Sulle rotte di Levante. Crotone e la navigazione in “alto mare” nell’Antichità e nel Medioevo

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Modello votivo di nave ritrovato negli scavi del capo Lacinio (Museo Archeologico di Crotone).

Il legame con il mare rappresenta ciò che di più antico può essere riferito alla storia urbana di Crotone e di conseguenza, anche a quella di tutto il Paese[i]. Furono infatti gli Achei che, sul finire del sec. VIII a.C., seguendo le rotte che avevano già percorso altri navigatori, giunsero in Italia per fondare le prime città.

 

I luoghi del mito, i luoghi della storia

Il santuario di Hera sul capo Lacinio è uno dei luoghi più antichi ed importanti legati al sorgere della città di Crotone, come testimoniano la tradizione[ii] ed i miti di fondazione.

Questa tradizione[iii] riferisce, infatti, che il promontorio sarebbe stato dato in dono ad Hera da Theti, madre di Achille, sottolineando, in questo modo, il passaggio dalla fase che trova protagonisti gli eroi fondatori a quella in cui compaiono le divinità della città.

Ciò appare, tra l’altro, in rapporto alla sua importanza per la navigazione, come testimonia anche la ricerca archeologica che, durante le campagne di scavo condotte sul promontorio, ha recuperato oggetti votivi riferibili a tale aspetto come, ad esempio, un modello di nave ed alcune sirene.

Polibio (nato verso il 206 a.C. e morto circa il 124 a.C.) attribuisce la prosperità di Crotone alla sua favorevole posizione marittima che, a suo dire, avrebbe consentito alla città di accumulare grandi ricchezze. Paragonando la situazione di Crotone a quella del porto di Taranto, egli evidenziava però, che i crotoniati disponevano solo di rade utilizzabili in estate, mentre coloro che navigavano dalla Sicilia e dalla Grecia, verso le città greche della costa italiana, dovevano ormeggiare nel porto di Taranto e fare qui i loro affari.[iv]

Questa felice posizione è evidenziata da diverse fonti antiche, che identificano la città ed il promontorio Lacinio, tra i principali luoghi marittimi di riferimento per i naviganti.

Virgilio (70 a.C. -19 a.C.) ad esempio, li descrive dicendo che, di contro al golfo di Taranto (“sinus Herculei”), si elevavano il tempio di Hera Lacinia (“diva Lacinia”), l’acropoli di Caulonia (“Caulonisque arces”) ed il periglioso promontorio di Stilo (“navifragum Scylaceum”)[v], mentre Pomponio Mela, vissuto durante il sec. I d.C., menziona “Croton” tra le città poste nel golfo detto “Tarentinus”, compreso tra i due promontori “Sallentinum et Lacinium”. Golfo a cui seguiva quello di Squillace (“Scyllaceus”)[vi].

Una descrizione più minuziosa ci è fornita da Strabone (nato intorno al 64/63 a.C. e morto intorno al 24 d.C.). Egli dice che, ai suoi tempi, Petelia (Πετηλία) era ancora “abbastanza abitata”[vii] ed identifica “la terra dei Crotoniati” dopo “Scylletium”, a partire da “i tre promontori degli Iapigi” cui seguiva “il Lacinio”. Strabone riporta le distanze fornite da Polibio, dallo “Stretto” al “Lacinio” e da questo, al “promontorio Iapigio”, i due luoghi che costituivano la “bocca del golfo di Taranto”. Quest’ultimo, “rivolto verso il levante invernale”, iniziava “dal promontorio Lacinio”.[viii] Doppiato questo promotorio, si raggiungeva Crotone, quindi “il fiume Esaro con il porto (λιμὴν)” ed il fiume “Neeto”[ix].

 

La rotta di Levante

Secondo il racconto di Omero, nel suo viaggio da Ogigia all’isola dei Feaci, Ulisse navigò verso levante seguendo le indicazioni di Calipso, tenendo a sinistra della sua prua il nord astronomico, ovvero “l’Orsa che detta è pure il Carro”, la costellazione che non sarebbe tramontata e gli sarebbe rimasta visibile per tutta la notte, assieme e quella vicina e molto ben visibile di “Boòte”, “tardo a tramontar”[x].

Questo viaggio in mare aperto tra le coste dell’Italia e quelle greche, trova riscontro nel preciso itinerario che, come fa notare il Pugliese Carratelli, è contenuto in uno dei responsi dell’oracolo di Delfi riferiti da Diodoro siculo[xi]. Secondo questa fonte, la Pizia, come in un “portolano”, indicò all’ecista di Crotone Miscello, la rotta da seguire attraversando “a sinistra il grande mare”, menzionando questi punti di riferimento: “il monte Taphios e Chalkís nella sacra terra dei Cureti (vale a dire l’Etolia), le isole Echinadi e quindi direttamente fino alla foce dell’Èsaro sulla costa d’Italia compresa tra il promontorio di Crímisa e il Lacinio.”[xii].

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La rotta indicata dall’oracolo delfico all’ecista di Crotone.

Descrivendo questi luoghi, Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) menziona “Petelia”, il “mons Clibanus”, ed il “promuntorium Lacinium”, oltre il quale si trovavano Crotone (“Oppidum Croto”) ed il fiume “Neaethus”. Egli riferisce che tra il promontorio Lacinio a quello “Acroceraunio” in Epiro, posti alle due estremità del secondo golfo d’Europa (“secundus Europae sinus”), esisteva una distanza di 75 miglia e che il promontorio Lacinio, secondo Agrippa, distava 70 miglia da Caulonia (“Caulone”)[xiii].

Strabone riferisce una distanza di 700 stadi tra i “Monti Cerauni” ed il “Capo Iapigio” e la stessa distanza tra quest’ultimo ed il “Lacinio”, evidenziando che coloro che non potevano compiere “la navigazione diretta” dall’Epiro a Brindisi, seguivano la rotta di 400 stadi tra “l’isola di Sason” ed Otranto (“Hydrus”)[xiv].

Nel III-IV secolo d.C.[xv], l’Itinerario Antonino (“Imperatoris Antonini Augusti Itinerarium Maritimum”) ci fornisce le distanze relative alla rotta tra Crotone e l’Epiro attraverso il canale d’Otranto, elencando i luoghi di un itinerario che da “Buthroto” (Butrinto) all’isola di Saseno (“Sasonis insula”), oltre il promontorio Acroceraunio (“Acroceraunia”), toccava Otranto (“Hydrunto”), il promontorio di Leuca (“Leucis”), “Crotona”, il promontorio Lacinio (“Naus”) ed il promontorio di Stilo (“Stilida”) per Reggio, la Sicilia e l’Africa. Tra l’isola di Saseno ed il promontorio Lacinio risultano computati 1600 stadi[xvi].

