[Le Castella tra il Seicento ed il Settecento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 39-40/2000)
Dell’antico e fiorente abitato di Le Castella
all’inizio del Seicento non rimanevano che i ruderi nei pressi
dell’unica chiesa rimasta di Santa Maria della Visitazione. I
pochissimi abitanti avevano lasciato già da tempo la vecchia città
medievale, che aveva subito la devastazione e le fiamme dei turchi,
ed avevano trovato rifugio nel vicino castello.
La decadenza
Le relazioni dei vescovi di Isola segnalano un piccolo
ripopolamento all’inizio del Seicento, dai 26 abitanti nel 16181 ai
50 del 16332. Il luogo rimaneva comunque spopolato e pericoloso per
la presenza dei turchi e dei banditi. Della antica città “diruta et
inhabitata” rimanevano solo le rovine delle sue fortificazioni,
degli edifici e delle case, un ricordo ed un monito che veniva dal
passato. Il pericolo dei pirati infatti era ancora incombente ed
aveva spinto i pochi abitanti a non fidarsi del luogo anche se
fortificato, abbandonandolo nei momenti dell’anno in cui il pericolo
era maggiore.
Non passerà infatti molto tempo che il lento ripopolamento, che
aveva portato la popolazione dai 3 fuochi della fine del Cinquecento
ai circa 20 del 16253, subirà un arresto. Nel 1633 Le Castella
subisce un’incursione; i Turchi arrivati con otto triremi da
trasporto la devastano e portano via come preda circa cinquanta
abitanti4. Per tale motivo due anni dopo è abitata da pochissimi5,
quasi tutta gente avventizia, che scendeva dai paesi al tempo della
semina e del raccolto. Contribuiva allo spopolamento anche il
feudatario, il quale non curava le fortificazioni. L’11 giugno 1638,
con una relazione inviata al vicerè, il vicario Giovan Tomaso Blanch
faceva presente che la torre di Le Castella con il suo castello ed
il porticciolo erano trascurati dalla feudataria Giovanna Ruffo,
principessa di Scilla. Evidenziando il grande aiuto che essi
potevano apportare per la difesa di quella marina, se fossero stati
difesi da armati del re, il Blanch aggiungeva che mutando così le
cose “non tan facilmente se podria perder como se ha perdido otras
veles”6. Il suggerimento evidentemente non veniva recepito, perché
per il pericolo di una nuova invasione7, nel 1644, non essendo gli
abitanti in grado di difendersi, un ordine del re Filippo IV
comandava di abbandonarla definitivamente8. Fatto che comunque non
avvenne, come testimonia una relazione del vescovo di Isola Gio.
Battista Morra, in data 9 febbraio 1648, che così si esprime: “
Castrum Anibalis, che volgarmente si chiama Li Castelli, presso il
mare; una volta era popoloso ma per le frequenti devastazioni turche
fu dagli abitanti abbandonato. Ora in verità ci sono alcuni abitanti
e marinai, che ascendono al numero di trenta anime9.
Così Le Castella, una volta città insigne, a causa delle ripetute
incursioni turche è alla metà del Seicento misera e spopolata. Alle
poche persone, provenienti da diversi luoghi, che abitano dentro la
fortezza, circa una cinquantina, si aggiungono saltuariamente solo i
marinai, sospinti dalle tempeste, e quelli che vengono a caricare il
grano del feudatario. D’estate poi quasi sempre la fortezza è
deserta10, nonostante la robustezza delle sue fortificazioni, che si
ergono nell’isola circondata dal mare e sovrastano le due
insenature, dove spesso si rifugiano le navi11. La situazione
rimarrà per molto tempo inalterata. Bisognerà attendere gli ultimi
anni del Seicento per registrare un lieve aumento della popolazione.
