[Paesaggi crotonesi: La collina e la pianura di Maccoditi]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 1-3/2006)
“Vi era un’altro Tempio dedicato alla Dea della
Vittoria construtto ancora à conseglio di Pittagora, sito sopra
un’altro monte, che all’hora era dentro la Città, hoggi è più d’un
miglio, e mezzo distante da quella, quale monte si chiamava
Egregorio, il quale fu Duce de Sibariti, et fu preso da Crotonesi
nella guerra de Sibari, et malamente ferito, et condotto nella
sommità di questo monte; dopo, che fu dal suo corpo tutto il sangue
uscito, prima, che spirasse disse queste parole,Io da una parte moro
contento; perche moro per servitio della mia patria, dall’altra
parte moro disperato; perche lascio la mia moglie, e figli schiavi
de Cotronesi miei capitali inimici; dopò morto fu sepellito
nell’istesso Monte, che perciò il Monte da detto Egregorio il nome
prese, et ivi fu fabricato questo Tempio; hoggi detto Monte si
chiama Maccoditi, et è proprio quello ch’oggi è detto la Torre di
Mangioni gentil’huomini di detta Città, questo anco fu fatto dopò,
che i Crotonesi vinsero le sopradette due Città Temsa, et Cleta, et
dalle spoglie di quelle fecero anco il corpo di questa statua della
Vittoria tutta di argento, et la testa di oro, come habbiamo detto
di quella di Marte; conforme il tutto ho letto nel scritto à mano
del detto Camillo Lucifero.”( Nola Molise G.B., Cronica cit., p. 53)
La grande Lapide
In una descrizione dei confini del feudo di Apriglianello del
maggio 1475 si legge : “ Ad oriente, la pietra posta per termine
sulla via pubblica dal segretario Macchiafava; a settentrione dal
monticello che dicesi “ Mercodito” alla gran lapide che trovasi al
piede di detto monticello, presso la via pubblica, e quindi fino al
passo di “Coccariaci”, che va al fonte, il quale trovasi tra il
casale di S. Stefano ed il casale di Strongolito...... ( e
proseguendo) per via pubblica, che mena a Crotone, sino al vallone
Lampus e da qui sino alla pietra termine, avanti designata” (
Vaccaro A., Kroton cit., I, 284).
Il documento evidenzia che ancora alla fine del Quattrocento erano
visibili le pietre terminali, poste da Matteo Marchafaba al tempo
dell’imperatore Federico II, per indicare i confini del feudo di
Apriglianello. Il feudo Apriliano infatti compare per la prima volta
in un atto del 1240, quando Johannes, abbate del monastero
benedettino di Santa Eufemia afferma di avere fatto l'anno prima con
Matteo Marchafaba, funzionario della dogana imperiale "de secretis"
e maestro dei questori in Calabria, su incarico di Federico II , la
permuta del castrum e di metà della città di Nicastro, appartenente
al monastero benedettino, con alcune terre demaniali e cioè la terra
di Nocera e la metà del "casalis Apriliani, cum omnibus militibus,
burgensibus et cum omnibus pertinentiis appendicis, et iuribus
suis". (Fiore G., Della Calabria cit., I, 122-123).
Il luogo ed i termini
La collina di Maccoditi, così come è indicata, risulta situata a
sinistra del fiume Esaro e del suo affluente Lampus, ora detto
Papaniciaro, tra la via pubblica, che da Papanice scende verso
Crotone lungo la valle Lamposa, ed il torrente “Cucurreaci”, l’
attuale Passo Vecchio. Nei documenti risulta confinante con vie
pubbliche e vicino alle località Palazzo, Palazzotto, Palazzello,
Garrubba, Scimenez, Valle della Donna, Acqua della Fico, Cerza,
Lesca, Zimfano, Destra di Beltrano, Zimparello e Torre Tonda.
Attualmente è identificabile presso le località “Vigna Cameriere” e
“Vigna Morelli”.
Le mura greche
Il monticello di “Maccuditi” domina la pianura dell’area
industriale, dove è stato individuato un blocco urbano della città
greca, limitato e protetto da mura.
Alexander Willem Byvanck all’inizi del sec. XX (1912 -1914) per
primo riuscì a darci una visione parziale delle fortificazioni della
città greca ed ad individuarne i resti ancora visibili. (Byvanck A.
W., Aus Bruttium, Leoscher e C., Rum (1914) pp. 141-167. Estr. da
“Romischen Mitteilungen des Deutschen Archaeol. Instituts”, 1914)
Egli ne trovò le tracce sulla sponda dell’Esaro in località San
Francesco (dove c’era la “Polveria”), sulla dorsale di una piccola
balza nei pressi della località “Vigna Nova” e sopra una piccola
collina (Maccoditi), sulla quale oggi si trovano le vasche di
decantazione dell’acquedotto industriale (vicino alla contrada detta
ora “Vela”). Anche di recente sul citato luogo di Maccoditi sono
stati trovati poderosi ruderi di opere fortificatorie, che
risalirebbero al IV-V secolo. a.C.