In riferimento a questo stesso attraversamento, Martiano Capella (IV-V secolo d.C.), dice che dal promontorio Lacinio (“Lacinio promuntorio”), iniziava un ampio golfo (“sinus Europae”) che terminava al promontorio “Acroceraunio”, da cui Crotone (“oppidum Croton”) distava 85 miglia. Da qui, seguendo le costa dell’ “Italia”, si raggiungeva la città di Otranto (“Hydruntum urbem”), dalla quale, il breve transito “in Graeciam” era di sole 19 miglia[xvii].

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La rotta tra il promontorio Acroceraunio e Crotone riportata nell’Itinerario Antonino.

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La distanza tra il Lacinio ed il promontorio Acroceraunio riferita da Martiano Capella.

Queste antiche informazioni, trovano riscontro in quelle più recenti contenute nei pochi portolani giunti sino a noi che, in relazione al tragitto in mare aperto verso levante tra il capo delle Colonne e le coste greche, continuano a riferire circa le stesse distanze indicate da Plinio e da Martiano Capella.

Alla fine del Quattrocento, la rotta verso levante dal capo delle Colonne “ale merlere” presso Corfù, è riportata nel portolano “Rizo”: “(…) Dale cholone ale merlere q. de gre. ver lo leuante mia 185 (sic) (…)”[xviii] mentre, circa un secolo dopo, la stessa rotta è riportata da Paulo Gerardo nel suo “Portolano del Mare”: “(…) Et dal capo di S. Maria dalle colonne al Fano sono per levante mig. 80 (…)”[xix].

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La rotta tra il Capo delle Colonne e le isole Fano e Merlera presso Corfù (sec. XV-XVI).

 

Strade e porti

La particolare importanza del territorio crotonese per la navigazione durante l’antichità, oltre alle felici ricadute commerciali riferite da Polibio, ebbe in seguito anche ripercussioni meno favorevoli per la città ed il suo territorio, in riferimento al suo ruolo militare e strategico legato a tale importante particolarità.

Lo testimoniano ad esempio, le campagne contro i romani che Annibale condusse in Italia, quando stabilì i suoi accampamenti invernali nel territorio del golfo di Squillace[xx], coinvolgendo pesantemente il Crotonese, teatro di diversi episodi legati alle sue azioni militari[xxi]. Fino al 203 a.C., quando il condottiero cartaginese salpò dal porto della città per fare ritorno in Africa[xxii].

Le buone opportunità di approdo offerte dai promontori del territorio crotonese, saranno colte anche in seguito, da altri eserciti antichi in movimento lungo la costa ionica. Ciò, invece, aveva trovato limitazioni al tempo della polis greca, come c’informa Tucidide che, a proposito della marcia dei combattenti ateniesi verso la Sicilia (413 a.C.) durante la Guerra del Peloponneso, testimonia il rifiuto da parte dei crotoniati di concedergli l’attraversamento del loro territorio. Fatto che li avrebbe costretti ad imbarcarsi sulle navi che li seguivano lungo la costa ed a continuare il loro viaggio per mare, fino al territorio di Reggio.[xxiii]

Con il venir meno del peso politico di Crotone durante il periodo romano, lungo la via costiera ionica saranno realizzati alcuni “castra” che, in particolare, andranno a munire i luoghi principali da un punto di vista strategico, dove giungevano le rotte più importanti.

Gli abitati costieri esistenti in epoca romana tra Turio e Squillace, sono riportati nella carta medievale detta “Tabula Peutingeriana”, che si ritiene copia di un originale romano datato circa al sec. V d.C., dove troviamo in successione: “(…) Turis . XXXVIII . Petelia . Crontona . XL . Lacenium . XXXVI . Annibali . XXX . Scilatio . XXV . (…)”, mentre l’Itinerario Antonino, descrivendo il tragitto da Capua (“Capua Equo”) a Reggio passando per Rossano, riferisce un percorso interno, che si diramava tra i centri costieri di “Turios” e “Tacina”, dove risultano in successione: “Turios”, “Roscianum”, “Paternum”, “Meto”, “Tacina” e “Scylacio”[xxiv].

All’itinerario descritto nella “Tabula Peutingeriana”, corrispondono successivamente, quelli contenuti nella “Cosmographia” dell’Anonimo di Ravenna (VII sec. d.C.) e nell’opera geografica di Guidone che visse a Pisa nel sec. XII.

La “Ravvennatis Anonymi Cosmographia”, in un primo itinerario, riporta in successione: Petelia (“Pelia”), Crotone (“Crotona”), Lacinio (“Facenio”) e Annibali (“Aniaba”)[xxv], ed in un secondo solo Annibali (“Anival”)[xxvi].

Nella “Guidonis Geographica” che menziona la presenza del “portum quem Castra dicunt Hannibalis”, nel luogo dove, in latitudine, l’Italia si restringeva maggiormente[xxvii], ritroviamo altri due itinerari. Nel primo figurano in successione Petelia (“Pellia”), “Crotona”, Lacinio (“Facenium”) e “Hannibal”[xxviii], così come nel secondo[xxix].

Tabula Peutingeriana

Tabula Peutingeriana (seg. VII).

A seguito delle trasformazioni riferibili agli eventi storici ma anche alle mutazioni del profilo costiero[xxx], i luoghi marittimi che caratterizzavano la costa crotonese durante il periodo romano, subiranno destini diversi in quello medievale.

Così, mentre continueranno ad esistere Crotone e per un certo tempo anche Tacina[xxxi], altri abitati saranno abbandonati. Definitivamente e già in antico, come Lacinio sul capo delle Colonne[xxxii], oppure più tardi, come nel caso di Alichia sul capo omonimo, che risultava già in abbandono agli inizi del sec. XII[xxxiii] e che fu riedificata al tempo di Federico II, per scomparire definitivamente attorno alla metà del Trecento[xxxiv].  Altri luoghi, invece, prenderanno vigore durante il medioevo: come la città vescovile di Strongoli che succederà all’antica Petelia e la terra di Le Castella, che accrescerà la sua importanza a seguito del progressivo venir meno della vicina Tacina.

 

Il “Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo”

Verso la metà del secolo XII, nella sua opera conosciuta come il “Libro di Re Ruggero”, il geografo musulmano Edrisi menziona tra quelle poste “sul mare di Siria (Mediterraneo)”, le “città marittime” di “ṭâǵ.nah (Tacina), quṭrûnah (Cotrone), ruśśânah (Rossano), rûsît (Roseto) e ṭâr.nt (Taranto)”, ricordando tra “le Citta di Calabria”, anche sîm.rî (Simeri)” e ’.st.r.nǵ.lî (Strongoli)”[xxxv] e fornendoci alcune distanze marine tra le città di ’al mâṣṣ (Massa), qaśtâl (Le Castella), quṭrûnî (Cotrone) e tra questa ed il capo di Leuca:

“(…) Da Gerace a ’al mâṣṣ (Massa), piccola città che ha un mercato e [produce molti] frutti, settantasei miglia.

Da Massa a qaśtâl (Le Castella), città [pur] piccola, trenta miglia.

Da Le Castella a quṭrûnî (Cotrone), navigando a golfo lanciato, tredici miglia e diciotto costeggiando.