“Appena cento uomini vi abitano tutti dentro il castello, circondato
da ogni parte dal mare e privilegiato dalla mirabile salubrità
dell’aria. Qui si sono rifugiate le piccole reliquie di un popolo,
una volta tanto fiorente, per proteggersi dal pericolo di una nuova
invasione nemica12. Sul finire del Seicento infatti dell’antico
castrum di Castellorum Maris rimanevano ancora i ruderi; triste
ricordo di una città che la furia turca aveva ridotto in poco tempo
da fiorentissima a miserrima.
La nuova città
Nei primi anni del Settecento si avvertono i primi segni di
rinascita. Dai cento abitanti dell’inizio secolo si passa in pochi
anni a cento e cinquanta, sempre quasi tutti forestieri ed residenti
dentro il castello13. Durante il Viceregno austriaco (1707 –1734) la
popolazione da avventizia comincia a stabilizzarsi e pur dimorando
la maggior parte dentro il castello, sempre di più sono coloro che
si accasano sulla terraferma14, vicino alla superstite vecchia
matrice dedicata a Santa Maria della Visitazione, che proprio in
questi anni il vescovo di Isola Francesco Marino sta ricostruendo ed
ampliando. Il luogo risulta particolarmente sorvegliato e vi trovano
riparo le navi15. Segno di questa nuova crescita è una petizione del
1717 con la quale l’università e i cittadini della terra delle
Castella chiedono di reintegrare nei beni la chiesa locale, portando
a sostegno il fatto di “essersi augmentato il Populo di detta terra
sopra il numero di 600 anime”. L’aumento è confermato sul finire del
Viceregno dalla accurata rilevazione del 1732, che documenta ben 92
fuochi16. Così negli ultimi anni del Viceregno e durante il periodo
borbonico lentamente sulle rovine dell’antica città, che nel 1536
Ariadeno Barbarossa da ampio ed insigne castrum aveva ridotto a
piccolo e misero villaggio, rinasce, utilizzando le vecchie pietre,
il nuovo borgo.
Con l’arrivo dei Borboni il forte delle Castelle riassume importanza
militare, soprattutto come protezione per il traffico marittimo.
Essendo minacciato dai Turchi, nell’aprile 1736 le sue artiglierie
sono infatti rifornite di munizioni17.
Pochi anni dopo, scorrendo il catasto onciario del 1742, possiamo
farci un’idea della terra delle Castella alla metà del Settecento.
Era sindaco in quell’anno il massaro Pietro Michetti e contava 43
fuochi. La popolazione era dedita ai lavori agricoli; risultando
composta quasi completamente da braccianti e massari (circa 90%).
Facevano eccezione solamente un fabbro, due sarti, un “volano” e
cinque ecclesiastici (l’arciprete Arcangelo Affittante, tre
sacerdoti ed un diacono). Essendo le terre molte estese , rispetto
alla forza lavoro locale, la loro coltivazione aveva richiamato una
trentina di forestieri, quasi tutti braccianti dei paesi vicini e
dei casali presilani. Erano presenti anche un pescatore ed un
marinaio di Taranto, attirati dall’esistenza del piccolo porto.
La proprietà fondiaria, a suo tempo fonte di innumerevoli liti,
rimaneva in mano al feudatario, il principe della Rocca,
Giovanbattista Filomarino, agli ecclesiastici di Isola (Vescovo,
capitolo, dignità e canonici) ed agli abati ( S. Nicola de Miglioli
e di Sant’Eufemia). Se le terre erano spartite tra pochi grandi
proprietari, al feudatario appartenevano tutti gli animali (4700
pecore, 56 buoi e 10 vacche).
L’abitato era costituito dalla fortezza circondata dal mare e dal
borgo sul promontorio. Quest’ultimo comprendeva, oltre alla chiesa
arcipretale, alcuni magazzini, per conservare il grano del
feudatario, e delle casette, abitate da braccianti e gravate di
canoni e censi.
Nella fortezza, la cui torre è oggetto in questi anni di alcuni
restauri18, abitavano qualche massaro ed alcuni ecclesiastici.
