Tra i boschi delle “Serre” nelle “Montagne” di Policastro e Mesoraca

Panorama delle “Montagne” che sovrastano il monastero della Santa Spina di Petilia Policastro (KR).

“Più lucroso egli è alla Calabria il vario lavorio della legname, qual si fa nelle sue selve, così per la fabrica delle navi, come delle case, ed altri affari occorrenti all’umano vivere.”[i]

 

Un’antica risorsa

L’importanza del legname silano, particolarmente ricercato per realizzare la carpenteria delle grandi costruzioni, è documentata già durante il Medioevo. Alla fine del sec. VI d.C., infatti, sappiamo che papa Gregorio Magno (590-604) ricorse ad Arechi, duca dei Longobardi di Benevento, ormai stabilmente stanziati nel Cosentino, affinchè potessero essere tagliate e trasportate a Roma, via mare, le travi “de partibus Brittiorum”, necessarie alle “ecclesias beatorum Petri ac Pauli”.[ii]

In seguito, al tempo di Sergio I (687-701)[iii] e poi di Gregorio II (715-731),[iv] si registra l’uso delle travi calabresi per altri interventi riguardanti il tetto della basilica di S. Paolo, mentre riguarda il pontificato di Benedetto XII (1334-1342)”, la notizia analoga riguardante la basilica vaticana: “Benedictus XII, tecta veteris Basilicae restituiti advectis e Calabria trabibus abiegnis longitudine 133 palmis”.[v]

Risale invece all’8 marzo 1307, la notizia riguardante la città di Napoli, dove si fece giungere il legname dalla Calabria “pro opere Maioris Ecclesie Neapolitane que in reverentia dei et virginis gloriose de novo construitur”.[vi]

Petilia Policastro (KR).

 

Mutazioni del paesaggio

Chi oggi percorre una delle strade che, dalla vallata del fiume Tacina, risalgono verso l’altopiano silano, attraversa un paesaggio abbastanza diverso da quello esistito nel passato per molti secoli, quando l’incolto superava di gran lunga lo spazio destinato alla coltivazione.

Adesso invece, l’olivo ricopre estese superfici a valle dei centri abitati, mentre il cerro o “cariglio” (Quercus cerris L.), la “farnia” (Quercus robur L.),[vii] la rovere (Quercus petraea Liebl.) e la roverella (Quercus pubescens Willd.), specie un tempo tra le più diffuse nei boschi che caratterizzavano questi luoghi, sono oggi limitate alle aree più acclivi o vegetano episodicamente ai margini del coltivato.

Superati gli abitati di Petilia Policastro, Mesoraca e Cotronei, s’incontra subito il castagno (Castanea sativa Mill.), divenuto largamente predominante a seguito dell’espansione, soprattutto nel Settecento, dei castagneti da frutto mentre, nel passato, le “Castagne” e le “Castagne inserta”,[viii] coesistevano con altre latifoglie.

L’importanza di tali specie che componevano i boschi e caratterizzavano il paesaggio di questa parte del territorio, si evidenzia già nei documenti della prima metà del Duecento, quando, rispetto ai boschi della fascia più litoranea, dove predominavano la lecceta (“ylicetum”),[ix] per la prevalenza del leccio (Quercus ilex L.), e il “suberitum”[x] in cui prevaleva la quercia da sughero o “suvero”[xi] (Quercus suber L.), troviamo invece menzione di “querqueti”,[xii] “castaneti”,[xiii] e di “querqueti ac castaneti”.[xiv]

Troviamo in seguito che, in riferimento alla loro mole, le piante del “Cersitum”,[xv] venivano dette genericamente “cerze” o “cerse” le più grandi e “visciglie” le giovani,[xvi] le quali, oltre ad assicurare la produzione di “ghianda”[xvii] o “glianda”,[xviii] per il foraggiamento degli animali, fornivano all’uomo il loro prezioso legname per i più diversi usi.

Tale risorsa, comunque, proveniva soprattutto dalle pinete di pino laricio, detto “vutullo”[xix] o “betullo”[xx] (Pinus nigra var. calabrica), oggi in larga parte frutto dei massicci rimboschimenti del dopoguerra, realizzati per compensare gli estesi disboscamenti precedenti dell’altopiano silano dove, un tempo, l’alberatura era distinta a seconda dello sviluppo, in “Pini”, “Pinacchi”, “Pinacchielli” e “pinacchioni”.[xxi]

In questa parte più alta assieme al pino nero, sono ancora diffusi il pioppo tremolo (Populus tremula L.) detto un tempo “candela”,[xxii] e l’ontano nero o “Auzino”[xxiii] (Alnus glutinosa (L.) Gaertn.) mentre, salendo ancora di quota, predomina il “fago” (Fagus sylvatica L.) a cui si mescola l’abete bianco (Abies alba Mill.) detto anticamente “apite”[xxiv] o “zappino”.[xxv]

Pineta silana (foto di Daddo Scarpino).

 

Le “Montagne” di Policastro e Mesoraca

Nell’ambito di questo vasto territorio montano,[xxvi] complessivamente denominato “montaneam” già nel Medioevo, posto ai confini della Regia Sila, dove erano stati eretti gli antichi monasteri greci di Sant’Angelo de Frigillis,[xxvii] e di Santa Maria di Cardopiano,[xxviii] accanto all’industria del legname, coesistevano diverse altre attività regolate da antichi diritti.

Ogni università ad esempio, nell’ambito del proprio territorio, deteneva quello di esigere un pagamento da parte degli affittuari dediti alla fabbricazione della pece, esigendo la quinta parte del raccolto da tutti coloro che vi avessero voluto seminare il loro “germano”[xxix] e una parte del raccolto delle castagne.[xxx]

Anche il feudatario deteneva alcuni diritti sul luogo che, oltre a riguardare i suoi possedimenti, si estendevano anche ai “Comuni” dell’università. Tra i corpi feudali e burgensatici esistenti in Policastro e Cotronei agli inizi del Settecento, quando morto il duca Fabio Caracciolo gli subentrò suo figlio Carlo, oltre al “Jus di fare la pece Negra, e bianca nelle Montagne di detta Città di Policastro”, il feudatario di Policastro possedeva la “Difesa detta destra della Serra”, che alcuni cittadini avevano piantato in parte, obbligandosi a pagare un censo,[xxxi] e deteneva il diritto di pascolare l’erba e la ghianda, nonché “la potestà di fidare” gli animali dei padroni forestieri, e di esigere la “decima” dei seminati che si facevano, tanto “in detta Montagna”, quanto nelle terre “Communi”.[xxxii]  In burgensatico, invece, il feudatario possedeva a quel tempo: la “Difesa detta di Macinello” e “le fosse situate nella Montagna”, dove si conservava la neve per i bisogni della bella stagione.[xxxiii]

Caricamento sulle cavalcature per il trasporto a valle della neve conservata in una “fossa” silana (dalla pagina fb dell’Associazione Diaspora Petilina).

 

Un confine sempre in discussione

Il limite a cui giungevano tali diritti era quello che divideva il territorio delle terre del Marchesato di Crotone dalla Regia Sila, dove iniziavano quelli dei cittadini di Cosenza e dei suoi Casali, il cui vicinato determinava spesso contenziosi. Come rileviamo nel corso del Seicento, quando i Policastresi, come già era avvenuto nel passato, furono ancora costretti a difendere i confini delle loro “montagne” dall’invadenza dei Cosentini, dei baglivi regi e di altri.[xxxiv]

Tali confini sono menzionati in un memoriale seicentesco pervenutoci in copia, presentato dall’università di Policastro alla Regia Camera della Sommaria di Napoli, in cui la prima affermava che “come per spatio de molte centinara de anni che non v’e memoria de huomo in contrario”, essa si trovava in possesso delle “Sue Montagnie”, le quali, in virtù del privilegio concesso da re Roberto il 24 dicembre 1333 e delle provvisioni spedite dalla Regia Camera della Sommaria, in osservanza “de decreta interposto super faciem loci a 20 de luglio 1624” da Gio: Thomaso Caludio, commissario destinato dalla detta Camera, risultavano avere i seguenti confini: “per la Colla della Spina posta sopra l’acqua dell’alsino e propio per la fontana chiamata pascale che pende sopra la Sila e Montagnia che chiamano della Campana dove si dice pietra Scritta e per la montagnia [del]lo Rossino Retrusu a pe… sopra pollitrea e per la mon[ta]gnia dello Cariglione e Galida e per la montagnia dello Cariglione e Galida delli Confini del territorio de Mesoraca”.

La questione era sorta perché i “baglivi delle regie Sile de Cos(enz)a” e i partitari “dela neve” turbavano e molestavano i cittadini di Policastro nel possesso di “dette Montagne descritte”, “carcerando con violenza l’animali et huomini di d.ta t(er)ra” che si trovavano “dentro di quelle”, sotto pretesto che le dette “montagnie sino a pietra Irta vadano incluse con le rege Sile di d.a Città de Cos(enz)a”.

Questo perché nello strumento della Regia Camera che i baglivi affermavano di possedere, e nel quale erano stati definiti i confini di dette Regie Sile di Cosenza, fraudolentemente, questi “l’estendono fino a Pietra Irta che è un luogo poco distante di d.a T(er)ra”.

I policastresi invece, facevano rilevare che in questo documento, il confine di Pietra Irta era stato erroneamente equivocato da detti baglivi e partitari, con l’intento di spogliare l’università di Policastro “dell’antica immemorabile e legitima possess.e che tiene delle dette Montagnie”. Essi rivendicavano quindi, che il vero confine era quello di “Pretra Scritta”, come si ritrovava nel privilegio di re Roberto e nel decreto del citato commissario, documenti nei quali non si faceva nessuna menzione del confine di Pietra Irta.

Considerato tutto ciò, la Camera della Sommaria ordinava alla Regia Udienza di Calabria Ultra, e al governatore di Policastro, di non far molestare i cittadini e l’università di Policastro, e di mantenerli nel loro leggittimo possesso identificato dalla menzionata confinazione, ancorchè descritto nei detti privilegio, provvisioni e decreto. [xxxv]

Il confine silano menzionato quale “Ep.o di Pietra Irta”. Particolare della tavola N.° 29 (1789) della carta di G. A. Rizzi Zannoni.

In evidenza la località “Pietrascritta” presso l’attuale confine comunale di Petilia Policastro. Particolare del Foglio IGM 1:50.000 n. 570 “Petilia Policastro”.

 

Dalla “Montagna” alla “Marina”

La conformazione dei territori di Policastro e di Mesoraca, stretti ed allungati tra la “Montagna” e la vallata che segna il corso del fiume Tacina, risente dell’all’antico tragitto delle vie che, scendendo dall’altopiano silano, si dirigevano verso i passi sul fiume. “Trazze” percorse dalle mandrie che, nel loro andirivieni stagionale, compivano il ciclo della transumanza, e vie pubbliche lungo cui fluivano le risorse che l’uomo sottraeva al bosco con il proprio lavoro.

Nel periodo medievale, tra le principali risorse sfruttate in Sila ci fu certamente il legname che, in qualità di merce di valore adatta ad essere esportata, era trasportato con l’aiuto dei buoi, dalle Serre “di acqua”:[xxxvi] le industrie dove era ridotto in tavole, travi, ecc., azionate dalla forza propulsiva di un fiume, le cui acque erano convogliate attraverso un “acquaro”,[xxxvii] ai porti e ai luoghi d’imbarco costieri.

L’esistenza di una “viam carraram” adibita a tale scopo, che passava presso il confine tra i territori di Roccabernarda e Tacina, si rinviene già in un atto del 1225 riguardante la confinazione della “grangiam de Terratis”, nelle vicinanze delle località “Brocuso” e “terminum grossum”,[xxxviii] mentre una via pubblica “platearis”, ossia soggetta al pagamento del plateatico, che passava presso il confine tra i territori di Mesoraca e Policastro, risulta menzionata agli inizi del Trecento: “… et descendunt p(er) ipsum flumen Tholi, ad locum qui dicitur Mallarocta, et abinde vadunt recte ad serras qu(a)e dicitur Monachelli, et descendunt ad viam publicam platearii et feriunt ad Castanetum Abatiss(a)e Monasterii S. Dominic(a)e …”.[xxxix]

In questo tratto pedemontano, la “Carrera” attraversava, dividendola, la “difisa della montagna de ditta Citta”,[xl] confinando la difesa di “Monacello” appartenente al convento dei PP. Osservanti di Santa Maria della Spina, come risulta nell’inventario dei beni appartenenti ai Luoghi Pii del “Diparto di Policastro e Mesoraca” del 29 agosto 1796.[xli]

Discendendo dalle “Montagne di Misuraca”, dove esisteva la camera riservata della “Luparella”,[xlii] e passando nelle vicinanze del luogo dove era stato posto il settantaquattresimo pilastro della confinazione silana del 1755, esistente “lungo la strada dei carri verso la marina di Cropani, a mille passi, ancora sul confine di Mesuraca”,[xliii] quest’ultima giungeva alla costa presso la foce del fiume “Crocchio”, pur essendo questo luogo solo una “spiaggia scoperta senza porto”, dove le imbarcazioni potevano incontrare serie difficoltà durante i caricamenti.[xliv]

In evidenza la foce del fiume “Crocchio”. Particolare della tavola N.° 29 (1789) della carta di G. A. Rizzi Zannoni.

 

Le “Serre”

Un documento redatto dal notaro Antonio Mercuri di Catanzaro il 4 gennaio 1678, descrivendo il confine tra i territori di Policastro e Mesoraca, mette in evidenza la localizzazione delle antiche Serre che caratterizzavano la località: “… che li divide dal piano di Carbosero una strada pubblica che salendo fino alla Colla della Fratta e per il campo di Ritorto se ne va per le Serre o creste delle Manche della Dragonera e finisce al fiume Soleo vicino Gallea e le parti di questa divisione che guardano a tramontana appartengono al territorio di Policastro comprendendo in detta parte le manche della Dragonera, di Ritorta, di S. Spirito con le Macchie e Sellette della Fratta, di Mallarotta, Manche dell’Impisi e di Cunello tutte fondenti al fiume Soleo, fiume che è di Policastro; la parte verso occidente principiando dal piano detto di Carbosero va col territorio di Mesoraca e contiene la difesa di Montano, terreni comunali, di Scorchiafava, Porco Vecchio e Manche di Pinito, cioè della Serra in su …”.[xlv]

Nella parte montana del territorio policastrese, alla fine dell’Ottocento, diversi toponimi facevano ancora riferimento alla presenza di queste antiche serre: “S.a di Mastro Alberto”, “S.a Mezzana”, “S.a S. Teodoro” e  “S.a Cosenza”.[xlvi] Quest’ultimo si riferiva alla presenza della serra posseduta dai Gesuiti di Cosenza che, secondo quanto riporta il Sisca, risultava già dismessa attorno al 1620.[xlvii] Secondo il Valente, la località “Serra di Cosenza” era attraversata dalla strada silana per Policastro e, nei suoi pressi, poteva essere identificato il luogo detto “Uomo Morto” dove, nel 1663, era stato posto uno dei pilastri confinari della Regia Sila.[xlviii]

Petilia Policastro (KR).

 

Nei porti di Le Castella e di Crotone

Oltre a essere trasportato preferibilmente alla foce del fiume Crocchio per essere estratto dalle navi, il legname prodotto nelle “Montagne” di Policastro e di Mesoraca, raggiungeva spesso anche i porti di Crotone e Le Castella.

L’approvvigionamento di legname proveniente da Mesoraca è documentato a Le Castella già nella seconda metà del Quattrocento (1486-1487)[xlix] mentre, l’importante afflusso di questa materia prima in transito nel suo porto, è testimoniato nei primi anni del Cinquecento, dal documento di reintegra del feudo del conte Andrea Carrafa dove, tra i diritti spettanti al baiulo riguardanti “tabulas”, “trabes”, ecc., troviamo sia quello relativo alla riscossione del diritto di dogana, che quelli riguardanti la vendita di legname nel suo territorio e la sua estrazione dal porto.[l]

Una “Pannetta” del 1645, invece, riguardante la “esattione” dei diritti del “Luocotenente del mastro portolano nella città di Cotrone, suo mastro d’atti, vicesecreti, credenzieri, guardiano della Dohana, credenziero generale, guardiano del porto et vicesecreto delle castelle, per li carricamenti si faranno tanto nel porto di detta città, sua giurisditione et distretto, quanto extra di quello, di qualsivoglia imbarco, così per infra come per extra”, evidenzia che il “Vicesecreto di detta Dohana di Cotrone” esigeva “per ogni carro che porta legnami, grana 2”.[li] Si riferiscono alla metà del Settecento alcune notizie di naufragi di imbarcazioni cariche di legname nelle acque vicine.[lii]

 

La “fabrica” di Crotone

La particolare importanza dei territori di Policastro e Mesoraca riguardo la produzione di legname nell’ambito del Crotonese, emerge chiaramente già verso la fine del Quattrocento quando, in occasione dei lavori di rifacimento di alcune parti della cinta muraria e del castello di Crotone, troviamo i mesorachesi particolarmente attivi nell’approvvigionare la regia fabrica di “tavule”, “trava”, e “tiyilli” (pali), che necessitavano per edificare le nuove opere murarie, di “marugii” e “intinnole”, destinati ad immanicare gli attrezzi usati dagli operai, oltre a diversi manufatti di legno come “Cati”, “barili”, ecc.

L’11 febbraio 1485 “Joanne de lo Russo de Mesorace”, fornì alla regia corte “carrata una et meza de tavoli necessarii in dicta fabrica, conperati ad rasone de tari uno et grana dece la carrata”.[liii] Sempre durante lo stesso mese di febbraio “Jo nardo de sarvello” o “Sorvello” “de Mesoraca”, fornì invece “quindichi marugii necessarii in dicta fabrica per ammarogiarese li zapponi e zappe con li q.ali se cavano li fossi”, e fu pagato alla ragione di ½ grano a pezzo incassando grana 7 ½[liv] mentre, il 12 marzo successivo, ne consegnò altri 54 ricevendo tari 1 e grana 11.[lv] Il primo maggio 1485 “bamunti de turi de mesoraca” forniva “sey Cati” alla “rasoni de grana uno et meczo luno” nonchè  “para quact.o de barili ad rasioni de grana quact.o lo barili”.[lvi]

Il mesorachese “Cola de dactolo” si segnala invece per la fornitura di tavole nel periodo a cavallo tra l’ottobre 1485 ed il marzo successivo. Il 21 ottobre fornì “Carrata una de tavule” per la spesa di tari 2, il 28 gennaio 1486 “tabule sidichi” per la spesa di tari 2 e grana 4[lvii] mentre, il 14 marzo vendette alla regia corte “tabule vinti cinq.o”, incassando tari 3 e grana 5.[lviii]

“Nucziato delo massaro de mesoraca” e “ant.o salamone de mesoraca” si segnalano invece per la fornitura di “tiyilli”. Il primo il 12 novembre 1485, fornì “tiyilli quaranta novi” “per necessario dela casa dela monitione denovo constructa”,[lix] il secondo “tiyilli Cento Cinquanta ad tari sey lo centinaro”, incassando il 20 dicembre di quell’anno ducati 1.4.0.[lx]

Più varia appare la fornitura effettuata da “Johanni lice de mesoraca” che, il 28 febbraio 1486, fornì “sei marugi per marugiare li czappi et czappuni per la marrame” incassando d. 0.0.3[lxi]  mentre, successivamente, nel mese di aprile, fornì “tabule decennovi” incassando d. 0.3.2,[lxii] “uno cato per la marrami” che gli fruttò grana 2,[lxiii] ed altre “dece tavuli” per le qualì fu pagato tari 1 e grana 17.[lxiv] Ancora nei primi giorni di giugno di quell’anno forniva “nove tavule necessarie per farise casse et bayardi”, ricevendo tari 1 e grana 13[lxv] e “dui intinnole” per il prezzo di grana 15.[lxvi]

Sempre nella fornitura di “intinnoli” si segnalano “Carlo de paterno de mesuraca” che, il 21 aprile 1486, fornì “dui intennoli dela marrami” incassando grana 15,[lxvii] “dactilo de arena de mesuraca” che il 12 maggio 1486, rifornì la monizione con “intinnoli dece” e “tiyillj quaranta”, incassando complessivamente tari 7 e grana 10[lxviii] e “fortino rotella de mesuraca” che, il 25 dello stesso mese, “per una intennola de palmi trentasei” incassò grana 12.[lxix]

Maggiori informazioni circa le potenzialità produttive dell’industria boschiva dei territori di Policastro e Mesoraca, nonché del vasto coinvolgimento della popolazione locale in questa attività, ci è fornita comunque alla metà del Cinquecento in occasione dei grandi lavori di rifortificazione della città di Crotone, quando i manuali di fabrica riguardanti il periodo 1541-1550, ci consentono di seguire passo passo gli approvvigionamenti di legname da parte della regia corte a tale scopo.

