[La presenza del lupo nel Crotonese]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 40/2001; Area Locale nr. 1/2003)
Nella toponomastica dell’attuale provincia di
Crotone sono rintracciabili numerosi toponimi che ricordano gli
animali selvatici che in un passato, anche recente, popolavano gli
estesi boschi, che ricoprivano gran parte del territorio.
Ricordiamo “Macchia dell’Orso” in territorio di Mesoraca, “Manca del
cervo” a Petilia Policastro, il torrente “Lepre” a Caccuri, la
“Fontana del Gatto” a Belvedere Spinello ecc.
Tra gli animali quello che troviamo più di frequente, e che dimostra
una diffusa e prolungata presenza, è il lupo.
Se i toponimi riferiti all’orso ed al cervo sono situati sulla
soglia della foresta silana, quelli del lupo segnano ancora oggi
anche i luoghi prossimi alla marina.
Il lupo
Il Lucifero, all’inizio del Novecento, ci informa che presso
Verzino un lupo arrabbiato in pieno giorno aveva distrutto quasi
un’intera famiglia1. Alla metà dell’Ottocento la presenza del lupo,
anche vicino ai centri abitati, era così frequente e minacciosa che
il Pugliese poteva affermare che “né co’ premi che si pagano dalle
Casse comunali, né colle largizioni che si fanno a chi va in giro
colla testa e pelle di un lupo ucciso, abbiamo potuto riuscire a
diminuirne il numero” ed aggiungeva che i lupi oltre a recare gravi
danni al bestiame “talvolta s’introducono nell’abitato per far la
caccia a majali ed agli asini: non sono rari gli esempi che si sono
avventati ed han lottato coll’uomo nelle strade dell’abitato
medesimo… Alcuni religiosi han composto delle apposite orazioni, ed
alcuni riti per maledirli, ed implorarne da Dio la distruzione; ma
altri pretendono che ciò sia peccato, perché si tiene per sacra
questa nocevole fiera, talché credesi di non poter soggiacere a’
colpi de’ cacciatori se S. Silvestro non l’habbia maledetta: sul
corpo morto del lupo si fan passare e ripassare tre volte i ragazzi
per farli esenti dal dolore del ventre: si crede che donna cibata di
carni di animali morti da’ lupi generasse figli con fame lupina, e
per farcela passare si finge di spingerli e ritrarre per tre volte
dal forno mentre vi si cuoce il pane, dicendosi per tre volte:
abbuttati lupu, vol dire saziati lupo. Si fan preghiere a San
Silvestro, cui si attribuisce la protezione di questo animale, per
tenerlo lontano, come a S. Vito per preservare i cani dalla rabbia,
ed a S. Paolo per iscansare uomini ed animali utili dal morso delle
vipere”2. Il Pagano in quegli stessi anni ribadiva che il lupo “
produce continui danni, spingendosi fin nell’abitato” e che i
pastori, per proteggere il loro gregge, usavano accendere fuochi
presso l’ovile. A causa dei continui danni il Consiglio comunale di
Umbriatico aveva deliberato un premio di L. 17 per chi ne uccideva
uno3.
Dalle testimonianze dei tre scrittori e di altri è evidente come
l’immagine del lupo mutò negli anni. Anticamente il lupo era
ritenuto, anche se temuto, un animale intelligente, socievole verso
i suoi simili, protettore degli indifesi e coraggioso, tanto da
essere considerato presso alcuni popoli un animale sacro e preso ad
esempio oltre che per la sua forza, audacia e ferocia anche per la
vigilanza, l’astuzia e la prudenza. Gli stessi uomini ne indossavano
le pelli ed usavano la sua maschera per assumerne le virtù e con
vessilli e stendardi con la testa del lupo atterrivano i nemici. Col
passare del tempo e con l’estendersi dei terreni coltivati,
l’immagine di questo animale da preda divenne sempre più negativa e
diabolica e fu associata alla selva oscura, spettrale e piena di
pericoli, tale da incutere una tale paura, della quale solo i santi
erano esenti. Se la fiera per la sua voracità era stata sempre
temuta soprattutto dai mandriani, che utilizzavano grandi cani per
difendere il loro bestiame, col tempo essa cominciò ad incutere
terrore anche alla popolazione cittadina, in quanto l’animale fu
ritenuto un temuto assalitore e mangiatore di uomini. Questo
cambiamento avvenne man mano che l’uomo disboscava e metteva a
coltura nuove terre e, restringendo sempre più l’area boschiva e
quindi il territorio vitale del lupo, si trovò ad interagire ed a
contendere all’animale lo spazio.
