[La città di Belcastro e “La Stella di San Tommaso”]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 24-25/2003)
In età sveva il feudo di Geneocastro
(Genicocastro, Genitocastro) appartenne ai Fallucca o Falloch. Alla
stessa famiglia rimarrà per breve tempo anche dopo la conquista del
Regno da parte degli Angioini, come risulta dall'atto con cui Carlo
I d'Angiò l'otto luglio 1269 riconosceva a Clemenza o Clementina
Fallucca, per sé ed i suoi eredi, il dominio feudale sulla città di
Genitocastro. Clemenza Fallucca, moglie di Berardo de Czifono o de
Tortora, aveva avuto il feudo come erede del padre Riccardo e nel
1278/79 ne era ancora in possesso (1).
Dai Fallucca ai De Aquino
Poi passò agli Aquino, in seguito al matrimonio tra Fiordelasia
Fallucca, sorella di Clemenza, e Tommaso de Aquino. Nel 1284 Tomaso
de Aquino risulta già feudatario di Belcastro con il titolo di
conte. Tommaso de Aquino comandò l'esercito di Carlo d'Angiò in
Terra di lavoro e partecipò alla battaglia navale, dove fu fatto
prigioniero assieme al figlio del re (2). Nel 1292 troviamo Atenolfo
d’Aquino ed alla sua morte il feudo passò a Tomaso de Aquino, che
nel 1293 ne risulta in possesso (3). Nel 1330 da "Gneocastrum" la
città mutò il nome in "Bellicastrum" (4). Nel 1351 risulta conte di
Belcastro un terzo Tomaso o Tommasello de Aquino che morirà nel 1357
(5). Seguì Isabella de Aquino come compare in un documento del 1365
col titolo di contessa di Belcastro (6).
La Contea nel sec. XV
Alla morte di Isabella D'Aquino, avvenuta nel 1373, nello stesso
anno pervenne ai Santoseverino, come risulta dalla conferma fatta
dal papa Gregorio XI della concessione e donazione del feudo, fatta
dalla regina Giovanna e dal marito Ludovico, ad Enrico de
Sanctoseverino ed ai suoi eredi del comitato di Belcastro (7).
Enrico Sanseverino, uno dei potenti del regno, era ancora conte di
Belcastro nel 1390 (8).
La contea passò quindi al figlio Luigi, che fu ribelle a re
Ladislao. Perciò nel 1401 fu privato del feudo. L'anno dopo la città
venne venduta a Pietro Paolo da Viterbo, alias Peretto de Andreis,
che ebbe la contea di Belcastro ed il marchesato di Crotone. Pietro
Paolo da Viterbo si schierò per il di La Marche. Nell'estate 1417 le
truppe di Antonuccio dei Camponeschi di Aquila devastavano le
proprietà di Pietro Paolo da Viterbo, marchese di Crotone e conte di
Belcastro.
In seguito pervenne ai Ruffo. Prima Nicolò poi le figlie Giovannella
ed Enrichetta, moglie quest'ultima di Antonio Centelles, che fu
ribelle al re Alfonso d'Aragona. Con la discesa dell’esercito del re
nell’autunno 1444 la città verrà assediata. Il re, dopo aver
ottenuto il controllo delle terre e dei passi sul Neto, si diresse
ad occupare quelli sul Tacina. Il 16 novembre l'accampamento regio è
presso Rocca Bernarda (9), la quale si difese tenacemente per alcuni
giorni ma "espugnatone il castello" le truppe del re, dopo aver
messo a ferro e fuoco quella terra, si diressero alla conquista di
Belcastro.
Il 21 novembre il regnante è a Belcastro. In quel giorno Alfonso
concedeva dei privilegi ai rappresentanti dell'università di Cropani
(10). Dopo poco i cittadini di Belcastro si arrendevano " e gli furo
aperte le porte non possette però espugnar il castello, e la torre
detta di Castellaci", lasciate delle truppe di presidio alla città e
per proseguire nell'assedio (11), il re si diresse su Santa Severina
(12).
