[Il fiume Esaro e la città di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 47/2003)
Inondazioni con devastazione delle campagne ed
impaludamenti vicino al corso ed alla foce del fiume Esaro sono
segnalati già nel Medioevo. Allora del “grazioso Esaro”, celebrato
nell’antichità come porto e fiume navigabile, non rimaneva traccia.
Anche se il Nola Molise nel Seicento affermava che “si vede correre
piacevolmente Esaro anticamente fiume celebratissimo”, in verità non
poteva che constatare una realtà ben lontana dalla descrizione degli
antichi, tanto da imputare lo stato del fiume, che “hoggi non pare
segnale” dell’antico, ad uno spaventevole sconvolgimento tellurico,
avvenuto in un tempo imprecisabile, che aveva disgiunto il fiume
Tacina dall’Esaro; Tacina che nei tempi antichi, secondo il Nola
Molise, non esisteva ma “si congiungeva con questo fiume Esaro”1.
I danni del fiume
La presenza di pantani in territorio di Crotone è già
documentata in età normanna. Dalla descrizione dei confini di un
fondo rustico situato ad “Armira”, attuale “Armeri”, in territorio
di Crotone, donato da Curbulinus al monastero degli eremiti di San
Stefano protomartire, così si esprime il documento: “via, quae ex
Pantanitzia ad Armiram vadit”2. Crotone durante il Quattrocento è
già un luogo notoriamente malarico, dove è pericoloso sostare nei
mesi estivi. Una lettera del re Ferdinando d’Aragona evidenzia
questa situazione.
Il 7 maggio 1487, per fronteggiare il pericolo di incursioni dal
mare con il ritorno della bella stagione, il re ordinava al
condottiero delle genti d’arme del re Iacobo Castracane, di recarsi
nella provincia di Calabria e, radunati tutti gli armati che vi
erano, andare a stanziare fino al mese di luglio a Crotone ; in modo
da custodire e vigilare la città e le marine vicine con cento uomini
d’arme così da proteggerla dal pericolo turco. Il re aggiungeva che
“essendo malayro in Cotrone, state la con li decti cento huomini
d’armi per tutto il mese de julio ; et se havete aviso che non se
arma per lo turco o altro, allora ve poterrete retrahere dove è
buono ayro”3.
Nella platea della Certosa di San Stefano in Bosco, compilata tra il
1533 ed 1536, troviamo che tra i beni dati in enfiteusi dal
monastero vi erano due “vineales ..in loco dicto Ysari”. I due
vignali, confinati da una parte dalla via pubblica, in passato erano
“vinea”, ma ora uno si presentava in gran parte rovinato e l’altro
del tutto distrutto4.
Nel dicembre 1546 durante la costruzione delle fortificazioni di
Crotone si dovette procedere allo “ acconso dela via dela rotonda
quale per lo maltempo era ruynata per possire passare li carra che
portano petra alla regia frabica”5.
Sul finire del Cinquecento Ippolita Berlingieri, sposata con
Colantonio Perrone, vendeva per ducati 500 a Hortentio Labruto due
continenze di terre confinanti tra loro in località Mortelletto. Una
di queste è così descritta : "continentia con clausura di fossi et
sepi arborata di vigne con torre e puzzo dentro" confinante con il
vignale delli Marzani e la via pubblica. Le due continenze erano
situate presso la “marina d’Esari” a sinistra della foce del fiume6.
Pochi anni dopo, nell’aprile 1600, le due terre verranno cedute al
cosentino Horatio Vitale per soli 350 ducati "per ritrovarsi assai
deteriorate"7.
Pericolosità del fiume
Anche se rari, non mancano riferimenti a piene catastrofiche ed
ad annegamenti nell’Esaro e nei torrenti, che scorrono in territorio
di Crotone. Il pericolo rappresentato dal fiume è presente fin
dall’antichità, se è vero che la stessa tradizione faceva derivare
il nome “Aisaros” da quello di un cacciatore mitologico che, mentre
inseguiva una cerva, vi era annegato8.
Il “Libro dei Morti” di Crotone segnala: Adi 8 del mese di Xbre
(1603) morsi lo figlio di gio. fran.co balini cosentino di
pietrafitta che si annegò nelli fiumi di armiri. Nello stesso
“Libro” al 14 novembre 1626 troviamo che Gio. Domenico Macri annegò
“ad Esari”9. E’ dell’agosto 1620 una permuta di strada in località
“Potighella” tra l’università di Crotone e la nobile Adriana
Berlingierio. L’università cedeva una strada pubblica in parte
“diruta, guasta, fangosa et pantanosa.. per la quale non possono
l’itineranti passare et camminare ne a piede ne a cavallo” con una
strada “più piana asciutta e comoda”10.
Nel gennaio 1673 Paulo Negro, parroco della chiesa di Santa
Margarita, affermava che un vignale di tre tomolate, appartenente
alla parrocchiale, che era situato nella località “Fina Grana”,
confinante col vignale detto la Torre di Pompilio, era “precipitato
et rovinato dal vallone vicino come anco sia rovinata buona parte
della gabelluccia della torre”. Entrambi i vignali erano situati
nella vallata dell’Esaro11.