Da Cotrone, chi vuole attraversare l’alto mare [indirizzandosi al capo di Leuca] naviga una giornata più trenta miglia. (…)”[xxxvi].

Edrisi menziona e descrive sinteticamente, anche i principali abitati e luoghi marittimi del territorio crotonese posti presso le foci dei fiumi ed i promontori che, a cominciare dalla fine del secolo XIII, ritroveremo nei portolani e soprattutto, nelle carte nautiche prodotte in gran numero nei secoli seguenti.

Egli ricorda in successione: il “fiume di Squillace” (wâdî ’.sǵ.lâsah) nel quale “entrano le navi”, il “fiume Tacina” (wâdî ṭâǵ.nû), riferendo che “Tacina è città piccola, ma popolata, posta su di una punta di terra che sporge in mare” ed il “fiume Simeri” (wâdî salmîrah o s.mnîrî), che offre “ancoraggio sicuro”.

A seguire la descrizione di Edrisi risulta meno chiara, relativamente ai luoghi che precedevano il “Capo delle colonne” e la città di Crotone. Egli riferisce qui la presenza di “Isola” (’aws.lah), “che è piccola [pen]isola” ovvero “piccola isola vicina al continente” e del porto “considerevole” che chiama “L’orecchino di Maria” (qurṭ mâriyah) “nel quale cresce la scilla di mare”: informazione che pare riferirsi alla particolare posizione di questo luogo, che potrebbe essere identificato con il “cavo [bia]nco”, segnalato a partire dalla fine del sec. XIII. Da questo luogo, costeggiando, iniziava (“cresce”) il braccio di mare (“la scilla di mare”) del golfo di Squillace che apriva all’istmo.

A questi luoghi seguivano il “Capo delle colonne” (’.flûmîah o ’.qlûmah) “[che sono avanzi] di antica costruzione” e “Cotrone” (q.ṭrûnî o q.ṭrûnah) “porto e città primitiva, di costruzione vetusta, in posizione ridente, prospera e popolata”, ovvero “città antichissima, [anzi] primitiva e bella” che “Ha mura difendevoli e porto ampio dove si getta l’ancora al sicuro”.

Anche a nord della città di Crotone, la descrizione di Edrisi risulta non del tutto decifrabile sulla base delle nostre attuali conoscenze. Egli menziona il “porto che è al sicuro dai tre venti” ed “all’imboccatura” del fiume di Santa Severina (wâdî ś.bîrînah o wâdî s.t.rînah) che l’Amari identifica con il Neto, il “capo Alice” (râs ’alîǵah o ’aln.ǵah) e la “chiesa” sul râs ’.brâq.nah che lo stesso autore identifica con la “punta Fiumenica”[xxxvii].

 

Portolani e carte nautiche

Un riscontro alla situazione descrittaci da Edrisi, ci proviene dal portolano denominato “Liber de Existencia Riveriarum et Forma Maris Nostri Mediterranei”, che si data alla seconda metà del secolo XII, nel quale i luoghi riportati sono ancora: Squillace, Tacina, Crotone e “Littuna” (sic) ossia Alichia:

“(…) Inde ad ciuitatem quod vocatur Turris ad mare .xxiiii. Inde fertur Constantinum imperatorem cepisse transfretum quando in Greciam transfretauit.

Inde ad Vessanum in fundo sinus ml. …

Inde ad Littuna ml. …

  1. A Littuna vero percurrit riueria in africo ml. .ccxl. usque ad caput Brussani, in quo limite finitur Italia, (…). Caput vero Brussani est in ingre(s)su Fari Mesane Sicilie insule. Infra que hec didicimus.

A Littuna usque ad Crotonim ml. .xxx. ab Ariensibus a Miscello Achefetoniam dictam.

Inde ad Tacina .lv., habens in aquilone insulam, et ab africo uolvitur sinus Squillacis habens a capite Tacine ad aliud caput ubi est Squillace Scylaceum ab Athenensibus dictum, ml. .xlv. In fundo uero sinus est villa que dicitur Cathentana.

Ab Squillace ad caput Stile .lv.(…)”[xxxviii].

Escludendo Tacina, questi stessi luoghi continuano ad essere menzionati nel portolano detto il “Compasso de navegare”, la cui compilazione risale al gennaio 1296 (codice Hamilton 396), dove troviamo: “Squillaci”, il “capo de Castelle”, il “capo de le Colonne”, “Cotrone”, e “la lena de Lechi” ovvero “lo capo de Lechia” o “la Lechia” (Alichia), vicino cui si trovava “Strongolino, ch’è sopre la Lechia”[xxxix]. Luoghi che sono riportati anche nella c.d. “Carta Pisana” che si fa risalire a questo stesso periodo, dove sono segnati: il “Golfo de squilacy”, “castelle”, “cavo [bia]nco”, “cavo de colonne”, “ere”, “cotrone” e la “lena de l[echi]a”[xl].

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La Calabria riportata nella c.d. Carta Pisana conservata alla Bibliothèque Nationale de France (particolare).

Anche nelle carte nautiche prodotte successivamente, per tutto il corso dei secoli XIV e XV, i luoghi evidenziati rimarranno sostanzialmente quelli che si rilevano in questi documenti più antichi.

Così continueremo a trovare segnati Squillace, Le Castella, Capo Colonne, Crotone e Alichia, durante tutto il corso del secolo XIV, nella carta di “petrus veschonte de janua” del 1311 (che essendo a grande scala riporta solo “cotron”), nella carta dello stesso Petro Vesconte del 1313[xli], nel c.d. “Atlante Luxoro”, che si conserva alla Biblioteca Civica Berio di Genova e nella c.d. “Carta Maghrebina” della Biblioteca Ambrosiana di Milano[xlii], che si fanno risalire entrambe agli inizi del sec. XIV.

La stessa situazione si rileva nella carta di Angelino Dulcert (1339)[xliii], nel c.d. “Atlante Catalano” (1375), nell’atlante di Abraham e Jehuda Cresques (1375) e nella carta di Guillelmus Soleri (1380)[xliv], così come riportano alla fine del secolo, l’atlante nautico “Corbitis” o “Combitis” ed altre carte conservate presso la Biblioteca Marciana di Venezia[xlv].

Anche nel corso del sec. XV, questa descrizione dei luoghi si mantiene sostanzialmente immutata.

Così rileviamo nella carta di Albertino Virga (1409)[xlvi], in quella di Mecia de Villadestes (1413)[xlvii], in quella di Andrea Bianco (1436)[xlviii], in una carta anonima datata al primo ventennio del secolo[xlix], in quella di Valseca (1447)[l], nelle carte di Pietro Roselli del 1462[li] e della fine del secolo[lii], nelle carte di Grazioso Benincasa (1466 e 1467)[liii] e nelle carte anonime conservate alla Bibliothèque Nationale de France che si datano al secolo XV[liv], al 1470-1482[lv] al 1480[lvi] ed alla fine del secolo[lvii].