Il 6 novembre 1541 “Ber.do de pulic.o” fu retribuito “per lo preczo de 15 juvura”, che “Constaro con la vettura d. 1.3.15”[lxx] mentre, nei primi mesi dell’anno successivo, suo figlio Salvatore rifornì la regia corte con “maruchi decennovi” incassando grana 19[lxxi] e, successivamente, “maruchi decessette” per la somma di grana 16.[lxxii]

In tale frangente “franc.o putigaro de pulic.o”, fu pagato per “lo preczo de settanta sey marrugi consignati ad aurelio de ancona d. 0.1.18”[lxxiii] mentre, “Cesaro dela bruna de pulic.o”, vendette alla regia fabbrica “tabuli n.o 260”, “ad ragione de ducati quatt.o et meczo lo Centinaro”, incassando d. 11.3.15.[lxxiv]

In questo periodo, da Mesoraca, giunse anche il prezioso legname per realizzare le imbarcazioni adibite al trasporto dei materiali usati nel cantiere.

Tra la fine di giugno ed i primi di agosto, in coincidenza con la costruzione delle imbarcazione della regia corte che furono utilizzate per il trasporto della pietra, dei cantoni e di altri materiali, Stephano Militi fornì “uno paro de intinni per lo barconi”, che gli furono pagate ducati tre e grana dodici,[lxxv] più altri 10 grana successivamente,[lxxvi] “uno fallacconi servio per li banchi del barconi”, che fu pagato tari uno,[lxxvii] e 61 “fallache” pagate a grana sei ciascuna.[lxxviii] Lo stesso Stefano insieme a Bartimo lo Previti “habitanti in mosuraca”, sul finire del mese di settembre, fornì 100 “tavuli” che furono consegnate al “moniczionero” Aurelio de Ancona per il prezzo di ducati 3.4.0.[lxxix]

Nella fornitura del legname per la realizzazione delle imbarcazioni, si segnalano in questo periodo anche Ant.o Rotella et Angelo Milioti che, ai primi di luglio, conclusero un “accordio” con la regia fabbrica, ricevendo “per Caparro” ducati 2.1.0, impegnandosi così a portare a Crotone durante tutto lo stesso mese di luglio, “dui intinni” per carlini 25, 21 “fallachi” al prezzo di “ducati sey lo Cintinaro” e uno “fallacconi” per grana 8[lxxx]  mentre, “ad conplimento de sua rata per lo partito fatto per li intinni del barconi”, i due ricevettero ulteriori grana 10.[lxxxi]

Carpentieri al lavoro.

 

Un napoletano di Policastro

Nel corso dei primi mesi del 1542 Petro d’Ayello “de napoli sta in pulic.o”, si distinse nella fornitura di “tabuli” alla regia corte facendo buoni affari.

Il 16 febbraio 1542 ricevette “scuti deche et sonno in parti de ducati vinti per lo preczo de tabuli Cinq.o cento ad ragione de ducati quattro lo Centinaro promise conducere ditti tabuli per tutto lo mese de aprile prossimo futuro dico d. 11.0.0”[lxxxii] mentre, l’otto maggio di quell’anno “ad complim.to de tab(u)li 500 consignati al detto monittionero”, incassò i restanti ducati 9.0.0.[lxxxiii]

 

Il ponte del castello

Da alcune note di pagamento relative all’acquisto nel legname necessario, siamo a conoscenza del fatto che, in relazione ai propri obblighi, l’università di Policastro era tenuta a provvedere riguardo il materiale per la realizzazione del ponte e della porta del castello di Crotone.

Agli inizi di aprile del 1542, Luca Chepparroni o Chepperrone “mastro jurato de pulic.o”, ricevette la somma di ducati 11 “in parte delo legname neces.o delo ponti et porta delo castello de cotroni d. 11.0.0”[lxxxiv] mentre, agli inizi dell’estate successiva, fu provveduto al taglio degli alberi necessari “in lo bosco de pulic.o”.

Alla fine di giugno di quell’anno, infatti, lo spagnolo “Joanne de madril comp.o de castello, et com.rio deputato in lo far taglare et condure lo legname neces.o al ponte et porta del ditto castello”, insieme a Jo: Francisco Thesaurere de Cotroni “guastaligname” o “Quasta legname”, furono impegnati per dieci giorni “per vidire et signare detto ligname in lo bosco de pulic.o”, con una retribuzione di “grana xv lo jorno”.[lxxxv]

Per quanto riguarda invece altre forniture di questo periodo per altri usi, sempre agli inizi del mese di maggio del 1542, Bartolo de Luca di Policastro e Martino de Liotta di Mesoraca  s’impegnarono a rifornire la regia corte con “Cento fallacche de palmi 15 launa ad r.e de d. x lo cent.ro”, “condutti in la regia frabbica” ricevendo, “in parte de pagamento”, ducati 5.2.10[lxxxvi] e, dopo qualche giorno, consegnavano le prime “Quaranta fallacche” ricevendo ulteriori “scuti dui”.[lxxxvii] L’undici di giugno, Bartolo de Luca ne consegnava altre cinque ricevendo ducati 0.2.10,[lxxxviii] ma non risulta che la fornitura fu ultimata.

Ai primi di giugno del 1542, mastro Cesare Bruno di Policastro rifornì la regia corte con 160 tavole: “Ad m(ast)ro ces.o bruno de polic.o per lo preccio de tabuli 160 consignati ad aurelio de ancona monittionero hanno servuto per ditta palacciata de ditto spontoni (Villafranca ndr.) se sonno pagati ad r.e de d. 4 lo cen.ro dico tabuli n.o 160 d. 6.4.0”.[lxxxix]

Le parti in legno che costituivano la porta, il ponte e i “rastelli” dell’ingresso del castello di Crotone, in una ricostruzione di Vincenzo Spagnolo.

 

La “ligname” di Mesoraca

In relazione al continuo bisogno di notevoli quantità di tavole, travi e “tiyilli” da usare nel cantiere di costruzione delle nuove opere in corso di realizzazione, durante la primavera del 1542 la regia corte provvedette a ordinare l’approvvigionamento di tutto il legname da costruzione necessario, incaricando Aristotile Briczi “per fare fare tanta ligname in mesoraca per ser.o dela dicta frabica”.[xc]

Ai primi di maggio Aristotile Briczi riceveva complessivamente ducati 11.3.10 “ad Complim.to delo infrascripto ligname”: “octo peczi de trava de czappino de palmi 30 luno ad Carlini 12 ½ luno”, 200 “tiyilli” “ad carlini vinti sey lo cen.ro” e 30 “intinni de barca” a “grana 25 luna”.[xci] Lo stesso Aristotile, l’otto di giugno riceveva ducati 0.4.10 per aver fornito 100 “marrugi per servitio de le ferramente dela regia frabbica”.[xcii]

Sempre ai primi di maggio Cicco Venincasa fu pagato per la fornitura di 55 “tiyilli” (duc. 1.1.1 ½), Ambrosio Campanaro per 50 “tiyilli” (duc. 1.1.0), Febbio Cropanisi “in parti de pagam.to de Cinquanta tiyilli” (duc. 0.3.0) e Carazulo delo Russo per 4 “arboretti de barca” (duc. 1.1.0),[xciii] mentre, il 22 dello stesso mese, Martino de Liotta ricevette ducati 2.1.5. per aver fornito 100 “fallacche”.[xciv]

In questo periodo “in la serra de mosoraca”, si segnala la presenza di alcune maestranze specializzate “dela turri de spatula” che, lavorando in loco il legname, fornirono al “monitionero” della regia corte 20 “verteri” e 20 “juvura”, oltre a 10 carri completi “con le rote et assi”.[xcv] Ai primi di settembre tali maestranze che facevano capo ad Honorato de Luca, erano ancora presenti sul posto, provvedendo a rifornire la regia corte di 96 “tabuli”[xcvi] e successivamente, di altre 64 alla ragione di ducati 4 al centinaio (d. 2.2.16).[xcvii]

Per quanto riguarda invece il legname che serviva per l’armatura delle fondazioni, ai primi di luglio Pet.o Angelo Campanaro ricevette ducati 2.1.0 per aver fornito 5 “peczi de trava” o “travotti” alla “regia frabbica”.[xcviii] Cola de Arena fornì “due p.e de trava” (d. 0.4.10),  Jo: Ger.mo de Stefano “p.e cinque de trava” (d. 1.1.7), e Ger.mo Rotella “uno p.o de travo” (d. 0.3.10).[xcix]

Tali forniture si evidenziano anche alla fine di agosto, quando Tadeo de Paterno fu pagato per aver fornito 50 “tiyilli” (d. 1.1.0), mentre Costantino de Taberna “de mosoraca” fornì 150 “Circhi” (d. 2.0.10) ed Agazio de Cara “pecze Quatt.o de trava” (d. 2.0.0).[c]

Sempre alla fine di agosto, Stefano Milito concludeva con la regia corte l’accordo per una fornitura di 500 “tabule” alla ragione di 4 ducati al centinaio, e di 200 “fallache”, “de palmi 15 luna et palmi uno de larghecza”, alla ragione di 13 ducati al centinaio, impegnandosi a portarne 50 per sorte “omni luni”. Lo stesso Stefano, l’ultimo di agosto, ricevette “in conto” del suo pagamento scudi 10, garantendo la fornitura anche di “tini arbori et Circhi”.[ci] In tale frangente Joanni Camp.ro fornì “pecze tre de trava” (d. 1.1.0),[cii] mentre Alex.o de Cara fornì “uno travo” (d. 0.3.0).[ciii]

Ai primi di novembre Joanne Camp.ro fornì “per accordio” 50 “tiyilli” ricevendo d. 1.2.0[civ] mentre, attorno alla metà del mese, altri 100 “tiyilli” furono forniti da Petro Angelo Campanaro che ricevette d. 2.4.0.[cv]

Per soddisfare i bisogni della fabrica, ai primi di dicembre il commisario Joannes de Madril partì da Crotone “per comperare in mosoraca tanti tiyilli per ditto servitio”.[cvi] Sul finire del mese Petro angelo “de mosoraca” fornì 74 “tiyilli” ed  “uno travo” (d. 1.4.5),[cvii] Antonino Gattu “per accordio” 40 “tiyilli” (d. 0.4.8),[cviii] e Joanne de Cara “tre trava”(0.4.0).[cix]

Sul finire dell’anno Petro Vaccaro “de figlini sta in polic.o” si distinse invece nella fornitura di tavole. Il 25 ottobre 1542 fu retribuito “per lo preccio di 36 tabuli consignati al monittionero ad r.e di d. 4 lo cen.ro d. 1.2.4”[cx] mentre, il 14 novembre 1542, in società con “Simoni minardello de taberna”, incassò ducati 7.2.2 “per lo preccio de tabuli 186 consignati al ditto monittionero per lo ditto ser.o ad r.e de d. 4 lo cen.ro”.[cxi]

Abitazioni utilizzate dai braccianti in Sila durante la bella stagione.

 

Nuovi accordi

Anche se agli inizi del 1543 troviamo ancora alcuni policastresi tra i fornitori di legname della fabrica di Crotone, specialmente di tavole, la documentazione successiva evidenzia che, nel corso di quella primavera, tutto questo importante commercio passò completamente nelle mani dei loro colleghi di Mesoraca.

Il 15 gennaio 1543 “Angelo monaczo et comp.o de polic.o”, fornirono alla corte “tabuli cento Cinq.ta otto, ad r.e de d. 4 lo cen.ro” incassando d. 6.1.12[cxii] mentre, ai primi di aprile, “yanni zagaria de polic.o” consegnò al monizioniero “Quatt.o jubura” per la somma di d. 0.0.16.[cxiii] Il 23 aprile 1543 “micheli marineulo de policastro”, fu retribuito “per lo preccio de Cinque Intinnoli” “ad grana 12 luno so d. 0.3.0”[cxiv] mentre, la settimana successiva, ne consegnò altre tre ricevendo d. 0.2.5.[cxv] Lo stesso giorno, “Simoni marineulo de polic.o” incassò ducati 2.1.8 “per lo preccio de tabuli n.o 69 ad scuti tre lo centinaro” e ducati 0.2.0 “per uno travo”.[cxvi]

Successivamente a questa data, non riscontriamo ulteriori forniture di legname realizzate da altri policastresi, mentre solo nel marzo del 1546, troviamo che il “not.o franc.o de venturo de polic.o”, fornì 211 “tabuli” alla regia corte “ad r.e de scuti tre lo cen.ro d. 6.4.16”.[cxvii] Sul finire del 1550, invece, “pet.o de maria de poli.o” fornì “peze dui de trava de palmi 25 luno” per la somma di d. 1.0.0.[cxviii]

In base alla stipula di nuovi accordi, invece, da questo momento in avanti, il rifornimento del legname necessario al proseguimento dei grandi lavori fu assicurato dai mesorachesi. Ai primi di gennaio del 1543, Joannello de Cayvano et Alfonso Maurichi stipularono un contratto con la regia corte del quale “ne appare cautela in potere de not.o gregorio mele de Cotroni”, che li impegnava a fornire 100 “trava” per la somma di ducati 60. Travi che dovevano essere condotte alla fabrica la metà, entro il primo del prossimo mese di aprile e l’altra metà, entro la fine di giugno.[cxix]

Sempre ai primi del mese, Joannes de Cara et Ces.o de Lisia de mosoraca, ricevettero ducati 1.2.16. “per lo preccio de tabuli trenta nove ad r.e de d. 4 lo cen.ro”, mentre Cola Rotella “et compagni de mosoraca” fornirono 11 “trava” ricevendo ducati 6.3.15, e Rugerio Dandali 50 “tiyilli” incassando ducati 1.1.0.[cxx]

Nelle forniture di legname di questo periodo si distinsero anche Pet.o Angelo Camp.ro, che portò alla regia fabrica “uno arbore dui intinni, et sey tiyilli” per la somma di ducati 0.4.15., mentre Ant.no Gattu consegnò al “monittionero” 25 “tabuli” per ducati 1.0.0.[cxxi]

La famiglia di un bracciante silano.

 

Il lavoro aumenta

L’intensificarsi dei lavori a partire dalla primavera del 1543 e la contemporanea esclusione delle forniture provenienti dal territorio di Policastro, determinarono un conseguente maggiore afflusso delle forniture da quello di Mesoraca.

Minico Dandali fornì 50 “tiyilli” (d. 1.0.0), Scipio Mancuso 317 “marruggi” (d. 2.1.3) e Luca de Priano 292 “marrugi” (d. 2.0.4).[cxxii] Minico de Granata fornì “trava n.o tre de palmi 21 luno et di palmi 32 li dui” (d. 1.3.0),[cxxiii] Paulo Rotella “Quatt.o trava” (d. 1.3.0),[cxxiv] e Paulo Cherrello “uno peczo de travo” (d. 0.3.0).[cxxv] In evidenza anche il solito Aristotili Briczi che fornì 22 “vertere de Carretti” alla ragione “de Carlini due la una” (d. 4.2.0) e 30 “marugi de czappe de calce” a grana 6 l’uno (d. 1.4.0).[cxxvi]

Anche per reperire il legname necessario alla costruzione della centina realizzata per sostenere la grande volta che caratterizzava il baluardo Don Pedro, la regia corte si rivolse ai suoi fornitori di Mesoraca.

In tale occasione, già il 6 febbraio 1544, la corte aveva stipulato “partito” con Alfonso Maurichi “de mosoraca”, per la fornitura di 37 “travi” per un prezzo complessivo di ducati 50. Somma che sarà saldata al Maurichi “ad complim.to”, attraverso un ultimo pagamento di ducati 4.3.12 agli inizi di luglio del 1546. Data che segna, evidentemente, l’ultimazione della fornitura.[cxxvii]

Il 2 agosto 1545 Alfonso Maurichi “et comp.o de mosoraca”, in ragione di aver “fatto partito” con la regia corte “de p.e n.o 35 de trava ad r.e de car.ni 6 lo peczo”, ricevevano la somma di ducati 21.0.0.[cxxviii] Nei primi giorni del 1546, però, il pagamento relativo a tale contratto non era stato ancora completamente onorato da parte della regia corte, così il “monittionero” Aurelio de Ancona di Crotone, accompagnato da un “famiglo”, si era dovuto recare a cavallo “in mosoraca ad sollicitare quello che fice lo partito dele trava et per fare venire più sorti de legname”, rimanendo lontano da Crotone per tre giorni.[cxxix]

In tale occasione “lo dicto alfonso” ricevette la somma di ducati 10.4.0 relativa al saldo del vecchio “partito” delle 35 “trava”, mentre ne stipulò uno nuovo “de p.e n.o 40 de trava de palmi 32 a ditta r.ne de car.ni sey lo peczo”, per un totale di ducati 24, che s’impegnava a portare alla “frabica” entro la fine del prossimo mese di febbraio. Relativamente a ciò, ricevette ducati 12.0.0, mentre altrettanti li incasserà alla fine di marzo.[cxxx]

Tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo anno ritroviamo anche Loysio de Pucchio, che vendette 5 “cati” alla regia corte (d. 0.1.5.),[cxxxi] mentre Antonio Rotella fornì “dui trava” (d. 0.4.10).[cxxxii]

 

Richieste altalenanti

Condizionate dall’andamento altalenante dei lavori, le forniture di legname provenienienti da Mesoraca proseguirono a rilento durante il corso del 1546, per arrestarsi quasi del tutto nel corso dei due anni successivi.

Tra gli inizi di marzo e quelli di maggio Cola Franc.o de Grimaldo fornì 200 “marrugi” (d. 1.2.10),[cxxxiii] Loysio de Pucchio 18 “cati” “ad r.ne de grana 5 lo cato” (d. 0.4.10),[cxxxiv] Aristotile Briczi 157 “marugi” (d. 1.0.17 ½),[cxxxv] Colangelo Militi 44 “tabuli”, “ad r.e de car.ni 30 lo cen.ro per adcor.o” (d. 1.1.12),[cxxxvi] Scipione Schipano 4 “trava” (d. 2.0.0),[cxxxvii] e Antonio Dandali 31 “tabuli” (d. 0.4.13).[cxxxviii]

Nel corso di settembre Ber.no Grano fornì 49 “tiyilli” (d. 1.4.18),[cxxxix] mentre Alfonso Pifano 5 “verteri de Carrecta” (d. 0.1.10).[cxl] Altre 5 “vertere de Carretta” le fornì Alfonso Maurichi ai primi di novembre (d. 0.1.10),[cxli] mentre Paulo delo Russo fornì 41 “maruggio” “ad ragione de car.ni 7 ½ lo cen.ro” (d. 0.1.10 ½ )[cxlii] e Alfonso Pifano 50 “tiyilli” (d. 1.1.0).[cxliii]

Verso la fine dell’anno Franc.o de Grimaldo “et comp.i de mosoraca” fornirono “p.e n.o 27 de trava” (d. 17.4.0),[cxliv] mentre lo stesso Grimaldo fornì anche 153 “Marrugi” per la somma di ducati 1.0.15.[cxlv]

Nei primi giorni del nuovo anno 1547, Alexandro Buccuto fornì “una vertera de Carretta” (d. 0.0.8),[cxlvi] Cicco Tassitano 200 “Circhi” (d. 3.2.10) e 47 “marugii”(d. 0.1.15)[cxlvii] e Vattimo delo Previti 98 “taboli” (d. 3.2.3).[cxlviii]

Il trasporto del legname mediante i buoi, dai luoghi di taglio a quelli di accumulo nelle montagne di Petilia Policastro (dal filmato “Industria Forestale in Italia”, Archivio Cinematografico Luce).

 

Una decisa ripresa

L’ultimo anno del periodo documentato evidenzia una ripresa delle forniture di legname provenienti da Mesoraca.