La località “Il Ponte”
La presenza di un ponte presso la foce dell’Esaro è documentata
già durante il Cinquecento da un atto notarile, rogato nell’agosto
1583. Da esso si apprende che, tra i diversi beni posseduti da
Innocentius de Adamo, vi era una “clausuram vinearum cum terreno
vacuo sitam in tenimento Crotonis loco dicto Esari”; essa confinava
con le vigne di Gio. Thomaso de Adamo, le vigne di Gio. Veles, le
vigne di Gio. Vinc. de Nola ed il “vallone dicto delo ponte via
pp.ca et alios fines”12. L’esistenza del ponte nel Seicento è
indicata da numerosi atti notarili e documenti ecclesiastici. Anche
se non sappiamo quante volte il ponte fu ricostruito, possiamo
comunque affermare che per tutto il periodo in questione rimase
stabile il luogo di attraversamento dell’Esaro. In un atto del 17
maggio 1641 si legge che il reverendo Hieronimus Petrolillo possiede
certe continenze di vigne in territorio di Crotone “loco dicto lo
ponte”, esse confinavano con il “viridarius” di Detio Suriano, il
“flumen delo ponte” e la via pubblica13. Un atto notarile del 1667
attesta che i coniugi Vito e Facente possedevano una vigna nel luogo
detto Jesus Maria. Essa confinava da una parte con la vigna di
Scipione Lantaro e dall’altra parte con la vigna di Gio. Thomaso de
Squillace, con il vallone “dicto lo Ponte” e la via pubblica14. Da
un altro documento, datato 9 marzo 1670, si apprende che Laura
Antonia Villirillo cedeva a Josepho de Messina una “vigna nemorosa
per non esser stata cultivata più anni” situata nel luogo detto
“Gesù M(ari)a confine le vigne dotale d’essa costituta le vigne
furono del q.m dom.co d’Urzo, le terre dette della Pignera, et il
Vallone d(ett)o il Ponte”15 . Il Capitolo di Crotone esigeva , per
atto del notaio Avarelli in data 5 settembre 1691, un annuo censo
sopra la gabella la Rotondella e le vigne del Ponte dei chierici
Domenico e Stefano Labrutis16 e tra i beni lasciati in eredità dal
chierico Domenico de Lambrutis troviamo “un giardino loco detto Lo
Ponte d’Isari con sua torre e vignali uno de’ quali si ritrova
sementato di tt.a cinque d’orzo e l’altro dentro detto giardino
sementato di lino e fave in comune col giardiniere”17. Nella visita
pastorale eseguita dal vescovo di Crotone Marco Rama sul finire del
secolo si legge che la cappella della Resurrezione della cattedrale
esigeva un annuo censo sopra il territorio detto la Volta del Ponte,
“dove hoggi vi è un orto, e vigna della famiglia Rocca”18 ed il
seminario possedeva un annuo censo sopra le vigne del fu Gio.
Thomaso e di Giulio Squillace nel luogo detto “Giesù Maria vicino al
ponte dell’acqua d’Esari hoggi patrimoniali del sacerdote D. Onofrio
Messina”19.
La strada della marina
Le “carte” di Crotone del Cinquecento e del Seicento ci indicano
la strada che partiva dalla porta della città e costeggiava la
Marina verso il Neto. Essa passava per il convento dei Cappuccini,
la chiesa della Pietà, la chiesa di Sant’Antonio Abate, il ponte in
legno sull’Esaro presso la foce e si dirigeva costeggiando la marina
verso il Neto, che attraversava alla foce, dove c’era il bosco
“Pantano”. Lungo questa strada, tra la porta della città ed il ponte
sul fiume, verranno costruiti durante la prima metà del Settecento
numerosi magazzini, che ci indicano ancora oggi il percorso. Questa
strada pubblica, che ricalcava la medioevale via regia, rimarrà
inalterata per tutta la prima metà del Settecento, anche dopo la
ricostruzione del ponte in “fabbrica”.
Il 16 aprile 1711, per atto del notaio Silvestro Cirrelli il parroco
Natale La Piccola comprava all’asta dalla Corte vescovile una vigna
con due vignali uniti, che il 13 giugno 1715 cedeva per ducati 710 a
Salvatore de Messina. Il fondo è così descritto nell’atto di
vendita: “ Una vigna con due vignali uniti, uno dalla parte di
addietro detta vigna, e l’altro dalla parte d’avanti con più e
diversi alberi fruttiferi viti, casella , vaglio di fabrica, pozzo,
chiusura, e fosse, seu conserve da metter biade.. loco detto il
ponte, e communemente chiamata la vigna di Labruto, confine d’un
lato a detta vigna e vignali il ponte dell’acqua, dalla parte
davanti strada publica al primo vignale dall’altro lato vallone
confinante con le terre dette La Rotonda, e dalla parte d’addietro
confinante detto vignale con le vigne del detto Salvatore (de
Messina)”20. In seguito nel 1721 la vigna “ con un vignale con
torre, alberi fruttiferi, consistente in otto pezze di vigne al
numero di dodeci mila viti in circa, con chiusura, e cinque fossi
per uso di grano” situata nel luogo detto Gazaniti “ confine le
vigne paterne d’esso Salvatore (Messina) d’una parte, e dall’altra
il Ponte dell’acqua detto il Ponte d’Esari e vallonello dell’altra
parte” è venduta per ducati 1033 da Salvatore Messina ad Anna
Suriano21.
Il 23 luglio 1715 Luise Barricellis cedeva al fratello Mirtillo un
comprensorio di terre con alberi, viti, pozzo, torre, magazzini,
vaglio di fabbrica e portone sito nel luogo “la Pignera”, confinante
per tre lati con le terre dette “la Pignera”22 e dall’altro con il
giardino del fu Annibale Suriano ed il “vallone del Ponte”23.
La costruzione del ponte di fabbrica alla foce dell’Esaro
Sappiamo che all’inizio del Settecento pur mantenendosi i
toponimi “loco detto il ponte” e “Vallone del Ponte”, il passaggio
sull’Esaro, a causa della distruzione del ponte in legno, avveniva
presso la foce, attraversando il letto del fiume, che, ridotto per
la maggior parte dell’anno ad un rigagnolo, di solito non
raggiungeva il mare. Tuttavia con l’arrivo delle piogge autunnali ed
invernali il transito risultava quanto mai difficile e pericoloso,
sia per gli uomini che per gli animali.
Nel 1718 il reggimento della città di Crotone inviava una supplica
al Vicerè, per chiedere che potesse venire rieletto alla carica di
sindaco dei nobili Ferdinando Pelusio. Nella stessa si faceva
presente che era in atto una causa in Regia Camera contro il Duca di
Montesardo, per ottenere il pagamento della bonatenenza del valore
di ottanta ducati annui. Con tale somma e con gli arretrati i
governati della città avevano deciso di compiere alcuni lavori
urgenti. Tra essi si affermava di aver “già disposto di dover
eriggere un ponte di fabbrica in un luogo d’acqua detto Isari poco
distante da detta città e per dove in tempo d’inverno si perdono
molti bovi che per necessità devono per ivi passare con carri”24.
Nel 1719 per pubblico reggimento, essendo sindaco dei nobili Gio.
