[Centimoli e mulini d’acqua di Crotone e del Marchesato]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato sulla Provincia KR nr. 36-39/1997)
La presenza di mulini d'acqua in territorio di
Crotone è documentata fin dalla metà del dodicesimo secolo.
In una donazione fatta nel 1159 da Curbulino al monastero eremitano
di San Stefano Protomartire, compare il toponimo "fossam Molendini".
Esso fa parte del confine di un fondo nella pianura a sinistra
dell’Esaro, presso il torrente Armira 1 (Armeri), vicino all'odierna
località Cipolla.
Ancora alla fine del Cinquecento alcuni piccoli mulini ad acqua
erano in attività nelle campagne attorno alla città2, ma quasi tutta
la molitura ormai avveniva all’interno delle mura utilizzando le
vecchie mole e le macine azionate da animali.
I mulini ad acqua non ebbero infatti nel Medioevo ed in età moderna
un particolare sviluppo in territorio di Crotone ; certamente non lo
ebbero come in altri paesi confinanti o vicini.
Evidentemente ciò dipese più che per la natura dei luoghi per il
ruolo politico militare della città e per il potere che vi esercitò
l’aristocrazia.
Motivi strategici e di interesse impedirono lo sviluppo dei mulini
ad acqua nel territorio della città.
Mentre altri paesi del Crotonese conobbero la presenza opprimente e
monopolistica del feudatario, che, forte dello “jus prohibendi” era
proprietario di tutti o della quasi totalità dei mulini, che di
solito fecero parte integrante dei beni feudali, Crotone fu quasi
sempre città demaniale ed importante fortezza militare .
Specie nelle annate sterili, una delle principali preoccupazioni
dell’università, dominata dagli aristocratici che facevano fortuna
speculando sul commercio del grano, era quella di assicurare il
grano sufficiente sia per il pane dei cittadini e dei soldati di
presidio, sia ai coloni per poter seminare.
Così facendo i possidenti si assicuravano da una parte il controllo
sociale, prevenendo il pericolo di sommosse popolari, dall’altra
l’accumulazione. Essi impedivano la ribellione, la morte per fame o
la fuga dei coloni, eventi che si sarebbero ripercossi sull’economia
della città, lasciando i campi sfittati, desolati e incolti. Una
volta ottenuti raccolti sufficienti, tramite la concessione dei
terreni, il cappio dell’usura ed il prestito delle sementi, ai quali
i coloni avevano dovuto sottostare per potersi alimentare e
coltivare, era assicurato alla aristocrazia ed al clero il processo
speculativo3.
Perciò, subito dopo una raccolta scarsa, i governanti fissavano la
quantità di grano che necessitava sia per assicurare il pubblico
pane della piazza fino al nuovo raccolto, sia per poter seminare.
Essi procedevano quindi al “ratizzo”, a ripartire cioè il fabbisogno
di grano per la città tra i mercanti, i quali dovevano fornire a
seconda della quantità racchiusa nei loro magazzini.
L’attività molitoria era regolata e tassata dall’università ed il
governo cittadino, dominato dall’aristocrazia favorì
la proprietà e lo sviluppo di centimoli, per uso proprio, per
produrre farina per conto di terzi e per rifornire le pubbliche
panetterie.
L’esistenza di mulini “centimoli” solo dentro le mura se da una
parte era condizione importante per un vettovagliamento anche in
caso di assedio, dall’altra dava l’occasione alla nobiltà locale di
esercitare il controllo della farina ; monopolio che sarebbe subito
venuto meno nel caso che sul territorio civico avessero potuto
operare i mulini ad acqua, ben più potenti e convenienti dei
centimoli.
Il centimolo, almeno fino alla fine del Cinquecento, faceva parte
integrante della dimora signorile.
Esso era di solito situato in un basso o “catoyo” e al suo
funzionamento era addetto un “molinaro” alle dipendenze del nobile4.
I centimoli, piantati nei bassi delle case palaziate dei
possidenti5, erano utilizzati spesso evadendo le proibizioni e le
tasse sulla macina.
L’università di Crotone, come anche altre università con antiche
tradizioni demaniali (vedi Santa Severina), possedeva fin dai tempi
antichi il dazio o gabella della macina della farina.
Previo assenso regio, essa poteva metterla all’asta pubblica ed
affittarla al maggior offerente “con i capitoli soliti et centimoli
dentro la città”.
La gabella dava nella seconda metà del Cinquecento un’entrata di un
carlino per tomolo di macinatura di grano e l’università nel
ricavava circa 1000 ducati all’anno6.
Erano esenti in “toto” o in parte dalla tassa oltre agli
ecclesiastici ed i chierici anche i forestieri e le compagnie dei
soldati che venivano e si acquartieravano in città7.
Acquirenti del dazio erano gli aristocratici della città che a turno
si avvicendavano e ne traevano i benefici.
Essi controllando il governo cittadino, indebitavano di continuo
l’università verso la regia corte, la quale per poter incamerare
concedeva facilmente l’assenso all’alienazione.
Così nel febbraio 1589 l’università si rivolgeva al re. Facendo
presente che “per li molti pesi et debiti che tiene et per li mali
annate et raccolti che sono stati max.e nel presente anno quasi
tutti li cittadini sono sfrattati et perche non tiene comodita
alcuna de complire alli pesi et debiti che tiene et max.e per dare
soccorso alla compagnia spagnola che in essa resede” alla quale deve
dare 12 ducati al giorno, chiede ed ottiene il regio assenso a poter
nuovamente affittare per un anno la gabella della farina8.
Ma nonostante questa concessione l’anno dopo il sindaco dei nobili,
Gio. Andrea Pelusio, doveva recarsi a Napoli e ripetere la richiesta
per poter pagare i debiti che l’università ancora aveva soprattutto
verso il tesoriere. Egli ottenne di poter vendere per altri due anni
il dazio della macina9.
Dopo essere stata nel 1589 amministrata da Camillo Pipino, la
riscossione della gabella pervenne a Gio. Francesco Lucifero, il
quale già in passato l’aveva affittata. Il Lucifero l’affitterà
dapprima per due anni e poi per altri 19 mesi con i capitoli soliti
e consueti e con i centimoli dentro la città nelle case e nelle
abitazioni dei padroni10.
In seguito però il Lucifero pose la condizione che “li centimoli
delli cittadini se haveano da reducere fuora le proprie case dalli
padroni”. Per aver per tanti anni riscosso il dazio della macina
della farina, il Lucifero sarà soprannominato “Lo molinaro”11 e
durante la sua amministrazione i mulini uscirono dalle case dei
proprietari, tranne quelli di alcuni aristocratici che pagarono una
tassa annua per poter conservare i “centimuli” nelle loro dimore12.
Sempre in questi anni di fine secolo, per la necessità di reperire
denaro e per la povertà della università, la tassa fu raddoppiata
passando ad un tari per tomolo di macinato13.
L’aumento del dazio e il fatto che i mulini erano stati concentrati
in un unico luogo, soggetti ad un miglior controllo, se da una parte
rivalutarono la gabella dai circa 1000 ai 1500 ducati all’anno,
aumentando le entrate dell’università, dall’altra tutto ciò colpiva
i coloni che portavano il grano a macinare e, facendo lievitare il
prezzo della farina e quindi del pane, l’aumento si andava a
scaricare sulla popolazione.
Più crescevano le tasse e più gli aristocratici indebitavano
l’università, che era costretta a prendere denaro in prestito dagli
usurai, pagando elevati interessi.