Maccuditi e Maccuditi e Maiorano
Nei documenti del Cinquecento e del Seicento il territorio è
chiamato quasi sempre Maccoditi; dalla fine del Seicento invece lo
stesso territorio con il passare del tempo diventa Maccoditi e
Majorana. L’esempio tratto dalle visite di due vescovi crotonesi e
dal Catasto di Crotone del 1793 evidenzia che i toponimi “Maccoditi”
e “Maccoditi e Majorana” indicano la stessa località.
Nella “Visita” del vescovo Marco Rama ( 1699) troviamo che la
cappella dell’Immacolata Concezione, situata nella cattedrale di
Crotone, possedeva per legato del fu Hieronymo Suriano “dui vignali
conf(in)e il territorio detto Maccodita ed il giardino della S.ra D.
Isabella Albani di salmate sei. In denaro docati dudici, in grano
salme sei” ( Acta cit, f. 100v). Nella “Visita” compiuta circa
vent’anni dopo dal vescovo Anselmo dela Pena ( 1720), il beneficio
dell’Immacolata Concezione della famiglia Suriano fu Cesare con
altare e cappella in cattedrale possedeva “due vignali di salme sei
confine la vigna di esso beneficiato e confine Maccoditi e Maiorana
di D. Antonio del Castillo e di D. Francesco Antonio Suriano. In
grano tt. 36, in denaro D(ocati) 12” (Anselmus cit, f. 39).
La capellania dell’Immacolata Concezione, S. Bruno e S. Antonio di
Padova della famiglia Suriano possiede due vignali detti Maccodito e
Majorano ( Catasto Onciario Cotrone 1793, f. 152v) .
Giardini, chiuse, gabelle, vigne e vignali.
Durante il Cinquecento si accelera il fenomeno della scomparsa
dei casali, delle grangie, dei monasteri e delle chiese rurali. L’
abbandono dei piccoli insediamenti sparsi sul territorio costiero e
l’emergere della città fortificata di Crotone come unico centro di
attrazione, determina una ristrutturazione territoriale ed una
trasformazione significativa del paesaggio. Si accelerano i fenomeni
di acquisizione e di frammentazione degli estesi possedimenti
feudali ed abbaziali, che hanno per protagoniste le casate
dell’aristocrazia crotonese e gli enti ecclesiastici del luogo. Le
terre seminative si espandono erodendo la selva e nei luoghi
irrigabili si estendono i giardini dei nobili della città. La
località “Maccuditi” già alla fine del Cinquecento presenta un
paesaggio alquanto vario. Accanto alle gabelle ed ai vignali, dove è
praticata la rotazione triennale della semina e del pascolo, ci sono
le chiuse ed i giardini con alberi da frutto, vigne e ortaggi.
La gabella ed il giardino dei Berlingieri
La morte dell’aristocratico crotonese Scipione Berlingieri ,
seguita poco dopo da quella della moglie Bernardina Susanna,
permetterà ai proprietari delle terre confinanti, cioè i Susanna ed
i Lucifero, di estendere le loro proprietà.
Nel 1591 moriva Scipione Berlingieri e parte dell'eredità andò al
figlio Anselmo, parte alla moglie Bernardina Susanna e alle figlie
Adriana, Vittoria e Ippolita. Già nell’ottobre 1590, prima della
morte del padre, vi era stato un accordo tra i figli di Scipione
Berlingeri ed Anselmo aveva ceduto alle sorelle ogni diritto sulle
gabelle di Maccuditi e l’Esca.
I beni della vedova e delle figlie furono amministrati dal dicembre
1591 all'agosto 1594 da Mutio Susanna, fratello di Bernardina.
Tra le proprietà gestite dal Susanna vi erano le gabelle di
Maccodite e L'Esca ed il "giardino, costa et chiusa et torre de
Maccodite". Il Susanna cominciò con prendere in affitto il giardino,
le cui vigne davano 14 salme di mosto, pagando per l’annata del 1593
ducati 70.
Morta Bernardina nel novembre 1593, il fratello e amministratore
Mutio ne approfitta e si fa vendere il "giardino, costa et chiusa et
torre" per il prezzo di 1000 ducati, obbligandosi con le orfane a
versare l'otto per cento del capitale ogni anno, finché non riuscirà
ad estinguere il debito. Cessata l'amministrazione alla fine del
1594 i ducati mille non sono ancora stati pagati.( ANC. 49, 1594,
222 – 236).
