[L’abitato di Alichia, la foresta regia ed il palazzo Alitio]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 19-20/1998)
Origine di Alichia
La difesa o foresta regia di Alichia sorgeva presso l’odierna
Punta Alice, dove anticamente c’era il tempio di Apollo Aleo e,
similmente al tempio di Hera Lacina, il suo bosco sacro. Come in
tutte le foreste regie era vietato introdurre animali, esercitare la
caccia ed il taglio indiscriminato di alberi. La popolazione di
solito vi esercitava gli usi civici ; cioè poteva far legna per uso
di masseria e per costruire le case, gli attrezzi di lavoro ecc.,
pascolava il proprio bestiame, raccoglieva i frutti caduti dagli
alberi ed a volte poteva anche seminare nelle radure, sempre però
col consenso e sotto la vigilanza del magistro forestario il quale
custodiva il patrimonio boschivo, facendo rispettare i divieti, come
quello di cacciare i piccoli dei daini e dei cervi da aprile a
giugno, perseguiva e applicava le pene previste ai trasgressori e
concedeva, previo pagamento, il pascolo1. Vicino ad essa sorse nel
Duecento l’abitato di Alichia che, secondo la testimonianza della
sua stessa università, fu edificato e formato al tempo
dell’imperatore Federico II2. Noi lo troviamo per la prima volta
nelle “Carte” della abbazia di S. Angelo de Frigillo.
In un atto di vendita rogato in Alichia il 10 marzo 1258, regnando
Corradino, davanti al giudice Casadore ed al pubblico notaio
Costantino, entrambi della stessa terra, ed a testimoni, Giovanni,
abate di S. Angelo de Frigillo, per fare fronte alle necessità del
monastero ed in particolare al pagamento della colletta, col
consenso della comunità, vendeva per dodici once d’oro a Nicola
Cortieri di Bari ed a Nicola Corbolo di Matera, duecento pecore
lattifere con altrettanti agnelli, i quali, pur rimanendo in
custodia allo stesso monastero, dovevano essere consegnate, su
richiesta degli acquirenti, il mese successivo3. Il documento oltre
a mettere in evidenza l’esistenza di una numerosa comunità con i
suoi organi amministrativi e politici, ci informa dell’esistenza di
un luogo di imbarco. Quest’ultimo è anche confermato da un documento
dei primi anni angioini, che contiene una concessione di re Carlo I
d’Angiò al milite Giovanni Rocca. Da esso si apprende che il re
concedeva al milite di estrarre le vettovaglie delle sue masserie di
Crotone e Stilo da Alichia per Rocca Niciforo, per uso suo e della
sua famiglia4.
La distruzione del regio palazzo
Sempre in questi anni divampò una ribellione popolare alla quale
parteciparono gli abitanti di Alichia e dei paesi vicini. Essa ebbe
origine dalle mutate condizioni in cui si trovarono a vivere gli
abitanti per l’arrivo dei nuovi dominatori, quasi tutti militi
francesi che avevano aiuto il re Carlo I d’Angiò nella conquista ed
ora volevano la loro ricompensa. Cause della sollevazione furono
probabilmente in primo luogo l’esazione della tassa sul passo da
coloro che transitavano con animali e merci sull’incrocio tra la
via, che portava ai paesi dell’interno, e l’antica strada regia che
passava proprio accanto al palazzo5 e anche l’imposizione di diritti
privativi sulla foresta, come quello del divieto di caccia. Entrambe
le vessazioni erano perpetrate dal cavaliere che aveva avuto in
concessione la custodia e lo sfruttamento delle proprietà regie che
erano appunto costituite dal palazzo “cum passagiis” e dalla foresta
o difesa di Alichia. Il regio palazzo di “Alitio”, simbolo della
oppressione regia e feudale, venne devastato e distrutto, tanto che
nel 1275 il re Carlo I d’Angiò ordinava al giustiziere di Val di
Crati e Terra Giordana di perseguitare gli abitanti delle terre
vicine e di costringerli a riedificare a loro spese il regio
palazzo6. Le usurpazioni continuarono soprattutto da parte del
feudatario di Ypsigrò, il cavaliere Giovanni detto Turbecto di
Harby, tanto che il re dovette incaricare nuovamente il giustiziere
di intervenire, questa volta in favore della popolazione di Alichia
che era stata privata di terre e di diritti7. Al tempo della
rivolta, come risulta dai registri delle collette dell’anno 1276, la
terra di Alichia era tassata per once 46 tari 18 e grana 12, mentre
la vicina Ipsigrò per once 72 tari 9 e grana 128. Secondo il Pardi
Alichia allora aveva 2331 abitanti9. Due anni dopo la difesa di
Alichia e quella di Crotone sono citate tra le nove foreste regie
esistenti in Calabria10.