Alcune differenze cominciano a segnalarsi alla fine del Quattrocento. Tali differenze si evidenziano confrontando la situazione riferita attorno alla metà del secolo, dal portolano detto “Parma-Magliabecchi” e da quello detto “Compasso”, con quella che ci riferisce, successivamente, il portolano “Rizo” (1490).

Nel primo, continuano ad essere riportati solo il “cauo desquilati”, il “cauo delle collonne”, “chottrone” e il “cauo delle leque”[lviii] mentre, nel secondo, troviamo: “Squilas”, il “capo di Castello”, il “capo della Colonna”, “Cotron” e  la “lena de Liquns”[lix].

Il portolano “Rizo”, invece, offrendoci maggiori dettagli, menziona: “schilazi”, “chantazaro”, “le chastelle”, “la fossa de chrapina” (Cropani), “chauo biancho” e la “secha che a nome lo rizeto”, “la cita de cotron” e “le seche de sancta maria”, la “montagna forchada quaxi fata chomo vn rocho che vien dita san Nicolo de lena” (S.to Nicola dell’Alto) che attraverso la sua caratteristica forma offriva un chiaro riferimento ai naviganti[lx], il “chauo de lequi” ovvero la “lena de licha” o “lena de lenza” ed il “cargador de chariato”[lxi].

Sempre alla fine del sec. XV- inizi sec. XVI, questa situazione è evidenziata da un atlante nautico anonimo conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia che riporta: il “g. de scilaçi”, “scilaçi”,  “castele”, “colone”, “cotrom”, “strongoli”, “çiro” e “conati”[lxii].

Nel corso del secolo XVI, la carta di Jacobo Russo (1540)[lxiii], quella di Battista Agnese (1554)[lxiv] e quella di Jacobo Scotto (1589)[lxv], non differiscono da quelle dei due secoli precedenti, mentre quella di Jacobo de Maiolo (1561), conservata alla Biblioteca Centrale di Roma, segnala anche il “c. bianco”, “curculi” e “cariati”. La carta di  Giovanni Oliva (1599), riporta: il “c: ianco”, il “c:  [ri]suto” e “cairanto”[lxvi].

 

Per l’Africa e l’Oriente

La posizione e la particolare conformazione della costa crotonese, con i suoi corsi fluviali capaci di dare ricovero alle navi e soprattutto, con i suoi promontori che traguardavano le rotte transmarine tracciate secondo i principali riferimenti astronomici e che erano favorevolmente orientati, in maniera da consentire ai naviganti l’approdo nelle più diverse condizioni di vento[lxvii], rappresentano i principali fattori che favorirono e determinarono l’allestimento di rotte in mare aperto, verso luoghi anche molto lontani dalla Calabria in epoche remote, come dimostra la perfetta conoscenza dei luoghi che emerge dalle fonti più antiche.

Rispetto alla più sicura navigazione costiera, queste rotte mutevoli in ragione degli eventi storici e molto meno sicure in relazione alla precarietà dei mezzi disponibili, consentivano percorrenze più brevi e di sfuggire alla pirateria, ma esponevano alle incognite di un viaggio attraverso elementi particolarmenti ostili.

Ce ne fornisce testimonianza l’antica litania dei marinai genovesi detta “le sante parole”, tramandataci in un codice conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze e datato attorno al 1470, che riporta un antico testo intonato da tutti gli occupanti dell’imbarcazione, quando il pericolo si rivelava più incombente ed in particolare, “che si dice in galea o nave o altra fusta quando fussino stati alcuno giorno senza vedere terra”.

Rivolgendo singole invocazioni d’aiuto: “Die n’ai’” ovvero “Dio ci aiuti”, alla Vergine ed ai santi che presidiavano i principali luoghi costieri e seguendo un percorso geografico, questa litania elenca oltre un centinaio di località marittime, per la gran parte del Mediterraneo, ma anche della costa atlantica del Portogallo e del canale della Manica che s’incontravano lungo le principali rotte, dove erano stati eretti i santuari a loro dedicati.

Tra questi, a sottolineare l’importanza delle rotte che li traguardavano utramare, quelli calabresi di S.to Nicola di Dino (“Die n’ai’ e San Niccolò di Dini”), di Santa Maria dell’Isola di Tropea  (“Die n’ai’ e Santa Maria dell’Isola di Turpia”) e di Santa Maria del capo delle Colonne (“Die n’ai’ e Santa Maria del Cavo delle Colonne”)[lxviii] sul quale si trovava “vna chiesa su biancha”[lxix] dedicata alla Vergine, la cui protezione nei confronti dei naviganti, s’estendeva anche alla città di Crotone, dove esisteva la chiesa di “S. Maria delo Mare”, posta sopra uno scoglio in mezzo al mare davanti al molo della città[lxx], nel luogo detto “le seche de sancta maria”[lxxi].

Informazioni sulle rotte seguite da questi antichi marinai che frequentavano i porti della costa crotonese, ci sono fornite per la prima volta, dal “Compasso de navegare” dove, alla fine del sec. XIII, è riportata sia la rotta da “Rasausem” a “Cotrone”, che quella che conduceva al “capo de le Colo(n)ne”, località distanti entrambe 650 miglia da questo capo posto in Cirenaica:

“(…) De Rasausem | a Cotrone, che è da garbino a capo de lo golfo [64v] de Tara(n)to p(er) xx mil(lara), à dcl mil(lara) p(er) maest(r)o v(er) la t(r)a|mo(n)tana q(ua)rta. De lo d(i)c(t)o Rasausem a lo capo de le | Colo(n)ne e[n] Calavria dcl mil(lara) p(er) maest(r)o v(er) la t(r)amo(n)|tana. De Rasausem a Spartive(n)to e(n) Calavria d|5|1x mil(lara) p(er) maestro. (…)”[lxxii].

La stessa rotta di 650 miglia tra “Rasausem”, che s’identifica con l’attuale località di “Ras el Hamama (Libia)”[lxxiii] ed il “capo del golfo di Taranto”, assieme ad altre per la “Calavria”, è riportata anche in un altro “Compasso” alla metà del Quattrocento:

“(…) da Rasausem al capo di Trionto, che d’è capo del gofo di Taranto, da libeccio à 650 miglia per maestro verso tramontana; da Rasausem al capo di Spartivento, che d’è capo di Calavria del faro di Messina, 600 miglia per maestro. (…) da Rasausem in bocca di Faro, cioe a sapere al capo dell’Arma, à 600 miglia per maestro; (…)”[lxxiv].

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La rotta da Crotone e dal capo delle Colonne a Rasausem.

Rispetto a questa rotta africana più meridionale, la presenza di un collegamento transmarino tra Crotone ed il Medioriente si documenta solo alla fine del Quattrocento, quando il portolano “Rizo” menziona la rotta di 600 miglia che collegava Crotone all’isola di “gozo” presso Creta, posizione strategica e baricentrica per raggiungere le principali località costiere africane e mediorientali: “(…) Da gozo a chotron in chalauria sonovi mia 600. (…)”[lxxv], come conferna circa un secolo dopo il “Portolano del Mare” di Paulo Gerardo: “(…) Dal Gozzo naviga dentro ponente et maestro et verrai dal capo stilo al capo delle colone sono mig. 600 (…)”[lxxvi].