A quel tempo la proprietà dei Berlingieri era circondata da quella
dei nobili Lucifero, Susanna e Montalcino. Infatti Gesimina Lucifero
dichiara di possedere il territorio detto “La valle della Donna
iux.a terras d.ni Julii Susanna dictas la Fratia jux.a Maccodite
heredum q.m d.ni Scipionis Berlingerii”( ANC: 49, 1594, 132 – 137) e
Fabrizio Lucifero, figlio di Pompeo e di Isabella Lucifera, possiede
la “gabella nomata Lo palaczo sitam et positam in territorio
Crotonis loco dicto lo Palaczo jux.a terras q.m D.ni Scipionis
Berlingerii loco dicto Maccodite et via p(ubli)ca ( ANC. 49, 1594,
297).
Il giardino passò dai Susanna a Pietro Ormazza e poi molto
probabilmente fu portato in dote da Antonina Ormazza che andò sposa
a Gio Francesco Pelusio. Rimasta vedova e senza figli Antonina
Ormazza vendeva il giardino.
Dopo un accordo stipulato nell’ottobre 1658, ottenuto il regio
assenso nel gennaio 1659, nel settembre 1661 con atto del notaio
Hieronymo Felice Protentino la vedova Antonina Ormazza vendeva per
ducati 500 ad Ottaviano Cesare Berlingieri "un suo giardino, con due
pezze di vigne con uno vignale di terre vacue, quale fu del qm.
Fran.co Pelusio, con torre, puzzo, et una casa terrana discoperta,
con scala di pietra a ponte tutta disfatta, posto detto giardino
loco Maccuditi juxta L'Olivella di Mutio Lucifero et il vignale di
Gio. Tomaso Rigitano". Nell’atto di vendita risulta che il fondo era
gravato da alcuni censi perpetui, cioè annui carlini 15 dovuti al
tesorerato della cattedrale di Crotone, che erano dovuti sopra il
vignale che era stato del fu Cicco Pelusio, un tomolo di grano
all’anno al primiceriato della cattedrale e annui carlini 15 al
beneficio di San Leonardo della famiglia Susanna, che erano dovuti
sopra le vigne dette di Caparra, che erano situate dentro il
giardino e confinavano con il vignale di Gio. Tomaso Rigitano e
l’Olivella.(ANC. 229, 1661, 45 -48).
Morto nel 1684 Ottaviano Cesare Berlingieri, che aveva sposato
Luccia Suriano, il giardino e le vigne passarono ai figli.
Alla fine del Seicento era di Annibale Berlingeri e fratelli i quali
pagavano ancora sopra il giardino un annuo censo di carlini 15 al
beneficio di S. Leonardo dei Susanna (Il beneficio di S. Leonardo
della famiglia Susanna esige un annuo censo “sopra il giardino del
q.m Ottavio Cesare Berlingieri fu di Pietro Ormazza hoggi d’Aniballe
Berlingieri e fratelli”, Acta cit., f. 148) e sopra le vigne un
annuo tomolo di grano perpetuo.( Il primiceriato esige un annuo
censo “sopra le vigne di Cesare Berlingeri furono di Gio. Fran.co
Piluso, hoggi d’Aniballe e F.lli Berlingeri un annuo tumolo di grano
perpetuo”, Acta cit., f. 138v).
Vent’anni dopo il giardino e le vigne appartengono a Francesco
Cesare Berlingeri, figlio di Annibale. Il giardino e le vigne sono
ancora gravate di censi. ( Il beneficio della famiglia Susanna sotto
il titolo di S. Leonardo esige un annuo censo sopra il giardino di
D. Cesare Berlingeri annui carlini 15, Anselmus cit., f. 40) (Il
primiceriato esige un annuo censo sopra la vigna di D. Cesare
Berlingeri confine quella di Fran.co Asturello e la gabella detta la
Manca di Beltrano hoggi di d.o Berlingeri un tt.o di grano annuo
perpetuo pagabile alla raccolta ( Anselmus cit., f. 25v).
Il giardino e le vigne rimarranno di proprietà della famiglia
Berlingeri per tutto il Settecento, come risulta dal pagamento dei
censi dovuti al Primiceriato ed al beneficio della famiglia Susanna,
che ritroviamo annotati sia nel catasto onciario del 1743( Catasto
Onciario Cotrone 1743, f. 210) che in quello del 1793( Catasto
Cotrone 1793, ff. 142v, 170v) . I due fondi alla morte del marchese
Francesco Cesare Berlingeri, avvenuta nel 1749, passarono al figlio
Carlo. Alla morte di Carlo, avvenuta nel 1781, la “vigna con torre
detta di Berlingeri” ed il “territorio detto la Destra di Beltrano
vicino la sopradetta vigna” andarono al figlio Anselmo ( ANC. 1329,
1781, 160 -167) e nel 1785 al figlio ed erede Cesare.