Devastazione di Alichia e custodi della foresta
Scoppiata la guerra del Vespro, nel 1283 Alichia fu devastata
dagli Aragonesi che vi uccisero le persone più importanti, ferirono
molti e altri dovettero fuggire11. Ritroviamo la terra di Alichia,
la foresta ed il palazzo regio in alcuni documenti del 1292. In
quell’anno re Carlo II d’Angiò rimosse il milite Ioanne de Genua e
concesse la custodia della difesa e del palazzo di Alichia e Turris
Insule al milite Andrea de Pratis12 ; mentre il milite Donnabruna da
Cosenza godeva sulle entrate fiscali della terra di Alichia un dono
di 24 once, a lui concesse da Roberto d’Artois, vicario di re Carlo
II d’Angiò13. L’esistenza di un attracco è ancora segnalato
all’inizio del Trecento infatti nel 1307 la bagliva di Alichia fu
affittata per once 3 e tari 15 e la bagliva marittima per once 5 e
tari 1514. Anche l’esistenza della sua chiesa, probabilmente luogo
di culto cristiano presso l’antico tempio pagano15, è segnalata in
questi anni. Nel versamento delle collette del 1325 compaiono d.nus
Bartholomeus de Alichia che versò 10 grana e d.nus Nicolaus de
Alichia versò un tari16.
Feudatari e spopolamento
Sempre in questi anni Alichia cambiava feudatario. Al milite
Pietro Athelas o Exelat che aveva ottenuto in feudo le terre di
Alichia e di Ypsigrò ed il castrum di Melissa, succedeva il figlio
Pernotto che morì senza eredi. Dapprima le rendite dei tre feudi
valutate in 80 once furono divise in 8 parti, una venne concessa ad
Americo de Possiaco e le rimanenti a Druetto de Regibaio17, poi
Alichia, Ypsigrò e altre terre passarono in dominio del maestro di
conti di re Roberto, Leone de Regio18. Con il matrimonio tra Sibilla
de Regio e Pietro Ruffo, primogenito del conte di Catanzaro
Giovanni, Alichia e Ypsigrò passarono ai Ruffo. Un contratto di
locazione “in perpetuum” dell’agosto 1334 attesta che in quell’anno
il conte Pietro Ruffo e la moglie ne erano pienamente signori19. E’
questo l’ultimo atto che attesta l’esistenza dell’abitato poi
Alichia, come anche altri abitati vicini20, spopolò e non rimase più
traccia. La foresta, il palazzo, i diritti e le altre proprietà
feudali rimasero legati alle vicende della casata dei Ruffo e
andarono a far parte del feudo di Ypsigrò. Nel 1426 il papa Martino
V confermava le concessioni fatte a Nicolò Ruffo dai re di Sicilia e
tra queste troviamo “Ypsigrò cum pertinentiis Alitii21. Alla morte
di Nicolò esse passarono alla figlia Giovanella e quindi a
Errichetta che andò sposa ad Antonio Centelles. Con la sconfitta del
marchese di Crotone da parte di re Alfonso d’Aragona, le terre
furono confiscate e gestite dalla regia corte. Nei capitoli
approvati dal re l’otto novembre 1444 all’atto della resa di Ypcigro
ricompare la località Aligia. Il re infatti approvò che la città
potesse conservare il mercato franco sotto il titolo di Santa Croce
che iniziava il 3 maggio e durava otto giorni in Aligia22. Un
documento della metà del Quattrocento che tratta le concessioni
fatte dal re sulle entrate del ducato di Calabria riporta che “Perii
Antoni de Taberna a de gratia lo tenimento de Borda, lo curso de
Puzello, la ballya de la marina de lo Ypcigrò, valeno l’anno D.
CLXXX ; Notare Nufrio Smirando ( ?) a de gratia li comuni lo curso
de li Alici e lo curso de San Blasi che so a lo Yciro valeno D.
LXXXX”23.
La foresta e il palazzo di Alichia
Un successivo documento della fine del Quattrocento, descrivendo
le entrate che provenivano alla corte dal feudo di Ypcirò ci porta a
conoscenza che parte della grande foresta era stata messa a coltura.
