[Breve storia e descrizione di Cotronei (1727)]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 03-49/2008)
Una vecchia “Memoria” cerca di ricostruire la
fondazione di Casale Nuovo. La descrizione, anche se in parte non
condividibile, fornisce alcuni elementi per conoscere meglio la
storia della vallata del fiume Neto. Vi si legge “Il Corso di Casale
Nuovo era in trasandati secoli una porzione del feudo denominato S.
Stefano sito nel territorio della Città di S. S(everi)na, e
posseduto dalla Mensa Arcivescovile. La vastezza del su d(et)to
feudo esigea doversino fare più sezioni per potersi affittare ad uso
di pascolo.
Quel tenimento dunque circoscritto, e limitato a Settentrione dal
fiume Neto, a Levante dal vallone Gana, a Mezzogiorno dal vallone
Iofari ed a ponente dalla Rocca di Nicefaro, poi d(etta) Bernarda,
fu denominato Corso di Casale Nuovo non senza ragione.
Su le rovine di due villaggi chiamati Corio e Calabrò
dall’Imperadore Federigo Secondo fu ordinato ergersi un altro
casale, oggi d(ett)o Altilia e propriamente in quel sito, dove da
più tempo era stata eretta una chiesa dalla pietà di Policronio
vescovo di Gerenzia, sotto il titolo di Calabro Maria, indi decorata
di un monastero di Cisterciensi e tuttociò, perchè tanto esigeano i
suoi imperiali interessi per la sottoposta miniera del Sale di
Nieti. L’accennata chiesa e monastero erano, come lo sono inclusi
nell’ambito del su d(ett)o tenimento Mensale ed ivi a canto si
piantarono i primi abbituri di quel nascente villaggio.
Perciò tutto il comprensorio, come sopra confinato, fu denominato di
Casale Nuovo anche per distinguersi da un’altra limitrofa Sezione
del sud(ett)o Feudo di S. Stefano, d(ett)a di Casale Vecchio,
giacche altro villaggio esistea così chiamato nel luogo, ove oggi
dicesi Serre di Muganà Piccolo.”.
I confini di Casale Novo
Così sono descritti i confini del Corso di Casale Nuovo, situato
in territorio di Santa Severina, in un atto del 1576 al tempo
dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro: “ incomincia da li
molina del m.co Alex(andr)o infosino loco detto la Noce, et saglie
per il vallone de la ghane in sù et si gionge col vallone de li
ghorna, et sagliendo per il vallone di Iofari in sù escie alla valle
della Butte, et sale alla timpa de la Cita, et per lo cristone
cristone alle colletelle, et la crista crista esce ad montefiscardo,
et cala per lo Cugno abascio, che sta mezo vallante, et li
fontanelle, et dalle fontanelle descende sopra lo cristone di S.ta
M(ari)a delli frati, et al timpone pizuto delle t(er)re di S. maria
delli fr(at)i, et descende lo cristone in giù per mano sinistra fi
al deritto de la valle, che escie alle vigne di Petro masso, et lo
cristone cristone dela gabella delo furno escie alla scala di
vitriolo, et la fossa fossa che esci in piede Crapari et onda per
diritto al cristone de Armirò, et Caria, saglie alle scallille di
altilia et escie alla lustra di altilia, et descende alla via de lo
mercato, et la via dela abbazia de altilia, et esce al pizo de la
timpa, et descende lo cristone abbascio sop(r)a la salina, et il
bosco detto Cincifroni, et descende alla colla affaciante alla
salina vicino il fiume di Netho, et per il fiume in giù finchè se
congiunge colo p(red).to vallone dela ghane vicino li pr(edett)i
molini del m.co alesandro infosino p(rim)o confine.”
I confini del tenimento di “Neto”
Ritroveremo parte di questi toponimi nella descrizione dei
confini del tenimento di Neto, situato in territorio di
Roccabernarda, ed appartenente al monastero di Santa Maria di
Altilia:” Incominciando dal fiume di Neto dallo luoco proprio
chiamato lo Cafaro, la Cabella di S.ta Maria di Molerà vecchio et
ascende per le criste criste delli Nerei, et ascende alli terreni
delli giuliani per le timpe timpe, et esce e confina alla Cabella
della foresta, li frunti frunti de d.a cabella, et esce alli vignali
di S.ta Maria de la magna della Rocca Bernarda, e li frunti frunti
di d.i vignali, esce alli vignali di S.to Nicola della Rocca pr.tta,
li frunti frunti, et esce alla cabella de cuvalari nominata
dell’her. del q.m Alfonso Masso li frunti frunti et esce alla serra
di S.to Andrea de la soprad.a cabella di d.i her. e li frunti frunti
esce alla cabella di berardino di bona e frati nominata la cabella
dello suvero, et esce allo timpone de castelluzzo, et discende lo
timpone a bascio termino med.te et esce allo canale de Caria, et
ascende lo vallone ad irto de Caria confinando con lo Castelluzzo, e
confina alla serra de crapari, e de costa costa esce alla cabella
chiamata armerò, e le colle colle esce alle scalille, e de costa
costa confinando ad armerò verso levante, et esce allo timpone
d’armerò, dallo quale timpone à bascio ferisce alle terre, et lo
sararmaco di francesco delle serre, et lo sararmaco sararmaco esce
allo vignale di S.to Nicola con lo quale confina termino med.te, con
lo quale confinando sempre da man destra caminando versoardavuri
ferisce alla medesima cabella d’ardavuri, e segue la serra apennino
cristone cristone, et esce alle terre di francesco delle serre et di
battista delle pira, et lo termine termine esce allo cristone di
S.ta Anastasia, e da esso cristone cala a bascio confinando da man
destra con li ficusi, e da man manca con la cabella d’ardavuri, e
fere allo termine di S.ta Anastasia, et termino mediante lasciando
d.o termine da man destra termino termino ferisce ad un pezzo di
terre, e molino d’alessandro infosino acquaro mediante confinando
con d.e terre ferisce giardino delle molina dell’Ill.e S.r Gio.
baracco, et seguendo la sepala sepala di d.o giardino ferisce allo
galice prima dello prato di d.e molina venendo dalla Città di S.ta
Severina, et ascendendo lo galice ad irto, et esce allo timpone
dell’aira, e da d.a aira descende all’altro galice dello scinetto
della cabella d’ardavuri, confinando da man destra de d.o prato, e
.. delle molina di d.o Ill.re S.r Giovanni, e da d.o scinetto
ascende mezze mcoste, mezze coste, et esce allo timponello delli
scini delle mezze coste, et esce all’altro timponello di più sopra
sempre confinando da man manca quando se va alla salina de neto , e
si vene dalla Città di S.ta Severina confinando de d.e terre di d.o
Ill.re S.r Giovanni e ferisce alle timpe, e delle timpe timpe
ferisce allo galice dove l’acquicella de femina morta, e de detta
acqua ferisce al fiume di Neto e da Neto ad irto conclude allo primo
fine sopra la menta.”.
