[Il tempo di Muliraù]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 10-12/2001)
Anche se le prime notizie dell’abbazia dedicata
alla Natività di Maria, situata presso il fiume Tacina in località
Mulerà in territorio di Roccabernarda, sono della prima metà del
Cinquecento, essa dovette essere di fondazione più antica.
L’abbazia di Santa Maria di Mulerà poi detta di Mulerà Vecchio
Il 4 novembre 1532 il papa Clemente VII, essendo l’abbazia, o
chiesa rurale, di Santa Maria, situata fuori ma vicino alle mura di
Roccabernarda, rimasta senza commendatario per morte avvenuta, fin
dal mese di ottobre, di Gio. Michele Condopoli, la dava in commenda
al vescovo di Castellamare Petro Flores1. Non passerà molto tempo
che il 25 aprile 1535, per cessione del Flores, l’abbazia, o chiesa
rurale, di Santa Maria de Mulerà verrà concessa dal papa Paolo III a
Mario Pomilio Condopoli2. Quindici anni dopo, il 15 marzo 1550, per
rinunzia del Condopoli il papa Giulio III la concederà al chierico
romano Geronimo Paolo Malio3. In seguito per rinunzia del Malio, la
chiesa rurale, o eremitorio, o abbazia di S. Maria “de Nativitate”,
o “de Molerà Veteri”, passerà in commenda al vescovo di Macerata
Hieronimo de Melchioris4. Il 27 novembre 1569 per rinunzia del
Melchioris il papa Pio V la concederà a Gio. Tommaso Condopoli,
maestro di medicina e nelle arti5. Poco dopo, come risulta da un
processo del 15716, il beneficio della chiesa rurale, o abbazia, di
S. Maria de Molerà Vecchio risulta in possesso del capitolo della
chiesa arcivescovile di Santa Severina. Infatti l’arcivescovo Giulio
Antonio Santoro (1566 –1572), essendo l’abbazia rimasta vacante
l’aveva aggregata alla mensa capitolare, con le sue rendite,
valutate circa settanta ducati annui7.
Il capitolo di Santa Severina la possedeva ancora all’inizio del
Seicento, quando l’arcidiacono e vicario di quella chiesa, Prospero
Leone, la visitò il 15 giugno 1610 ed annotò che mancava di
ornamenti e l’altare era spoglio. Allora aveva l’immagine della
Natività della Beata Vergine dipinta su tela e decentemente
conservata . L’edificio era stato restaurato per voto a spese e per
devozione del reverendo Giovanni Francesco Greco. Il visitatore
ordinò al capitolo di curare l’altare e di farvi celebrare nel
giorno della festa della chiesa, di munirla di nuove porte e di
provvedere a riparare con tegole il tetto in modo da non farvi
entrare la pioggia8. Nel 1634 l’abbazia di Santa Maria de Molerà
Vecchio apparteneva ancora al capitolo di Santa Severina, che ne era
rettore e commendatario. Per tale motivo, trovandosi in diocesi di
Santa Severina, doveva prestare obbedienza e offrire “jura
cathedratici” all’arcivescovo Fausto Caffarello. Il cattedratico era
stabilito in un porco o in venti carlini; quest’ultimi furono
versati il 28 maggio 1634 durante il sinodo dal canonico Antonino
Carpenterio9. In seguito questa chiesa non viene più menzionata
nelle relazioni degli arcivescovi di Santa Severina.
La chiesa della Natività di Maria a Mulerà
Fin dalla metà del Cinquecento cominciò ad esistere in località
Mulerà un’altra chiesa dedicata alla Natività di Maria ed attorno ad
essa si spostò la fiera. Da allora, infatti, l’antica abbazia, per
non essere confusa con la nuova, assunse il titolo di Mulerà
Vecchio. Dalla stessa visita del 1610 veniamo a conoscenza che nella
“nuova” chiesa vi erano due altari: uno interno e l’altro
all’esterno, uno dei quali era stato da poco rifabbricato a spese e
devozione del fu Benedetto Finogesi. In entrambi il Finogesi faceva
celebrare in tempo di fiera. Dentro la chiesa vi era una grande
quantità di pali e di tavole. Poiché la chiave della chiesa era in
possesso dell’erario Fabio Franco, affittatore di Roccabernarda, il
visitatore se la trattenne per darla all’arciprete o al vicario
foraneo. Quindi ordinò di adoperare, nella riparazione delle altre
chiese di Roccabernarda, i pali, le tavole e gli altri legni, con i
quali si fanno le botteghe dei mercanti, che si trovavano riposti in
chiesa10.
