Vita quotidiana nella campagna di Santa Severina tra il Cinquecento ed il Seicento

S. Severina panorama

Santa Severina (KR), panorama verso la valle del Neto visto dalla città.

L’arcivescovo di Santa Severina Antonio Paravicino in una relazione della metà del seicento così descriveva lo stato di desolazione e di degrado in cui versava la città, che in pochi decenni aveva visto dimezzare la popolazione.

“Ubiq. si quidem visuntur aedificia, vel antiquitate collapsa, vel sola aequata vel detecta, vel rustica, vel etiam vacua; ita ut ex 2.m civium, quos nuper alibat, plurisbusq. longe prius, mille vix modo recenseantur”.
Per la mancanza di cittadini gli edifici abbandonati minacciavano di rovinare. Il primo di luglio 1611 il decano Gio. Vincenzo Carnovale ed il canonico Gio. Antonio Durabile, communeri del Capitolo, facevano presente che tra i beni che possedeva il capitolo vi era una casa terrana in parrocchia di S. Apostolo “quale casa essendo fabricata di fango, tuttavia minaccia ruina, tanto di mura quanto di coverta”. La caduta dalla timpa determina spesso la morte e la distruzione negli edifici sottostanti: “Die 29 de ottobre 1686 ad hore quattro di notte cascò una muraglia delli casaleni del q.m Marzano e rovinò parte della chiesa di S.ta Maria la Grazia et anco la casa della vedova Elisabetta Novellise essendo restata sotto le rovine di detta casa morta tanto la stessa Elisabetta quanto Leonardo et Angela Pellesi figli escavati da sotto le pietre furono sepelliti in S. Maria la Grazia”.

La campagna desolata
“Per essere il sito posto in alto che gode di sole da tutte le parte, viene ventilata da tutti i venti . L’inverno è fredda et l’estate è calda”. La città, la cui forma è “di figura elipse”, “edificata sopra una rocca di pietra forte, sta in isola da tutte le parti che viene superiore alli territorii che la cingono intorno”. Abitata di notte e quasi spopolata di giorno, come uno scoglio assediato, è immersa in una natura avara ed ostile, dove imprevedibili calamità naturali e presenze ostili rendono precaria la vita. Per il pericolo della malaria, durante l’estate e l’autunno, chi ne ha la possibilità la abbandona per la presila. L’arcivescovo Carlo Berlingieri che, “ad salubriorem aerem captandum”, risiedeva in Mesoraca durante l’estate e l’autunno, così descriveva il lento ma inesorabile declino: “Nobilis olim urbs, agriq. pinguedine felix, nunc autem.. desolata pene, atq. deserta; unde Coelum alias saluberrimum, ob incolarum infrequentiam grave nimis presenti tempore evasit.” Nella seconda metà del Seicento la malaria diviene endemica ed i forestieri che vi soggiornano, ben presto vi lasciano la vita. Per tale causa il 29 Agosto 1687 morì il Capitano Stefano Vico, napoletano e governatore regio della città, che era venuto a causa della morte di Domenico Sculco, morto il 22 di aprile dello stesso anno, ed il 7 luglio 1697 è la volta di Filippo Gambino Romano razionale del Duca. Per lo stesso motivo morirà alcuni anni dopo il pittore Leonardo Vaccaro: “Die 25 m.s Augusti 1709 Leonardus Vaccaro cives Paulae, incola in hac Civ. ob causam exercendae suae artis Pictoris”

Le pestilenze
Nel Seicento la malaria colpisce una città già spopolata dalle pestilenze della fine del Cinquecento e dell’inizio del Seicento. Francesco Caloianni, parroco di Santa Maria Magna, ci ha lasciato una viva testimonianza di quel periodo. Le cause di morte che egli descrive sono “morte di puntura” e “subbito si e passato de questa vita de squinanzia”. Soprattutto la popolazione è spaventata dalla “morte subitanea”, che arriva all’improvviso e decima i “figlioli piccoli”. Tra i casi riportati dal parroco ricordiamo che il 10 novembre 1592 morì il clerico Carlo Jaquinta “malato a letto di pontura … perche la notte li fu bisogno pigliare la medicina non si possette comunicare perche era pericolo rebottare il S.mo Sacramento, io li feci adorar la croce ne anco domenica mattino perche li era soccessa grandissima tosse e correva il medesimo pericolo …”; il 18 aprile 1593 morì Antonio Baccaro “di un dolore di orecchia che molti giorni l’haveva travagliato, haveva perso la parola di subbito”; Il 6 settembre 1593 è la volta di Giulia Palermo che “molti di era stata malata di febre”; il giorno 19 agosto 1598 Lelio Monte Leone “di febre pestifera” ed il 23 agosto seguente lo seguì Gesuina Rosso “di infirmita di cherantia”; il 4 settembre 1600 Gloria Jaquinta “non possette pigliar la S.ma communione per haverlisi chiusa la canna di subbito si tene l’adoro e li fu data l’estrema untione, e raccomandata l’anima …”; ecc.