Il feudo di Casale Novo ed il tenimento di Neto
Dalla descrizione dei confini del feudo di Casale Novo e del
tenimento di Neto si vede come per un lungo tratto il feudo ed il
tenimento confinavano tra loro. Il primo era in territorio di Santa
Severina, il secondo in quello di Rocca Bernarda. Il confine, che
separava le due entità territoriali, correva lungo le località
“Caprari”, “Armirò”, “Castelluzzo”, “Caria”, “Bosco”, “Scalille di
Altilia”, “fiume Neto”.
Il monastero di Santa Maria di Calabro poi detto di Santa Maria
de Altilia
Il toponimo “Calabro” rimanda ad una antica località situata
sopra le famose ed importanti “Saline di Neto”. Il luogo sacro che
vi sorse, dedicato alla Vergine Maria, aggiunse, come avvenne in
altri casi similari, il nome della località al toponimo agiografico.
Nei documenti di età medievale troviamo: “De monasterio sanctissimae
dei genitricis calabro mariae” (1099) nella concessione del duca
Ruggero Borsa; “Monasterio in nomine gloriosissimae dei genitricis
semper virginis mariae de calabro” (1115) nella concessione del
conte Ruggero II d’Altavilla; monastero “Calabro Mariae” nella bolla
del 31 agosto 1211 di Innocenzo III ( Ughelli, Tom. IX , 88);
“Ecclesia Sanctae Mariae de Calabro Mariae” nei privilegi confermati
da Federico II nel dicembre 1225 a Milo,abbate di Santa Maria di
Corazzo (Vat. Lat. 7572, f. 44r), “Monasterium Calabro Mariae”
(1228) (Trinchera F., Syllabus, 385); monastero “S.M. de Calabro
Mariae Sanctae Severinae Dioecesis ord. Floren.” in una concessione
di Herrichetta Ruffa Marchesa di Crotone all’abbate Benedetto de
Teriolo il 25 giugno 1439 del tenimento di Alimati, situato in
territorio di Roccabernarda.
Verso la metà del Quattrocento e precisamente dopo la sconfitta di
Antonio Centelles da parte di Alfonso d’Aragona, la nomina
dell’abate del monastero fu oggetto di contesa tra il il re ed il
papa. E’ in questo periodo che mentre nei documenti precedenti il
monastero è citato come “monasterium Sanctae Mariae de
Calabromarie”, “B.tae Mariae de Calabromarie” o semplicemente
“Calabromariae”, esso comincia a cambiare in monastero di S. Maria
di Altilia. Nella conferma dei privilegi concessa da re Alfonso
d’Aragona del 26 gennaio 1445 all’abate Benedetto de Teriolo si
legge ancora monastero della “Beata Maria de Calabro Maria de
provincia de Calabria”. Troviamo citato per la prima volta in un
documento del 3 novembre 1450 il monastero di S. Maria di Altilia (
Russo F., 11191). Il 15 novembre 1451 Antonio de Genovisio è
nominato abbate commendatario del monastero di S. Maria de Altilia (
Russo F., 11250). Seguono altri documenti, che mostrano questo
passaggio: il 21 aprile 1452 il papa Nicolo V nomina Enrico Modio
abate del monastero di “S. Mariae de Calabromaria alias de Antella”,
carica rimasta vacante per libera cessione fatta dall’abate
Antonello Barberio nelle mani dell’abate di San Giovanni in Fiore
Geronimo ( Russo F., Regesto, 11264) ; seguono documenti con la
vecchia denominazione di S.ta Maria de Calabro- Maria, a volte
seguita da “alias de Altilia” ( Russo F., 11268, 12757). Nei
privilegi concessi dal principe di Santa Severina Antonio Centelles
del 22 aprile 1465 troviamo scritto: “Abbas monasterii Sanctae
Mariae de Altilia alias Calabro Mariae”. Da quanto si è detto il
cambiamento da Calabro Mariae ad Altilia è avvenuto pochi anni prima
della metà del Quattrocento e prima che l’abbazia passasse in
commenda. Pertanto la variazione è dovuta ad uno degli ultimi abati.
Il monastero che nel passato, pur essendo in diocesi di Santa
Severina, aveva mantenuto una certa autonomia territoriale rispetto
alla città di Santa Severina, (infatti nei privilegi troviamo
“Calabro Mariae de Provincia Calabriae” o semplicemente “Provinciae
Calabriae”)la perse dopo la sconfitta del Centelles.
Ferdinando d’Aragona il 25 febbraio 1466 approvava le richieste
fatte dall’università di Santa Severina, tra le quali che “..lo
monastero de Calabromaria, e de Santo Petro de Niffi, quali sono
fundati intro lo tenimento de la d.a Citta..”. Con tale atto il
monastero entrava a far parte integrante del territorio della città
di Santa Severina e quindi della sua giurisdizione.
Alla fine del Quattrocento il monastero era ormai conosciuto come
Santa Maria de Altilia (“Quaterno per .. Matheo Palaczo procurator
de labatia de Sancta Maria de Attilia nome et parte .. Francisci de
Allegro de Neapoli delo introyto de lo a. VIII.. de la predicta
abbatia. a. 1490 ( Economi Regi, 306, fs. 5 ASN) anche se anche in
seguito specie nei documenti ecclesiastici troviamo spesso
“monasterium S.tae Mariae de Altilia als Calabro Mariae ordinis
sancti Benedicti S.tae Severinae d.” ( Reg. Vat. 1899, f. 98, a.
1544, A.S.V.), “conventus mon.rii Beatae Mariae de Altilia seu
Calabro Maria Cistercien. Ordinis S. Severinae dioc.” ( Sec. Brev.
334, f. 122, a. 1603, ASV.), “monas.rio di S.ta Maria d’Altilia al.s
di Calabromaria Diocesi di S.ta Sever.na”( Sec. Brev. 402, f. 194,
a. 1605, ASV.) “Sancta Maria de Calabro vulgariter Sancta Maria de
Altilia”(1630).