Cinquant’anni dopo, il 20 ottobre 1660, l’arcivescovo di Santa
Severina Francesco Falabella descrive la chiesa situata ad un miglio
e mezzo dalle mura di Roccabernarda, nel luogo dove l’otto settembre
di ogni anno si fa la fiera. L’interno dell’edificio sacro era pieno
di travi, tavole ed altri materiali, che venivano usati per la
fiera. L’altare era spoglio e mancante dell’icona e degli altri
ornamenti. L’arcivescovo ordinò di mettere i materiali in un altro
luogo e di fornire entro sei mesi l’altare delle cose necessarie,
pena l’interdizione, e nel frattempo non vi si celebrasse. Sotto un
certo portico, posto dalla parte destra della porta della chiesa,
era situato un altare similmente spoglio, nel quale si era solito
celebrare la messa nella festa della Natività della Beata Maria,
giorno della fiera, per la comodità della grande moltitudine di
persone che vi si radunano. Poiché il luogo nel quale era posto
questo altare era aperto e in esso trovò mondezze ed era inoltre
esposto all’ingresso di animali, comandò che, sotto pena
dell’interdizione personale e locale, non vi si celebrasse, finché
detto altare non fosse circondato da un muro alto sei piedi. Ordinò
inoltre che sopra il muro doveva essere costruito un cancello di
legno, fatto a forma di cappella, e si coprisse con tavole il luogo
dove era situato detto altare e si chiudesse con una porta e sbarre
di ferro e non si aprisse se non nel giorno in cui si celebrava,
cioè nel giorno della fiera, festa della Natività di Maria. Prima
comunque l’altare doveva essere provvisto di icona e di ogni altra
cosa necessaria11. La chiesa di Santa Maria risulta ancora esistente
alla fine del Settecento, quando in essa si celebrava solo il giorno
della fiera12.
La fiera di Mulerà
L’otto settembre, festa della Natività della Vergine, aveva
luogo presso l’abbazia omonima situata in territorio di
Roccabernarda la celebre fiera detta di Mulerà.
Da alcuni documenti, riferiti al regno di Alfonso d’Aragona,
sappiamo che spettava al re nominare il maestro della fiera, il
quale prendeva in consegna lo stendardo reale che inalberava e
custodiva per tutto il tempo della fiera. Per tutta la durata del
mercato egli godeva di privilegi, entrate ed immunità, amministrava
la giurisdizione civile, criminale e mista, senza il suo permesso
non si poteva né vendere, né portare armi di qualsiasi tipo,
manteneva l’ordine e vigilava sui prezzi, sulle frodi e sul
contrabbando. Il 3 settembre 1451, essendo giunta la notizia della
morte di Antonio Miles e di un’altra persona, che per concessione
regia detenevano a vita l’ufficio di magistrato della fiera di
Mulerà, essendo perciò questa rimasta priva di rettore, Martino
Giovanni Escarrer, luogotenente del vicerè Francesco de Siscar, in
nome dei poteri conferitigli, poiché si avvicinava il tempo in cui
si è solito tenere il mercato, concedeva l’ufficio di mastro della
fiera al fratello Bernardo Escarrer. In quanto uomo di provata
idoneità ed esperienza ed adatto a gestire tale l’ufficio, il
luogotenente gli concedeva il potere di esercitarlo liberamente ed
in modo pieno con le giurisdizioni, privilegi ed entrate, così come
li avevano goduti i predecessori. Obbligandolo, prima di entrare in
possesso della carica, “ad sancta Dey evangelia iuramento de officio
ipso bene et legaliter excercendo ad honorem fidelitatem et statum
prefate Sacre Regie Maiestatis”13. Il sette agosto 1452, il re
informava il vicerè di Calabria di aver conferito l’ufficio di
maestro di fiera di Molerà al suo scrivano Sansonetto Comito, il
quale non potendo essere presente, lo affidava a Giovanni Monaco14.