Agli inizi di settembre 1549 Stefano Meliti fornì 50 “tabuli” (d. 0.4.7 ½),[cxlix] mentre altrettante ne consegnò Battimo lo Previti alla fine del mese (d. 2.2.10).[cl]

Ai primi di ottobre Paulo Militi et Ber.no Admerato fornirono “peczi n.o 50 de Trava de palmi 30 l’uno” “ad r.e de Car.ni sey lo peczo sono d. 30.0.0”,[cli] mentre Cola Tassitano rifornì la regia corte con 200 “Chirchie” (d. 3.1.10)[clii] e Marino de Puccio et Demo Surraca vendettero 9 “Cati” (d. 0.2.5).[cliii]

Alla metà di ottobre, affittato per “sey jorni” “uno Cavallo” da Antonello la Nocita de Cotroni, il “monicionero” andò “ad mesoraca per conperare detti legnami”.[cliv]

La missione del “monicionero” riguarda l’approvvigionamento di “tiyilli”. Infatti, tra i primi del mese successivo e quelli di dicembre, 90 “tiyilli” furono forniti da Angelo Catan.ro (d. 2.3.10),[clv] 198 da Pet.o Angelo Camp.ro (d. 5.4.14),[clvi] e 120 da Paulo Militi (d. 3.3.0).[clvii]

In questo stesso periodo m.o Loisio de Puccio vendette alla regia corte complessivamente 14 “cati” ricevendo ducati 0.1.5 il 24 novembre, e d. 0.2.5 il 22 dicembre.[clviii]

Ai primi di gennaio 1550 Paulo Rotella fornì “pezi n.8 de trava de palmi 25 luno d. 3.1.0” ed “una vertera de Carretta” (d. 0.0.10), mentre Pet.o Angelo Camp.ro fornì “uno travo de palmi 25 d. 0.2.0” e 20 “tiyilli” (d. 0.2.0).[clix] Battimo delo Preyte fornì 100 “tabuli” (d. 3.2.10) e “quatt.o verteri de Carretti” (d. 0.2.10 o d. 0.2.0.), mentre Cola Tassitano fornì 200 “marugii” (d. 1.3.0).[clx]

Ai primi di febbraio Andria de Tristaino fornì “quatt.o pezi de trava de palmi 30 luno” (d. 2.2.0),[clxi] mentre Battimo delo Preite fornì 12 fallache (d. 3.0.0),[clxii] ed alla metà di marzo, “quatt.o fallache de farna” (d. 1.0.0).[clxiii] Lo stesso Preite fornì altre 4 fallache “de farna” alla fine del mese (d. 0.2.0).[clxiv] Ai primi di marzo Ant.no de Tristaino fornì “trava otto de palmi 27 luno” (d. 4.3.0)[clxv] mentre Vest.o de Lameria 66 “marugii” (d. 0.2.13).[clxvi] Alla fine di marzo Cicco Lici fornì “dudici Cati” (d. 0.3.0).[clxvii]

Nel corso dell’estate spiccano le forniture travi fornite da Alfonso Pifano “de mesuraca”.

Ai primi di giugno Alfonso Pifano fu pagato per aver fornito 14 “trava”, 8 “de palmi 35” e 6 “de palmi 25”, incassando d. 9.0.0.[clxviii] Ai primi di giugno lo stesso Pifano fu pagato per un’altra fornitura di 47 “trava” di cui 17 “de palmi 24”, 6 “de palmi 30”, 2 “de palmi 33”, 11 “de palmi 28”, 4 “de palmi 25”, 5 “de palmi 27” e 2 “de palmi 40”, incassando ducati 24.1.0.[clxix]

Ai primi del mese successivo lo stesso Alfonso fu pagato “per lo prezo de trava n.o 26” di cui “p.i 18 de palmi 35”, “p.i 5 de palmi 40”, “p.i 2 de palmi 30” “et p.o 1 de palmi 25” incassando in tutto d. 22.1.10.[clxx] Ancora il Pifano nel corso di luglio fu pagato per aver fornito “pezi tre de trava de palmi 40 et unalt.o de palmi 35” (d. 4.3.5).[clxxi]

Ai primi di agosto sempre il Pifano fu pagato “per pezi 12 de trava de palmi 40 luno ad r.ne de Car.ni 13 lo peczo” (d. 15.3.0), mentre “per lo prezo de p.i 6 de trava”, 3 “de palmi 25 ad Car.ni Cinque lo pezo” e 3 “de palmi 35 ad r.ne de car.ni 7 ½ lo pezo”, incassò complessivamente d. 3.3.15.[clxxii] Alla fine di agosto Alfonso Pifano fu pagato “per lo prezo de pezi nove de trava li dui de palmi 35” e 7 “de palmi 25” (d. 5.0.0) e “per pecze dece de trava de palmi 40”  (d. 13.0.0).[clxxiii]

Alcune travi furono fornite anche da Ber.no Admerato che, ai primi di giugno, fu pagato “per lo prezo de trava n.o 20 de palmi 30” (d. 12.0.0),[clxxiv] mentre Battimo delo Preite fu pagato per “otto pedi de porta de Castag.a” (d. 1.1.0.)[clxxv] e Cola de Andalo fu pagato per “Cento tiyilli” (d. 1.4.10).[clxxvi]

Alla metà di luglio, Cola Tassitano fu pagato “per lo prezo de chirchie n.o 100” (d. 2.0.0) e per la fornitura di 200 “marugii” (d. 1.4.0).[clxxvii] Alla metà di agosto lo stesso Tassitano fu pagato “per lo prezo de Cento chirchie et 150 marugii” (d. 3.1.0)[clxxviii] mentre, ai primi di ottobre, fornì altri 100 “marugii” (d. 0.4.0).[clxxix]

Alla fine di agosto Cola Guerrere fu pagato “per tabuli n.o 24” (d. 0.4.0),[clxxx] e ai primi di ottobre “per lo prezo de vinti vertere de Car.tti” (d. 2.0.0).[clxxxi]

Nei mesi di novembre e dicembre m.o Luisio de Puccio fornì “cinque cati” (d. 0.1.5),[clxxxii] mentre altri 12 li fornì Cicco Lico (d. 0.3.0).[clxxxiii]

Alla fine di novembre Jo: M.a delo Russo fornì 55 “tiyilli” (d. 1.1.1) e 2 “peze di trava de palmi 35 luno” (d. 1.2.10).[clxxxiv]

Il trasporto del legname mediante i buoi, dai luoghi di taglio a quelli di accumulo nelle montagne di Petilia Policastro (dal filmato “Industria Forestale in Italia”, Archivio Cinematografico Luce).

 

La serra della corte di Policastro

La presenza della “Serra” della “Corte” tra le entrate del feudo di Policastro è documentata già durante la prima metà del Quattrocento quando, al tempo della sconfitta di Antonio Centelles, la terra passò in demanio regio e fu amministrata da funzionari regi. In tale frangente, tra “Le Entrate che so a le Terri che foro de lo Marchese che so ancora in potere de la Corte”, si evidenzia: “Policastro, la ballya et la serra D. XXX”.[clxxxv] Durante la seconda metà del secolo, il Sisca, menzionando documenti dell’Archivio di Stato di Napoli, registra l’ordine dato al tesoriere di Calabria di esigere i pesi fiscali di Policastro per le Serre locali (1470-1471).[clxxxvi]

Queste compaiono successivamente, in occasione del relevio presentato da Galeotto Carrafa per la morte dello zio Andrea (1526) dove, tra le entrate “In denari” della “Terra de Policastro”, troviamo quella relativa a “la serra de la Comital Corte” che, dopo la Bagliva e la Mastrodattia, costituiva la terza maggiore entrata della corte (duc. 20.0.0), al pari de “lo herbaggio” del feudo di Monticello.[clxxxvii] Successivamente però il possesso di queste serre passò in potere della Mensa Arcivescovile di Santa Severina.

In relazione alle vicissitudini che riguardarono le vicende di Policastro dopo il suo ritorno in demanio regio (1568), a causa dei debiti contratti per comprare tale condizione, l’università fu costretta a cedere le sue entrate feudali, senza però riuscire a venire a capo della sua posizione debitoria, cosa che la rese incapace di far fronte alle incombenze. Fu così che, in occasione di una controversia che l’oppose all’arcivescovo di Santa Severina, in merito al diritto di quest’ultimo d’esigere il pagamento delle decime da parte dei cittadini, relative al pascolo delle pecore nel suo territorio, l’università alienò illegittimamente alcuni beni feudali in favore della Mensa Arcivescovile.

La movimentazione del legname su carrelli ferroviari nelle montagne di Petilia Policastro (dal filmato “Industria Forestale in Italia”, Archivio Cinematografico Luce).

 

Un’acquisizione contrastata

Le vicende di questo passaggio sono ripercorse in una lettera del 4 marzo 1663, mediante la quale l’arcivescovo Francesco Falabella, scrivendo a D. Dom.co Cepale, vicario foraneo di Policastro, evidenziava che, in passato, “la Difesa chiamata della Serra di q(ue)sta Mensa Arciv(escov)ale” era pervenuta alla detta Mensa “insieme” con la gabella di “S. Jannello”, per assegnazione fatta dall’università di Policastro, in relazione alla transazione stabilita con quest’ultima relativa alle decime dovutegli ma non pagate.[clxxxviii]

Tale transazione, intervenuta nel perodo 1571-1572,[clxxxix] al tempo dell’arcivescovo Giulio Antonio Santoro, fu evidentemente molto contrastata. Ce ne fornisce testimonianza una platea di questo periodo, relativa a tutti i redditi, censi e beni pertinenti alla Mensa Arcivescovile di Santa Severina posti in territorio di Policastro, compilata dal giudice Hieronimo Faraco e dal notaro Giovanni Berardino Campana di Policastro, su richiesta di D. Giovanni Antonio Grignetta, procuratore generale dell’arcivescovo di Santa Severina. In tale documento, che riporta una data priva di giorno e mese, con la correzione dell’anno da 1579 a 1576, non si fa menzione di questo possedimento, mentre risulta quello della “gabella di Santo Giovanni in Monticello, quale è proprio dell’Arcivescovato”.[cxc]

Gli atti del notaro apostolico Marcello Santoro di Santa Severina evidenziano, comunque che, a quel tempo, l’arcivescovo era già entrato in possesso della serra appartenente al feudo di Policastro, quando gli impianti disponevano già di una “defesa”, ossia di una estensione di terreno sottratta all’esercizio degli usi civici dei cittadini, mediante la realizzazione di fossi, siepi, steccati, ecc. dove, attraverso la distruzione del bosco mediante il fuoco (“Cesina”),[cxci] erano stati creati appezzamenti che potevano essere seminati o piantati con alberi da frutto,[cxcii] distinti dai luoghi in cui pascolavono i buoi degli affittuari dell’industria, i quali usavano gli animali per la movimentazione del legname dai luoghi di taglio a quello di lavorazione.

Il 9 ottobre 1581 X.a indizione, in Santa Severina, il “D(iac)onus Joannes petrus papaianne” di Policastro, procuratore dell’arcivescovo di Santa Severina, “con tutte le francheze inmunità gagii et emolumenti soliti et che l’ha affictata et tenuta monsig.e R.mo L’anno passato”, affittava a “Jac.o alberti Scipione Cervo et Scipio Catan.ro” di Policastro, “in solidum”, “La serra dela menta de polic.o de la mensa arch(i)e(pisco)p(a)le” per tre anni continui, incominciando dal primo di settembre  dell’anno in corso e terminando all’ultimo di agosto della XII.a indizione, per il prezzo di ducati 100 in carlini di argento da pagarsi “nella fera de molera”, corrispondendo la prima “paga” “a molera p.o futuro xi ind.s”.

Contestualmente, il Papaianni vendeva ai tre affittatori “in solidum”, anche “dudici bovi cosi come si trovavano al p(rese)nte”, per la somma complessiva di ducati 192 alla ragione di 16 ducati l’uno, che questi s’impegnavano a pagare all’arcivescovo nell’arco del triennio di affitto a cominciare da “molera p.o futuro xi ind.s 1582”.

I tre affittatori, inoltre, s’mpegnavano alla scadenza a “lasciare et restituire la p.ta serra con la foglia e lima et in or.ne cosi come declarano havela recep.ta al p(rese)nte” mentre, da parte sua,  il procuratore prometteva di “farli bona detta serra da ogne contradecente persona t(r)anquilitate et cum Refozione etiam dannorum et de più le promette far loro bona Tutta la spesa che faranno per la foglia e lima seu ferri che faranno per questo anno tantum p(er) acconcio et ben.o de detta serra et conpitarcila allo p.to afficto”, “Et de piu, li fa bona la defesa dela mides.a serra per pascere et e solito pascere le bovi con li midesimi ragioni francheze et inmunità soliti ca detto monsig.e le tene e possede”.[cxciii]

I contrasti nei confronti dell’arcivescovo di Santa Severina da parte dei policastresi, comunque, non si arrestarono. Come riferisce il Sisca, al tempo dell’arcivescovo Pisani (1587-1623), la lotta per accaparrarsi lo sfruttamento delle risorse boschive, e le limitazioni imposte all’esercizio degli usi civici dei cittadini nell’ambito delle montagne di Policastro, generò una contoversia tra l’arcivescovo e l’università, nel cui territorio “era anche un feudo che ab immemorabili apparteneva alla Mensa arcivescovile e anche ora è chiamata la Menta”, che l’arcivescovo fittava “per 60 ducati all’anno permettendo il solo taglio di piante per correnti, travi, assicelle, ecc.”.

Agli inzi del 1622, a seguito dell’azione dell’università di Policastro e dei provvedimenti del Consiglio Collaterale, il capitano di Policastro interdì il taglio del legname nella Serra della Menta mentre, da parte sua, spalleggiato dagli affittatori, l’arcivescovo minacciò la scomunica di tutti coloro che evessero appoggiato tale azione, compreso il detto capitano, il quale si difese affermando di essere “mero esecutore di quanto mi viene ordinato dal Consiglio Collaterale … e non sta a me dichiarare o interpretare la mente del Consiglio superiore … se Monsignore tiene scritture per le Serre le mostri ai superiori”.[cxciv]

La questione rimaneva ancora aperta alla fine del secolo quando, nella sua relazione del 1686, in merito alle occupazioni e al possesso illeggittimo di alcuni beni feudali esistenti in Policastro, l’avvocato Giuseppe Domenico Andreoni, visitatore di Policastro per parte della corte medicea, rilevava che: “V’è parimenti un’altra tenuta demaniale di fatto, senza R. Assenso e perciò indebitamente tenuta dall’Arcivescovo in ricompensa di certe decime per gli animali minuti; comunque tale effetto feudale si potrebbe bonariamente recuperare”.[cxcv]

Un accenno alla vicenda si rileva anche nel Mannarino agli inizi del Settecento: “… dategli in cambio di quelle comunità, ed’altre più antiche rendite della sua Chiesa Vescovile soppressa a tempo di Gregorio IX, ed incorporate in conseguenza a quell’Arcivescovile medesima, se bene altri dicono che molto tempo dopo le fossero assegnate per l’immunità che pretendero i Cittadini delle solite decime annuali ecclesiastiche.”[cxcvi]

La movimentazione del legname su carrelli ferroviari nelle montagne di Petilia Policastro (dalla pagina fb MeSoRaCa).

 

Una nuova serra

In relazione alla notevole importanza che l’industria del legname rivestiva ancora per l’economia del territorio in questo periodo, nel corso della prima metà del Seicento il feudatario di Policastro realizzò una nuova serra. Questa si trovava sempre lungo il corso del fiume Soleo, ma più a valle rispetto all’altra, all’interno della difesa detta “la destra della Serra”, nel luogo nominato “Macinello”, posto poco a monte del ponte su cui transitava la via che conduceva al monastero degli Osservanti di Santa Maria della Spina.

Secondo quanto riporta il Sisca, questa “Era l’unica Serra che allora funzionava in quanto l’altra dei Gesuiti di Cosenza da due anni aveva cessato la sua attività e si stava riparando, mentre quella della R. Corte era dismessa da molti anni.”[cxcvii]

Testimonia di questa attività un atto del 27 settembre 1621, attraverso cui si stipulavano i patti stabiliti tra Gegnacovo de Torres e Gerolimo Cosentino di Policastro, da una parte, e Salvo Galletta e Fran.co Villari della città di Messina dall’altra.

I detti Gegnacovo e Gerolimo “insolidum”, vendevano ai detti Salvo e Fran.co 15.000 tavole delle “serre di detta Città di policastro, et sile di qualsivoglia altra serra”, ovvero: 5000 tavole di “pino vutulluso”, 5000 tavole di “apite”, 2500 “scartature seu refute sitante ne corressiro”, e 2500 “delle piccole tanto di pino come di apite” ad arbitrio dei detti venditori.

Si pattuiva che le tavole fossero “di longhezza, larghezza et misura conforme le misure solite, et consuete della terra di Cropani”, e “non habbiano di essere sbaccate più di un palmo, non fracide, ne nigre, ne Camolate, ne scalidate, ne cipollose”, consegnate “a bordo di barca”, “nella marina della terra di Cropani ò terr.o di Taverna”, ovvero alla “marina di Cropani ò di taverna” ad elezione dei venditori.

Per quanto riguardava i tempi della consegna, si pattuiva che 5000 tavole sarebbero state consegnate entro il 30 luglio del 1622, e le restanti 10.000 per l’ultimo di ottobre del detto anno, cominciando ad effettuare le consegne dal primo di giugno.

In relazione ai diritti fiscali, nell’ambito del “partito” fatto con il “Capitan” Lutio Oliverio, gli acquirenti s’impegnavano affinchè un loro ricevitore, pagasse rata per rata le dette tavole ricevute e trasportate dai “Carreri” a carico dei venditori, dividendo la spesa a metà tra detti Gegnacovo e Gerolimo e detti Salvo e Fran.co.

Per quanto riguardava il prezzo, le tavole “grandi, et bone” sarebbero state pagate a ragione di ducati 13 per ogni 100, le “refute” a ragione di ducati 7 e ½ per ogni 100 e le “piccole” a ragione di ducati 7 per ogni 100.

I pagamenti sarebbero stati effettuati da detti Salvo e Fran.co nelle città di Montelione, Cosenza o Napoli ad elezione dei venditori. In conto delle dette tavole, gli acquirenti s’impegnavano a pagare ai detti venditori ducati 700 per tutta la metà di Febbraio, e il restante a completamento della consegna pagando “varcata p(er) barcata”. In caso di “Impedim.to Reggio” al taglio del legname, i venditori si esoneravano da ogni conseguenza.[cxcviii]

Il 28 marzo 1631, in occasione della presentazione nella R. Camera della Sommaria, del relevio da parte di Francesco Greco, procuratore nominato dall’Ill.mo Marchese di S. Giuliano, balio e tutore di D. Horatio Sersale, “pronepote et herede universale della quondam D. Aurea Morano”, morta il primo giugno del 1630, tra le entrate feudali di Policastro compare anche quella della “Serra”.

Questa, assieme a tutti gli altri feudi posseduti dalla detta D. Aurea, era stata affittata dall’anno 1627 a tutt’agosto 1631, ad Alfonso Campitelli di Policastro per ducati 700 annui, affitto che comprendeva anche alcuni corpi burgensatici propri della baronessa.[cxcix]

A seguito dei gravi danni subiti durante l’inverno del 1637, questa serra fu completamente ricostruita da parte del dottore Mutio Giordano di Policastro, che deteneva in affitto le entrate baronali.

Un atto del 13 maggio 1638 c’informa che, nei mesi passati, tra “mastro” Nardo Diodato, Thomaso Paladino e Ciccio Cosco della “Città” di Taverna, da una parte, e il dottore Mutio Giordano, affittatore dell’entrate baronali di Policastro, agente assieme al dottor Felice Massaro, procuratore del Signor Marchese di Sangiuliano, “balio” del Sig.r D. Horatio Sersale, “barone di dette Intrate baronali”, dall’altra, era stato convenuto di realizzare “una Serra nova di serrare ligname d’ogni sorte et p(ro)p.o et proprio quella di detto Signore D. Horatio posta sopra lo ponte di Santa maria la spina dove se dice la destra della Serra che si sfice questo inverno per revolture di venti, et maltempi”.

All’attualità, il detto mastro e compagni, per “fattura di detta Serra, et portatura de ligname, Cavam.to”, comprese tutte le altre spese necessarie, ma escluso “li ferri bisognano in detta Serra”, ricevevano ducati 84 consegnando la detta serra “serrante” ai detti dottori Mutio e Felice, che si dichiaravano completamente contenti e soddisfatti “della fattura di detta Serra”.[cc]

Circa un decennio dopo, il 21 novembre 1648, il duca di Belcastro D. Oratio Sersale, cedeva al D.r Mutio Giordano di Policastro, il vignale di capacità di circa nove tomolate, posto nel territorio di Policastro dove si dice “Galioti, seu feudo suprano” mentre, a sua volta, il detto D.r Mutio gli cedeva i miglioramenti fatti nella “Serra di Serrare tavole de Pino et altri legnami”, posta nel territorio di Policastro “nel fiume di Soleo nel loco detto Macinello”, che gli era stata concessa dal detto Sig.r Duca e dal Sig.r Marchese di S. Giuliano, nella quale era stato necessario fare molte spese “per fare l’acquaro, strade nove, et altro”.[cci]

La stazione di carico della funicolare aerea continua utilizzata nel periodo tra le due guerre, per trasportare il legname dalla località “Differenze” (1570 m) alla località “Foresta” (333 m) di Petilia Policastro (foto Archivio ARSAC).