Nel 1598 l’università deve a Cornelia Ricca ducati 3000 al 10%. Per
non pagare più gli interessi essa ottiene di affittare per due anni
il dazio della macina della farina a Nicolò Prato per ducati 330014.
Il governo cittadino, prendendo a pretesto lo stato di difficoltà e
l’impossibilità di far fronte ai pagamenti verso il fisco, continuò
ad ottenere i relativi assensi.
Nel 1605 trovandosi l’università debitrice di una grossa somma di
denaro nei confronti di Gio. Francesco Lucifero e vertendo la lite
nel Sacro Regio Consiglio, tramite comuni amici delle parti, per non
sopportare ulteriori spese i governanti cittadini si accordarono di
versare al Lucifero oltre 4000 ducati. Per reperire tale somma, non
avendo denaro né altro modo più comodo l’università vendette
l’affitto del dazio della farina per quattro anni continui ad
Horatio Venturi e soci15. Nel frattempo le case ed i mulini
costruiti per ordine dell’università cominciarono a decadere ed il
prezzo della gabella iniziò a scendere.
Nell’aprile 1609, poiché stava per scadere la durata del regio
assenso per la concessione in fitto a privati del dazio della macina
della farina che esige “cinque cavalli per rotolo di grano”, i
governanti ricorsero al re chiedendo una proroga.
Nel luglio dello stesso anno venivano concessi ancora cinque anni
con le solite condizioni che cioè la gabella fosse affittata a
cittadini o abitanti della città, eccetto i chierici e gli
ecclesiastici, in asta pubblica e che il denaro servisse solamente
per pagare il fisco o i servizi regi.
Dopo essere stata affittata a Gio Cesare Scazurlo, nel luglio 1611,
prima della scadenza fu nuovamente messa all’asta per la durata di
15 mesi a partire dal 4 marzo 1612.
Partecipò all’asta il facoltoso spagnolo Alonso Corral, da anni
residente in città, il quale offerse subito duc. 1700 con la
condizione che da questa somma fossero tolti duc. 60 per poterli
spendere “in benefitio di essa città per l’acconci et reparatione
delli molina”.
Dopo varie offerte l’asta fu vinta da Horatio Venturi, che già in
passato l’aveva affittata, che offrì ben 1825 ducati16.
Il tentativo di obbligare i padroni dei centimoli a toglierli dalle
loro case ed a loro spese concentrarli in un unico luogo in modo da
limitare le frodi e rendere più facile gli accertamenti e la
riscossione della tassa ebbe vita breve.
Ben presto la maggior parte dei mulini ritornerà nei bassi delle
case degli aristocratici, i quali “con l’occasione de preti et
clerici che tengono alle loro case”, intestandoli a loro, evadono le
tasse, sfruttando l’immunità ecclesiastica17.
I tentativi dell’università di tassare le persone che abitano con i
preti ed i chierici come gli altri cittadini, specie in riferimento
a quelle gabelle che esigeva previo il regio assenso, non portarono
gli effetti sperati 18.
Infatti ogni giorno vengono stesi “diversi contratti di donationi,
venditioni e cessioni simolate da persone laiche di tutti loro beni,
o parte di quelli, a chierici, e preti, loro parenti e amici, in
grave pregiuditio e danno d’essa università”. Tali frodi non solo
infrangono le leggi ma soprattutto colpiscono la povera gente in
quanto “quello ch’essi fraudano son costretti a pagarlo gl’altri
ch’anco sopportano i propri pesi”.
Per la difficoltà di riscuotere e per alcune annate scarse l’affitto
della gabella della farina diviene una operazione speculativa
dall’esito sempre più incerto.
Infatti nel 1620 e 1621 Ottavio Ciza prende in fitto la gabella per
2000 ducati con la garanzia dei facoltosi Veza ma l’avventura si
chiude con una perdita di 300 ducati.
Nella primavera del 1622 inviato dal tesoriere giunge in città il
commissario della regia banca per procedere contro i gabellotti dei
dazi della città che risultano in arretrato con i versamenti verso
la regia corte19. Messi alle strette il denaro deve essere sborsato
dai garanti, i quali poi si rivalgono sul Ciza che riesce solo in
parte a saldare. Perciò egli finisce nelle carceri del castello per
più mesi e vi sarebbe morto se la moglie del malcapitato non si
fosse rivolta ad alcuni gentiluomini. Questi, intercedendo presso i
creditori, li convincono ad accontentarsi di ricevere il denaro
proveniente dall’affitto di un magazzino e dalla casa dei Ciza fino
al saldo del debito20.
Per rimediare a tale situazione che anno dopo anno impoveriva sempre
più le entrate e colpiva particolarmente la gabella della macina, i
governanti, nel settembre 1632, adottarono nuovamente l’espediente
di togliere i mulini dalle case dei padroni per concentrarli, come
per il passato, in un unico luogo.
Per far ciò l’università si impegnò a ricostruire a sue spese gli
edifici dei mulini21.
Per poter sostenere la spesa, considerando che l’annata era stata
fertile ed il grano andava a buon mercato, i governanti decisero di
acquistarne una discreta quantità, per trasformarla in pane per i
cittadini, e chiesero il regio assenso per imporre una tassa sul
pane in modo da utilizzare il ricavato per la costruzione delle case
dei mulini.
“Case” che furono edificate in parrocchia di Santa Margarita, vicino
alle mura della città, tra il monastero di Santa Chiara ed il luogo
detto S. Giorgio, propriamente vicino a dove poi sorgerà la cupola
dell’oratorio o chiesa dell’Immacolata Concezione22, zona che prese
il nome di “alli Molina”23.
Pochi mesi dopo l’università chiese il regio assenso per comperare
4000 o 5000 tomoli di grano per assicurare il vitto ai suoi
cittadini fino al nuovo raccolto e poterli trasformare in pane, “per
uso et grassa de suoi cittadini et gente del presidio che in quella
resiedono”.
Furono elette due persone, tra le più facoltose della città, per
amministrare il denaro proveniente dalla commercializzazione del
pane, pane che sarebbe stato venduto ad un prezzo comprensivo delle
spese sopportate , accresciute di un carlino per tomolo di grano
acquistato.
Il guadagno ottenuto sarebbe andato nella “accomodatione” e “nel
refare le case delli molini di detta università”.
Dopo questo intervento la gabella della farina, a parere dei
governanti, si sarebbe apprezzata di circa 400 ducati all’anno24.
Quale fosse il valore di un mulino centimolo in questi anni del
Seicento lo si ricava indirettamente da un atto notarile.
Essendo morto Gio. Thomaso Facente, i tre figli si accordano e si
dividono l’eredità in parti dello stesso valore : la prima comprende
un mulino macinante con la sua mula ; la seconda un paio di buoi,
una somara col suo basto, un carro, un vomere, una accetta, un’ascia
a due mani, una verrina grande e due piccole, una cassa di noce ed
una caldara grande di rame ; la terza alcune vigne con il frutto
degli alberi lì esistenti25.
Ben presto tuttavia i proprietari dei centimoli, con il pretesto che
le case dei mulini si erano deteriorate li riportarono presso le
loro dimore e ripresero così le frodi a discapito della gabella
della macina.
La gabella della macina che alla fine del Cinquecento era stata
elevata da 10 grana a 20, subì verso la metà del Seicento un
ulteriore aggravio.