Scorridori e banditi
Banditi, ladri, “scorritori” e “foresciti”, spesso protetti dal clero e dal conte, trovavano nella campagna un rifugio sicuro. A volte, quando la loro presenza diveniva troppo minacciosa, si tentava di contrastarla senza però grande impegno. In tal caso alla sicurezza del territorio dovevano provvedere i cittadini a turno.
Il 9 agosto 1570 il mastro giurato di Santa Severina Geronimo Angeriano affermava in presenza dei nobili Gio. Petro Bonaiuto e di Gio. Vincentio Infosino, capi destinati a far la guardia del territorio con i frati giurati, che egli aveva presentato la lista dei frati giurati e che essi erano stati armati adeguatamente. Pertanto chiedeva ai due capi, come comandato dall’Ill.mo S.r conte, “che vogliano reconoscere lloro soldati et frati jurati notati in dicta lista et andare per la preditta guardia in lo territorio contra li foresciti … Altromente se protesta che ogni danno che accadesse al territorio vene per culpa et defecto lloro et non de esso et de decto Ill.mo S.r”. I due capi nominati dal mastro giurato, in esecuzione di un ordine del conte, tuttavia cercarono di sottrarsi al compito. L’Infosino affermò di “non essere atto a tal negotio perche non sa manegiar ne scopette di sparo ne sa governare dicti soldati per la prosecutione de ditti foresciti pertanto se protesta per ogni danno potesse intervenire di morte tanto di esso come de dicti soldati inoltre non e stato eletto ne approbato per capo per governo de dicti soldati et prosecutione de dicti foresciti che per l’universita foro electi per capi l’ho: Dionisio Palermo, Marcello Guarino et Julio Cacia pertanto dice che si esso ci e stato agionto per fare la rata sua esso offere pagare un soldato per ciaschiduna volta che sara necessario uscire come l’altri citadini non come capo ma come soldato”. Il Bonaiuto dichiarò di “trovarsi gravato di anni et di famiglia et malo practico in questa eta che si retrova di manigiar arme et fare simile exercitio” e di esser pronto a pagare un soldato tutte le volte che sarà necessario uscire per perseguire i “foresciti”. La guardia del territorio di Santa Severina e la cattura e l’uccisione di foresciti erano soggetti alla giurisdizione del conte e l’uccisione di un “forescito” in territorio di Santa Severina da parte di persone dei casali confinanti era soggetta ad una pena da pagarsi alla corte comitale.
Il 18 settembre dell’anno successivo (1571) il notaio Antonio Pancalli dichiarava che Antonio Scurco, la figlia di donno Basili e Biasi Scurco erano stati inquisiti nel tribunale del conte di Santa Severina per la morte di un “forescito” e costretti a versare ognuno ducati 10 alla corte comitale.
Il 19 luglio 1575 Federico Sacco, mastro Giurato e luogotenente di Santa Severina, a nome suo e anche a nome del signore di Santa Severina Vespasiano Carrafa, facendo presente i privilegi di cui gode la città, protesta e chiede a Francesco Carrafa la consegna di due vassalli, che nella notte precedente erano stati catturati senza licenza di Corte dentro il territorio di Santa Severina e condotti prigionieri nel casale di Santo Mauro. Francesco Carrafa risponde che non rilascia i prigionieri in quanto il delitto fu commesso nel suo territorio di Santo Mauro ed inoltre, come è successo altre volte, una volta consegnati i deliquenti, essi non sono stati messi in prigione in Santa Severina, ma sono stati liberati.
Per quanto riguarda la protezione che godevano i ricercati anche da parte di organi preposti alla loro cattura, basta esaminare la vicenda del notaio di Santa Severina Giuseppe Lauretta. Il Lauretta che svolse la sua mansione anche a Crotone, entrò in conflitto con i Montalcini e fu da questi ucciso. Il 13 ottobre 1673 il sacerdote Gio. Bernardino Lauretta e le sorelle Laura ed Elisabetta Lauretta inviavano un memoriale a Giovanni Battista Spinelli, marchese di Fuscaldo, affermando che più volte essi avevano richiesto giustizia contro Valerio Antonio e Francesco Maria Montalcini della città di Crotone “per l’homicidio commesso in persona di Notaio Gioseppe Lauretta fratello delli sup.ti, come anche per altri delitti e protettione di banditi”. Essi non avevano potuto avere giustizia, in quanto i Montalcini, “homini potenti et facinerosi”, erano protetti dal Preside della Provincia, “il quale essendo venuto in S.ta Severina li mesi passati dove se ritrovano li sup.ti et havendosi portato d.o Preside per camerata il d.o Valerio Antonio Montalcini furono costretti li poveri sup.ti buttarsi alli piedi del Preside cercando con lagrime giustitia, ma fu invano mentre si tenne con se alla tavola il d.o assassino passegiando innanti locchi cossi del povero fratello, come delle povere sorelle”. Essi inoltre erano in evidente pericolo di vita, “tanto più che attualmente sta in campagna con gente armata Scipione Montalcino homo homicidiario”.
Nel luglio 1689 l’erario del duca Michelangelo Curcio affermava che il clero di Santa Severina teneva pratica, alimentava e riceveva “publici banditi e scorritori di campagna”. “Ill.mo e R.mo S.e.Michel’Angelo Curcio supplicando dice a V.S. I. come nella Città di S.ta Severina in Calabria vi sono li sottoscritti sacerdoti e canonici quali contro la forma de S. canoni, costitutioni ap.li e bolle pontificie non attendono ad altro che a far negotii illeciti in comperar e rivendere diversi capi di mercantia con loro grosso guadagno con dare anche denari ad interesse con pigliarne grossa usura, tener prattica, alimentar, e ricever publici banditi, e scorritori di campagna, con tenere prattica e commercio carnale con publiche meretrici e vivere in concubinato con publico scandalo di tutta la città … (4488) Ill.mo e R.mo S.e.Michel’Angelo Curcio supplicando dice a V.S. I. come nella Città di S.ta Severina in Calabria vi sono li sottoscritti sacerdoti e canonici quali contro la forma de S. canoni, costitutioni ap.li e bolle pontificie non attendono ad altro che a far negotii illeciti in comperar e rivendere diversi capi di mercantia con loro grosso guadagno con dare anche denari ad interesse con pigliarne grossa usura, tener prattica, alimentar, e ricever publici banditi, e scorritori di campagna, con tenere prattica e commercio carnale con publiche meretrici e vivere in concubinato con publico scandalo di tutta la città …” (4488).

Santa Severina

Santa Severina (KR).