La Gabella di Caria
In un atto del notaio Marcello Santoro del 25 febbraio 1570
leggiamo che la vedova Antonella Trombatore possedeva “unam gabellam
dictam de Armirò sitam et positam in tenimento Civitatis S.tae S.nae
iux.a serras S.tae Mariae de Altilia, iux.a serra Crapari cursus
Casalis Novi, gabellam de Caria et alios si q. sint confines”.
In una “Copia della Platea et inventario delli beni della R. Abbatia
de Altilia” relativa all’anno 1575 troviamo che l’abbatia possedeva
“unaltra Cabella in detto territorio della rocca bernarda detta
Caria confine il bosco di detta abatia et la cabella de alimati et
altri fini quali si sole affittare in massaria per tumula 90 de
grano l’anno et quando se vende in herbagio per docati quaranta
l’anno”.
La gabella di Caria ricompare in una successiva copia di platea
antica del monastero del 1582. Essa è situata nel tenimento di Neto
in territorio di Roccabernarda tra le località di “Castelluzzo” ed
“Armirò” come risulta dalla confinazione del tenimento che dalla
“... cabella dello Suvero, et esce allo timpone de Castelluzzo, et
discende lo timpone abascio termino med(ian)te et esce allo canale
de Caria, et ascende lo vallone ad irto de Caria confinando con lo
Castelluzzo, e confina alla terra de crapari, e de costa costa esce
alla alla cabella chiamata Armerò..”.
In questa platea è descritta composta da “poche terre inculte di
salmate vinti incirca”.
Ancora oggi è ben identificabile la località “Caria” sotto le “Serre
di Altilia”. Essa è situata sulla traversale che congiungeva la
vallata del Tacina con quella del Neto e sulla direttrice che,
salendo dalle due vallate e guadando il Neto, risaliva a sinistra
del fiume per Santa Rania verso la Sila.
Il casale di Caria
In alcuni privilegi dell’abbazia di Santa Maria di Altilia, più
volte ricopiati e modificati durante i secoli, si legge che il 18
ottobre 1149 in Messina il re Ruggero II confermava all’abate della
badia di Altilia i privilegi precedentemente concessi dal duca
Ruggero Borsa nel 1099 e dal conte Ruggero nel 1115. Il re, oltre al
possesso del tenimento di Sanduca ed alla rendita di dodici once
sulla Salina di Neto, aggiungeva anche “..licentia et potestate
recipere aquam libere à flumine Neti pro faciendis molendinis,
basinducis, et casale Corio cum tenimentis suis, et herbarum pascua
libera in tenimento S. Severinae et Rocchae Bernardae pro animalibus
eiusdem Monasterii, et pro extraneis qui fuerint cum animalibus
praedicti Monasterii..” (Ughelli F., Italia cit. ,Vol.IX, 478). Il
casale Caria e non Corio, come erroneamente riportato dall’Ughelli,
per la sua importanza economica è richiamato più volte nei privilegi
dell’abbazia. Dai privilegi scritti “in carta pergamena”, fatti
ricopiare il 15 luglio 1581 nella terra di Lattarico su ordine
dell’abate commendatario Tiberio Barracco della città di Cosenza dal
“regius ad contractus judex” Petrus de Petrone ed dal notaio Joannes
Laut(ici)nus, troviamo sempre il casale di Caria . Ricordiamo tra
tutti la conferma dei privilegi dell’abbazia concessa
dall’imperatore Federico II all’abate Riccardo nel 1221, che
comprende il “Casale Cariae cum omnibus iuribus et pertinentiis
suis”.(Privilegii della Abbadia di S.ta Maria de Altilia dello
Emint.o et Reverend.mo Cardinal Spada Abbate di detta Abbadia in
Calabria) . Troviamo citato un casale denominato Caria anche in una
“Charta” dell’ottobre 1213, riguardante l’aggregazione del monastero
greco di Calabromaria alla regola florense. In tale atto il
protomonastero di San Giovanni in Fiore rivendica a sè anche il
possesso di un oliveto del monastero greco, situato sopra la chiesa
di Santa Anania. Così sono descritti i confini della località:
“Incipit iuxta locum in quo constructa fuisse ostenditur olim
basilica nomine S. Basilii, et ascendit per vallem, quae vocatur
vallis S. Basilii et ferit in capite muri veteris et vadit ipse
murus a parte orientis versus austrum per capita ipsius oleatriti
iuxta vallem quam habet ex parte orientis et descendit in ipsam
vallem et inde ascendit versus orientem et ita in directum, tendens
per latus montis; demum in descensu torrentis unius ferit in vallem
que vocatur de Clara, et inde vertens per meridiem descendit verus
occidentem per magnam gravam usque ad viam veterem, quae venit a
casali Cariae et terram, quae dicitur de Chury Anatholy et inde
vertitur et per ipsam viam ex parte occidentis versus aquilonem per
super pomarium praedicti S. Ananye et super fontem aquae, qui
descendit in illum et habens eamdem ecclesiam a sinistra parte,
vadit in directum et ferit in praedictam vallem S. Basilii et
concludit in priori loco” ( De Leo P., Documenti cit., p. 52).
Di questo antico possesso perduto del monastero Calabromariae forse
si trova traccia in una antica platea, dove è annotato: “Item una
chiusa chiamata S.ta Rania confinata sincome la concessione di essa
fatta appare la quale sarà qui di sotto inclusa. Nella platea non ci
segue altro per chiarezza della detta chiusa di S.ta Rania” ( Copia
di Platea del 1582, ff. 4v-5r). Per i pochi dati disponibili risulta
difficile stabilire se il casale Caria nominato nel documento
corrisponda a quello situato presso l’abbazia anche se la “viam
veterem, quae venit a casali Cariae” potrebbe essere effettivamente
quella che lasciato il casale e guadato il Neto risaliva verso la
Sila passando per Santa Rania . E’ certa tuttavia la presenza di una
località chiamata Caria in territorio di Caccuri situata però ai
confini con la Regia Sila sulla quale ancora nel Cinquecento
gravavano numerosi censi dovuti alla mensa monacale di S. Giovanni
in Fiore( Maone P., Caccuri cit., pp. 32, 44). Questa località non è
da confondere con il casale di Caria in territorio di Roccabernarda
.
Il casale appartenente all’abbazia Calobromaria era situato in
posizione dominante allo sbocco della vallata, che univa la bassa
vallata del Tacina con quella del Neto, e dominava il passo sul
fiume Neto verso i pascoli silani. Il casale era quindi molto
importante per il controllo della transumanza del bestiame dalla
marina alla Sila, che era uno dei principali fattori dell’economia
badiale nell’alto medioevo .