La gabella di Maccuditi
Se una parte delle proprietà che Scipione Berlingieri aveva a
Maccuditi era passata ai confinanti Susanna, l’altra passò al
potente vicino di casa Lucifero.
Alla fine del 1594 cessava l’amministrazione di Mutio Susanna in
quanto nel novembre di quell’anno veniva concluso il matrimonio tra
Adriana Berlingeri, figlia di Annibale e di Bernardina Susanna, e
Fabrizio Lucifero, figlio di Pompeo e di Isabella Lucifera,
Nei capitoli matrimoniali trattati e conclusi si legge “Item la
sop(radet)ta S.ra Adriana asserisce tenere pro communi, et indivisi
con le s(igno)re Vittoria, et Hippolita berlingerie sue sorelle fra
le altre robbe, denari, nomi di debitori, attioni, et ragg(io)ni Una
gabella posta nel territorio di Cotrone nomata Maccodite jux.a le
terre libere dette la chiusa del giardino di maccodite che al
p(rese)nte è di detto s.r Mutio Susanna, da una parte, et dall’altra
parte la via publica, dall’altra le terre del S.r Aniballe Susanna
et altri confini; et de più unaltra gabella contigua nomata lesca
confine la sop(radet)ta gabella di maccodite, et da tutte l’altre
parti le vie publiche, pervenute a detti S.ri in vigore di
transattione fatta fra esse, et il S.r Anselmo Berlingerio loro
fratello mediante decreto dela regia corte di detta città, et
contratto stip(ulat)o per mano del q.m egr(egi)o not(ar)o Gio.
Tomase Bombino et unaltro stipulato per mano del medesimo sub die 18
mensis 8bris 1590 quartae Ind(ition)is”. ( ANC. 49, 1594, 305 -306)
Il 6 settembre 1610 Fabritio Lucifero divideva i suoi beni tra i due
figli Jo. Francesco e Mario. A Mario donava una “clausura vinearum
cum vinealibus intus cum gabella contigua in loco dicto maccoditi”
confinante con il viridarius che appartenne al fu Lelio Lucifero e
la gabella confinante con le terre degli eredi di Annibale Suriano (
ANC. 49, 1610, 42 -43).
I Lucifero continuarono a possedere la gabella di Maccuditi. Alla
metà del Seicento la gabella Maccuditi apparteneva a Gio. Francesco
Lucifero, fratello di Lucretia Lucifero che era andata sposa al
barone di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano.
Nel testamento del barone del 30 gennaio 1647 si legge “ Item
dechiaro come questi anni passati fu fatto instrumento di vendita
della Gabella di maccuditi fra il S.r Gio. Fran.co Lucifero mio
cognato, e mè, quale instrumento fu fatto simulato per altri
rispetti et non have havuto effetto alcuno, che per dechiaratione di
questa ver et indennità del detto S.r Gio. Fran.co ho fatto questa
dechiaratione”. (ANC. 229, 1655, 143 -147).
In seguito le terre passarono di proprietà del castellano Diego del
Castillo, che aveva sposato Vittoria Lucifero, figlia di Mutio
Lucifero.
Nel testamento di Giacinto Suriano, figlio di Annibale e di Ciccia
de Nobile, rogato il 4 agosto 1674 si legge: “Item declara tenere
una diferenzia con la Sig.ra Ippolita Suriano sua zia come tutrice
dell’heredi del qm D. Diego del Castiglio per l’affitto delle terre
di Maccoditi e Maiorana si rimette alla giustitia et a quello farà
il sig.r fra fran.co Suriano suo zio e sig.r Gerolimo Suriano. Item
dechiara dover di dare a d.a sig.ra Popa sua zia docati cinquanta
come appare dalla d.a obligatione d’affitto di maccoditi et maiorana
fatto in facci di d.o sig.r fra fran.co et d.a sig.ra Popa vole che
se li paghino” ( ANC. 333, 1674, 53 -58). Le terre passarono poi a
Maria ed Antonio del Castillo, figli del castellano Diego. Metà
furono portate in dote da Maria del Castillo che sposò Pietro
Suriano.
Nell'agosto 1708 Pietro Suriano, sposato con Maria del Castillo,
sorella di Antonio e figlia del castellano Diego, lascia ai figli il
chierico Francesco Antonio e Giuseppe “le terre dette Maccuditi e
Majorana salme venti in comune, et indivisi con altre venti salme
del S. D. Antonio Castiglia, similmente parte delle doti di d(ett)a
q.m Maria ( Castiglia) madre di d(ett)i pupilli confine il
palazzello e la D.. di d(ett)o S.r D. Aniballe Berlingeri” ( ANC.