Molti toponimi e testimonianze ci indicano che il lupo fu presente
fino a pochi decenni fa, oltre che nell’entroterra, anche nei luoghi
prossimi alla marina, quando il territorio era boschivo. Solamente
dopo i recenti grandi disboscamenti l’animale scomparve. Il Nola
Molise alla metà del Seicento scrive che a Capo delle Colonne vi era
un luogo che anticamente era boschivo, che era “volgarmente chiamato
la fossa dello Lupo”4 e da documenti antichi e recenti e nei catasti
onciari settecenteschi troviamo: che a Isola vi era un luogo detto
“Vadum Lupi”5, a Rocca di Neto le località “La Valle del Lupo”, il
“Fosso del Lupo” e “La colla della Lupara”6, a Melissa un terreno
detto “Lupicello”7 , a Scandale “Casone del Lupo”, a Mesoraca
“Lupo”,ecc.
L’avanzata del lupo
L’arcivescovo di Santa Severina Fausto Caffarelli nella sua
“Relazione” del primo febbraio 1633 così si esprime. “Multi in
regeneratione Baptismi Lupos appellant; devotionem praetexunt
Sanctorum huius nominis, sed vere inanis superstitio eos fallit,
quod Lupi diu vivere creduntur, et ex nuncupatione longiorem vitam
augurantur”8.
Gli uomini infatti vedevano che le grandi epidemie che, tra la metà
del Cinquecento e l’inizio del Seicento, creavano grandi vuoti nella
comunità umana non intaccavano i lupi, anzi le campagne non più
coltivate per mancanza di braccia in poco tempo inselvatichivano e
sull’incolto ben presto il lupo faceva la sua comparsa,
stabilendosi. Questo fatto aveva fatto nascere e propagare la
credenza che i lupi vivessero più a lungo e fossero immuni ed
indenni dalle gravi infermità. Perciò, soprattutto presso le
popolazioni di origine albanese, non era raro che al nato si
imponesse il nome Lupo. Mettere l’infante sotto la protezione di
questo santo, che si immedesimava con un animale selvatico e
potente, era un modo per trasmettergli la sua forza e resistenza,
augurandogli così una lunga vita. Per tale motivo, scorrendo i
documenti dell’epoca, ci imbattiamo in diverse persone col nome
Lupo. Nel libro parrocchiale della chiesa di San Martino di Rocca di
Neto troviamo le numerose tracce del nome Lupo da solo o associato.
Nella parte relativa ai battezzati è annotato che il cappellano Luca
Mascaro il 9 giugno 1607 battezzava Lup’Antonio Bruno; il cappellano
Scipione Burdarios il 4 maggio 1611 battezzava Lupo Antonio d’Arena;
l’arciprete Gio. Tomaso de Giuliis il 7 agosto 1614 battezzava Lupo
Domenico Ungari ed il 27 novembre 1622 Lupo Domenico Federico. Nel
“Liber confermatorum” sono ricordati Lup’Antonio Cundopulo (1588),
Lupo Rittigliano e Lupo Sgayro (1625). Nel “Liber illor. qui fuerunt
coniunti in matrimonio” c’è Lupo Antonio Pilusio di Casabona (1623),
Lupo Cirigiorgio (1624), Lupo Balsamo di Papanice (1633), Lupo Burza
di Castro S. Mauro (1630), il chierico Lupo Iacopo de Cicco (1627)9
ecc. In altri documenti degli stessi anni troviamo il reverendo Lupo
de Costa10 ed i massari Lupo Grandello11, Lupo Franco12 e Lupo
Antonio L’Abbate13, tutti e quattro di Papanicefore, Lupo Guglielmo
Infosino da Santa Severina14, Lupo Leto da Crotone15 ecc.
Una statua al lupo
A ricordo di quanto fosse popolare e tenuto in considerazione il
nome Lupo soprattutto a Papanice, terra che nel Cinque e Seicento
era abitata quasi completamente da “Greci”, ancora oggi è possibile
ammirare nella chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo, un
monumento alla fiera. Il nome Lupo, che ricorda il donatore, forse
il reverendo Lupo De Costa, è scolpito sul basamento della fonte
battesimale, oggi trasformata ed utilizzata come acquasantiera, e la
fiera, in posizione di attesa con le zampe unghiate ben visibili,
vigila, abbellisce e sorregge il pilastro con la vaschetta
dell’acqua benedetta. Una testa di lupo è anche sulla chiave di
volta di un portale a guardia di una abitazione nel centro storico
di Strongoli.