Battista Barricellis e mastrogiurato Geronimo Syllano, si decise di
porre alcune tasse ed il ricavato utilizzarlo per la costruzione dei
ponti sul fiume Esaro e sul vallone. A tale scopo vennero nominati
alcuni cittadini deputati a seguire e portare a termine il progetto.
I designati furono per gli aristocratici Fabritio Lucifero e Pietro
Suriano e per i nobili onorati Cesare Scarnera e Bernardo Venturi.
Fu inoltre nominato Pietro Geraccio come cassiere.
Sappiamo che in quello stesso anno 1719 iniziarono i lavori di
costruzione. In seguito lo stesso sindaco Barricellis ed il mastro
giurato aggiungevano che la fabbrica del ponte sul fiume Esaro e del
ponticello nel vallone, dove corre la lava nel detto fiume, era
indispensabile in quanto la loro mancanza creava “infiniti incommodi
essendo sommerse alle bocche di detto fiume diverse persone e di
vantaggio non potendo tragittare li carri conviene passare per la
marina, l’arena della quale è la destrutione de’ bovi di questa
città e forestieri”25.
Il 5 novembre di quello stesso anno 1720 il reggimento cittadino
prendeva atto che l’anno precedente si era dato inizio alla
costruzione del ponte sull’Esaro, opera indispensabile e “sommamente
necessaria non solo per servitio de tutti li cittadini e pubblico di
essa università che de forestieri per essere l’unico e più frequente
passaggio di tutto il territorio senza del quale essa città ne viene
a sentire scomodo e danno notabilissimo giacché non si possono
introdurre carri con vettovaglie con grano, legna ed altro che vi
bisogna per grassa ad uso della medesima non potendosi guadare detto
fiume da cavalcature, bovi e altro”. Preso atto che mancavano i
fondi per poter proseguire nell’opera, in quanto aveva dovuto far
fronte alle spese per il passaggio ed alloggio dei soldati tedeschi,
decideva di esigere un grano di più a rotolo di carne di porco, che
dovrà macellarsi per il corrente carnevale26.
Passerà ancora del tempo, finché il ponte verrà completato nel 1724
al tempo del sindacato del marchese di Apriglianello Fabritio
Lucifero27 .
“I giardini” d’Esaro
L’incremento del commercio e dei traffici terrestri
determinarono il mutamento del paesaggio nelle vicinanze della foce
del fiume Esaro, dove attraverso il ponte passava la via pubblica.
Sorsero numerosi “giardini” con torri. Nel 1725 Il marchese di Valle
Perrotta Francesco Cesare Berlingieri acquistava dal marchese di San
Martino Pietro Alimena una continenza di terre in località Esaro,
situata tra la via pubblica e la marina. Pochi anni dopo egli
procedeva al miglioramento, facendoci impiantare molti alberi da
frutto e vigne. Vent’anni dopo la continenza di vigne con giardino è
così descritta: “ giardino d’alberi fruttiferi, terre vacue, ed
ortalizie, siena ,pozzo, pila aquidotti seu canalette, torre,
chiusura ed altro”28.
Nel catasto onciario del 1743 troviamo che nel luogo detto “Il
Ponte” vi sono “una chiusa di terre vitate ed alberate” portate in
dote da Anna Suriano a Berardino Suriano e la “Chiusura di vigne” di
Luca Messina29.
Sempre in quegli anni i fratelli Giuseppe e Pietro Giunti, figli ed
eredi di Domenico, possiedono “un giardino con vigna, terre vacue,
torre, pozzo e pila di fabrica per uso di orto, ed altre
commodità...nel luogo detto la Pignera, confine alle terre
denominate la Pignera ed il torrente seu vallone del Ponte”30 e
Sigismonda Pipino, moglie di Mirtillo Barricellis, come erede del
fratello Francesco, ha “un comprensorio di terre detto Il Giesù,
consistente in due vignali di terre rase con giardino, terre per uso
di orto, vigne, torre, magazeni, vaglio murato, giardinello serrato
di fabrica, pozzo con siena, pila, ed altre commodità all’intorno
detto comprensorio di terre serrato di fossi, confine d’una parte il
pozzo universale detto L’acquabona, la chiesa della SS. Annunciata,
ed il ponte d’Esari, via mediante colla vigna detta Giesù e
Maria”31. Poco dopo il giardino passerà in proprietà ai coniugi
Valerio Grimaldi e Francesca Barricellis, i quali nel 1752
possiedono il giardino volgarmente detto “Il Giesù sito e posto loco
detto il Ponte da questa parte il torrente di detto Ponte e confina
d’una parte al medesimo e dall’altra alla strada publica”32.
La strada Maggiore
Alla fine del Settecento c’è la “strada maggiore che conduce al
Ponte” ed il convento di San Francesco di Paola esige una decina di
annui censi per canoni su vignali, concessi a particolari già da
parecchi anni, situati nel luogo detto “Li Piani del Ponte”33 e
nella località “Il Ponte” c’è la chiusa degli eredi di Bernardino ed
Anna Suriano34. Infatti Raffaele Suriano, figlio ed erede di Anna e
di Bernardino Suriano, possedeva due vigne: una, “nel luogo detto
Gazzaniti con torre, pozzo e pila, che prima serviva per uso di
orto, casetta di campagna e giardinetto serrato di mura”, confinava
con la gabella Li Cudi; l’altra con torre di fabbrica confinava con
“la Paganella” e la strada pubblica del Ponte. Entrambe erano
appartenute alla madre Anna Suriano che le aveva avute: la prima dal
padre Annibale; la seconda l’aveva acquistata da Salvatore Messina.
Raffaele Suriano unì le due vigne, comprando un pezzo di terra, che
le separava, dagli eredi di Salvatore Messina. Nel comprensorio, che
così venne a formarsi, chiamato “il Giardino del Ponte”, egli piantò
duecento alberi di olivo, quattromila viti e numerosi alberi da
frutto35.
Le nuove strade
La pericolosità della vallata, in cui fluiva l’Esaro, aveva
sconsigliato fin dal Medioevo il suo attraversamento. I percorsi che
collegavano la città di Crotone verso sud con gli abitati di Isola,
Cutro, Catanzaro ecc. si inerpicavano sulle colline, o si snodavano
tra le loro falde. Essi risalivano la vallata dell’Esaro,
mantenendosi sempre sulla riva destra del fiume, badando di tenersi
ben lontani dall’alveo.