497, 1708, 46-51). Nell’ottobre 1717 i fratelli Francesco Antonio e
Giuseppe Suriano dotano la sorella che deve andare sposa al barone
di Apriglianello Fabritio Lucifero. Tra i beni dotali vi sono
“salmate venti di terre nelle terre dette Maccuditi e Majorano in
comune, et indivisi con altre salmate venti del S.r D. Antonio del
Castillo, confine le terre dette il Palazzello del S.r D. Fran.co
Lucifero , e le terre dette L’Esca del S.r D. Ant(oni)o
Barricellis”. Le terre date in dote sono stimate del valore di
ducati 1000 ( ANC. 659, 1717, 193 -194). Nel 1720 le 40 salme di
Maccoditi e Maiorana appartengono metà ad Antonio del Castillo e
metà a Francesco Antonio Suriano ( Anselmus cit., f. 39).
Una plurisecolare lite per il “viridario” di Giovannella Pica
Nel 1555 si celebrava il matrimonio tra il nobile crotonese
Santo Antenori e Lucretia Lucifero, figlia del fu Gio Paolo e di
Giovannella Pica, vedova e risposata con Gio. Tomaso Campitelli. La
dote promessa dalla madre dotante Giovannella Pica ascendeva a mille
ducati, parte in denaro, parte in rendite su capitali e parte in
terre. Passati alcuni anni e non soddisfatte le doti, Fabio
Antenori, figlio di Santo e di Lucretia Lucifero si rivolse alla
Gran Corte della Vicaria contro l’ava materna Giovannella Pica. Dopo
una lunga lite il 23 ottobre 1587 fu raggiunto un accordo.
Giovannella Pica promise alla figlia Lucretia, madre di Fabio, di
pagare una rendita di 200 ducati su un capitale di 2500 ducati,
obbligando i principali e primi frutti dei suoi beni, tra i quali vi
era il giardino sito nel territorio di Crotone nel luogo detto
Maccuditi, con la condizione che se fosse passato un anno e non
fossero stati pagati i ducati 200, l’accordo decadeva. ( ANC. 913,
1749, 270 -273) A quel tempo il giardino di Maccuditi non
apparteneva più a Giovannella Pica. Dopo essere passato in proprietà
di Lelio Lucifero seniore, figlio di Giovannella Pica e di Gio.
Paulo seniore, sposato con Hippolita Pipino, alla morte di Lelio
Lucifero, il giardino era stato venduto dalla vedova Pipino ai
Montalcini. Nel 1586 infatti Lelio Lucifero seniore possedeva il
“viridario” in località Maccuditi, che confinava con la gabella ed
il giardino di Scipione Berlingieri. Dovendo nel marzo 1586 partire
per Napoli, il nobile affidò l’amministrazione dei suoi beni a Gio.
Andrea Puglise. Dal rendiconto delle spese effettuate dal Puglise
durante la sua amministrazione, che si prolungò dal 14 Marzo al 23
giugno 1586, ricaviamo le seguenti partite riguardanti la
manutenzione, la cura e la custodia del giardino, che era circondato
da una muraglia ed all’interno vi erano una stalla e una sena:
“A di 16 aprile a Luca Artuso di Cutro per servire al giardino di
guardiano a bon conto d(uca)ti quattro.
A di 20 d’aprili a Giorgio Remutato giard(ina)ro ducati quindeci in
conto di quello, che dovea havere per suo soldo, per havere servito
tre anni passati al giardino di detto qm S.r Lelio.
A 21 d’Aprile 1586 pag(a)to ad Antonuccio de Lillo car(li)ni vinti
uno, per havere faticato giornati quattord(ic)i con li bovi de detto
S.r lelio dentro il giardino, a grana quind(i)ci il giorno .... per
governo del giardino.
A di 22 d’Aprili a Gio. Maria Pudano, et compagni ducati und(e)ci et
car(li)ni setti per havere portato cannesci e mezzadi al giardino
per riparatione di quello, a car(li)ni deciotto la canna.
A 13 di maggio a m(astr)o Pietro Ant(oni)o Catania fabricatore
ducati quattro tari quattro et grana dieci per havere faticato in
remendare le muraglia del giardino di esso q. S.r Lelio, per molti
giorni.
A 14 di detto mese di Maggio ut supra 1586 a Pietro garzone ch’era
stato al giardino, ducati sei et grana diece che li dovea il q. S.r
lelio, per essere stato al giardino p(redit)to.
