[La presenza del cervo e dell’orso in provincia di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 20-21/2004; Area Locale nr. 6/2004;
Cotroneinforma nr. 1/2005)
La presenza del cervo in epoca storica, non solo
nel territorio provinciale di Crotone ma anche nell’intera regione
calabrese, è messa in dubbio da Armando Lucifero. Il nobile
crotonese all’inizio del Novecento dopo aver affermato, che “questo
ruminante non abitò mai la nostra regione nell’epoca storica, e
possiamo soltanto annoverarlo fossile”, avanza anche l’ipotesi che i
pochi “avanzi fossili, cui il maggior numero è rappresentato da
oggetti d’uso di popoli preistorici”, potessero essere stati
trasportati in Calabria da altre regioni1.
Di diverso parere è Gabriele Barrio, storico piuttosto controverso e
non sempre ben informato, il quale afferma con certezza che tra la
selvaggina, che abbondava nei boschi della Calabria alla metà del
Cinquecento, vi era ancora il cervo. Nella sua opera infatti si
legge: “Venatio ibi et aucupium nobiles sunt et variae, nam
multigenae quadrupedes stabulantur, et alites nidificant, ut apri,
cervi, capreae, lepores, vulpes, lynces, lutrae, sciuri, martes,
meles, viverrae, istrices, herinacei, testudines, tum aquaticae, tum
terrestres, glires”2. Per altri scrittori questa affermazione,
almeno per l’altopiano silano, era da prendere con il dubbio della
verifica, mentre per quanto riguardava la presenza stanziale del
cervo nell’area boschiva nel Pollino, era data per sicura fino a
pochi decenni fa3.
Un animale mitologico
Fin dall’antichità il cervo fu oggetto di culto. Per i suoi
palchi di corna, che in primavera si rinnovano, fu considerato il
simbolo della vita che di continuo risorge e si rinvigorisce. Anche
per tale motivo fu spesso associato al culto solare e le sue corna
assimilate ai raggi. Per la mitezza, dolcezza, forza, agilità e
maestosità compare spesso in araldica come simbolo di nobiltà. Nel
Medioevo era la preda più ambita dai cacciatori e la sua caccia fu
esclusivamente un privilegio riservato all’aristocrazia, che la
esercitava al pari di un combattimento bellico con lunghi
inseguimenti a cavallo ed utilizzando a seconda del tempo i cani,
l’arco, la balestra e le reti. Per le sue qualità e perché ritenuto
nemico dei serpenti velenosi e quindi anche del peccato, il cervo fu
assunto a simbolo positivo dal Cristianesimo, che lo assimilò
all’immagine del Cristo perseguitato ingiustamente, come bene
evidenzia l’episodio di Sant’Eustachio. Per tutte queste ragioni
durante l’antichità ed il Medioevo fu tra gli animali selvatici
quello più caro agli dei ed ai santi e fu spesso oggetto di
protezione contro la spietata caccia esercitata dagli aristocratici
e dalle popolazioni affamate, che lo cacciavano di frodo, in quanto
garantiva un considerevole apporto di carne.
Di tale problematica ne abbiamo chiaro esempio nella leggenda
riguardante il fiume Esaro. Il fiume, che attraversava la città
greca di Kroton, secondo una leggenda doveva il suo nome ad un
cacciatore che vi era affogato. Il fatto è così tramandato dal Nola
Molise, che lo riprende da fonti greche: “Esaro essere talmente
detto da un cacciatore nominato Esaro, il quale andando in questi
luoghi cacciando appresso una Cerva, cascò dentro questo fiume,
annegandosi, perilche il Fiume dal cacciatore prese tal nome”4.
Secondo questa spiegazione mitologica il cacciatore era stato punito
in quanto voleva uccidere una cerva, un animale protetto da
Artemide. La dea greca della natura e della caccia, spesso
rappresentata attorniata da ninfe, che scorre per i boschi su un
carro tirato da cerve, munita di arco ed di frecce, ed alla quale
erano sacri i fiumi e le fonti, aveva un forte legame di protezione
con la cerva e perciò era intervenuta, punendo l’attentatore.