 

La serra dell’arcivescovo

L’efficienza della “Serra della Menta”[ccii] appartenete alla Mensa Arcivescovile di Santa Severina, risulta documentata durante tutto il corso del Seicento. Attraverso le registrazioni conservate all’Archivio Arcivescovile di Santa Severina appuriamo che, a cominciare dal primo settembre 1625, fino a tutto agosto 1626, l’arcivescovo aveva affitato per due anni al mag.co Marco Antonio Scorza “Januense”, ma “Incola” nella terra di Cutro, le entrate della Mensa Arcivescovile, tra cui “La Serra delle Tavole docati novanta”[cciii] mentre, il 13 aprile 1636, troviamo tra le “Entrate in Policastro Città di d.a Diocesi”, “La Serra della Menta affittata d.ti Cento senza l’industria affittata d.ti 100”.[cciv]

Alla metà del Seicento, la documentazione relativa all’entrate della Mensa Arcivescovile evidenzia che, generalmente, l’affitto dell’erbaggio e dell’industria della Serra della Menta, consentiva all’arcivescovo di percepire novanta ducati l’anno: “Dalla Serra delle Tavole comput.e l’annate fertili et l’infertili ne ha percepito ogn’anno d.ti novanta”,[ccv] specificando però che “Quanto alla serra di Policastro nasce l’infertilità parim.te dal più e dal meno dell’affittat.ri che vi concorrono, dalli forusciti, che loro ne molestano, e dà altri riguardi.”[ccvi]

Una situazione evidenziata anche nello “Scandaglio dell’entrate, e pesi d.a Mensa Arcv.e” relativo agli anni compresi tra il 1654 e il 1658, in cui ricorre l’entrata di ducati 90[ccvii] e si afferma che la Mensa Arcivescovile “computato l’anno fertile e l’infertile”, possedeva “la Serra delle tavole in Policastro”, e che “Dalle Serre delle tavole in Policastro sine cava dedutte le spese ogn’anno docati sessanta.”[ccviii]

 

I “Diaconi Selvaggi” o “Servaggi”

Agli inizi del Settecento, menzionando i diritti e i possedimenti che l’arcivescovo di Santa Severina deteneva nel territorio di Policastro, il Mannarino evidenziava: “… tiene perciò in Policastro il suo Vicario Foraneo, ed’alcuni Feudi, e giurdizioni antiche, specialmente della Serra delle Tavole nelle sue Montagne, ed’alcuni Supranumerari Servienti al numero di ventidue 18, chiamati in Regno Diaconi Selvaggi”.”[ccix]

L’attività dei diaconi selvaggi policastresi in qualità di “Serratori”[ccx] operanti nella “Serra di Policastro”, posta “nelle montagne di d.o luogo di Polic.o”, è messa in luce da alcuni documenti conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Santa Severina, stipulati durante il corso del Seicento e del Settecento.

Attraverso tali atti apprendiamo che, in relazione alle possibilità di accesso al luogo legate alla stagionalità, i servienti policastresi la prendevano in affitto agli inizi della primavera fino a tutto il mese di ottobre, pagando all’arcivescovo per questo periodo, un canone di ducati novanta.

Le tavole prodotte dagli affittuari della serra, costituivano una merce ricercata e di valore che, in quanto tale, oltre ad essere utilizzata localmente, era estratta da mercanti forestieri attraverso l’intemediazione di procuratori e degli uomini di fiducia dell’arcivescovo. A seguito di contratti stipulati in primavera con gli acquirenti, le tavole erano trasportate dai “Carreri” presso la torre esistente alla foce del fiume Crocchio, dove avvenivano i caricamenti durante l’estate e fino all’autunno.

Lavoratori di una segheria in località “Macinello” di Petilia Policastro (dalla pagina fb MeSoRaCa).

 

I contratti

Il 17 giugno 1647, davanti al notaro Francesco Cerantonio di Policastro, comparivano, da una parte, Gio: Thomaso de Pace, Blasio Rizza, Salvatore Cavarretta e Pietro Curto di Policastro e, dall’altra, il R. D. Fran.co Gardo “Mastro de Casa” dell’arcivescovo di Santa Severina, per ratificare lo strumento, attraverso il quale, nei giorni precedenti, detto D. Franco insieme a D. Stefano Muntemurro della terra di Cutro, per ordine dei detti nominati, avevano venduto a “fra Don Filippo Meglio” alla ragione di 1 carlino cadauna, 10.000 “tavole” “d’abite, et butullo” che erano state “lasciate nella Turre di Crocchia”.

All’attualità si ratificava lo strumento per la somma di tavole 8000, cioè 2000 per ciascuno dei detti Gio: Thomaso, Blasio, Salvatore e Pietro, che s’impegnavano a condurle nella detta torre, mentre detto D. Franco consegnava loro ducati 200 in monete d’oro, cioè ducati 50 per ciascuno.[ccxi]

Il 29 luglio 1649, nella “Reg.a Torre Crocchiae”, davanti al notaro comparivano il R.do abbate Fran.co Bernardi della terra di Rocca Bernarda, procuratore dell’arcivescovo di Santa Severina Fausto Caffarelli, assieme al “Magistro” Sibio Viola della città di Messina, procuratore del mag.co Hyacintho Palumbo della città di Bagnara, “incola” nella detta città di Messina.

Il detto Sibio asseriva di aver ricevuto dal detto Bernardo “in q.a marina de Crocchia, et pp.o nella spiaggia de Mare di d.a Torre a bordo de barca alla Vela franche d’ogni doana, Gabella, angaria, perangaria, pesi, espese, et altre simili”, 2484 “tavole bone” e 1354 “tavole scartate”, secondo gli accordi contenuti nello strumento stipulato il 10 maggio 1649, per mano del notaro Tomaso d’Amico, che prometteva di portare nella città di Messina affinchè fossero consegnate al detto Palumbo.[ccxii]

Segheria in località “Foresta” di Petilia Policastro (da www.diasporapetilina.it

 

Nel particolare

I particolari riguardanti le forniture del legname ricorrenti in questi casi, si evidenziano nei dettagli attraverso il seguente contratto.

Il 10 marzo 1652, i “serraturi” di Policastro Fran.co Curto e Antonio Cavarretta “insolidum”, assieme a Blasco Rizza, Pietro Curto e al Cl.co Gio: Battista Zurlo “pro rata”, stipulavano un contratto con Carlo Melano di Scigliano, impegnandosi a consegnargli nella “torre di Crocchia”, 4000 “tavole di Zappino” alle seguenti scadenze: entro la metà di giugno tavole 1200, ed il restante entro la fine di ottobre prossimo venturo.

Si pattuiva che le tavole dovessero avere le seguenti misure: lunghezza di “palmi” 9, “e mancandono tre dita non se possano scartare”, 2 “Palmetti” di larghezza e di grossezza mezza “onza”. Si pattuiva che le tavole rinvenute “spaccate” “ad uno delli capi”, “per uno palmetto”, dovessero essere considerate “bone”, mentre quelle che fossero state trovate eccedenti tale misura, sarebbero state scartate, così che “ogni due passino per una”.

La consegna delle tavole sarebbe avvenuta alla torre del Crocchio, computando “la raggione della Carrata à due per cento”. Rimaneva escluso il costo della “conduttura” delle tavole dalla detta torre, al “loco” dove il detto Carlo avrebbe deciso di fare il proprio “partito”.

Alle stesse condizioni Gio: Battista Zurlo prometteva di consegnare al detto Carlo altre 2000 tavole, altre 2000 le avrebbe consegnate Pietro Curto, e altrettante Blasco Rizza, per un totale di 10.000 tavole. Il detto Carlo s’impegnava a pagare le tavole alla ragione di 1 carlino ciascuna, anticipando ducati 120 a Fran.co Curto e Antonio Cavarretta, e ducati 60 ciascuno a Pietro Curto, Gio: Battista Zurlo e Blasco Rizza, per un totale di ducati 300, con il patto che “detti serraturi haveranno da fare li dette tavole alla serra della menta”.

Il detto Carlo avrebbe pagato poi ducati 300 alla metà di giugno prossimo venturo mentre, il completamento del prezzo convenuto, sarebbe stato versato al Sig.r Gio: Battista Cerasari in Policastro e nella fera di Molerà prossima ventura. Il detto Carlo s’impegnava poi ad assumere una persona a sue spese che, facendo residenza nella torre del Crocchio, avrebbe provveduto a ricevere le tavole “viaggio per viaggio”, facendone le debite “Cartelle di ricev.to” e conteggiando lo “scarto”. Il detto Carlo, infine, s’impegnava a ricevere anche le tavole che avessero superato il numero pattuito di 10.000, pagando tutte quelle che fossero risultate conteggiate nelle dette “cartelle”. I “serraturi” a loro volta, s’impegnavano a non vendere le loro tavole a nessuno prima di aver completato tale “Partito”.[ccxiii]

Il 25 ottobre 1652, davanti al notaro compariva il D.r Mutio Giordano, procuratore del Sig.r Anibale Pacini “transettario delli frutti dell’intrade” della Mensa Arcivescovile di Santa Severina mentre, dall’altra, “in solidum”, comparivano i “Serratori della Serra della Menta di d.ta Mensa” Fran.co Curto e Antonio Cavarretta.

Il detto Mutio attestava di aver ricevuto dai detti Fran.co ed Antonio ducati 116, di cui ducati 50 per mano di Gio: Battista Cerasaro, e ducati 66 per mano di detto Fran.co e di Salvat.re Cavarretta fratello di detto Antonio. La somma era quella relativa alla loro “rata” per l’affitto della “serra della menta”, maturato questo presente mese di ottobre, con il “lucro” delle 2 grana a “tavola”, “conforme stanno obligati”.[ccxiv]

Deposito di legname della segheria in località “Foresta” di Petilia Policastro (da www.diasporapetilina.it)

 

Lo “Ius della Serra”

Il 4 aprile 1661, Biase Rizza, Gio: Pietro Pipino e Giuseppe Carvello, “Diaconi Servaggi detti della Serra di Policastro”, stipulavano l’atto attraverso cui si obbligavano a pagare “per antico solito”, ducati novanta a mons. Fran.co Falabella arcivescovo di Santa Severina, dal presente fino all’ultimo di ottobre del presente anno 1661. Ciò “per il Ius della Serra” posta “nelle montagne di d.o luogo di Polic.o” spettante alla detta Mensa e affitatagli per i menzionati ducati 90.[ccxv]

Qualche giorno dopo, il 16 aprile, anche i “Iaconi Silvaggi” Pietro Curto e Masi Cavarretta, si obbligavano a pagare all’arcivescovo alla prima di novembre prossimo venturo, assieme ai detti Biase Rizza, Gio: Pietro Pipino e Giuseppe Carvello di Paulo, “Diaconi Silvaggi”, ducati 90 per l’affitto della “Serra loco detto la Menta”, territorio della città di Policastro.[ccxvi]

Nello stesso giorno i detti Pietro Curto e Masi Cavarretta “Iaconi Silvaggi”, si obbligavano a consegnare a D. Andrea Cozza, procuratore del Seminario di Santa Severina, 1200 tavole nella città di Santa Severina per tutto il quindici di Agosto, assieme con i “Diaconi Silvaggi” Biase Rizza, Gio: Pietro Pipino e Paulo Carvello che, precedentemente, si erano obbligati con il detto procuratore “p(er) detta fattura, et portatura”, avendo già ricevuto ducati 30. Il detto procuratore si obbligava a pagare le tavole a grana 7 e ½ l’una.[ccxvii]

Il 26 gennaio 1662, il procuratore della Mensa Arcivescovile attestava di aver ricevuto in più volte, ducati 90 dai “Diaconis Salvaticis” Petro Curto, Thoma Cavarretta, Blasio Rizza, Petro Pipino e Giuseppe Carvello di Paulo, tutti della terra di Policastro, per l’affitto della serra della Mensa posta “in locis Montaneis d.i Oppidi Policastri”, maturato il primo di novembre 1661.[ccxviii]

 

Un affitto pro rata

Anche durante gli anni seguenti, il rapporto tra l’arcivescovo di Santa Severina e i suoi diaconi selvaggi fu mantenuto. Il 14 marzo 1663, l’arcivescovo Francesco Falabella, scrivendo a D. Dom.co Cepale vicario foraneo di Policastro, gli dava facoltà di “fare le debite cautele con Pietro Curto, Gio: Pietro Pipino, Simone Capp[a], Salvatore Cavallo, Gregorio de Franchi, e Giosep[pe] Carvello, et altri che vogliono attendere a [detto] affitto, per il solito affitto di docati nov[anta] l’anno Constituendovi a q(ue)sto effetto Proc.re d[i questa] Mensa”.[ccxix]

Il giorno 11 aprile seguente, in relazione al mandato speciale ricevuto, il vicario foraneo di Policastro affittava “pro rata”, la Serra della Mensa Arcivescovile ai “Diaconi Selvaggi della Serra di Policastro”: Pietro Curto (duc. 18), Gregorio de Pace (duc. 18), Gio: Pietro Pipino (duc. 18), Simone Cappa (duc. 9), Salvatore Cavallo (duc. 9), Gregorio de Franchi (duc. 9), e Gioseppe Carvello de Paulo (duc. 9). Tale affitto si stabiliva fino all’ultimo di ottobre 1663, per la somma totale di ducati 90 che ciascuno avrebbe pagato per la sua “rata”.[ccxx]

Successivamente, il “Diacono Selvaggio della Serra” Gio: Simone Cappa, si obbligava a pagare a mons. Fran.co Falabella arcivescovo di Santa Severina, alla prima di novembre del corrente anno 1663, i ducati nove che si era precedente obbligato a pagare Salvatore Cavallo, il quale aveva rinunciato all’affitto “della Serra” della Mensa Arcivescovile.[ccxxi]

Nel corso del mese di novembre di quell’anno, figurano tutti i pagamenti in favore dell’arcivescovo dovuti per l’affitto.

Il 13 novembre 1663, in Santa Severina, Petro Curto di Policastro, pagava ducati 18 per la sua “rata” dell’affitto della Serra della Mensa arcivescovile “in locis Montaneis Oppidi Policastri” maturata nel giorno primo di novembre 1663.[ccxxii] Il 28 novembre 1663, Berardino de Franco, Gregorio de Pace, Symeon Cappa e Jo: Petro Pipino, tutti di Policastro, pagavano ducati 72 a complimento dei ducati 90 dovuti per l’affitto della Serra della Mensa Arcivescovile.[ccxxiii]

Qualche giorno dopo, era stipulato l’atto relativo all’affitto per l’anno seguente.

Il 2 dicembre 1663, “li Diaconi Selvaggi della Serra di Policastro”, Petro Curto, Gregorio de Pace, Salvatore Cavarretta, Gio: Pietro Pipino e Berardino de Franco, si obbligavano a pagare a mons. Fran.co Falabella, all’ultimo di ottobre prossimo futuro del 1664, ducati 90 per l’affitto della Serra della Mensa Arcivescovile posta “nelle Montagne de Policastro” conforme l’antico solito.[ccxxiv]

Il 15 novembre 1664, i diaconi assolvevano al pagamento dovuto. Quel giorno, Petro Curto, Jo: Gregorio de Pace, Salvator Cavarretta, Jo: Petro Pipino e Berardino de Franco, tutti di Policastro, pagavano all’arcivescovo i ducati 90 dovuti per l’affitto della Serra della Mensa Arcivescovile posta “in locis Montaneis d.i Oppidi Policastri”, maturato al primo di novembre del detto anno.[ccxxv]

Il primo di dicembre di quell’anno, gli stessi “diaconi selvaggi della Serra di Policastro”, si obbligavano a pagare all’arcivescovo, all’ultimo di ottobre del 1665, ducati 90 per l’affitto della Serra della Mensa Arcivescovile “nelle Montagne di Policastro”, come l’antico solito.[ccxxvi]

Il 15 gennaio 1671, in Policastro, i “Diaconi Selvagi della Serra” di Policastro, Fran.co Ant.o Giordano, Gio: Battista Zurlo, Dionisio Curto, Gio: Dom.co Martino e Greg.o di Pace, si obbligavano a pagare a Monsig.e Ill.mo Gioseppe Palermo, arcivescovo di Santa Severina, ducati 90 per l’affitto della “difesa de l’inferno posta nelle Montagne di d.o luco di Policastro dove si dice la Menta”, iniziando oggi e finendo all’ultimo di ottobre del corrente anno 1671.[ccxxvii]

Deposito di legname della segheria di località “Foresta” di Petilia Policastro (da www.diasporapetilina.it).

 

Il “partito della pece”

Oltre ad alimentare l’industria del legname, le pinete che caratterizzavano la “difesa della Menta” di Policastro, erano sfruttate dall’arcivescovo di Santa Severina anche per l’ottenimento della preziosa pece nera, che veniva prodotta allestendo forni durante il periodo primaverile-estivo.[ccxxviii] Allo scopo i procuratori della Mensa Arcivescovile solevano stipulare i relativi contratti con affittuari forestieri, come testimoniano alcuni atti.

Il 9 luglio 1649, Pietro Gioanne Marvaso “d’acquaro d’Arena”, ma al presente abitante in Policastro, riceveva dal D.r Mutio Giordano di Policastro ducati 150, in virtù della lettera scrittagli dal mag.co Carlo Travi commorante nella città di Monteleone. Il detto Pietro Gioanne prometteva di scontare detta somma a detto mag.co Carlo “nel partito della pece” di questo presente anno.[ccxxix]

Alcuni giorni dopo, davanti al notaro, Gio: Dom.co Scaramuzzino del casale “d’Acquaro d’Arena”, asseriva di aver ricevuto dal D.r Mutio Giordano, in più partite, ducati 101 e grana 12 e ½ che, il detto Mutio gli aveva pagato per ordine del S.r Carlo Travi “habitante” in Monteleone, “per la fabrica del partito della pece del furno di macinello”, fatto dal detto S.r Carlo con Alessandro d’Urso.[ccxxx]

Il 16 settembre di quell’anno, Gio: Dom.co Scaramozzino asseriva di aver ricevuto dal D.r Mutio Giordano ducati 31 e ½ che quest’ultimo, gli aveva pagato su ordine del Sig.r Carlo Travi “habitante” in Monteleone, per “la fabrica del partito della pece del furno di Macinello” che il detto Sig.r Carlo aveva fatto con Alessandro d’Urso.[ccxxxi]

I particolari relativi a tale attività si evidenziano nel dettaglio in alcuni documenti successivi. Il 10 settembre 1695, in Mesoraca, Nicolò Jughà e Dom.co Spagnolo d’Acquaro d’Arena, si obbligavano a pagare ducati 90 in Mesoraca al Rev.o D. Dom.co Forestiero, procuratore della Mensa Arcivescovile di Santa Severina, il 29 del mese di giugno prossimo venturo 1696, per l’affitto del “Setto del Forno di Pece nera”, che è nel “Territ.o Baronale di Policastro”, cominciando detto affitto dalla metà di aprile prossimo venturo 1696 e finendo all’ultimo di settembre secondo venturo di detto anno 1696.

Si pattuiva che sarebbe stato lecito a detti Nicolò e Dom.co, “di fabricarsi il setto del forno p(rede)tto in q.ella parte di d.a difesa della Menta, che li tornerà più comodo fuorchè nella Macchia della Serra delle Tavole, e nel setto vecchio”, dove al presente si stava piantando “Giardino”, “E che possino d.ti Costit.i mutar d.o setto à loro piacere, pur che stia sempre lavorante un solo forno, e non più, E che d.o setto primo loco eligendo, e poi forse mutando debbia essere piantato in distanza di due miglia p(er) diametro delli Confini della Regia Sila, olim stabiliti dal S.r Regente Valero. Ciò per evitare controversie con i ministri della Regia Camera ed affinchè i detti Nicolò e Dom.co possano godere l’esenzione del “nuovo imposto sop.a la Pece”, in conformità delle provvisioni della Regia Camera spedite in favore della Mensa Arcivescovile.

Durante la loro attività, i detti Nicolò e Dom.co avrebbero dovuto servirsi di “legname morta” in detta difesa “per la fabrica di d.a Pece”, senza toccare in conto alcuno i “Pini vivi”, se non in moderatissima quantità per la realizzazione di “barili” e per la “Deda” da usare come esca per accendere il forno. I detti affittuari avrebbero potuto servirsi anche dell’erba della difesa “della Menta” così verde come secca, per pascolo dei loro animali “somerini” per uso della fabrica.[ccxxxii]

Ritroviamo condizioni analoghe in quest’altro contratto. Il 20 ottobre 1706, in San Giovanni in Fiore, D. Laureto Antonio Cattaneo “Patritio Genuese”, al presente affittatore della Terra di San Giovanni in Fiore “e sua Abb.a”, dava incombenza al mag.co Antonio Pangalli di Mesoraca, di trattare a suo nome con l’arcivescovo Carlo Berlingeri, “per l’affitto del setto di furno della pece negra nella Difesa della Amenta” della sua Mensa Arcivescovile, sita nel “Terr.ro Baronale di Policastro”, per poterci fare “pece” nella prossima entrante stagione d’estate dell’anno 1707, per il prezzo convenuto tra le parti di ducati 90, come appariva nella cautela del 30 settembre 1706.