Danni arrecati dai lupi
Scorrendo i rendiconti annuali del convento di San Francesco di
Paola di Roccabernarda, possiamo farci un’idea dei danni che i lupi
arrecavano al bestiame, che pascolava nella vallata del Tacina sul
finire del Seicento e nei primi decenni del Settecento. Quasi ogni
anno il correttore del convento dei minimi annotava la perdita di
qualche capo di bestiame “pigliato dal lupo”. Il danno era ingente
perché la vendita della carne dell’animale ucciso rendeva meno della
metà che da vivo e lo stesso valeva per la pelle in quanto le
“coria” erano in “parte guaste dalli lupi”. Le brevi note
evidenziano da una parte che gran parte del bestiame, nonostante la
protezione dei cani, portava evidente nella pelle i morsi delle
fiere, che se non avevano portato alla morte l’animale, l’avevano
danneggiato16; dall’altra che l’attacco dei lupi avveniva
soprattutto durante il tardo autunno e l’inverno, quando le prede
scarseggiavano17.
La massiccia presenza del lupo nei boschi di Crotone e di Isola nel
Cinquecento e nel Seicento è anche confermata da numerosi atti. Nel
“Manuale seu giornale” tenuto nel 1542 da Jo. Micheli Piczuto e
riguardante le spese per la costruzione delle fortificazioni della
città e castello di Cotrone si avverte come massiccia sia la
presenza del lupo nei boschi vicino alla città ed i danni che essi
arrecavano al bestiame. Sono infatti notate le spese per curare dei
buoi ed un puledro feriti dai lupi18. Per proteggere il bestiame
della regia corte si dovette comprare “una cane femina” e munirla di
“uno collaro de ferro”19. Da un documento, rogato in Crotone dal
notaio Gio. Tommaso Salviati il 29 settembre 1664, si evince che
Gio. Aloisio de Soda, originario di Cellara aveva accusato nel 1660
presso la corte baronale di Isola un suo vaccaro di nome Ciccio
Trimboli. Secondo la querela il Trimboli, dopo alcuni giorni che se
ne era andato dalle dipendenze del suo padrone, gli aveva rubato un
bue. In seguito tuttavia il Soda ritirò l’accusa in quanto da alcuni
testimoni venne a sapere che l’animale era stato divorato dai lupi
in un bosco di Isola. Anche se le testimonianze a favore del vaccaro
possono essere false o di comodo, esse tuttavia a quel tempo
risultavano certamente credibili e quindi l’accaduto possibile20.
Ancora all’inizio dell’Ottocento nei “Libri Mortuorum” di Santa
Severina troviamo annotato che nel 1811 morì il ventiduenne Tommaso
Macrì a causa di “idrofobia contratta l’anno prima per morso di lupo
rabido”21.
Il notabile danno che la fiera causava al bestiame spinse le
università già nel Seicento a porre delle taglie. L’università di
Melissa pagava un premio in denaro per ogni lupo ucciso. Chi portava
la testa e la pelle dell’animale aveva diritto a un ducato e mezzo
se si trattava di una lupa, un ducato per un lupo maschio e la metà
per un lupacchiotto. I beneficiari erano di solito i cacciatori che
nelle battute ai cinghiali ed ai caprioli si avventurano nella selva
dove il lupo aveva la tana ed i custodi delle mandrie, che di solito
il lupo seguiva nei loro spostamenti22.
La pelliccia del lupo andava così ad ornare le selle ed i
mantelli23.
Il fantasma del lupo
L’immissione del lupo nella Sila ha fatto aleggiare in alcuni
paesi il vecchio timore, che alcuni allevatori in malafede hanno ben
presto sfruttato, per farsi risarcire danni inesistenti, creati da
lupi fantasma.
Nel febbraio 1984 i giornali locali davano grande risalto alla
notizia che alcuni lupi a causa del freddo intenso avevano fatto la
loro comparsa in contrada “Malapezza” presso di Belvedere Spinello
ed in contrada “Bufolarizza” nelle campagne di Casabona. Secondo il
cronista i tre grossi lupi provenivano molto probabilmente dalle
montagne di Umbriatico ed avevano preso d’assalto gli ovili,
azzannando e strozzando circa 200 animali tra pecore, capre e
capretti. Il fatto tuttavia presenta molti lati oscuri e certamente
il cronista non ha verificato, ma ha prestato fede acriticamente a
denunce fatte da allevatori per intascare i premi., come in seguito
si è dimostrato per molti altri casi simili.
Note
1. Lucifero A., Mammalia Calabra, Rist. 1983, p. 106.
2. Pugliese G. B., Descrizione ed istorica narrazione cit., Vol. I,
p. 98.
3. Pagano L., Studi sulla Calabria, Napoli 1901, Vol. II, p. 213.
4. Nola Molise G. B., cit., p. 65.
5. Processo Grosso cit., f. 418v.
6. Spizzirri M., Rocca di Neto cit., pp. 219 sgg.
7. Cosentino A, Melissa – Medievale e Moderna, Rossano 2001, p. 272
8. Rel. Lim. S. Severina., 1633.
9. Libro cit., ff. 38, 43, 47 sgg.
10. Adi 9 di Augusto 1613 morsi la figlia del R.do Lupo de Costa di
papa nicefora et si sepellì al vescovato dico prete greco ut supra
de papanicefora, Libro dei Morti, Crotone, AVC.