Nel Settecento cominciò la progettazione e la costruzione delle
nuove strade rotabili, che dovevano collegare velocemente le varie
città. Per la loro natura esse dovevano permettere e facilitare il
transito di carri, di calessi e di vetture; perciò dovevano essere
per quanto possibile razionali, larghe, in piano e diritte, in modo
da permettere collegamenti veloci. Per raggiungere tale scopo venne
iniziata la costruzione di ponti, in modo da facilitare
l’attraversamento dei fiumi.
Nel 1756 sotto la guida dell’ingegnere Pietro Sbarbi36 si
concretizzava il progetto per la costruzione della nuova strada, che
permetteva di congiungere Catanzaro con Crotone. Il tracciato della
strada, che alla metà dell’Ottocento era ancora in gran parte
incompleta, subirà nel tempo varie modifiche. Dalle carte
settecentesche si vede che la strada lasciata la città ionica,
risaliva la vallata a destra del fiume Esaro e, passando per il
piano di Cutro, raggiungeva la marina a destra della foce del
Tacina. La nuova strada verso Cutro rimarrà per molto tempo
incompleta ed il suo tracciato verrà più volte rifatto. Tra i vari
tentativi vi fu anche quello di attraversare con un ponte l’Esaro
per risalire la vallata a sinistra del fiume. Questo progetto, che
troverà nell’Ottocento esecuzione, andrà dapprima incontro al
fallimento, in quanto il ponte subirà ben presto le piene del fiume.
Sappiamo che l’ingegnere militare Giuseppe Laurenti tra il 1756 ed
il 1761, anno della sua morte, oltre a dirigere i lavori del nuovo
porto, si interessò anche a progettare ed a costruire un nuovo ponte
sull’Esaro37.
Inondazioni
Per tutta la prima metà del Settecento era proseguito il
disboscamento e l’allargamento delle terre a semina. Il mutamento
climatico e la natura argillosa del suolo disboscato saranno le
cause di catastrofiche inondazioni e dell’incrementarsi della
malaria. Di questa situazione ne faranno le spese anche il re Carlo
III di Borbone ed il suo seguito. Il 3 marzo 1735 il re aveva appena
lasciato la città di Crotone, passando per un pezzo di una nuova via
per raggiungere Cutro. Un violento nubifragio lo sorprese in aperta
campagna. L’allagamento della strada impantanò e blocco i calessi ed
i carri in aperta campagna, mentre il re a stento riuscì a
rifugiarsi a Cutro38.
Così il regio uditore Andrea de Leone riporta nel 1783
un’esondazione avvenuta pochi anni prima: "Accadde ... un'alluvione
grande, e i torrenti menarono intorno alle mura della città, ed in
mare un così strabbocchevole numero di serpi di varie specie
ammonticchiati in globi, che svilluppandosi minacciavano
d'infestarla tutta se non si fosse prevenuta questa sventura con
situare gran fochi passo passo all'intorno, e con mettere sulle mura
tutti i galeoti, che stavano al travaglio, con far coni, ed altri
legni, uccidendo quelle spaventevoli bestie, che cercando uscire dal
sottoposto mare, salivano a schiere per le muraglie”39.
In quegli stessi anni l’abate di Saint- Non, nel 1778, annotava che
l’Esaro “ è solamente un miserabile torrente melmoso ed, ad
eccezione di quando inonda, non sbocca al mare che per
infiltrazione” ed il protomedico Giovanni Vivenzio nel 1783 ci
informa che la zona di Crotone “nel mese di Luglio dai Pastori
medesimi è abbandonata.. e quantunque alcuni da urgenti bisogni e
poco della loro vita solleciti sogliono rimanervi per tutto l’anno,
vi lasciano in poco tempo la vita, restando assaliti o dalle acute o
dalle cronache malattie”40.
L’alluvione del dicembre 1784 portò via uno dei tre pilastri del
ponte di fabbrica sul fiume Esaro. L’anno dopo, come ci ricorda
un’iscrizione, il ponte fu ricostruito dall’ingegnere Giovanni
Bianchi41, ma durò poco, una piena in quello stesso anno lo rovinò.
Intervenne la Cassa Sacra che sequestrò, “ Per un imprestito fattene
in occasione che in detto tempo il detto ponte per un’alluvione
ricevè altro guasto”, il denaro del Fondo detto della Polizia, che
doveva servire per la costruzione dei condotti sotterranei, per la
lastricatura e la spazzatura delle strade e per la costruzione del
ponte.
Alcuni anni dopo, nel 1792, Giuseppe Maria Galanti aggiungeva che
“l’Esaro ancora impaluda vicino a Cotrone. Sull’Esaro il ponte è
rotto, ed il fiume fa de’ ristagni”. Osservazioni ribadite da
Friedrich Leopold von Stolberg che nel maggio di quell’anno osserva
che “in certi periodi l’Esaro si gonfia; l’autunno passato ha
divelto un ponte di pietra con arco a volta, al quale si sta
lavorando per la ricostruzione. La piena ha anche devastato interi
giardini ....la mancanza di strade aggrava lo stato di questa
provincia, dove non è ancora stata costruita una strada
carrozzabile”42.
La ricostruzione del ponte
La caduta del pilastro ed il sequestro del denaro causò la
cessazione del “commercio colle campagne e paesi convicini”. Tale
situazione durò fino al 1793 quando gli amministratori economici
della città si rivolsero al re e sollecitarono la ricostruzione del
ponte. A tale scopo fu incaricato l’ingegnere Claudio Rocchi, che
fece una perizia delle spese occorrenti mentre l’ingegnere
Erminigildo Sintes redasse la pianta del nuovo ponte, “che deve
costruirsi per avere una lunga durata”, calcolando una spesa di 3748
ducati. Il tutto fu il 22 giugno 1793 inviato a Napoli per
l’approvazione. Il piano anche se approvato trovò subito degli
ostacoli in quanto il denaro che doveva essere utilizzato doveva
provenire dal Fondo della Polizia, che risultava sequestrato fin dal
1785. Rimise in moto la pratica una lettera inviata da Giuseppe
Odevene, comandante del regio castello e della piazza di Crotone.