Da questa cautela apprendiamo che si concedeva a detto D. Laureto di poter fabbricare dal mese di marzo prossimo futuro dell’anno entrante, per tutto il seguente mese di settembre “uno setto di furno di pece negra nella Difesa della menta” della Mensa Arcivescovile di Santa Severina, esistente nel “Terr.rio Baronale di Policastro”, per “la fabrica di d.a pece negra”, servendosi durante detto tempo della “legname morta” esistente in detta difesa senza poter tagliare “pini vivi” se non “in moderata quantità” per quanto sarebbe necessitato per “la fabrica de barrili, ed esca per accendere il furno; e per deda” e non altro, con la facoltà di potersi servire dell’erba della difesa solamente per pascolo degli “animali sumerini, servienti in d.a fabrica di pece e di qualche bestia cavallina, ò molina necessaria per condurre il tutto alli Picari”. “Setto” che si sarebbe potuto fare in quella parte della difesa che sarebbe tornato più comodo a detto D. Laureto, fuorchè “nella macchia della Serra” e “nel setto Vecchio” dove al presente si trovava piantato giardino.[ccxxxiii]

Fiume Soleo (Petilia Policastro).

 

Un’attenta regolamentazione

Altri documenti di questo periodo, invece, riguardanti l’affitto dell’erbaggio della “Menta”, evidenziano come i patti stabiliti in questi atti consentissero che le diverse attività condotte nella “difesa”, coesistessero senza pergiudizio.

Il primo settembre 1698, in Policastro, il “diacono Selvaggio” Michel’Angelo Russo e Matteo Venturino di Policastro, si obbligavano a pagare il primo di novembre del presente anno, nelle mani del procuratore della Mensa Arcivescovile di Santa Severina, ducati 25 per l’affitto “dell’erbaggio della Difesa detta della Menta” appartenete alla Mensa Arcivescovile.

Si pattuiva espressamente che i due affittatori non avrebbero dovuto dare alcun fastidio ai bovi di mastro Stefano Perrotta dei Casali di Taverna, i quali avrebbero potuto pascolare liberamente nella difesa. I due avrebbero potuto subaffittare detto erbaggio e lo avrebbero potuto pascolare con animali d’ogni pelo, escluso “pecore forestiere” per le quali il detto procuratore si riservava di esigere la solita decima.[ccxxxiv]

Il 14 settembre 1699, in Mesoraca, mastro Stefano Perrotta del casale di Albi pertinenza di Taverna, ma al presente abitante in Policastro, si obbligava a pagare all’arcivescovo di Santa Severina Carlo Berlingieri, e per lui a Geronimo Mannarino suo “Ag.te” in Policastro, ducati 49 alle seguenti scadenze.

Ducati 24 e ½ nell’entrante anno 1700. Metà alla Fiera di Molerà e l’altra metà al quindici di ottobre seguente dell’anno 1700. I restanti ducati 24 e ½ sarebbero stati pagati nell’anno seguente, metà alla Fiera di Molerà e l’altra metà al quindici di ottobre dell’anno 1701.

I detti ducati 49 erano per il prezzo di tre bovi nominati “Rinaldo”, “Caporale” e “Sabatino”, comprati alla Fiera di Molerà da Lorenzo di Arena di Crotone, dall’arciprete di S. Mauro in qualità di economo della Mensa per conto dell’arcivescovo. Con il presente atto, l’arcivescovo li rivendeva al detto mastro Stefano che, precedentemente, li aveva già detenuti in custodia, “per potersine servire nella serra”, dove il detto mastro stava lavorando e dove i detti animali erano impegnati “per il lavoro, e trafico delle tavole”. Serra che era quella della Mensa Arcivescovile, posta nel territorio di Policastro “loco d.o la Menta”. I bovi rimanevano ipotecati da parte dell’arcivescovo a garanzia della vendita.[ccxxxv]

 

Un’attività dismessa

Secondo quanto riferisce il Sisca, ai primi del Settecento, “la Serra dell’Acqua” della Corte si denunziava ormai “dismessa da molti anni e nel territorio vi pascolano gli animali fidati dal Baglivo di Policastro; perciò la rendita di detta fida era inclusa nella vendita della Bagliva.”[ccxxxvi]

Questa situazione trova riscontro nell’apprezzo “della Città di Policastro, e della terra di Cotronei”, compilato nel 1711, in occasione della vendita effettuata dall’Ill.e D. Carolo Caracciolo duca di Belcastro nei confronti dell’Ill.e D. Gio: Baptista Filomarino principe della Rocca d’Aspide. Questo documento, non facendo alcuna menzione della serra, evidenzia che in parte della detta “difesa” si esercitava il pascolo mentre, in altra parte, s’era ormai estesa la coltivazione che i policastresi praticavano negli appezzamenti presi a censo dal feudatario: “Possiede 14° la baronal Corte il Territorio d.o la difesa, nominata destra della Serra, et è parte territ.o per uso di pascolo, e parte li Cittadini vi hanno fatto pastano di frutti; però d.i Cittadini devono Concordarsi per essere quello Corpo Feudale, però quello rende per uso di pascolo, oltre di quello si hanno piantato li Cittadini ann. d.ti quindeci dico 15” (…) “Difesa detta destra della Serra, nella quale alcuni particulari Cittadini vi hanno piantato Alberi di Celsi, e frutti, e fatti giardini per certa parte di detta difesa, per lo che devono, ò obligarsi di corrispondere il censo, conforme potrà convenirsi, ò pure devono rilasciare detti giardini in benef.o della Baronal Corte.”[ccxxxvii]

 

La serra arcivescovile nel Settecento

Rispetto a questa situazione che caratterizzava la serra del feudatario, nella serra appartenente all’arcivescovo di Santa Severina l’attività lavorativa proseguiva in maniera ancora florida. Lo mette in luce il seguente contratto riguardante il triennio 1720-1722, in cui si pattuisce un pagamento dell’affitto, parte in denaro e parte attraverso la fornitura di tavole.

Il 7 febbraio 1720, in Policastro, il R. D. Gio: Vincenzo Grosso di Policastro s’impegnava a pagare a  D. Antonino Venturo, attuale procuratore della Mensa Arcivescovile, ducati 300 e 900 tavole, cioè 300 “di russo”, ovvero di abete rosso (Picea abies (L.) H. Karst.) e 600 “di zappino”, ovvero di abete bianco (Abies alba Mill.), obbligandosi a consegnarle in Policastro assieme al denaro alle seguenti scadenze: Ducati 100 e tavole 300, di cui 100 di “russo” e 200 di “zappino”, nel mese di novembre primo venturo 1720. Ducati 100 e tavole 300, di cui 100 di “russo” e 200 di “zappino”, nel mese di novembre secondo venturo 1721 ed i restanti ducati 100 e tavole 300, di cui 100 di “russo” e 200 di “zappino”, nel mese di novembre terzo venturo 1722.

Tale prezzo riguardava l’affitto per tre anni della “Serra volgarm.te detta della Menta, sita e posta nelle Montagne di q(ue)sto nostro territorio”, appartenente alla Mensa Arcivescovile, incominciando dal mese d’aprile primo venturo e finendo all’ultimo d’ottobre del 1722, con il patto che il detto Grosso, avrebbe potuto servirsi della serra solo durante questo periodo di ogni anno e solo allo scopo previsto, ovvero “per serrar tavole”, potendo disporre “dell’erbagio di di d.a difesa per l’animali d’esso Costituto, ed altri che serviranno per mantenim.to di p.ta serra”, e di più “dell’alberi esistentino in d.a difesa per far bolici, e serrarli in tavole in d.a serra”.

Il detto procuratore s’impegnava a consegnare il primo di aprile la detta “Serra serrante” all’affittuario che, nel periodo dell’affitto, s’impegnava a mantenerla “serrante” ed a riconsegnarla tale alla fine dei tre anni d’affitto.

Si pattuiva, inoltre, che volendo la Mensa affittare in questa difesa uno o più forni di pece nera, il detto Grosso non avrebbe potuto impedire “alli Piciari”, tanto di “tagliar pini per far la pece”, tanto il pascolo in detta difesa dei loro animali di qualsivoglia sorta, ovvero di quegli animali che sarebbero serviti sia “per la fabrica di d.a pece”, sia “per cibo, e governo di d.ti Piciari”, durante tutto il tempo del loro lavoro.[ccxxxviii]

Fiume Soleo (Petilia Policastro).

 

In catasto

Verso la metà del Settecento, il catasto onciario di Policastro riporta che la Mensa Arcivescovile di Santa Severina, possedeva in questo territorio la “Difesa, e Serra della Menta”, con una rendita annua di 30 ducati,[ccxxxix] come del resto, ribadisce anche una “fede” prodotta il 26 febbraio 1765 dal “Regale Archivio de’ Catasti del Regno” di Napoli: “Difesa e serra della Menta d. 030”.[ccxl]

Le informazioni contenute nelle rivele che accompagnano l’onciario, evidenziano anche che, a quel tempo, parte del territorio boschivo dei “Comuni” di Policastro, dove era esistita la serra del feudatario, risultavano messe a coltura attraverso la suddivisione in appezzamenti di modesta estensione, in cui erano stati piantati alberi da frutto di diverse specie, la cui realizzazione era stata avviata già al tempo di re Ferrante de Aragona.[ccxli]

Al presente, piccoli vignali alberati di castagni, ma anche di gelsi, “Noci, brune e Cerase”, si trovavano nel luogo detto “la Serra”,[ccxlii] in quello detto “la Serra delle fichi”, e a “Trentademone”,[ccxliii] dove si estendevano le terre “Comuni di questa Città”, nel luogo detto “le Destre della Serra”,[ccxliv] dove passava “L’Acquaro” che alimentava gli impianti della serra.[ccxlv] Il castagneto e il frutteto,[ccxlvi] si estendevano anche nella “Serra delli Rizzi”,[ccxlvii] a “Monacello”,[ccxlviii] e nel luogo detto “li Napoli”.[ccxlix]

Oltre a questi appezzamenti di modeste dimensioni, un possedimento più vasto era stato creato nel luogo detto “le Serre di Corsaro”, dove il diacono Domenico Vallone di anni 23, possedeva una gabella di terre aratorie di 33 tomolate alberata con quercie, confinante con le terre della mag.ca D. Antonia Venturi.[ccl]

 

La grande foresta di “Tacina” e “Gariglione”

Detenendo in esclusiva il diritto di taglio di qualunque albero esistente sul suolo del regno, che era comunque consentito alla popolazione per l’uso agricolo nelle campagne e per la copertura delle case,[ccli] mentre i contravventori potevano incorrere nella querela criminale,[cclii] la Regia Corte aveva in Sila alcune “Camere riservate” dove, in relazione alla presenza di diverse specie d’alto fusto (pini, abeti, pioppi, ecc.), si realizzava il taglio per i bisogni del “Regio Arsenale” e delle “forze marittime dello Stato”, così come di ogni altra sua particolare necessità.[ccliii]

In questi luoghi costituiti in epoche “molto antiche”, ovvero “fin dalla prima origine della Sila”,[ccliv] era proibito a chiunque legnare oppure fidare qualunque tipo di bestia, mentre anche agli appaltatori silani della pece era proibito costruire i forni nell’ambito di tali aree riservate. Queste risultavano poste “ne’ luoghi più comodi per l’abbassamento, e pel trasporto del legname alla Marina, senza aversi riguardo se tali luoghi fossero Demanii Regii, Difese, Territorii Feudali, o Terre Corse perché in tutti egualmente ha il diritto dell’alberatura la Regia Corte.”[cclv]

Una di queste riserve regie ricadente nel territorio della regia Sila, andava sotto il nome di “Tacina”, posta in una parte dell’altopiano che, ancora durante il dominio aragonese, risultava distinta dalla Sila pertinente alla città di Cosenza, come si evidenzia nei capitoli concessi ai Cosentini in Napoli il 21 novembre 1481.[cclvi]

Attraverso tale capitolazione, i cittadini di Cosenza e casali supplicavano il re affinchè la nuova “defesa” che impediva loro il pascolo, fatta per le giumente regie “alla Sila dela dicta Città”, fosse spostata “alla Sila de Tacina” dove si usava fare al tempo di re Alfonso.[cclvii]

L’esistenza di una difesa regia “per le iumente”, fatta da re Alfonso in luoghi prossimi ai confini con il territorio di Policastro e con il tenimento dell’abbazia di San Giovanni in Fiore, si rileva successivamente nei capitoli, suppliche e grazie, richieste dall’univerisità ed uomini della città di Cosenza e concessi da re Federico il 14 settembre 1497. In quella occasione, si poneva all’attenzione del sovrano che, in questo luogo, dove avveniva il “transito del bestiame”, esisteva la “defesa chiamata Anghiarella” che i Cosentini chiedevano fosse lasciata loro “como era ab antiquo”, in maniera da potersi destinare al pascolo del proprio bestiame, revocando qualunque concessione che fosse già stata fatta in precedenza. A tale richiesta il sovrano appose il suo placet, condizionato però  dalla condizione “si dicta defensa reperitur in domanio curie.”[cclviii]

Verso la fine del Cinquecento la riserva regia di “Tacina”, ossia del “Feudo di Tacina”,[cclix] comprendeva una “vasta ed immensa” estensione di terra che si trovava posta in territorio di Zagarise,[cclx] presso i confini di Mesoraca e Policastro. Alla fine del Settecento, tale difesa era posseduta da D. Carlo Poerio della città di Catanzaro,[cclxi] che, a quel tempo, possedeva anche “un’altra tenuta di terra” “adiacente” al “Feudo di Tacina”, denominata “Gariglione o sia Cariglione”,[cclxii] che si considerava “compreso con Tacina, in guisachè quando si vuol dinotare il Feudo di Tacina si congettura che sia Gariglione.” Questo “Cariglione” la cui concessione ai policastresi si faceva risalire all’opera di re Ferdinando de Aragona (1468),[cclxiii] “ha diversi confini, i quali cominciano colla Montagna di Mesuraca, e di Policastro, hanno la loro continuazione colla Difesa Pisarello de’ Cisterciensi di S. Giovanni in Fiore e colla Difesa Rinusi di D. Francesco Cortese di Cosenza, e vanno a terminare colla Difesa Politrea di detti Cisterciensi di S. Giovanni in Fiore.”[cclxiv]

In località “Rinusi” o “dell’Arenusa seu Tacina”, si trovava la serra appartenente alla corte di Mesoraca,[cclxv] mentre sappiamo che provenivano dalla camera riservata esistente nel “Feudo di Tacina” “i travi” utilizzati per la realizzazione del tetto della Reggia di Caserta[cclxvi] che, dal 20 ottobre 1763 al 3 febbraio 1764, Francesco Pascandolo e Nicola Mancini trasportarono via mare dalla foce del fiume Crocchio al porto di Napoli, compiendo in totale 11 viaggi che, complessivamente, consentirono di sbarcare “nella darsena di Napoli”, 683 tronchi di abete atti alla bisogna.[cclxvii]

Particolare della travatura che sostiene il tetto della Reggia di Caserta (da www.caserta.arte.it).

 

L’abbassamento del legname

Attraverso gli atti di una lite condotta nella Regia Udienza Provinciale di Cosenza durante gli anni 1764-1766, che trovò opposte l’università di Melissa e quella di Rocca di Neto, in relazione al pagamento delle spese di trasporto del legname per la costruzione del porto di Crotone, tagliato nelle montagne di Cotronei, che erano servite da un’altra importante “Carrara”,[cclxviii] apprendiamo alcune importanti notizie riguardanti le modalità attraverso cui si svolgevano tali operazioni, e veniamo a conoscenza delle possibili questioni che potevano sorgere in queste occasioni.

Il 14 giugno 1765 Giuseppe Bausano, preside della provincia di Calabria Citra, scriveva alle università di Strongoli, Melissa, Rocca di Neto e S. Nicola dell’Alto, a seguito di una lettera datata il 6 di quello stesso mese con la quale Giuseppe Friozzi, comandante della reale piazza di Crotone, gli aveva comunicato che, a seguito dei suoi reiterati ordini “per l’abbassam.to del legname per la Costruz.ne del Porto di d.a Città necessario dalle montagne delli Cotronei nel luogo detto Molerà, pure ve ne sia Remasto un pezzo di d.e legname nelle succen.te Montagne”.

In forza del diritto che la Regia Corte deteneva circa “l’abasciam.to” del legname dalla “difesa della montagna” di Policastro,[cclxix] e dalle altre montagne vicine, il Bausano, quindi, intimava alle menzionate università che, per il prossimo 20 di giugno, provvedessero con “un pajo di Bovi nelle di sopra denom.ti Cotronei per abbassare il Citato ultimo pezzo di legname Restato Colà”, pena l’accollo della spesa relativa a carico dei loro governanti.

Le università però, non intesero ottemperare all’ordine ricevuto, sostenendo “d’avere adempito allo abbassam.to del legname per la Rata, che ne fù tassata q.a Uni(versi)tà”, come del resto si evinceva dai documenti redatti dal “Capom(ast)ro” Romoaldo Rossi di Crotone. Attraverso una seconda lettera nel mese di luglio, il preside provinciale rinnovò il suo ordine per il 15 dell’entrante mese di agosto ma, anche in tale occasione, le università non adempirono adducendo le medesime giustificazioni. A seguito però di una terza lettera del preside datata il 16 di agosto, la situazione si sbloccò e su sollecitazione dell’università di Melissa, il trasporto o “Carrea” del “trave ò sia pezzo di legname”, fu affidato a Serafino Lupia di Cotronei.

Il 7 settembre 1765 nella “Fiera di Molerà”, Felice Pangalli della terra di Cotronei, in nome e per conto di Serafino Lupia di Cotronei, riceveva ducati 9 dal Sig. Gio: Battista Dati di Melissa come “Caparra” del “Contratto” stipulato “per il trasporto del pezzo del legname, che è tenuto il d.o di Lupia trasportarlo della Montagna di d.i Cotronei sino al porto di Cotrone”, attesi i ducati quindici dovuti a completamento del trasporto. Tale somma anticipata dall’università di Melissa, sarebbe stata poi ripartita tra le università di Rocca di Neto, Strongoli, Melissa e S. Nicola, mentre il Lupia si assumeva l’onere del pagamento di eventuali danni nel caso di ritardata consegna.

A questo punto però, l’università di Rocca di Neto si rifiutò di pagare a quella di Melissa i ducati 6 e grana 25, che le sarebbero spettati come rata del trasporto, mentre caddero nel vuoto gli ordini del preside che, mediante le lettere del 8 novembre e del 10 dicembre 1765, imponeva di rifondere la somma.

Si giunse quindi davanti il tribunale della Regia Udienza di Cosenza, dove l’università di Rocca di Neto rivendicò il fatto di aver già contribuito in precedenza e di non essere tenuta a tale pagamento, adducendo anche inadempienze e frodi da parte dell’università di Melissa.

In una dichiarazione del 13 aprile 1766, questa faceva presente di aver completamente adempiuto agli ordini ricevuti già a partire dall’anno 1764, quando si era avvalsa dell’opera di Rosario Bisulca, come era possibile riscontrare attraverso un documento del 30 maggio 1764 a firma del mag.co Romualdo Rossi di Crotone.

Quest’ultimo “soprastante” “alla carrea del legname, che stà trasportando da queste Montagne delli Cotronei sino Molerà, e da d.o luogo sino il med.mo Porto”, testimoniava infatti, che “Rosario Bisulca commissionato dalla Terra della Rocca di Neto ave principiato a condottare il contingente del legname, che spetta alla sud.a Terra della Rocca di Neto”.

Anche nei riguardi dell’anno successivo 1765, l’università di Rocca di Neto riteneva di trovarsi a posto con i propri obblighi. Ne faceva fede un’altra dichiarazione dello stesso Romualdo Rossi, il quale certificava che “Nicola Fortunato hà trasportato per conto dell’Uni(versi)tà della Rocca di Neto legnami colli suoi Bovi numero quattro, giusto il ratizzo dell’Ill.mo Sig.e Preside di Cosenza, al quale dichiarando essere stato il med.mo di Fortunato sodisfatto del giusto prezzo, che paga di g(ra)na cinquanta per cadauno prezzo la Reg.a Corte”.

In una terza dichiarazione del 23 aprile 1766, Romualdo Rossi ribadiva che l’università di Rocca di Neto aveva diligentemente atteso agli ordini ricevuti, provvedendo al trasporto assegnato. Egli aggiungeva inoltre, che “il pezzo grosso, che Romase in q(ue)lle Montagne dovea conduttarsi d’altre Università e non da q(ue)lla di d.a Rocca”.