I fulmini
I fulmini terrorizzavano gli abitanti e non era rara la loro azione nefasta. “Adi 20 di 7bre 1595 morì la mag.ca Aurelia Zurlo percossa da fulmine e fu sepolta nella chiesa arcivescovale di S. Anastasia”. “Adi 23 luglio 1694. Micheli Hemma e morto in campagna per un trono senza sac.ti solo con haver ademplito precetto pascale di q.sto p.nte anno e sepellito nella SS.ma Annunciata. L’istesso giorno anco Pietro figlio di d.o Micheli per l’istessa causa a more e sepellito anco nell’istessa chiesa”. “Adi 19 Mag.o 1712 S.a Sev.na. Morì da un fulmine Chiara Demmi e fu sepellita per carità nella chiesa catedrale coll’assistenza del Rev. Capitolo e di me sotto scritto Paroco D. Marcantonio Seminara”.
Una testimonianza del razionale del duca G. Matteo Guarino descrive l’effetto che i fulmini avevano sugli abitanti: “3 Giugno 1726 … Verso ora di Vespro turbatosi fortem.te il tempo, si vidde una fierissima tempesta di tuoni, gragnola, acqua, e venti per d.o circuito di q.a Città, dalla quale restassimo fortem.te atterriti, un fulmine non aspettando l’altro, due de quali andarno a ferire questa chiesa cattedrale nella cupola del coro et alla cappella. Appena terminata d.a burrasca ci fu riferito che concorso il popolo in d.a chiesa, aveano osservato et una stavano osservando il volto del quadro di S. Anastasia titulare nella propria sua cappella, tutto mutato di volto,e ch’era umettato di sudori…. Quasi tutto il popolo della città radunato avanti la cappella suddetta atterrito e compunto, gridando grazia e pietà alla Santa.. il volto di detta immagine esser più tetro e malinconico, e tutta la faccia sino alla gola umettata e bagnata di sudore” (Sib. 73).

I forestieri
Gli abitanti di notte si rifugiavano all’interno delle case terrane e palaziate, che erano addossate quasi a proteggersi dai fenomeni atmosferici e dalle calamità naturali. All’esterno della città rimanevano solamente i forestieri dei casali silani, che svernavano con le loro greggi. La loro presenza da settembre a maggio è rilevata nei libri dei morti.
il 18 maggio 1607 Portia della Rocca di Neto, Adi 14 di decembre 1634 morì mastro Geronimo di Nicastro, Nel mese di marzo 1635 passò da questa vita Gio. Petrello lo quale era forastero; Adi 14 di maggio 1635 passò da questa vita Gio. Battista Marraneri d’Andriana; a 7 di maggio 1641 morì Giovanni di Verzini; il 3 aprile 1644 Vittoria Scaccia di Capistrano,Adi 18 di Settembre 1648 passò da questa vita Petro Giovanni Lodovici di Rugliano; A 24 settembre 1652 Filippo Sisca forestiero … per esser morto di subito …; A 17 settembre 1653 passò da questa vita Francesco Sisca di Caccuri; Il 6 dicembre 1671 muore Matteo Puccio del casale di Gagliano; Adi 23 Xbre 1671 Livia Lifreti di Belcastro e morta di fora la d.a città …; Die 22 Xbris 1662 Francesco Antonio Fignatelli da Sancto Jo. In Flore …; il 4 gennaio 1664 Francesco Stefanizzi da Figline; ( gennaio 1664 Francesco Antonio Drami da Belvedere; Il 5 aprile 1666 Domenico de Brizzi da Zimbario ecc.
Die quinta m.s Januarii millesimo septingentesimo vigesimo quinto. Dominicus Rotella ex Castro Vetere moram faciens in loco campestri ubi d.r le Serrate seu craparizzo delli Sig. Severini morte improvisa obiit, eiusq. Corpus sepultum fuit in convento ord. Reformatorum ad fidem.

Uccisioni
Anche se i maggiori pericoli erano nella campagna, non si assopivano le lotte intestine nella città, dove la morte era in agguato sia di giorno che di notte.
Il 6 febbraio 1577 il no. Tadeus Boe della terra di Mesoraca accusa il mag.co Petro Paolo Russo di Martorano e Joannes Domenico Marrella, i quali assieme a Prospero Vecchio e Dranilio di Altilia e con altri armati, con spade sguainate e con scopette a focile volevano ucciderlo e lo ferirono alla testa ed in altri luoghi con grande effusione di sangue e con grande pericolo di vita.
“Adi 12 di Xbre 1597 passo della p.nte vita Clerico Gioanne Cosentino ferito a morte e datoli l’estrema untione esortandolo a perdonare l’offesa fattali e raccomandatoli l’anima secondo il battisterio e dette molte oratione nell’agonia rendi l’anima all’onnipotente Dio, e fu sepellito nello suo giure patronato di S. Tomaso dentro la chiesa arcivescovale”; “Adi 5 di 7bre 1598 mori Gio. Berardino Rizza havendolo confessato il di inanti e comunicatolo all’infretta perche hebbe una pugnalata fora mortale et havendolo essortato a perdonare l’inimico e l’ingiuria fattali …”; “A 16 d’Ap.le 1649 Laura Infosino passò da questa vita miseramente e senza haver ricevuto li sacramenti della chiesa per esserli stata tirata un’archibugiada sotto lo limitaro della porta in tempo di notte”.
“Adi 12 febraro 1670 Nicola di Taverna garzone di Pietro Casoparo e stato occiso e portato nella chiesa del S.mo Salvatore”.
“A 14 febraro 1683. Giuseppe la Padula ucciso innocentemente da latri nel molino adempito il precetto della com. pascale fu sepolto nella SS.ma Nunciata de reform.”.