Durante il periodo aragonese e nei primi decenni del Viceregno è
documentata l’importanza della fiera non solo per tutti gli abitanti
del “Marchesato” ma anche per quelli dei casali silani. L’otto
settembre 1480 il regio mastro della fiera di Mulerà, Luca de Modio,
faceva delle concessioni agli abitanti dei casali di Cosenza, che
partecipavano al mercato e alla fiera di Mulerà, esentandoli da
alcuni pagamenti. Circa cinquant’anni dopo, il 7 dicembre 1528, Il
mastro giurato ed il sindaco di Scigliano, presentando tale
privilegio, chiederanno che sia osservato15. Il regio pagatore della
fabbrica della città e castello di Crotone, Gio. Veles de Tappia,
annota che l’otto settembre 1541 alla fiera di Mulerà si sono
comprati da diversi venditori ed a prezzi diversi 13 buoi per
utilizzarli nella costruzione delle nuove fortificazioni della
città, spendendo in tutto 154 ducati. Scorrendo l’elenco dei
venditori troviamo che sono massari di Belcastro, Verzino, Santa
Severina, Crotone e Roccabernarda16. L’anno dopo, il 7 settembre, lo
stesso pagatore anticipa al capomastro della regia fabrica di
Crotone, il crotonese donno Jacopo de Amato, ducati otto perché
“havera de andar ad molera per comprar alcuni cosi necessarii”17.
Sempre dai libri contabili del regio pagatore risulta che i garzoni,
che lavoravano alla costruzione, erano “locati ad anno di molera”,
cioè il loro contratto scadeva e veniva rinnovato ogni anno al tempo
della fiera, giorno in cui ricevevano anche un anticipo18.
Il luogo ed il tempo
Oltre alla compra- vendita di bestiame grosso e minuto la fiera
di Mulerà era importante perché nelle logge, che in tale occasione
venivano costruite, convenivano numerosi mercanti con le loro merci,
difficilmente reperibili in loco. Per tale motivo era punto di
attrazione per gli abitanti anche di paesi lontani. All’inizio di
settembre 1561, il sindaco di Melissa, Marino de Cusulo, paga un
ducato a Possidonio de Cristoforo, il quale ha comprato una risma di
carta a Mulerà19.
Sul finire del secolo, l’otto settembre 1592, Jo. Mutio Susanna da
Crotone va alla fiera di Molerà dove compera per la sorella
Bernardina palmi sedici di “saya di norcia fratisca” e palmi otto di
“anmetta russa” e l’anno dopo, sempre per la sorella, 13 palmi di
“rania fabiana” e per la nipote Adriana Berlingieri, “un paro de
chianelli nap.ni” e palmi due di “armosino nap.no”20.