Nonostante l’imposizione di nuove tasse e l’aumento di quelle
esistenti, la città si indebitava sempre più verso la regia corte.
Nel 1645 arrivò in città il presidente della Regia Camera, Simone
Vaes, conte di Mola, per trovare con i governanti un rimedio al
fatto che l’università non aveva versato alcune rate del donativo di
11 milioni a favore del re e per il “soccorso per l’infanteria”.
Fu allora deciso, per non gravare ulteriormente i cittadini, di
vendere la proprietà del dazio piccolo di un carlino a tomolo
imposto, ormai in maniera duratura, dalla università sul pane che si
vendeva in piazza ed in città ed inoltre di imporre una nuova
gabella di grana 5 a tomolo sul dazio della macina, oltre il tari (1
tari = 20 grana) che già c’era.
Questa tassa doveva essere affittata per più anni ed il ricavato
servire per sanare il debito.
Ottenuto il regio assenso, nell’autunno dello stesso anno la nuova
gabella fu messa all’asta pubblica ed affittata per quattro anni e
mezzo ad una società composta da alcuni aristocratici, appartenenti
alle casate dei Suriano e dei Presterà.
L’applicazione della nuova tassa trovò però ostacoli. I padroni
della nuova gabella per imporne la riscossione il 21 gennaio 1646 si
recarono sul luogo dove si esigevano i dazi. Alla richiesta di grana
25 invece dei soliti 20, ottennero il rifiuto dei coloni che
portavano il grano a macinare.
Per costringerli a pagare, i padroni sequestrarono il grano.
Propagatasi la voce per la città, una moltitudine di cittadini
costringeva il sindaco dei nobili, Scipione Berlingieri, a recarsi
sul luogo ed a sospendere la riscossione della nuova tassa26.
“Essendono poi successe le passate revolutioni”, tutti i dazi furono
sospesi per ordine del vicerè Don Giovanni d’Austria. Fu così
sospesa anche la nuova tassa di grana 5 a tomolo sia perché
l’università era riuscita a pagare il debito che aveva verso la
Regia Corte , sia perché gli aristocratici, vista la precaria
situazione sociale, avevano pensato bene di “dar buono esempio alli
cittadini”.
Passato però il pericolo, essi si rifecero vivi e chiesero ed
ottennero dall’università di essere risarciti con gli interessi27.
I “mulini della città”, ormai in decadenza, rimasero vicino alle
mura in un luogo solitario, ritrovo di giocatori di carte28 e
indicato ancora alla metà del Settecento come “Alli Molina”. Molti
centimoli continuarono a macinare nei bassi dei palazzi e delle case
palaziate dei nobili29, degli ecclesiastici e dei chierici.
All’inizio del Settecento li troviamo nei palazzi dei Petrolillo30,
dei Suriano31, dei Labrutis32, degli Sculco33, nella casa palaziata
del parroco Carlo Bonello34, in quella del chierico Gioseppe
Gerace35, in un basso del sacerdote Diego Zurlo36 ecc.
In seguito con l’entrata della nuova legislazione anticurialista,
con la compilazione del catasto onciario e la tassazione dei beni
degli ecclesiastici, i mulini passarono ai “molinari”.
Così mentre all’inizio del Settecento le clarisse facevano macinare
il grano nei mulini di D.a Maria Soriano e di D. Annibale Albano37,
cinquanta anni dopo i loro macinati provenivano dai mulini di
Margarita Russo, Pascale La Nocita, Nicolò Messina e da un mulino
d’acqua d’Isola38.
Il valore di un “gentimolo”, cioè “legname e pietra tantum senza
cavalcatura”, alla metà del Settecento era di circa 50 ducati39
mentre un mulino d’acqua valeva almeno dieci volte di più40.
Il costo per ogni tomolo di grano da ridurre in farina lievitò
durante il Settecento. Dai grana 9 per il trasporto del grano nei
mulini ad acqua, che si trovavano venti miglia distanti dalla città,
a cui si aggiungevano i 5 grana per la macina del 173441 si passa
dopo trenta anni ad un costo complessivo tra i 15 - 20 grana42.
Allora in territorio di Crotone esistevano solo centimoli, il cui
funzionamento era quanto mai precario e scarso, infatti gia da molti
anni il grano per i cittadini ed i militari quasi sempre veniva
portato a macinare nei mulini ad acqua lontani dalla città, come si
evidenzia anche da alcuni avvenimenti successi durante la grave
carestia del 1764.
Nel gennaio quell’anno poiché in città non vi erano mulini d’acqua
ma tutti centimoli ed a causa della carestia molti cavalli e mule,
non essendoci biade sufficienti, erano morti o erano così deperiti,
da essere incapaci di “far la macina”, i sindaci ed il governatore
si recarono al porto e sequestrarono l’orzo e l’avena che
trasportava un pinco, proveniente da Gallipoli e diretto a Napoli
che a causa del maltempo aveva dovuto rifugiarsi. In tale modo
temporaneamente si riescì a sfamare le mule ed i cavalli e si
potette macinare il grano per fare il pane sia per la popolazione
che per i soldati di guarnigione in città e nel castello43.
Ma ben presto l’orzo e l’avena finirono e, non più mossi dagli
animali, i centimoli si fermarono.
Perciò nel marzo di quell’anno alcune panetterie che facevano il
pane per l’annona della città, rimaste senza farina, si accordarono
con alcuni conduttori di carri affinché con i loro buoi portassero
il grano a macinare nei mulini di Corazzo, che si trovavano sulla
riva destra del Neto in territorio di Scandale, “ a motivo che li
centimoli di questa città non macinavano, e pochissimi erano quelli
che facevano tal mestiere per uso di casa”. Giunti i carri con il
loro carico ai mulini, dopo poco arrivarono molti abitanti di
Scandale, “armati di scopette, mazze ed altri sorti d’istromenti”,
che si presero con la forza il grano e la farina44.
Alla fine del Settecento venivano censiti otto “molinari” e 18
“molini macinanti”, tutti all’interno delle mura45.
Bisognerà attendere l’Ottocento per trovare mulini fuori mura. Una
pianta del porto di Crotone del 1886 riporta un mulino “fumagnolo”.
Esso era annesso ad un opificio di pasta, condotto da Gregorio Macrì
per conto dei Barracco, e era situato presso l’Esaro in località “Il
Gesù”. Sempre in questi anni sono attivi mulini d’acqua in località
Caramanli e sotto Apriglianello presso il vallone Mezzaricotta. A
ricordo, rimangono ancora oggi sui pendii delle colline i resti
degli acquedotti.
Allora la città era ricca di mulini a mole "nei quali si poteva
sfarinare per il pubblico al prezzo di grana 16 per ogni tomolo
mulito”46.
Se sul territorio di Crotone nulla o scarsa è stata la presenza di
mulini ad acqua in età moderna, molti di essi erano invece in
funzione nei paesi vicini. Essi sorgevano specie lungo i due grandi
fiumi Neto e Tacina47 ed i loro affluenti.
Sul fiume Neto sono segnalati mulini già nel dodicesimo secolo.
Allora essi erano soggetti al fisco regio e per la loro costruzione
e per utilizzare l’acqua del fiume bisognava ottenere una
concessione regia o imperiale.