Anche Francesco Rose, procuratore della terra di Rocca di Neto, evidenziava che il pezzo da trasportare rimasto, spettasse all’università di Nocera e non certo a quella di Rocca di Neto. Sempre secondo quelli di Rocca di Neto, molto diversa appariva la posizione dell’università di Melissa che, all’inizio dei lavori di trasporto, era riuscita con pretesto della carestia ad evitare di accollarsi la propria rata mentre, successivamente, trafficando con il Lupia aveva lucrato sulla spesa del trasporto residuo.

Si spiegava infatti che: “per la penuria della fame accorsa nel sud.o Anno, vi forono molti Uni(versi)tà di q(ue)lle Ratizate e specialm.te quella della T(er)ra di melissa, la quali sotto del pretesto di fame sfugirono l’incommodo d’abbassare la di loro Respetiva Rata del sud.o legname, che a loro spettava, per la di cui mancanza, ed inobbedienza Rimasero d’abbassarsi da d.e montagne ben settanta pezzi di d.o legname da quello in d.o Anno Reciso”.

Tale situazione aveva determinato per l’università di Rocca di Neto un ulteriore danno perché, con una nuova ripartizione di questi 70 pezzi rimasti effettuata il 20 marzo 1765, ne erano stati assegnati ad essa ulteriori quattro pezzi, che l’università aveva provveduto ad “abbassare nel porto di Cotrone” attraverso l’opera di Nicola Fortunato.

Si faceva notare inoltre che il comportamento dell’università di Melissa faceva sospettare oscuri maneggi, essendosi quest’ultima “obligata per la somma di ducati 24 Circa per l’abbassam.to d’un solo pezzo di legname” mentre, quella di Rocca di Neto per il trasporto di 4 pezzi, non aveva “speso altro, che soliti Carlini trenta Cinque, e l’altre Uni(versi)tà poco più, ò meno secondo loro è Riuscito meglio l’accomodam.to”.

Il 12 giugno 1766 il tribunale della Regia Udienza di Cosenza emetteva il proprio giudizio in favore dell’università di Melissa, condannando quella di Rocca di Neto a pagare il dovuto.[cclxx]

Carro calabrese adibito al trasporto pesante (foto Archivio Fotografico ARSAC).

 

La leggenda del castello di Santa Severina

Le particolari difficoltà insite nel lavoro di trasporto del legname, che si realizzava lungo difficili percorsi di montagna utilizzando solo rudimentali strumenti, è resa efficacemente da una leggenda riguardante il castello di Santa Severina, che attribuisce ad un potere diabolico il superamento di tali difficoltà, apparentemente insormontabili.

Secondo tale leggenda tratta da “Il popolo di Calabria” del prof. Giovanni De Giacomo (Trani 1899), riportata da Francesco De Luca,[cclxxi] il Diavolo, “uscito dall’inferno, perché invocato in un luogo poco lontano dalla città, comprava l’anima di un cristiano, e, per compenso, faceva trasportare dalla Sila non vicina un colossale pino di straordinaria lunghezza, e lo fabbricava alla lunghissima mangiatoia della scuderia del castello”. “Ho veduto la celebre trave della non meno famosa mangiatoia: è una meraviglia. Sembra un legno, piallato, dirittissimo, ma non è tocco dal ferro, e vi è anche la corteccia, ed è lunga diciassette metri e mezzo.” “Sulla mangiatoia, ad avvalorare la leggenda, un rozzo dipinto raffigurava un diavolo con un trave sulle spalle …”.

 

L’Amenta” alla fine del Settecento

Rispetto a quanto dichiarato attraverso le rivele catastali, la reale entità delle entrate relative alla “Difesa” della Menta da parte della Mensa Arcivescovile, emerge dai contratti d’affitto e dalle registrazioni ad essi relative.

Risale al 13 dicembre 1796, il contratto stipulato presso la Regia Udienza di Catanzaro, che si conserva nella copia estratta dal notaro Gio: Battista Vallone di Policastro, mediante il quale il notaro Michelangelo Rossi di Policastro, essendosene precedentemente aggiudicato l’incanto per il prezzo di annui ducati 180, aveva preso in affitto “ad ogni uso” per sei anni, la “Difesa appellata la menta” della vacante Mensa Arcivescovile di Santa Severina, a cominciare dal mese di novembre 1797, per finire a tutto ottobre dell’anno 1803, “coll’espresso patto” di poterci seminare nell’agosto prossimo, “giusta il costume e natura di d.a Difesa”.[cclxxii]

Come evidenziano le registrazioni dell’entrate della Mensa relative all’anno 1797, anche nel triennio precedente, lo stesso notaro Michelangelo Rossi aveva detenuto in affitto ad ogni uso la “Difesa” della “Amenta”, per la somma di annui ducati 140 con pagamento alla Fiera di Molerà.[cclxxiii]

Tali importi dell’affitto per questo periodo, sono confermati dalle registrazioni contenute nella Platea generale dell’amministrazione arcidiocesana di Santa Severina dove, “In Policastro”, troviamo l’entrata relativa ad “Un Fondo detto L’Amenta. Di estenzione tt.e 450 terra tt.e 100 aratoria di montagna tt.e 150, e pascolo, e tt.e 200 frattoso. Confina col Cafone di Policastro da Lev.e e Scirocco da Tram.a e Pon.e con Demaniali dello Comune. Da di rendita come dal Catasto d. 177.75.2”.[cclxxiv]

Diversamente da ciò che risulta da questi atti, la rendita del territorio continuò a rimanere sottostimata nei documenti catastali che facevano fede per il Fisco. In una dichiarazione del cancelliere dell’università di Policastro Simone Mayda del 3 novembre 1798, si evidenziava che dal “Libro catastale” del corrente anno 1798, risultava che, tra i possedimenti appartenenti alla “partita della Mensa Arcivescovile di S. Severina”, vi era la “Difesa della Menta d. 030.00”.[cclxxv]

Ancora nella prima metà dell’Ottocento, tra i beni appartenenti alla Mensa Arcivescovile di Santa Severina esistenti in Policastro, era registrato quello denominato “Amenta” che risultava affittato a Fran.co Parisi per ducati 33[cclxxvi] mentre, il 28 aprile 1848, nello “Stato attivo di tutte le Rendite de’ Fondi appartenenti a questa R(everendissi)ma Mensa Arcivescovile di Santa Severina, redatto sopra i documenti Legati sistenti nell’Archivio di questa R(everendissi)ma Curia, ed in quello di questa Arcidiocesana, giusta gli ordini dell’Eccellentissimo dell’Ecclesiastico espressi nella Ministeriale del 15 Aprile 1848”, troviamo tra i “Fondi Rustici”, quello “Di Antichissimo possesso” denominato “Amenta” sito “In Policastro”, condotto da “D. Domenico Vallona di Policastro” per l’“Estaglio Annuale” di ducati “40.0.0”.[cclxxvii]

In evidenza la località “Serra della Menta”. Particolare della carta della Sila disegnata dal tavolario Antonio Galluccio (1685) conservata in copia all’Archivio di Stato di Cosenza.

 

Il Demanio comunale

Al tempo del Decennio francese, quando furono promulgate le leggi di eversione della feudalità, le terre comuni della “Montagna” confluirono nel Demanio comunale di Policastro, e furono in parte quotizzate e distribuite ai “contadini”, dietro pagamento di un canone dal quale furono in seguito affrancati.[cclxxviii]

Come riferisce il Sisca, troviamo il fondo “Amenta” che compare nella carta dell’ingegnere Giorgio de Vincentiis (1889), tra i beni demaniali del comune di Policastro dati in fitto nel 1877,[cclxxix] mentre risale al 1920 un’istanza relativa all’impianto di una “segheria idraulica” nel demanio comunale “Amenta”, in contrada “Forno della Pece”, presentata da Giuseppe Nicolazzi fu Antonio di Petilia Policastro.[cclxxx]

 

Note

[i] Fiore G., Della Calabria Illustrata I, p. 556.

[ii] “Gregorius Arogi duci. (…) Indicamu autem, propter ecclesias beatorum Petri ac Pauli aliquantas nobis trabes necessarias esse, et ideo Savino subdiacono nostro iniunximus, de partibus Brittiorum aliquantas incidere, et ut usque ad mare in locum aptum trahere debeat.”. Paulo Diacono, Historia Langobardorum IV, 19; MGH Hannoverae 1878, p. 153.

“Ab Aroge [Arechis], Duce Beneventano, petit ut in trabibus, ecclesiae BB. Petri et Pauli necessariis, e Bruttiis ad mare trahendis, Savino, subdiacono suo, cum hominibus et bobus subveniri iubeat.”. Russo F., Regesto I, 60.

“Mauritio, Magistro militum, mandat ut supradictam epistolam celeriter ad Arogem Ducem deferat et Savinum subdiaconum ei commendat, cui trabes in ecclesiis BB. Petri et Pauli necessarias e Bruttiorum partibus ad locum unde per mare duci possunt, trahat praeceperit quique ut auxilium pracbeat se Arogi scripsisse docet.” Ibidem, 61.

“Gregorio expraefecto petit ut Savino, subdiacono suo, homines et boves de possessionibus suis, quas ipse in emphiteusim habeat, ad emoliendas viginti trabes, ecclesiis BB. Petri et Pauli destinatas.” Ibidem, 62.

“Stephano, Tempsano episcopo, et Venerio, Vibonensi episcopo, scribit de hominibus bobusque Savino, subdiaconi ad trabes ad mare trahendas mittendis.”. Ibidem, 63.

[iii] 687-701. “Hic (Sergius I papa) tegnum et cubicula universa in circuitu basilicae beati Pauli apostoli, quae larga per tempora vetustate confecta fuerant, studiosius innovavit et raparavit. Similiter et trabes fecit de Calabria adduci et quas in eadem basilica vetustissimas invenit renovavit.” Russo F., Regesto I, 80.

[iv] 715-731. “Hic (Papa) maximam partem basilicae beati Pauli, quae ceciderat, allatis de Calabria trabibus, cooperuit.” Russo F., Regesto I, 82.

[v] Nardi C., Terre e Terrieri nell’Italia Meridinale nel periodo Bizantino, in Atti del 4° Congresso Storico Calabrese, 1969, p. 123 e nota n. 8, che cita P. Manfredi, Saggio su la topografia antica su gli antichi abitatori su le vicende e stato attuale  della città di Consenza, Cosenza Migliaccio, 1844, pp. 64-65.

[vi] Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi Volume I, 1922, p. 56 nota n. 2.

[vii] 21 agosto 1634. Cotronei. In occasione dell’affitto del casale di Cotronei a D.no Alterio Capisciolto della città di Cosenza, da parte del procuratore del tutore del feudatario D. Horatio Sersale, si pattuiva che sarebbe stato lecito a detto affittatore “quando Caricherà la montagna della Cerza, delli Carigli, farni, et altri fratti”, riservarsene un terzo per uso dei suoi animali. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 301, ff. 124v-128.

[viii] 30 giugno 1630. Francischina Cavarretta di Policastro moglie di Minico Launetto, lascia per testamento ai suoi eredi le “Castagne” dette “la valle”, e di più lasciava loro “le Castagne inserta della Valle”, delle quali le spettavano due parti. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 297 ff. 118-119.

[ix] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 39-41, 143-145.

[x] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 364-366.

[xi] 3 maggio 1615. Nella menzione dei confini di una possessione posta nel territorio di Policastro loco detto “gorrufi”, troviamo: “dello celso sequendo verso lo suvero verso policastro”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 290, ff. 21-22v.

[xii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. XX, XXIII, XXXI, XXXV.

[xiii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. XXIII, XXXV.

[xiv] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, p. XXX.

[xv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 301 ff. 001v-003.

[xvi] “visciglia”: querciuola, castagno giovane, pianta giovane (Rohlfs G., Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria). 5 febbraio 1608: “et va di sopra la fico per la taglia cioè sotto le visciglie di cerse di modo che due troppe de fico siano diesso Cola della parte di sotto via convicinale” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287 ff. 58-59). 19 agosto 1637: Lo “visciglio” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 304 ff. 69-70). 10 agosto 1655: Un pezzo di terra arborato “cum certe visciglie e dui mozzuni di Cerse” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 106-107).

[xvii] 13 agosto 1623. La “ghianda” di Fulvia de Torres esistente in loco detto “la furesta, et attalione” di Policastro. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 294 ff. 100v-101.

[xviii] 4 dicembre 1613. “Et de detto galaco in su va per derittura alle visciglie, et le dette visciglie siano di detto Gio: Vicenso, et esce alla visciglia che fa la glianda lunga, et fere alla visciglia di sopra, et esce alla via publica che si va alla montagna”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 288 ff. 110v-111.

[xix] Nel 1662, in occasione dei lavori che interessano il rifacimento delle parti di legno della porta del castello di Crotone, si rifanno “li due rastelli di fuora novi nella forma che oggi sono di farna … il ponte di farna, la porta dello istesso legname, li trava di dentro di farna e quelli di sopra di vutullo”. ASCZ, Busta 229, anno 1662, f. 60.

[xx] 25 gennaio 1648. Nell’inventario fatto nella casa di Cassandra Fanele di Policastro, vedova del quondam Marcello Cervino, morto nei giorni precedenti, sono menzionate delle tavole di “betullo”.  ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 4v-6v.

[xxi] Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume II, Napoli 1866, pp. 787, 848, 851, ecc.

[xxii] “candele, o siano pioppi selvaggi”. Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume II, Napoli 1866, p. 315.

[xxiii] 26 aprile 1644. Il “pede d’uno Auzino”. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, f. 47-49v.

[xxiv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 293, ff. 59-61.

[xxv] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 19v-22.

[xxvi] “Università di Mesuraca, per l’affito dell’erba della sua defesa detta di Montana” (1641-1642, ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria). “R.e Montana” (Carta dell’Ing. Giorgio de Vincentiis, Roma 1889). “Montano” (IGM).

[xxvii] 24 maggio 1377, Mesoraca. “… pectiam unam terre buscuse eiusdem monasterii … sitam et positam in tenimento eiusdem terre in loco dicto la Serra de Furnellis (sic, ma Frigillis), iuxta vineam (sic, ma viam) prescriptam, per quam itur versus montaneam, iuxta terram Iohannis Guctii, iuxta terras Thomasi Avenanti, alios confinantes”. Brasacchio G., Storia Economica della Calabria II, pp. 349-350.

18 novembre 1591. In occasione di un trasporto di tavole “di castagna” da Sant’Angelo de Frigillo a Policastro, si pattuisce un costo del trasporto di 12 carlini per ogni carro impegnato, considerato che ci vuole un giorno di viaggio all’andata e due al ritorno. AASS, 1D, 1591 f. s.n.

[xxviii] “33. S. Maria di Cardopiano nelle montagne di Policastro.” Fiore G., Della Calabria Illustrata II, p. 582. “Nella Montagna alla parte occidentale in sù da questa parte del fiume Soleo, ben quattro miglia lontano dalla Città, vi era il Monastero di Santa Maria di Cardopiano de’ Padri Basiliani …”. Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723, p. 102.

[xxix] “Generi esatti, ed esittenti presso Tomaso Ierardo di Vito per la quinta della Difesa del Monacello. Giusep.e di Bartolo, e Giovanne Lepera germano tum.o 1.6. Rosario Cozzale germano tum.o 0.3/8. Rosario Schipano germano tum.o 0.1/8. Giovanne Bona Percio germ.o tum.o 1.4. Il Porcaro del Sig.r Ferraro germ.o tum.o 0.4. Tomaso Roberto germano tum.o 0.2. Bruno Valoro germano tum.o 0.4. D. Dom.co Venturo germano tum.o 0.1. Sono 6.1/8. La metà che spetta a questo Luogo Pio sono tum.a 3. misura /1 1/2.” AASS, 24B fasc. 3, f. 61.

[xxx] Il 5 luglio 1613, davanti al notaro, si costituiva, da una parte, Salvatore Berardo della città di Nicastro, procuratore di Ferdinando Blasco di Nicastro, assieme a Jacobo Samontis, “partitariorum à Reg.a Curia pro faciendo picis, et arrendamenti” mentre, dall’altra, comparivano Joannes Alfonso Cerasaro e Hijeronimo Poerio “sin.cis” di Policastro. Essendo stati realizzati “dui forna di pice nelle montagne di detta terra”, ed in merito allo “ius” che competeva all’università di Policastro conforme “l’antico solito”, fu convenuto per il presente anno, il pagamento in beneficio dell’università di Policastro di ducati 17 per poter fare la pece “in detta montagna di essa Un.ta” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 288, f. 88v).

Il 20 settembre 1618, Pompeo Tavernise, ordinario serviente della Corte di Policastro, a seguito delle provisioni della Gran Corte della Vicaria, presentate nella Corte di Policastro da parte di Sanzone Salerno di Policastro, creditore nei confronti dell’università di Policastro per la somma di ducati 220 e tari 1, nonché erede del quondam Serafino e Isabella Rizza, incantava nella “platea publica quod dicitur dell’astrachello ubi alia buona fieri solent”, a Gio: Vincenzo Giordano per la somma di ducati 230, “li comuni della montagna, et altri lochi”, i “forni di pece” ed i relativi diritti posti nel luogo “vulgarmente dicendo da quella parte il fiumme di soleo”. Il detto Gio: Vincenzo, non avendo il denaro, cedeva l’incanto al detto Sanzone. I “Comuni universalii” posti nel “territorio” di Policastro, furono venduti con le seguenti giurisdizioni: “il ius della quinta di ogni cosa vi si semina, et il ius delle Castagne allo tempo di esse, et il ius delle furna della pece circa la consuetudine, et uso delli Capitoli” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 291, ff. 108v-114v).

[xxxi] “Il Jus di fare la pece Negra, e bianca nelle Montagne di detta Città di Policastro nelli luoghi però permessi dalla R.a Cam.a, nella maniera conforme al p(rese)nte si possiede per esso S.re Duca D. Carlo, come appare dall’atti, appresso l’Attuario Giovanne Romito. Difesa detta destra della Serra, nella quale alcuni particulari Cittadini vi hanno piantato Alberi di Celsi, e frutti, e fatti giardini per certa parte di detta difesa, per lo che devono, ò obligarsi di corrispondere il censo, conforme potrà convenirsi, ò pure devono rilasciare detti giardini in benef.o della Baronal Corte.” ASN, Fondo Notai del Seicento, Notaio Giuseppe de Vivo, scheda 714 prot. 18.

[xxxii] “Montagna così per il pascolo d’erba, come per quello della glianda, e con la potestà di fidare l’animali forastieri, riservato l’uso de Cittadini, e col peso della decima, quando detti Cittadini seminano in detta Montagna.” “Decime di Vettovaglie, che si seminano, così in detta Montagna, come nelli Communi sotto la Terra.” ASN, Fondo Notai del Seicento, Notaio Giuseppe de Vivo, scheda 714 prot. 18.

[xxxiii] “Difesa detta di Macinello, qual è Corpo burg.co.” (…) “E le fosse situate nella Montagna, dove si può riponer neve, quali sono similm.te burg.che.” ASN, Fondo Notai del Seicento, Notaio Giuseppe de Vivo, scheda 714 prot. 18.

[xxxiv] 1649-1655, “Illustre duca di Policastro, possessore di detta città con la bagliva et feudo di Policastro con li cittadini et particolari di Cosenza, per lo pascolare in detto feudo di Policastro, dove si notano alcuni confini delle Sile et montagne di detta città di Policastro, s’ordina esser detto duca mantenuto nel possedere detta bagliva” (ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria).

Al tempo in cui Policastro appartenne al Gran Duca di Toscana (1686), troviamo: “Si chiede che la montagna non sia convertita in R. Sila e quindi sfruttata dai baglivi di Cosenza; e se la R. Camera concederà il taglio dei pini, si faccia con l’assenso del feudatario che ne riscuoterà i diritti.” (…) “Fra i luoghi demaniali pone anche una difesa nella montagna del Migliarese, confinante con la Colla della Spina e dell’estensione di 200 tomolate, però non coltivata ed indebitamente occupata dai monaci di S. Giovanni in Fiore.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, pp 165, e 167-180.

[xxxv] AASS, documento non archiviato, in attesa di restauro.

[xxxvi] 6 settembre 1620. “… dove appare che anticam.te ci sia stata serra di acqua per ligname”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 292, ff. 60v-61v.

[xxxvii] 16 maggio 1529. “in baiulatione robeti”, davanti al notaro al giudice e ai testi sottoscritti, si costituivano ad una parte: il not.o Benedicto de Arnono e dall’altra, Joannes Petro Marro, agente anche per parte di suo padre Ber.no e di suo fratello Joannes Andrea, assieme a Vincenzo Marro. Avendo principiato a realizzare “una serra in lo barco de moccuni”, il not.o Benedicto aveva bisogno che il suo acquaro passasse nelle terre dei detti de Marro, i quali acconsentivano che ciò potesse avvenire per la durata di nove anni. Successivamente però volevano essere pagati attraverso la consegna di 50 tavole ogni anno “in dicta serra”, “allo usu di dicta serra”. ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 7-8, 1533-34, ff. 83-83v.