Per i paesi del Marchesato le fiere di Molerà e di Santo Ianni
segnavano il tempo. Erano quindi temute o attese, a seconda del dare
e dell’avere. Scadevano infatti numerosi pagamenti per fitto di
terreni, per consegna di doti, per prestiti, per vendite ecc. La
cutrese Justina Foresta ridotta in povertà vende la sua casa per
ducati 42, parte dei quali li ha già avuti ed il resto l’ha da
ricevere “in questo molirà” (1586)21. Antonio Facente il 13 ottobre
1598 prendeva in affitto dal monastero di Altilia gli erbaggi e
ghiandaggi delle Serre, impegnandosi a pagare metà alla fiera di
“Santo Janni dilagli” e metà a Molera. Sempre il priore ed i monaci
del monastero all’inizio del Seicento affittarono ad alcuni abitanti
del casale di Altilia il “Bosco delle Serre” per il pascolo dei loro
animali e anche con la possibilità di “affittare et fidarci ogni
sorte di bestiame così forastiera come citadini” in cominciando
dall’inizio di ottobre per tutto “Muliraù” per il prezzo di ducati
30, da pagarsi “dentro la fera di Muliraù primo futuro”22. Il 12
luglio 1608, fatti i conti della amministrazione della tutela,
Hieronimo Grisafo del casale di Papanicefore risultò debitore verso
Jo. Petro Grisafo. Egli si impegnò a saldare il debito “in die fori
molerà” dello stesso anno23. Nel contratto di matrimonio tra Dianora
Capicchiano e Gio. Francesco Cerrello, stipulato a Crotone il 2
giugno 1627, il fratellastro e la madre della sposa promettono di
consegnare in dote ai futuri sposi ducati 400 e precisamente 150
ducati in mobili da consegnarsi nel giorno dell’affidare, ducati 80
in contanti da pagarsi a Mulerà dello stesso anno, ducati 70 sul
valore di una casa e ducati 100 in contanti da consegnarsi nel dì
della Maddalena prossimo futuro24. Nell’autunno 1662 Salvatore
Miniscalco e Domenico Oliverio di Scandale ed Andea Oliverio di S.
Giovanni in Fiore prendono in fitto dalla baronessa di Casabona
alcune gabelle poste in territorio di Crotone dove fanno pascolare
vacche, buoi, cavalli e muli, obbligandosi a pagare l’affitto “a
mulerà p.mo”25. Nell’accordo sul matrimonio da contrarsi tra
Giuseppe La Canna ed Innocenza Schipano, rogato in Cutro il 30
aprile 1664, il fratello di quest’ultima tra i beni dotali promette
di consegnare ducati 100 e cioè ducati 5 “nell’otto di settembre
primo venturo e li rimanenti in ducati 10 l’anno in ogni di di
molirà ad extinguendum, verum nel di di molera dell’anno 1674 sarà
l’ultimo pagamento di docati cinque”26. Nel contratto di matrimonio
tra Julio de Costa e Lavinia de Durante, stipulato a Crotone il 14
gennaio 1667, il fratello della sposa promette tra l’altro in dote
ducati 150 in contanti, che verserà in tre rate uguali la prima a
Mulerà 1667, la seconda a Mulerà 1668 e la terza a Mulerà 1669.
Sempre agli stessi futuri sposi, Antonio de Marino di Cosenza
promette altri ducati 50 che darà in due rate uguali a Molerà 1667 e
a Molerà 166827. Nel novembre 1674 Michelangelo Cimino di Crotone
promette in dote alla sorella ed al suo futuro sposo alcuni beni tra
i quali “una gonnella di saia nova che promette farcila a Molerà
primo” e ducati venti che darà a ducati quattro l’anno per ogni
Molerà ad iniziare dal prossimo28. L’aristocratico crotonese
Domenico Suriano, che amministrò i beni della nipote Anna Suriano
dal luglio 1714 per tutto il 1715, vendette nella fiera di Molerà
otto mazzoni e sedici buoi. Nel giorno di Molerà riscosse l’affitto
del feudo della Garrubba, pagò il salario ai vaccari ed ai bovari e
l’affitto di due gabelle, che erano servite per l’”erbaggio per li
bovi e per le vacche”29. Nell’aprile 1730 i fratelli Pietro e
Isidoro Squillace di Crotone possiedono una casa in rovina che
vendono a Gregorio Papasodaro. Non avendo al momento il denaro, il