Nel 1149 re Ruggero, confermando i privilegi dell'abbazia di Calabro
Maria di Altilia dava "licentia et potestate recipere aquam libere a
flumine Neti pro facendis molendinis"48 e l’imperatore Federico II
nel 1219 concedeva dapprima ai florensi di poter “molendinum
aedificare in tenimento Acherentiae”49 e poi nel 1222 all’abbate
Matteo di poter, nei territori di Cerenzia, Cosenza e Santa
Severina, “edificare libere... molendinum et fullas ed edificata
sine molestia qualibet libere et in perpetuum possidere”50
E' nota la controversia sorta nella prima metà del Duecento tra i
florensi ed il monastero del Patire di Rossano per il passaggio
dell'acquedotto che doveva alimentare il mulino posto nella grangia
di Sant'Elena, vicino a San Petro de Cremasto nella bassa valle.
I florensi ostacolavano il passaggio sulle loro terre
dell'acquedotto che doveva alimentare il mulino di proprietà del
monastero del Patire51.
Sempre i florensi ebbero nel 1258 dall'arcivescovo di Santa
Severina, Nicola da San Germano, il permesso di usare l'acqua del
Neto per alimentare un loro mulino.
La concessione rinnovata dall'arcivescovo Lucifero nel 1301
comprendeva la possibilità da parte dei monaci di riedificare un
altro mulino nelle terre della chiesa, qualora il fiume avesse
mutato corso52 .
I mulini ad acqua andarono col tempo a far parte delle prerogative
di abati, vescovi e feudatari.
L’acquisizione dell’immunità e del diritto di banno rafforzò il
potere del signore sugli abitanti delle sue terre permettendogli di
imporre il monopolio dei mulini, dei frantoi, dei forni, delle
taverne ecc.. L'arcivescovo di Santa Severina possessore di numerose
tenute e prerogative, fin dal dodicesimo secolo aveva “ecclesiam
Sancti Leonis de Machaera cum pertinentiis suis et locis
molendinorum, et tenimento Insulae = Ecclesiam Sanctae Mariae ..
iuxta Tachinam cum terris, vineis et loco molendini..”53. In seguito
egli concederà, previo il pagamento di un censo annuo, l’uso del
suolo e delle acque di proprietà della chiesa per costruire
mulini54. Così all’inizio del Cinquecento la mensa arcivescovile
riscuoterà ben 17 censi da mulini. Mulini che in seguito
diminuirono, probabilmente a causa delle piene del Neto55. La chiesa
di Santa Severina conserverà ancora nel Settecento il diritto di
dare le acque dei torrenti Lucido ed Armo "per animare li molini a
famiglie particolari" nel feudo di Santo Stefano56 mentre similmente
il vescovo di Umbriatico riscuoterà le decime da quattro mulini57.
Se nel Medioevo i “baroni” ebbero il monopolio dei mulini58 col
passare del tempo per facoltà regia, feudale o ecclesiastica accanto
ad essi sempre più numerosi sorsero altri mulini edificati da
"bonatenenti". Quest'ultimi dapprima furono soggetti al fisco regio
e/o a quello del signore sul cui territorio erano stati costruiti,
poi furono tassati dalle università.
Numerose lotte furono intraprese dalle università sia per non subire
il dominio feudale o, qualora ciò fosse avvenuto, per limitare e
contrastare i diritti proibitivi59 sul suolo e sui fiumi, sia per
poter liberamente amministrare e tassare i beni situati sul
territorio civico.
Tra i capitoli concessi nel marzo 1525 dal conte Andrea Carafa agli
abitanti di Santa Severina e dei casali di Cutro e San Giovanni
Minagò vi era oltre alla facoltà di "pigliare le acque, che
discurreno et nascono per lo territorio" e con acquedotti condurle
in qualsiasi luogo senza impedimento e pagamento alcuno60, anche la
possibilità da parte dell'università di tassare i mulini presenti
sul suo territorio.
Mulini che nel passato erano stati soggetti ai pagamenti fiscali e
comitali e che ora dovevano essere iscritti nell'apprezzo della
città, eccetto quelli feudali o quelli ai quali il conte avesse
concesso in passato la franchigia61.
Piene rovinose del Neto con danni ai mulini sono segnalate fin dalla
seconda metà del Cinquecento62 , allora sotto l'abbazia di Altilia
vi erano i mulini di Giovanni Barracco detti di Ardaccuri63 ed il
mulino di Alessandro Infosino con il suo “acquaro”.
A questi si aggiungerà quello costruito dall'abbate commendatario
dell'abbazia, Tiberio Barracco. Tra i capitoli concessi nella
seconda metà del Cinquecento dall'abate “alli vassalli che sono
venuti, e veneranno ad habitare” nel territorio dell’abbazia e nel
suo casale di Caria, l’odierna Altilia, vi era "che edificando d.
abbate molino in suo potere pervenendoli a d.o territorio convicino,
essi preditti habitanti sono tenuti andare a macinare in d.o molina
e pagare la giusta raggione, et a tempo che si guasta l'acquaro
siano tenuti donarci una giornata per ciascheduno, et cossi un'altra
giornata al portare delle mole quando accaderà gratis"64.
Prestazioni similari dovevano gli abitanti del casale di S. Giovanni
all’abbate florense ; essi infatti erano tenuti alla manutenzione
dell’acquaro affinchè “le molina possano macinare commodamente in
beneficio loro”. L’acquedotto derivato dal Garga alimentare tre
mulini ed un panditterio e gli abitanti del casale erano obbligati a
ripararlo a loro spese “quando vi fosse guastamento notabile e
grande o che si ghiacciano” anche perché d’estate essi potevano
utilizzarne l’acqua per innaffiare gli orti due volte alla
settimana65.
Questi atti evidenziano che gli abitanti di una terra o casale non
solo erano obbligati a servirsi del mulino del barone del luogo,
pagando una tassa, pena la confisca della farina, ma dovevano anche
prestare la loro opera gratuitamente ai lavori di manutenzione e di
riparo.
Nel 1601 lo stesso abbate di Calabromaria concederà tuttavia ai
monaci dell'abbazia di potervi macinare gratuitamente il loro
grano66 .
A tale periodo risalgono alcune notizie riguardanti dei mulini
situati in territorio di Belvedere Malapezza.
Il barone del luogo, Marcantonio Lucifero, possedeva tre mulini sul
fiume Neto vicino alla località "lo giardino".
I mulini stavano "tutti e tre in una casa" e nell'anno 1588/89 erano
affittati per 200 tomoli di grano67.
(In una carta di fine Settecento sul Neto presso Belvedere ed
Altilia sono indicati il "mulino di S. Tomaso" e quello di località
Barretta)68.
Il mulino di Barretta, quello vicino di Petrirta e molti altri
passeranno nell'Ottocento in proprietà ai Barracco i quali li
usavano per macinare il loro grano o li affittavano69.
Sempre alla fine del Cinquecento un altro mulino era in funzione in
territorio di Rocca di Neto ed il feudatario, il conte di Martorano,
lo dava in fitto ogni anno70 .
Alcuni decenni dopo nel 1631, sempre di proprietà feudale, in
territorio di Rocca di Neto troviamo quattro mulini. In quell'anno i
mulini furono venduti assieme ad altre proprietà feudali da
Francesco Campitello a Mario Protospatario.
Quattro mulini, tutti in una casa, furono edificati nella seconda
metà del Seicento dal nuovo feudatario di Rocca di Neto, i certosini
di San Stefano del Bosco, i quali presero a censo per la loro
costruzione un piccolo terreno dall'abbazia di S. Giovanni in
Fiore71.