Dalla vita alla morte
Dura era la lotta esistenziale per difendersi dalle avversità della natura e degli uomini e non meno difficoltoso il passaggio “da questa a meglior vita” . Nell’ora del trapasso il corpo debilitato dalla malattia doveva unire tutte le forze per far fronte alle tentazioni del maligno come annota il parroco di Santa Maria La Magna D. Francesco Colaianni nel “Liber mortuotum Parochiae S.tae Mariae La Magna”: Adi 19 di Ag.to 1598 morì Lelio Monte leone di febre pestifera havendolo molti giorni inanti confessato datili il S.mo Sacramento della communione visitatolo più volte essortandolo alla patienza e non temere la morte e che sia forte e contrastare alli tentationi e battaglia che sole più gagliardamente che mai fare il demonio all’homo nell’hora della morte.
A volte il nascere è preludio di morte “A 8 di marzo 1621 morì Giulia Leone confessata e non si potè comunicare per esser stata assalita di doglia con vomito, le fu data l’estrema untione e racomandata l’anima le pigliò la doglia a 3 hore di notte e morì a 19 hore del giorno seguente fu sepellita nella chiesa di S. Caterina”.
Spesso il passaggio “da questa a miglior vita” è improvviso ed inaspettato: “ a 21 d’Agosto 1644 Dom.ca passò da questa vita Fran.co Mazzuca de morte subitanea”; “A di 8 di giugno 1641 morì fran.co Brancati di subito” ; “A 30 d’Agosto 1649 Maria Russo passò da questa vita.. atteso all’improvviso li sopra gionse novo accidente”; A 23 di Gennaro 1650 Gio. Dom.co Russo non hebbe gli sacramenti della chiesa ateso si ritrovò morto in una grotta”. “A di 16 maggio 1703 Lucretia Ortale senza esser adoliata per causa che ritornava dalle molina di Corazzo dove havea fatigato più tempo, et ammalata, se ne morse per via”.
Il moto degli uomini immutabile nella sua monotonia si coniugava al mutamento della campagna legato al ciclo immutabile delle stagioni.
All’imbrunire gli uomini lasciavano la campagna e risalivano la timpa e, attraversate le porte della città, si recavano nelle case terrane e palaziate, dalle quali all’alba uscivano e percorrendo all’inverso il tragitto ritornavano nella campagna. (“Ha nelli suoi capitoli che non permetta di serrare le porte ma quelle stiano sempre de notte et de di aperte”; agosto 1575, ff.147 -148).

La campagna
“Accosto la città sono vigne, giardini di frutti, agrume, olive et il restante è territorio seminatorio, piano, colline, montagne piccole quale servano per herbaggi che tra Scandale e S.ta Severina vi è il bosco detto Ferrato della città per legnare pascolare tanto l’utile S.re quanto l’università di S.ta Severina ,Santo Mauro et Scandale nelle quali vi sono più acque sorgente per comodità di bere et per animali dove vi è caccia di lepari et altri animali quatrupedi e di penne conforme li tempi dalli quali ne pervengono grani maiorichi, grani forti, orgio, avena, tutte sorte di legume, vini bianchi, rossi, melloni d’acqua e di pane, verdume, lini, candavi et bambace”. “Li cittadini si esercitano nella campagna a zappare, arare e coltivare li campi, le loro donne si esercitano al filare, tessere e cosire, ed altri esercizi di loro case”.
I “Memoriali di scom(uni)ca di particolari publicati in diversi tempi dal m. R.do Cantore” offrono un quadro delle coltivazioni e delle cause di danno alle quali erano soggette.

Santa Severina

Santa Severina (KR).

Danni alle vigne
27 aprile 1619
Nise Dormiglioso e la cognata Dianora Favaro possiedono “tre pezie di vigne et vignali loco ditto lalvano, vitate et arborate di molti piedi darbori fruttiferi, dalle quali vigne le sono state tagliate molti piedi di alberi come fico, granata, cerse et uno pede de piro con alcuni piedi di visciglie et divastarono tutte le sepi di dette vigne”.

24 agosto 1620
Pietro Gio. Carpentiero “li furno aperti due cupelli, et pigliatoli lo mele di dentro e tagliati una quantita di vite et corramata una pergula di vita et scarricato uno pomo fano et altri sorta di poma et scovertili il pagliaro della sua vigna in loco detto la valle del Giardino”. Novembre 1624. Antonio Curcio contro tutti li personi che sapessero o havesse damnificatoli la sua vigna. 9 dicembre 1625. Gio Fran.co Fiasco contro tutti et qualsivoglia persone, che dalla sua vigna havesse rubbato uva, tagliato alberi, scippati chiantoni, e pascolatosi l’herba da tre anni in qua.

Danni al giardino
22 luglio 1622. Nardo Cozza di Rugliano habitante in S. S.na tenendo in affitto il giardino di Santo Vito per docati quaranta l’anno gli sono stati fatti in quello molti danni eccedenti la valuta di quindeci, e forse venti docati. Perciò supplica V.S.Ill.ma resti servita ordinare che si faccino le solite monitioni di scomunica tanto contra chi l’ha fraudato nel pampino delli celsi, dati a metà, quanto contra chi si ha alzato semente più di quella che vi havea posta, o danneggiatoli lo seminato, si di detto giardino, come anco di fuora e di casa una resta di coralli, che tenea per pegno, una zappa, una mannara, uno secchietto, cuculli, seta et ogni sorta di robbe fraudateli”.
Giugno 1625. Prospero Macrì contra ogni persona che dal giardino di Carlo Susanna à tempo che stava in detto giardino abeverando le foglie l’havesse rubbato un vestito di panno di valuta di docati otto, un cappello di carlini quindeci, una sberla et una salvietta.

