[Fabata da casale a feudo rustico. Storia di un abitato scomparso in territorio di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 43-44/2006)
Fabata era un antico casale in territorio di
Crotone, che spopolò durante il Trecento. Nel Medioevo esso era
situato presso i confini territoriali della città di Santa Severina,
all’incrocio di alcuni importanti itinerari e trazze, che attraverso
ampi valloni e passi lo collegavano con i pascoli ed i casali della
marina di Crotone e della vallata del Neto. Nelle vicinanze vi erano
i casali di Scandale, di San Stefano, di Torlotio, di San Leone, di
Strongiolito e di Crepacore. A ricordo rimangono i toponimi “Fota”,
“Serra di Fota”, “Varco di Fota” ecc.. La “Casetta di Fota”, luogo
dove anticamente era situato il piccolo insediamento agricolo,
domina ancora oggi dalla sommità di una piccola collina
rotondeggiante, circondata da valloni e serre. La storia di questo
casale sarà per molto tempo strettamente legata alle vicende feudali
del casale di Crepacore. I due feudi oltre ad essere in mano allo
stesso barone erano uniti dall’ampio e fertile vallone di Crepacore.
Primi documenti
Le prime notizie sulla esistenza del casale di Fabata, detto
anche “Favata”, “Favora” ed anche “Fota” e “Foca” , risalgono al
periodo svevo, quando il casale era soggetto ad un “dominus”.
Nell’ottobre 1214 il conte di Crotone Stefano Marchisorte, capitano
e mastro giustiziere di Calabria, dona all’abate Matteo ed ai frati
del monastero florense, che aveva da poco subito un incendio, un
fondo rustico nel tenimento della città di Cerenzia. Tra i firmatari
e testimoni del documento troviamo “Signum propriae manus domini
Raonis de Tucciano domini Favata”. Lo stesso signore compare come
teste e firma anche nella concessione dell’aprile 1215, quando il
conte di Crotone e giustiziere di Calabria Stefano Marchisorto,
interveniva nuovamente a favore del monastero di San Giovanni in
Fiore, i cui possessi erano contestati dagli abitanti dei luoghi
vicini, in special modo dal signore e dagli abitanti di Caccuri" (De
Leo P.( a cura), Documenti florensi, Rubbettino, 2001, pp. 55, 62.).
Durante il Medioevo il territorio, su cui sorge il casale, risulta
situato tra il territorio della città di Crotone e quello confinante
di Santa Severina. Esso è particolarmente adatto al pascolo delle
greggi, che d’inverno scendono dalla Sila, come evidenzia un
privilegio concesso nel 1225 dall’imperatore Federico II a Milo,
abate di Santa Maria di Corazzo. Tra i privilegi concessi “ante
imperii nostri coronationem” ( 22 nov. 1220) vi è infatti anche un
“tenimentum Focae in territorio Sanctae Severinae cum omnibus
pertinentiis suis, quod sic dividitur: ab oriente est tenimentum
Leuc de Cutrone: ab occidente serrae de Scandalo: ab Aquilone
tenimentum Sancti Pantaleonis: ab Austro tenimentum Leonis, et
concluditur” ( Vat. Lat. 7572, f. 46v, BAV)
Il casale di Favata è richiamato anche in atti successivi. Sembra
infatti che durante gli ultimi anni dell’occupazione sveva il
casale, assieme a quello vicino di Crepacore, sia stato feudo di
Raynaldo de Ypsigro. Raynaldo de Ypsigrò fu vicario generale di
Corradino in Calabria e protagonista assieme al giudice Leone
Manduca di Crotone, a Federico Lancia, conte di Squillace ed ad
altri dell’opposizione sveva contro gli Angioini, capeggiando la
rivolta che vide dalla sua parte quasi tutte le città della
Calabria. Dopo la morte di Corradino (1268) mentre alcuni tradivano
la causa sveva e, passando dalla parte angioina, partecipavano alla
riconquista, (Su ricorso di Leone Manduca, prima seguace di
Corradino, condannato e rinchiuso nel carcere di Cotrone dal vicario
Raynaldo de Ipsigro, poi dagli Angioini rinchiuso nelle carceri di
Stilo, come traditore, poiché afferma di essere stato costretto
dalla forza a seguire Raynaldo e che fuggito riuscì a far ritornare
all’ubbidienza del principe Carlo la città di Cotrone, si ordina di
prendere informazioni sul fatto, Reg. Ang. XXVII (1283 -1285), p.7.)