Questi mulini sorgevano in località Scillopio Sottano e venivano
affittati in grano dal feudatario assieme ad un piccolo terreno
agricolo vicino e alle stanze situate sopra che erano utilizzate dai
mugnai come abitazione72.
Passati in proprietà al Barracco, durante i moti del 1848 il grande
mulino di Rocca Ferdinandea fu assalito dalla popolazione che
asportò circa 2500 tomoli di grano73.
Essi erano ancora attivi all'inizio del Novecento74.
Nella bassa valle del Neto, sempre sulla sponda sinistra del fiume,
i coniugi Ferdinando e Lucrezia Pignatelli, principi di Strongoli,
fecero costruire nel 1743/1744, vicino al loro casino di Fasana, tre
mulini, “acciò con tal erezzione di molini maggiormente
s’aumentassero le rendite di d.o stato e principal camera”75 .
Importanti mulini di cui abbiamo notizia erano anche quelli di
Corazzo76, sulla sponda destra presso il guado del Neto.
I proprietari dei mulini nel Seicento pagavano un annuo censo
all'abbazia di Santa Maria di Corazzo77. I mulini funzionavano
ancora alla fine dell'Ottocento.
Altri mulini erano situati lungo gli affluenti del Neto78 specie il
Vitravo79 il Lese e il suo affluente Lepre80
Altri erano tra Isola e Le Castella lungo il torrente Vorga ed i
suoi valloni e nelle vicinanze di alcune sorgenti nei pressi dei
casali di Massanova e San Pietro in Tripani.
In documenti del Duecento sono segnalati "lo molino de lo episcopato
de Asila" situato nel vallone tra le colline di S. Stefano e S.
Costantino81, il mulino sul torrente Ceramida di proprietà del
monastero del Patire82 ed un mulino nel casale di Massanova presso
la chiesa di Sant'Anna83
All'inizio del Cinquecento al confine, tra il territorio di Le
Castella e quello di Isola, sul torrente Pilacca era in funzione il
mulino che era stato di Thomaso Scazurro ed ora era gestito dagli
eredi Minico e Simone Scazurro. Essi dovevano pagare ogni anno una
tassa di grana 22 al feudatario di Le Castella84 e sempre sul
Pilacca o Vorga, presso la foce, vi era il mulino di Paolo Marrella.
Nella seconda metà del Cinquecento vi era ancora il mulino degli
Scazurlo, che era passato da Simone al diacono Vincenzo Scazzurlo85
ed era a monte, sotto San Fantino nel vallone di Pilacca a
Porcarito, ed erano in attività anche quelli di Scipione de Sancto
Croce e di Melchiore Barbamayore, situati presso il casale di S.
Pietro di Tripani86.
Nel 1581 tra i beni feudali di Isola lasciati da Cesare Ricca al
figlio Antonio troviamo i mulini di Porcarito87, delli Manchi ed il
mulino di Stefano di Renso,Cesare d'Abrigliano e Nardo Melione88.
Poco dopo la metà del Seicento i mulini posseduti dal barone di
Isola erano quelli "della Cona", d'Ilice e di Porcariti89 ; sempre
in quegli anni il vescovo di Isola, il catanzarese Carlo Rossi,
diede opera a ricostruire e rinnovare a sue spese il vecchio
“molendinum aquaticum”, per aumentare con le sue entrate le
distribuzioni quotidiane ai canonici90.
Alla metà del Settecento la principessa di Isola, Ippolita
Caracciolo, possedeva i mulini "d'acqua" di Ilice, di Porcariti e di
Zagora91.
Altri mulini si trovavano nel luogo detto il Ponte sempre sul
Pilacca (proprietari erano Giacomo e Giuseppe Puglise e Marco
Pedace), sotto San Pietro (proprietari il primiceriato ed il
canonicato di S. Giuseppe)92 e nel luogo detto Petrantino (Paolo
Colucci)93.
Nell'Ottocento quasi tutti i mulini di Isola passarono in proprietà
ai Barracco.
Nel periodo tra il 1865 ed 1883, i sette mulini che il latifondista
possedeva ad Isola (Sant'Anna, Zagora, Ilice, Ilicicchio, Corazziti,
del Ponte e Porcariti) gli rendevano in media 240 tomoli di grano
all'anno che in seguito però calarono a 120/16094.
Da ricordare ancora quelli esistenti alla fine del Seicento nei
pressi della città di Santa Severina ed in territorio di Cutro. A
Santa Severina, vicino al convento dell'Osservanza vi era una
copiosa sorgente e poco sotto 7 mulini di proprietà privata
servivano sia i cittadini di Santa Severina che di Scandale95 ; in
territorio di Cutro è segnalato il “molino dell’acqua di Gennaro
Zurlo”96.
Altri mulini di cui si ha notizia all'inizio del Seicento in
territorio di Casabona e appartenenti al feudatario Scipione
Pisciotta si trovavano in località San Sosto, Acqua Dolce, Santo
Biase e due in località Carvanello97.
Sempre negli stessi anni in territorio di Melissa in località la
Punta, in uno dei valloni che sfociano nel torrente Lipuda, vi erano
due mulini di proprietà del feudatario Francesco Campitelli.
Il feudatario li affittava per tomola 212 di grano all'anno98.
Mulini sorgevano inoltre lungo il Lipuda che "anima i molini sotto
Umbriatico, e più giù quelli di Carfizzi99, e poi di Melissa "100.
Da ultimo ricordiamo che nei palazzi dove abitavano i feudatari con
le loro famiglie e la servitù oltre alle camere, stalle, dispensa,
cucina, cortile, cantina vi era il forno, il pozzo e il centimulo101
così ancora il centimolo è presente nei castelli di Crotone102,
Melissa103 , Le Castella104 ecc.
Nel Settecento il mutamento di regime dei fiumi, che scendevano
dalla Sila, causato dal massiccio disboscamento dell’altopiano, con
piene rovinose invernali e lunghi periodi di secca estivi, rese
inutili alcuni mulini mentre altri dovettero essere ristrutturati105
La costruzione di mulini ad acqua tuttavia continuerà ancora
nell'Ottocento, quando si venne affermando, anche se in maniera
molto lenta, l'introduzione della macchina a vapore nel ramo
molitorio.
Allora coloro che li prendevano in affitto avevano quasi sempre
l'obbligo di accomodarli e di rifarli, quando ve ne era la
necessità, a loro spese senza nulla pretendere dal padrone106.
Solo dopo l'Unità d'Italia con l'emanazione della legge n. 4490 del
7 luglio 1868, che stabiliva l'imposizione di una tassa sulla
macinazione dei cereali si apriva la crisi dei mulini idraulici. La
tassa sul macinato, entrata in vigore il primo gennaio 1869, tassava
il grano due lire al quintale e gli altri cereali in misura minore e
prevedeva che il pagamento avvenisse nelle mani dei mugnai alla
consegna della farina. La riscossione, attuata mediante contatori
applicati alle macine, colpì soprattutto le popolazioni rurali e
provocò agitazioni e rivolte contadine107; essa mise in crisi i
mulini più antiquati, specie quelli piccoli e rurali determinandone
la chiusura a causa della sproporzione tra l'onere fiscale e la loro
modesta produzione legata essenzialmente ad un consumo locale.
Note
1 Trinchera F., Syllabus, cit. pp.208-209.
2 B. Susanna possedeva un mulino. Nel novembre 1592 spende 22
carlini “per nettare li fossi et far piantare lo molino”, ANC.(Arch.