In seguito il casale di Caria non compare in alcun altro atto o
documento medievale, nemmeno nei minuziosi elenchi delle terre
abitate del Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana,
compilati all’inizio della dominazione angioina. La scomparsa del
casale dovette quindi avvenire nella seconda metà del Duecento,
quando i nuovi dominatori si spartirono le terre degli sconfitti,
che avevano parteggiato per gli Svevi.
Sappiamo che tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento il
monastero di Calabro Maria ebbe in concessione, o meglio nuovamente
concesso, da Pietro II Ruffo di Calabria conte di Catanzaro un
tenimento che apparteneva alla curia del conte. Questo vasto
territorio era situato nelle pertinenze e nel territorio di Rocca
Bernarda. Tale privilegio fu confermato dal figlio, il conte
Giovanni, che visse nei primi decenni del Trecento, ma in seguito
non fu rinnovato. Il tenimento, sul quale verso la fine del
Cinquecento sarà fondato un nuovo casale, sarà nuovamente concesso
quasi un secolo dopo dalla marchesa di Crotone Herrichetta Ruffo,
figlia del marchese di Crotone Nicolò.
Il 15 giugno 1439 la marchesa di Crotone concedeva all’abate di “S.
Maria de Calabro Mariae Sanctae Severinae Dioecesis ord. Floren.”
Benedetto de Teriolo il tenimento in territorio di Rocca Bernarda,
già in passato concesso al monastero dal conte di Catanzaro Petro
Ruffo de Calabria e poi confermato dal figlio il conte Giovanni. Nel
descriverne i confini così si esprime : “ Incipit tenimentum ipsum a
loco qui dicitur Asteray a Burga videlicet quae dicitur de Molera,
et ascendit per viam ad timpas forestae Stargonis et vadit per
timpas ipsas ad locum qui dicitur Cadrum et vadit usque ad forestam
ipsius monasterii, et deinde descendit ad Olicas Alimati per cristam
S. Andreae et protenditur usque ad Castellucium, descendit usque ad
Vallonum Cariae, descendens postmodum usque ad vallonem Salsum usque
ad flumen Neti, et deinde vadit per flumen sursus usque ad Magrum
per priorem locum qui dicitur Asterey”.Il monastero ebbe il
tenimento libero ed immune, solamente con il peso di pagare 15 tari
l’anno alla Curia di Rocca Bernarda della marchesa.
La fondazione del casale
Sempre dalla stessa platea, già precedentemente citata, troviamo
che gli incaricati a compilarla dal commendatario Tiberio Barracco ,
il regio giudice Gio . Petro Terzigno ed il notaio Gio Lucitino, nel
maggio 1582, dopo essere stati nella terra di Rocca Bernarda, si
spostarono “in casale Cariae”. Essi dichiararono che “in d.o rure
Cariae” vi erano molte rendite e debitori dell’abbazia. Per tale
motivo per mezzo di un servente fecero convenire i molti censuari e,
preso nota dei loro beni e di ciò che dovevano all’abate, li
obbligarono ad assolvere i censi e le rendite alla metà di agosto di
ogni anno. Il giorno 15 maggio i due compilatori si erano trasferiti
“in S.ta Maria de Altilia” ( Copia di Platea cit., f. 18v).
Si deve a Tiberio Barracco, abate commendatario dell'abbazia di
Santa Maria di Altilia (1575 - 1604), la fondazione ed il
popolamento del casale entro i confini del territorio e presso
l’abbazia. Tiberio Barracco ( figlio ed erede di Alfonso, feudatario
di Lattarico, morto nel gennaio 1570) era succeduto a Mario Barracco
nella commenda dell’abbazia, anche se nei primi anni settanta i due
compaiono insieme nella gestione dei beni dell’abbazia. Infatti
Tiberio Barracha, “utilis dominus terrae Lattarici”, e Mario
Barracca di Cosenza, abate di S. Maria de Altilia als Calabro Maria,
il 28 maggio 1572 vendono quattro mulini situati alla riva del fiume
Neto in località Ardavuri ad Antonio Longo. La nascita del nuovo
villaggio avvenne nei primi anni di commenda con Greci, Albanesi e
schiavoni.
Di questo ne siamo certi, in quanto “S. Maria d’Altilia suo casale”
compare tra i luoghi della diocesi di Santa Severina in una lettera
inviata dalla curia arcivescovile di Santa Severina l’ultimo giorno
d’ Aprile del 1578, per avvisare del prossimo inizio della fiera di
Santa Anastasia.
Il nuovo abitato all'inizio dovette avere una vita piuttosto
precaria, come un po' tutti i casali sorti in quegli anni con gente
proveniente da levante, con fenomeni di popolamento e di
"disabitatione" repentini e frequenti, specie quando erano in arrivo
i contatori regi, che dovevano censire e tassare i fuochi. Era
infatti frequente, spesso con il tacito consenso del feudatario, che
all'avvicinarsi dei funzionari regi gli abitanti, per sfuggire alle
tasse, disfacessero "i pagliara", per poi rifarli, una volta venuto
meno il pericolo, nello stesso luogo o anche in luoghi vicini ma
diversi. E' di quegli anni la stesura dei capitoli, che avrebbero
regolato i rapporti sociali ed economici tra il commendatario
dell'abbazia, in qualità di signore e possessore del luogo, ed i
vassalli che erano andati, o che sarebbero andati, a coltivare il
territorio ed ad abitare nel casale dell'abbazia. I capitoli,
firmati dalle due parti contraenti, comprendevano le concessioni
fatte dall'abate commendatario e le prestazioni dovute dai vassalli.
Tra le concessioni vi era il pascolo in metà del bosco vicino
all’abbazia, la possibilità di seminare in alcuni terreni,
l'assegnazione del suolo per poter costruire le case ecc.. In cambio
i nuovi coloni si obbligarono a fornire gratis una giornata di
lavoro con le loro bestie, a versare ogni anno due carlini ed una
gallina per casalinatico, a pagare la decima sul bestiame e sul
raccolto, a dare un carlino per ogni nuovo vitello, a prestare una
giornata all’anno per la manutenzione del mulino, dove essi erano
obbligati a macinare il loro grano , pagando “la giusta ragione”,
ecc. Inoltre essi promisero di edificare ed avere cura della
cappella ed a mantenere il cappellano a loro spese.
I Capitoli
Capitoli concessi per l'Ill.mo e Rev.mo S.r Tiberio Barracco
perpetuo commendatario dell'Abbadia di S.ta Maria d'Altilia alli
vassalli che sono venuti e veneranno ad habitare nel territorio e
casale di d.a Abbadia. In primis detti vassalli offereno a d. S.r
Abbate commendatario di d.a Abbadia anno quolibet per ciascheduno
d'essi una giornata a fatigare con loro persone ad elettione di d.