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Rotta da Crotone all’isola di Gozo.

Le testimonianze che si rinvengono in questi portolani sono suffragate da alcuni documenti medievali che ci forniscono notizia di un collegamento tra la città, Alessandria ed altre località costiere poste ultramare.

Ciò è documentato già nell’ottobre del 1131 (a.m. 6640) quando, nel castello di “Asylorum” (τῶ χαστέλλω τῶν ἀσύλων), dove si trovava “propter navem Genuensium Alexandria profectam, quae prope portum (λημαίνω) illisa scopulis perfracta fuerat”, il “Comite Geofrido filio Comitis Rhai de Loritello” confermava a Radulfo, le donazioni fatte al monastero di S.to Stefano del Bosco da lui e da sua madre Berta[lxxvii].

 

Il viaggio

Tale notizia messa in luce dall’episodio legato al naufragio patito dal conte di Catanzaro, non risulta comunque isolata, ma appare suffragata dal fatto che durante il secolo XII, oltre alle navi genovesi, troviamo su questa rotta anche quelle veneziane, come riferiscono un piccolo nucleo di atti stipulati tutti in “rivoalto”, conservati all’Archivio di Stato di Venezia, che documentano il viaggio di un gruppo di mercanti veneziani.

Nel marzo del 1178, Petro Ziani, figlio del doge di Venezia Sebastiano, stipulava una cautela con Macaroto Zorzani, in relazione ad un viaggio che questi avrebbe dovuto compiere con la nave del nocchiero Pancratio Staniari, da Venezia ad Acri, passando per Squillace o Crotone. In relazione a ciò, il detto Macaroto, s’impegnava a pagare al detto Petro, cinquanta bisanzi d’oro entro trenta giorni dal suo arrivo ad Acri, garantendo questo pagamento in caso d’inosservanza, “in duplici” sui suoi beni stabili e su ogni suo avere[lxxviii].

Come rileviamo dalla copia di un atto stipulato nel mese di maggio di quell’anno, relativo ad una seconda cautela stipulata tra il detto Petro ed il detto nocchiero in relazione allo stesso viaggio, tra il mese di marzo e quello di maggio di quell’anno, lo Ziani aveva provveduto a stipulare altre tre cautele dello stesso tipo con Badovario Matonno di Murano, Petro Zancayroli di Murano e Petro Ieremia.

Analogamente al detto Macaroto, i primi due s’erano impegnati a pagargli ogn’uno, i cinquanta bisanzi d’oro con le stesse modalità, mentre Petro Ieremia ne avrebbe dovuti pagare cento.

Dall’accordo tra lo Ziani ed il nocchiero, apprendiamo che attraverso tale atto, il primo aveva ceduto in potere del secondo le quattro cautele, mentre questi s’era impegnato a corrispondergli entro trenta giorni dal suo ritorno a Venezia, quanto il figlio del doge aveva singolarmente pattuito con i quattro viaggiatori[lxxix].

Circa un anno dopo, nel marzo del 1179, furono stipulati due atti in relazione all’avvenuto passaggio di denaro tra le parti coinvolte.

Nel primo, il nocchiero Pancratio Staniari faceva quietanza a Macaroto Zorzani, per quanto questi si era impegnato a pagare al detto Petro Ziani, come dalla cautela stipulata nel marzo del 1178, in relazione al viaggio da Venezia fino ad Acri, che il Zorzani aveva compiuto con la nave del detto nocchiero[lxxx].

Nel secondo, in riferimento alla cautela del maggio 1178, Petro Ziani faceva quietanza al nocchiero Pancrazio Staniaro, della somma pattuita e pagata da tutti i viaggiatori per il detto viaggio. In quest’ultimo atto, si specificava che in relazione al viaggio di ritorno da Acri a Venezia, era contemplata da parte del nocchiero, la possibilità di passare da Alessandria o Damietta[lxxxi].

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Rotte da Crotone e Squillace per Acri e Alessandria passanti per l’isola di Gozo.

 

Note

[i] Secondo il racconto mitico che troviamo in Licofrone (Alex. 856-865), Achille sarebbe stato sepolto sul capo Lacinio, dove è descritta una processione funebre di donne abbigliate a lutto che piangono la morte dell’eroe. L’antichità di questa rappresentazione è testimoniata nell’Odissea (XXIV, 60-63), quando il canto delle Muse al funerale di Achille, determina il pianto di tutto l’esercito greco.

[ii] Livio XXIV, 3.

[iii] Licof. 856-865; Servio, Aen. III, 552.

[iv] Polibio, Storie, framm. lib. X, 3-4-5-6. La descrizione di Polibio trovava ancora riscontro nel Cinquecento, quando si riferiva che: “… La città di Crotone è marittima, mercantile e di vario traffico, ove concorrono molte imbarcazioni specialmente per il trasporto de’ grani di quasi tutte le due Calabrie, e non ha detta città porto sicuro ma una rada e spiaggia, e li caricamenti si fanno per lo più d’inverno quando le tempeste sono grandi e replicate …”. (Pesavento A., Crotone marittima e mercantile. La città nel Viceregno, 1987).

[v] Eneide, III, 551-553.

[vi] Chorographia, II, 65-68.

[vii] VI, 1, 3.

[viii] “(…) A Scylletium segue la terra dei Crotoniati e i tre promontori degli Iapigi; viene poi il Lacinio, un santuario di Era, una volta assai ricco e pieno di doni votivi. Le distanze fra questi luoghi non si possono dire con esattezza, eccetto che, in generale, Polibio dà una distanza di 1.300 [2.300] stadi dallo Stretto fino al Lacinio e una distanza di 700 stadi di qui al promontorio Iapigio e questa è la così detta bocca del golfo di Taranto. Il golfo stesso poi, ha un periplo di ragguardevole lunghezza, pari a 240 miglia secondo il Corografo; esso sarebbe invece pari a 2.300 stadi secondo Polibio che però, al dire di Artemidoro, ne considererebbe 80 in meno rispetto alla reale ampiezza dell’imboccatura del golfo. Quest’ultimo è rivolto verso il levante invernale e inizia dal promontorio Lacinio. Chi doppia questo promontorio trova subito quelle città che un tempo appartenevano agli Achei e che ora non esistono più, ad eccezione di Taranto; (…)”. (VI, 1, 11).

La posizione particolarmente rilevante di Crotone nell’ambito della navigazione nell’Ionio, è messa in evidenza ancora al tempo della gurra greco-gotica (535-553 d.C.): “Bellisario, dunque, si affrettò ad andare subito a Taranto. Qui, la costa s’incurva in una grande insenatura a forma di falce e nella rientranza della terra si estende il mare, costituendo un amplissimo golfo. La lunghezza totale dell’insenatura, seguendo il contorno della costa, è di mille stadi, e alle due stremità dell’imboccatura del golfo giacciono due città: Crotone sulla parte occidentale, e Taranto su quella orientale, mentre quasi al centro del golfo si trova la città di Turi.” (De bello gotico VII, 28).