Vicino allo “palaczo delli Alici“ era stato fatto un giardino con
alberi da frutto. Vi erano quattro tomolate di terra adatte alla
semina dalle quali si potevano ricavare 20 tomola di grano ed un
esteso oliveto. La corte poi affittava un porcile ed il pascolo sul
corso “delli Alici”24.
La terra di Ypsigrò, che dopo la scomparsa del Centelles era stata
posta in regio demanio, nel 1496 fu venduta assieme ad altre terre
ad Andrea Carrafa25 e alla sua morte passò al nipote Galeotto
Carrafa26. Quindi pervenne nel 1543 ad Pietro Antonio Abenante il
quale nel 1548 ottenne dall’indebitata università la cessione di
alcuni diritti civici e cioè la metà del diritto di pascolo, che gli
abitanti godevano per otto mesi dell’anno, dal primo gennaio a fine
ottobre, nelle difese Piana, Ardetti e Cappelliere, e otto mesi per
l’anno intero del pascolo di cui essi avevano diritto tanto sui
territori aggiunti alle difese sopracitate, quanto su Arderia, ossia
S. Vennere soprana, e sottana. Ypsigrò passò poi nel 1569 in potere
degli Spinelli e vi rimase fino all’eversione della feudalità27.
Il Borgo San Pietro ed il lago Le Vurghe a Punta Alice
Testimonianze sul palazzo di Alichia e sul paesaggio circostante
le ritroviamo nel Seicento. In un atto di vendita del suffeudo detto
il Corso di Puzzello e della sua antichissima torre, nel descriverne
i confini troviamo che “cominciando dallo stomio, nel quale finisce
la fiumara detta lipuda per essa fiumara in su sino alla via publica
per la quale si fa viaggio venendo da Cotrone et per d.a via publica
rivoltando verso il palaczo dell’Alice siegue p. d.a via via perfino
allo luogo d.o la crocevia del Palazzo et da la salendo va a ferire
alla serra della Cropia...”28.
Era tradizione presso gli abitanti di Cirò che anticamente la città
fosse situata presso il mare “in promontorio Alecio” e qui essi si
convertirono alla fede cristiana dall’apostolo Pietro quando dovette
rifugiarsi a causa di una tempesta nel suo viaggio dalla Grecia a
Napoli. Perciò dove era la città di Crimissa volgarmente si diceva
il “Burgo di S. Pietro” e poiché il luogo era pieno di cespugli e di
spini, abbondava di serpenti velenosi29. Il “Borgo di S. Pietro” più
volte citato nelle relazioni dei vescovi di Umbriatico, deve
probabilmente il suo nome all’abitato e alla chiesa scomparsa di
Alichia. Esso nel Seicento era una piccola isola che d’estate la
siccità trasformava in penisola30 all’interno di un lago, alimentato
dai ruscelli che scendevano dalle colline. Per secoli esso celerà i
resti dell’antico tempio greco di Apollo Aleo. Dall’apprezzo
compilato dal tavolario Giovan Battista Manni sul finire del
Seicento si apprende che tra i beni feudali di Cirò vi erano “la
possessione detta l’Alice con suo giardino, passo, falangaggio e
Palazzo, quale sta situato nel più eminente luogo di detto giardino,
seu possessione, nel quale territorio vi sono sette piante di
amendole, dodici di cedrangolo, certe poche viti, piante di pruna,
di pera, di mela, e di olive. Il palazzo è di figura quadra, con
quattro baluardi a modo di fortezza.... la difesa piana.. quale al
presente serve per pascolo, e può servire anche per semina, e vi
sono certi piedi di cerque e lentischi... l’oliveto grande.. nel
quale vi sono certe partite boscose con lentischi ed olivastri.. vi
è una torre vecchia sfondata vicino la quale vi è una cappella sotto
il titolo di S. Maria della Catena31 e vicino l’olivetello vi è un
trappeto di fabrica per macinare ulive quale consiste in due bassi..