Sig.re o di suo leg.mo Procu.re circa il tempo, e quelli che
haveranno bovi promettono una giornata d'un paricchio di bovi per
uno anno quolibet a seminare o ad altro servitio che loro saranno
richiesti. Placet dummodo unusquique serviat eo modo quo poterit
unus tantum die vel cum hominis, vel cum aliis animalibus quo
habuerit. Item promettono per ciascheduno casalino de loro
habitationi carlini due et una gallina anno quolibet .Placet. Item
la decima di tutte le bestiami cioè pecore, capre e porci di loro
allevi per ciascheduno anno. Placet. Item per ciascheduna vacca anno
quolibet ogni vitella o vitello che nasceranno uno carlino. Placet.
Item promettono anno quolibet portare et chiudere al bisogno tanto
di paglia come di legna per la casa di d.o S.re Abbate o vero
procuratore in d.a abba.a. Placet.. Item promettono tutti li deritti
e raggioni di vassallaggi. Placet. Item supplicano si degni farli
immunità a capitolo che volendo fabricare case, o piantare vigni in
d.o territorio che quelle possano vendere, alienare et permutare a
loro arbitrio a chi loro piacerà. Placet habita prius licentia. Item
promettono edificare loro cappella e tenere il loro cappellano a
loro spese. Placet. Item promettono per ciascheduno miglaro de vigne
che faranno a d.o territorio cioè in la cersa grana quindici per
tomolata et a bascio un tari per tumulata. Placet dummodo in
designatione vinear. faciendar. interveniat Procurator noster. Item
promettono che edificando d. Abbate molino in suo potere
pervenendoli a d. territorio convicino essi pr.tti habitanti siano
tenuti andare a macinare in d.o molina e pagare la giusta raggione
et a tempo che si guasta l'acquaro siano tenuti donarci una giornata
per ciascheduno, e cossi un'altra giornata al portare delle mole
quando accaderà gratis. Placet. Item supplicano che loro se conceda
da detto S.r Abbate che possano con loro bestiame andare a pascolare
alla metà del bosco che oggi possede d.o Sig. re d'ogni tempo
gratis. Placet dummodo non escludantur animalia nostra et domus
nostra. Item supplicano che d.o S.r Abbate loro voglia donare una
parte di terreni che siano bastanti per il paricchio in d.o casale
qual possano seminare et cultivare et delli frutti perveniendi
offereno di pagare di qualsivoglia sorte di vettovaglie che li
pervenerà di detti terreni che loro saranno concessi la decima
debita. Placet. Item se contentano et promettono essi habitanti di
non estraere le vettovaglie da d.o territorio se prima non
richiedono a d.o Sig.re o suo procuratore e pagare la raggione della
decima. Placet. Item supplicano che si degni concedere per
qualsivoglia causa che appartenerà a d. S.r Abbate o sua corte, non
voglia far procedere a officio, ma a richiesta de parte. Placet
quantum in nobis extat. Item supplicano si degni concederli che
possano in d.a parte di bosco fare il bisogno de stigli de massaria,
che ci possano far frasche per loro bovi ultra le quercie et
ogliastri e trovandone alcuno tagliar quercie o altri alberi
fruttiferi in d.o bosco non si possa alterare la pena d'uno ducato
pro quolibet vice. Placet. Item che per l'affittare che si farà in
d.a Corte non siano tenuti pagare più di diece grana per atto.
Placet. Item che l'officiale seu capitano locotenenti et m.o d'atti
siano tenuti dare plegeria di stare a sindacato. Placet. Item la
supplicano che si degni non ricevere in d.ta habitatione persone
ingati o altri et loro promettono se alcuno ce ne accadera rivelarlo
all'officiali di sua sig.ria. Placet. Item che loro bovi o altri
bestiami essendo trovati querelati alle poss.ni et lavori in lo d.
territorio non possano essere astretti ad altro solo che al danno
alla parte et un tarì alla corte di pena per ciascheduna persona pro
quolibet vice .Placet. Item la supplicano si degni favorirli che non
siano aggravati per l'officiali delle terre convicine et esser
conosciuti dall'officiali di S.E.Placet quod pro viribus
procurabimus. Item la supplicano si degni favorirli che li monaci di
d.o monasterio loro voglia vaditare l'olive di d.a abatia in
perpetuo per esse propinque dell'habitatione che loro offereno
pagare il medesimo censo che alli monaci l'ha scomputato il S.r
abbate passato.procurabimus. Item la supplicano che venendoli detta
habitatione in complimento li voglia reformare li predetti capitoli
in meglio forma. Iam reformavimus. Io Tiberio Barracco Abbate di
S.ta M.a di Altilia mi contento et accetto ut. s.a. Antonio
Intornicchia, Matteo Papaianne, Morchia Bansti, Antonio Naso, Pietro
Menza, Antonio Schureri, Federico Severi, Andrea Basta Dima
Instegneri, Marco Antonio Russo, Jo Maria Lafredi, Luca Butero,
Stefano de Richetta, Minico Spupparo, Pietro Cordapoli, Ger.mo
Pisano, M.o Aurelio Andisano. Copia di Platea antica con i pesi de'
vassalli, Misc. Monastero di S. Maria di Altilia, fasc.529, 659, B.
8, ASCZ.
Commendatari e feudatari
Se l’abbazia di Calabromaria era in territorio di Santa Severina
era altrettanto “vero che il casale d’Altilia stà posto e situato
nel territorio di Rocca Bernarda, e anco verissimo che il sito di
detto casale fu dato e donato all’abbadia dalla sopradetta S.ra D.
Herichetta Ruffa” come è scritto nella “Copia della Platea et
inventario delli beni della R. Abbatia de Altilia” del 1575 ( f.
22). Nel tenimento di Neto, concesso dalla marchesa di Crotone in
territorio di Rocca Bernarda, erano incluse le gabelle di Alimati,
Neto, La Menta, Caria, Bosco. Si sa inoltre che gli abitanti del
casale di Caria ebbero delle concessioni. La gabella chiamata Bosco
era divisa in due parti: “ parte della quale possedono li P.P. di
d(ett)o monasterio per donatione della loro menza ut. s.a nello
territorio della Città di S.ta Severina....:per l’altra parte del
Bosco nel territorio di Rocca Bernarda lo quale possedono li
habitanti del Casale di Caria vassalli di esso Ill. e e Rev.mo S.r
Abbate conceduto da d(ett)o Sig.r per loro comuni come appare a
d(ett)a concessione e cap(ito)li”( f. 2v). (“L’altra parte del bosco
nel territorio di Rocca Bernarda la quale possedono l’habitanti del
casale di Caria vassalli di esso Ill.e et R.mo S.r Abbate conceduto
da d.o Sig.r per loro comuni come appare a d.a concessione et cap.li
li quali saranno qui dietro inclusi di capacità di culte et inculte
di salmate vinticinque incirca”).
