Un lago scomparso in territorio di Cutro

Lago Cutro

In evidenza la località in cui si trovava il lago scomparso.

Verso la metà dell’Ottocento l’economista Luigi Grimaldi riferendosi al territorio di Cutro affermava : “…vi sono molte malsane sorgenti, e due laghi, uno dei quali ai confini del territorio è nel fondo detto Baronia di Tacina, nomasi S. Anna, occupa circa 100 moggi, è largo 180 palmi, e ne ha di perimetro 1500 … il comune di Cutro soffre i tristi effetti dell’esalazione del … lago” (1).
Attualmente in territorio del comune di Cutro c’è solo il lago di Sant’Anna. Esso è situato presso i confini territoriali con il comune di Isola Capo Rizzuto, vicino alle località Piano del Lago, Cariglietto, Bosco Bracco, Serritano, Testa Divina, Macchiette, Manca della Vozza, Sant’Anna ecc., cioè presso le terre che facevano parte, o erano nei pressi, della baronia di Massanova; baronia che assieme a quella di Tacina appartenevano allo stesso feudatario: il barone di Tacina e Massanova. Niente il Grimaldi ci dice sull’altro lago, in modo da poterne identificare il nome e la posizione. Nel passato il territorio cutrese doveva conservare molti laghi e pantani; alcuni di questi furono bonificati all’inizio del Novecento, altri al tempo della Riforma agraria. Ancora oggi rimangono alcuni toponimi a ricordo come “Pantano”, “Pantanelle”, “Porcheria”, “Terrastro” ecc.

Un lago scomparso
Nel catasto onciario di Cutro del 1745 troviamo che l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillis possedeva la gabella del Vattiato, e Lago, situata nel corso del Vattiato e che il barone di Tacina e Massanova Gio. Francesco D’Oria aveva in burgensatico la gabella detta Carnovale, e Puzzo Fetido di circa 1950 tomolate, che confinava da una parte con la gabella del Lago e dall’altra parte con il corso di Feroluso. Sempre nel documento fiscale settecentesco è inserito un documento risalente ai primi anni del Seicento con l’elenco dei censuari antichi e recenti dell’abbazia di “Sant’Angelo in Frangillis”in territorio di Cutro. Tra i vari censi notati nella gabella “Battijato” si legge: “In gabella dicta dello Battijato, venti Febrajo 1603. J.nes Bap.ta de Vona terrae Cutri pro terris tumulatarum duodecim in circa sitis in dicta Gabella dello Battijato, in loco dicto lo Frassello iuxta vinealia Marcelli de Bona, et fratris, et iuxta alias terras dictae Gabellae iuxta vinealia dello Laco, vinealia J.nis Aloysi de Albo, iuxta Gabella dello Laco, via mediante promisit solvere carolenis viginti anno quolibet in perpetuum cum pactis ut sup.a”. Proseguendo: “ultimo aprilis 1603. Hyronimus et Jo.nes Aloysius de Albo in solidum pro vinealia, quod dixerunt havere allo Frassello, iuxta terras Jo.ni Bap.tae de Bona iuxta vinealia dello Laco, terras Sygismundi de Bona, promiserunt solvere carolenos quattuor ut sup.a”. Sempre nello stesso giorno : “Marcellus, et Sjgismundus de Bona pro undecim vinealibus, quas tenebat Joan.es Nicolaus de Bona in dicta Gabella de Battijato, iuxta vinealia Rutilii de Bona, vinealia JJo.nis Bap.tae de Bona, et viam publicam, cum eodem petio terreni Gabellae dello Laco in angulo viae iuxta vinealia Julii de Flore, promiserunt solvere carolenis decem et octo in perpetuum ut sup.a cum pactis”. Da Ultimo Sygismundus de Bona de Jo.nes Thoma pro alio petio terreni dicto Lo Laco vineale dello Laco, capacitatis tumulatarum sex cum dimidio in circa iuxta via qua itur Catanzarium, iuxta vinealia Aloysi de Albo, et a parti inferiori, iuxta vinealia J.nis Bap.ta de Bona, et a parte superiori et ex alia parte vinealia Lucae Oliveri, introsovi anco un pezzetto di terreno, che va collo Battejato promisit solvere carlonenos tredecim in perpetuum ut sup.a, incipiendo primam solutionem in medietate Augusti anno 1604”. Nello stesso documento secentesco nell’elenco delle proprietà dell’abbazia in territorio di Cutro vi è ”La Gabella dello Laco e Mondato, iuxta la Gabella di Puzzo fetido iuxta le terre di Termine grosso ed altri fini” (2).