Completava il piccolo porto, usato per imbarcare il grano19 o come
riparo per le navi dalle tempeste e dagli assalti dei pirati20.
Alcuni anni ancora e le abitazioni dentro il castello, che per tutto
il Seicento avevano costituito il piccolo e precario abitato di Le
Castella, saranno abbandonate per il nuovo borgo sulla terraferma.
Il francese Giovanni Richard abate di Saint Non, che nell’estate del
1778 visitò la città secentesca, che era situata dentro il castello,
così la descriverà: “La città è costruita su una piccola isola unita
al promontorio da una striscia di terra, sulla quale avevano
edificato un molo…. Entrammo sospinti dalla curiosità nella città, e
fummo molto meravigliati di vederla deserta e completamente in
rovina…. Ci mostrarono alcuni resti di vecchie muraglie sul mare..”
Allora la popolazione, costituita da “gente tutta campagnola,
miserabile e meschina, che miseramente vive colle sole fatiche delle
braccia”, si era già trasferita nel borgo cresciuto davanti al
castello21.
Nel 1783 Le Castella, che conta 337 abitanti, è danneggiata dal
terremoto: “ Nelle Castella poi, paese alla riva del Jonio presso
alla famosa Torre di Annibale, si vede mezzo diroccato il castello,
e il resto delle abitazioni notabilmente lesionato”22. Alla fine del
Settecento ormai il processo di abbandono dell’abitato seicentesco
dentro il castello per il nuovo borgo, costruito sulle rovine della
antica città medievale, è concluso.
“Castella terra, collocata su d’un promontorio, che forma una
penisola, in cui s’entra per una strada manufatta chiamata lo
zoccolo, per cui ingrossandosi il mare ne impedisce il passaggio.
Questa terra è rimasta quasi inabitata, perché li naturali della
medesima sono passati a soggiornare nel borgo vicino, dalli stessi
poco fa edificato. Vi è in essa un castello di magnifica struttura,
che per l’antichità, e salso delle acque marittime va rovinando, ed
è reso inabitabile, come sono anche le mura e le case di detta
terra”23.
La chiesa di Santa Maria della Visitazione
La chiesa o piccola edicola di Santa Maria de Castellis o della
Visitazione, dopo l’abbandono e la distruzione della città, continuò
ad esistere fuori dal castello feudale. Unico edificio rimasto della
medievale Castellorum Maris, mancante di tutti gli arredi sacri ed
in parte distrutta, fu ripristinata dall'arciprete Geronimo Zurlo24.
Così nel 1648 essa si presentava in ordine e con l'altare maggiore
decentemente ornato25.
A ricordo dell’antico "Castello vecchio" e delle vecchie mura della
città abbandonata così annotarono i vescovi di Isola che la
visitarono: "Eccl.a sub invocat. Sanctissime Visitationis est extra
fortilium sub fornice quodam antiquor. muror. castri"26.
Essa sorgeva ormai "in aperto" "sub fornice antiquor. muror. oppidi
extra arcem constructa rudis et angustae formae"27. Il vescovo di
Isola Francesco Megale nel 1680 così si esprime: La chiesa è fuori
del castello spero tuttavia di erigere una edicola dentro il
castello, se mi asseconderà il principe di Cutro, che ne ha il
dominio28. L'intento del presule non si realizzò e così il nuovo
vescovo, Francesco Marino, alla fine del Seicento, poiché la terra
cominciava a ripopolarsi29, cominciò a ricostruirla ampliandola30.
Contribuì alle spese l'arciprete di Le Castelle, Gio. Domenico
Crocco, che per testamento, nel giugno 1697, lasciò 50 ducati "per
complire l'intempiata ed altre cose necessarie che bisogneranno"31.
La chiesa matrice, che prima era una piccola edicola, ingrandita e
finita, fu benedetta dal nuovo vescovo Domenico Botta (1717-1722)32.