11. Caridi G., Uno stato feudale cit., p. 123.
12. Nel dicembre 1632 il massaro Lupo Franco di Papanice dichiara il
raccolto che ha fatto in territorio di S. Giovanni Minagò nel luogo
detto il Giardino della Corte della marchesa di Licodia, ANC. 118,
1632, 115v.
13. Lupo Antonio L’Abbate di Papanicefore vende nel settembre 1641
una casa palaziata che possiede a Roccabernarda a Ficeri Tassitano
ed una metà di vigna ad Apollonia Bonofiglio, ANC. 179, 1641, 55v-
57.
14. Nella cattedrale di Crotone era eretto un beneficio senza altare
e cappella dedicato a S, Nicola de Tolentino della famiglia di Lupo
Guglielmo Infosino da Santa Severina, Acta cit., f. 36v.
15. Abitava a Crotone in parrocchia di Santa Margherita, ANC. 229,
1657, 108.
16. Nel conto del 1690/1691 il correttore annotava “R.to da m.o
Fran.co Maria Maffeo p. uno carnaggio e corio vendutoli di una
vaccha morta dal lupo d.ti 4-2-1”; nel 1693/1694 “R.to per
venditione di una giovencha presa dalli lupi docati cinque e mezzo”;
nel 1696/1697 “R.to p. venditione di un coiro di vacha pigliata dal
lupo d.ti 2-1-10”; nel 1698/1699 “R.to per venditione di un coiro di
vacca, e tre coriacelli pig.to dal lupi d.ti 3. R.to per venditione
di sei coria di vacche parte guaste dalli lupi e parte morte d.ti
12. R.to per carnaggio di una giovenca pigliata dalli lupi d.ti
1-2-10”, Conti del convento di S. Francesco di Paola di
Roccabernarda, in Libri e Platee antiche Cart. 80/6, ff.1, 13, 20,
25, 30, ASCZ.
17. Nel novembre 1731 il frate Francesco Raneri annota di aver
ricevuto “Per un cojo d’una vitellazza presa da lupi”: 4 tari e nel
dicembre seguente “per due coji di vitellazzi uno preso da lupi”: 2
ducati, Conti del convento di S. Francesco di Paola di
Roccabernarda, 1731 e 1732, in Libri cit. Cart. 80/11, f. 127.
18. Addi III 8bris 1542. Allo monaco ferraro de Cotroni per tanti
medicini per le bove che have piglato li lupi (0 – ½- 10) Ad far la
lavanda allo pollit.o dela corti che piglao lo lupu (0 – 0 – 9),
Dip. Som. 196/4 f. 160, ASN.
19. Addi XXIII 8bris 1542. Ad Susanna muglere de cola turcho de
massanova per lo preccio di una cane femina per la guardia deli bove
della regia corte per accordio ( 4 – 2 – 10). Ad mastro cola mattia
de otranto per lo preccio de uno collaro de ferro per ditta cane ( 0
– 2 – 10), Dip. Som. 196/4, f. 178, ASN.
20. ANC. 312, 1664, 56.
21. Nisticò U., I Libri Mortuorum di Santa Severina tra il 1737 3 il
1817, in Quaderni Siberenensi, 2001, p. 37
22. Nei pagamenti fatti dall’università di Melissa troviamo che nel
1687/88 A Pietro Bonofiglio carlini 10 in premio d’haver ucciso un
lupo. Alli Baccari di Angelo Cugini carlini 5 per haver ucciso un
lupo; nel 1689/90 A Salvatore Inglese carlini 4 premio d’haver
ucciso un lupacchino; nel 1712/13 A Francesco Ferro e compagni
cacciatori per premio di haver ucciso un lupo 1 ducato; nel 1726/27
Per taglione d’una lupa ducati 1-2-10; Per il taglione d’un lupo
ucciso da Serafino Blandino entro il proprio territorio ducati 1,
Dati fornitimi dal prof. Antonio Cosentino, Fondo Pignatelli
Ferrara, Busta 21, pratica 1, ASN.
23. Nella camera del cavalcatore del castello di Strongoli vi era
“una sella di lupo di velluto verde con staffe, gioppera e cignia
senza staffili”, in Inventario del Mobile di questo castello di
Strongoli fatto hoggi 19.5 1703 (Archivio Pignatelli Ferrara di
Strongoli, Fasc. 46, inc. 69, f. 7, ASN.)