Il Luogo
I toponimi che delimitano l’area su cui sorgeva il lago, al quale si riferiscono i documenti secenteschi dell’abbazia di Sant’Angelo di Frigillo, sono: la gabella Battijato, la gabella di Puzzo Fetido, le terre di Termine grosso, il loco Lo Frassello, la via pubblica”qua itur Catanzarium”; a questi aggiungiamo quelli che ricaviamo dal catasto di Cutro del 1745, che sono il corso del Vattiato e le gabelle Carnovale e Puzzo Fetido. Per un’ulteriore e certa identificazione del luogo, aggiungiamo che la gabella Carnovale confinava con le gabelle Arcieri e Camerlingo; la gabella Puzzo Fetido confinava con le terre della Curia di Tacina, via pubblica mediante e la gabella Termine Grosso con le gabelle Camerlingo ed Armirò.
E’ evidente che il lago qui descritto, non è quello di Sant’Anna. I toponimi sono completamente diversi e si riferiscono a luoghi situati in un’altra parte del territorio cutrese. Mentre il lago di Sant’Anna si trova ai confini con il territorio isolitano, quello sopra identificato è tra l’abitato di Cutro, il fiume Tacina ed il mare; cioè tra l’uno e l’altro c’è l’abitato di Cutro ed il fronte del Vattiato. Uno è sull’altopiano e l’altro è sulla pianura alluvionale sotto il colle del Vattiato, presso ed a sinistra del fiume Tacina e ai confini territoriali tra il comune di Cutro e quello di Roccabernarda.

Il “Vattiato” e la sottostante pianura
La grande fragilità geomorfologica del fronte del Vattiato e della pianura collinosa ed argillosa sottostante è evidenziata da questa relazione della metà del secolo scorso.
“L’abitato (di Cutro) si sviluppa lungo i margini di un ampio ripiano che si protende verso il mare Jonio con direzione Nord Ovest – Sud Est. Sul versante Sud è delimitato da una estesa pendice denominata Vattiato.Le pendici del sopracitato Burrone Vattiato si presentano aspre e frastagliate e da esse traggono la loro origine diversi valloncelli che, raggiunta la parte più pianeggiante, scorrono con lieve pendenza e con andamento tortuoso dovuto al susseguirsi delle collinette del Marchesato … Il terreno su cui esiste l’abitato appartiene all’Era Cenozoica, Periodo Pliocenico e Miocenico, e si presenta sotto forma di sabbie gialle ed arenarie conchiglifere addossate o impostate sulle argille azzurre o marnose. La potenza degli strati di arenaria è molto variabile ed il suolo, verso il Vattiato si presenta squallido per la presenza di numerosi calanchi. I dissesti si manifestano principalmente sottoforma di : a) Dilavamenti superficiali dovuti alla disgregazione termina e meccanica ed alla infiltrazione di acque meteoriche. b)Erosioni superficiali con smottamenti e colate di fango. c) Scalzamenti al piede delle pendici che per la vastità ed intensità del fenomeno di scoscendimento di masse assumono le caratteristiche di “frane per crollo” specie nelle zone dove scaturigini, filtranti lungo il piano di contatto delle formazioni, hanno provocato il rammolimento delle argille” (3).