Si verificavano così le condizioni a suo tempo poste per la
reintegra. L'università delle Castella, richiamandosi alla
convenzione stipulata nel 1578 tra il vescovo Caracciolo ed il Duca
di Nocera per le terre di Santa Maria delle Castella, si rivolse
all'arcivescovo di Santa Severina, perché intervenisse a favore
della matrice, ordinando al vicario capitolare e al clero della
città di Isola "che rilascino d.ta annua entrata a favore della
chiesa matrice delle Castella non potendone essi litigare avanti a
giudici ordinarii per la povertà", restituendo le tomola sessanta di
grano, che ogni anno il barone dava alla mensa vescovile ed al clero
di Isola "perché oggidì s’è fatto il caso d'essersi rimessa, e
ritornata in pristino stato la chiesa matrice sud.a con essersi
augumentato il populo in d.a t.ra sopra il numero di 600 anime, che
si danarebbero"33. Verso la metà del Settecento "fuori del castello
c'è la parrocchiale della B.V.M. che prima era una semplice edicola
ora in verità è una nuova chiesa con tre altari"34; essa è
decentemente ornata e provvista di paramenti sacri35.
Il vescovo Giuseppe Lancellotti (1749- 1766) riesce finalmente a
porre fine bonariamente alla lunga controversia che oppone il clero
di Le Castella al capitolo di Isola ed il 24 febbraio 1757 fa
stilare una convenzione che definisce le condizioni per
l'assegnazione delle sessanta tomola di grano, che annualmente versa
il feudatario36.
Nel 1771 Le Castella conta 28 fuochi, quasi tutti braccianti e
qualche massaro . La chiesa arcipretale è nell'eminente pericolo di
rovinare, "situata sopra uno scoglio, che viene continuamente
battuta dal mare, con un pontone, o sia pilastro a mano sinistra
dalla porta che minaccia imminente rovina, giachè oltre di trovarsi
il pedamento del tutto lesionato, perché sta situata sopra un
picciolo scoglio il quale comparisce fragolo, o sia aperto in guisa
tale nel solo rimirarsi fa conoscere non solo il pericolo imminente
della rovina ma anche quello de cittadini. Per tal causa le mura
della chiesa sono lesionate ed aperte".
La costruzione della nuova chiesa
Essendo morto nel febbraio di quell'anno l'arciprete Arcangelo
Affittante (1724 - 1771), i Castellesi, non essendo in grado di
riparare la vecchia parrocchiale, poiché sarebbe stata necessaria
una "esorbitante somma di danaro, colla quale s'edificarebbero più e
più chiese", supplicarono la Santa Sede di non nominare per alcuni
anni l'arciprete ma di usare le rendite dell'arcipretura vacante per
costruire un nuovo edificio in un luogo più sicuro. La supplica fu
accompagnata dall'assenso del vescovo di Isola Monticelli che pose
la condizione che terminata la nuova chiesa, i cittadini di Le
Castella avrebbero dovuto edificarne un'altra fuori dell'abitato a
Ritani nelle sue terre per favorire i suoi lavoranti ed affittuari.
Il progetto era di completare l'opera entro sette anni. Così per
sette anni i Castellesi corrisposero alla mensa vescovile di Isola
le decime in grano e dopo la Real Determinazione la congrua in
denaro. A sua volta il vescovo di Isola per tutto il tempo mantenne
a Le Castella un economo curato e si interessò al mantenimento della
vecchia e alla costruzione della nuova chiesa. Passati i sette anni,
nel giugno 1778, venne nominato il nuovo arciprete, Domenico Antonio
Alessio e la nuova chiesa rimase incompleta. Il vescovo disse ai
cittadini di Le Castella che se volevano completarla dovevano farlo
a loro spese. Nel 1780 la nuova piccola chiesa era "edificata di
rustico con piccoli cornicetti" e ancora senza pavimento; dovevano
essere terminati gli altari, la sacristia ed il campanile e
bisognava stuccarla interamente. Si calcolava che per poter
officiare occorreva ancora spendere circa duecento ottanta ducati. I
Castellesi, "giache passano più li giorni digiuni, che sazi per la
gran miseria", si rivolsero al re. Essi fecero presente che la mensa
vescovile di Isola, oltre a possedere vasti territori nel loro
territorio, si era a suo tempo impadronita delle entrate delle
chiese di Le Castella e non le aveva mai più restituite, chiesero
perciò che il vescovo completasse a sue spese la chiesa e
restituisse i beni o almeno si impegnasse a pagare la congrua al
parroco e mantenesse la nuova chiesa di tutto il bisognevole37.