Dopo la caduta della città venne nominato castellano del castello di
Belcastro Galberano de Barbera (13). In seguito il De Barbera oltre
che castellano divenne anche governatore e capitano della città,
come risulta da un ordine di re Alfonso. Il re il 9 agosto 1449
comandava al tesoriere di Calabria Gabriele Cardone di pagare al
nobile Galcerando de Barbera, castellano del castello e torre di
Belcastro e governatore e capitano della città ed ai suoi aiutanti
il salario, che a loro spettava, sia quello arretrato, quanto il
presente ed il futuro (14). Dopo la morte di re Alfonso divampò la
ribellione in Calabria contro il re Ferdinando. Particolarmente
cruento fu lo scontro tra le truppe regie ed i ribelli nella contea
di Belcastro e nel marchesato di Crotone, dove erano particolarmente
attivi i seguaci del marchese di Crotone Antonio Centelles.
Le operazioni militari si svolgevano con fasi alterne. Alfonso
d'Avalos, comandante delle truppe regie, sconfiggeva il 19 maggio
1459 presso Belcastro i ribelli e li costringeva a ripiegare su
Crotone, ma questi scontratisi con le truppe del tesoriere le
sgominavano. Gli scontri proseguivano ed il 2 giugno un esercito
composto da contadini del ducato di Squillace, del conte di Nicastro
e del conte d'Arena e di altri baroni subivano una grave sconfitta
presso Maida da Alfonso d'Avalos che poi però doveva ritirarsi verso
Cosenza.
Frattanto le terre del Marchesato nell'estate 1459 venivano prese
formalmente in consegna dagli emissari del principe di Taranto,
anche se nella città di Crotone, già da tempo in mano ai seguaci del
Centelles, rimaneva ancora nel castello un presidio regio che vi
rimarrà fino ad agosto. Re Ferdinando prima di scendere con
l'esercito in Calabria reintegrò il Centelles nei suoi antichi
feudi. Il marchese ebbe quindi pieno possesso del suo antico stato,
di cui parte si era già con la forza impossessato, e che comprendeva
Crotone, Santa Severina, Belcastro, Catanzaro, Tropea ed altri
luoghi15. Durante la discesa del re Ferdinando con un esercito,
Belcastro fu assediata. I cittadini si arresero l'otto ottobre dopo
aver avuto la conferma dei privilegi, tra i quali quello di rimanere
in demanio, ed aver ottenuto alcuni sgravi fiscali16.
Intanto si arrendevano Santa Severina, Cirò ed altre città;
resistevano Le Castella e Crotone. Giunte le tre galee ad esse si
unì un'altra che già si trovava sui mari di Calabria, ed insieme
posero il blocco e bombardarono Le Castella, la quale si arrese dopo
che il 14 ottobre il re "in felicibus castris prope Belcastrum"
aveva accolto le richieste fatte da Michele Petro a nome di quella
università17.
Il 24 giugno 1462 Ferdinando,accogliendo la richiesta di perdono e
di sottomissione di Antonio Centelles e della consorte Errichetta
Ruffo, li reintegrava nei feudi confiscati a causa della ribellione,
avendo alzato le loro insegne e le loro armi in favore degli
Angioini e perdendo per questo i loro beni che erano stati così
donati dal re: il marchesato di Crotone al principe di Taranto, le
città di Catanzaro e di Santa Severina e le terre di Mesoraca,
Castella, Roccabernarda, Policastro, Taverna, Roccafalluca e Tiriolo
erano state poste in demanio, la contea di Belcastro, la baronia di
Cropani e le terre di Zagarise e Gimigliano erano state date al
principe di Bisignano e a Tommaso Carrafa. Le terre di Cirò e
Melissa, la baronia di Castelmonardo con le motte di Montesori e
Monterusso e Polia, le terre di Rosarno e la baronia di San Lucido
con le motte o terre di San Giovanni e Montebello, le terre di
Castelvetere e Roccella a Galeotto Baldaxino assieme ai casali e
alle torri e con la provvigione di 4000 ducati con la gabella della