Reperti
All’inizio del Novecento tra i cinque reperti fossili pertinenti
al cervo, che si conservavano in Calabria, il Lucifero ne enumera
uno in suo possesso che così descrive: “un palco di corno (di cervo
comune), oggetto di dubbia determinazione intorno al suo uso,
scoperto a poca distanza da Cotrone, ad un metro o poco più di
profondità in un terreno scassantesi per vigneto di pertinenza dei
signori Morelli, e dal compianto cav. Gaetano gentilmente
donatomi”5. La presenza del cervo in età neolitica nel territorio di
Crotone è stata anche di recente accertata e documentata in maniera
scientifica.
Dall’analisi dei resti della fauna di un sito archeologico,
risalente al medio ed al tardo periodo neolitico, circa 4000 a.C.,
esistente in località Capo Alfieri, in territorio di Crotone, tra
gli animali selvatici sono stati trovati oltre al lupo ed alla volpe
anche resti di “Cervus Elephus, Linn” (cervo rosso)6. Un utensile in
osso di cervo d’epoca magnogreca, utilizzato forse per incidere il
rame, è conservato tra i reperti del museo archeologico di Crotone.
La presenza del cervo e dell’orso in periodo greco - romano sembra
inoltre convalidata dal ritrovamento in territorio crotonese
d’alcuni frammenti di un piccolo altare (arula) fittile, depositati
nel museo di Crotone, che mostrano lotte tra animali e precisamente
scene di cervi assaliti da orsi. E’ evidente che l’artigiano per
poter raffigurare così bene i due animali selvatici, doveva averne
diretta conoscenza. Questa proveniva dalla presenza dei due animali
nei vicini boschi.
La toponomastica
La toponomastica ci mostra ancora oggi, che nei tempi antichi il
cervo e l’orso popolavano i boschi di Calabria.
Numerosi toponimi, che richiamano la loro esistenza, costellano il
territorio calabrese, specie la sua parte più montuosa,
impenetrabile e forestale. Essi sono l’indice più sicuro per
dimostrare come l’ambito, in cui questi due animali erano presenti,
è stato anticamente molto vasto, ma che in età storica si è andato
restringendo ad aree forestali ristrette, difficilmente penetrabili
dall’uomo, il più pericoloso predatore. Limitando la nostra ricerca
toponomastica alla Sila ed alla Presila, troviamo in Sila i
toponimi: “Cervo”, detto anche “Timpone del cervo”, e “Serra dei
Cervi” in località “Macchia Sacra” ( Botte Donato), “Cervonello” e
“Cerviolo” presso il monte “Pettinascura”, Cervinolo affluente del
fiume Lese, “Campo de’ Cervi”7 ecc. e “Orsara” vicino al bosco di
Tafuri presso Parenti, Serra d’Orso vicino Cozzo Cacanella
(Conflenti) ed Ursara presso Rossano8 . Nella presila, non molto
lontano dal territorio provinciale crotonese, abbiamo il comune di
Cerva, un abitato ripopolato nel 17169 e la località “Ursiello” in
territorio di Sersale.
Toponimi riguardanti l’orso ed il cervo sono presenti anche nel
territorio della provincia di Crotone: la località detta “Macchia
dell’Orso” è in territorio di Mesoraca; “Manca del Cervo” in quello
di Petilia Policastro e “Cervinello” in territorio di Cotronei,
tutte e tre le località sono situate presso la folta foresta del
monte Gariglione. Nel passato i toponimi riferiti al cervo e
all’orso in territorio crotonese dovevano essere più numerosi, come
documenta un antico documento, che descrive i confini della terra di
Mesoraca, allegato ad un atto notarile dell’inizio del Seicento. Si
legge: ” .......Et feriunt ad vallonem qui dicitur Caput Albi et
ascendunt per ipsum vallonem ad crucem viam S. Mariae de Monte et
per ipsam viam publicam ascendunt ad petram, que dicitur de Cervo
deinde descendunt vallonem de Cervo ad flumen Croque et ascendunt
per ipsum…. "10.