[xxxviii] A riguardo della confinazione della “grangiam de Terratis” si evidenzia: “… flumine Tachin(e) per vallonem de Ma(n)na et ascendit per eundem et vadit per terras Formose de Citrono per viam et condig[i]t ad Unbrum de Flagloso per terras q[ue …..] h[….] de [……. te]rre sunt in confinibus Iohannis de Magistro et per terras demanii et vadit perinde et ferit ad terras Iohannis Stefanicii et ferit ad serronem de Vucuro et ad terras de s(u)p[………………..] ad scalam Cutri et transsendit viam et vadit ad frontem ipsius scale usque ad Porticellam et descendit per viam carraram et ferit ad vallonem Brucus(i) quod est super p[…………] et assendit per ipsum vallonem et ferit ad terminum grossum …”. Pratesi A., cit., pp. 335-339.

[xxxix] ASCZ, notaio Biondi G. F., busta 158, 1634, f. 71.

[xl] 17 giugno 1637. “della parte in su della Carrera che divide detta difisa”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 304, ff. 49-49v. Il vignale detto “Carrara” compare tra i beni feudali di Policastro nella seconda metà del Seicento. “Alla morte del Sersale (2 marzo 1676) il duca don Fabio Caracciolo denunzia le seguenti entrate feudali policastresi: Portulania, i feudi di Enrico soprano e sottano, Copati, Andreoli, i censi dovuti per detti feudi, le gabelle di Mangiacardone e di Mustacchio, Pizzicatina, Pellecchia, del Solito, i vignali di Furcina e Carrara, la vigna dei Coco, la valle dei Pinoli, il castagneto della Corte, il palazzo del Comune.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 133.

[xli] “Monacello Difesa nel med.o Territ.ro dell’estensione di tumulate / 1000, quasi tutta piantata di Castagne, appartenenti a / Naturali di Policastro, confina al passo di Scinello, il Fiu / me Soleo, Vallone Cupo, Difesa di Montano, Castagneto di / Napoli, via della Carrea, vigna di Campizzi, Strada / tra l’orto del Convento, e quello di D. Pietro Grano, e le / Castagne, e quercie della Cappella di S. Giacomo”. AASS, 24B fasc. 3.

[xlii] “… il governo possedeva nella Sila solamente le camere riservate di Gallopano, Carlo Magno e Luparella … destinate per lo taglio degli alberi da costruzione, e per la così detta Carrea ai rispettivi littorali del Regno …”. Marini C., La Selva Bruzia, 1844, Ed. Orizzonti Meridionali 1995, p. 46.

[xliii] Valente G., cit., pp. 63-64. “… alla destra della Strada de’ Carri, che va alla Marina di Cropani.” Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume I, Napoli 1862, p. 94.

[xliv] 23 febbraio 1627. Alla presenza di Marcello Barracca “Arrend.re dele legname per la regia Corte”, Pietro Starace di Sorrento, patrone del vascello “La mad.a SS.a della lobra, e santo Antunino” di portata 2500 tumoli, protesta perché il Barracca gli ha sequestrato il timone della imbarcazione, in quanto pretende che vada a caricare il legname della corte alla marina di Cropani “seu Crocchio”, che è “spiaggia scoperta senza porto”. ASCZ, Notaio Protentino Crotone busta 118, anno 1627, ff. 10-13.

[xlv] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, pp. 263-264, che cita: ASCZ, Scheda Notar Mercurio ff. 1.06.2.

[xlvi] Carta dell’ing. Giorgio de Vincentiis, Roma 1889.

[xlvii] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, pp. 142-143.

[xlviii] Valente G., La Sila dalla Transazione alla Riforma 1687-1950, pp. 265-279.

[xlix] “Et a di xij aprili duc.to uno tari dui a sibio tabernise de mesuraco per cinquanta taboli per monicione delo castello de li castella d 1 – 2 – 0.” a margine si legge: have assertum polisa de dicto sibio de recepto data xij aprilis v.e indictionis et in dicta polisa ene la confessione delo castellano dela recipcione de dicte tavole”. ASN, Dip. della Sommaria Fs 552 I^ Serie, f.lo 1, f. 43.

[l] “item pro qualibet tabulata, tabularum et aliorum lignorum sive lignaminam similium exigit Dittus baiulus pro jure dohane grana quinque” (…) “item a quolibet conducente unam sumam Castanearum et aliorum fructum cum bestia di barda Dittus baiulus exigit grana duo pecuniae et similiter pro qualibet bestia portante unam summam lignaminum ad vendendum in ditta terra videlicet: dedae Barilium, marugiorum, palarum et similium” (…) “item a quolibet extrahente tabulas per mare exiguntur grana sexdecim pro quolibet Centinario item a quolibet extrahente trabes per mare exiguntur grana quinque pro centinario”. AVC, Processo Grosso, Reintegra di Andrea Carrafa, 1518, f. 18.

[li]ASN, Reg. Camera della Sommaria, Segret. Licterarum Partium.

[lii] 3 gennaio 1732: La tartana “San Giovanni Battista” del patrone napoletano Antonio Sposino, abitante a Malta che, tra le altre cose, trasporta legname, è spinta da una tempesta sulle secche tra Capo Rizzuto e Le Castella (ASCZ, Busta 664, anno 1732, ff. 68v-69). 29 settembre 1737: a causa di una tempesta, due tartane cariche di legname naufragano nelle acque di Strongoli (ASN, Nunz. di Napoli 198, f. 179). 8 dicembre 1755: a causa di una burrasca, a Capo dell’Alice naufraga il bastimento “La Maddalena” del capitano Giacomo Maunier di Martega (Francia) che tra le sue mercanzie, trasporta tavole di platano, ed e diretto da Negroponte a Malta (ASCZ, busta 858, anno 1756, ff. 48-54).

[liii] Fonti Aragonesi, Fabrica Castri Cotroni, p. 17.

[liv] ASN, Fs. 196 fslo 2, inc. 1, f. 23.

[lv] ASN, Fs. 196 fslo 2, inc. 2, f. 1v.

[lvi] ASN, Fs. 196 fslo 2, inc. 3, f. 9.

[lvii] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 1.

[lviii] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 3.

[lix] ASN, Fs. 196 fslo 2, inc. 3, f. 26v.

[lx] ASN, Fs. 196 fslo 1, f. 35v.

[lxi] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 2v.

[lxii] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 6-6v.

[lxiii] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 6v.

[lxiv] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 8.

[lxv] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 15.

[lxvi] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 15v.

[lxvii] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 6v.

[lxviii] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 11v.

[lxix] ASN, Fs. 196 fslo 3, f. 13.

[lxx] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 117v.

[lxxi] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 189v.

[lxxii] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 215v.

[lxxiii] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 229.

[lxxiv] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 221.

[lxxv] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 21.

[lxxvi] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 45.

[lxxvii] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 22v.

[lxxviii] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 45.

[lxxix] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 91v.

[lxxx] ASN, Fs. 196 fslo 6, ff. 24, 36.

[lxxxi] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 41.

[lxxxii] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 189.

[lxxxiii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 15; fslo 5, f. 54; fslo 6, f. 289v.

[lxxxiv] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 12; fslo 6, f. 235v.

[lxxxv] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 95; fslo 6, f. 338v.

[lxxxvi] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 16; fslo 5, f. 54; fslo 6, f. 289v.

[lxxxvii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 25; fslo 5, ff. 61, 69v; fslo 6, f. 298.

[lxxxviii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 56; fslo 5, f. 82; fslo 6, f. 324.

[lxxxix] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 48; fslo 5, f. 76; fslo 6, f. 316.

[xc] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 33v; fslo 6, f. 263.

[xci] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 15; fslo 6, f. 289v.

[xcii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 56; fslo 5, f. 82; fslo 6, f. 323v.

[xciii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 15; fslo 5, f. 54; fslo 6, f. 289.

[xciv] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 38; fslo 5, f. 69v; fslo 6, f. 307v.

[xcv] ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 289.

[xcvi] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 133.

[xcvii] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 145v.

[xcviii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 79; fslo 5, f. 99 fslo 6, f. 343v.

[xcix] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 85; fslo 5, f. 103v; fslo 6, f. 349.

[c] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 128; fslo 5, f. 132v

[ci] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 128; fslo 5, f. 133.

[cii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 135.

[ciii] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 141; fslo 5, f. 141v.

[civ] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 174v.

[cv] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 187v.

[cvi] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 204.

[cvii] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 234v.

[cviii] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 244v.

[cix] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 234v.

[cx] ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 179; fslo 5, f. 167v.

[cxi] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 186v.

[cxii] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 281v.

[cxiii] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 118.

[cxiv] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 163v.

[cxv] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 181v.

[cxvi] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 181v.

[cxvii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 99.

[cxviii] ASN, Fs. 197 fasc. 7 f. 169.

[cxix] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 253v.

[cxx] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 266.

[cxxi] ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 282.

[cxxii] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 142v.

[cxxiii] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 163v.

[cxxiv] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 181v.

[cxxv] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 196.

[cxxvi] ASN, Fs. 187 II fslo 3, f. 182.

[cxxvii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 145v.

[cxxviii] ASN, Fs. 197 fslo 1, f. 27.

[cxxix] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 47.

[cxxx] ASN, Fs. 197 fslo 1, f. 27; fslo 2, ff. 52v, 99.

[cxxxi] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 29.

[cxxxii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 47.

[cxxxiii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 78.

[cxxxiv] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 89.

[cxxxv] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 115.

[cxxxvi] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 93v.

[cxxxvii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 94.

[cxxxviii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 125v.

[cxxxix] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 175.

[cxl] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 175v.

[cxli] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 215.

[cxlii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 215.

[cxliii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 215v.

[cxliv] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 235v.

[cxlv] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 239v.

[cxlvi] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 246v.

[cxlvii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 256.

[cxlviii] ASN, Fs. 197 fslo 2, f. 256.

[cxlix] ASN, Fs. 197 fslo 8, f. 1.

[cl] ASN, Fs. 197 fslo 8, f. 12v.

[cli] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 2; fslo 8, f. 22v.

[clii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 2; fslo 8, f. 22v.

[cliii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 2; fslo 8, f. 22v.

[cliv] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 2.

[clv] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 13; fslo 8, f. 31v.

[clvi] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 20v; fslo 8, f. 42.

[clvii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 31v; fslo 8, f. 49.

[clviii] ASN, Fs. 197 fslo 7, ff. 26v, 42; fslo 8, ff. 45v, 65.

[clix] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 47; fslo 8, f. 68.

[clx] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 51v; fslo 8, f. 77.

[clxi] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 70; fslo 8, f. 96.

[clxii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 73v; fslo 8, f. 99.

[clxiii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 78v; fslo 8, f. 108v.

[clxiv] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 82v; fslo 8, f. 111v.

[clxv] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 76v; fslo 8, f. 107.

[clxvi] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 76v; fslo 8, f. 107v.

[clxvii] ASN, Fs. 197, f. 84; fslo 8, f. 112.

[clxviii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 97v; fslo 8, f. 134.

[clxix] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 99; fslo 8, f. 134.

[clxx] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 107; fslo 8, f. 146.

[clxxi] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 110v; fslo 8, f. 156v.

[clxxii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 119v; fslo 8, f. 176.

[clxxiii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 124v; fslo 8, f. 173.

[clxxiv] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 99; fslo 8, f. 134.

[clxxv] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 99; fslo 8, f. 134.

[clxxvi] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 99; fslo 8, f. 134.

[clxxvii] ASN, Fs. 197; fslo 7, f. 113 fslo 8, f. 157v.

[clxxviii] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 122; fslo 8, f. 173v.

[clxxix] ASN, Fs. 197 fasc. 7 f. 140.

[clxxx] ASN, Fs. 197 fslo 7, f. 124v; fslo 8, f. 173.

[clxxxi] ASN, Fs. 197 fasc. 7 f. 140.

[clxxxii] ASN, Fs. 197 fasc. 7 f. 158.

[clxxxiii] ASN, Fs. 197 fasc. 7 f. 169.

[clxxxiv] ASN, Fs. 197 fasc. 7 f. 164.

[clxxxv] Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, 1963, pp. 277-279.

[clxxxvi] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 116, che cita: Licterarum Curiae, 4° 1470-1471.

[clxxxvii] ASN, Regia Camera della Sommaria. Materia Feudale. Relevi – Inventario. Vol. 346, fascicolo 32., f. 356v.

[clxxxviii] “Dovendosi dar’inaffitto conf.e al solito la Difesa chiamata della Serra di q(ue)sta Mensa Arciv(escov)ale, assignatali da cotesta Uni(versi)tà p(er) transat.ne delle X.me insieme con la Cabella di S. Jannello, vi diamo facoltà di poter fare le debite cautele con Pietro Curto, Gio: Pietro Pipino, Simone Capp[a], Salvatore Cavallo, Gregorio de Franchi, e Giosep[pe] Carvello, et altri che vogliono attendere a [detto] affitto, p(er) il solito affitto di docati nov[anta] l’anno Constituendovi a q(ue)sto effetto Proc.re d[i questa] Mensa, dandovi la facoltà necess.a, Agg[iungerete] poi la p(rese)nte procura annessa alle d.e cautelle tanto eseguirete, e la saluto Caram.te.” AASS, 42A, f. 128.

[clxxxix] Gli inventari conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Santa Severina, menzionano tra le “Scripturae Diversae pro Mensa Archiepiscopali”, alcuni documenti che ci consentono di datare tale nuovo accordo nel periodo 1571-1572.[clxxxix] “Sententia in causa decimarum Casei in terra Policastri in anno 1571” (AASS, 2A, f. 13v). “Informatio capta in T(er)ra Mesoracae per novo Jure X.me extererorum sumentium Pascua in T(er)ra Policastri: Obligatio per Do: Jo: ant.o telese affictatore X.marum Ill.mi et R.mi D. C(ar)dinalis s.tae s.nae d. Jo: laur.m de la vigna et Horatium grecum affictatores territorii de marturi in ter.o polic.i de solvendo X.marum tangentem p.to Ill.mo D. Car.li pro nova X.ma 22 martis 1572” (Ibidem, f. 13). “Obligatio per do: Jo: Ant.o telese affictatore X.marum Ill.mi et R.mi D.ni Car.lis s.tae s.nae cont.a Pirrhum Ant.nium cicugium et fran.cum martinum de petraficta affictatores terr.rii et ovilis de merindino in terr.o Policastri pro nova decima 30 martii 1572” (Ibidem, f. 13v).

[cxc] AASS, 1A, f. 64.

[cxci] 7 ottobre 1644. Didaco Montaleone di Policastro, lasciava a sua moglie per testamento, “la fatica fatta nella Cesina loco detto Vallone Cupo”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 57-57v.

[cxcii] 30 giugno 1649. Tra i beni che il Cl.co Giacinto Montelione di Policastro dona al Cl.co Lupo Antonio Mesiano suo nipote, troviamo 2 tomolate di seminato nella “Serra della menta” che il donatore deteneva in comune ed indiviso con Gio: Dom.co Greco. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 40-40v.

[cxciii] ASCZ, Notaio Santoro M., Vol. IX, ff. 35-36.

[cxciv] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, pp. 142-143.

[cxcv] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, pp. 167-180.

[cxcvi] Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723, f. 96.

[cxcvii] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, pp. 142-143. Secondo l’autore nel 1622 “la Serra della Corte risultava già dismessa.”  Sisca D., ibidem.

[cxcviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 293, ff. 59-61.

[cxcix] Maone P., Notizie storiche su Cotronei, Historica n. 2/1972, pp. 104-105.

[cc] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 305, ff. 48v-49.

[cci] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 99v-101.

[ccii] La carta della Sila disegnata nel 1685 dal tavolario Antonio Galluccio, riporta il toponimo “Serra della Menta” mentre, nella legenda di questa carta che ripercorre il confine silano, troviamo in successione: “… 52. Ponte d’Ampolino. 53. Serra di Pagliarello. 54. Scanzata della Menta. 55. Timpone del Principe. …”. Il pilastro confinario della Sila posto nel luogo detto “Scanzata della Menta” si rileva anche nel 1721, sulla strada che dal Gariglione giungeva a Policastro e risulta tra i “cento e nove pilastri” che nel 1755 segnavano il territorio silano: “… Il cinquattottesimo a Pietrascritta, a mille passi, sul confine di Policastro. Il cinquantanovesimo, con lo stesso nome del precedente, a breve distanza dallo stesso. Il sessantesimo alla Macchia del Musco, a duemilatrecento passi, ancora sul confine di Policastro. Il sessantunesimo a Pietra Irta, a seicento passi sul confine con Policastro. Il sessantaduesimo, a quaranta canne dal precedente. Il sessantatreesimo alla Scanzata della Menta, a mille passi, sul confine coi territori di Policastro e Mesuraca. Il sessantaquattresimo al Timpone del Principe, a novecento passi dal precedente, confinante con Mesuraca e Policastro. …”. Valente G., La Sila dalla Transazione alla Riforma 1687-1950, pp. 63-64 e 265-279.

[cciii] AASS, 1A, ff. 131-140.

[cciv] AASS, 23A, f. 172.

[ccv] AASS, 33A, f. 140. 1653: “Serra d.ti 90” (AASS, 23A, f. 140). 1653: “Serra delle tavole d.ti 90” (AASS, 23A, f. 167). 1654: “Serra d.ti 90” (AASS, 23A, f. 140v). 1655: “Serra di Policastro d.ti 90” (AASS, 23A, f. 141). 1655: “Serra di Policastro d.ti 90” (AASS, 23A, f. 129). 1656: “Serra di Policastro d.ti 90” (AASS, 23A, f. 128). 1656: “Serra di Policastro d.ti 90” (AASS, 23A, f. 141v). 1657: “Serra di Policastro d.ti 90”(AASS, 23A, f. 130). 1657: “Serra di Policastro d.ti 90”. (AASS, 23A, f. 142).

[ccvi] AASS, 33A, ff. 75v e 82v.

[ccvii] 1654-1658: “Altri Stabili che rendono ogn’anno”: “Serra delle tavole d. 90” (AASS, 33A, f. 41). “la Serra di tavole d.ti 90” (AASS, 33A, f. 99). “Ragioni della Menza Serra delle tavole in Policastro per 3 anni 90 d.ti 270” (AASS, 33A, f. 101v e 103).

[ccviii] AASS, 33A, 134-134v.

[ccix] Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723, f. 96.

[ccx] AASS, 23A, f. 77.

[ccxi] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 874, ff. 54-55.

[ccxii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 50-51.

[ccxiii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 19v-22.

[ccxiv] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 62-62v.

[ccxv] AASS, 39A f. 81.

[ccxvi] AASS, 39A f. 83.

[ccxvii] AASS, 39A f. 82.

[ccxviii] AASS, 39A f. 87.

[ccxix] AASS 42A, f. 128.

[ccxx] AASS 42A, ff. 195/196-195/196v.

[ccxxi] AASS, 42A f. 131.

[ccxxii] AASS, 42A, f. 140.

[ccxxiii] AASS, 42A f. 196/195.

[ccxxiv] AASS 42A, ff. 149-149v.

[ccxxv] AASS 42A, f. 236.

[ccxxvi] AASS 42A, ff. 282-282v.

[ccxxvii] AASS, 43A, f. 83.

[ccxxviii] Rende P., La produzione di Pece e Deda nei boschi di Policastro, www.archiviostoricocrotone.it

[ccxxix] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, f. 41.

[ccxxx] 30 luglio 1649. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 51-51v.

[ccxxxi] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 66v-67.

[ccxxxii] AASS, 54A, ff. 152-152v.

[ccxxxiii] AASS, 60A, ff. 203-204v.

[ccxxxiv] AASS, 54A, ff. 253-253v.

[ccxxxv] AASS, 54A, ff. 313-314.

[ccxxxvi] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 150, che cita: Relevi lib. 401.

[ccxxxvii] ASN, Fondo Notai del Seicento, Notaio Giuseppe de Vivo, scheda 714 prot. 18.

 

[ccxxxviii] AASS, 63A, f. 114.

[ccxxxix] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, f. 76.

[ccxl] AASS, 24B fasc. 3, f. 10.