seta, Badolato, Motta di Caccuri e con altre terre18. Così Antonio
Centelles e la moglie ebbero da re Ferdinando la città di Crotone
con il titolo e la dignità di marchese che era detenuta dal principe
di Taranto, la città di Catanzaro con il titolo e la dignità di
conte, la città di Santa Severina e le terre di Mesoraca, Le
Castella, Rocca Bernarda, Policastro, Taverna, Rocca Fallucca e
Tiriolo, terre in demanio che erano amministrate da ufficiali del
re, la città di Belcastro con il titolo e la dignità di conte e la
baronia di Cropani e Zagarise e la terra di Gimigliano, terre
occupate e detenute dal principe di Bisignano19 e da Maso Barrese,
le terre di Cirò e Melissa, la baronia di Castelmonardo con le motte
o terre di Montesori, Monterusso e Pollia, la terra di Rosarno, la
baronia di San Lucido, con le motte o terre di San Giovanni e Monte
Bello, già recuperate e in possesso del Centelles, e le terre di
Castelvetere e Roccella, che sono tenute da Galeotto de Baldexino. A
queste terre che facevano parte dei vecchi possessi del marchese di
Crotone e di sua moglie il re aggiunse la baronia di Bianco e la
Torre di Bruzzano con le motte e castelli di Bovalino, Pietra
Panduta e Crepacore20
Non tutte queste città e terre ritorneranno subito in potere del
Centelles. Antonio Gazo fu incaricato di consegnargli Belcastro,
Zagarise e Cropani che deteneva militarmente il Barrese; Crotone fu
esclusa dalla consegna e Santa Severina con il titolo di Principe fu
data solo nel giugno 1464 assieme alla pensione annua di 1000 ducati
sulle saline di Neto. Il Centelles attese alla riorganizzazione
delle sue proprietà. Nel 1463 diede ad Antonio Cochi, milanese suo
affine, il casale di San Mauro de Caraba21, permutò Borrello e
Rosarno ottenendo dal Barrese Simeri, donò Melissa a Giovanni de
Michele e il feudo di Umbro Demani ed i mulini della Canusa, in
territorio di Rocca Bernarda, a Giovanni de Colle.
Il 21 aprile 1465 ormai vedovo "Antonius de Viginti Milles alias
Centelles ,Princeps Sancte Severine Marchio Cotroni Dei (gratia
comes) Catanzarii et Bellicastri" di passaggio per il monastero di
Santa Maria di Altilia assieme al figlio primogenito Antonio e alle
figlie convalida al monastero il tenimento di Neto già concesso dal
conte Petro Ruffo e dal figlio di costui Giovanni Ruffo e
successivamente confermato dalla sua defunta "carissima consorte",
la marchesa di Crotone Enrichetta Ruffo, ed esenta l'abate Enrico de
Moyo dal censo di tre ducati che annualmente il monastero doveva
pagare alla sua curia22.
Dopo la fine del Centelles e la confisca dei suoi feudi, Belcastro
fu concessa a Ferrante de Guevara, che la tenne dal 1467 fino al
1481 (?) , quindi nel 1482 a Federico d'Aragona, figlio di re
Ferdinando. Nel 1487 il re Ferdinando I d'Aragona concedeva la
contea di Belcastro e le terre di Zagarise, Cropani e Barbaro a
Giovan Giacomo Trivulzio, compensandolo per valido aiuto prestato
nel reprimere la Congiura dei Baroni23
Il Trivulzio parteggiò per Carlo VIII e perciò ne fu privato. Nel
1500 venne data da re Federico a Costanza d'Avalos (figlia d'Inigo
d'Avalos e sposa di Federico di Baux). Quindi passò al nipote
Alfonso D'Avalos), che la alienava nel 1542 a Ferrante d'Aragona
duca di Montalto. Quindi pervenne a Pietro d'Aragona e poi al
fratello Antonio, che nel 1574, la vendeva a Giovanbattista Sersale
di Cosenza, barone di Sellia.24
Il culto di San Tommaso D’Aquino
Accettando acriticamente le affermazioni avanzate per la prima
volta da Gabriele Barrio sul finire del Cinquecento e riportate, in
modo non convincente, da Girolamo Marafioti25, Giovan Battista di
Nola Molise alla metà del Seicento affermava: "Nel castello di detta
città di Belcastro vi è una pittura antichissima, dove si vede S.