L’Odevene il 14 settembre 1793 faceva presente ai governanti della
città che, poiché era stata dichiarata guerra alla Francia, per la
pubblica sicurezza era necessario con ogni mezzo possibile
ripristinare il passaggio sul ponte dell’Esaro, in modo da
facilitare la comunicazione con i paesi vicini, per favorire il
trasporto di viveri, nel caso si dovesse vettovagliare la truppa di
mare o di terra di passaggio per il porto e la città. Pressati dalla
nuova richiesta, i governanti in quello stesso mese di settembre,
tralasciando per il momento il progetto elaborato dal Sintes,
chiesero tramite il sindaco, il marchese Berlingieri, a Vincenzo
Biondi, ministro della Cassa Sacra in Catanzaro, che “sul terzo
pilastro dalla parte della città si avesse à fare un passaggio
commodo per gli animali da soma perché sopra l’altri due esiste il
libero passaggio”.
Così sul finire del 1793 si decise di fare un piccolo transito sul
fiume per poter passare a piedi.
Nel maggio 1795 si incominciò la costruzione del ponte sull’Esaro
secondo il disegno e la perizia fatta dall’ingegnere Erminegildo
Sintes. I lavori presero l’avvio sotto la guida del capo mastro
Francesco Gallo da Policastro, al quale l’opera era stata ceduta, o
subappaltata, dal mastro Domenico Cerrelli. ( Supplica al re di F.
A. Lucifero, Cotrone 25.4. 1795) Seguì i lavori l’ingegnere Claudio
Rocchi. L’opera tuttavia non dovette andare a compimento.
La strada del Ponte
Nel settembre 1803 si diede avvio al riattamento del ponte
sull’Esaro e alla costruzione del ponticello sul Papaniciaro che
furono allora dati in appalto al capo mastro Cesare Scaramuzza, che
tuttavia non li portò a termine; anzi l’università decise di
liquidare lo Scaramuzza. Il tempo passava e nel 1805 il ponte
sull’Esaro, abbandonato e lasciato incompleto dall’appaltatore
Scaramuzza, minacciava rovina. Le opere costruite deteriorarono a
tal punto, che il “ritardare il rimedio sarebbe stata la certezza di
rifare il ponte da capo”. Il decurionato il 27 agosto 1805 approvava
una tassa sui cittadini benestanti per giungere al completamento. Si
stabilì che la somma occorrente dovesse essere stabilita dagli
ingegneri D. Francesco Maria Zanchi e D. Francescantonio
Capocchiani, nonché dal tenente colonnello del genio e governatore
della Regia Piazza D. Giacomo Lettieri, e che il lavoro dovesse
essere eseguito in economia e non in appalto43.
Durante il Decennio francese il comune provvide quindi a completare
i lavori del ponte sull’Esaro con la spesa di 600 ducati44. Una
carta francese del luglio 1807 ci indica le principali strade, che
collegavano la città con il territorio circostante. Esse erano :
“Chemin du Pont”, “Chemin de Cutro” e ”Chemin de Isola”45.
La strada del Ponte collegava Crotone con Cirò. Superato con il
nuovo ponte l’Esaro presso la foce la strada proseguiva verso il
fiume Neto, superandolo non più alla foce, come per il passato, ma
presso Corazzo. La strada è così descritta da Nicola Sculco:
(Partendo dalla porta principale della città) “In linea retta
incontriamo i magazzini, Albani Morelli, era Cantafora, Valloncello
Pignataro, Orto Conventello, magazzini Barracco con casinetta,
Albani, Berlingieri, Bruno con stanza superiore, Lucifero Marchese,
Giunti, Barracco, termine del vignale Gesù e Maria, fabbriche del
convento di S. Francesco con piccolo vignale, magazzini Seminario
Diocesano, Albani – Lucifero, Orto Lucifero con portone a volta, e
per i termini dei vignali Berlingieri- Frisenda, si giunge al ponte
dell’Esaro. A man destra di detta strada, il fondo Gesù, chiuso da
mura, sottostante è la stradetta Acquabona, con magazzini e
giardinetto murato detto la Concia proprietà Albani, Zurlo e
Giglio”. Superato il ponte sull’Esaro, la strada “dalle Botteghelle
attaccate al torrente Esaro, continua per il Passo Vecchio, Vallo di
Crepacore, Brasimatello, Carpentieri e Schiavone fino a Corazzo”.
Tale strada rimase inalterata finché la piena dell’Esaro del 12
dicembre 1905 non provocò la caduta del secolare ponte sull’Esaro,
dove passava la strada provinciale Cotrone – Cirò46.
La palude Esaro
Alla fine dell’Ottocento l’Esaro si era trasformato in una vasta
e pericolosa palude. Soprattutto alla foce dove il fiume, ad un
livello inferiore del mare, era sbarrato dalle dune sabbiose della
marina. Il Dottor Isidoro Caloiro così descriveva la situazione: “
Oggi l’antico Esaro è divenuto un’ampia e micidiale palude, le cui
acque per difetto di sbocco ristagnando nell’alveo danno luogo ad
una copiosa ed esiziale produzione di miasmi, favorita dalla natura
melmosa e fangosa del terreno. Ecco la sorgente del miasma palustre
che inquina l’aria di questa Città ed arreca continue molestie alla
salute pubblica, segnatamente nella stagione estiva, nella quale il
calore facilita la putrefazione delle sostanze vegetali ed animali,
l’evaporazione ed il parziale prosciugamento della palude, e quindi
infieriscono le febbri da malaria. Per effetto di tali miasmi, il
soggiorno di questa città si rende temibile a coloro che vi
dimorano, e più fatale ancora a coloro che dimorano nella stazione
ferroviaria, ove è massima l’influenza infettiva del miasma, attesa
l’immediata vicinanza della palude”47.
Il fiume Esaro tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del
Novecento
Il fiume Esaro che scorre a ponente della città di Cotrone ed a
poca distanza dalla medesima, ha il suo corso da mezzogiorno a
tramontana, alquanto tortuoso nel tratto presso la strada
provinciale e tortuosissimo a monte di essa.