La gabella “il Bosco metà della quale era situata in territorio di
Santa Severina e metà in quello di Roccabernarda era situata tra
l’abbazia e la gabella di Caria, come risulta dalla descrizione
della “Platea delle robbe stabili tiene et possede l’abbatia de
Santa Maria de Altilia sita e posta nel territorio et diocese di
Santa Severina” del 1575: “Tiene et possede uno bosco circumcirca
detta Abbatia la metà del quale tenino li R.di monaci di detta
Abatia in conto di lor mensa... et l’altra metà si è dato per comune
alli habitanti del casale in ditto loco.... tiene unaltra cabella in
detto territorio della Rocca Bernarda detta Caria confine il Bosco
di detta abatia et la cabella Alimati” (f.2v).
Gli abitanti del casale possedevano inoltre un oliveto, che
confinava con le case del casale, la via pubblica e d il Bosco, col
peso di ducati otto l’anno ai monaci del convento, e molte terre
coltivate a vigna per le quali pagavano un censo annuo all’abate
commendatario.
Da Caria a Santa Maria di Altilia
Non sappiamo l’anno in cui avvenne lo spostamento del casale
dalla località Caria in un luogo più vicino all’abbazia, che oltre a
determinare il cambio del nome dapprima in casale di Santa Maria
d’Altilia e poi semplicemente di Altilia, favorirà una più stretta
dipendenza dall’abbazia. Questo evento è situabile comunque negli
anni nei quali fu commendatario Tiberio Barracco e precisamente tra
il 1582 ed il 1589 . La posizione dell’abbazia rispetto al nuovo
casale è così descritta in una relazione della metà del Seicento:
“Il Monast(er)o di S.ta M.a di Calabro Mariae seu d’Altilia
dell’Ord(i)ne Cisterciense Diocesi di S.ta Severina sta situato
sop(r)a un Casale seu villagio habitato da vassalli, li q(ua)li
stanno sottoposti al p(redi)tto Monast(er)o, seu Abb(atia), la
q(ua)le di p(rese)nte sta comendata all’Em.mo Sig.r Cardinale Spada
distante dall’habitatione di d(ett)o Casale per un tiro di pietra
inc(irc)a”.( S.C. Stat. Regul. Relationes, 16 , f. 68)
Il casale mantenne per lungo tempo il nome di Santa Maria di
Altilia, anche se a volte è chiamato semplicemente Altilia per
distinguerlo dal monastero. Nel “Cedulario dei fuochi di Calabria
Ultra” del 1604 il casale di Santa Maria di Altilia è tassata per 8
fuochi ( Tesorieri e Perc. di Calabria Ultra, fasc. 558/4162, ff. 83
-87, ASN). Il 5 giugno 1640 il chierico Francesco Geraldi dichiarava
di possedere “una casa grande terranea posta dentro questo casale di
Santa Maria d’Altilia confine le case di d.o monastero allo capo
della spunta di d.o casale vicino lo canale”.
Il fatto che l’abbazia sia situata in territorio di Santa Severina
ed il Casale in un terreno vicino ma in territorio di Rocca
Bernarda, determinerà diverse dispute. Gli abitanti del casale di
Caria si erano impegnati ad edificare la chiesa ed a mantenere il
cappellano a loro spese. La chiesa del casale di Caria non é
nominata in alcun sinodo, essendo divenuta la chiesa dell’abbazia in
territorio di Santa Severina anche quella degli abitanti del casale.
La cura delle anime tuttavia rimase ad un prete di Rocca Bernarda,
come dalle relazioni degli arcivescovi di Santa Severina.
“Altilia è piccolo casale di sessanta anime, vicino a S. Severina
tre miglia. La sua chiesa è la Badia di S. Maria di Altilia di
valore di docati mille posseduta dall’Abbate Tiberio Barracca . E’
monasterio dell’ordine florense, seu cistersiense sottoposto alla
Badia Florense, e vi stanno per ordinario sei ò sette monaci. La
cura dell’anime è commessa ad un prete della Rocca Bernarda”. (
Relatione dello stato della chiesa metropolitana di Santa Severina,
S.ctae Severinae 22 martii 1589). “Altilia è piccolo castello di 60
anime. La sua chiesa è l’Abbadia di S. Maria di Altilia di valore D.
mille posseduta dallo Abbate ( Iacopo) Sanesio. E monasterio
dell’Ord.ne Cisterciense e vi stanno per ord(ina)rio sei o sette
monaci. La cura delle anime è connessa ad un prete della Rocca
Ber(nar)da”. Nel 1630 la chiesa abbatiale e del casale, oltre
all’altare maggiore, ne aveva altri tre dedicati a San Bernardo, a
Santa Caterina ed a Santa Maria della Grazia. Nel casale non c’è la
chiesa parrocchiale per la povertà ed i pochi abitanti, la cura
delle anime è esercitata da un vice parroco scelto dall’ordinario,
il quale celebra per i parrocchiani nella chiesa del convento ed
amministra loro i sacramenti ( Rel Lim. S. Severina, 1675)
Nel Seicento
Sappiamo che fin dalla sua origine il casale ebbe una vita
precaria. La popolazione, composta da braccianti, coloni e massari,
variava a seconda delle stagioni, delle annate, dei commendatari e
di coloro che affittavano, o subaffittavano, i terreni dell’abbazia.
Nel 1669 il casale fu tassato per 23 fuochi, ma in quegli stessi
anni una relazione dell’arcivescovo di Santa Severina porta 150
abitanti e l’incaricato del commendatario ben 311 “bocche”. Segno
tangibile di questo variare della popolazione è l’annotazione che
troviamo nella “Platea” compilata al tempo del cardinale Spada, la
quale ci informa che esistevano nel casale un uso ed una
consuetudine “che quando un vassallo non habiti in detto casale dove
non habbia vignia ma casa sola, la medesima ritorni all’istesso
Abbate”. Il compilatore proseguiva facendo presente che in tal modo
i monaci si erano impossessati di molte case, che sarebbero spettate
invece al commendatario.
