[Paesaggi crotonesi: La pianura ed il vallone di Armerì]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 47-48/2005)
“Et seguendo il camino verso la via di la marina,
passato Esaro; vi è uno Vallone detto Armerì, dove era anticamente
la strada dell’armeri, quando era dentro la Città, dopò viene
un’altro Vallone salso, prese il nome della proprietà dell’acqua,
che sempre è salsa..” ( Nola Molise G. B., Cronica della Città cit.,
p. 60). Armirò = di sapore di sale, salmastro.
Il fiume
Il torrente “Vena de Armira” che scorre nel vallone “de Armeri”,
anticamente conosciuto come “Vallonus de Cucurreaci”, da piccolo
rigagnolo estivo si tramutava con l’arrivo delle piogge autunnali in
fiume impetuoso. Allora il guado diveniva particolarmente pericoloso
sia per gli uomini che per gli animali. Nel “Liber Mort. ab anno
1601 usque ad ann. 1698” leggiamo che “Adi 8 del mese di Xbre (1603)
morsi lo figlio di fan barlini cosentino di pietrafitta che si
annegò nelli fiume di armiri”.
In un ambiente disboscato e pianeggiante il torrente, la via
pubblica ed il lido del mare rappresentarono termini ben definiti e
continui di separazione delle gabelle, come evidenzia la descrizione
della gabella “Pisciotta”.
Nel marzo 1612 Jo.e Andrea Sculco del casale di Papanicefore dona al
figlio Jo.e Petro la gabella “Pisciotta” che lo stesso Sculco in
precedenza aveva comprato da Josepho Presterà. La gabella, o
continenza di terre, “de Pisciotta” è così descritta: “positam in
territorio Crotonis loco dicto Armerì jux.a t.ras li Ponticelli don
jo.is de ayerbis de aragonia, jux.a litus maris flumen dictum
Armeri, viam pp.cam et alios fines” ( 49, 1612, 24)
Da gabella a parte di grangia
La gabella di “Armira” ed altre vicine e confinanti nel Medioevo
fecero parte della grangia di S. Nicola della Cipolla, dipendente
dal monastero certosino di San Stefano del Bosco.
I proprietari, i confini e la località sono descritti in maniera
dettagliata da alcuni documenti della metà del dodicesimo secolo.
Essi dimostrano che la pianura “Campus”/“Campus de Armira”, situata
tra il fiume Esaro ed il torrente Vena de Armira e limitata dalla
riva del mare( Rivus Malus) e dalle colline (“collis radices”), era
divisa in diversi fondi rustici appartenenti a proprietari terrieri
sia ecclesiastici ( il protopapa Amnus, il vescovo, il presbitero
Leone Marcellino, il presbitero Zosimo) che nobili. Tra questi
ultimi spiccano per importanza i nomi di Ruperto Scalione, Ruberto
de Marturano e Curbulino, seguono Nicola Cimina, Nicola Columbo,
Gambarelli, Andrea Muritano, Nicola Rabda e Thoma. I fondi rustici
sono separati tra loro da termini continui naturali quali la via, la
riva del mare, il torrente Vena de Armira e le colline, altre volte
dai limiti posti dai proprietari, quali siepi e fossati. Il
territorio, pur dissodato, conserva ancora parte della sua origine
silvestre. Non sono infatti descritte le capacità in salme dei
territori e spesso i confini sono labili e lasciati alla memoria dei
confinanti. Esso è attraversato dalla “via regia” che, passato
l’Esaro, si dirige seguendo la riva del mare al torrente “Vena de
Armira” e, guadato, prosegue verso “Pantanitia”. La località è ricca
di corsi d’acqua e di acquitrini ( Fossa molendini, Pantanitia,
rivus Malus, rivus vetus, torrens Venae de Armira, cisterna) , tanto
da alimentare un mulino e vi sono alcune vigne ( vineae filiorum
presbyteri Leonis Marcellini, vineae domini Amni sacerdotis et novi
protopapae) protette e limitate da fossati e siepi.
”Armirà” è così descritta in alcuni atti di donazione.