Questo fiume era ormai ridotto ad un fomite di malaria per lo stato
di abbandono in cui venne, da secoli, lasciato. Esso, nel I° tratto,
dalla sua foce a nord sino al ponte della strada provinciale, misura
circa m. 980 e riceve presso lo stesso ponte il torrente Lampos ( o
Papaniciaro). Questo 1° tratto dell’Esaro ha il suo fondo sottoposto
al livello del mare, così che nei mesi estivi, essendo chiusa la
foce dalle dune formatesi lungo il lido, diventa un pantano le cui
acque comunicano col mare, infiltrandosi nel terreno sabbioso della
spiaggia, dopo avere ripiegato a destra. Avviene poi, nelle piane,
che le acque, trovando la foce sbarrata dalle dune, si elevano fino
all’altezza di queste, invadendo i circostanti terreni bassi, i
quali, non avendo scoli regolari, vi fanno ristagnare le acque.
Nel 2° tratto invece, di circa m. 800, l’Esaro si allarga senza
produrre grandi escavazioni nel fondo argilloso e formando solo
semplici ristagni d’acqua, che producono un’abbondante vegetazione
palustre ed una esalazione pestifera a causa delle erbe, che
trovansi in macerazione nel fondo pantanoso.
Nel 3° tratto infine, e cioè per il percorso di circa 17 Km.,
l’Esaro scorre incassato fra sponde ripide e di altezza variabile
dai 3 ai 6 metri. Le sponde sono tutte coperte da folta vegetazione
palustre e l’alveo si apre in terreni piani argillosi: avviene
quindi che l’azione della corrente scava quei tratti del fondo in
cui trova minore resistenza, lasciando delle dighe di terreno misto
a piante venute in macerazione, e formando perciò una serie di
ondulazioni, di cui le parti concave contengono in permanenza
ristagni d’acqua.
Ma oltre ai ristagni di acque formati dall’Esaro, altri hanno la
loro origine dal Lampos, il quale, per un piccolo tratto prima del
suo sbocco nell’Esaro, presenta gli stessi inconvenienti nel 2°
tronco di quest’ultimo fiume e cioè si allarga formando dei ristagni
d’acqua, che danno origine a fermentazione di sostanze vegetali.
Provvedendosi con regio decreto 11 ottobre 1885, n. 3455, serie 3a,
alla classifica in 1a Categoria delle opere occorrenti per la
bonifica dei cennati terreni paludosi, furono tosto iniziati i
relativi studi, cui seguirono diverse proposte concrete, le quali
però non riportarono la completa approvazione superiore. Nell’anno
1899 il Ministero dei lavori pubblici, mosso dal proposito di
accontentare le vive e giustificate aspirazioni della cittadinanza
cotronese, con lettera 28 luglio stesso anno, incaricava l’ispettore
compartimentale del Genio civile di riferire sui criteri da adottare
per eseguire quell’opera tanto desiderata. Questi, con relazione 2
ottobre 1899, dopo avere esaminato le condizioni in cui si trovava
il fiume Esaro ed i progetti precedentemente redatti per risanarlo,
riferì conchiudendo che “un razionale progetto della bonifica in
parola dovrebbe avere di mira principalmente la sistemazione
completa della zona paludosa adiacente al ponte provinciale, sia nel
tratto a monte per circa m. 500 che per un tratto alquanto più breve
a valle, zona che, oltre ad essere la più prossima alla stazione
ferroviaria,è la peggiore, non escluso, beninteso, il colmamento
della bassura nel fondo Gesù, dei signori Berlingieri, posto sulla
sponda destra verso la foce dell’Esaro”.
Lo stesso ispettore soggiungeva che i criteri da seguire avrebbero
dovuto essere: 1)sistemare con alveo tutto rivestito il secondo
tronco dell’Esaro per circa 500 metri a monte del ponte provinciale,
regolarizzando egualmente il corso del torrente Lampos che si
scarica nell’Esaro a valle di detto ponte.
2)Ricolmare con materie pesanti lo stagno a valle del ponte,
aprendo, a raddrizzamento del primo tronco del terzo tratto
dell’Esaro, un nuovo canale a sponde e fondo rivestiti, da
innestarsi all’alveo a circa m. 300 dal ponte e sistemare poi
opportunamente l’immissione di questo nuovo alveo del suindicato
torrente Lampos.
Il 1.2.1900 riunitasi in Catanzaro la Commissione tecnica per le
bonifiche questa, tenuto presente il citato rapporto dell’ispettore
compartimentale lasciava il progetto in corso di compilazione alla
parte a valle della strada provinciale adottando i suggerimenti dati
dall’ispettore compartimentale.
In base a questi criteri fu compilato il progetto per la bonifica
del secondo tronco dell’Esaro, tra la provinciale ed il mare. Ed i
relativi lavori appaltati in base a progetto 31.12.1900, furono
ultimati nel novembre 1905.
Eseguiti gli studi ed accertato che gli stagni non sono alimentati
da sorgive, potendosi ritenere con certezza che quelli di fondo
superiore al livello del mare sono formati quasi esclusivamente da
acque lasciatevi dal fiume al cessare del suo corso e che quelli di
fondo inferiore sono costituiti dalle stesse acque del fiume e da
quelle del mare, fu compilato il progetto per la bonifica del tronco
a monte del ponte per una lunghezza di circa 800 metri. I relativi
lavori, analoghi a quelli del tratto a valle, e cioè rivestimento
murario dell’alveo e costruzione di argini erano stati già appaltati
quando sopraggiunse la piena del 12.12.1905 distruggendo quasi tutte
le opere eseguite per la bonifica del tratto a valle e provocando la
caduta del secolare ponte della provinciale Cotrone – Cirò.
Fu allora incaricata la Commissione tecnica centrale per le
bonifiche di recarsi sopraluogo, di accertare lo stato delle cose e
di suggerire i provvedimenti necessari. Questa commissione eseguita
la visita della località, fu di avviso che non dovesse procedersi
all’approvazione del contratto stipulato pel tronco a monte,
dovendosi redigere per questa bonifica un razionale progetto di
sistemazione, comprendendo tutti i lavori da eseguirsi tanto a monte
che a valle del ponte. (Marenghi E., Calabria, Roma 1909).