Stat. CZ) 49, 1594, 228v.
3 “..essa piccola città vive senz’altra industria di seminare grani
et altre vettovaglie e nella raccolta li poveri massari vendono il
grano raccolto a mercanti per Napoli et altri luoghi per esimersi
dalli debiti contratti nell’inverno per vivere e coltura del loro
seminato e quando li riesce fruttuosa la raccolta si ritengono parte
del grano per la nuova semenza e per il loro vitto et alla magior
parte anche li manca questo, si che si vede chiaramente che nel mese
di agosto il grano passa tutto in potere de mercanti e pochi
ritengono il loro bisognevole”, Coll. Prov. Vol. 328, f. 62, ASN.
4 .Adi 5 9bro (1570 morì) lo molinaro de jo antonio scavello, Conto
del m.co Giulio Cesaro Leone sopra l’intratre del vescovato de
Cutrone,, 1570, 1571, Dip. Som. 315/9, ASN.(Arch. Stat. Napoli)
5 .Nel 1570 in un catoyo del palazzo vescovile vi era un centimulo
per uso del vescovo, Conto del m.co Giulio.. cit. ASN.
6 .Il 31.7.1583 M. de Vito acquista dall’università di Crotone il
dazio della farina per 18 mesi per ducati 2069 con la condizione che
debba pagare duc. 1060 ai Piterà entrò il 20.10.1583, ANC. 15, 1583,
34.
7 Crotone 18.6.1583. L. Consiede, “contatore” della compagnia di
cavalli leggeri della nuova milizia di Pirro Garraffa protesta
contro Guglielmo Piczuto compratore del dazio della macina della
città in quanto “i soldati et cavalli leggeri de detta compagnia et
suoi contatori deveno trattarsi franchi et immuni in gratia dela
regia prammatica non solo dela meta de tutti i soi robbi ma anco per
meta deli pagamenti de datii et gabelle della citta et anco del
datio dela macina”, ANC. 15, 1583, 28.
8 Prov. Caut. Vol. 17, ff. 18 - 20 (1589) ASN.
9 Il 3 giugno 1590 l’università di Crotone chiede che il
luogotenente del tesoriere pazienti alcuni giorni che presto sarà
subito soddisfatto: “... tra gli altri guai che tenemo vi si
aggionge questo che lo S.r Scipione Rotella ci travaglia per lo
restante del tesoro et in ogni modo vuol pagato... più parte n’have
carcerati et in parte si stanno retirati dentro lo vescovato .. et
come che giovedì passato ultimo de maggio e partito da Napoli il S.
dottor Gio. Andrea Pelutio nostro sindico quale porta l’assenso
regio per vendersi per doi anni lo dacio de la macina..”.
L’università aveva avuto già dal vicerè uno sconto di duc. 400 con i
quali aveva pagato la tassa di 4 grana a fuoco ed et il resto lo
aveva utilizzato “per le impositione dell’alloggiamenti dela regia
gente d’armi, per la impositione della fabbrica, delle regie strade
et per li fiscali”, Tes. e Perc. aa. 1589/1590, Fs. 4141/538, f.138,
ASN.
10 Nell’aprile 1590 i governanti della città per poter pagare le
tasse arretrate ottengono l’assenso di poter affittare il dazio
della macina della farina per 19 mesi a partire dal 15 settembre
1592. Il dazio viene affittato per duc. 900 nuovamente al Lucifero
che già l’aveva avuto nel 1588 e nel 1589 e che al momento lo ha in
fitto per due anni. Il lucifero si impegna a pagare subito 800
ducati al tesoriere, ANC. 108, 1591, 65- 70.
11 Gio. Batt.a Locifaro alias lo molinaro morì il 15.12.1610 e fu
seppellito in San Francesco d’Assisi, Libro dei morti, AVC.( Arch.
Vesc. Crotone)
12 B. Susanna ottiene previo il pagamento a Gio. Francesco Lucifero
di ducati 6 all’anno di tenere il suo centimulo dentro casa, ANC.
49, 1594, 176.
13 Provv. Caut. Vol. 26, f.81 (1598) ASN.
14 Decreto per la citta di Cotrone quale per extinguere il sudetto
debito deve a D. Cornelia Ricca have affittato per anni doi la
gabella della macina della farina quale exige con regio assenso,
Prov. Caut. Vol. 26, f.81 (1598), ASN.
15 ANC. 49, 1610, 50- 53.
16 ANC. 334, 1677, 45-50.
17 Nel 1614 L. Caleiurio è proprietario di una casa terranea in par.
S. Petro “dentro la quale sta uno molino con sue petre atto a
macinare”, ANC. 113, 1614, 70.
18 Prov. Caut. Vol. 146, f. 304 (1633) ASN.
19 ANC. 117, 1622, 58v-59.
20 ANC. 118, 1629, 110v- 112.
21 Prov. Caut. Vol. 133, ff. 17-19, (1636) ASN.
22 L’arcidiacono D. Suriano e V. Suriano possiedono due casette
matte in par. di S. Margarita, una “nel luogo detto li Molina”,
l’altra nel luogo detto “volgarmente dietro li molina”. Entrambe
sono vicine alla chiesa della congregazione laicale sotto il titolo
dell’Immacolata Concezione. Le casette sono acquistate dalla
congregazione perché devono essere smantellate per costruirvi il “
nuovo cappellone di detta chiesa ed oratorio”, ANC. 913, 1750, 97-98
; 913, 1751, 157.
23 I Siciliano possiedono una casa palaziata in par. di S. Margarita
“nella p.te delli Molina juxta li beni che furno del qm Paulo Spina
hoggi del m.co Gioseppe Gerace confine uno molino ch’era del d.o
Leone (Homobono Leone) similmente del d.o di Gerace, confine il
monasterio di S.ta Chiara stritto mediante nel loco d.o S.to
Giorgio”, ANC., 334, 1675, 26 -30 .
24 Prov. Caut. Vol. 133, ff. 17- 19,(1636) ASN.
25 ANC. 119, 1638, 21-22.
26 ANC. 119, 1646, 17-21.
27 ANC.108, 1652, 11.
28 Il sindaco dei nobili va “nelle muraglia dietro le molina d’essa
città di Cotrone dove stavano giocando alle carte più persone in più
partite”. Interrogato un giocatore sul “perché tiene il gioco con
carte siciliane e chi ce lo facea tenere”, questi rispose che lo
aveva affittato dal governatore della città. Essendo giunto un
ordine che proibiva di giocare con carte siciliane, il giocatore
affermò che giorni prima era andato dal governatore per far presente
questo fatto ma questi gli aveva dato un mazzo di carte spagnole, il
cui uso era anche proibito, dicendogli “che facesse come ha fatto
che non sarà molestato da nessuno”, ANC.312, 1666, 82.
29 L. de Nobile vedova di A. Suriano possiede “due mule una
d’inbasto et una del molino”, ANC. 333, 1674, 51v.
30 I coniugi De Silva hanno una camera superiore con suo basso “in
cui al presente vi sta piantato un molino gentimolo” sotto il
palazzo dei Petrolillo, ANC. 918, 1748, 88.