Raynaldo assieme a numerosi altri baroni ribelli si rifugiò a
Gallipoli nel tentativo di imbarcarsi per le coste dalmate ma qui fu
assediato per terra e per mare dal giustiziere Gualtiero de
Sumeroso. Nella primavera del 1269 si arrese a patti ma fu
ugualmente mandato al patibolo assieme a molti altri baroni. La
moglie Aleburga e la sorella Sibilia furono date schiave ai sindaci
della città di Nardò, mentre i beni dei ribelli furono confiscati
(Reg. Ang. III, 210 ; VII, 260, 263, 264).
Confisca del feudo
Carlo I d'Angiò, dopo aver domato la ribellione in Calabria, in
quello stesso anno 1269 donò i casali confiscati di Fota e di
Crepacore al suo fedele milite provenzale Theodorico de Canz o di
Gant (Theodorico de Canz militi donat Rex casale Crepacore et
tenimentum Foce de Iustitiaratu Vallis Gratis et Terre Jordane que
fuerunt Raynaldi de Ypsigro proditoris, Reg. Ang. IV, 115.). Le
entrate del casale assieme a quelle di Crepacore furono poi concesse
dalla Regia Curia a Tancredi de Scarlino ( Reg. Ang. XXXIX
(1291-1292), pp. 47-48.)
Morto il milite Tancredo de Scarlino i due casali ricaddero in
potere della regia corte e furono concessi da Roberto d’Angiò,
“comite Atrebatense”, a Petrus Iohannes de Sancta Cruce. Alla fine
di febbraio del 1292 il re Carlo II, per i servizi che il Santa
Croce aveva prestato al padre Carlo I d’Angiò e per quelli che
avrebbe prestato in futuro, confermava il possesso a Pietro o
Piergiovanni Santa Croce (Reg. Ang. XXXIX (1291-1292), pp. 47-48).
Petrus Iohannes de Sancta Cruce, cavaliere e consigliere di Roberto
d'Angiò, ebbe così in feudo i due casali di Crepacore e di Favara (
Favora o Fota), situati nel Giustizierato di Terra Giordana presso
Crotone, con uomini, vassalli, possessioni, rendite ecc. per il
valore annuo di 35 once d’oro. Carlo II, succeduto al padre, ampliò
le potestà feudali del Santa Croce sui due casali, dandogli la
possibilità di poterli lasciare in eredità ai suoi figli di entrambi
i sessi.
Ma nonostante questo privilegio, morto senza eredi il Santa Croce,
il feudo ricadde in potere della regia corte e venne concesso nel
1311 a Margarita de Cariato (Campanile F., cit.,p. 241. Secondo il
Fiore il feudo fu concesso dapprima a Filippo di Santa Croce e
quindi al figlio Pier Giovanni per la cui morte senza figli venne
dato a Margarita di Cariato nel 1311, Fiore G., I,163).
Il Casale
Durante i primi anni della conquista angioina la terra di Favata
o Fabata fa parte del Giustizierato di Val di Crati e Terra
Giordana. Nella “Cedula subventionis in Iustitiariatu Vallis Grati
et Terre Iordane” del febbraio 1276 è tassata per once 30 e tari 21
(Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioni
dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli 1877, pp. 215-216.)
equivalenti a circa 1535 abitanti (Pardi G., I registri cit. p. 27
sgg.).
Il piccolo casale, che fa parte della diocesi di Crotone, è ancora
attivo all'inizio del Trecento. Esso conserva il rito greco ed è
sede arcipretale. Nel 1310 il presbitero "Petrus prothopapa de
Farata" per la seconda decima per la Santa Sede versa due tari e poi
nel 1324- 1325 troviamo che "Stephanus”, prothopapa del casale di
Fabata, versa dapprima un tari e poi l’anno dopo un tari e dieci
grana ( Vendola D., cit., p. 212; Russo F., Regesto.. cit. I, 3997,
4999.) L'abitato scomparve durante il Trecento ma rimase il feudo
rustico.