Note
1. Nola Molisi G. B, Cronica cit., pp. 56- 58
2. Trinchera F., Syllabus cit., p. 206.
3. Capialbi H., Instructionum Regis Ferdinandi Primi Liber, in Arch.
Stor. Cal., 1916, pp. 262- 263.
4. Longo L. ( a cura), La platea del monastero del SS. Stefano e
Brunone, Ed. Orizzonti Meridionali Cosenza 1996, p. 67
5. Dip. Som. fasc. 197, (1546), ASN.
6. Alla fine del Settecento il monastero di Santa Chiara possedeva
il vignale Mortilletto, vignale di terra rasa e paludosa che
confinava con il lido del mare, Lista di Carico C.S. (1790), f. 5v.
7. ANC. 334, 1678, 198 -200.
8. Nola Molisi G. B, Cronica cit., pp. 56- 57.
9. Liber Mortuo. ab anno 1601, Arch, Vesc. Crot..
10. L’università possiede una strada pubblica “tra il giardino del
S.r Petro Antonio Pagano et la gabella dela Potighella”. La strada
“principia dala porta di fabrica da detto giardino et tira abascio
verso tramontana et termina alle bruche grandi che sonno ad termine
di detto giardino”. La strada è permutata “con una strada nova per
dentro detta gabella dela potighella”, ANC. 49, 1620, 31 -32.
11. ANC. 334, 1673, 3.
12. ANC. 15, 1583, 272.
13. ANC. 119, 1641, 25.
14. ANC. 253, 1667, 6.
15. ANC. 253, 1670, 16.
16. Platea del “Capitulo del Anni 1692 – 1693 e del 1693 – 1694”, f.
9v, AVC.
17. ANC. 497, 1701, 78; 496, 1702, 58.
18. Acta cit., f . 107v, AVC.
19. Acta cit. f. 130v, AVC.
20. ANC. 659, 1715, 43 -49.
21. Anna Suriano possiede “La vigna detta di Labruto, sita nel loco
detto il ponte dell’acqua, consistente in vigna, vignale, giardino,
fossi, chiusura e torre confine detto ponte dell’acqua”, ANC. 661,
1721, 70 -71, 84 -85.
22. Il territorio “la Pignera” confinava con il fiume Esaro. Nel
1752 i fratelli Antico possedevano un giardino con vigne, alberi
fruttiferi, terreno vacuo e torre nel luogo detto “de sopra la
Pignera da questa parte il fiume Esaro”, che confinava da una parte
con detto fiume e dalla parte laterale con la gabella. ANC. 913,
1752, 173.
23. Nel 1717 Mirtillo Barricellis vende il comprensorio “La Pignera”
a Domenico Junta, il quale nel 1737 lo lascia in eredità ai figli
Giuseppe e Pietro , ANC. 659, 1717, 32-33; 1063, 1743, 32 -36; 860,
1759, 52.
24. Coll. Prov. Vol. 350, ff. 37 -38 (1718), ASN.
25. Coll. Prov. Vol. 354, F. 255 (1720), ASN.
26. Coll. Prov. Vol. 354, f. 255 (1720), ASN.
27. Lenormant F.,La Magna Grecia cit., Vol. II, p. 178 in nota.
28. ANC. 1063, 1745, 16 -17.
29. Catasto Onciario, Cotrone 1743, ff. 23, 149v.
30. I Giunti venderanno nel 1745 il giardino ai fratelli Antico,
ANC. 860, 1759, 51v - 52.
31. ANC. 666, 1744, 45 -46.
32. ANC. 855, 1752, 37 -40.
33. Nel 1790 i proprietari dei vignali che erano obbligati a versare
il canone annuo al convento di S. Francesco di Paola erano: Faustina
Falco come erede di Felice Bertuccia, Giuseppe Siciliano come erede
di Francesco Riccio, Gregorio Strina per vignale pervenutoli da
Isidoro Leprincipe, Saveria de Silva e per essa il marito il barone
Lucifero, Michele La Piccola e Raffaele Antico come eredi di
Leonardo Antico, Pasquale Fanele, Aurelio Asturi come erede di
Santa, Caterina Cavarretta e Gregorio Morelli, Lista di Carico , C.
S., 1790, f. 21, AVC.
34. Catasto Onciario Cotrone, 1793, AVC.
35. ANC. 1343, 1770, 76 -81.
36. Moio G. B. – Susanna G., Diario di quanto successe in Catanzaro
cit., p. 147; De Lorenzis M., Catanzaro, III, pp. 65, 73.
37. Vaccaro A., Kroton, I, 463.
38. In occasione dell’arrivo del re a Crotone era stata aperta, “
per maggior commodo del passaggio di S. M.”, una nuova via pubblica
nel “mezzo delli piani” del territorio detto “La Pignera”,
appartenente ad Antonio Barricellis. Nel passato si camminava “a man
sinistra fra le coste e li piani di detta Pignera”, ANC. 665, 1736,
100.
39. De Leone A., Giornale e notizie de' tremuoti accaduti l'anno
1783 nella provincia di Catanzaro, Napoli 1783, p. 137.
40. Vivenzio G., Istoria e teoria de’tremuoti cit., p. 141.
41. Iscrizione: “AESARO ETIAM / FLUMINIS IMPETU ET ALLUVIO/ PRISTINO
COLLAPSO / IOANNIS BLANCHI DUCTI/ ELEGANTIOR HIC PONS IMPONIT/ ORDO
POLULUSQUE CROTONENSI / P. P. / AD MDCCLXXXV”.
42. Stolberg von F. L., Viaggio in Calabria, Rubbettino Ed. 1996,
pp. 24, 27.
43. Lucifero A., Cotrone dal 1800 al 1808, pp. 130- 132.
44. Caldora U., Calabria napoleonica (1806 -1815), cit., p. 349.
45. Il 3 ottobre 1808 il sottointendente del distretto di Catanzaro
sollecitava il regio governatore di Cotrone ad interessarsi per una
sottoscrizione tra i cittadini per completare le nuove strade, AVC.
46. Marenghi E., Calabria, Roma 1900.
47. Caloiro I., La bonifica della palude Esaro nel comune di
Cotrone, Cotrone 1888, p. 12.
