Santa Elena quotizzato in territorio di Rocca di Neto.

L’abbazia manterrà ancora nel Settecento vasti beni a Rocca di Neto ed a ricordo della grancia rimarranno i toponimi “La valle di S. Lena” e “Volta di S. Lena”.

Dalla lettura del catasto onciario di Rocca di Neto del 1742 sappiamo che l’abbazia possedeva ancora terreni e diritti, anche se ormai si era persa la memoria dell’antica grancia con la sua chiesa, mulini, magazzini ecc.. All’inizio del Settecento dell’unità della grancia non rimaneva che un insieme di terreni senza alcun rapporto organico e culturale. Essi erano: La Valle della Bruca Sottana, La colla delle Mandre, La Colla della Lupara, Le Due Vie, La Serra di Bartolo Pancari, Li Serrati, Li Serratelli, Tesauro, Li Vignali di Polissena, Valle Sorta, La Valle della Mirtilla, Il Vignale di Salice, La Difesa della Trazza, Ponticelli.[xxiv]

santa elena124

In evidenza la via che attraversava il fiume presso la Rocca di Neto (Carta dell’Ing. Giorgio de Vincentiis 1889).

Ancora alla metà dell’Ottocento vi era il Bosco di Santa Elena nei pressi del quale si guadava il fiume Neto nei pressi della località “Passo del Carro” e per il “Varco di Santa Elena” si passava dalla sponda destra a quella sinistra del fiume Neto nelle vicinanza della contrada Corazzo.

 

Note

[i] AASS, 002A.

[ii]  “Una copia di privileggio pertinente à detta abatia qual confina tutte le sopradette gabelle et dette confine di privileggio è in carta bambace perche l’originale lo tiene il pro.re g.le di detta abatia et detto privileggio è in questo n. 27”.

[iii] “Privilegium Regis Friderici impetratum per Milonem Abbatem Curatii concedens et confirmans eius Abbatiae Tenimentum in territorio Maydae cum omnibus Iustitijs et rationibus et libertatem pascuorum pro animalibus d. Monasterii per d. tenimentum, nec non et alias terras, specialiter autem donans tenimentum Pantaleonis de anno 1225 mense 7bri. fol. 27.” BAV, 7572 Vat., ff. 27-29.

[iv] Visitationes 1559, AASS. 016B.

[v] Libro deli censi di S.ta Anastasia, 1555/1558, AASS. 004A.

[vi] Confrati novi descripti hoggie primo di di jugno 7.a Ind.s 1564, AASS. 001D, fasc. 3.

[vii] Patto, et cautela facta à Do. Dominico Paparogeri p.re de Mons.or Ill.mo Card.le di S.ta Sev.na et Cola de Alessio et pet.o barberi affictatori di la mandra deli Cotronei per la decima che compete à Mons.or Ill.mo Card.le per nova X.ma 5 ap.lis 1571.

[viii] AASS, Not. Marcello Santoro, V, ff. 38v-39r.

[ix] “In cospetto ex.tis D.ni Alfonsii Puyerii U.J.D. gub.re civ.tis S.ae Sev.ae et ad infrascrittam causam com.o deputato per sacrum Regium Consilium Reverenter comparet Nob.s Silvester de Martino et dicit q.d ex provisione fatta ad istanciam Presbiteri dom.ci pape rugeri per dominationem v.ram fuit sibi in iuntum et mandatum quod intra certum tempum cautelare et partem configere habeat eidem presbitero Dominico tamquam colonus gabelle ditte de fisa devolu esse comparens et dicit mandatum fuisse et esse nullum cum reverentia ex quo ipse prefatus Silvester fuit et est verus dominus ditte gabelle et non consentit nec consentere intendit a provisione et decreto fatto per R.m S.m Consilium super alienatione ditte gabelle, et in tendit ad dittum S.m R.m Consilium reclamare et ab … dittum decretum revocari facere quia non auditeis in juribus suis ac etiam intendit facere depositum ducatorum quatro centorum pro quibus fuit vendita ditta gabella ditto presbitero dominico pro causis proponendi in ditto S.o R.o Consilio et in omni alio iudice supremo et propterea petit ipsum non inquitari nec inquietare facere et de contrario …”. Protesta presentata il 26 marzo 1575 al governatore. AASS. 025D.

[x] AASS, Not. M. Santoro, VI, ff. 37v-38r.

[xi] AASS, Not. M. Santoro,VII, ff. 114-115. Il 19 ottobre 1574 i fiorentini Iacobo e Benedetto Alberti prendono in fitto da Hieronimo Maurina, procuratore dell’abbate commendatario dell’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo, la grangia di Sant’Angelo de Frigillo di Mesoraca per annui ducati 800 e tomoli 24 di frumento. Il 26 febbraio 1577 subaffittano la grangia a Iacobo e Manilio Leone. AASS, AASS, Not. M. Santoro, VI, ff. 180v-181.

[xii] AASS, Not. M. Santoro, VII, ff.72v-73.

[xiii] AASS, Not. M. Santoro, VIII, f. 33.

[xiv] Nello stesso giorno e con le stesse modalità il procuratore affitta al mag.co Andrea Paghano le gabelle dell’abbazia situate nel territorio di Le Castella per tomoli 415 di grano annui con la condizione che “ad natale dell’ultima annata habia di lassare il terzo di dette gabelle per maisare li futuri coloni secondo il solito”. In territorio di Le Castella le gabelle dell’abbazia ad uso massaria erano: “La gabella dela fontana dela petra confine l’umbro cervino in fronte lo mare / la gabella dela valle de scazurro item la gabella delo frasso de santoro jux.a la gabella dele valle jux.a la gabella de luca scazurro la via p.ca et la gabella dela serra grande dela abbatia confina juux.a la gabella del passo de santoro sup.ro circum circa la gabella de lo pirayinetto item la gabella delo rigano confine la gabella dele valle di s.to joanne la gabella dela valle del ulmo et lo priayinetto p.ro item la gabella di cucuriace jux.a la gabella delo bosco de lo soverito de lo ill.mo duca di nocera et jux.a la gabella dela mortilla et lo vallone de tripani item la gabella delo merolo confine la gabella de s.to nicola e la gabella di ritani piccolo et l’umbro corrente item la gabella di ritani piccolo confine la gabella di ritano grande jux.a la gabella de la valle de l’ulmo et la gabella di s.to nicola et la gabella de corazo item la gabella de ritano grande confine la gabella de le cesine jux.a la gabella de l’ulmo jux.a la gabella de lo pirayinetto item la gabella de la lensata confine la via p.ca”. AASS, Not. M. Santoro, VII, ff. 5v-10r.

[xv] ASCz. Not. Jo.es Laurentius Guercius, B. 43, f. 1.

[xvi] Trinchera F., Syllabus, 139.

[xvii] Batiffol P., L’Abbaye de Rossano, Paris 1891, p. 18.

[xviii] Ughelli F., Italia Sacra, IX, 517-520.

[xix] ASV. Arm. XXIX, f. 237.

[xx] Batiffol P., cit., p. 20.

[xxi] ASN, Real Militare Ordine Costantiniano, Libri maggiori e platee, busta 78I, ff. 118-120.

[xxii] ASCS, Corporazioni Religiose, B. 8, Vol. 89, ff. 44-45.

[xxiii] Gradilone A., Storia di Rossano, Cosenza 2009, p. 206.

[xxiv] Spizzirri M., Rocca di Neto nel catasto del 1742, Rossano1995, pp. 224-225, 236.

 

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