Curbulinus dona nel marzo 1159 al venerabile tempio del Santo
Prothomartire Stefano, monastero degli eremitani, alcuni suoi fondi
, che possiede in territorio di Crotone nella pianura presso la riva
del mare. Uno è situato “in inferiori parte ad Armiram” ed è così
confinato: ad orientem via, quae ex pantanitzia ad Armiram vadit, et
inde decurrit via occidentem versus ad finem domini Thomae ad
septentrionem, et sic clauditur”. Un secondo è situato “ad Campum”
ed i suoi confini sono: “ ab oriente via, quae vadit ad rivum Malum,
et confinium praediorum ad Gambarelli filios spectantium, et
ascendit ipsum confinium usque ad terminos praediorum olim Cilmerum
pertinentium, quae possidet maior episcopalis ecclesia Crotonensis;
illinc deflectit ex finibus praediorum, quae olim fuerunt Nicolai
Rabdae, descendit idem terminus usque ad fossam vineae filiorum
presbyteri leonis Marcellini, et procedit recta ad fines pradiorum
Andreae Muritani, et iterum flectit occidentem versus ad fines
praediorum, quae olim ad Nicolaum Ciminam spectabant, usque ad fines
aliorum praediorum ipsius Nicolai Ciminae septentrionem versus, et
ascendit ubi terminantur praedia filiorum presbyteri Zosimi, quae
habebat a Domino suo; ascendit idem terminus usque ad viam ad
torrentem Venae de Armira, et sic clauditur prout via scendit usque
ad fines Gambarelli, unde initium duximus”.
Un terzo è “ad litus in loco qui dicitur Armiri” ed i suoi termini
sono: “ ab oriente vadit mare, et procedit iuxta litus, et
protenditur ad flumen et Armirum, et subsequitur via”. Sempre nel
mese di marzo 1159 Rupertus Scalionus dona allo stesso monastero un
fondo situato “in campo de Armira”. I confini sono : “Ab oriente
torrens Venae de Armira usque ad confinium praediorum domini
Corbulini, quae tenent filii Nicolai Columbi ad septentrionem, et
illinc flectit ipsum confinium ad occidentem usque ad viam regiam,
et ut pergit ipsa via usque ad torrentem, unde initium duximus et
clauditur”. Lo stesso fa Robertus de Marturano che dona due suoi
fondi “ad campum rivi Mali”. Uno confina “ad oriente via; a
septentrione ascendit secus rivum Malum; ab occidente procedunt
collis radices e cisterna usque ad sepem vineae domini Amni
sacerdotis et novi protopapae, sicut descendit confinium iuxta
sepem, et praedium praedicti protopapae, usque ad viam unde initium
duximus”. Il secondo è un fondo che era appartenuto ai figli del
presbitero Zosimo, che è così confinato: “ab oriente via regia; ab
occidente confinium et praedia, quae olim fuerunt Nicolai Ciminae;
et pariter a septentrione praedia ipsius Nicolai Ciminae; a meridie
fines praediorum domini Curbulini, sicut descendunt viam versus ad
torrentem de Vena, et clauditur” ( Trinchera F., Syllabus cit., pp.
206 - 211).
La grangia prima dello smembramento
Nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo attorno alla chiesa di S.
Nicola dela Cipolla si formò un insieme continuo di proprietà. Il
territorio appartenente alla chiesa si estese in tutte le direzioni
ed il paesaggio assunse col tempo un diverso aspetto, che andava dal
coltivato all’incolto, a seconda della lontananza dal punto centrale
rappresentato dalla chiesa/ monastero. A seconda della distanza dal
nucleo abitato, in maniera centrifuga, gli orti lasciavano il posto
alle vigne, i terreni seminativi al bosco.
All’inizio del Cinquecento la gabella di Armirì apparteneva ancora
al monastero di S. Stefano del Bosco. Allora il monastero era stato
da poco riconsegnato ai certosini e risentiva del lungo periodo di
cattiva gestione degli abati commendatari per lo più della famiglia
Aragona.