[ix] “La prima di queste città è Crotone, a 150 stadi dal promontorio Lacinio; c’è poi il fiume Esaro con il porto e poi un altro fiume chiamato Neeto” (…). (VI, 1, 12).

[x] “Lieto l’eroe dell’innocente vento,

la vela dispiegò. Quindi al timone

sedendo, il corso dirigea con arte;

né gli cadea su le palpébre, il sonno,

mentre attento le Plèiadi mirava,

e il tardo a tramontar Boòte, e l’Orsa

che detta è pure il Carro, e là si gira,

guardando sempre in Orione, e sola

nel liquido Oceàn sdegna lavarsi:

l’Orsa, che Ulisse, navigando, a manca

lasciar dovea, come la Diva ingiunse.

Dieci pellegrinava e sette giorni

sui campi d’Anfitrìte. Il dì novello,

gli corse incontro co’ suoi monti ombrosi

l’isola de’ Feaci, a cui la strada

conducealo più corta, e che apparía

quasi uno scudo alle fosche onde sopra.” (Odissea, V, 345-361).

[xi] “Così ti parla il dio lungisaettante, e tu ascolta.

Questo è il monte Tafio incolto, questa è Calcide,

questa è la terra sacra dei Cureti, queste sono le Echinadi;

e poi a sinistra il grande mare;

così ti dico: non allontanarti dal Lacinio,

né dalla sacra Krimissa né dal fiume Esaro.” (Diod. VIII, 17).

[xii] Pugliese Carratelli G., Profilo della storia politica dei Greci in Occidente, in I Greci in Occidente ed. Bompiani 1996, p. 149.

[xiii] Naturalis Historia, III, 96-97.

[xiv] “… il promontorio che chiamano Capo Iapigio, che si estende sul mare in direzione dell’oriente invernale e si volge poi un po’ verso Capo Lacinio, che sorge opposto ad esso dalla parte occidentale e con cui forma la bocca del golfo di Taranto. Allo stesso modo i Monti Cerauni definiscono con esso l’apertura del Golfo Ionio. Da Capo Iapigio fino ai monti Cerauni, come pure fino al Lacinio, c’è una distanza di circa 700 stadî. (…) Ci sono 400 stadî anche da Hydrus all’isola di Sason, che è situata all’incirca a metà tragitto nel mare che separa Brentesion dall’Epiro. Perciò, quelli che non possono compiere la navigazione diretta, salpano verso sinistra a partire dall’isola di Sason verso Hydrus, dove attendono un vento favorevole che permetta loro di proseguire fino ai porti di Brentesion. (…).” (VI, 3, 5).

[xv] Secondo l’interpretazione corrente, la redazione tramandataci dell’Itinerario Antonino dove sono registrati i nomi e le distanze delle località poste lungo le vie dell’impero, risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine III secolo-inizi IV), mentre la sua versione originale si fa risalire agli inizi del III secolo, al tempo dell’imperatore Caracalla da cui avrebbe preso nome.

[xvi] “(…) 489. a Buthroto Sasonis insula provinciae supra scriptae

super Acroceraunia, et relinquit Aulonam in dextro interius, stadia ..C

a Sasonis insula traiectus Hydrunto provinciae Calabriae stadia CCCC

ab Hydrunto litoraria Leucas provinciae supra scriptae stadia CCC

a Leucis Crotona provinciae supra scriptae stadia DCCC

  1. a Crotona Naus provinciae supra scriptae stadia C

a Naus Stilida provinciae supra scriptae stadia DC (…)”

(Parthey G. et Pinder M., Itinerarium Antonini Augusti et Hierosolomitanum, 1848, pp. 236-237).

Diodoro siculo, che si ritiene abbia composto la sua “Bibliotheca historica” tra il 60 ed il 30 a.C., narrando la rotta seguita nel 415 a.C dalla flotta ateniese verso Siracusa, riferisce che l’armata greca da Corcira passò il golfo del mar Ionio, quindi superò il promontorio di Iapigia e costeggiando i lidi dei Tarantini, dei Metapontini e degli Eraclei approdò a quelli dei Turi. Salpò poi alla volta di Crotone, dirigendosi verso il promontorio Lacinio e navigando verso sud raggiunse Reggio.  (Diod. XIII, 3).

[xvii] De nuptiis Philologiae et Mercurii, 650.

[xviii] Kretschmer K., Die italienischen Portolane des Mittelalters, 1909, p. 492.

[xix] Paulo Gerardo, Il Portolano del Mare; nel qual si dichiara minutamente del sito di tutti i porti quali sono da Venetia in Levante, et in Ponente: et d’altre cose utilissime, et necessarie à i Naviganti, 1584, p. 18.

[xx] Plinio, N. Hist., III 95.

[xxi] Livio XXVII, 25; XXIX, 36.

[xxii] Livio XXX, 20.

[xxiii] Tucid. VII, 35.

[xxiv] “(…) Item ab Equo tutico per Roscianum Regio mpm CCCCLXXIIII sic (…)

  1. (…)
  2. Heraclia mpm XXVIII
  3. Ad Vicensimum mpm XXIIII
  4. 1. Turios mpm XX
  5. Roscianum mpm XII
  6. Paternum mpm XXVII
  7. Meto mpm XXXII
  8. Tacina mpm XXIIII
  9. Scylacio mpm XXII

(…)” (Parthey G. et Pinder M., cit., pp. 52-53).

[xxv] “(…) Tarentum, Mesochorum, Metapontum, Heraclea, Scinasium, Turris, Pelia, Crotona, Facenio, Aniaba. (…)”. (Pinder M. et Parthey G., Ravvennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, 1860, pp. 262-263).

[xxvi] “(…) Tarentum, Metapontum, Eraclia, Anival, Caulon, Locris, Sileon, Leucopetra, Regio Iulia. (…)”. (Ibidem, p. 330).

[xxvii] “(…) 10. Verum Italiae longitudo, quae ab Augusta Praetoria per Urbem Capuamque porrigitur usque ad oppidum Regium, decies centena et viginti passuum colligit, latitudo, ubi plurimum, quadringenta decem, ubi minimum, centum triginta sex milia. artissima est ad portum quem Castra dicunt Hannibalis: neque enim excedit quadraginta milia. (…)”. (Ibidem, pp. 455-456).

[xxviii] “(…) Tarentum, (…) Mesochorus, (…) Metapontus, (…) 30. Dehinc civitas est Heraclea, Senasum, Turris, Pellia, Crotona, Facenium, Hannibal. (…)”. (Ibidem, pp. 469-470).

[xxix] “(…) Mesochorus, Tarentum, Metapontus, Senasum, Turris, Pellia, Crotona, Facenium, Annibal. (…)”. (Ibidem, p. 507).

[xxx] Pesavento A., Tra isole, scogli e secche nel mare di Crotone, www.archiviostoricocrotone.it.