Descrizione del paesaggio
I documenti antichi e le testimonianze di alcuni viaggiatori testimoniano il permanere e la costante presenza nella pianura di una economia latifondistica basata sulla rotazione tra i cereali ed il pascolo. Fin dal Medioevo la pianura collinare a sinistra della foce del Tacina è possesso di pochi proprietari che possiedono vasti territori. Oltre al feudatario di Tacina o Torre di Tacina, abitato e feudo situato presso la foce ed a sinistra del fiume Tacina, ci sono le terre delle abbazie di San Nicola di Iaciano, di Sant’Angelo de Frigillo, di San Nicola di Buccisano e di San Leonardo, del monastero di Santa Chiara di Catanzaro, della Commenda di Malta, del vescovo di Isola e dell’arciprete di Le Castella.
Nei documenti medievali troviamo riferimenti alle numerose sorgenti, ai corsi d’acqua ed ai fossati presenti nella pianura. Nella parte bassa verso il mare , in territorio della baronia di Tacina, troviamo la “Flumara de Tacina”, la “cabella Vurga de groya”, “Pantanelli”, “lo pantano”, “umbro de dragoni”, “umbro de terrastro”, l’acqua delo judeo”, “l’acqua dela petra” ecc. ; nella parte superiore verso il Vattiato ci sono il “puteo de Frache”, il “puteo Flagiani”, il “puteo de Rabda”, il “puteo sicco”, il “pucio fetido”, “serrone acqua pendente”, “valle bruca”, “umbro Cricelle”, “umbro di Manno”, “umbro pagano”, ecc.
La località è resa fertile in primavera, soprattutto per l’apporto delle acque piovane, che attraverso i numerosi valloni del Vattiato dall’altopiano scendono verso il mare. D’estate però “l’aria da per tutto è micidiale è un vero deserto a cagione dell’aria mortifera … Le argille d’inverno e di primavera s’impregnano di acqua, e nell’estate l’azione del sole vi produce delle fenditure donde sortono ferali esalazioni”.
Queste condizioni di popolamento e di fertilità in certi periodi dell’anno e di spopolamento e desertificazione in altri sono ben descritte dai viaggiatori, che hanno percorso la pianura nei secoli passati. A seconda di quando hanno attraversato la pianura ci hanno dato del luogo una descrizione diversa.
Della fertilità delle campagne di Cutro, così ne scrisse Barrio “Cum linis non vulgaribus, et agro pascuo tritici, ac aliarum frugum feraci”, e fu poco in riguardo al molto, che elleno producono; cioè grani di più forti, orgi, legumi di tutte maniere, chiappari, fonghi, asparagi, latticini d’ogni animale, fin la mastice; ond’è che la terra ne vive abbondante, e colla vendita del soverchio ne sforgia” (4).
“L’eccelente fertilità del terreno è dimostrata dalla felice crescita di grossi cardi, e da alcuni campi, su cui spuntano delle meravigliose piantagioni di grano. Ma questa terra clemente sfama pochi abitanti. La trascuratezza, l’oppressione del regime, e le forti imposte che i contadini devono pagare ai nobili, trattengono molti dallo sposarsi.. Anche per questo il paese è sovrappopolato da animali selvatici. Le volpi sono innumerevoli”(1792) (5).
“Sotto di esso (Cutro) il terreno è molto scosceso, e , come è di creta, quando piove si rende assolutamente impraticabile. Il Tacina dà anguille ed anche trote. Ha un letto piutosto ristretto. Potrebbe servire di caricatoio molto opportuno” (6).
“Cutro sorge, a dodici miglia dal mare, su un altipiano, da dove si gode un’estesa ma desolata vista del golfo di Squillace a Capo Stilo. Conta duemila abitanti, le strade sono discretamente larghe, ma non presenta belle case e la chiesa principale non è molto grande. Ogni cosa denota uno stato di abbandono e povertà, nonostante si svolga un buon commercio di bestiame, grano, legumi e un po’ di vino. Lasciata Cutro, una scomoda discesa mi condusse sul litorale, presso poche case e una torre di guardia, chiamata Lo Steccato, a sud di Capo Castelle. Ai piedi della collina incontrammo una grande mandria di bovini, della stessa razza di quelli che avevo visto in Puglia, che, accompagnata da enormi cani, si stava dirigendo lentamente verso la Sila (1818) (7).
“… ho attraversato pure il fiume Tacina, l’antico Targines, nel quale scorreva una considerevole quantità di acqua…Questa pianura circondata da colline, sulla quale non soffiava alito di vento, si estendeva per circa undici chilometri; giunsi infine ai piedi di un crinale che sorgeva quasi perpendicolare in cima al quale si trova il piccolo paese di Cutro” (1828) (8).
“La strada pel Vattiato non potrà mai durare, e sempre presenterà franamenti, ed impossibilità di traffico in un punto, che renderà inutile la metà della strada medesima, cioè il tratto da Cotrone a Tacina (9).
“Nessuna abitazione in vista; le stazioni delle ferrovie sono in pieno deserto, e ad una grande distanza dai paesi ch’esse servono. Di tratto in tratto, là dove i pendii sono meno scoscesi, dove il suolo forma dei piccoli altipiani coltivabili, torme di contadini, posti in fila, scavano la terra con la zappa per prepararla alla semina, sotto la direzione di un sorvegliante a cavallo.
Essi hanno tutti il cappello acuminato calabrese e i pantaloni neri con grandi uose dello stesso colore; in generale hanno tolto la loro giacca per lavorare, ma la più parte portano lo schioppo con bandoliera, che noi vediamo ugualmente portato dai rari viandanti, i quali, di quando in quando, appaiono cavalcando per la via.
Altri contadini, sparuti e bruciati dal sole, guidano dei bovi magri con delle grida acute, e camminano dietro un rozzo aratro … Talvolta un branco di capre nere e macilente si riposa all’ombra delle macchie di lentischi che coprono il fondo dei burroni, o bruca sulla cresta delle colline un’erbetta rasa e mezzo bruciata. Il mandriano che le custodisce ha l’aria selvaggia come la loro: con la pelle di montone o di capra gittata sulle spalle, e la lunga verga simile a quella del pastorale dei nostri vescovi.” (10).