Durante l'arcipretura di Domenico Antonio Alessio38 la nuova chiesa
fu completata e riprese vita. L'università di Le Castella continuò a
rivendicare le rendite delle chiese a suo tempo incamerate dal
vescovo di Isola e l'arciprete, dopo il terremoto del 1783, le
rendite dell'arcipretura delle Castelle, che erano state date in
gestione alla Cassa Sacra.
Nel 1789 la chiesa parrocchiale di Santa Maria della Visitazione
risulta ben fornita di arredi sacri e vi sono, oltre all'altare
maggiore, altri quattro altari dedicati a S. Antonio, S. Giuseppe,
all'Assunta e del Rosario ( gli ultimi due "diruti") e la
sacrestia39 e tra le entrate, che la chiesa parrocchiale ed il clero
delle Castella godono, vi è quella delle tumula trenta di grano
annue che fornisce la Camera Principale; "qual prestatione si divide
dal clero della cennata chiesa" che è composto da due sacerdoti e
l'arciprete40. La chiesa arcipretale di Le Castella era ritornata in
possesso di parte delle rendite di cui godeva41 ma passeranno
diversi anni prima di essere completata. In una supplica del 21
agosto 1810 gli abitanti delle Castelle facevano presente lo stato
della chiesa, affermando di essere senza chiesa ,“ la quale è
principiata e non è perfezionata per la pizzenteria dell’abbitanti.
Non vi sono campane. Non vi sono cappa seu pluviali e ne abbiamo
bisogno bianchi e neri. Camice vi ne sono due logore..”42 Pur in uno
stato incompleto ed andando soggetta negli anni a saltuari restauri
e rifacimenti43, continuò ad esistere nel luogo dove è attualmente.
Note
1. Rel. Lim. Insulan., 1618.
2. Rel. Lim. Insulan., 1633.
3. Rel. Lim. Insulan., 1625.
4. Il primo giugno 1634 Giuseppe Longo della terra delle Castelle,
poiché intende farsi cappuccino, dichiara che sua madre Laura di
Biasio “si trova in mano di turchi fatta schiava l’anno passato
insieme con altri nella presa della terra delle Castella”. Poiché
per avvisi avuti da Tunisi è possibile riscattarla, incarica il
fratello Antonio di raccogliere tutte le rendite delle proprietà, in
modo da liberarla, ANC. 71, 1634, 119v- 120r, ASCZ.
5. Rel. Lim. Insulan., 1635.
6. Valente G., Difesa costiera e reclutamento di soldati in Calabria
Ultra al tempo del vicario Giovan Tomaso Blanch, in Atti del III
congresso storico calabrese (19-26 maggio 1963) Napoli 1964, pp.
620-621.
7. Nell'anno 1644 "comparsero in q.e nostre marine trentatre galere
di turchi et da d.e galere descese m.ta quantita di turchi per
venire a danneggiare a noi qui nella citta (Isola)", Visita del
vescovo di Isola Gio. Batt.a Morra, 1648, f. 16v, AVC.
8. “Castra Annibalis, qui hoc anno iussu Serenissimi Catholici Regis
cum habitatores non se possent a frequentibus piratarum molestiis
defendi, est derelictus”, Rel. Lim. Insulan. 1644, ASV.
