[Un lago scomparso in territorio di Cutro]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 3-4/2005)
Verso la metà dell’Ottocento l’economista Luigi
Grimaldi riferendosi al territorio di Cutro affermava : “...vi sono
molte malsane sorgenti, e due laghi, uno dei quali ai confini del
territorio è nel fondo detto Baronia di Tacina, nomasi S. Anna,
occupa circa 100 moggi, è largo 180 palmi, e ne ha di perimetro
1500.. il comune di Cutro soffre i tristi effetti dell’esalazione
del ..lago”1.
Attualmente in territorio del comune di Cutro c’è solo il lago di
Sant’Anna. Esso è situato presso i confini territoriali con il
comune di Isola Capo Rizzuto, vicino alle località Piano del Lago,
Cariglietto, Bosco Bracco, Serritano, Testa Divina, Macchiette,
Manca della Vozza, Sant’Anna ecc., cioè presso le terre che facevano
parte, o erano nei pressi, della baronia di Massanova; baronia che
assieme a quella di Tacina appartenevano allo stesso feudatario: il
barone di Tacina e Massanova. Niente il Grimaldi ci dice sull’altro
lago, in modo da poterne identificare il nome e la posizione. Nel
passato il territorio cutrese doveva conservare molti laghi e
pantani; alcuni di questi furono bonificati all’inizio del
Novecento, altri al tempo della Riforma agraria. Ancora oggi
rimangono alcuni toponimi a ricordo come “Pantano”, “Pantanelle”,
“Porcheria”, “Terrastro” ecc.
Un lago scomparso
Nel catasto onciario di Cutro del 1745 troviamo che l’abbazia di
Sant’Angelo de Frigillis possedeva la gabella del Vattiato, e Lago,
situata nel corso del Vattiato e che il barone di Tacina e Massanova
Gio. Francesco D’Oria aveva in burgensatico la gabella detta
Carnovale, e Puzzo Fetido di circa 1950 tomolate, che confinava da
una parte con la gabella del Lago e dall’altra parte con il corso di
Feroluso. Sempre nel documento fiscale settecentesco è inserito un
documento risalente ai primi anni del Seicento con l’elenco dei
censuari antichi e recenti dell’abbazia di “Sant’Angelo in
Frangillis”in territorio di Cutro. Tra i vari censi notati nella
gabella “Battijato” si legge: “In gabella dicta dello Battijato,
venti Febrajo 1603. J.nes Bap.ta de Vona terrae Cutri pro terris
tumulatarum duodecim in circa sitis in dicta Gabella dello
Battijato, in loco dicto lo Frassello iuxta vinealia Marcelli de
Bona, et fratris, et iuxta alias terras dictae Gabellae iuxta
vinealia dello Laco, vinealia J.nis Aloysi de Albo, iuxta Gabella
dello Laco, via mediante promisit solvere carolenis viginti anno
quolibet in perpetuum cum pactis ut sup.a”. Proseguendo : “ultimo
aprilis 1603. Hyronimus et Jo.nes Aloysius de Albo in solidum pro
vinealia, quod dixerunt havere allo Frassello, iuxta terras Jo.ni
Bap.tae de Bona iuxta vinealia dello Laco, terras Sygismundi de
Bona, promiserunt solvere carolenos quattuor ut sup.a”. Sempre nello
stesso giorno : “Marcellus, et Sjgismundus de Bona pro undecim
vinealibus, quas tenebat Joan.es Nicolaus de Bona in dicta Gabella
de Battijato, iuxta vinealia Rutilii de Bona, vinealia JJo.nis
Bap.tae de Bona, et viam publicam, cum eodem petio terreni Gabellae
dello Laco in angulo viae iuxta vinealia Julii de Flore, promiserunt
solvere carolenis decem et octo in perpetuum ut sup.a cum pactis”.
Da Ultimo Sygismundus de Bona de Jo.nes Thoma pro alio petio terreni
dicto Lo Laco vineale dello Laco, capacitatis tumulatarum sex cum
dimidio in circa iuxta via qua itur Catanzarium, iuxta vinealia
Aloysi de Albo, et a parti inferiori, iuxta vinealia J.nis Bap.ta de
Bona, et a parte superiori et ex alia parte vinealia Lucae Oliveri,
introsovi anco un pezzetto di terreno, che va collo Battejato
promisit solvere carlonenos tredecim in perpetuum ut sup.a,
incipiendo primam solutionem in medietate Augusti anno 1604”. Nello
stesso documento secentesco nell’elenco delle proprietà dell’abbazia
in territorio di Cutro vi è ”La Gabella dello Laco e Mondato, iuxta
la Gabella di Puzzo fetido iuxta le terre di Termine grosso ed altri
fini”2.