I toponimi
La maggior parte dei toponimi presi in considerazione indicano gli antichi proprietari delle terre che circondano il “Lago”. Due di essi tuttavia spiccano per la loro diversità: quelli di “Termine Grosso” e di “Puzzo Fetido”. Il primo ci rimanda al latino “Terminus”, dio dell’antica religione romana, che tutelava le pietre (termini), poste a segnare i confini. Termine Grosso riguarda quindi il confine tra due vaste aree, che avevano giurisdizioni diverse. La sua posizione vicino al guado del Tacina, dove passava la via medievale “que solent ire homines Mes(ora)ce ad terras Castellorum et ad Turris Tacin(e)” (11), molto probabilmente nel Medioevo segnava il transito tra la contea di Crotone e quella di Catanzaro e tra il vescovato di Santa Severina e quello di Belcastro. Attualmente il vallone Termine Grosso segna una parte del confine tra i territori comunali di Roccabernarda e di Cutro.
Il toponimo Puzzo Fetido ci indica la presenza di acque sorgenti che puzzano in quanto solforose.

Ipotesi sulla formazione del lago
Dalla documentazione esaminata risulta che il lago già esisteva nel Cinquecento.
Si possono fare diverse ipotesi sull’origine del lago. L’una non esclude l’altra, in quanto possono avere concorso, sia all’origine che al permanere. Le più probabili sono quelle che la formazione sia avvenuta: a) per l’apporto delle acque meteoriche che scendono dal Vattiato attraverso i numerosi valloni. b) da fenomeni tellurici. c) dall’esondazione del fiume Tacina.
Per quanto riguarda la prima ipotesi possiamo costatare che la pianura è attraversata da Nord a Sud dai torrenti Puzzo Fieto, Dragone e Purgatorio. In essi confluiscono le acque dell’altopiano attraverso i numerosi valloni. Per quanto riguarda i valloni del Vattiato sono ricordati: “La Valle di Bruca”, il vallone “Brucuso”, il “Vallone Sicco”, il “Vallonem cursus aquae dello Vattijato”, il “Serrone acqua pendente”, il “Vallone della Piperia” ed il “Vallone, seu la Fossa”. Anche la seconda ipotesi potrebbe trovare una conferma da alcune testimonianze.
Gli abitati di Cutro e di Roccabernarda sono stati sovente rovinati dal terremoto. Non abbiamo notizia sui terremoti, che interessarono la località, in tempi antecedenti al Seicento. Tra i fenomeni tellurici successivi sono da ricordare quelli del 1638, del 1744 e del 1832.
Nelle note relative a Cutro di Tomaso Aceti (1687-1749) al Barrio si legge : “In hoc agro extat lacus ebulliens dum proximum mare effervescit” (12). Nella descrizione dei fenomeni avvenuti in territorio di Cutro durante il terremoto del 5 febbraio 1783 si trova che: “… Imperochè poche ore prima che avvenisse il rovinoso tremoto dè 5 febbraio (1783), veduto il mare retrocedere dal loro lido, fuggirono tutti dalle case, temendo che rimettendosi con furia gli avesse soverchiati, cosa che non avvenne …”. Mentre in territorio della vicina Roccabernarda: “Nelle campagne si fecero molte fenditure; e presso a Pentoni nel punto della scossa dè 5 aprile comparvero dè fuochi volanti sulla superficie della terra” (13).
Tra i fenomeni descritti durante il terremoto dell’otto marzo 1832 che distrusse particolarmente Cutro ed i paesi vicini: “ Il mare si alzò nella imboccatura del fiume Targine fin ad allagare buona porzione di maremma dello Steccato e Migliacane. Si sono spezzate eziandio delle rocce, da cui staccate masse sono cadute ai piedi loro ed alle falde”. In località Steccato, “nella terra si aprirono delle profonde voragini da cui fuoriuscì acqua bollente e sabbia, mentre nei giorni seguenti si sentiva un forte odore di gas idrosolforico” (14).
Infine per quanto riguarda l’esondazione del fiume Tacina è evidente che nel passato l’alveo almeno nella parte verso la foce ha subito numerosi sconvolgimenti e cambiamenti. Durante il Settecento sono segnalate numerose inondazioni dei terreni dell’abbazia di Sant’Angelo di Frigillo in territorio di Roccabernarda e di Cutro (15). In un documento del 1118 pubblicato dal Pratesi e riguardante i confini di un possedimento, che l’abbazia cisterciense di S. Maria della Matina aveva presso il Tacina in località “Armiro”, precisamente tra il fiume ed il Vattiato, si legge “.. descendit vero Armiro et dat ad veterem locum fluminis, ascendit dictus Xeropotamus et concludit ad affluentem flumen Tachine …” (16).