9. Rel. Lim. Insulan., 1648.
10. Rel. Lim. Insulan., 1651.
11. Rel. Lim. Insulan., 1673.
12. Rel. Lim. Insulan. 1692.
13. Rel. Lim. Insulan.,1704.
14. Rel. Lim. Insulan., 1727.
15. Il 16 maggio 1713 il castellano Gregorio Pagliaro ed il caporale
Domenico Cerruto, entrambi delle Castelle dichiarano che il 3 marzo
si rifugiarono a causa del brutto tempo a Le Castelle due barche di
Reggio, che avevano caricato grano della Regia Corte a Crotone.
Poiché a causa delle continue piogge il grano si rovinava, essi
invitarono più volte i patroni delle navi a scaricare il grano e
riporlo nei magazzini, ma quest’ultimi risposero che a loro poco
importava , essendo grano della Regia Corte, ANC. 611, 1713,
54r-55r.
16. Barbagallo de Divitiis M. R. ( a cura), Una fonte per lo studio
della popolazione del Regno di Napoli: La numerazione dei fuochi del
1732, Roma 1977, p. 56.
17. Il 21 aprile 1736, poiché è urgente potenziare le difese del
forte di Le Castelle, il Regio Tribunale Provinciale ordina al
sindaco di Crotone di imprestare un cantaro e mezzo di polvere,
mezzo cantaro di Palle ed un mazzo di micce al Principe della Rocca,
feudatario di Le Castelle, il quale si impegna a restituirli entro
due mesi, perché nel frattempo le riceverà da Napoli. Le munizioni
servono per le artiglierie del forte e sono prese dalle munizioni
della città di Crotone e consegnate ad Antonio Galati, sindaco del
forte delle Castelle, ANC. 665, 1736, 58-61.
18. Il 20 ottobre 1754 veniva emanato un bando per la costruzione
della nuova torre di Capo Rizzuto e per i ripari delle regie torri
di Miriello, Scifo, Capo Rizzuto e Castelle, secondo il piano
elaborato dall’ingegnere Adamo Romeo, ANC. 1125, 1755, 61r.
19. All’inizio di Marzo del 1737 nella marina delle Castelle si
caricano 3900 tomoli di grano sopra la tartana del patrone Giuseppe
Paturzo per uso e grassa della città di Napoli, ANC. 665, 1737,
27-28.
20. Nel febbraio 1751 una tartana carica di fave, ceci e lenticchie
partita da Taranto e diretta a Napoli, sorpresa da una tempesta,
tenta di rifugiarsi nel porto delle Castelle ma non riuscendovi
getta l’ancora sulle secche. A causa della furia del mare essa
naufraga ed i marinai a stento si salvano, ANC. 1069, 1751, 3-4.
21. Regia Ud. Cart. U, 479 –10, fasc. I (1780), ASCZ.
22. Vivenzio G., Istoria e teoria de’ tremuoti, Napoli 1783, p. 337.
23. Alfano G. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli
1795, p. 96.
24. All'arciprete Guarino Pantisano (1579 - 1595) seguì Domenico
Conte (1603 - 1606) poi Fabrizio Melione (1612 - 1630) e quindi nel
1630 Hieronimo Zurlo, Russo F. , Regesto, IV, 374, 419; V, 251.
25. " .. eccl.am illam esse sub titulo Visitationis B.tae Mariae
Virginis cuius immagine ipse Archip. suis sumptibus fieri curavit
cum annis retroelapsis fuisse invas. a turcis a quibus expoliatam
omnibus apparatis et vestibus sacerdotalibus..", Visita del vescovo
di Isola Gio. Batt.a Morra , 1648, cit.