[xxxi] Pesavento A., Da Tacina a Turris Tacinae a Steccato di Cutro, www.archiviostoricocrotone.it.

[xxxii] Secondo gli archeologi, Lacinio risulterebbe “esaurirsi” già alla fine del I sec. a.C.. Spadea R. (a cura di) Ricerche nel santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna di Crotone, p. 65.

[xxxiii] Delaville Le Roulx J., Cartulaire Général de l’Ordre des Hospitaliers de S. Jean de Jérusalem (1110-1310), Parigi 1897, tome second (1201-1260), pp. 900-901.

[xxxiv] Pesavento A., L’abitato di Alichia, la foresta regia ed il palazzo Alitio, La Provincia KR nr. 19-20/1998.

[xxxv] Amari M. e Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro di Re Ruggero”compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei anno CCLXXIV, 1876-77, serie II – volume VIII, Roma 1883, p. 101.

[xxxvi] Ibidem, pp.111-112.

[xxxvii] “(…) Da questo al wâdî ’.sǵ.lâsah («fiume di Squillace», fiume Alessi) nel quale entrano le navi, sedici miglia.

Da questo al wâdî ṭâǵ.nû (fiume Tacina) dodici miglia.

Dal Tacina al wâdî salmîrah (fiume Simeri) dodici miglia.

Dal Simeri ad ’awsalah (Isola), che è piccola [pen]isola, sei miglia.

Da questa a qurṭ mâriyah («L’orecchino di Maria»), porto considerevole nel quale cresce la scilla di mare, sei miglia.

Da qurṭ mârîyah ad ’.flûmîah [ossia] le colonne (Capo delle colonne), che sono [avanzi] di antica costruzione, sei miglia.

Da questo a q. ṭrûnah (Cotrone), porto e città primitiva, di costruzione vetusta, in posizione ridente, prospera e popolata, dieci miglia.

Da Cotrone al porto [che è all’imboccatura] del wâdî ś.bîrînah («fiume di [Santa] Severina», fiume Neto), porto che è al sicuro dai tre venti, dodici miglia.

Da questo al râs ’alîǵah («capo Alice», oggi Punta dell’Alice) ventiquattro miglia.

Dalla [punta dell’] Alice alla chiesa che è sul râs ’.brâq.nah (punta Fiumenica) dodici miglia.

Da questa a rusyânah (Rossano) venti miglia. (…)”. (Ibidem, pp. 72-73).

“ (…) Da buḥlânah al wâdî ’.st.lâǵîah («fiume di Squillace», fiume Alessi), fiume piccolo presso il quale sorge la chiesa detta dei Quaranta Martiri, sei miglia.

Da questo al wâdî ṭâǵ.nû (fiume di Tacina) dodici miglia. Tacina è città piccola, ma popolata, posta su di una punta di terra che sporge in mare.

Da Tacina al fiume s.mnîrî (fiume Simeri), [che offre] ancoraggio sicuro, dodici miglia.

Dal questo [fiume] all’isola di ’aws.lah (Isola), che è piccola isola vicina al continente, sei miglia.

Dall’isola di ’aws.lah al porto di qurṭ mârîah («L’orecchino di Maria», Porto Maria ?) nel quale cresce la scilla di mare, sei miglia.

Da questo ad ’.qlûmah [ossia] le colonne (Capo delle Colonne) [che sono avanzi] di antica costruzione, sei miglia.

Dalla città di ’.qlûmah a quella di q.ṭrûnî (Cotrone), che altri dicono q.ṭrûnah, città antichissima, [anzi] primitiva e bella, dieci miglia. Ha mura difendevoli e porto ampio dove si getta l’ancora al sicuro.

Dalla città di Cotrone al wâdî s.t.rînah (leg. sabirînah («fiume di [Santa] Severina», fiume Neto), fiume piccolo, dodici miglia.

Da questo ad ’aln.ǵah (leg. [râs]’alîǵah «capo Alice», oggi Punta dell’Alice) ventiquattro miglia.

Dalla [Punta dell’] Alice al râs ’.brâq.nah. (Punta Fiumenica) dodici miglia. Ivi [sorge] una chiesa di antica costruzione. (…)”. (Ibidem, pp. 132-133).

[xxxviii] Gautier Dalchè P., Carte Marine et Portulan au XII ͤ Siècle, Collection de l’École Franҫaise de Rome n. 203, 1995, p. 157.

[xxxix] (…) “Del capo de Stillone | a Squillaci xxx mil(lara) p(er) tramontana ver lo gre|10 |co. Del golfo de Squillaci al capo de Castelle 1x | mil(lara) p(er) greco ver lo levante. Del capo de Castelle | al capo de le Colomne x mil(lara) entre greco e tramo(n)|tana. Del capo de le Colonne a Cotrone x mil(lara) | p(er) tramontana. Cotrone è bo(m) porto p(er) tucti ve(n)|15|ti, ma non è bono p(er) greco. L’intrata enno por|to: venite da mecço dì, va propo del castello | de Cotrone iij prodesi e va entro <entro> che sie | entre lo castello de Cotrone, (et) en quello loco | sorgi, che sopre lo castello de Cotrone à Iª secca |20| de xij palmi, (et) è lontano dal castello vj pro|desi, (et) è en mare al castello p(er) greco. E se volete [18r] entrare da tramontana, va iij prodesi ap|presso de la terra. De Cotrone a la lena de Lechi|a xxv mil(lara) p(er) lo greco ver la tramontana. De | lo capo de Lechia a Rossano x1 mil(lara) p(er) maest(r)o. |5| De Strongolino, ch’è sopre la Lechia, va fora | en mare ij mil(lara), che tucto è secco. En lo capo | de la Lechia podete sorgere se venite co(n) for|tuna de sirocco e d’ostria. E questa lena de Le|chia è l’intrata del golfo de Taranto. Del di|10|to golfo a Trebe[sa]ça x mil(lara) p(er) greco. Del capo de | la Lechia a golfo lançato x1 mil(lara), çoè a ssa|vere al capo de III Besacçe, entre maestro e | tramontana. (…)” (…). (Debanne A., Lo Compasso de navegare, 2011 pp. 48-49).

[xl] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE B-1118 (RES).

[xli] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE DD-687 (RES).

[xlii] MS. S.P. II 259.

[xliii] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE B-696 (RES).

[xliv] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE B-1131 (RES).

[xlv] Ms. It. VI 213 (=5982); Ms. It. IV, 1912 (=10057), Biblioteca Marciana Venezia.

[xlvi] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE D-7900 (RES).

[xlvii] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE AA-566 (RES).

[xlviii] Ms. It. Z, 76 (=4783) Biblioteca Marciana Venezia.

[xlix] BNF, bibliothèque des ducs de Milan à Pavie, Latin 4850.

[l] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE C-4607 (RES).

[li] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE C-5090 (RES).

[lii] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE C-15118 (RES).

[liii] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE DD-2779 (RES) e GE DD-6269 (RES).