***
RELAZIONE PER IL PROGETTO DEL PONTE SUL FIUME ESARO
di Ermenegildo Sintes
Ill.mo Sig.re
Il ponte sopra il fiume Esaro poco lontano della città di cotrone,
fu per quanto si osserva principiato affin di dovervi ultimare
stabilmente di fabbrica reale, e di pietra; come lo dimostra la soda
fabbrica de’ suoi piloni con continuata platea distesa per tutta la
larghezza del fiume, e dalle sue spalle ordite di grossi muri,
giusto per tenere a freno li numero tre archi, che si doveano
presentare alla corr(en)te. Fu a mio senso sospeso l'ideato lavoro,
e per supplire alla necessità del passo, si pensò spianare al di
sopra gli orditi triangolari piloni un ponte interino di legno;
questo però conoscendosi poco forte di sua natura, e dall'altro
canto dovendosi provedere al transito sicuro de' carri carichi di
peso, crederono potersi piantare; ed in fatti piantarono per mezzo
il letto del fiume una continuata fabbrica de’ pali a’ due ordini
prossimamente alli pilastri del ponte, riempita fra mezzo d'interro,
affine di ottenere una strada elevata dal fondo, tanto più, che
avendo questo fiume più tosto del torrente, onde la maggior parte
dell'anno si riduce quasi senz'acqua, permette potervi liberam(en)te
passare. Ordita appena questa fabbrica de' pali, e strada pensile,
immediatam(en)te si vidde (come in realtà dovea accadere) inalzarsi
il letto del fiume mediante le deposizioni a' par di questa
med(esim)a strada, servendo questa come di chiusa, e parata, ed in
conseguenza si venne a scemare in altezza l'apertura del ponte, per
cui nella piena facendosi più che mai elevato atto ad investire la
legname del ponte, dieci anni sono, restò questa disciolta, e
trasportata. Si pensò dopo al suo dovuto risacimento, ed accortisi,
che le aperture del ponte erano troppo basse, a ricever le piene,
innalzarono di pochi palmi le pilastre, indi nuovamente lo
ricoprirono di legno con la spesa più di due mila ducati, con l'idea
di avergli date aperture capaci, ma restarono ingannati, mentre
nelle piene dell'autunno prossimo passato elevatosi il fiume prese
tutto il legname di petto, e se lo portò, lasciando la fabbrica del
ponte, come in disegno si vede. A questo si aggiunse la mala
direzzione del fiume med(esim)o, che in vece di prendere il filo
nella via di mezzo, si dirigge verso una parte dov’è l'apertura
minore, onde per questo istesso ristagnando in di esso, viene a
maggiormente innalsarsi contro dal ponte, cosa, che non sarebbe
accaduta se liberamente fosse entrato a spaccare il vano maggiore
senza diminuzione di celerità già prima acquistata.
Due dunque sono le cause immediate, che contribuiscono alla di lui
poco sicurezza, una cioè la non sufficiente capacità de' vani al
passaggio delle piane, e l'altra il ristagno delle acque restando
impedito il libero suo corso. Al che per rimediare è necessario in
primo luogo togliere la sud(ett)a palificata, ed ordita elevata
strada nel fiume, al fine di restituire l'antico fondo di questo,
regolato dalla platea del ponte, come pure crederei doversi compiere
questo di fabbrica reale fatta ad archi come in disegno si vede, per
ottenere non solo una maggiore capacità de’ vani, ma benanco in
riguardo ad una ben dovuta sodezza resistente al passaggio de’
carri, ed alla forza del fiume, e in secondo luogo crederei doversi
ordire nella parte superiore del fiume in distanza, cioè di palmi
circa 250 = da me misurati dal ponte una ben soda palificata come
riparo, preso dolcemente ad angolo ottuso con l'andamento del fiume,
a’ mottivo di gettare la corrente verso il mezzo, e ad infilare
l'arco maggiore. Questo è quel tanto che ho saputo rilevare, siccome
da disegni il resto si puol meglio comprendere. Intanto soggiungo lo
scandaglio di spesa necessaria da farsi in caso, che si volesse
eseguire quanto si è motivato di sopra.
Per C(ann)a di muro 538 da doversi fabbricare sopra li già esistenti
pilastri in buon’essere, e sopra li muri parimenti in buon’essere di
spalle, ed orditura de’ fianchi con impostarvi i suoi archi, e sopra
le dovute pettorate in conformità di disegno, lavorati tali muri
nell'interno di pietra, e calce ben sodi, ed al di fuori con pietre
d'intaglio volut(at)e unitam(en)te . a tt.a robbaponti, e fattura di
maestro a rag(io)ne di ducati 6 la c(ann)a 3228
Per imbrecciata da farsi sopra del ponte, e sopra le due ali
laterali in larghezza di p(al)mi 18= in lunghezza di p(al)mi 320= in
somma calcolata di c(ann)a 90; valut(at)e a rag(io)ne di carlini 30
la c(ann)a lavorata, ed assettata in calce con suo letto, e a
massicciata ben battuta, con che anco s’intende doversi riempiere, e
spianare tutte le casse dell'ale laterali di massicciata ben battuta
a’ tte robba, e fattura di maestro 0270
Per scippatura di pali, e legname dalla sud(ett)a strada de’ carri
considerati d(ett)i pali in somma di 50 = valut(at)e a raione di
grana 20 l’uno, con che si deve rimuovere ogn’altro legname 10
Per c(ann)a 15 di passettata come riparo nel sito di sopra espresso,
affine di divertire la corrente, che inclina a battere nella parte
laterale del ponte, ed avviarla verso il mezzo dell'arco maggiore,
qual riparo considerato composto di num(er)o 16 pali per c(ann)a di
lunghezza ciascuno p(al)mi 10 di cassa, piantati, e sprofondati in
alt(ezz)a di p(al)mi 12 fortificati con catene e guide inchiodate
con suoi ingagli a ciascun palo, indi riempite le casse con fascine,
e sassi metà per metà, valut(at)e a tt.a, robba, legname, chiodi, e
fattura di maestro a ragione di ducati 16 la c(ann)a 240.
Somma in tutto 3748
dico ducati tremila sette cento quarantotto.
ERMENEGILDO SINTES regio Ingeg(ne)re