Tomaso fanciullo, che mostra al padre il seno aperto pieno di rose
fresche in tempo d'horrido inverno per il che si vede, e conosce,
che in questo castello fu fatto quel miracolo, quando per la gran
povertà, e carestia, che era in quel tempo, S. Tomaso di nascosto
del padre rubbava il pane, e dava quello a' poveri; una delle volte
il padre, che vidde il suo seno pieno, gli domandò, che portava? il
fanciullo per il gran timore, e riverenza, che osservava al padre,
dubitando non havesse a disgusto, che lui rubbava il pane per darlo
a poveri, scusandosi, disse, che portava rose, e aperto il seno,
invece di pane ritrovaronsi rose, il quale miracolo fu inditio di
santità"26. La presenza di San Tommaso d’Aquino, “il Dottore
Angelico”, a Belcastro tuttavia è storicamente insostenibile.
L’autore della “Summa Theologica”, figlio di Landolfo d’Aquino e di
Teodora Caracciolo, figlia del conte di Teate, visse tra il
1225/1226, anno della sua nascita a Roccasecca, ed il 1274, anno
della sua morte a Fossanova. Durante tale periodo è documentato che
il feudo di Genitocastro appartenne ai Falloch o Falluca. La stessa
presenza del santo non verrà richiamata in alcuna relazione dei
numerosi vescovi di Belcastro fino all’arrivo del vescovo Giovanni
Emblaviti (1688- 1722). Sarà l’Emblaviti che sul finire del
Seicento, utilizzando allo scopo anche l’iconografia del santo, darà
impulso al culto popolare di San Tommaso d’Aquino e nuovo vigore
alla falsa credenza, inventata di sana pianta dal Barrio e poi
ripresa da altri scrittori, tra i quali Girolamo Marafioti, Giovanni
Lorenzo Anania, Elia de Amato, Saverio Zavarroni, Francesco Grano,
Lucio d’Orso ecc.. Ma veniamo al vescovo Emblaviti, il quale nella
relazione, datata nove novembre 1692, non solo afferma che il santo
era nato a Belcastro, ma evidentemente, traendo spunto dal fatto,
che spesso il santo è rappresentato con un sole o una piccola
stella, che emana raggi di luce dal suo petto, per essere più
convincente, riporta la descrizione del prodigio, che secondo lui si
verificava il 28 gennaio di ogni anno a Belcastro, giorno della
festa del santo. Il prodigio consisteva nell’apparizione di una
stella fissa, posta al centro di una grande croce propria dei
cavalieri gerosolimitani, ma di lunghezza maggiore. Secondo il
vescovo, che ci offre anche un disegno dettagliato di questa
apparizione, tale evento miracoloso si verificava sopra il luogo,
dove la tradizione e la storia indicavano che era nato il santo, e
così descriveva l’avvenimento: “....Bellicastrum itaque antiqua et
pervetusta est Civitas a Philottete fundata, quae in medio celebre
Castrum habet in cuius ruinis semper extitit et ad praesens usque
perseverat cappella et oratorium in honorem Angelici Doctoris Divi
Thomae de Aquino in loco in quo traditio, et historia ferunt ipsum
sanctum doctorem habuisse natalia. A primis insuper vesperis usque
ad occasum dieifesti ipsius apparet in eodem loco quaedam stella
etiam in meridie visibilis......nam post missae celebrationem ipsam
prospexi stellam, quae est fixa super signo magnae crucis eiusdem
figurae cuius est crux quam deferunt Equites Hierosolimitani sed
maxime lungitudinis"27. L’Emblaviti proseguirà anche successivamente
nel suo intento, teso ad ubicare la nascita del santo nel castello
di Belcastro, aggiungendo come avvenuti in quel luogo anche alcuni
episodi che fanno parte della vita miracolosa del santo, come quello
della trasformazione del pane in rose. "...Magnum circuitum Urbis
denotant ossa arida, et congeries lapidum, dirutique aedificiis
moles cum insigni positura Castri devastati ictu, et vi Arietis à
baronibus sub spe thesauri, itaquod ibi tantum remansit ecclesia
pervetusta sancti Thomae Aquinatis, qui in hoc castro clara habuit
natalia, et est verisimile, nam in antiqua scala adsunt arma Domus
Caraccioli mixta, et in saxo incisi flores in quos asserunt egregium
tunc juvenem convertisse eleaemosinas quas adiacenti carceri, qui
adhuc extat afferebat e cospectu arcis in supremo civitatis, vasta
adest turris teres immense altitudinis ad huc inhabitabilis.... In
arce Bellicastri existit pervetusta ecclesia S. Thomae Aquinatis in
loco Natalium ipsius Angelici Doctoris, quae substentatur
eleaemosinis fidelium"28. Ed ancora: “Vi è dentro il castello di
Belcastro una piccola ma antica chiesa dove tramandano che ebbe i
natali e fece il miracolo delle rose il Santo Dottore, nella quale
si celebra dai domenicani la messa nei giorni festivi29.