Vicende feudali
Il feudo seguì le vicende di Crepacore. Ricompare tra le terre
possedute da Nicola Ruffo, marchese di Crotone (Reg. Vat. 355, f.
287, ASV.) e poi tra quelle che la figlia ed erede Errichetta Ruffo
porta in dote ad Antonio Centelles (Pontieri E., La Calabria cit.,
p. 277.) Antonio Centelles si ribellò al re Alfonso d’Aragona.
Sconfitto il Centelles, Alfonso d'Aragona confiscò i feudi del
ribelle, incamerandone le entrate. Ritroviamo il feudo disabitato di
Fota nel 1496 quando fu venduto assieme ad altre terre dal re
Federico d’Aragona ad Andrea Carrafa.
“In anno 1496 a 14 ottobre il serenissimo re Federico asserendo che
per la ribellione del qm. Antonio Centelles, marchese di Cotrone,
commessa contro re Ferdinando suo padre s'erano devolute la città di
Santa Severina con li suoi casali con le terre delle Castelle,
Policastro, Roccabernarda, Ipsigro habitati et il feudo di Crepacore
inhabitato in provincia di Calabria Ultra nec non annui Ducati 300
in perpetuum sopra li pagamenti fiscali di detta città e terre vendì
quelle all'illustrissimo Andrea Carrafa per se e suoi heredi et
successori utriusque sessus et in defectu ipsorum pro suis fratribus
eorumque descendentibus sessu, aetatis et primae geniturae inter eos
servate cum omnibus castris seu fortilitiis et cum juribus
Portulaniae, mercaturae, ponderum et mensurarum bayulationibus...”
per ducati 9000. Tra i numerosi beni concessi in feudo sono anche
citati i casali di Cutro e San Giovanni Minagò ed il feudo spopolato
di Fota. (Processo Grosso cit. ff. 29, 490).
Un territorio particolarmente adatto per il pascolo ai confini
con Santa Severina
Un documento dell’epoca evidenzia lo stretto rapporto esistente
fin dall’antichità tra i feudi di Crepacore e di Fota, entrambi
situati in territorio di Crotone, che però erano soggetti per antico
privilegio a delle prestazioni al “castrum” di Santa Severina.
Sempre nello stesso documento sono elencate le prestazioni che il
corso di Fota è tenuto ad assolvere ai corsi confinanti di Ferrato,
Turlotio e San Leone, che erano situati in territorio di Santa
Severina, per il diritto di “finaita” . Il “castrum” di Santa
Severina per antico privilegio aveva il diritto di esigere dai
fidatori di Fota e di Crepacore, feudi esistenti nel territorio
della città di Crotone, ogni anno : “ duc(at)os otto monetae et
pecias casei quatraginta et totidem recotias et ab uno quoque secto
mandrae sive ovili in tenimento dictorum feudorum per dictos
fidatores construendo tarenos duos vel unum montonum et unum
caprettum pro honoratico solvi debito castro p(raedic)to ex vetusta
et antiqua observantia à fidatoribus p(raedic)tis cursus feudorum.
Et exigitur in duabus tandis. In Nativitate D.ni pro medietate et
pro alia medietate in festo Resurr(ettio)nis. Montonus aut et
caprettus exigunt in festo Resurrettionis p(raedic)tae”.....Item
tenimentum sive cursus de Fota pro iure dictae finaitae tenetur
solvere dicto cursus de Ferrato anno quolibet tarenos otto, otto
petias casei, octo recoctias, unum montonum et unum
caprectum.....Item tenimentum sive cursus Fotae tenetur et debet
respondere et solvere anno quolibet dicto cursus de Turlutio tarenos
otto, petias otto casei, octo recocctias, unum montonum et unum
caprectum.... Item tenimentum sive cursus Fotae tenetur respondere
et solvere annuatim dicto cursus S.ti Leonis pro iure p.to tarenos
otto petias otto casei, otto recoctias, unum montonum et unum
caprettum (Reintegra del feudo di Santa Severina, ff. 5v, 39v – 40,
44v – 45r).