Tagli di alberi
Primo ottobre 1620.Antonio di Macera “contro quelle persone che l’havessero tagliato una cima di quercia et dannificato le sepi della chiusa di D. Fabritio Burdaria quale esso Antonio tiene in fitto”

20 marzo 1621. Francesco Antonio Recina possiede una continenza di vigne loco detto Ponticello “le sono stati tagliati molte cime di cerse che perciò si sono seccate”. 30 ottobre 1621. Gio Tomasi Carnevale erede dello zio il Reverendo Gio. Vincenzo Carnevale afferma che “dalle sue terre dela sconfitta li sono state tagliate doi pedi di cerze fruttanti”. 11 maggio 1624. Il clerico Dottor Alesandro Ferraro contro chi l’havesse tagliato cerque et altri alberi fruttiferi dalla sua gabella della valle della Votte. 23 agosto 1625. Io Ambrosio Vivacqua havendo inteso monitione di scomunica contro chi havesse tagliato, danneggiato nella gabella di Pacciarello del R.do Sig. D. Fran.co Ferraro tanto cerque, quanto ogni sorte d’alberi, revelo come questi giorni passati, trovai a Luca di Vono che havea tagliato una mezza cerqua et domandatolo perche causa havesse tagliato quella mi disse havercelo ordinato il suo patrone il R.do Sig. D. Lutio Zurlo per farci uno rago”. 26 dicembre 1628. Gio. Domenico Arrichetta del castello di S. Mauro. In Primis chi havesse tagliato molti piedi di arbori fruttiferi, come cerse, agromoli, et altri arbori dalle sue terre del Visciglietto.
Danni causati da animali
28 marzo 1620. Martino Sizio, Marco Mele e Antonio de Verzini affittano dai fratelli Dottor Francesco Antonio, Alexandro e Placito Ferrari l’oliveto delle procella per il prezzo di olio “quali olive nel tempo che le coglevano furno dannegiate de piu sorte de bestiame”. 15 agosto 1626. Gio Tomaso Ferraro .. in questa presente està gli è stata rubbata et dannegiata con animali la sua massaria, si mentre sono state le gregne come anco lo grano netto nell’aera. 12 maggio 1627. Gio Leonardo Negro … malitiose et appensate di notte li sono state dannificate le sue vigna delogliastretto con faròli mangiare da bovi che non solo non ci hanno lasciato niente al presente ma ne anco have speranza di far frutto per tre anni. Marzo 1628. Teodora di Quinteri vedova di Petro Bressito habitante in Santa Severina … contro chi havesse roinato con soi bestiame.. doi tumulate di maiorca in loco detto Manistria et similmente rubato l’uva et frutti di la vigna che tenea in affitto di Anastasia Perito in detto loco. Chi havessi roinato l’anno passato li soi lavori posti à Scorpi all’occhi et anco lo seminato fatto alla gabella di scinipio.

Danni all’oliveto
28 marzo 1620. Martino Sizio, Marco Mele e Antonio de Verzini affittano dai fratelli Dottor Francesco Antonio, Alexandro e Placito Ferrari l’oliveto delle procella per il prezzo di olio “quali olive nel tempo che le coglevano furno dannegiate de piu sorte de bestiame”. 18 settembre 1620.
Il chierico Francesco Antonio Galazita “contra tutte quelle persone che li giorni passati posero foco all’oliveto di Bartolo Carnevali il qual fuoco bruciò anco l’oliveto di esso suppl.te”. 14 ottobre 1623. Gio. Batt.a di Luca della Città di Santa Severina In p.s contro ogni persona di qualsivoglia stato, grado si sia, chi sapesse che fosse stato l’anni passati havesse brugiato il suo oliveto di sotto le timpe di detta città, e che sapesse havesse avertito li convicini à non metter foco nelle loro terre, acciò non havesse scappato il foco da quelle al suo detto oliveto. Item contro tutte quelle persone, che dopo aver brugiato detto oliveto havessero in quello fatto legna delle olive cadute per il foco.
20 settembre 1624. Prospero Pistoia contra chi gli ha fraudato grano nella massaria tanto nel seminare, quanto nella raccolta di quest’anno. Danneggiatoli l’oliveto et inserti di quello.

Furti dei Prodotti
24 agosto 1620. Pietro Gio. Carpentiero “li furno aperti due cupelli, et pigliatoli lo mele di dentro e tagliati una quantita di vite et carramata una pergula di vita et scarricato uno pomo fano et altri sorta di poma et scovertili il pagliaro della sua vigna in loco detto la valle del Giardino”. 28 aprile 1622.
Antonino Milea..”li mesi passati s’affittò da Antonio Longo in compagnia di Fran.co Leto tutti li frutti del loco detto vudetto, della parte di esso Antonino ducati sidici, et dopo per alcuni impedimenti urgenti, non potendo assistere alla guardia di detto giardino, li furno rubbati dui pedi di pira inganna villano, dui altri rossolilli et dui ficatelli et un altro chiamato pero gentile, che in tutto sariano stati vinticinque tumula di peri, Item di dui cannizzi di fichi sfilati, che rendevano quaranta serti, ne raccolse diece, et trenta altri li ni furno rubbati. Item quattro piedi di granati. Iem di tredici piedi di peri vernitichi, ni raccolse tre, che securamente li ni furno rubbati vinti. Item li fichi primarii et cassanisi dall’arbori, con grave pregiudicio d’esso povero supplicante già che per pagare detto affitto li fu sequestrato uno sproviero di valuta di ducati dudici et uno anello”. 6 ottobre 1624.
Gio Domenico Russo chi havesse rubbato e scarricato un pomo fano nella vigna di Pirro Fellapane della Gane. 26 dicembre 1628. Gio. Domenico Arrichetta del castello di S. Mauro. Item chi gli havesse rubbato lino tanto dall’acqua, quanto dallo mangano, giorgiulena, scotulata danniggiatoli il miglio seminato, ciceri, e bambace.