L’incremento del culto di San Tommaso d’Aquino, che diviene
protettore della città, proseguirà anche dopo la morte
dell’Emblaviti. Il successore Michelangelo Gentile (1722- 1729) il
22 luglio 1724 chiedeva al papa Benedetto XIII qualche aiuto per la
chiesa di Belcastro; luogo importante in quanto vi nacque S. Tomaso
d’Aquino, “stella risplendente dell’Ill.ma Religione Domenicana”30
ed affermava che vi è un altare dedicato all’Angelico Dottore dentro
il castello in memoria dell’antichissimo dominio, che la nobilissima
famiglia de Aquino possedeva sopra Belcastro, mentre viveva il Santo
Dottore31.
Temi ripresi ed ampliati in seguito dal vescovo Giovan Battista
Capuano (1729 -1752) il quale afferma che a Belcastro vi era una
piccola chiesa dedicata a San Tommaso D’Aquino, protettore della
città, posta al centro dell’antico castello. Gli abitanti di
Belcastro dicono che il santo nacque in questa città, quando suo
padre conte d’Aquino possedeva lo stato di Belcastro. Il vescovo
inoltre afferma che il culto verso il santo andava crescendo giorno
dopo giorno. “Gli abitanti di Belcastro e dei paesi vicini nutrono
una grande devozione verso il Santo Dottore, che durante il periodo
della mia permanenza ha avuto un notevole incremento. Nel giorno
della sua festa, quando appare la prodigiosa stella sopra la chiesa,
vi è un grandissimo concorso di gente, che viene anche dai paesi
vicini per assolvere i voti. Per amministrare bene tutte le
elemosine e le donazioni ho nominato un procuratore, il quale mi
rende conto ogni anno. Vi è la statua del Santo Protettore ben
decorata e mantenuta, che prima era venerata nella chiesa della SS.
Annunciazione. Curai farla trasportare con la debita decenza e
venerazione dentro la chiesa cattedrale. Qui la feci collocare
dentro un elegante armadio, dal quale spesso viene tolta per essere
esposta alla devozione popolare e per portarla processionalmente,
specialmente quando si deve venire incontro alle urgenti necessità
della popolazione32.
Il culto verso il santo proseguirà durante il lungo vescovato di
Tommaso Fabiani (1755 -1778), il quale ribadirà tutte le
affermazioni già fatte dall’Emblaviti e dai vescovi successivi,
contrastando coloro che le mettevano in dubbio.
“Unum ei superest (nec minimum est) quod nec temporis audacitas, nec
humanarum rerum vicissitudines ipsi adimere potuere: esse Patriam,
et frui patrocinio Angelici Doctoris Divi Thomae Aquinatis, qui hic
ex Landulpho, et Theodora tunc Bellicastri comitibus in lucem
aeditus est, ut inter plurimos tenet eminentissimus Sirletus,
Barrius, Joannes Laurentius Anania, Elias de Amato, et novissimè
disertè probavit Xaverius Zavarroni, seu potius Antonius Episcopus
Tricaricen eius frater in responsione ad dissertationem Francisci
Pratilli canonici Capuani de patria et familia divi Thomae
Aquinatis, aedita anno 1751; idemque comprobare nn deest ipse
sanctus cum apparitione stellae, quae à primis vesperis usque ad
occasum solis diei festi eiusdem, super castro ubi creditur ortus
fuisse, et quandoque per totam octavam, etiam in meridie visibiliter
apparet, existente tamen coelo sereno, sicuti propriis oculis
egoipse vidi. Monumentum tamen huius veritatis posteris demandavit
JOannes b.m. Emblaviti, episcopus huius civitatis in fide
authentica, sua obsignata manu propria sub die nona mensis Novembris
1692 cum figura ipsius stellae, cuius forma hic describitur"......