Papasodaro si obbliga a pagarla nel dì di Molerà dello stesso
anno30. Gli economi che amministravano le vaste tenute
ecclesiastiche, come ad esempio quelle della mensa vescovile, del
Capitolo, delle clarisse di Crotone, del clero di Cutro ecc., di
solito affittavano i terreni ad “uso di pascolo di pecore”, con
pagamento alla terza domenica di maggio “in fiera di S. Ianni” ed
“ad ogni uso”, cioè colui che prendeva in fitto i terreni poteva sia
metterli a semina sia utilizzarli per “pascolo di animali
vaccini”31, con pagamento dell’affitto l’otto settembre “in fiera di
Molirà”32. Tale consuetudine era radicata ed osservata nei paesi del
Marchesato, come evidenzia questo sunto. Il massaro Michele
Giaquinta di Crotone si obbliga a pagare al rettore del seminario,
Antonino Morelli, nel giorno di Molerà 1774 ducati 38 per l’affitto
per un anno, ad iniziare dal 15 agosto 1773, della gabella di
Pernabò “ad uso erba di pascolo d’ogni sorte d’animali vaccini, e
con specialità esclusi li porci, a riserba di quelli servissero per
uso di vaccarizzo e con la potestà di associare e subaffittare colla
condizione e patto espresso però che se mai volesse subaffittare la
gabella a pecorari per pascolo di pecore, si sorte maturato
l’affitto per il seminario in S. Ianni, terza domenica del mese di
maggio 1774, perché così si pagano da pecorari per pascolo di
pecore, e non altrimente”33. A conferma di tale uso a volte si trova
espresso che negli affitti dei terreni per sei anni, per il primo
triennio in erba per pascolo di pecore si paga in S. Ianni e nel
successivo ad ogni uso in Mulerà34. Tanta era l’importanza e
notorietà che, nel linguaggio comune, la fiera era anche usata come
riferimento per collocare nel tempo fatti ed avvenimenti, avvenuti
prima o dopo il suo svolgimento. Gio. Battista Barricellis di
Crotone deve avere del grano da Tomaso Capoano. Poiché il Capoano
non è in città si rivolge a Gio. Vittorio Terranova, il quale gli
assicura che il Capoano una volta fatta la fiera di Molerà ritornerà
a Crotone e gli consegnerà il grano. Fatta la fiera e ritornato il
Capuano il Barricellis protesta perché non gli viene consegnata la
merce35. Il Peppo Galletta di Crotone,che era a guardia di una
vigna, afferma che ai primi di settembre del 1723 di notte fu
nascosta una carrata di grano dentro un parmento nel basso della
torre dei Gallucci e che dopo la fiera di Molerà dalla torre furono
portati via due sacchi di grano e dopo otto giorni un altro sacco36.
La fiera a metà Seicento
Dagli atti del notaio rocchese Giacinto Amoroso, che nei giorni
di fiera rogava “in foro Mulerà”, possiamo farci un’idea
dell’importanza che conservava il mercato a metà Seicento,
nonostante il terremoto che nel 1638 aveva devastato i paesi della
vallata del Tacina e lo spopolamento creato dalla peste. La durata
della fiera si era ristretta a pochi giorni, soprattutto il giorno
della festa ed il suo precedente, ma essa rappresentava ancora
l’occasione più importante per lo scambio di animali e di beni tra
gli abitanti dell’entroterra, dei casali silani e di quelli della
marina. Essa era il luogo deputato da persone, provenienti da paesi
tra loro lontani, per concludere gli affari.
Il sette settembre 1640 “in foro Mulerà”, Isabella Prospero di
Mesoraca, che ebbe la tutela delle orfane Dianora e Minica Truscia
del casale dell’abbazia di Altilia, a conclusione della sua
amministrazione versa alle due sorelle ducati 2737. Il giorno dopo,
festa della Natività della Vergine, Gio. Domenico Curugliano di Cirò
vende 196 porci, a ragione di carlini 15 l’uno, al reverendo
Bartolomeo Cavaliero Paestore d’Otrera di Spagna38. Nello stesso
giorno, “in foro Mulerà”, Cesare Jacovello di Roccabernarda vende ad
Orazio Benimento di Roccabernarda una vigna39.