Passaggi del feudo
Alla morte del conte di Santa Severina Andrea Carrafa, avvenuta
nell’ottobre 1526, seguì nei feudi il nipote Galeotto Carrafa. “In
anno 1527 a 19 novembre fu spedita significatoria di ducati 1579
grana 4 3/4 contro Ill. Galeotto Carrafa, conte di Santa Severina,
per il Real debito dalla Regia Corte per morte di Andrea Carrafa suo
zio seguita in ottobre 1526 per l'entrate feudali della città di
Santa Severina e terre di Cutri, Santo Giovanni Minago,
Roccabernarda, Castelle et Policastro in provincia di Calabria Ultra
et Ipsigro in provincia di Calabria Citra.
In detto anno 1527 a 11 decembre l'Illustra Don Ugo de Moncada
all'hora vicerè del Regno investì detto Galeotto Carrafa per morte
di Andrea suo zio della città di Santa Severina con i casali et
terre delle Castelle, Policastro, Roccabernarda et Ipsigro e del
feudo di Crepacore inhabitato una con 300 ducati”. Galeotto Carrafa
vedette con patto di ricompra il feudo di Fota ed altre terre a
Tomaso Brancaleone, il quale a sua volta li rivendette a Luise
Galeote.
“In anno 1548 a 26 settembre da Giovanne Tomaso Branca Leone
s'espose che li giorni passati haveva venduto et alienato a Luise
Galeote la motta seu casale di Cutri comprata da esso Gio. Tomaso
con certi altri beni feudali dall'Ill. Galeotto Carrafa conte di
Santa Severina con il patto di retrovendendo verum cum annui ducati
1100 tantum delli frutti et intrate ordinarie et de jure baronum di
detto casale et in defecto sopra la città di Santa Severina per
prezzo di ducati 11.000 et versavice detto Luise Galeotte ha fatto
retrovendere ad esso Gio. Tomaso il medesimo casale di Cutri con
l'annua perceptione sudetta quandocumque fra certo tempo conveniendo
per li medesimi 11.000 ducati”.
In seguito nel 1551 Galeotto Carrafa donava alcune terre al duca di
Nocera Ferrante Carrafa, tra i feudi donati vi era anche il diritto
di ricomprare il feudo di Fota, che nel frattempo era passato in
potere di Pietro Jacono Brancaleone.
“In anno 1551 a 28 aprili dall'ill. Galeotto Carrafa, conte di Santa
Severina, s'espose che intendeva donare donationis titulo
inrevocabiliter inter vivos cedere et renunziare all' Ill. mo
Ferrante Carrafa Duca di Nocera il jus che al detto conte competeva
di ricomprare da Pietro Jacono Brancaleone la motta seu casale di
Cutri et con il casale di Santo Giovanne Minagò una con li feudi di
Fota, Crepacore et li Barrili con nove Molina detti della Canosa con
la giurisdizione delle prime et seconde cause civili criminali et
miste mero et misto imperio.......... et integro e con annui ducati
2000 tantum delli frutti et intrate ordinarie di detti casali, feudi
et molini et in defecto sopra l'intrate della città di Santa
Severina nec non annui ducati 250 sopra l'intrate di detta città
quali beni et intrate detto Pietro Iacovo li teneva da detto conte
con il patto de retrovendendo per ducati 22.500 et versa vice detto
Ill. Duca prometteva fra certo tempo recomprare detti beni et
ragioni feudali et ex nunc pro tunc et extra fatta resumptione
predicta prometter... retrovendere al detto Ill. mo conte suoi eredi
e sucessori tutti li beni entrate et ragioni feudali quandocumque
fra certo tempo tra essi parti conveniendo per lo medesimo prezzo
con patto anco che se detto Ill. conte volesse vendere cedere o
altrimenti alienare detti casali feudi et molina in tutto o in parte
o cedere il ius di vendi di quelli libere sia tenuto notificarlo al
detto Ill.mo duca o suoi eredi et successori fra certo termine il
quale sia preferito in detto caso ad ogni altro per il prezzo che in
verità se retroverà d'altri altrimenti qualsivoglia vendita o
partito se ne fusse fatto ipso iure ipsoque fatto fusse stato
nullo...”