Il Luogo
I toponimi che delimitano l’area su cui sorgeva il lago, al
quale si riferiscono i documenti secenteschi dell’abbazia di
Sant’Angelo di Frigillo, sono: la gabella Battijato, la gabella di
Puzzo Fetido, le terre di Termine grosso, il loco Lo Frassello, la
via pubblica”qua itur Catanzarium”; a questi aggiungiamo quelli che
ricaviamo dal catasto di Cutro del 1745, che sono il corso del
Vattiato e le gabelle Carnovale e Puzzo Fetido. Per un’ulteriore e
certa identificazione del luogo, aggiungiamo che la gabella
Carnovale confinava con le gabelle Arcieri e Camerlingo; la gabella
Puzzo Fetido confinava con le terre della Curia di Tacina, via
pubblica mediante e la gabella Termine Grosso con le gabelle
Camerlingo ed Armirò.
E’ evidente che il lago qui descritto, non è quello di Sant’Anna. I
toponimi sono completamente diversi e si riferiscono a luoghi
situati in un’altra parte del territorio cutrese. Mentre il lago di
Sant’Anna si trova ai confini con il territorio isolitano, quello
sopra identificato è tra l’abitato di Cutro, il fiume Tacina ed il
mare; cioè tra l’uno e l’altro c’è l’abitato di Cutro ed il fronte
del Vattiato. Uno è sull’altopiano e l’altro è sulla pianura
alluvionale sotto il colle del Vattiato, presso ed a sinistra del
fiume Tacina e ai confini territoriali tra il comune di Cutro e
quello di Roccabernarda.
Il “Vattiato” e la sottostante pianura
La grande fragilità geomorfologica del fronte del Vattiato e
della pianura collinosa ed argillosa sottostante è evidenziata da
questa relazione della metà del secolo scorso.
“L’abitato (di Cutro) si sviluppa lungo i margini di un ampio
ripiano che si protende verso il mare Jonio con direzione Nord Ovest
– Sud Est. Sul versante Sud è delimitato da una estesa pendice
denominata Vattiato.Le pendici del sopracitato Burrone Vattiato si
presentano aspre e frastagliate e da esse traggono la loro origine
diversi valloncelli che, raggiunta la parte più pianeggiante,
scorrono con lieve pendenza e con andamento tortuoso dovuto al
susseguirsi delle collinette del Marchesato...Il terreno su cui
esiste l’abitato appartiene all’Era Cenozoica, Periodo Pliocenico e
Miocenico, e si presenta sotto forma di sabbie gialle ed arenarie
conchiglifere addossate o impostate sulle argille azzurre o marnose.
La potenza degli strati di arenaria è molto variabile ed il suolo,
verso il Vattiato si presenta squallido per la presenza di numerosi
calanchi. I dissesti si manifestano principalmente sottoforma di :
a) Dilavamenti superficiali dovuti alla disgregazione termina e
meccanica ed alla infiltrazione di acque meteoriche. b)Erosioni
superficiali con smottamenti e colate di fango. c) Scalzamenti al
piede delle pendici che per la vastità ed intensità del fenomeno di
scoscendimento di masse assumono le caratteristiche di “frane per
crollo” specie nelle zone dove scaturigini, filtranti lungo il piano
di contatto delle formazioni, hanno provocato il rammolimento delle
argille”3.
Descrizione del paesaggio
I documenti antichi e le testimonianze di alcuni viaggiatori
testimoniano il permanere e la costante presenza nella pianura di
una economia latifondistica basata sulla rotazione tra i cereali ed
il pascolo. Fin dal Medioevo la pianura collinare a sinistra della
foce del Tacina è possesso di pochi proprietari che possiedono vasti
territori. Oltre al feudatario di Tacina o Torre di Tacina, abitato
e feudo situato presso la foce ed a sinistra del fiume Tacina, ci
sono le terre delle abbazie di San Nicola di Iaciano, di Sant’Angelo
de Frigillo, di San Nicola di Buccisano e di San Leonardo, del
monastero di Santa Chiara di Catanzaro, della Commenda di Malta, del
vescovo di Isola e dell’arciprete di Le Castella.