A 25 di maggio 1586 a m(ast)ro Ursino di Napoli car(li)ni cinq(ue)
per lo prezzo di chiava di curso n.o cento cinquanta et altri cento
chiova, di fallacche servetterno alla sena di detto giardino.
A di detto al m.co Horatio Pugliese car.(li)ni cinque per lo prezo
de cinque tavole serviero per la siena di detto giardino.
A di detto in alia al p(redit)to Hor(ati)o car(li)ni quattro e mezo
per lo prezo de cinque piedi di porta di detta siena.
A di detto si fa esito de car(li)ni nove per lo prezo de uno trabe
grosso comprato alla porta, che si portò allo giar(di)no per ponerlo
alla stalla.
A di 8 Giugno a Fran(ces)co Liotta giardinaro accordato al giardino
che serve dal p(rim)o del p(rese)nte mese di Giugno fin l’ultimo di
ottobre di detto anno d(uca)ti undeci poiche Lucartuso che stava a
detto giardino se ne era fuggito, et per accordio fu pagato detto
Fran(ces)co anticipato per assistere ut supra a sue spese.
A 20 giugno a m(ast)ro Gio. Dom(eni)co Pandati carpentiero d(uca)ti
quattro et mezo, per sua fatica per havere fatto la rota, et arbore
novo alla sena del giardino con li catusi.”
( ANC. 108, 1614, 193 -211)
Morto nel giugno 1586 Lelio Lucifero senza lasciare figli, la vedova
Ippolita Pipino lo vendeva a Lelio Montalcino. Alla morte di Lelio
Montalcino il “viridario” rimase alla vedova Victoria d’Aragona
d’Ayerbis e alle figlie Joanna e Lucretia Montalcino, come risulta
da un atto notarile rogato nel 1664 con il quale Victoria d’Aragona
d’Ayerbis, vedova di Lelio Montalcino, e le figlie Ioanna e Lucretia
Montalcino, indebitate con i fratelli Diego e Francesco Suriano,
assegnano a questi il frutto o l’affitto del loro “viridario” in
località Maccuditi ( ANC. 310, 1664, 40 -43). In seguito il
viridario rimase a Lucretia Montalcino, che andò sposa a Francesco
Antonio Pelusio. Il giardino fu oggetto di molteplici e lunghe liti.
Il 10 aprile 1710 Lucretia Montalcino e Sigismonda Pipino
ricostruiscono una delle secolari liti, che avevano avuto per
oggetto il viridario.
“.. essendo passato all’altra vita Lelio Lucifero di q(uest)a Città
marito della q.m Ippolita Pipino lasciò in vim legat. a d(ett)a
Ippolita sua moglie docati trecento annui, q(ua)le Ippolita dovendo
conseguire tre annate per d(ett)o legato s’indrizò nella Reg(i)a
Corte di q(uest)a Città di Cotrone contro l’herede di d(ett)o q.m
Lelio suo marito, et havendo fatto eseguire un giardino con vigne, e
case nella pertin(enti)a della med(e)ma Città nel luogo d(ett)o
Maccoditi, e fattolo nell’anno 1593 esporre venale fu comprato da
Annibale Montalcino avo d’essa S.ra D.a Lucr(eti)a Montalcino per
prezzo di D(oca)ti nove cento trenta, quali furono pagati a d(ett)a
Ippolita Pipino dalla q(ua)le fu promessa l’evittione e restitutione
del prezzo in caso di molestia, q(ua)le giardino con vigna, e case
posseduto per pochi anni da d(ett)o Annibale Montalcino fu poi
evitto da Gio. Ag(osti)no Sillano di detta Città nell’anno 1607 come
herede di Gio. Teseo Syllano creditore anteriore di d(ett)o q.m
Lelio Lucifero, e fu costretto d(ett)o Annibale Montalcino per
liberare d(ett)o giardino già evitto per decr(e)to del S(acro)
C(onsilio) per D(oca)ti nove cento trenta sette che doveano havere
d(ett)i heredi di Gio. Teseo Syllani transigersi con d(ett)i heredi
di Syllani in D(oca)ti cinque cento cinquanta per li quali ne
ottenne la cessione di loro raggioni in D(oca)ti sei cento
cinquanta. Nell’anno 1610 perchè detta Ippolita s’havea ritenuta
alcune vigne, oltre le vendute col giardino a d(ett)o Annibale vendè
quelle al med(e)mo Annibale per prezzo di D(oca)ti quattro cento, e
nell’istesso Instr(umen)to confessò il med(e)mo Annibale dovere a
d(ett)a Ippolita per causa d’imprestito altri D(oca)ti due cento;
onde per tutti d(ett)i D(oca)ti sei cento si costituì un annuo cenzo
di D(oca)ti quaranta otto annui la rag(io)ne dell’otto per cento.