In una visita del 1630 al tempo dell’arcivescovo di Santa Severina
Fausto Caffarelli si legge che il monastero possedeva “ alcune
caselle le quali alcune volte s’affittano et alcune volte no secondo
che vengano ad habitare genti al detto casale” e venti anni dopo i
monaci sono divenuti proprietari di “molte case situate nel preditto
casale” e “certe grotte che servino per uso di capre”. Uno dei
motivi dell’abbandono del casale da parte degli abitanti era per
sfuggire alla tassa sui fuochi ed alle tasse: “gl’anni passati
scasarno tutti i vassalli affatto d’Altilia per non poter comportar
più gl’aggravii di fiscali regii e stetterono assenti per lo spatio
di tre o quattro anni, in questo termine si presuppone che li P.ri
del monastero s’impatronissero di molte case e giardini, che di
presente godono senza poterne mostrare titolo veruno” ( Copia di
Platea , cit. f.24v).Un altro era per non subire i soprusi di coloro
che affittavano le gabelle del monastero. Da un processo, tenutosi
nel 1678 e riguardante il diritto di "spica" della abbazia di Santa
Maria di Altilia, si viene a conoscenza che nel 1675 l'abate
commendatario dell'abbazia di Altilia, il cardinale Fabrizio Spada,
aveva dato in fitto l'abbazia di Calabro Maria con i suoi territori
e prerogative a Thomaso Massaccaro. A causa del comportamento del
nuovo affittuario molti abitanti abbandonarono il casale e, sia nel
1676 che nella successiva annata, non presero in fitto a semina la
gabella di Neto, che così in parte inselvatichì. La causa fu che il
Massaccaro introdusse alcuni abusi. Egli pretese di esigere il
diritto di "spica", che mai aveva gravato sulla gabella.( Processo
per la spica della Badia fatto nel 1678, In Miscellanea. Monastero
di S. Maria di Altilia (1579 -1782), 529, 659, B. 8, ASCZ.)
Così è descritta la situazione religiosa di Altilia in una relazione
del 1678 al tempo dell’arcivescovo Muzio Suriano : “Altilia è
piccolo casale di anime cento settanta, la sua chiesa, che è il
monasterio dell’ordine cisterciense, o badia sotto il titolo di S.ta
Maria d’Altilia posseduta dall’E.mo Sig.r Card. Spada, et in detto
monasterio per ordinario vi stanno sette, ò otto monaci. Non vi è
chiesa parocchiale, ma il vicepatrocho solamente amministra il
sacramento della penitenza sentro la chiesa del medisimo monasterio
e gli altri sacramenti della communione et estrema untione
l’amministrano li medesimi Padri, li quali ancora hanno penziero
d’accompagnare nella loro chiesa i defonti, non vi in detta chiesa
fonte battesimale, ma s’amministra il sacramento del battesimo in
questa città di Santa Severina, ò nella terra di Rocca Bernarda per
la vicinanza de luoghi ( Rel. Lim. S. Severina, 1678).
Commendatari e Feudatari
Il Principe della Rocca Francesco Filomarino, feudatario di
Rocca Bernarda, che vantava alcuni diritti sul casale, più volte
tentò di ampliarli e di impadronirsi completamente del Casale. Il
casale era soggetto al capitano di Rocca Bernarda, che era di nomina
regia, ma il feudatario impose al casale un suo baglivo ed un suo
mastro giurato. L’operazione non andò tuttavia a buon fine perché il
feudatario si trovò di fronte il governatore del Casale, inviato da
Roma dal commendatario, il cardinale Spada, il quale minacciò la
distruzione del casale con la fuga degli abitanti. Il principe della
Rocca, “oltre l’haversi tirato a se tutta la giurisditione
d’Altilia, andava pensando anco tirarsi il Casale istesso, e farsi
Padrone del tutto come posto nel territorio di Rocca Bernarda à se
spettante, et in conseguenza dovesse aspettare med(esimamen)te il
Casale, e la giurisd(itio)ne insieme a lui ancora, et a tal effetto
havea proibito che in Altilia non vi fusse Baglivo, e vi havea fatto
il Mastro Giurato ancora preferirli al Cap(ita)no della Rocca
Bernarda le cause che accadevano alla giornata.... e cosi per
mantenere il Jus della Giurisditione del Casale fu dal Governatore
d’Altilia levato il Baglivo e Mastro Giurato posti d’ordine del
d(ett)o S.r Principe cola prohibitione incontrario del scasam(ent)to
di d(ett)o casale et altre pene et incontinente fu fatto il novo
baglivo.. e medesimamente fu fatto il novo mastro Giurato, e tutti
gl’altri officiali appartenenti alla Giustitia et al buon governo
dell’università d’Altilia..”. Tolti di mezzo gli ufficiali del
feudatario, con l’aiuto del governatore gli abitanti del casale si
liberarono poi anche della presenza del capitano di Rocca Bernarda.
Sempre per rimarcare la loro autonomia gli abitanti di Altilia si
rivolsero al feudatario di Rocca Bernarda e fecero presente che come
il nuovo governatore, inviato dal commendatario, era venuto da Roma
ad Altilia a sue spese, così doveva essere anche per il nuovo
capitano di Rocca Bernarda che ogni anno si recava nel casale per
prendervi possesso.