Nei documenti medievali troviamo riferimenti alle numerose sorgenti,
ai corsi d’acqua ed ai fossati presenti nella pianura. Nella parte
bassa verso il mare , in territorio della baronia di Tacina,
troviamo la “Flumara de Tacina”, la “cabella Vurga de groya”,
“Pantanelli”, “lo pantano”, “umbro de dragoni”, “umbro de
terrastro”, l’acqua delo judeo”, “l’acqua dela petra” ecc. ; nella
parte superiore verso il Vattiato ci sono il “puteo de Frache”, il
“puteo Flagiani”, il “puteo de Rabda”, il “puteo sicco”, il “pucio
fetido”, “serrone acqua pendente”, “valle bruca”, “umbro Cricelle”,
“umbro di Manno”, “umbro pagano”, ecc.
La località è resa fertile in primavera, soprattutto per l’apporto
delle acque piovane, che attraverso i numerosi valloni del Vattiato
dall’altopiano scendono verso il mare. D’estate però “l’aria da per
tutto è micidiale è un vero deserto a cagione dell’aria
mortifera..... Le argille d’inverno e di primavera s’impregnano di
acqua, e nell’estate l’azione del sole vi produce delle fenditure
donde sortono ferali esalazioni”.
Queste condizioni di popolamento e di fertilità in certi periodi
dell’anno e di spopolamento e desertificazione in altri sono ben
descritte dai viaggiatori, che hanno percorso la pianura nei secoli
passati. A seconda di quando hanno attraversato la pianura ci hanno
dato del luogo una descrizione diversa.
Della fertilità delle campagne di Cutro, così ne scrisse Barrio "Cum
linis non vulgaribus, et agro pascuo tritici, ac aliarum frugum
feraci", e fu poco in riguardo al molto, che elleno producono; cioè
grani di più forti, orgi, legumi di tutte maniere, chiappari,
fonghi, asparagi, latticini d'ogni animale, fin la mastice; ond'è
che la terra ne vive abbondante, e colla vendita del soverchio ne
sforgia"4.
"L’eccelente fertilità del terreno è dimostrata dalla felice
crescita di grossi cardi, e da alcuni campi, su cui spuntano delle
meravigliose piantagioni di grano. Ma questa terra clemente sfama
pochi abitanti. La trascuratezza, l’oppressione del regime, e le
forti imposte che i contadini devono pagare ai nobili, trattengono
molti dallo sposarsi.. Anche per questo il paese è sovrappopolato da
animali selvatici. Le volpi sono innumerevoli"(1792)5.
“Sotto di esso (Cutro) il terreno è molto scosceso, e , come è di
creta, quando piove si rende assolutamente impraticabile. Il Tacina
dà anguille ed anche trote. Ha un letto piutosto ristretto. Potrebbe
servire di caricatoio molto opportuno”6.
“Cutro sorge, a dodici miglia dal mare, su un altipiano, da dove si
gode un'estesa ma desolata vista del golfo di Squillace a Capo
Stilo. Conta duemila abitanti, le strade sono discretamente larghe,
ma non presenta belle case e la chiesa principale non è molto
grande. Ogni cosa denota uno stato di abbandono e povertà,
nonostante si svolga un buon commercio di bestiame, grano, legumi e
un po' di vino. Lasciata Cutro, una scomoda discesa mi condusse sul
litorale, presso poche case e una torre di guardia, chiamata Lo
Steccato, a sud di Capo Castelle. Ai piedi della collina incontrammo
una grande mandria di bovini, della stessa razza di quelli che avevo
visto in Puglia, che, accompagnata da enormi cani, si stava
dirigendo lentamente verso la Sila (1818)7.
“.. ho attraversato pure il fiume Tacina, l’antico Targines, nel
quale scorreva una considerevole quantità di acqua...Questa pianura
circondata da colline, sulla quale non soffiava alito di vento, si
estendeva per circa undici chilometri; giunsi infine ai piedi di un
crinale che sorgeva quasi perpendicolare in cima al quale si trova
il piccolo paese di Cutro” (1828)8.
“La strada pel Vattiato non potrà mai durare, e sempre presenterà
franamenti, ed impossibilità di traffico in un punto, che renderà
inutile la metà della strada medesima, cioè il tratto da Cotrone a
Tacina9.
“Nessuna abitazione in vista; le stazioni delle ferrovie sono in
pieno deserto, e ad una grande distanza dai paesi ch'esse servono.
Di tratto in tratto, là dove i pendii sono meno scoscesi, dove il
suolo forma dei piccoli altipiani coltivabili, torme di contadini,
posti in fila, scavano la terra con la zappa per prepararla alla
semina, sotto la direzione di un sorvegliante a cavallo.