La grangia era in fase di dissolvimento e la chiesa di San Nicola
dela Cipolla, che per antichi privilegi era il capo della grangia ed
amministratrice di tutti i beni, era “diruta et discoperta”. Da
un’analisi di una platea, redatta su ordine del giugno 1530
dell’imperatore Carlo V, possiamo descrivere la località ed i
proprietari delle terre confinanti . Tra i terrieri sono ricordati i
nobili Carolo e Petro Nigro, Dionisio Pipino, Lorenzo Campitelli,
Alte Donne de civitate Cariati, Matteo de Bitecta, Ioannello Pipino,
Ioanne Antonio Maza, Ioanne Milia e Andrea Pantisano e gli enti
ecclesiastici crotonesi: il monastero di Santa Chiara, l’altare
della visitazione e l’arcidiaconato della cattedrale.
La pianura, compresa tra le colline ed il lido del mare, era
attraversata dal vallone chiamato Armeri, ma anticamente era
conosciuto come “Vallonus de Cucurreaci”. La via pubblica, la
medievale via regia costiera, da “Passo Veteri”, guadava il vallone
de Armeri, e attraversava all’interno le terre del monastero. La via
che anticamente passava per “Pantanitia” aveva mutato il suo
percorso, spingendosi verso l’interno per aggirare la palude, ed a
ricordo dell’antico passaggio rimaneva il toponimo “Passo Vecchio”.
Era inoltre menzionata un’altra via pubblica che dall’interno
discendeva verso la pianura dai “tivoni” ( timponi).
Le terre appartenenti al monastero erano particolarmente fertili e
sono descritte “planae, laboratoriae et preciosissimae”. Vi si
pratica la rotazione triennale e sono affittate insieme. Per tre
anni esse sono coltivate a grano dai coloni e nei tre anni
successivi vi pascolano le mandrie dei fidatori. Esse sono ben
delimitate e sono della capacità di 24 salme Una è di salme due e da
una rendita di due salme di frumento all’anno, l’altra è di ventidue
salme e si affitta per ventidue salme di grano all’anno.
Sono così descritte: “Item dictum monasterium tenet et possidet, in
sui dominio et potestate, terram unam capacitatis salmatarum duarum,
que solet locari in simul cum gabella dicta De Armari, positam in
eodem territorio Cotronis, in loco ubi dicitur Armari, confinatam a
capite versus occidentem iuxta terras Caroli Nigri, ab uno latere
versus septentrionem iuxta terras Petri Nigri et ex eodem latere
iuxta terras Sante Clare de Cotroni, ab uno latere versus meridiem
iuxta viam publicam, a pede versus occidentem iuxta terras Dionisi
Pipini de Cotroni, que fuerunt Laurenci Campitelli via publica
mediante, que terra solet locari anno quolibet pro salmis duabus
frumenti.”
“Item dictum monasterium tenet et possidet, in sui domanio et
potestate, gabellam unam magnam quam nos culturam dicimus planam,
laboratoriam et preciosissimam, capacitatis salmatarum viginti
duarum, sitam et positam in dicto territorio Cotroni, in loco dicto
Armari, confinatam a capite versus occidentem iuxta terras Dionisi
Pipini et ex eodem latere descendendo verus mare usque ad viam
publicam que venit a passo veteri, vallonis currentis, qui vallonus
ad presens nominatur De Armeri et antiquitus nominabatur Vallonus de
Cucurreaci et deinde demisso dicto termino terrarum prefati Dionisi
prefata cultura dicti monasterii dilatatur versus septentrionem
iuxta dictam viam publicam et descendendo per latus versus
septentrionem confinatur iuxta terra dopne Alte Donne de civitate
Cariati et deinde limitatur iuxta terras heredum Mactei de Bitecta,
que fuerunt.......... baronis de Melissa et aliquando per indirectum
iuxta dictas terras heredum Mactei Bitecta, quaddula intrata
vicinali mediante, descendendo ulterius et confinando per dictas
terras, confinatur iuxta terras heredum Ioannelli Pipini et
descendendo versus mare, confinatur iuxta vallonem de Armeri et
tendit usque ad litus maris, a pede versus orientem iuxta lictora
maris, ab alio latere versus meridiem iuxta terras nobilis Ioannis
Antoni Maza. Et sursum eundo per dictum latus iuxta viam que venit a
passu veteri vallone de Armari, que via transit per intus dictas
terras prefati monasterii, tam a parte superiori, quam inferiori,
que terre que sunt supra dictam viam limitantur iuxta terram Ioannis
Milia et ex eodem latere iuxta vinealia Altaris Visitacionis et ex
eodem latere sursum eundo versus occidentem confinantur iuxta terras
archidiaconatus Cotroni et subsequenter iuxta terras nobilis Ioannis
Andre Pantisani de Cotroni et successive iuxta viam publicam que
descendit dali tivoni et sic est limitata et confinata dicta cultura
de Armari circumcirca usque ibi unde incepimus, que solet locari
anno quolibet salmis viginti duabus frumenti.” Longo L. ( a cura),
La platea del monastero del SS. Stefano e Brunone, Ed. Orizzonti
Meridionali, Cosenza 1996, pp.65 -67 ( Platea 1533 – 1536 della
Certosa di S. Stefano del Bosco).