All’inizio di settembre del 1644 Didaco Francesco Malfitano, figlio
e curatore di Jacobo Malfitano, barone di Crucoli, non potendo
essere presente alla fierà di Mulerà, invia il suo procuratore, il
reverendo Mario Spulitrino di Cirò, il quale avrà il compito di
incassare ducati 300, che deve consegnargli Giovanni Matteo
Cavaretta di Policastro per cponto di Orazio Sersale, barone di
Policastro, come ratei arretrati di un prestito40. Gio. Pietro
Susanna di Cotrone è presente alla fiera del 1650, dove vende al
chierico coniugato Carlo Richetta di Policastro una casa palaziata
distrutta dal terremoto e situata in Policastro, che ha ereditato
dalla sorella41. Il sette settembre 1652 “in foro Mulerà” Giovanni
Domenico Trayna di Cotronei vende a Salvatore de Maria di Cotronei
una casa terrana42. Tre anni dopo, nello stesso giorno e nello
stesso luogo, davanti a Tommaso Rizza, luogotenente e maestro di
fiera, Domenico Marrazzo di Planis (Cosenza) discolpa Masi de Mauro,
il quale in Cotronei durante una rissa gli aveva ucciso il
fratello43. Nella fiera del 1658 Achille Cundaro di Figline
(Cosenza) vende sei cento pecore, “buone e mercate a tutte e due
l’orecchie e con una croce nella fronte”, e tre cani al chierico
Lutio Oliverio di Cutro per ducati 440 ed un tari44. Sempre nello
stesso giorno Petro Giovanni Oliverio del casale di Scandale cede
una vigna situata in territorio di Scandale al rocchese Francesco
Adamo45 e Giovanni Domenico de Luca di Santa Severina ottiene un
prestito di ducati 50 al 9% dal prete Gio. Pietro Terioti di Santa
Severina46. Il sette settembre 1660 “in foro Mulerà” la vedova
Dianora Truscia dell’abbazia di Santa Maria di Altilia ma abitante a
Montespinello, dona a titolo di patrimonio sacro al figlio, il
chierico Michele Angelo Romeo, quattro buoi, una vacca, un
vitellazzo, un‘asina col suo asinello e tre case terranee situate
nel casale di Altilia47. L’otto settembre 1663 “in foro Mulerà”
Marco Partepilo, erario di Cotronei ed erario di Federico Santoro di
Capua, che ha affittato il feudo del duca di Belcastro, consegna
ducati 455 a Nicola Morano di Cotronei, abitante a Cosenza e
procuratore di Francesco Antonio Molli48. L’otto settembre 1669 in
foro Mulerà Gregorio Mazza di Nicastro dichiara che doveva avere da
Eliseo Cristiani ducati 100 per una cessione fatta in precedenza.
Poiché non è stato soddisfatto durante la fiera, come si era
obbligato il Cristiano, “li n’è pervenuto molto interesse con
perdita di docati 30”49. L’otto settembre 1672 “in foro Mulerà”
Isabella Ammò, vedova di Jacobo Cerro, e Cornelia Cagnone, abitanti
a Montespinello, vendono per ducati 4 a Domenico Puglise della
stessa terra, un casaleno situato a Montespinello nel luogo detto la
Valle50 .
Concessioni, soprusi e contrabbando
Sempre di questi anni sono alcuni documenti che riguardano
concessioni e soprusi. In una dichiarazione gli eletti
dell’università di Roccabernarda, in data 16 settembre 1651,
affermano che nella fiera di Molerà prima di vendere i mercanti
delle “loggie di bocceria” devono ottenere il permesso del mastro di
fiera, il quale stabilisce il prezzo che devono vendere ai cittadini
di Roccabernarda, mentre li lascia liberi nella vendita agli
abitanti degli altri paesi; inoltre attestano che per antica
consuetudine i mercanti della contea sono esenti dal pagamento del
luogo, mentre gli altri devono pagare51. Vi è poi la protesta di
Giovanni Domenico Gallello di Cutro, il quale denuncia che durante
la fiera di Molerà del 1653 Gioseppe de Squillace, come sostituto
arrendatore, lo aveva maltrattato e lo aveva fatto carcerare e ciò
per non “haverli conservato uno pezzo di sola et d’haverlo
minacciato di voler far vendere l’altre sole che esso Gio. Domenico
teneva per comprarsino esso Gioseppe una bona”. Minaccia che poi era
stata eseguita, creando gravi danni al Gallello52. Sempre durante la
fiera sono segnalati casi di contrabbando. Con tale accusa vengono
sequestrati i ventinove animali vaccini appartenenti ad alcuni
macellai di Catanzaro, i quali con l’inganno e “malis artibus”
volevano portarli nella loro città, togliendoli dal recinto della
fiera “senza sfundacarli”53. Sempre in questi anni è segnalata
l’assidua presenza degli aristocratici crotonesi. Nel 1685 tra i
beni in possesso della nobile crotonese Luccia Suriano, vedova di
Ottaviano Cesare Berlingieri, vi sono due “mercanzie di porci al
numero di 350”; una comprata alla fiera di San Marco di Corigliano e
l’altra alla fiera di Molirà da diverse persone di Policastro e
Mesoraca. Tali porci sono tenuti in custodia da Giuseppe Catina di
Policastro e pascolano nelle foreste di Mesoraca54.