Documentazione agiografica e storica
Pur non avendo a disposizione molte fonti, possiamo affermare la
presenza del cervo e dell’orso in Calabria durante l’alto medioevo.
Convalida questa nostra certezza alcuni episodi tratti dalla vita di
santi vissuti nell’evo bizantino e precisamente negli ultimi secoli
del primo millennio. Anche se gli scritti agiografici, che li
riguardano, sono stati compilati dopo la loro morte e con lo scopo
di un uso liturgico e panegirico, essi ci offrono utili elementi,
che ci permettono di penetrare una realtà così sconosciuta. E’
questo un periodo storico in cui le comunità eremitiche calabro-
greche cominciano a colonizzare le folte ed estesissime aree
boschive, che attorniano i loro piccoli e modesti cenobi. In
quest’opera di utilizzo delle risorse naturali e di dissodamento e
di messa a coltura di piccoli suoli, che sono tolti alla selva, essi
entrano in contatto con gli animali selvatici. La convivenza risulta
spesso difficile, anche se non trascende mai nello scontro cruento.
Nel bios di Sant’Elia Speleota, detto anche Sant’Elia di Reggio o
“Lo Speleota”, è narrato un avvenimento che ha per protagonista
un’orsa. L’animale veniva saltuariamente a rubare il miele, che i
monaci della spelonca di Melicuccà producevano con il loro lavoro
quotidiano. I furti proseguirono finché un giorno il santo affrontò
l’animale e lo rimproverò aspramente, minacciandolo di incorrere
nell’ira di Dio, in quanto toglieva il vitto a monaci, che erano
sotto protezione divina11. Un episodio simile, anche se con
protagonisti diversi, si trova nella vita di San Nicodemo di
Mammola. In questo caso i monaci avevano dissodato e messo a coltura
un piccolo terreno adiacente al monastero di Cellarano. Poiché una
cerva di continuo usciva dalla vicina selva e invadeva il seminato,
vanificando il lavoro dei monaci, il santo l’affrontò agitando un
bastone e da allora l’animale non comparve più12
Per quanto riguarda l’orso non abbiamo alcun documento che ci
permetta di affermare la sua presenza sul territorio crotonese in
età medievale; considerazioni diverse valgono per il cervo.
Dall’analisi di un’esigua, ma sufficiente, documentazione possiamo
affermare, che la presenza del cervo nel territorio provinciale di
Crotone proseguì fino alla fine del Medioevo. L’animale non solo era
frequente nella presila ma anche nelle foreste e nei boschi della
pianura e presso la marina.
Nei privilegi della chiesa di Isola concessi, o confermati, al
vescovo isolano Luca dal re di Sicilia Ruggero II verso la metà del
Dodicesimo secolo, troviamo che il presule aveva diritto “etiam
pellium decimas, venatorum, cerborum porcorum, carnium capreorum
vulpium pellium silvestrium”. Il documento giunto a noi in copia
cinquecentesca fa esplicito riferimento ad animali selvatici
esistenti nella foresta regia in territorio di Isola, tra i quali
sono chiaramente richiamati i cervi13. Un documento più tardo, ma
certamente nella sua prima forma compilato prima dell’introduzione
delle armi da fuoco, perché fa riferimento a forme di caccia per
mezzo di reti e di balestre, ci informa dei diritti che aveva il
feudatario di Crucoli sugli animali cacciati sul territorio sotto la
sua giurisdizione. Nelle consuetudini di Crucoli, stese nel Medioevo
ed in seguito in parte modificate, si legge : “Che nella caccia de’
palombi, tortore, ed uccelli la Marchesal Corte riceveva una
porzione come compagno in tutti i diversi siti che si cacciava.