Le Vurghe, terre di padula per causa che l’inverno è sito che
inonda, perché il suo piano è quasi a livello del mare, e l’acqua
piovana che viene dalli territori convicini tutta si raduna in esso,
dalla parte di sopra detto territorio non per tutta la sua lunghezza
vi è il bosco di Martà, al quale per essere spesso e folto malamente
vi possono entrare l’animali, e nell’istessa dirittura della parte
di sotto vi è il bosco di Lardetto, quale arriva sino alla marina..
li cittadini e fidatori delli corsi hanno jus di poter pascolare in
detto territorio nel tempo di necessità per causa della neve nelle
montagne”32. La descrizione del Manni oltre a richiamarci luoghi già
noti come il palazzo, il giardino, l’oliveto ci ricorda l’antica
foresta sul capo Alice, che ora risulta costituita principalmente
dalle tre difese Piana, Ardetto e Cappelliere che col tempo si sono
allargate, in quanto il feudatario vi ha unito altre terre, e dal
territorio Colla de Pali il quale è un territorio piano e boscoso
dove vi era ogni specie di “legname selvaggio ed in certi luoghi è
di modo tale imboscato che nemmeno gli animali vi possono
passare”33. Inoltre ci informa che il disboscamento era proseguito.
Parte dell’antica foresta era stata messa a coltura e risultava
senza alberi (Difesa Piana), altre parti pur rimanendo boscose e
riservate alla caccia avevano subito incendi che le avevano
profondamente modificate (L’Ardetto34), mentre l’antica boscaglia
rimaneva impenetrabile ed intatta specie nel bosco demaniale di
Martà, con i suoi “elci, lentischi sarmentosi, rubinia ispida,
roveti, pruni selvatici, perastri, oleastri, mirti e querce”. La
foresta di Alichia, così come descritta dal Manni, mostra di aver
subito nel tempo trasformazioni, dovute a fenomeni naturali e
all’azione umana, tali che ne hanno mutato profondamente la
fisionomia. Essa si presenta smembrata e modificata nella sua unità
boschiva e paesaggistica, con luoghi che hanno assunto funzioni ed
aspetti diversi sia rispetto ai tempi dell’insediamento greco-romano
che al successivo medievale.
Ipotesi sulla scomparsa di Alichia
Durante il periodo angioino altre terre vicine ad Alichia
spopolarono. Ricordiamo Lutrivio e Santa Vennera che si trovavano
nelle “pertinenze di Melissa et Ipsigrò”35 e, sempre in diocesi di
Umbriatico, Santa Marina, San Nicola e Maratia, distrutte durante la
guerra del Vespro36. Spesso alla scomparsa di una terra concorrevano
diverse cause: l’esosità del fisco regio, gli abusi feudali, il
saccheggio da parte di pirati o di banditi, una pestilenza, l’aria
malsana ecc.
Alcuni documenti e la lettura dell’apprezzo del Manni ci possono
aiutare a far luce su una delle possibili cause della scomparsa
della terra di Alichia: La formazione e la crescita del lago sul
capo con il suo paludismo per la variazione climatica medievale a
cavallo del XIV secolo. Questa ipotesi è confortata dalla situazione
analoga che si verificherà tra la fine del Cinquecento e la metà
dell’Ottocento per effetto della piccola età glaciale e che avrà
come effetto la formazione di pantani e l’ampliamento del lago. In
una testimonianza di fine Seicento presso la corte marchesale di
Cirò Gioseppe di Franza dichiarava che egli possedeva in territorio
di Cirò delle terre in vicinanza della marina “dove li cittadini di
questa terra vi hanno fatto la strada di mezo per esser la strada
antica sfatta e ruinata dalli mali tempi e pioggi a tal segno che
più da cinquanta anni in circa la d.a strada non l’hanno più
pratticato per la mala condittione che se ritrova”37 . Il Pugliese
verso la metà dell’Ottocento così descriverà il luogo: La “Misula di
S. Pietro e Paolo.. è una isoletta in mezzo al bosco detto ora di
Ardetto, cinta d’inverno dal lago detto Vurghe, o Vulghe, quasi
gorghi, o bolgie, perché in alcuni siti l’acqua è profonda tanto che
si dicono puzzilli. Si distende questo lago per 200 moggia antiche
circa e tagliando il capo Lice si accosta colle due estremità alle
due opposte sponde del mare, cioè a sinistra verso borea, ed a
destra verso oriente, talché in tempi di alta marea le onde salse si
confondono colle dolci, e si distruggono le sanguisughe di cui il
lago abbonda e le quali non si riproducono che dopo molti anni....