I Lucifero
Non passeranno molti anni che le gabelle, che formavano la
grangia di S. Nicola dela Cipolla, passeranno dal monastero ai
nobili crotonesi.
Secondo alcuni storici il fondo Armerì verso la metà del Cinquecento
fu concesso ai Lucifero.
Armando Lucifero in nota al Lenormant ( Vol. II, p. 185) afferma che
“Una parte importante del fondo rustico Armerì..... (fu) dato in
proprietà ai Lucifero da Carlo V, dopo l’assedio di Tunisi, ove i
Lucifero condussero a loro spese una nave da guerra..”. Lo stesso
afferma il Valente (in Calabria , Calabresi cit., p. 115 in n.): “I
Lucifero ebbero anche in dono da Carlo V il fondo Armerì”. Anche per
Nicola Sculco in “Avanzi di Cotrone” il fondo Armerì fu concesso ai
Lucifero: “Federico d’Aragona regalò a Bernardo Lucifero detto fondo
che poi passò alla famiglia Petrolillo, Mazzulla ed altri ed indi a
Galluccio”.
Dai Suriano ai Petrolillo
I documenti testimoniano che alla fine del Cinquecento Armerì
apparteneva ai Suriano.
L’arcidiacono Prospero Suriano lasciò nel 1596 per testamento le due
gabelle di Zinfano e Armeri, che per fedecommesso dovevano andare a
Gio. Battista Suriano, ma esse pervennero in potere di un altro
erede, Ottaviano Suriano seniore, barone del feudo della Garrubba e
figlio ed erede di Scipione Suriano seniore. Ottaviano Suriano le
lasciò poi al figlio, il barone della Garrubba Scipione Suriano
iuniore, il quale le vendette al canonico Jo.e Fran(ces)co
Petrolillo.
Questa vendita darà origine ad una lunga lite tra gli eredi delle
due parti ed essa ebbe termine nel gennaio 1671 con un accordo tra
il reverendo Carlo Berlingieri, erede del canonico Gio. Battista
Suriano, e Diego e Felice Suriano Ralles, figli ed eredi di Scipione
Suriano iuniore. Dalle carte si legge che Carlo Berlingieri
pretendeva che Diego e Felice Suriano Ralles “siano suoi debitori
del prezzo, e frutti de stabili di Zinfano et Armeri alienati per
d(ett)o q.m Scipione loro P(adr)e in tempo che d(ett)i stabili
spettavano al d.(ett)o q.m D. Gio. Batt(ist)a (Suriano) in vigor del
fidei commisso fatto dal q.m Archid(iaco)no Prospero Suriano nel suo
ultimo testamento sotto il di diece di luglio millecinquecento
novantasei per mano di Notar Gio. Fran(cesc)co Rigitano, del qual
Prospero pervennero dicti stabili in poter del q.m Ottaviano Suriano
che fu uno de suoi heredi di cui d(ett)o Scipione fu figlio et
herede, al q(ua)le fidei commisso come della lettura di d(ett)o
testamento appare si purificò a favore di d(ett)o Gio. Batt(is)ta
(Suriano)”. ( ANC. 253, 1671, 7 -12)
La gabella all’atto di vendita era gravata di un annuo censo di
ducati otto di carlini d’argento sui primi frutti ed entrate per il
capitale di ducati cento, assegnato al monastero di Santa Chiara
come dote spirituale, al tempo che entrò nel monastero la fu
Clarissa Sabina Suriano, sorella del fu Ottaviano Suriano seniore.