Il lago di Armirò
Il toponimo Armirò è richiamato nel catasto di Cutro del 1801: l’abbazia di San Nicola di Iaciano possedeva la gabella Iaciano nel corso del Vattiato, la quale confinava con il “Lago d’Armerò” (17). Santa Maria de Armirò, detta anche solamente “Armirò”, fu dapprima una antica grancia dell’abbazia cisterciense di Santa Maria dela Matina e poi passò in possesso dell’abbazia di Sant’Angelo di Frigillo. La grancia confinava con il feudo grande (della Viola) e la gabella Termine Grosso. Sembra quindi che il lago, situato tra il territorio di Cutro e quello di Roccabernarda e tra il fronte del Vattiato ed il fiume Tacina, sia da identificarsi con il lago di Armirò ed alla sua origine abbia contribuito in modo determinante il fiume Tacina, che proprio in quel luogo nell’alto Medioevo abbandonò il suo alveo (18).

Note

1. Grimaldi L., Studi statistici sull’industria agricola e manifatturiera, Napoli 1845, p. 22.
2. Estratto del Catasto onciario di Cutro, 1745, in Carte famiglia Piterà.
3. Franzero G., I consolidamenti degli abitati in Calabria, CASMEZ Roma 1961, p. 220.
4. Fiore G., Della Calabria Illustrata, Napoli 1691, Vol. I, p. 222.
5. Stolberg von F.,Viaggio in Calabria, Rubbettino Ed. 1996, pp.26 -27.
6. Galanti G. M., Giornale di viaggio in Calabria (1792), SEN Napoli 1982, p. 132.
7. Keppel Craven R., Viaggio nelle province meridionali del Regno di Napoli, p. 151.
8. Ramage C. T., Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, De Luca 1966, p. 62.
9. Riola L., Per le sezioni del consiglio distrettuale in Cotrone nel 1858, Catanzaro 1858, p. 10.
10. Lenormant F., La Magna Grecia, Frama Sud 1976, Vol. II, pp. 231 -232, 1882.
11. Pratesi A., Carte cit. , p.338.
12. Barrius G., De antiquitate et situ Calabriae, Roma 1737, p. 298.
13. Vivenzio G., Istoria e teoria dè tremuoti, Napoli 1783.
14. Camposano L., Il terremoto dell’8 marzo 1832, Garraffa 1998, p. 52.
15. ANC. 696, 1764, 16 -22.
16. Pratesi A., Carte cit., p.29.
17. Catasto onciario di Cutro, 1801, f. 105v.
18. Così sono descritti i confini della grancia in un documento del 1118: “euntes a molendino quod incepit facere Gottofridus, et ascendit inde recte ad Archistraticum et ascendit ad altum montem in quo est oliaster, ed descendit ad oliastro et transit vallonem siccum; post hec vadit assendendo vallem et venit respiciens versus meridiem ad Selladam et revertitur ad Armiro, descendit vero Armiro et dat ad veterem locum fluminis, ascendit vero dictus Xeropotamus et concludit ad effluentem flumen Tachine et ascendit unde initium diximus”. Pratesi A., Carte cit., p. 29.

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