31 P. Suriano possiede un palazzo in par. S. Maria de
Prothospatariis dove in un basso vi è “un molino macinante con sua
mula, ANC. 497, 1708, 50v ; A. Suriano come erede del padre Fabrizio
era proprietario di un palazzo “con più e diversi bassi a piano
terra in uno dei quali vi era un “molino gentimolo” che, nello stato
in cui si trovava, era valutato “in tutto” ducati 30, ANC. 1344,
1773, 107 -112.
32 Il chierico D. Labrutis ha un palazzo in par. SS. Pietro e Paolo,
consistente in nove camere con i loro bassi. In uno di questi vi è
“un molino con due pietre nuove e due vecchie e due mule vecchie”.
Morendo egli lo lascia a T. Fota con la condizione che finché vivrà
la vedova L. Berlingieri, che abita alcune camere del palazzo, “il
d.o molino non si possa amovere dalla presente casa”, ANC. 497,
1701, 77-79 ; 496, 1702, 56-59.
33 Francesco Antonio Sculco possedeva alcune case locande vicino al
suo palazzo in parrocchia di S. Pietro e Paolo “col gentimolo
macinante eretto in un basso di una di esse”, ANC. 1129, 1769, 12v.
34 Il chierico S. Duarte vende a suor A. Garetta un “molino
macinante cioè pietre e legname tantum”, posto sottto la casa del
parroco C. Bonelli, ANC. 612, 1716, 91.
35 ANC.334, 1675, 26-30.
36 ANC. 1124, 1748, 8v-9r.
37 Esito di spesa per robbe a benef.o del ven. mon. Di S. Chiara
dalli 9 8bre 1706, f.7, AVC.
38 Esito per il ven.le monastero di S. Chiara, 1767 e 69, f.20, AVC.
39 Il reverendo Diego Zurlo possiede “un molino, seu gentimolo, cioè
legname e pietra tantum senza commodo di casa e cavalcatura” situato
in un basso che vende alle sorelle Capuano per ducati 50, ANC. 1124,
1748,8v- 9r.
40 I fratelli Zurlo possiedono la metà di un mulino d’acqua in
territorio di Montespinello, comprato per duc. 200, ANC. 1589, 1777,
61.
41 Spese sopportate dall’università per i soldati di presidio nel
1734, ANC. 665, 1738, 131.
42 Esito per il ven.le cit.
43 ANC. 1342, 1764, 6- 10.
44 ANC. 1324, 1764, 106- 107.
45 Catasto Onciario Cotrone, 1793, AVC.
46 Il Vaccaro ricorda ancora l’esistenza di mulini presso il “Passo
Vecchio”, Vaccaro A ., Kroton. Cosenza 1965, Vol. II, p.88.
47 Per i mulini sul Tacina vedi : Pesavento A., Camposano L., I
mulini della Canosa, in Il Paese n.9, 1985, e sgg.
48 Ughelli F., Italia sacra, IX, 478.
49 Siberene, p. 219.
50 De Leo P., “Reliquiae” florensi, in Storia e messaggio in
Gioacchino da Fiore, San Giovanni in Fiore 1980, p. 409.
51 Ughelli F., cit. IX, 517-519.
52 Siberene, p.212.
53 Lucio III e l’arcidiocesi di Santa Severina, in Siberene p.10.
54 La mensa arcivescovile di S. Severina concede a T. Oliverio di
costruire un mulino in località “Lo piano dela Cerza” e di potervi
condurre l’acqua dal vallone di Monastria, Caridi G., Uno “stato”
feudale nel mezzogiorno spagnolo, Gangemi 1988, p. 86.
55 Nel 1548 la mensa vescovile di Santa Severina riscuoteva censi da
17 mulini, nel 1564 da 14 e nel 1576 da 11 Caridi G., cit., p.57
56 Siberene p.534.
57 Palmieri C., Ombre lunghe sulle terre di Casabona, Soveria
Mannelli 1987, p.99.
58 Nel 1472 re Ferrante vendeva a Diego Canaviglia la terra di
Casabona coi feudi di Cocumazzo e S. Nicola dell’Alto “ et cum
molendinis arrendatis per Mateum de Aragona”, Maone P., Casabona
feudale, Historica n. ¾, 1964, p.144.
59 L’università di Cotronei si rivolge al re perché dovendo riparare
un’ogliara che possedeva da più secoli ne era impedita dal
feudatario il quale non solo minacciava di demolirla ma facendosi
forte dello “jus prohibendi” impediva ai cittadini di andare a
macinare le olive anche nelle proprie ogliare ed in quelle
appartenenti alle cappelle del SS.mo Rosario e di S.to Antonio,
Prov. Caut. Vol. 294, f.156 (1698), ASN.
60 Siberene, p. 292.
61 Siberene, p.311.
62 Nel 1578 Antonella Trombatore vendeva a metà, perchè danneggiati
dalle piene del Neto, 3 dei 5 mulini acquistati 8 anni prima.
Vengono ricordati in territorio di Santa Severina anche due mulini
in località Yroleo ed uno vicino al vallone di Monastria, Caridi
G.,cit. , pp.85-86.
63 Nel 1582 il barone Barracco possessore del mulino di Ardaccuri
pagava all’abate “tt.a dudici per le molina quando macinano et tt.a
otto per le terre contigue et giardino”, Platea dei redditi di S.M.
di Altilia, 1582, f.5v, in Miscellanea monastero di S. Maria di
Altilia,529,659,B8, f.3 Arch. Stat. CZ.
64 Miscellanea cit., f.3.
65 Napolitano R., S. Giovanni in Fiore monastica e civica, Napoli
1978, pp. 117-118.
66 Relazioni dei Cistercensi an. 1650, Congr. Statu Regul. 1650,
16,B, ff.68-74, ASV.
67 Somm. Relevi Vol. 352, inc. 4, ASN. Sempre il feudatario di
Belvedere Malapezza nel 1743 possedeva tre mulini dentro la difesa
Barretta, Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, in ASCL
n.1/2, 1962, p. 48.
68 Gius. Guerra inc. Nap. 1789.
69 Petrusewicz M., Latifondo, Marsilio 1989, p.118.
70 Som. Relevi Vol. 352, inc. 4 cit.
71 Esistenti già nel 1639 in seguito fecero parte delle rendite
feudali della grancia di Rocca di Neto dei certosini di San Stefano
del Bosco, Placanica A., Il patrimonio ecclesiastico calabrese
nell'età moderna, Frama's 1972, p.298.
72 Nel 1742 i 4 mulini, "tutti in una casa", con le stanze superiori
per uso dei mugnai e 20 tomolate di terra intorno erano affittati
per 450 tomoli di grano all'anno a G. Novello e A. Aloe, Catasto
Rocca di Neto 1742; Caridi G., Il latifondo calabrese nel
Settecento, Roma 1990, p.133.
73 Petrusewicz M., Latifondo, Marsilio 1989, p.233.
74 Nel 1809 il comune di Rocca di Neto ne rivendicò il possesso,
trovandosi i mulini in un terreno di proprietà comunale,Gallo
Cristiani A., Piccola cronistoria di Rocca di Neto, Roma 1929,
pp.71, 75.
75 I coniugi Pignatelli, feudatari di Strongoli, danno inizio nel
1743 alla costruzione di tre mulini d’acqua sul Neto presso il
casino di Fasana. Per difficoltà sopraggiunte e finire l’opera, nel
febbraio dell’anno dopo sono costretti a prendere a prestito dal
mercante di Crotone Pietro Asturelli 1500 ducati all’otto per cento.