Uccisione di animali
Il 29 agosto 1620. Gio Francesco Fiorentino protesta perché “lasciò una sua bestia sumerina sotto le timpe de porta vecchia a pascolare et la sera il detto supplicante trovò detta sua bestia nel loco detto la fontana era colcata et bastionata de modo tale che si morse in breve …”. 29 settembre 1622. Nardo Focoso … haveva uno porco mannarino del quale ne haveva trovato docati quattro e mezzo et l’altro giorno li fu ucciso nascostamente et per esserli morto il sangue sopra la carne venne a deteriorarsi et non lo possette vendere come valeva, talche non ne pigliò più che carlini vinti, in grave danno di esso supp.te per essere povero che campa con le fatiche et alla giornata”. 3 giugno 1623. Il Dottor fisico Fran.co Antonio del Sindico questa settimana nel territorio di questa Città e proprio nella gabella della Rocella li sono state ammazzate due vacche figliate di valore D.ti trenta incirca in grave danno d’esso supp.te e non può havere notizia dell’occisore”. 9 dicembre 1625. Gio Fran.co Fiasco contro tutti et qualsivoglia persone l’havesse ferito un porco di valore docati tre, che per d.a occasione si morse. Noi Ippolita Pistoya e Francesca Galazzita per disgravio delle nostre coscientie rivelano come vidimmo una sera fa alla vigna del sig.r Prospero Gallucci chiamammi Antonio suo guardiano che la caciassi et lui venne con Gioanni Valente e meno a detta scrufa e non la possette uccidere perché se ne fuggì e dopo la ritornonno a minare unaltra volta dentro e li ritornò à minare di nuovo e la ferì ma non la possette uccidere ma la ferì e cascò di fora detta vigna e là la uccise totalmente.

Pascolo abusivo
16 novembre 1624. Il capitolo di Santa Severina contro ogni persona, di qualsivoglia stato e condizione esse siano, che havesse colto seu rubbato, carramato, zaccogliato ghiande dalla gabella di Fisa di Volo sua gabella e chi con suoi porci, bovi , et altri animali havesse pascolato le ghiande et herba di essa gabella ò consigliato, ò dato ordine et aggiuto di pascolarsi et agliandarsi in detta gabella.

Usurpazione di terre
25 agosto 1625. Giulia Russo ed il figlio Minico Marino. In p.s contra ogni persona, etiam che fosse il prinicpale, che sapesse, ò havesse tagliato dalle sue possessioni in questo distretto di Santa Severina querce, pira, agliastri, fico et altri alberi fruttiferi chi havesse levato, seu sfrabicato li cirarmachi di detta chiusa havesse rotto termini tra la possessione d’essi supp.ti et li vignali di Gio. l’Abbate, et usurpatosi terre dalla parte d’essa Giulia.

Furto di animali
20 settembre 1624. Prospero Pistoia contra chi gli ha rubato una scrofa pregna. 25 agosto 1625.
Giulia Russo ed il figlio Minico Marino. Ch’ avesse rubbato, ò occultato, ò stramercato capre in tempo, che era vivo Oratio d’Aversa, et ne furono interessati essi supp.ti della perdita di dette capre.
26 agosto 1628. Gioanne Palmeri del castello di Santo Mauro adi sei del presente mese d’agosto l’è stato rubbato uno bove nomine massaro di pelo bianco e corni spaso e ferrato alla groppa destra con uno ferro tondo. 26 dicembre 1628. Gio. Domenico Arrichetta del castello di S. Mauro. Item chi gli havesse rubbato due crape dal timpone dalle pagliara, rubbatoli porci da dentro le grotte sue, et in campagna, et in particolare una frisinga a tempo partirono gli soldati ordinarii di cavallo.

La presenza del lupo
9 febbraio 1626. Gerolimo Puglianiti da due anni in qua in tempo di notte li è stato rubbato dal magazeno molta quantità di grano in più volte et di più pochi giorni sono havendo le sue bacche nel vaccarizzo alcuni volendo pigliar latte apersero lo baccarizzo et cacciorno una bacca annicchiarica per mongerla et havendo lasciato il bado aperto il vitellazzo di detta bacca volendo seguir sua matre uscì dal detto baccarizzo appresso di quella et essendo sopragiunto il lupo, si mangiò detto vitellazzo … contra di quelli che havessero damnificato la sua vigna.