Il 16 dicembre 1623 il Petrolillo liberava la gabella dall’annuo
censo, versando il capitale al monastero ed estinguendo alcune rate
arretrate. ( ANC. 117, 1623, 114 – 114v).
All’inizio di dicembre 1637 Jo.e Fran(ces)co Petrolillo era già
morto ed i suoi beni erano passati in eredità ai suoi figli, i quali
cedettero una parte della gabella.
La divisione della gabella
Il 4 dicembre 1637 il reverendo Pelio Petrolillo dichiarava di
possedere,come erede del padre Jo.e Fran.co e come porzione a lui
spettante con i fratelli, dodici e mezzo salme di rendita di
frumento , quando si semina, nel territorio detto “la volta de
armerì”, che ha in comune e indiviso con i fratelli Julio, Jo.e
Jacobo ed il reverendo Jo. Hieronymo Petrolillo. Il territorio era
situato nel luogo detto Armiri “iuxta terras dittas delo beneficio
di stricagnolo ad p.ns jacobi antonii longobucco rettoris terras
dittas delo palazo cl. jo. is thomae pantisani vallonem dictum
d’armeri et etrras dittas d. pisciotta ipso vallone mediante litus
maris viam pp.cam et alios fines”.Le dodici salme e mezza di Armiri
assieme ad una salma e mezza nella marina di Santo Stefano sono
vendute da Pelio Petrolillo al decano Jo. Paulo Pelusio per ducati
700 a ragione di 50 ducati la salma ( ANC. 119, 1637, 72- 75). Il
documento mette in evidenza oltre al passaggio di proprietà di una
parte della gabella anche la qualità del luogo. Si tratta di
territori “aratorii”dove non solo avviene per tre anni continui la
rotazione tra la semina ed il pascolo, ma il suolo è molto fertile,
anzi è tra i più produttivi di grano in territorio di Crotone, come
si ricava dalla testimonianza che si riporta e che afferma che: I
territori “aratorii”, detti anche gabelle, erano di solito divisi in
tre grandi categorie a seconda della loro natura: le terre fertili,
le terre sterili o situate in luoghi collinari e le terre infertili,
sterili e sciollose. Essi erano apprezzati “a raggione di salme” e
precisamente “le terre fertili si compongono di tre et quattro
tumula seu moggia di terre et a questi si da il prezzo di docati
cinquanta et fino a docati sessanta la salma et nelle terre sterili
et situati in luoghi montuosi, ciascheduna salma si considera per
tumula seu moggia quattro o cinque di terre , et a questi si suole
dare il prezzo di docati quaranta sino a cinquanta la salma, più o
meno, secondo la loro situatione et qualità .Et nelle terre
infertili, sterili et sciollosi, si considera a tumula sei la salma
et a questi le si da il prezzo di docati venti o venticinque la
salma". (ANC. 911, 1739, 29). Conferma tale fatto anche l’inventario
dei beni lasciati in eredità nel 1614 dal colono Giovanni Francesco
Calegiurio, dove si legge che il testatore lasciò ai figli ed eredi
“diece salmate fra majisi et scigature nella gabbella detta la Volta
d’Armeri” ( ANC. 113, 1614, 68 – 71).
Dai Petrollillo ai Mazzulla
Poco dopo la metà del Seicento il territorio rimasto ai
Petrolillo passa in proprietà dei Mazzulla.
Jo.e Fran.co Mazzulla il 22 febbraio 1655 compera da Marco Antonio e
Gio. Fran.co Petrolillo “una continentia di terre detta d’Armerì,
con dui vignali contigui di rendita di salme ventisette e meza di
grano, alla ragione di tt.a sei per salma alla misura napoletana
quando s’affitta in grano et all’istessa ragione d’entrada quando
s’affitta in herbaggio, juxta le terre dette S. Stefano et le terre
del jus patronato delli Stricagnoli, et il vallone d’Armerì”.Il 25
ottobre 1655 lo stesso Mazzulla erige “un monte di maritaggio di
figliole povere di questa città” , discendenti ed appartenenti alla
famiglia del fondatore , assegnando in dote la gabella con i
vignali. ( ANC. 229, 1655, 182 -185).