26. Rel. Lim. Insulan. 1673, ASV.
27. Rel. Lim. Insulan. 1667, 1670, ASV.
28. Rel. Lim. Insulan. 1680, ASV.
29. Popolazione di Le Castella come si ricava dalle relazioni dei
vescovi e dalle tassazioni: 202 fuochi (1521) ; 275 fuochi (1532);
183 fuochi (1545); 11 fuochi (1561); 20 abitanti (1594); 3 fuochi
(1595); 26 abitanti (1618); 20 fuochi (1625); 50 abitanti
(1633-1651); 6 fuochi (1669); 100 abitanti (1673-1701), 150 abitanti
(1704-1714); 92 (1732), 43 fuochi (1742); 337 (1783), 270 abitanti
(1808); 307 abitanti (1816); 268 abitanti (1858).
30. Rel. Lim. Insulan., 1694, ASV.
31. Testamento di Gio. Dom. Crocco, arciprete di le Castelle, del
20.6.1697, Cart. 114, AVC.
32. "Extra castrum ecclesiam habet Parochialem, Archipresbiteratus
nuncupatam, sub invocatione B.M.V. qua potius Aedicula erat. Nunc
vero novam detinet ecclesiam in ampliorem formam redactam, quam
inceptam reperi, eamque iam absolui, et benedixi, et in ea tria
extant altaria", Rel. Lim. Insulan., 1721, ASV.
33. Esposto dell'università della terra delle Castella a Mons.
Arcivescovo di S. Severina Carlo Berlingieri, 11. 6. 1717, AVC.
34. Rel. Lim. Insulan. 1741, ASV.
35. Il vescovo Giuseppe Lancellotti che visitò la matrice nella
Pasqua del 1762 trovò l'altare maggiore e la fonte battesimale
decentemente ornati e la sacristia abbastanza provvista, Visitatio
Giuseppe Lancellotti, 1762, AVC.
36. Il vescovo decise di assegnarne metà al capitolo di Isola e metà
al clero di Le Castella con le condizioni che qualora il clero di Le
Castella avesse raggiunto il numero di cinque sacerdoti, tutti
nativi di quelle terra, essi avrebbero avuto il diritto ad usufruire
di tutti i 60 tomoli di grano mentre se il clero di Le Castella si
fosse nuovamente estinto tutti i 60 tomoli sarebbero ritornati al
capitolo di Isola, Vertenza tra il sacerdote D. Natale Minasi della
chiesa di Le Castella ed il capitolo di Isola, Isola 25 luglio 1795,
AVC. C. 140.
37. Regia Udienza, 479, fasc. I (1780), ASCZ.
38. Dat. Aplca. Per obitum F. 200, f. 142v. Russo F., Regesto ,XII,
367.
39. Cassa Sacra, Segreteria Ecclesiastica, Atti di revisione, e
nuova liquidazione delle rendite dell'arcipretura delle Castelle,
Vol. 52, 948 (1789), ASCZ.
40. C.140,AVC.
41. "La chiesa delle Castella dona per distribuzione all'arciprete e
preti per un biennio tt.a 30 di grano ed il terzo anno Duc. 15 e
tt.a 15 di grano che si contribuisce dalla Cam.a della sud.a terra.
Arcipretura delle Castella: Tiene di rendita annui Duc. 40 per una
gabella e Duc. 100 le si corrispondono dal R.do Capitolo di questa
città (Isola) sopra i beni dei luoghi pii della med.a allo stesso
capitolo aggregati", Stato delle chiese di Isola, 1808, AVC.
42. Robbe che mancano nella chiesa arcipretale della comu.tà delle
Castelle, Le Castelle 21 agosto 1810, AVC.139
43. Dopo averla visitata, il vescovo di Crotone Cavaliere nel giugno
1886 chiedeva al Regio Economo Generale de Benefici Vacanti di
Napoli seicento lire in quanto la chiesa arcipretale aveva bisogno
di "riatti nella tettoia, nei muri e nel pavimento ed era sfornita
di sacri arredi" , Cotrone 6 giugno 1886, C.81, AVC.