Sito fatto dalla natura per un sicuro e comodo porto, ed al quale
concorrono tutte le comodità per costruirvelo, come si disegnava ai
tempi del glorioso Carlo III, le cui sollecitudini vennero
attraversate da’ segreti maneggi del feudatario, il quale non voleva
perdere la delizia delle cacce tanto sul lago, ove in tempo
d’inverno si radunano anitre, mellardi, oche, follache, ed altri
uccelli acquatici, quanto nei boschi che accolgono e nutrono volpi,
caprii, lepri e cinghiali”38
Il Pugliese aggiunge che la dimensione del lago dipendeva dalla
piovosità invernale, infatti negli inverni piovosi il lago Vurghe si
congiungeva con il vicino lago detto la Vurga Rotonda così diveniva
un piccolo mare di 300 moggia39 e coloro che in estate ed in autunno
dimoravano nel capo, contraevano “malattie mortali, o rimanevano
ostrutti e malsani”40.
Verso la metà del Settecento aveva ripreso con forza il
disboscamento e si cominciò “ad impiantare, e novellamente abitare”
la marina. Il vescovo di Umbriatico Domenico Peronacci (1732 - 1775)
ridusse in coltura due fondi della sua mensa vescovile in territorio
di Cirò, uno detto Salvogara e l’altro Mandorleto, "ch'erano
ricovero d'animali selvaggi", in oliveto e agrumeto "con sue case
pe' coloni". Egli inoltre fece costruire presso il mare a Mandorleto
un “palazzo di pianta” per residenza di campagna a "ristoro de'
vescovi", spendendo così oltre 4000 ducati41. Il feudatario, la
marchesa di Cirò e principessa di Tarsia, Maria Antonia Spinelli,
non fu da meno: fece un agrumeto, restaurò nel 1761 il suo palazzo
di Alici42 e vi creò un allevamento di buffali43, animali
particolarmente adatti a vivere in un ambiente caratterizzato da
terreni paludosi e selvaggi come i vicini laghi delle Volghe e gli
adiacenti boschi. Questo processo si incrementò nell’Ottocento dopo
l’abolizione della feudalità. Allora mentre i boschi ardevano, i
ruderi del tempio venivano utilizzati per costruire i nuovi casini e
le casette alla marina43.
Nonostante questi interventi di messa a coltura, la località col
passare del tempo si era così trasformata che ancora all’inizio del
Novecento il noto archeologo Paolo Orsi non voleva assolutamente
credere che il tempio di Apollo Aleo potesse nascondersi in una
palude così inaccessibile e pericolosa.
Note
1. Reg. Ang. XI, 140-141.
2. Reg. Ang. XXIV, pp.103-104.
3. Pratesi A :, Carte latine di abbazie calabresi, Città del
Vaticano, 1958, pp. 224-226.
4. Reg. Ang. IV, p.102.
5. Ancora in età moderna il feudatario di Cirò aveva nel luogo detto
“l’Alice”, o “ Alici”, il diritto di esigere il passo dai forestieri
che passavano accanto al palazzo per la via pubblica proveniente da
Crotone. Al “trivio” vi erano a riscuotere e fu eretto “un alto e
quadrilungo pilastro di fabbrica con la tariffa scolpita in pietra,
e questa iscrizione fu detta Epitaffio “, Pugliese G. F.,
Descrizione ed istorica narrazione dell’origine e vicende
politico-economiche di Cirò, Napoli 1849,t. I, pp. 165, 301. Come è
evidenziato dal toponimo “Palazzo”, un altro palazzo regio con le
stesse funzioni fiscali dovette esistere in territorio di Crotone
presso l’incrocio tra la strada regia, che da Crotone andava verso
Cirò, e la via che si inoltrava verso Papanice. Alla fine del
Cinquecento Fabritio Lucifero possedeva “la gabella lo Palaczo in
loco lo Palaczo iux.a terras qm. Scipionis Berlingieri loco dicto
Maccodite et via publica” , ANC. 49, 1594, 297 ; La gabella
confinava anche con la volta de Armeri, l’attuale contrada Armeria,
ANC. 119, 1637, 77.
6. Dito O., La storia calabrese, Cosenza Rist. 1979, p.137.
7. Reg. Ang. XXIV, pp.103 -104 ; Maone P., Contributo alla storia di
Cirò, in Historica, n.2/3, 1965, p.104.
8. Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri
angioini dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli 1877, p.215.
9. Pardi C., I registri angioini e la popolazione calabrese del
1276, in ASPN, a. VII, 1921.