Note
1. Russo F., Regesto, III (17139).
2. Russo F., Regesto, III (17474).
3. Russo F., Regesto, IV (19616).
4. Russo F., Regesto, IV (20249), (20279), (20292).
5. Russo F., Regesto, IV (22183).
6. Scalise G.B., L’archivio arcivescovile di Santa Severina,
Catanzaro 1999, p. 43.
7. Relatione dello stato della chiesa metropolitana di Santa
Severina, S.ta Severina 22 martii 1589; Relatione ecc. 1603.
8. Visitatio Terre Rocce Bernarde anni 1610, in Caridi G., Chiesa e
società in una diocesi meridionale, Messina 1997, p. 79.
9. Acta Synodi S. Anastasiae sub Ill.mo et R.mo D.no Fausto
Caffarello Romano Archie.po, Siberene cit., p. 24.
10. Visitatio cit.
11. Libri antichi e platee, Cart. 80/3, f. 37, AS.CZ.
12. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
13. Fonti Aragonesi, Vol. II, pp. 104-105.
14. Sposato P., Attività commerciali calabresi in un registro di
lettere di Alfonso I° d’Aragona, re di Napoli, in Calabria
Nobilissima, n. 23 (1954).
15. Maone P., San Mauro Marchesato, Catanzaro 1975, p. 268.
16. “Lazaro di Belc.o bove uno per duc. 13, da carlo de verzini uno
bove duc. 13 ½, da paduano de mauro de S.ta Sev.na uno bove per duc.
13 ½, da stefano casaluchio de cotroni bove uno duc. 14, da
joanber.no lo morello de cotroni uno bove duc. 13, da antonuccio
risitano de cotroni per dui bovi duc. 23, da ces.o fra.co de s.ta
severina dui bovi per duc. 21 ½, da matthero terranova de cotroni
uno bove duc. 10, da jo.e muschetta dela rocca bernarda uno bove
duc. 11 da joanni de belc.o habitanti in la rocca bernarda uno bove
duc. 11 ½ da jo. Amino dela rocca bernarda uno bove per duc. 12 li
quali tutti fanno la somma de ditti bovi n. 13 et de ditti dinari
duc. 154”, Conto de dispesa se faranno in la Regia fabrica dela cita
de Cotrone et castello per me Joan Velis de Tappia Regio pagator de
ditta fabrica, Dip. Som. f.s. 196/5, f. 70v, ASN.
17. Conto de dispesa cit., f. 136.
18. X 7bris 1542. Ad gerubino russo de cotroni loca la sua persona
fino ad molera 1543 have receputo in conto de soldo duc. 6, Conto de
dispesa cit., f. 136.
19. Conti comunali (Melissa), fs. 199/5, f. 1v, ASN.
20. ANC. 49, 1594, 227v, 230v.
21. Il 4 luglio 1586 in Cutro la vedova J. Foresta dichiara di aver
donato delle vigne al figlio con la promessa di avere, vita durante,
“vitto e vestito”. Poiché il figlio non ha mantenuto la promessa è
costretta a vendere la sua casa, ANC. 12, 1586, 55-56.
22. Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia (1579 –1782), B.8,
AS.CZ.