[ccxli] Tra i “Capitoli solennemente giurati, e promessi dall’Eccellentissimo Padrone per l’organo del Signor D. Francesco San Severino suo Reggente Generale e Procuratore per detto Posesso della nostra Città, e Casale delli Cotronei”, sottoposti al sovrano e che si annoveravano tra “quelle cose, che stanno in osservanza, e a detta Università son state concesse da molti altri Predecessorii molte grazie che prima godeva essa Università, tra molte concessioni con Speciale Privilegio il Serenissimo re ferdinando primo di questo Regno, e giuste, ed osservate le leggi, Capitoli, Costituzioni, e Consuetudini, che dà tempo immemorabile stanno in osservanza in questa predetta Città”, si evidenzia: “Item: Che sia lecito à tutti gli Cittadini di potere allignare, pascere, e seminare in tutti li Territori Comuni delle Montagne, e difese adiacenti nelle medesime, e far vigne, Giardini ò Possessioni, nello che stanno in possesso dà tempo immemorabile senza Contradizione alcuna, anche a tenore de’ Patti convenuti nella vendita della sudetta Bagliva.” Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723, ff. 18v-20v.

[ccxlii] Il bracciale Agostino de Vona di anni 22, possedeva un vignale alberato di castagne nel luogo detto “la Serra” confinante con quello di Francesco Luchetta (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, f. 85), mentre il bracciale quarantacinquenne Antonino Mannarino detto “Monachello”, in comune ed indiviso con sua sorella Anastasia, possedeva un pezzo di terra nel luogo detto “la Serra confinante con le terre del reverendo Marco Mazzuca (Ibidem, f. 105v). Il bracciale Nicola Ierardo di anni 39 possedeva castagne “nella Serra (Ibidem, f. 48v), dove si trovavano anche i vignali del bracciale Silvestro Mannarino di anni 22 (Ibidem, f. 56) e di Tommaso Medaglia, custode di vacche a soldo di anni 48 (Ibidem, f. 60).

[ccxliii] Il bracciale Francesco Capozza di anni 45, possedeva un “castanetello” nel luogo detto “la Serra delle fichi”, confinante con le castagne del mastro sartore Francesco Minardelli di anni 56 (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, f. 134v). Quest’ultimo, possedeva “un castanetello” soggetto allo “sbarro” di 3 giorni la settimana sito nel luogo detto “Trentademone” che confinava con il reverendo D. Vincenzo Grosso (Ibidem, f. 133). Il bracciale Antonino Mele di anni 36, possedeva un vignale nel luogo detto “la Serra” confinante con quello di Nicola Cirisano (Ibidem, f. 93). Il custode di vacche Giovanni Rizza di anni 23, possedeva un vignale nel luogo detto “La Serra delle fichi” confinante con quello di Nicola Cirisano (Ibidem, f. 140v).

[ccxliv] Il bracciale ventottenne Leonardo Cirisano possedeva un pezzo di terra “nelli Comuni di questa Città” nel luogo detto “le Destre della Serra” confinante con le terre di Nicola Cirisano (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, ff. 176v-177).

[ccxlv] Il bracciale Marzio Borello o Borrelli di anni 27, possedeva un pezzo di terra alberato sito nel luogo detto “la Serra nelli Comuni delle Montagne” confinante con “L’Acquaro” (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, ff. 192v-193).

[ccxlvi] Il bracciale trentenne Salvatore Russo, possedeva un pezzo di terra di 1 tt.a alberato di “Noci, brune e Cerase” nel luogo detto “la Serra”, confinante con quello di Gio: e Nicola Cirisano (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, f. 221v). Il custode di capre Nicola Cirisano di anni 50, possedeva un pezzo di terra “con piantoni di castagne” nel luogo detto “La Serra” (Ibidem, f. 201). Il bracciale trentacinquenne Domenico Gallucci, possedeva un pezzo di terra alberato con 2 piedi di noci e 2 gelsi neri nel luogo detto “La Serra” confinante con Gio: Battista Naturile e Giordano Guzzo (Ibidem, f. 120v). Il bracciale Giambattista Naturile di anni 38, possedeva un vignale nel luogo detto “la Serra” confinate con quello di Gio: Bruno (Ibidem, f. 156v). Il bracciale trentenne Giovanni Bruno, possedeva un vignale di ½ tt.a, alberato di noci ed altri alberi fruttiferi nel luogo detto “la Serra”, confinante con quello di Giuseppe Rizza e quello di Giordano Guzzo (Ibidem, f. 149).

[ccxlvii] Il custode di porci e di vacche Giuseppe Rizza de Diana di anni 33, possedeva un pezzo di terra alberato di castagne nella “Serra”, ovvero nella “Serra delli Rizzi”, confinante con le castagne di Gaetano Anania (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, ff. 29v e 164v). Il vaticale Antonio Catanzaro di Giuseppe, possedeva querce e castagne nella “Serra delli Rizzi” (Ibidem, f. 11v). Il nobile Giampietro Natale di anni 55 possedeva castagne nella “Serra delli rizzi” (Ibidem, f. 6).

[ccxlviii] Il bracciale ventiquattrenne Giuseppe Catanzaro, possedeva una continenza di terre e giardino nella “Serra delli Rizzi” e “Monacello” (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, f. 24v e ff. 144-144v).

[ccxlix] Il bracciale Francesco Carvello di anni 33, possedeva alcuni piedi di castagne nel luogo detto “la Serra delli Rizzi”, confinante con il castagneto detto “li Napoli” (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, f. 131v).

[ccl] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991, f. 15.

[ccli] Tra i diritti feudali appartenenti al baiulo di Le Castella (1518), ad esempio, troviamo quello di punire coloro che avessero tagliato alberi fruttiferi e forestali: “item Dittus baiulus cognoscere potest de incisoribus arborum fructiferarum / et glandiferarum videlicet a quolibet incisore penam carlinorum quindecim / pro qualibe vice in tenim.to preditto et presertim in defensa seu foresta / de san fantino preter que ab incidentibus lignamina pro stiliis / usus massarie, et tignis seu tigillis pro faciendis tiguriis / seu cooperiendis domibus, in foresta vero delo suverito non / possunt incidi lignamina nullius generis nec pro causa quacumque / et contra facientibus exigitur pena preditta”. AVC, Processo Grosso, Reintegra di Andrea Carrafa, 1518, f. 6.

[cclii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 302, ff. 28-29.

[ccliii] “1. Tutti i Territorii della Regia Sila si riducono o a Regii Demaniali detti propriamente Regii Comuni e Territorii Feudali, o a Territorii e Difese de’ particolari, e tra essi non vanno esenti quelle Difese, che diconsi Camere riservate, giacchè la Regia Corte ha il diritto del taglio degli alberi sopra qualsisia Territorio tanto dentro, quanto fuori la Regia Sila […] e può far Camera riservata qualunque luogo, quando si tratta di legnami, che possono servire pel Regio Arsenale, e per qualunque uso in sostegno, ed aumento delle forze marittime dello Stato. Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume I, Napoli 1862, pp. 164-165.

[ccliv] “… una Camera Riservata, gli alberi della quale, come quelli di tutte le altre, sono del pieno e dritto dominio della Regia Corte fin dalla prima origine della Sila, e fin da quando furono istituite le Camere Chiuse.” Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume I, Napoli 1862, p. 518.

[cclv][cclv] “… siccome la Corte è nel possesso di tutta la pienezza del dritto su l’intera alberatura della Regia Sila, così ha fatto alcune riserbe di boschi ne’ luoghi più opportuni per fare fino alla Marina il trasporto di que’ legnami, che sono addetti alla Manovra, ed all’uso del Regio Arsenale; con tutto ciò gli può bisognare, con proibire a chicchessia di legnare, e di fidare in detti luoghi, ed agli stessi Appaltatori, che neppure vi potessero costruire forni di pece. S’ignora precisamente in qual tempo fossero state istituite le Camere riserbate, ma sono molto antiche. Esse sono poste ne’ luoghi più comodi per l’abbassamento, e pel trasporto del legname alla Marina, senza aversi riguardo se tali luoghi fossero Demanii Regii, Difese, Territorii Feudali, o Terre Corse perché in tutti egualmente ha il diritto dell’alberatura la Regia Corte.” Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume I, Napoli 1862, pp. 167-168.

[cclvi] Cancro M., Privilegii et Capitoli della Citta de Cosenza et soi Casali, concessi dalli Serenissimi Re de questo Regno de Napoli confirmati et di nuovo concessi per la Maiesta Cesarea et la Serenissima Maieta del Re Philippo Nuostro Signore, Napoli 1557, p. 55v.

[cclvii] “ITEM supplica la prefata Universita alla dicta Maiesta, che considerato novamente è stata facta una defesa alla Sila dela dicta Città per le giumente de dicta Maiesta, per la quale li homini de dicta Città et Casali ne pateno molti incommodi et danni tanto in lo pascere de ditto bestiame, quanto per non possere fare loro massarie in li loro terreni, et per se pretendere che lo loro bestiame va in la ditta difisa, quasi continuamente sonno molestati, vexati, et composti acramente per li officiali de ditta Maiesta in modo che durando ditta defisa veneria ad minuire lo bestiame de ditti Casali, pero se degni sua Maiesta concedere che la ditta defisa se habea da fare alla Sila de Tacina dove se solea fare in tempo de la felice memoria de Re Alfonso, actento che lo bestiame de sua Moiesta ci po comodamente stare.

REGIA Maiestas super contentis in dicto capitulo oportune providebit.” (Cancro M., cit., p. 55v).

[cclviii] “ITEM per che la bona memoria del Signor Re Alfonso vostro frate fece una defesa chiamata Anghiarella, per le iumente non senza grande interesse de ditta Universita et Casali per essere al transito del bestiame pero ditta Universita et homini supplicano vostra Maiesta se degni lassare ditta defesa ad essa Città et Casali prefati como era ab antiquo, et revocare omne concessione et impetratione ne fossi fatta da altri atteso non haveno altro modo de sustentare loro bestiame. PLACET Regie Maiestati, si dicta defensa reperitur in domanio curie.” (Cancro M., cit., f. 67v).

[cclix] “Da un processo del 1704 risultava che il possessore del “Feudo di Tacina vi fece le fabbriche delle tavole nell’anno 1696 sul supposto di poterlo, perché disse, che pagava l’Adoa alla Regia Corte, e che per questa ragione egli non fece i riveli”. Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume II, Napoli 1866, p. 373.

[cclx] 11 agosto 1588. Cirò. L’Ill.mo domino Joannes Vincenzo Perrono della città di Napoli, governatore del Marchesato della terra di Cirò, possessore della “defensam, et sylvam de tacina”, posta nel territorio della terra di Zagarise, istituisce suoi procuratori i magnifici Bar.lo Mariscani e Annibale Schipani di Zagarise, affinché, conferendosi nella città di Messina, a Malta e in altri luoghi del regno di Sicilia, trattino per suo conto la vendita di “tabulas, trabes, remos et alia quaecumque lignamina”, condotte dalla detta selva alla “maritima et scaris terrae Cropani”. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 489-489v.

[cclxi] “Sotto la denominazione di Feudo di Tacina e del semplice nome di Tacina si comprende una vasta ed immensa tenuta di terra, la quale è compresa nel distretto della Regia Sila”. “Questo Feudo o sia tenuta ha la qualità di Camera Chiusa o sia riservata e secondo la liquidazione che ne ha fatta il Giudice Zurlo attualmente è posseduta da D. Carlo Poerio della città di Catanzaro.” Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume II, Napoli 1866, pp. 372-373.

[cclxii] “… sotto nome di Gariglione, che secondo il modo di esprimere volgarmente si considera compreso con Tacina in guisa che quando si vuole intender Tacina si congettura che sia Gariglione.” Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume I, Napoli 1862, p. 528.

[cclxiii] 23 dicembre 1851. “Per la concessione del 27 ottobre 1468, ad opera di Ferdinando d’Aragona, della montagna di Cariglione, nella regia Sila, a prò del comune di Policastro.” ASN, Sezioni.

[cclxiv] Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume II, Napoli 1866, pp. 372-373.

[cclxv] 31 dicembre 1604. Tra i debiti di Joannes Angilo Rotella di Taverna, abitante in Policastro, che figuravano nel suo testamento, troviamo carlini venticinque dovuti “del residuo della serra al patrone di mesoraca”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 225v-226; parte seconda foto 227.

Conto fatto da Marco Ant.o Biondi erario dello Stato di Mesoraca dal 12 settembre 1656 al 4 maggio del 1657. Il 23 settembre 1656, l’università di Mesoraca paga al corriere Mico Foresta d. 0-1-0, perchè andò alla “Serra dell’Arenosa dove li serrat.ri per sollecitare l’affitto che dovevano per detta serra.” AASS, 34A, f. 31.

9 dicembre 1703. In Policastro. Marcello Le Pera di Aprigliano, affittatore della “Difesa detta dell’Arenuso esistente in queste montagne di Policastro”, ovvero della “difesa dell’Arenusa seu Tacina”, posseduta dal sig. Stefano Donato, per il pascolo delle sue pecore. AASS, 58A, f. 250b.

[cclxvi] “Feudo di Tacina, o sia Tacina.” Camera riservata: “… che in questo territorio si presero i travi pel Real Palazzo di Caserta, …”. Stato della Regia Sila liquidato nel 1790 da Giuseppe Zurlo, volume I, Napoli 1862, p. 527.

[cclxvii] Gianfrotta A. (a cura di), Manoscritti di Luigi Vanvitelli nell’Archivio della Reggia di Caserta 1752-1773, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Fonti XXX, 2000, pp. 69-70.

[cclxviii] “Carrara. Strada in territorio di Cotronei, così detta a causa dei carri per il trasporto del legname dalla Sila alla marina. Sottostante ad essa venne posto, nel 1663, uno dei pilastri confinari.” (Dizionaretto Geografico della Sila in Valente G., La Sila dalla Transazione alla Riforma 1687-1950, pp. 265-279). 1755: “Il cinquantaseiesimo sotto la strada detta Carrara, usata per il trasporto del legname alla marina, a seicento passi confinante con Cotronei.” (Valente G., La Sila dalla Transazione alla Riforma 1687-1950, pp. 63-64).

[cclxix] 9 marzo 1616: Ducati 36 “sopra la difesa della montagna per causa dell’abasciam.to” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 290, ff. 87v-88v). 6 ottobre 1621: Sanson Salerno di Policastro era debitore di Mattio Fasolo “alias bruna”, per ducati 63. Venuto il tempo di pagare e non avendo il denaro per farlo, il detto Sanson s’impegnava a pagare così: ducati 30 all’ultimo di luglio 1623, sopra le entrate della “difesa della montagna”, cioè sopra il censo che gli doveva Fran.co Ant.o Fanele per il detto anno, relativamente al di più delle detta difesa, che egli deteneva per “l’abassam.to del Censo del sig.r Principe di Milito”, ed i restanti ducati 33 ad Agosto 1624, sopra l’usufrutto e le entrate di detta difesa et “abasciam.to” dell’anno 1624 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 293, ff. 72-73).

[cclxx] ASCS, Regia Udienza Provinciale, mazzo 2 fascicolo 37.

[cclxxi] De Luca F., Da Siberene a Santa Severina, 1997, pp. 118-119.

[cclxxii] “addi 13 Decembre 1796 in Policastro. Il S. Gaet.o / de Martino di questa sudetta Città conferito personalmen / te presso gli atti della Reg.a Publica Udienza di Catanzaro / e innanzi di me infrascritto Reg.o Notaro act.o Stipul.te sig.e / R. R., il quale spontaneamente, e con giuramento, ed alla / pene di oncie 25 di oro F. R., ed asserisce nella d.a nostra / presenza, qualmente essendo rimasto ad estinto di can / dela l’affitto della Difesa appellata la menta a favor / del notar D. Michelangelo Rossi … l’anno / sita detta Difesa in q.o Territorio giusta i suoi fini / del Dominio e possesso della vacante mensa arci / vescovile di S. Severina, e per essa de R.di S.r De / putati Chiesiastici … S.o Costituito, in grado / d’incanto offri per … affitto ad ogni uso e / per un sissennio annui Docati centottanta, e / col soleto patto di poter magiesare in ag.o p(rossi)mo ven / turo, come è costume di q.e cose tutte, da detti R.di / Deputati Chisiastici della mensa vacante su / detta se n’avanzò riduzione all’Ill.mo Avvocato / Fiscale D. Vincenzo Cadapace, dà cui con venera / ta carta dei 6 del corrente fu ordinata la sti / pola delle Cautele a favore della replicata mensa / per l’affitto sudetto per il d.o Assennso e per i su / detti annui D. 180.00 a tenore dell’Offerta an / zidetta, Copia di quale Offerta e di lettera di d.o S.r / Fiscale in forma valida a nor.s in quest’atto s’esi / bisce, ed in calce del presente s’alligano. Fatta quest’assertiva, e volendosi da d.o S.r Costituito cau / telare la mensa sud.a e rimanere d.o Affitto con / chiuso con publica scrittura, quindi s’è che og / gi sud.o giorno d.o S.r D. Gaetano de Martino con / … si obbliga … l’affitto la re / plicata Difesa della mensa Vacante arcivescovile / di S. Severina, che sta sita in q.o nostro terr.o, giusto / i di lei fini, chiamata volgarmente l’amenta ad / ogni uso, ed in pascolo ed in semina, e colla facoltà / di assocciare subaffittare eccetera. E questo per anni sei / i quali incipiar devono della prima di Novembre / dell’anno venturo 1797, e terminare a tutt’ottobre / dell’anno 1803 coll’espresso patto apposto nell’offerta / poterci seminare in ag.o prossimo giusta il costume e / natura di d.a Difesa obbligandosi d’affettivam.te pa / gare per simile affitto ad Sud.ti R.di Deputati Chie / siastici di d.a vacante mensa e a di loro successori / l’annuo estaglio di D. 180.00 in ogni prima di Novem / bre di caduno anno del sissennio pred.o principian / do il 1.o pagamento nella prima di novembre dell’an / no 1798, e così poi continuare per gli altri cin / que anni consecutivi, che in tutto detto affitto in / porta la somma di D. 1080.00 in pace e senza / eccezzione alcuna anche di liquida prevenzione / e alla quale con giuramento esso S.r Costituito / esser tenuto a tutt’i danni, e che la presente / si possa incusare in ogni corte, ed abbia l’ese / cuzione pronta, e parato reale o p(rincipa)le more. / E viceversa li pred.i R.di Deputati Chiesiastici della / vacante mensa arcivescovile di S. Severina con / giuramento tacto pectore promettono che si obbli / gano mantenere il d.o S.r Costituito nell’affitto / sudetto e della maniera come sopra, cioè per un / sissennato ad ogni uso, e per il sud.o annuo estaglio / annuo D. 180.00 e coll’espresso patto di poterci se / minare e dar terreno a semina per Agosto p(rossi)mo / giusta la costumanza e natura di d.a Terra, e / giusta il patto espreso dell’offerta d’Incontinente / senza potere essere ammasso per qualunque / causa, maggiormente perché simile affitto si è / fatto con tutti li solennità dovute, ed in vi / gore della cennata venerata lettera dell’Ill.mo S.r / Avvocato Fiscale sincome sopra per copia in / scrita.” AASS, 24B fasc. 3, ff. 56-57.

[cclxxiii] “Amenta. Difesa dell’ estenz.ne di tt.e 1000 circa. Il medesimo deve all’otto 7mbre 1796 secondo anno del Triennio d’affito ad ognuso ducati cento quaranta. D. 140.” AASS, 82A, f. 14v.

[cclxxiv] AASS, 1A, f. 353v.

[cclxxv] AASS, 24B fasc. 3, f. 100.

[cclxxvi] AASS, 15B, f. 81.

[cclxxvii] AASS, 27B.

[cclxxviii] “Si cominciò in quell’anno stesso (2 agosto 1806 legge n.130) ad abolire il feudalesimo e al riordinamento dello stato civile (Decreto legge n. 132 del 1810). La proprietà demaniale come l’esteso bosco a nord della S. Spina, fu distribuita ai contadini con l’obbligo di pagare un canone annuo, da cui furono affrancati in seguito. La parte della Sila, come Cardopiano e Melito (complessivamente la Montagna) restò ancora per poco al feudatario, e per esso al Duca dell’Infantado.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 276.

[cclxxix] “… si fittano i seguenti fondi comunali (demaniali): Milito, Cardopiano, Malacrita (sic), Amenta, Difisella, Vacante di S. Demetrio, Destra del Ferro, Macinello, Altaleone, Manca del Ponte, Manca dei Comuni. In tal modo arricchito il bilancio, si potè pensare ad un aspetto più decoroso dei pubblici uffici.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 336.

[cclxxx] 6 novembre 1920. Catanzaro. In risposta alla nota del 6 agosto 1920, l’Ispettorato di Catanzaro del Corpo Reale delle Foreste, inviava al S. Prefetto di Cotrone la nota avente come oggetto: “Petilia Policastro – Istanza Nicolazzi Giuseppe per impianto segheria”. Commissariato Usi Civici Catanzaro, cartella con fogli non numerati intestata Petilia Policastro.

 

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