Egualmente doveva avere un quarto tanto di cinghiali che di caprii,
e cervi “e di ogni altra natura di bestiame selvaggi, che
s’ammazzeranno colle balestre, o si pigliano con li rituni, o a
caccia di cani. Dichiarandosi che se uno balestriere ammazza un
giorno un porco o più, la Corte ci deve avere solamente un
quarto”14. Le consuetudini di Crucoli sono certamente antecedenti
alla metà del Quattrocento, in quanto si fa esplicito riferimento
alla gabella della quarta parte. Una richiesta di esenzione dalla
gabella della quarta parte, che deve essere pagata al feudatario per
ciascuna bestia selvatica uccisa dai cacciatori, è già presente nei
privilegi chiesti dall’università di Tiriolo e concessi da Alfonso
d’Aragona il 12 febbraio 144515.
Una ulteriore testimonianza ci viene da un fatto bellico, che
investì il marchesato di Crotone alla metà del Quattrocento. Il re
di Napoli Alfonso d’Aragona, grande appassionato di caccia tanto da
far recitare alcune messe in onore di Sant’Antonio di Padova per
ottenere il rinvenimento di un suo cane disperso, nel dicembre 1444,
mentre era accampato nelle terre del Marchesato per stroncare la
ribellione del Centelles, ordinava di far comprare “ fino alla somma
di ducati 200, filo di canapa per le reti necessarie alla caccia de’
cervi”16.
E’ questo l’ultimo documento conosciuto che certifica la presenza
del cervo in territorio crotonese.
La scomparsa del cervo
Durante il Medioevo l’animale fu più volte protetto dalla
legislazione imperiale e regia. Un funzionario regio, il magistro
forestario, fu incaricato di proteggere il patrimonio boschivo e di
impedire l’esercizio della caccia ai piccoli dei daini e dei cervi
durante i mesi primaverili17.
L’uso delle armi da fuoco ed il ripopolamento della Sila e dei
territori contermini determineranno in breve la scomparsa degli
ultimi esemplari, almeno sul territorio crotonese e silano.
L’immagine del cervo
La presenza del cervo nel Crotonese, almeno nel Medioevo, non ha
lasciato alcuna testimonianza iconografica. Nessuna statua, nessuna
immagine e nessun oggetto di origine medievale sono conservati, o
visibili, attualmente sia negli edifici pubblici che religiosi.
Nessun riferimento al cervo esiste negli inventari presi in esame e
redatti nell’area crotonese tra la fine del Cinquecento e del
Seicento. Rare iconografie e riferimenti alla presenza del cervo
sono riscontrabili nell’area silana e nella presila della provincia
cosentina. Fa eccezione il mosaico conservato nella chiesa di Santa
Maria del Patire di Rossano, parte dell’abazia greca, già esistente
in età normanna. Il ricco e monumentale complesso monastico era
situato alle falde della Sila in diocesi di Rossano e nei pressi di
una folta foresta. Ancora oggi davanti alla porta di nord della
chiesa troviamo rappresentato in una forma circolare inquadrata su
fondo bianco la figura di un cervo a testa bassa. L’animale è
formato da tessere musive rossastre ( Sec. XIII?) ed accanto ad esso
in un’altra forma identica c’è un centauro, simbolo della violenza
selvaggia e della caccia. Il centauro tende l’arco con la freccia
che andrà a colpire il vicino cervo, rappresentato già in forma
cadente. L’insieme ha una forte valenza religiosa e di condanna
dell’attività venatoria distruttiva della natura, rappresentando da
una parte il cavaliere - cacciatore simbolo dell’aristocrazia, che
distrugge la natura, dall’altra il cervo, simbolo della vita che
patisce e si rinnova, ossia l’immagine del Cristo e del santo.