Ecclesia divo Thomae Aquinati nostro inclyto Protectori extat
inaugurata, quae parva sua extensione, fuit posita in centro
vetustissimae Arcis bellicae, in qua, ut ex traditione non
contemnenda praecitatus Divus natus est........ Ad haec, quotannis
recurrentibus vesperis eius festivi diei, int. castrum pralaudatum
et cathedralem ecclesiam splendidiore hilarioreq. lumine ima fulget
stella quaedam (Divi Thomae vulgus adpellat) ex hora diei nona, per
totos octo solidos dies, coelo praesertim sudo, quaeq. nedum civibus
sese praebet conspicuam, sed etiam exteris, undiq. propterea, sive
prodigii magnitudine, sive erga Divum hominem reverentia moti,
concurrentibus. Porro ab aevo, cuius memoria non extat, scimus,
Divum Thomam in praecipuum huius Diocesios patronum fuisse
adlectum”33.
Il culto
Sempre proseguendo su questa via, per sostenere la nascita a
Belcastro ed incrementarne il culto, verrà “fabbricata” una vecchia
pergamena con una falsa fede di battesimo e saranno scritti inni di
lode. Ancora all’inizio del Novecento Antonio Puja, fratello
dell’arcivescovo di Santa Severina, affermava che occorreva
proseguire nella ricerca storica, in quanto non vi era la certezza
della nascita di San Tommaso d’Aquino a Belcastro, anche perché gli
atti portati a favore non reggevano, “dinanzi alla critica, che
possa vincere gli avversari, e assicurare a noi l’alto onore”. Il
prelato non negava la gloria di tale nascita a Belcastro anzi
aggiungeva che, pur mancando documenti storici validi, una delle
prove a favore poteva essere la tradizione. La città di Belcastro
“da secoli ha trasformata in cappella la stanza del castello dove
dicesi nato S. Tommaso: Belcastro ha trasmesso da generazione in
generazione la memoria di quel nascimento e, insieme il culto al
Santo Dottore, come culto al suo più gran figlio: Belcastro ricorda
anche oggi la stella apparsa nel suo cielo, il giorno della nascita
dell’Angelo delle scuole..”34.
Note
1. Reg. Ang. I, 294, 300 sgg.
2. " Si ha notizia che Fiordelasia, moglie di Tomaso padre di
Adenolfo primo signore di Castiglione e di Filippa, moglie di Tomaso
conte di Belcastro che espone al re, come essendo stato Tomaso con
Carlo, principe di Salerno, fatto prigioniero nella battaglia navale
e sui beni in vigore di ordini regi per il secreto e mastro
portolano del sale di terra di Lavoro e contado di Molise, essendoci
la sospensione, chiede sostentamento e alimenti. Il re ordina che
salva la porzione di Adenolfo, fratello minore di Tomaso, gli si
paghino 40 once d'oro sui proventi della terra di Tomaso in ciascun
anno dissequestrando i beni del marito (28/8/1284, Reg. Ang. XXVII,
467 -468)
3. Lenormant F., La Magna Grecia cit., II, 240; Pellicano Castagna
M., La storia dei feudi cit., I, 175.
4. Rel. Lim. Bellicastren., 1703
5. Russo F., Regesto, I, 7184
6. Russo F., Regesto, II, 7774.
7. Russo F., Regesto, II, 8022.
8. Ladislao, figlio di Carlo III e di Margherita di Durazzo, veniva
incoronato il 23 maggio 1390 re di Sicilia dal cardinale Angelo
Acciaiuoli, legato del nuovo papa Bonifacio IX che intendeva così
averne l'appoggio contro il papa scismatico Clemente VII ed i suoi
alleati, il re Carlo VI ed il pretendente angioino al regno
napoletano, Luigi II d'Angiò. Il nuovo re per i servizi prestati al
padre e alla madre e per tenerlo alleato, il 18 ottobre 1390 creò
Nicolò Ruffo marchese di Crotone, dando l'incarico dell'investitura
ad Enrico Sanseverino, conte di Belcastro, Carlo Ruffo di Montalto e
di Corigliano, Giordano Arena, signore della baronia di Arena, e a
Benedetto Acciaiuoli, tutti membri del consiglio di reggenza,
Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini
dell'archivio di stato di Napoli, Napoli 1877, p. .99.