Furti e danni nella massaria
11 Luglio 1621. Gio Jacovo Vaccaro havendo in questo presente anno seminato cinq. tumula et mezzo di grano et havendolo metito et ricolto le gregne nell’aira, da quella li sono state mugnate et mugnate da più et diversi bovi in tempo di notte et il tutto lie stato fatto malitrosamente con rev.a dalli padroni di detti animali intanto che han fatto danno più di t.a dudici di grano, et anco li sono state rubbate più et diverse sorte di robbe mobili di sua casa et di fora cassatoli et rubatoli molti cupelli pieni dapie piu di altri docati diece, et anco li sono state rubate altre robbe mobili di casa dal qm R. do cantore di valore daltri docati due et tagliatoli più sorte darbori fruttiferi et scippatoli et rubatoli più sorte darbori fruttiferi et scippatoli et rubatoli molti piedi di celsi, di d.a sua vigna quali preditte robbe tutte fanno la somma più di D.ti quaranta. 17 luglio 1621. Gio. Berardino Cuverà “contra chi sapesse, ò havesse fatto pascolare con animali molta quantità di gregne di grano e d’orgio di esso supp.te nella gabella di pacciarello confine la Pizzuta. Contro chi l’havesse rubbate, ò fatto rubbare gregna di orgio e grano nella gabella di Columbro. Contro chi sapesse ò havesse visto pascolare animali di qualsivoglia pelo nell’orgio e ciceri seminati per esso supp.te nella gabella di Alebri, ò qualunq. persona n’havesse pigliati. Contro chi l’havesse rubbato uno schito, una ronca et un altro mezo schito e chi dalle vigne, che tiene censuate dal procuratore del SS.mo Sacramento havesseli rubbato ò fatto rubbare molte quantità di frutti di pera moscarelle et altri frutti.
Io Gio. Francesco Muto “che nelli seminati di grani di detto Corverà in Columbro ci ho visto nove bacche che guardava Andrea Chiropillo e tre bacche di quelle che guardo io e tre boi del S. Giulio Pisani guardava Damiano Santoro.. e quale danno fu in una notte”. 3 marzo 1622. Baldasarro Novellese dice “come sabbato prossimo passato la notte dela sua casa dela sua sua possessione posta in questo territorio loco ditto ponticello li fu scassata la porta di quella con gaccia fracassandola et anco la mascatura di quella et rubbatoli di dentro di quella una quantità di stigli et ferramenta di massaria come sono zappa zapponi ronche arriglione ascitella et altre robbe et dopo delo giardinello deli cupelli scasciotoli sei cupelli fracassando le casse d d.i cupelli che si perderono l’ape et frutto di dentro quale che in tutto l’estato fatto danno di d.ti venti incirca”.23 giugno 1622. Giulio Pisani e la moglie Maria Carrafa ..” hanno perso molte robbe à tempo che partirono da Santa Severina … dalle campagne animali vaccini, campane, sicchi, caccavi, caldaroni et ogn’altro stiglio di vaccarizzo e mandre”. 14 febbraio 1626. Gio. Maria Savoia come questi giorni a dietro li fu rubata.. una zappa della aira dello Dottor fisico Francesco Antonio del Sindico .
24 luglio 1627. Attilio Pisani … molt’anni in qua li sono state rubbate tanto dalle gabelle dove ha solito far massaria ogni anno, quanto dalle case dove have habitato insino al presente diverse sorte di robbe ascendenti al valore di d.ti 50 incirca come grano, germano, orgio, miglio, fave, favarole, ciceri, cicerchia, lino, bambace, vino, oglio , miele, pannamenti, gioie, perle, coralli, anelli, danari, scritture, ferramenti, stiglie e suppellettili di casa. 22 gennaio 1628. Felice Pagliaro e Gerolima Marzano…. In diverse volte loro sono stati scassati e dannificati le sepali e pigliatisi il pagliaro sano e le forcati delli celsi della loro possessione loco detto sotto le timpe di S.to Domenico. Io Mercurio Tarantino rilevo come e venuto D. Gio. Antonio Durabile e venuto allo pagliaro et a gettato lo caccavo mezzo di latta di tanino e dopo ca pigliato D. Gio Antonio Durabile et Gio Gironimo di Gaudio ella cacciato di fora lo pagliaro e dopo e trasuto detto Gio. Antonio a gettare lo caccavo di Marrella cera asettato lo coratore e non la potuto gettare si bene getto la formagia.27 giugno 1570. Antonella Trombatore e Joseph Siciliano da Palermo.La Trombatore possiede alcune tomolate di terre “cum aqua” situate dentro la sua gabella detta de Armirò “iux.a ecclesiam S. Nicolai de armiro” la concede in fitto per dieci anni continui con patto “ che lo dicto Joseph sia tenuto così come in presentia mia promecte piantare parte di celsi pera fico persichi et altre sorte de arbori et in quelle farci una possessione arborata et ad ogni spesa et fatiche di esso Joseph et la mag. Antonella promecte darli tutte piante et cime di celsi pianterà in dicte terre et di l’altri arbore sia tenuta trovarli et esso Joseph andare a pigliarli et scipparli dove li troverà così dentro il territorio di S.ta Severina come di fore a spese tutte mag.ca quanta alla portatura et dicto Joseph depersona sua non n’ha de havere … niente …”.

Un mondo a parte la salina di Neto
Fin dal giugno 1623 il vicerè Antonio Alvarez de Toledo duca de Alba (1622 – 1629) aveva ordinato a Marcello Barracca, arrendatore delle saline di Calabria Ultra, di pagare per servizio del re e delle galere in Messina una certa somma (5600 ducati) all’ammiraglio principe Filiberto. Il Barracca, non solo non ubbidì, ma fuggì nell’arcivescovado di Santa Severina per usufruire del diritto d’asilo, portando con sé molti dei suoi beni. Tre commissari gli davano la caccia: uno inviato dal mastro portolano di Reggio su ordine della Camera Sommaria gli aveva sequestrato le saline con le loro rendite, un altro inviato dal Tesoriere di Monteleone gli aveva sequestrato gli animali e dei beni, il terzo gli era stato mandato contro dal mastro di Campo Carlo di Sangro. (Volpicella, 138 -139). In seguito probabilmente il Barracca scese ad accordo, poiché risulta che il 7 ottobre 1623 il Vicerè considerando la convenienza che tutti gli arrendatori facessero accurato e minuzioso bilancio fino a tutto settembre, invitava il Barracca a compilare il suo e a presentarlo al più presto nella tesoreria generale.
Dopo quattro mesi tuttavia egli rispondeva di aver ricevuto con ritardo la lettera e perciò tardava ad adempiere l’ordine in quanto gli occorrevano certi registri da riscontrare. Il vicerè ribatteva che usasse maggior diligenza e che “lo si sta aspettando” . Evidentemente il Barracca cercò il modo di sottrarsi.
Dal primo settembre 1624 tuttavia la regia salina ritornava in demanio. In un documento del 20 marzo 1625 compaiono Gio. Girolamo La Picciola regio dohaniero, Gio. Francesco Morano regio credenziero, Marcello de Bona m.o tagliatore e guardiano, Gio. Tomaso Zurlo r.o partitore ( 1D).
Nei “Memoriali di scom(uni)ca” troviamo una supplica di Marcello Barracca rivolta nel maggio di quell’anno all’arcivescovo di Santa Severina. Con tale atto il Barracca cercava di cautelarsi, annotando tutte le frodi, che egli poteva aver subito, durante la sua amministrazione della salina. Nell’occasione l’abate Vezza A. G. comandò il primicerio di Santa Severina Carlo Teutonico, l’arciprete di Rocca Bernarda Gio. Felice Oliverio ed il reverendo Carlo Santoro per il Castro di S. Mauro di fare tre monizioni del memoriale leggendolo “de verbo ad verbum” in tre giorni festivi durante le messe solenni. Essi dovevano poi accogliere le informazioni (revelationes) e trasmetterle in forma scritta al cantore. Da quanto ne sappiamo nessuno si fece vivo.
Il documento ci permette di ricostruire l’ambiente economico ed umano, nel quale la salina era inserita.