Sempre dall’area rossanese ci viene il racconto miracoloso che ha
per protagonisti dei cacciatori ed una cerva. L’episodio, così come
lo racconta Giovanni Fiore, è collocato nel tardo medioevo (fine
Trecento?). Esso narra d’alcuni cacciatori di Rossano che,
trovandosi nel territorio detto di Gadella, inseguirono una
bellissima cerva, che li condusse dentro una piccola e stretta
grotta, che si apriva in una rupe. I cacciatori vi entrarono, ma
invece della cerva trovarono una tavoletta con l’immagine della
Vergine, che portarono a Rossano. Il racconto prosegue con altri
episodi miracolosi, che daranno luogo e fondamento sacro alla
costruzione della chiesa- santuario di Santa Maria delle Armi nei
pressi della grotta18. Un riferimento ad un fatto miracoloso simile,
legato alla presenza dei cervi, è anche richiamato nella fondazione
dell’abbazia cistercense di Santa Maria del Sagittario, situata in
territorio di Chiaromonte, diocesi di Anglona, sul versante del
Pollino verso la Basilicata. La leggenda narra che un cacciatore (il
sagittario), che si era inoltrato nella folta ed impenetrabile selva
a caccia di cervi, volendo trafiggere l’animale, non tenendo in
alcuna considerazione la protezione di Sant’Eustachio, scagliò la
freccia. Il dardo tuttavia non si diresse verso l’animale, anzi
ritornò al cacciatore, colpendolo senza però ferirlo. Allora il
cacciatore vide nel luogo un’immagine della Beatissima Vergine,
eretta presso le radici di un castagno. Avuta questa visione, il
cacciatore ne informò il vescovo di Anglona, il quale si recò con il
clero sul luogo dell’apparizione e dette ordine di erigere una
chiesa dedicata alla Vergine19.
Note
1. Lucifero A., Mammalia Calabra, Chiaravalle C. 1983, Rist.,
pp. 140 –141.
2. Barrius G., De Antiquitate et situ Calabriae, Roma 1737, p. 43.
3. Mirabelli P., Guida naturalistica della Calabria, Cosenza 1989,
p. 49.
4. Nola Molise G.B., Cronica cit., pp. 56 -57.
5. Lucifero A., Mammalia cit., p. 141.
6. Scali G., The faunal remains from the Neolithic site of Capo
Alfiere, in The Chora of Croton. 1983 -1989, The University of Texas
at Austin, p. 28.
7. Valente G., La Sila dalla transazione alla riforma (1687 -1950),
Rossano 1990, pp. 56 sgg..
8. Rohlfs G., Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria,
Longo Ed. 1974, p. 407.
9. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
10. ANC. 158, 1634, 71, Arch. Stat. CZ.
11. Misasi G., Lo Speleota ovvero S. Elia di Reggio Calabria, Napoli
1893, p. 117; Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino
1982, p. 251.
12. Saletta V., Vita inedita di S. Nicodemo di Calabria, Roma 1964,
p. 102; Russo F., Storia cit., p. 252.
13. Processo Grosso cit, f. 420v, Arch. Vesc. Crotone.
14. Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione dell’origine,
e vicende politico-economiche di Cirò, Napoli 1849, Vol. II, p. 261.
15. Montuoro D. – Gargano F., Un privilegio di Alfonso V d’Aragona
all’università di Tiriolo (12 febbraio 1445), in Rogerius n. 2,
2000.
16. Minieri Riccio C., Alcuni fatti di Alfonso I di Aragona. Dal 15
aprile 1437 al 31 maggio 1458, ASPN, a. VI, fasc. II, pp. 242, 247.
17. Reg. Ang., XI, 140 –141.
18. Fiore G., Della Calabria Illustrata, Vol. II, Rist. pp. 430
–431.
19. “ quidam venator... intendens emittere sagittam in cervuum,
velut alter Eustachius a cervo monitus et cervi monitione
perterritus dum ea, quam emiserat sagitta ad se ipsum regressa est
absque laesione tangens eum, illico prospexit imaginem beatissimae
Virginis, prope radices arboris castaneae erectam, qua prospecta
visione, perrexit ad episcopum Anglonensem, qui cum clero illuc se
conferens ecclesiam illic beatissimae Virgini dicandam aedificari
eamque ordini vero nostro destinari sategit”, De Leo P., Certosini e
Cistercensi nel Regno di Sicilia, Rubbettino Editore 1993, pp. 201
-202.