A causa dei danni causati dal fiume, ingrossatosi per le continue
piogge, nell’agosto dello stesso anno sono costretti, per completare
la costruzione dei mulini, a indebitarsi nuovamente con l’Asturelli
in altri 1000 ducati, ANC. 1063, 1744, 38-51, 56-63
76 ANC. 1324, 1764, 105-106.
77 Nel 1633 i mulini, situati alla "Coltura di Corazzo", erano
posseduti da Gio. Domenico de Franco, prima erano stati di Carlo
Susanna, che pagava un censo annuo di ducati due e grana cinquanta
all'abbazia di Corazzo,Borretti M., L'abbazia cistercense di S.
Maria di Corazzo, in Calabria nobilissima, n.44, 1962,p.135.
78 Alla metà del Seicento a S. Giovanni in Fiore "vi passa una
fiumarella detta l'acquaro che si piglia dal fiume di Garga nel loco
detto l'Inchiastro di Garga et un'altra parte si ne piglia
dell'acqua che viene dal vallone d'Attimo quali serve per macinare
tre molini et il panditterio che stanno dentro detta terra",
Napolitano R., cit. ,pp. 117-118.
79 Nel 1742 S. Capecelatro possedeva il mulino detto dello Spolviero
sul Vitravo, Palmieri C.,cit,p.99.
80 Nel 1576 lungo il fiume Lepre, vicino alla grancia di Bordò, vi
era il mulino di Francesco Salvino, Maone P., Caccuri monastica e
feudale, Portici 1969, p.29.
81 Nell'aprile 6680 Guglielmo, re di Sicilia, conferma al monastero
della Santa Trinità de Magliola la grancia di S. Stefano posta in
territorio di Isola. I confini della grancia passavano per
"Catoriaci o vero mal vallone et passa lo mal vallone per sotto lo
molina delo episcopato de Asila", Processo Grosso ff. 67-68,AVC.
82 Nel 1128 la contessa di Crotone Mabilia conferma all'abate del
monastero del Patire Luca la chiesa di S. Costantio ed il mulino in
territorio di Isola già donati da Giovanni, vescovo di Isola,
Ughelli F., IX,481-482.
83 .Privilegi del vescovato di Isola in Processo Grosso cit.
84 Nel descrivere i confini di Castellorum : “.. ferit ad locum
dittum Lo Passo de Cotroni et ex ditto loco vadit p. dittum vallonum
et ferit ad exitum cursus aquarum molendini Simonis Scazurri et inde
p. eundem vallonum ascendit usque ad passum dittum de S.to Petro..”,
Reintegrazione del feudo e dei beni di Andrea Carafa fatta dal
giudice F. Jasio, 1520, AVC.
85 .Instrumento di concessione a Gio. Matteo e Ottavio Scazzurlo per
Mons. Caracciolo in carlini 15 per lo censo del Pantano nel
territorio detto Porcarito confine lo molino del Diacono Vincenza
Scazzurlo nell'anno 1575, AVC.
86 I due mulini vengono nominati in un atto del 1538 riguardante la
concessione in enfiteusi del casale da parte del vescovo Lambertini
in favore del feudatario di Isola, Carte antiche del vescovato di
Isola, AVC.
87 Il mulino di “Porcarito” del feudatario di Isola nel 1581 era
affittato per annue tomola 30 di grano nel 1587 a causa dell’annata
“triste” è affittato per 25 e, tolte le spese, rende al feudatario
solo 15 tomola di grano. Lo stesso mulino nel 1636 è affittato per
40 tomola di grano ma, a causa di guasti, macina solo pochi mesi e
rende al feudatario solo 10 tomola di grano, Valente G., cit.,
pp.215 sgg.
88 Questi mulini appartengono anche nel 1636 al barone di Isola,
Valente G., cit., pp.215 sgg.
89 Valente G., cit., pp.231-232.
90 Rel. Lim. Insulan., 1673.
91 ANC. 1063, 1749, 1-10.
92 Un mulino in località S. Pietro è ancora attivo nei primi decenni
dell'Ottocento. Passato per metà in proprietà della Amministrazione
Diocesana di Crotone era dato in fitto in asta pubblica. Nel 1821
veniva affittato per tre anni, a partire dal primo settembre, per
ducati 55 all'anno. Colui che l’aveva in fitto si impegnava a
ripararlo a sue spese ed a pagare l'estaglio ogni terza domenica di
maggio, Cotrone 27.8.1821. Contratto di fitto tra l'amministrazione
Diocesana e G. Castelliti di metà mulino, AVC. 76.
93 Catasto Onciario di Isola, 1768/69, ff.49v,59v,87,90, AVC.
94 Petrusewicz M., cit., p.118.
95 Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene, p.122.
96 Anselmus dela Pena, Visita, 1720, ff. 81, 98.
97 Maone P., Casabona feudale, in Historica n.5/6, 1964, pp.
195-196; Il Palmieri enumera questi vecchi mulini in territorio di
Casabona. Sul fiume Vitravo: Vecchio, Nuovo, Carvanello e Fraga. Sul
torrente Seccata o Pionte: Santu Vrasu, Pionte, Santandria, du
Strittu e l'Acquaducia, Palmieri C., cit., p.163
98 Somm. Relevi vol. 383, Fs. 29, ASN.Ancora nel 1831 risultavano
affittati i due mulini del feudatario detti di Passeri e Celsi,
Arch. Pignatelli Ferrara di Strongoli, Fslo. 75, inc.83.
99 In territorio di Carfizzi i feudatari Morano possedevano nella
seconda metà del Cinquecento, come bene feudale un mulino per il
quale pagavano alla Regia Corte, come da Relevio, duc. 16, Maone P.,
Notizie storiche su Cotronei, in Historica n. ½, 1972, p.31.
100 Pugliese G.F., Descrizione ed istorica narrazione dell'origine,
e vicende politico-economiche di Cirò, Napoli 1849, p.38.
101 Il feudatario Scipione Pisciota possedeva a Casabona un palazzo
con “centimole”, Maone P., Casabona cit., p.196.
102 Tra le spese da farsi al castello di Crotone nel 1564 c’era
quella di comperare “una mula per servitio molendini”, Tesorieri e
Percettori Vol. 4087, 1564/1565, f. 67v, ASN.
103 Ancora all’inizio del Settecento in un cellaro del castello di
Melissa vi era “un molino sfatto con due pietre”, Inventario delle
robbe esistentino nel castello di Melissa, Arch. Pignatelli Ferrara,
Fasc. 46, inc. 69, ASN
104 Tra le cose urgenti da fare nel castello di Castellorum, il duca
di Calabria ordina nel 1487 di “consare lo centimulo”, Dip. Som. Fs.
552, I° Serie, f.lo I°, 1487, ff. 39-40, ASN.
105 Il monastero di Altilia possedeva un mulino sul Neto in località
Radicchia “ma per mancanza dell’acqua sufficiente si rese inutile, e
diruto, e consisteva in una sola casetta terrana con pochi attrezzi,
e ceramidi e senza porta”, Lista di carico, Altilia, Monastero de
PP. Cisterciensi, f.33, Cassa Sacra, Arch. Stat. CZ.
106 Contratto di fitto tra l'Amm. Diocesana e G. Castelliti di metà
mulino, AVC. 76.
107 .Nell'inverno del 1868/1869 i contadini non vollero pagare la
tassa in tre mulini del Barracco "sostenendo di non volere
arricchire ulteriormente il barone", Petrusewicz M., cit., p. 238.