“... si è levato l’abuso che ben spesso fra l’anno ad ogni mutatione
il Capitano della Rocca Bernarda andava in Altelia à prender il
possesso del Casale come spettante alla sua Giurisd(ition)e per dir
meglio andava a levare à quei poveri vassalli cinque o sei scudi per
volta in spese, e denari contanti che pretendeva venirli per il suo
viatico poi poiche fu ricorso per parte di vassalli dal S.r Principe
della Rocca Padrone di d(ett)a terra di Rocca Bernarda acciò non
permettesse questo aggravio che ben del continuo andavano patendo ad
ogni mutatione di Capitano perche per la Giurisditione de capi che
vi haveva sopra il Casale di già n’era stato preso il possesso
dall’istesso S.r Principe nel bel principio della sua venuta in
Calabria e però quanto era ansufficienza senza far novi aggravii a
d(ett)i poveretti vassalli e con l’essempio anco che il presente
Governatore d’Altilia era stato inviato pur da Roma dall’Em.mo
Card.e Spada Padrone e caminato settimane intiere per l’arrivo in
Altelia, e con tutto ciò non ha preteso, ne voluto emulem(en)to di
sorte alcuna, ma il capitano della Rocca bisognandoli solamente
caminare quattro miglia ne stava in pretendenza d’esser pagato per
il suo viatico da sud(ett)i vassalli cinque o sei scudi per volta
come si è detto e così si compiacque il medemo S.r Principe di dar
ordine al sud(ett)o Capitano anco con corriero a posta, che non si
movesse ne innovasse cosa alcuna senza suo avviso e però per
all’hora cessò la pretentenza del d(ett)o capitano di andare in
Altelia a prendere d(ett)o possesso e perche poi passato molti
giorni dopo il medesimo capitano novo motivo d’esser ad Altilia per
detto effetto e ne scrisse al sindico che lo stesse attendendo ma il
governatore per mantenere la sua giurisditione le fece poi intendere
che per li dui capi che il S.r Principe teneva sopra il casale
d’altilia sarebbe stato accettato e che in questo caso non si
pretendeva darli altro per il suo vitto, che una pagnotta un
bechiero di vino et una sarda per esser quatragesima ma se poi
havesse altra prethendenza di prender il possesso per altri capi
spettanti alla giurisditione dell’Abbatia che non si scomodasse a
venirci, perchè oltre che non sarebbe stato accettato haverebbe
hautto poco gusto in modoche vedendo il capitano la persistenza de
governatore in q.to fatto si mutò di pensiero e non vi fu a prender
il possesso per verun capo, e cosi si è lasciato ordine al sindico,
che in d(ett)a maniera venghi esequito per l’avvenire, perche
altrimente sarebbe andato il tutto a sue spese e danni” (f. 23v).
Sempre in questi anni ( 26 maggio 1668) in una lite con il duca di
Santa Severina Gio. Andrea Sculco, l’abate commendatario
dell’abbadia di Santa Maria d’Altilia Fabrizio Spada rimarcava il
suo potere sul casale, dichiarando che possedeva “il casale di S.ta
Maria d’Altilia con tutte le sue jurisdittioni sin come l’hanno
posseduto tutti l’abbati predecessori da tempo più che memorabile”.
La giurisdizione criminale
Dopo la morte del feudatario Francesco Filomarino, principe
della Rocca dell’Aspro, lo stato di Cutro fu messo all’asta e nel
1686 venduto a Hippolita Maria Muscettola. In tale atto compare per
la prima volta la giurisdizione criminale del casale di Santa Maria
d’Altilia, che era inclusa nella mastrodattia della terra di Rocca
Bernarda. “Nel presente Regio Ass(ens)o si vende d.o stato di Cutri
et signanter il criminale di S.ta Maria d’Altilia, la quale terra e
della Prov(inci)a di Calabria Citra, et non ne appare d’essa
Giurisd(ition)e, titulo ne concessione alcuna registrata nelli Regii
Quinternioni ne tam poco ass(ens)o di vendita fatta inter partes
della medesima Giurisditione oltre de poi, che mai ne sono stati
pagati Relevii, ne meno per essa giurisd(ition)e appare andarne
tassata persona alcuna in cedulario stante cio non solamente la
parte doveria esibire il giusto titulo d’essa Giurisd(ition)e con
Privil(egi)o Reale, ma anco se doveria la medesima Giurisd(ition)e
tassare in Cedulario e pagare il decorso d’essa tassa per lo
passato, et infuturum una con tutti li Relevii duvuti per le morti
seguite dell’olim Possessori d’essa et assenzi prestiti sopra le
vendite fatte inter partes della Giurisd(ition)e sud(ett)a”. In
margine c’è la seguente nota: “Si dice che l’Altilia di Cal.a Citra
non si possede ne si pretende ma solamente un certo terr(itori)o
sito nelle pert(inenz)e di Roccabernarda che è dell’abbatia
d’Altilia” ( Ref. Quint. Vol. 205, f. 105v). All’inizio del
Settecento gli abati commendatari avevano ormai il pieno potere sul
casale come si ricava dalla testimonianza rilasciata nel gennaio
1716 da Antonio Diana. Il Diana, interrogato sul territorio
dell’abbazia, rispose: “Lo so benissimo perche sono nato cresciuto e
vissuto in questo casale sino alla presente mia età, ò avuto più
volte la carica di sindico di d(ett)o casale e sono stato erario
dell’affittatori di d(ett)a abbatia, ò pratticato per la campagna
con occasione di guardar bestiami, e far masserie in d(ett)o
territorio, che consiste in più gabelle, come quella della Menta,
Neto, Caria, Bosco et altre et la Giurisd(itio)ne e tutta dell’Em.o
Sig. Card. Comend(atari)o vi à tenuto sempre, e tiene di presente il
suo Gov(ernator)e che l’esercita in tutti li capi civili, misti, e
criminali, fuorche di morte seguita, mutilatione di membro che
spattano al Sig. Principe della Rocca e suo Gov(ernator)e.
Abitanti di Altilia nel 1678
Vassalli e debito loro per vassallaggio devono ogn’anno nel mese
d’Agosto al S.r Abb(at)e Comen(data)rio per una giornata di
Casalinaggio et una gabella carlini sei per ciasched(un)o in
riconoscimento.
Bocche 311.
Angelo di Diano, Damiano di Diano, Jacomo Secipiano, Stefano
Ricci,Gio. Vincenzo Magliano, Parma Riccia, Gioseppe Richetta,
Gioseppe Ricciuti, Gio. Fra.co Tassitano, Marc’Ant.o Garretti,
Prudenza Giouele, Gio. Pietro Garetto, Nardo Schipano, Giuseppe
Dattelo, Luige Parmieri, Fran.co Ant.o Dramis, Fran.co Ant.
Gabrielle, Gioseppe Pedaci, Ant.o Lufreri, Decio Terzignia, Gio.
Amino, Gio. Matteo Ioele, Gio. Batt.a Carbone, Simone Perito, Gio.
Cedattoli, Gio. Dom.co Gangale, Pietro Gio. Melosi, Gio. Anella,
Leonardo Mangone, Agostino Morgi, Gio. Scavello, Fran.co Gentile,
Gio. Dom.co Scoliero, Fran.co Cola, Diego Dattilo, Fran.co Maria
Prasco, Gio. Vincenzo Rossi, Jacomo lo Stocco, Diego Dandilo, Gio.
Dom.co Barbiero, Paolo Garretti, Dom.co Vetera, Simone Verzino,
Benigno Ceraldo, Gio. Paolo Verzino, Girolamo Ioele, Marc’Ant.o
Teriotti, Ambrosio Lantano, Cola Teriotti, Maria Narberi, Gio.
Dom.co Gelairo, Natale di Diano, Matteo di Ruggiero, Ciccio di
Mattia, Paolino Perito, Scipione Maggio, Gio Paolo Capro.