9. Il re quel giorno approva i capitoli presentatogli dai
rappresentanti dell'università di Lucera, Mazzoleni J., Fonti per la
storia dell'epoca aragonese nell'archivio di stato di Napoli, ASPN
a. 1954, p. 352.
10. A Belcastro il 21.11.1444 il re concesse ai rappresentanti
dell'università di Cropani di rimanere in demanio, che la città
fosse franca per 10 anni da qualsiasi tassa, che i suoi cittadini
potessero pascolare franchi nei territori di Taverna e di Belcastro
che i beni requisiti fossero restituiti, che alla chiesa collegiata
di Santa Maria fossero date le terre di Connino, che all'abbazia di
S. Maria di Acquaviva fossero confermate tutti i privilegi ecc.,
Fiore G., I, 213.
11. D'Amato V., Memorie historiche dell'illustrissima famosissima e
fedelissima città di Catanzaro, Napoli 1670, p. 98.
12. Costanzo A., Istoria del Regno di Napoli, Milano 1805, III, p.
132; Pontieri E., La Calabria cit., p. 132.
13. Falanga M., Il manoscritto di Como, in Rivista Storica
Calabrese, n. 1/2 - 1993, p. 245
14. Fonti Arag., I, 76.
15. Costanzo A., Istoria del Regno cit., III, 190-191; Dito O., La
storia cit., pp.218 sgg.
16. Fiore G., Della Calabria cit., I, 213.
17. Tra i capitoli approvati vi era la conferma al vescovo di Isola
degli antichi privilegi, Processo Grosso, ff. 415-416, AVC.
18. Pontieri E., La Calabria cit.,284-285.
19. Il conte di Sanseverino era stato inviato dal Re stesso a
trattare col Duca di S. Marco, e questi volle ed ottenne promessa,
che avrebbe avuto vigore l'albarano già fatto tra lui ed il re
Alfonso, col quale gli si accordava il governo della contea di
Belcastro e della baronia de li Cropani, e che si sarebbe fatto
grazia a più che 500 fuorusciti de' casali di Cosenza ( Memoriale
presentato alla M. del Re per lo nobile Antonello da Prignano per
nome et parte de lo Ec. conte di Sanseverino e che per la dicta M.a
fu decretato come infine de ciascuno dei capitoli se contiene. In
Regio castro Civitatis Capue die XXIII decembris 1459)", Giampietro
D., Un registro aragonese della Biblioteca Nazionale di Parigi,
ASPN, 1884, p. 643)
20. Processo Grosso... Processo Grosso .. ff. 74-96; De Leo P., I
patti tra la corona d'Aragona e il Centelles, A.S.C.L., LX (1993),
pp. 93 sgg.
21. Fiore G., Della Calabria cit., I, 221.
22. Il privilegio fu concesso "in dicto monasterio die 21 mensis
Aprilis XIII Ind. 1465, Privilegi della Badia di Altilia cit. ff.11
sgg.
23. Mazzoleni J, Regesto della Cancelleria Aragonese cit. , p. 161.
24. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., Vol. I, pp. 173
sgg.
25. Marafioti G., Croniche et antichità di Calabria, Padova 1601,
pp. 215- 216.
26. Nola Molise G.B. Cronica cit., p. 85
27. Rel. Lim. Bellicastren., 1692.
28. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
29. "In Arce Civitatis adest ecc.a angelici doctoris in loco ut
fertur suae nativitatis pervetusta cum signo rosarum in memoriam
miraculi ab ipso, ut dicitur, patrati in ianua carceris in lapide
sculpti", Rel. Lim. Bellicastren., 1711.
30. Vesc. Vol. 141, f. 174 -175, ASV.
31. Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
32. Rel. Lim. Bellicastren., 1735.
33. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
34. Documenti di Archivi, Siberene pp. 477 sgg.