[liv] Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, italien 1704.

[lv] Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Italien 1698.

[lvi] Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Italien 1710.

[lvii] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE D-21815 (RES).

[lviii] “(…)117. Da stillo a cauo del golfo desquilaci 50 miglia quarta di greco ver tramontana et insul cauo e vna isoletta picola passa di fuori.

Da cauo desquilati (da greco) al cauo delle collonne 20 miglia quarta di greco ver tramontana e fa honore al cauo, che ve vna secha.

Da cauo delle collonne al cauo delle leque 100 miglia per grecho (e a riparo a greco e a tramontana sotto la chiesa e arai fondo dotto passi.

La cognoscenza del cauo e vn cauo piano con vna chiesa su biancha e da greco a due miglia certe torre.)

Da cauo delle collonne a chottrone 30 miglia per maestro.

(Da chotrone a taranto 70 miglia per tramontana.) (…)”

“(…) Dal cauo spartivento al cauo delle colonne miglia 150 quarta di grecho ver tramontana.

Dal cauo delle colonne al cauo delle leque miglia 100 quarta di greco inver tramontana. (…)”

(Kretschmer K., cit., pp. 309 e 349-350).

[lix] “(…) e dal capo d’Estil a Squilas è lo golfo à 30 miglia per tramontana verso greco; da Squilas al golfo di Castello à 10 miglia per greco verso levante poco; dal capo di Castello al capo della Colonna à 10 miglia per quella stanea. Dal capo della Colonna a Tarante al golfo Lasant à 100 miglia illà per tramontana verso greco. Le dette miglia sono per la stanea di terra, e sono in questa maniera: dal capo della Colonna à Cotron à 7 miglia per maestro, e di Cotron alla lena de Liquns à 25 miglia per tramontana verso greco, dalla lena de Liquns al golfo de Roissano à 60 miglia per maestro; entro lo detto golfo, e lo capo de Liquns à uno capo, c’ha nome lo Trot.

Dal golfo di Roissano al capo di Mbissa à 10 miglia per greco, e dal capo di Liquns al capo di Mbissa el golfo Lasant à 40 miglia per maestro verso tramontana; (…)”. (Della Decima e delle altre gravezze ecc. Tomo quarto Contenente la pratica della Mercatura scritta da Giovanni di Antonio da Uzzano nel 1442, Lisbona e Lucca 1766, p. 213).

[lx] Il luogo continua ad essere descritto similmente, nei moderni portolani. Istituto Idrografico della Marina, Portolano del Mediterraneo, volume 1/B, ed. 1975 rist. 2002, p. 250.

[lxi] “(…) 179. Dal fiume de stillo a badulato hostro e tramontana mia 20.

Da schilazi a chantazaro tra grego e tramontana mia 5.

Da schilazi ale chastelle grego e garbin mia 15.

Da schilazi ala fossa de chrapina mia 15.

Da chrapina ale chastelle mia 15.

Chastele e cita e soura le castelle a mio uno sono do ixolete et intorno vi sono molto aspreo e simelmente alo statio dela cita chusi da leuante chome da ponente la cita e quaxi ixolada et a mal statio. et aspreo e dale chastele a chauo biancho per ostro quarta de grego ver leuante mia 10.

Soura chauo biancho per ostro mia 2 in mar e vna secha che a nome lo rizeto.

Da chauo biancho al cauo dele cholone grego e garbin e sono mia 16.

Al chauo dele cholone e statio per tramontana mia 5.

Volzando lo cauo intorno fina al maistro ala cita de cotron mia 7.

Dal chauo dele cholone al chauo de lequi quarta de grego ver la tramontana mia 120.

Dale cholone ale merlere q. de gre. ver lo leuante mia 185.

  1. Dal chauo dele colone a taranto o. e tra. e tocha del ma. mia 20.

Cotron e citade e quaxi porto e bon fondi chouerto dal sir. fin al maistro et a una tore che e a marina e quiui dasse li prodexi e le anchore de fuora e a vn scoieto molto picholo al chastello de chotron sono molte seche e vasse dentro per chanal con nauilij pizoli ed e bon statio per ogni vento chiamase le seche de sancta maria.

La cognoscenza de chotron e chusi fata de ver maistro e montagne alte infra terra e soto la mazor montagna de tra. si lieua vna montagna forchada quaxi fata chomo vn rocho che vien dita san Nicolo de lena e da chotron a quella montagna mia 25.

Entro grego e tramontana honora la dita lena mia 2 quando tu anderai et e fondi pian e pizolo e dixese lena de licha, l altra lena entro grego e tramontana mia 12 honora la dita ponta mio uno da quella ponta de uer maistro e un sorzador quaxi scampador dal ostro fin al maistro ala volta de ponente.

Da chotron ala lena de lenza maistro e tramontana mia 12.

Dala cita de lenza al fondo del colfo q. de tra. ver maistro mia 40.

  1. Da la lena de lenza al cargador de chariato mia 8.

Da chariato ala cita de rosam mia 24. (…).”

(Kretschmer K., cit., pp. 491-492.)

[lxii] It. VI, 203 (=5631) Biblioteca Marciana Venezia.

[lxiii] Ms. Parm., 1615.

[lxiv] Ms. It. IV, 62 (=5067) Biblioteca Marciana Venezia.

[lxv] Ms. It. IV, 8 (=10056) Biblioteca Marciana Venezia.

[lxvi] Ms. It. IV, 131 (=10038) Biblioteca Marciana Venezia.

[lxvii] Come evidenzia “Lo Compasso de navegare” quando, ad esempio, segnala la possibilità di ancorare “En lo capo de la Lechia”, nel caso di essere sospinti da una tempesta da sud (“co(n) fortuna de sirocco e d’ostria”). Debanne A., cit., pp. 48-49.

[lxviii] Bacci M., Portolano Sacro Santuario e Immagini Sacre Lungo le Rotte di Navigazione del Mediterraneo tra Tardo Medioevo e Prima Età Moderna, pp. 223-248, in The Miraculous Image, Roma 2004. In appendice il Ms. Magliab. VII [8], 1145, ff. 25ͬ-27ͮ conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

[lxix] Kretschmer K., cit. , p. 309.

[lxx] Pesavento A., Le chiese di Santa Maria del Mare e di San Leonardo Abbate di Crotone, La Provincia KR nr. 48/1999.

[lxxi] Kretschmer K., cit., pp. 491-492.

[lxxii] Debanne A., cit., p. 87.

[lxxiii] Ibidem, p. 327.

[lxxiv] Della Decima e delle altre gravezze ecc., cit., p. 239.

[lxxv] Kretschmer K., cit., p. 541.

[lxxvi] Paulo Gerardo, cit., p. 19.

[lxxvii] Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum, 1865, pp. 146-148 n. CXI.

[lxxviii] ASVE, Fondo pergamene San Zaccaria, b. 34, n. 204 e n. 205.

[lxxix] Ibidem, n. 206

[lxxx] Ibidem, n. 138.

[lxxxi] Ibidem, n. 139.

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