Essi hanno tutti il cappello acuminato calabrese e i pantaloni neri
con grandi uose dello stesso colore; in generale hanno tolto la loro
giacca per lavorare, ma la più parte portano lo schioppo con
bandoliera, che noi vediamo ugualmente portato dai rari viandanti, i
quali, di quando in quando, appaiono cavalcando per la via.
Altri contadini, sparuti e bruciati dal sole, guidano dei bovi magri
con delle grida acute, e camminano dietro un rozzo aratro....
Talvolta un branco di capre nere e macilente si riposa all'ombra
delle macchie di lentischi che coprono il fondo dei burroni, o bruca
sulla cresta delle colline un'erbetta rasa e mezzo bruciata. Il
mandriano che le custodisce ha l'aria selvaggia come la loro: con la
pelle di montone o di capra gittata sulle spalle, e la lunga verga
simile a quella del pastorale dei nostri vescovi10.”
I toponimi
La maggior parte dei toponimi presi in considerazione indicano
gli antichi proprietari delle terre che circondano il “Lago”. Due di
essi tuttavia spiccano per la loro diversità: quelli di “Termine
Grosso” e di “Puzzo Fetido”. Il primo ci rimanda al latino
“Terminus”, dio dell’antica religione romana, che tutelava le pietre
(termini), poste a segnare i confini. Termine Grosso riguarda quindi
il confine tra due vaste aree, che avevano giurisdizioni diverse. La
sua posizione vicino al guado del Tacina, dove passava la via
medievale “que solent ire homines Mes(ora)ce ad terras Castellorum
et ad Turris Tacin(e)”11, molto probabilmente nel Medioevo segnava
il transito tra la contea di Crotone e quella di Catanzaro e tra il
vescovato di Santa Severina e quello di Belcastro. Attualmente il
vallone Termine Grosso segna una parte del confine tra i territori
comunali di Roccabernarda e di Cutro.
Il toponimo Puzzo Fetido ci indica la presenza di acque sorgenti che
puzzano in quanto solforose.
Ipotesi sulla formazione del lago
Dalla documentazione esaminata risulta che il lago già esisteva
nel Cinquecento.
Si possono fare diverse ipotesi sull’origine del lago. L’una non
esclude l’altra, in quanto possono avere concorso, sia all’origine
che al permanere. Le più probabili sono quelle che la formazione sia
avvenuta: a) per l’apporto delle acque meteoriche che scendono dal
Vattiato attraverso i numerosi valloni. b) da fenomeni tellurici. c)
dall’esondazione del fiume Tacina.
Per quanto riguarda la prima ipotesi possiamo costatare che la
pianura è attraversata da Nord a Sud dai torrenti Puzzo Fieto,
Dragone e Purgatorio. In essi confluiscono le acque dell’altopiano
attraverso i numerosi valloni. Per quanto riguarda i valloni del
Vattiato sono ricordati: “La Valle di Bruca”, il vallone “Brucuso”,
il “Vallone Sicco”, il “Vallonem cursus aquae dello Vattijato”, il
“Serrone acqua pendente”, il “Vallone della Piperia” ed il “Vallone,
seu la Fossa”. Anche la seconda ipotesi potrebbe trovare una
conferma da alcune testimonianze.
Gli abitati di Cutro e di Roccabernarda sono stati sovente rovinati
dal terremoto. Non abbiamo notizia sui terremoti, che interessarono
la località, in tempi antecedenti al Seicento. Tra i fenomeni
tellurici successivi sono da ricordare quelli del 1638, del 1744 e
del 1832.
Nelle note relative a Cutro di Tomaso Aceti (1687 -1749) al Barrio
si legge : “In hoc agro extat lacus ebulliens dum proximum mare
effervescit”12. Nella descrizione dei fenomeni avvenuti in
territorio di Cutro durante il terremoto del 5 febbraio 1783 si
trova che: “...Imperochè poche ore prima che avvenisse il rovinoso
tremoto dè 5 febbraio (1783), veduto il mare retrocedere dal loro
lido, fuggirono tutti dalle case, temendo che rimettendosi con furia
gli avesse soverchiati, cosa che non avvenne..”. Mentre in
territorio della vicina Roccabernarda: “Nelle campagne si fecero
molte fenditure; e presso a Pentoni nel punto della scossa dè 5
aprile comparvero dè fuochi volanti sulla superficie della terra”13
.