Il documento
24 maggio 1625
“Ill.mo et R.mo Sig.re
Marcello Barracca olim Arr(endator)e delle Reggie Saline di Calabria supp(li)ca V.S. Ill.ma ordinare, che nella Rocca Bernarda et S(an)ta Sev(eri)na si facciano le debite monit(io)ni dell’infra.tti capi ad esso supp(len)te spettanti et pertinenti et dopo si procedara alla sententia dell’escomunica, etiam contra principali che lo riceverà a gra(tia) di V. S. Ill.ma, ut Deus.
In p(rimi)s se li sust(itu)ti delle saline habbiano venduto sale et non postolo a libro se li detti habbino scritto la vendita a squarcia foglio, et dopo non posta a libro magg(io)re tutte le partite, ma lasciatone.
Item s’hanno mandato sale a lavorare, a loro amici senz’ordine in scriptis dell’Arr(endator)e, e s’hanno dato sale alli viat(o)ri più della vendita per haverli portato alcuno presente.
Item s’hanno dato sale alli fatiganti, et salinari più del solito, per haver ricevuto da quelli alcuni servitii, come zappare, metere, corrieri mandati a diverse parti et altro et per non pagarli di denari l’hanno dato sale, e più se a mulattieri o cavallari per haversi servito delle loro bestie, tanto di sella quanto d’imbasto per alcuno viaggio et darli sale et non danari.
Item s’hanno cambiato sale per caso, lardo, prisutti, suppressate, casicavalli, fronde di celsi, seta, manna, lino, ligumi, oglio, tela, banbace, panni di lana, musto, vino et altro.
Item s’hanno posto spese in libro, che non son fatte et s’hanno detti sustituti dato sale a credenza et non postolo a libro com’anco, chi l’ha ricevuti, et non pagatoli a detti sust(itu)ti com’anco chi ha lavorato pettere o altri lavori di sale, non essendo stati quelli per ordine dell’Arr(endato)re ma di sust(itu)ti e s’hanno cambiato nella salina di Rossano o in qualsivog(li)a altra salina sale per pesce, sapone, piatti, seta, fiaschi d’amarena, legno et altro.
Item come in tempo sono state sequestrate d(ett)e saline s’hanno fatto diverbo con d’alcuno di quelli ch’hanno ministrato, et non hanno dato lucido conto ma copiato li libri cacciatone molte partite et il retratto di quelle convertitolo in uso et utilità prop(ri)a senza darne conto ad esso Arr(endato)re di più chi sa chi s’havesse esatto, et ch’havesse pagato tutte le quantita di sali venduti a credito per tutt’Aug(ust)o pross(i)mo passato.
Item fa intendere a V.S. Ill.ma qualm(en)te in altre scomuniche promulgate ad istanza d’esso supp(len)te, p(rim)a si proferisse la sentenza d’esse, alcuni prom(isero) restituire danari, scritture et altre robbe fra un certo tempo et dopo non curarno metterl’in esecut(ion)e, supplica però in virtù di questa che reintrano in detta scom(uni)ca contra essi tum temporis promulgata.
Item di qualsivo(gli)a sorte che nelle saline havessero ricevute zannette o altra sorte di monete et del peso et valutat(ion)e d’esse, che s’hanno ricevuto nella consigna l’havessero valutate a tanto maggior prezzo più di quello che l’hanno recevuto in danno d’esso supp(len)te, poiche se non fossero stati interessati li viat(o)ri pagar le monete meno di valore, haveriano più continuato all… di sali essensoci stati alcun utile, dovea andare in benef(ici)o d’esso mentre l’officiali et sust(itut)i loro ha pagato la prov(ision)e li spettava.
Item che havesse rubato sale tanto nelli magazeni quanto nelli posti di d(ett)e saline et che quantità durante d(ett)o Arr(endamen)to.
Item supp(li)ca V.S. Ill.ma s’includano nel medes(im)o obligo di rivelare, revelando sia escomun(ica)ti tutti quelli che tenessero o havessero danari o robbe comodocumq(ue) d’esso supp.te, sotto pretesto di ricompra in qualsivog(li)a modo, et in particulare per causa d’alcuna plegge(ria) poich’esso s’offerisce pronto satisfare ogn’interesse, ch’alcuna sua parte si sentisse gravato, etiam q(ua)ndo cio lo facessero intendere per mezo di sacerdoti et confessori, et s’alcuno facesse ritegno perche si trovass’obbligato ad alcune pleggerie, et ritiene danari, ò robbe ut s(upr)a per d(ett)a causa, e ragg(ion) e contenta, s’offerisce omni fut(u)ro temp(or)e levarl’indenne di qualunque dispendio et interesse, loro potess’in futurum succedere, ò pervenire, obligandos’esso supp.te all’impronto farli capaci, che per le pleggerie sudette non possano haverne fastidio in nessun tempo.
Item chi tenesse ò havess’in qualsivog.a modo danari, oro, argento, perne, scritture, di qualsivog(li)a modo pertinenti ad’esso supp.te, et in particolare s’in tempo dett’Arr(endamen)to d’esso supp.te l’officiali di d(ett)e saline ò qualsivog(li)a altra persona s’havesse pagato quello che loro spetta di prov(ision)e dupplicatam(en)te in pregiuditio d’esso supp.te et havesse occupato le ricev(u)te di detti pagam(en)ti tanto nella p(rese)nte terra q(ua)nto in ‘altra ò in Napoli.
Item, tanto chi sapesse, ò havesse paramenti di seta, di lino, di lana, suppellettili di casa et ogn’altra cosa mobile commestibile rubbata trovata pigliat’ò ricevuta da suoi creati, schiavi, famigli tant’in havess’inqualsivoglia modo bestiame d’esso supp.te tanto baccina come gium(en)te, capre, pecore et porci tanto chi l’havesse rubbate stramercate et fraudate, come chi lo sapesse in qualsivoglia modo.
Item tanto chi l’havesse fatto q(ua)nto chi lo sapesse, havesse partecipato, sentito, visto tanto nelle saline come dalli vicini per strada sentitolo dire dalli viat(o)ri off(icia)li et altra gente in qualsivoglia modo”.

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