Nell’anno poi 1616 venne a morte d(ett)a Ippolita, et istituito
herede universale Pelio Pipino suo nep(ot)e di d(ett)i D(oca)ti sei
cento ne legò D(oca)ti quattro cento a Fabio Pipino figlio di Pelio
e D(oca)ti due cento legò ad Alfimatia Crescente sua figlia.
Onde nell’anno 1637 d(ett)o Fabio Pipino come legatario di d(ett)i
D(oca)ti quattro cento s’indrizò per d(ett)a somma in giuditio
d’assist.a contro Lelio Montalcino herede di d(ett)o Annibale suo
P(at)re, e possessore di d(ett)o giardino per li D(oca)ti quattro
cento e terze, seu censi decorsi, et havendo poi ottenuto cessione
d’Homobono e Deodato Leone heredi di d(ett)a Alfimatia Crescente la
cessione dell’altri D(oca)ti due cento ut s(upr)a pretese d(ett)i
D(oca)ti sei cento tutti, una con d(ett)i interessi decorsi.
All’incontro d(ett)o q.m Lelio Montalcino P(at)re d’essa q.m
Lucretia allegando l’evittione patita, e pagamenti fatti di D(oca)ti
sei cento cinquanta all’heredi di Sillani e di D(oca)ti quattro
cento venti due ad Alfimatia Crescente appose dover conseguire e
perciò non solo ritenersi d(ett)o giardino per li D(oca)ti sei cento
cinq(uan)ta delli quali n’ottenne la cessione di d(ett)i Sillani, ma
anco dover conseguire mag(io)r somma da d(ett)o q.m Fabio Pipino
come herede di Pelio suo P(atr)e her(ed)e di d(ett)a Ippolita e di
più fece istanza ritenersi d(ett)o giardino per d(ett)i D(oca)ti
trecento venti tre per cessione dell’istessa somma fattali d’Oratio
Antinori col’interessi dell’anno 1595 come creditore di d(ett)o q.m
Lelio Lucifero anteriore a d(ett)a Ippolita et ancora oppose d(ett)a
retenzione per li crediti che Vitt(ori)a Antinori sua madre
rappresentava contro d(ett)o Annibale suo marito, e dal S(acro)
C(onsilio) fu dato il t(ermi)ne sopra la conventione e
riconvent(io)ne.
Essendosi compilato un voluminoso processo, e litigatosi fin dal
anno 1654 restò pend(ent)e q(ua)le giuditio.
Nell’anno poi 1697 il q.m Gio. Fran(ces)co Pipino figlio, et herede
di d(ett)o Fabio s’indrizò per la stessa causa contro essa D.
Lucre(ti)a et q.m Giovanna Montalcino figli et heredi di d(ett)o q.m
Lelio cum beneficio legis e perchè s’era ord(ina)ta sin dall’anno
1652 la relatione de crediti pretesi si da d(ett)o q.m Fabio Pipino,
come da d(ett)o q.m Lelio Montalcino opposero tutto cioè li d(ett)i
Montalcino al d(ett)o Fran(ces)co Pipino, e benche si fusse fatto il
solito precetto solvant tertias non impedita relatione creditor.
utriusq. partis, e si fece detta relat(io)e dallo scrivano della
causa e dal d(ett)o anno 1697 non s’è più parlato di d(ett)a causa:
onde stantino le d(ett)e pretenzioni dell’una e l’altra parte, et
altre ragioni e pretenzioni ...”( ANC. 635, 1710, 17 -18). Le liti
per il possesso del giardino alla metà del Settecento non erano
ancora terminate, anzi scendevano in campo nuovi protagonisti.
Mentre il giardino cambiava di proprietario, le fazioni cercavano
nuovi e facoltosi alleati per sopportare gli oneri dispendiosi
causati dal prolungamento dei processi. L’educanda nel monastero di
Santa Chiara di Crotone Laura Antenori il 15 dicembre 1749 faceva
una donazione in favore del decano della cattedrale di Crotone, il
potente e aristocratico Filippo Suriano. Laura Antenori come erede
del fratello Orazio juniore e della sorella Faustina, tutti e tre
“figli ed eredi di Gio Paolo Antenori, che fu figlio ed erede del qm
Orazio seniore, figlio ed erede del qm Fabio, che fu figlio ed erede
di detto qm Santo Antenori e della qm Lucretia Lucifera”, dichiarava
che le spettavano “ li precalendati crediti di capitali e terze
decorse e decorrende contro l’eredi, eredità e beni di detto qm
Lelio Lucifero, che fu figlio, ed erede di detti qq.mm Gio. Paolo e
Giovannella Pica”. Essa affermava che nel 1715 il fratello, il
chierico Oratio Antenori, aveva donato tutti i suoi crediti di
capitali e terze a Gio. Pietro Messina con la condizione che
proseguisse la lite e si trattenesse ciò che recuperava, eccetto il
giardino nel luogo detto Maccuditi, “ che per intiero il detto
chierico qm D. Oratio si riserbò per di lui beneficio”. Passati
molti anni e non raggiunto alcun risultato, Laura Antenori, erede
del fratello Orazio, nel 1748 fece retrocessione e nel dicembre
dell’anno dopo nuova donazione, questa volta in favore del decano
Filippo Suriano e sempre con le stesse condizioni: il giardino, se
recuperato, doveva rimanere a lei. ( ANC. 913, 1749, 270 -273).