Il duca di Nocera Ferrante Carrafa poco dopo riacquista il feudo di
Fota ed altre terre da Pietro Jacono Brancaleone.
“In detto anno 1551 a tre giugno fu prestito il Regio Assenso alla
retrovendita facienda per Pietro Jacono Brancaleone in beneficio
dell' Ill.mo D. Ferrante Carrafa duca di Nocera come cessionario
dell'Ill.mo Galeotto Carrafa conte di Santa Severina della terra seu
casale di Cutri ed il casale di San Giovanni Minago in provincia di
Calabria Ultra con loro palazzi ecc... Banco di giustizia et
cognitione delle prime e seconde cause civili, criminali et miste
mero e misto ecc... una con li feudi nominati di Fota sito in
territorio di Santa Severina, di Crepacore in territorio di Cotrone
et delli Barrili in territorio di S. Giovanne con nove molini
nominati della Canosa nel fiume Tacina in territorio di Rocca
Bernarda verum con annui ducati 2000 tantum delli frutti et intrate
ordinarie d'essi casali, feudi et molina”.
Morto nel maggio 1558 Ferrante Carrafa gli succede il figlio
Alfonso, a cui seguì il figlio Ferrante. Morto Ferrante nel
settembre 1593, il feudo passò al figlio Maria Francesco, Duca di
Nocera e Conte di Soriano, che nel nel 1617 vendette con patto di
ricompra per ducati 6000 il feudo di Fota a Giovani Domenico Franco
e nel 1620 vendette Crepacore ed altri feudi a Giovanna Ruffo
marchesa di Licodia. “In detto anno 1620 a 9 marzo dall'Ill. duca
d'Ossuni all'hora vicerè del regno fo prestito il Regio Assenso per
verbum fiat in forma et convalidato poi espedito in forma regie
Cancellerie per l'Ill.mo Cardinal Zapata a 24.1.1622 sopra la
vendita libera fatta per l'Ill. D. Francesco Maria Carrafa duca di
Nocera mediante il d. Giulio Cesare Casole suo procuratore a detto
Sebastiano Vitale delle terre di Cutri, Le Castella, Roccabernarda
et della terra seu casale di San Giovanni Minagò in Provincia di
Calabria Ultra con loro ville seu casali habitati et inhabitati....
li vendì similmente il Jus dell'ancoraggio di Cotrone e le ragione
teneva di ricomprare dalli heredi del qm Gio. Domenico di Franco per
ducati 600 il feudo chiamato gabella di Foti posto nella città di
Santa Severina l'anni passati da esso Ill. Duca venduto con il patto
di retrovendendo quandocumque e tutto il sudetto per il prezzo di
ducati 238791 parte pagati et parte promessi pagare da detta Ill.
Giovanna Ruffo marchesa di Licodia essendo stato anco compreso in
essa vendita il feudo di Crepacore”, che faceva parte del così detto
“Stato di Cutro”.( Ref. Quint. vol. 207, ff. 78 – 122)
Dai Franco ai Piterà ai De Fiore
Da Giovandomenico Franco il feudo passò al primogenito
Giovanfrancesco ed alla sua morte, non avendo discendenti il feudo
passò a Giovangregorio Franco figlio del defunto fratello Nicola
Maria. Quindi Fota passò ad Antonio Franco, primogenito di
Giovangregorio e quindi al barone Domenico Aurelio Franco, il quale
lo vendette nel 1755 a Bruno Piterà. Poi alla morte di Bruno Piterà,
avvenuta nel nel gennaio 1766, pervenne a Nicola Piterà, figlio
primogenito di Bruno. il quale lo vendette nel 1798 a Raffaele de
Fiore. ( Pellicano Castagna M. Storia dei feudi cit., pp. 246-247).