23. ANC. 49, 1612, 9.
24. ANC. 118, 1627, 32v-33.
25. ANC. 253, 1663, 15v-16r.
26. ANC. 231, 1664, 37v-38r.
27. ANC. 313, 1667, 9.
28. ANC. 333, 1674, 83.
29. Conto della amministrazione della tutela della Sig.ra D. Anna
Suriano, ANC. 659, 1716, 39 sgg.
30. ANC. 663, 1730, 35.
31. Alcuni massari di Crotone testimoniano che gli affitti dei
territori, o gabelle, del comprensorio della città e dei paesi
vicini “che si pigliano ad ogn’uso, si sentono, come si pigliassero
in semina, perché tanto è affittarsi ad ogn’uso che affittarsi in
semina, potendo l’affittatore farli pascere d’animali e seminarli a
suo piacere, quanto dell’affitti in erbaggio non puole l’affittatore
valersine in altro che farli pascere d’Animali”. Inoltre affermano
che di solito lo stesso territorio affittato ad ogni uso dà una
rendita un terzo in più, che se viene affittato ad erbaggio, ANC.
911, 1739, 29.
32. L’economo della mensa vescovile di Crotone affitta la gabella S.
Sosto in erbaggio per un anno maturato a 8 settembre 1711, Conto
mensa vescovile di Cotrone (1711-1712) Dip. Som. F. 315, f. 2, ASN.;
G. Cariati prende in fitto “ad ogni uso” dall’economo della mensa
vescovile di Crotone alcuni terreni per tre anni ad iniziare dal 15
agosto 1756 e si impegna a pagare l’annuo estaglio di ducati 285 a
Mulerà, otto settembre di ciascun anno a partire dall’otto settembre
1757, ANC. 1267, 1759, 264 –265; F. S. di Mayda nel giugno 1751
prende in fitto per tre anni la gabella Cervellino, per metà di
proprietà del clero di Cutro e per l’altra metà dei Morelli “, ad
uso di massaria, et ad ogni altro uso” per l’estaglio di ducati 240
l’anno pagabili in fiera di Molerà, ANC. 1069, 1752, 25 –26; Tomaso
Faraldi di Santa Severina affitta nell’estate 1754 per un anno fino
alla fine di agosto 1755 il corso di Casalenovo per farvi pascolare
“200 teste di animali vaccini”, impegnandosi a pagare l’intero
estaglio di 290 ducati “in fera molerà” del 1755, ANC. 1125, 1755,
2-3; Nel settembre 1772 il massaro P. Carcea di Papanice prende in
fitto per tre anni, ad iniziare dal 15 agosto 1773, una gabella “ad
ogni uso, forchè a pascolo di porci, ma solamente quelli servissero
per uso di mandra, o vaccarizzo”. Egli si impegna a pagare al
capitolo di Crotone ducati 150 e cioè ducati 50 a Mulerà 1774,
ducati 50 a Mulerà 1775 e i restanti a Mulerà 1776, ANC. 1665, 1772,
4, ecc.
33. ANC. 1665, 1772, 9v-10r.
34. Platea del monastero di S. Chiara di Cotrone, 1823, f. 5, AVC.
35. ANC. 338, 1701, 81.
36. ANC. 661, 1723, 192-193.
37. ANC. 179, 1640, 44.
38. ANC. 179, 1640, 45 – 46r.
39. ANC. 179, 1640, 47.
40. ANC. 179, 1644, 61-63.
41. ANC. 180, 1650, 71.
42. ANC. 180, 1652, 94-95.
43. ANC. 180, 1655, 57-58.
44. ANC. 180, 1658, 61-62.
45. ANC. 180, 1659, 33-34.
46. ANC. 180, 1659, 35v- 39.
47. ANC. 181, 1660, 32v-33.
48. ANC. 181, 1663, 43.
49. ANC. 181, 1669, 53-54.
50. ANC. 181. 1672, f.32.
51. Caridi G., Uno “Stato” feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi
1988, pp.95-96.
52. Il 3 marzo 1654 a Crotone, in presenza del capitano della città
Luis Lopes Serrano, J. D. Gallello ritira la denuncia e ritratta,
ANC. 229, 1654, 35v.
53. ANC. 1528,1775, 28.
54. ANC. 335, 1685, 51.