Tra i fenomeni descritti durante il terremoto dell’otto marzo 1832
che distrusse particolarmente Cutro ed i paesi vicini: “ Il mare si
alzò nella imboccatura del fiume Targine fin ad allagare buona
porzione di maremma dello Steccato e Migliacane. Si sono spezzate
eziandio delle rocce, da cui staccate masse sono cadute ai piedi
loro ed alle falde”. In località Steccato, “nella terra si aprirono
delle profonde voragini da cui fuoriuscì acqua bollente e sabbia,
mentre nei giorni seguenti si sentiva un forte odore di gas
idrosolforico”14.
Infine per quanto riguarda l’esondazione del fiume Tacina è evidente
che nel passato l’alveo almeno nella parte verso la foce ha subito
numerosi sconvolgimenti e cambiamenti. Durante il Settecento sono
segnalate numerose inondazioni dei terreni dell’abbazia di
Sant’Angelo di Frigillo in territorio di Roccabernarda e di Cutro15.
In un documento del 1118 pubblicato dal Pratesi e riguardante i
confini di un possedimento, che l’abbazia cisterciense di S. Maria
della Matina aveva presso il Tacina in località “Armiro”,
precisamente tra il fiume ed il Vattiato, si legge “.. descendit
vero Armiro et dat ad veterem locum fluminis, ascendit dictus
Xeropotamus et concludit ad affluentem flumen Tachine..”16.
Il lago di Armirò
Il toponimo Armirò è richiamato nel catasto di Cutro del 1801:
l’abbazia di San Nicola di Iaciano possedeva la gabella Iaciano nel
corso del Vattiato, la quale confinava con il “Lago d’Armerò”17.
Santa Maria de Armirò, detta anche solamente “Armirò”, fu dapprima
una antica grancia dell’abbazia cisterciense di Santa Maria dela
Matina e poi passò in possesso dell’abbazia di Sant’Angelo di
Frigillo. La grancia confinava con il feudo grande (della Viola) e
la gabella Termine Grosso. Sembra quindi che il lago, situato tra il
territorio di Cutro e quello di Roccabernarda e tra il fronte del
Vattiato ed il fiume Tacina, sia da identificarsi con il lago di
Armirò ed alla sua origine abbia contribuito in modo determinante il
fiume Tacina, che proprio in quel luogo nell’alto Medioevo abbandonò
il suo alveo18.
Note
1. Grimaldi L., Studi statistici sull’industria agricola e
manifatturiera, Napoli 1845, p. 22.
2. Estratto del Catasto onciario di Cutro, 1745, in Carte famiglia
Piterà.
3. Franzero G., I consolidamenti degli abitati in Calabria, CASMEZ
Roma 1961, p. 220.
4. Fiore G., Della Calabria Illustrata, Napoli 1691, Vol. I, p. 222.
5. Stolberg von F.,Viaggio in Calabria, Rubbettino Ed. 1996, pp.26
-27.
6. Galanti G. M., Giornale di viaggio in Calabria (1792), SEN Napoli
1982, p. 132.
7. Keppel Craven R., Viaggio nelle province meridionali del Regno di
Napoli, p. 151.
8. Ramage C. T., Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, De Luca 1966,
p. 62.
9. Riola L., Per le sezioni del consiglio distrettuale in Cotrone
nel 1858, Catanzaro 1858, p. 10.
10. Lenormant F., La Magna Grecia, Frama Sud 1976, Vol. II, pp. 231
-232, 1882.
11. Pratesi A., Carte cit. , p.338.
12. Barrius G., De antiquitate et situ Calabriae, Roma 1737, p. 298.
13. Vivenzio G., Istoria e teoria dè tremuoti, Napoli 1783.
14. Camposano L., Il terremoto dell’8 marzo 1832, Garraffa 1998, p.
52.
15. ANC. 696, 1764, 16 -22.
16. Pratesi A., Carte cit., p.29.
17. Catasto onciario di Cutro, 1801, f. 105v.
18. Così sono descritti i confini della grancia in un documento del
1118: “euntes a molendino quod incepit facere Gottofridus, et
ascendit inde recte ad Archistraticum et ascendit ad altum montem in
quo est oliaster, ed descendit ad oliastro et transit vallonem
siccum; post hec vadit assendendo vallem et venit respiciens versus
meridiem ad Selladam et revertitur ad Armiro, descendit vero Armiro
et dat ad veterem locum fluminis, ascendit vero dictus Xeropotamus
et concludit ad effluentem flumen Tachine et ascendit unde initium
diximus”, Pratesi A., Carte cit., p.29.