La gabella nel Settecento
All’inizio del Settecento il territorio di Armerì è così diviso:
le dodici salme e mezzo di terra dentro Armerì confine la gabella
nominata “S.to Stefano delli Petrolillo”, a suo tempo vendute dai
Petrolillo al decano Pelusio, sono possedute dal “Monte Piorum
Operariorum”, detto L’anime del Purgatorio ( Anselmus , f. 52).
Mentre il rimanente appartiene al Monte di maritaggi di Giovanni
Francesco Mazzulla, che “possiede una gabella nominata Armerì in
q(ues)ta Città confine la la Gabella nom(ina)ta S.to Stefano delli
Petrolilli di salme 40. dentro la q(ua)le vi ne sono salme 12 del
Pio Monte de’ Morti; ad ogni uso D(ocati) 85 ( Acta ,Marco Rama, f.
64; Anselmus, f. 54). La proprietà risulta inalterata anche al tempo
del catasto onciario: “Il Monte de maritaggi di D. Mazzulla possiede
il territorio d’Armerì di tt.a 200 confine il Passovecchio”, mentre
“Il Monte de’ Morti dell’Anime del Purgatorio possiede una porzione
di terre nella gabella di Armerì del Monte di Mazzulla” (Catasto
Onciario, Cotrone, 1743).
In seguito, nel 1769, la parte appartenente al Monte dei Morti passò
in proprietà al Capitolo della cattedrale di Crotone. “Il Capitolo
di Crotone possiede perchè ceduto dai fratelli del Pio Monte dei
Morti per concessione avuta tra la curia vescovile ed i fratelli in
atto di visita fatta dal vescovo Bartolomeo Amoroso con decreto del
13 aprile 1768 ed in esecuzione del real dispaccio, Napoli 20 maggio
1769, : Salme dodeci e mezza di terra nella Gabella detta Armerì di
salme 40: comuni ed indivise col monte di Maritaggi di Mazzulla” (
Beni e rendite assegnate e incorporate al R.mo Capitolo della chiesa
Cattedrale di Cotrone, AVC.)
Al tempo della Cassa sacra
Alla fine del Settecento la gabella era ancora ripartita tra il
Capitolo di Crotone ed il Monte di Mazzulla, ma già il barone
Francesco Gallucci, con la complicità dei funzionari regi, aveva
cominciato ad avanzare le sue pretese. Nella descrizione al tempo
della Cassa Sacra la Gabella detta Armerì “confina ad Oriente e
tramontana il Vallone detto Salso vecchio d’Armerì, occidente il
vescovo, mezzogiorno il barone Lucifero. Di tt.a 180 di cui la metà
di proprietà del Monte di Mazzulla e l’altra del Capitolo di
Cotrone” ( Spogli, 1783). Pochi anni dopo “Il Monte di Mazzulla
della città di Cotrone possiede Armerì. Gabella di tt. cento novanta
di terre rase atte ad ogni uso in d.to territorio. Confina colla
gabella detta Passo Vecchio del Beneficio della Famiglia
Capocchiano, e colla Gabella appellata S. Stefano della Famiglia di
Ventura. Per due terze parti appartiene al Monte, e per l’altra
terza porzione al Reverendo Capitolo di detta Città. Si trova
affittata per un triennio principiato dal di 15 agosto 1787 a D.
Francesco gallucci per l’estaglio di D. 150, e per la rata di detto
Monte il fittuario deve corrispondere a 8 settembre del corrente
anno D. cento quattro e grana cinquanta”. ( Lista di Carico, 1790,
f. 31v)
I Gallucci ricompongono la gabella
Con la Restaurazione i Gallucci diventano proprietari di tutta
la gabella. Nel 1819 la parte di Armerì di proprietà del Monte
Mazzulla è svenduta all’asta pubblica in Napoli ed è acquistata dal
barone Nicola Galluccio ( Lucifero A., Cotrone 1800- 1807). Pochi
anni dopo, nel 1826, il Capitolo di Crotone permuta la parte
rimanente, cioè circa 1/3 di Armerì di salmate 12 ½, col fondo S.
Ippolito di salmate 13 ½ del barone Francesco Gallucci ( Valente G.,
La Calabria nella legislazione borbonica, Effe Emme 1977).