10. Dito O., cit., p.117.
11. Maone P., cit., p. 106.
12. Reg. Ang.XXXIX, p. 55.
13. Maone P., cit., p. 106.
14. Dito O., cit., p.133.
15. Il Pugliese, rifacendosi ad una antica cronaca, scrive che nel
giardino del barone “circa l’anno 1440”, facendo uno scavo, furono
trovati i ruderi di un antico tempio e 4 candelabri di ferro,
Pugliese G.F., I, 19.
16. Russo F., Regesto I, 341, 343.
17. Maone P., cit., pp. 106 - 107.
18. De Leo P., Tra tardo antico ed età moderna, in Cirò Cirò Marina,
Rubbettino Ed.1997, p.91.
19. Pratesi A., cit., p.453.
20. Nel 1389 Carlo Ruffo, essendo il suo feudo in spopolamento,
concede agli abitanti di Lucrò l’esenzione dal pagamento del
casalinatico se fossero andati ad abitare a Verzino. La concessione
fu poi riconfermata nel 1427 dalla figlia Covella, Giuranna G.,
Storia di Umbriatico :Dal Medioevo alla conquista spagnuola, in
Studi Meridionali, Fasc. I, 1971, pp.22- 26.
21. Reg. Vat. 355, f. 287, ASV.
22. Reg. Arag. I, 42.
23. Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di
Antonio Centelles, Napoli 1963, p.281.
24. Processo Grosso, f. 473, AVC.
25. Nel 1496 re Federico D’Aragona, asserendo di tenere e possedere
la città di Santa Severina, le terre di Policastro, Rocca Bernarda,
Castellorum Maris, Ypsigrò, Cutro, S. Giovanni Minagò, i feudi
inabitati di Fota e Crepacore e 300 ducati annui sopra i pagamenti
fiscali di detta città e terre, li vende ad Andrea Carrafa per
ducati 9000, Processo grosso, ff.19, 561, AVC.
26. Andrea Carrafa morì nell’ottobre 1526 ed il nipote Galeotto
Carrafa ottiene l’investitura nel dicembre 1527 dal vicerè Ugo de
Moncada, Ref. Quint. 207, ff.78 -122, ASN.
27. Pugliese G.F., cit., I, 178 ; II, 323.
28. Il 13 novembre 1687 presso la torre di Fasana Jo. Petro
Presterà, figlio di Cesare e di Gesimunda Susanna di Cirò, vende il
suffeudo detto il corso di Puzzello, a lui pervenuto per eredità
materna per duc. 1500 a Diego Zito di Tarsia, ANC. 333, 1687, 24 -
30.
29. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
30. Rel. Lim. Umbriaticen. 1684.
31. All’inizio del Seicento poiché il “capo della Lice” era
frequentato da pescatori, pastori e coloni che vi venivano per i
loro affari e non potevano ascoltare la messa alla festa perché il
paese di Cirò era distante 4 miglia, il vescovo di Umbriatico
Antonio Ricciulli ne discusse con il feudatario Ferdinando Spinello,
marchese di Cirò, il quale spontaneamente si adoperò a costruire una
cappella sul luogo, nella forma proposta dal vescovo, arredandola e
dotandola di una rendita di ducati 50 per un prete secolare,
designato dal vescovo, per celebrare la messa ed ascoltare le
confessioni nei giorni di festa. La chiesa fu intitolata a Santa
Maria della Mercede, volgarmente detta della Catena, Rel. Lim.
Umbriaticen. 1638, 1735.
32. Pugliese G. F., cit., II, 273 sgg.
33. Pugliese G. F., II, 274.
34. Carlo III di Borbone sostando a Cirò il primo febbraio 1735 andò
a cacciare ed uccise un cinghiale a l’Ardetto, Pugliese G.F., II,
70.
35. Il feudo de Trivio e Santa Vennera fu concesso da re Ladislao a
Gioannotto Morano, Zangari D., Le colonie Italo albanesi di
Calabria, Napoli 1940, pp. 135 - 136.
36. Dito O., cit., p.144.
37. ANC. 333,1681/1682, 30-31.
38. Pugliese G. F., cit., I, pp.19 - 21.
39. Pugliese G. F., cit., p. I, 39.
40. Pugliese G. F., cit. I, 107.
41. Rel. Lim. Umbriaticen., 1753.
42. Galasso G.- Sicilia R., Feudo, incursioni turchesche e vita
civile nei secoli XVI - XVIII, in Cirò Cirò Marina cit., p.141
43. Pugliese G. F., cit., I, 98.
44. Pugliese G. F., cit., I, 17, 163.