Nel frattempo però il giardino di Maccuditi aveva cambiato
proprietario. Il 7 ottobre 1715 Lucrezia, seu Checa, Montalcino,
moglie di Francesco Antonio Pelusio, donava al nipote il chierico
Francesco Aragona “un giardino arbustato, e con vigne assieme in
quello habitatione con terre vacue, pozzo” e torre103. Il 26
dicembre 1763 su richiesta di Alfonso d’Aragona e di Domenico
Rodriguez i mastri muratori Gerolamo Asturi ed Antonio Bertuccia, ed
i mastri falegnami Dionisio Sacco e Giuseppe Antonio Negro
apprezzano “la torre, casetta di campagna ed altre fabriche che si
trovano nel giardino e podere di esso D. Alfonso (d’Aragona) sito
nel distretto e tenimento di questa città, luogo detto Maccuditi,
confine il giardino e podere de Sig. Manfredi ed altri fini. Il
tutto è stimato del valore di ducati 684 e grana 85; cioè dai mastri
muratori ducati 568 e grana 35 e dai mastri falegnami ducati 116 e
grana 50.( ANC. 862, 1764, 51 -52). Nel febbraio 1764 il giardino di
Maccuditi fu venduto dai coniugi Alfonso d’Aragona e Cassandra
Milelli a Domenico Rodriguez (ANC. 862, 1764, 81 -82).
(Berlingeri Carlo di 18 anni figlio di Scipione Berlingeri e di
Isabella Mangione fratello di Felice e Maria ( ANC. 119, 1643, 69v).
Gabella Maccoditi e Majorana di Fabritio Lucifero ( ANC. 336, 1690,
99-100).
21.10.1668. Tra i beni rimasti dell’heredita del qm Gio. Dom.co
Sillano padre del chierico Gio. Andrea Sillano, sposato con Victoria
Scigliano, benchè d.a heredità sia tenuissima et oppressa di molti
debiti vi fu una continentia di vignie nel loco d.o maccuditi
comp.to da d.o ch. con D.ti cinquanta di d.o qm suo padre con peso
d’annui D.ti otto con loro capitale ( ANC. 313,1668, 252).
Proprietari all’inizio del Settecento
Dalla Visita del vescovo Marco Rama ( 1699)
La cappella dell’Immacolata Concezione per legato del fu Hieronymo
Suriano possiede dui vignali conf.e il territorio detto Maccodita ed
il giardino della S.ra D. Isabella Albani di salmate sei. In denaro
docati dudici, in grano salme sei ( f. 100v).
La chiesa parrocchiale di S. Pietro e Paolo possiede un vignale
nom.to Maccoditi dentro le terre del q.m Gio. Tomaso Bombino, poi di
Mutio Scavello adesso di Dom.co de Laurentiis. Uno tumolo di grano
l’anno ( f. 114v).
Il tesorerato esige un annuo censo sopra un vignale nel territorio
d.o Maccudite fu del sacerdote D. Felice Mazzulla, hoggi dell’heredi
annui tt.a quattro e mezo di grano ( f. 136v)
Il canonicato di S. Silvestro possiede un vignale a Maccoditi di D.
Antonio Castiglia, sempre in denaro carlini diece ( Acta cit., 139v)
La chiesa della SS.ma Annunciazione esige un annuo censo sopra il
giardino di Maccoditi e gabella detta la Conicella, hoggi l’uno e
l’altra giardino e vigne con terreno vacante e torre del tesor.ro D.
Franc.o e D. Pietro Duarte fratelli conf.e le vigne di D. Pietro
Suriano... ( f. 162).
Dalla visita del vescovo Anselmo dela Pena ( 1720).
Il cantorato esige un canone sopra il vignale delle terre di
Maccoditi di Dom.co Cavarretta e Fratelli annui carlini 8 ( f. 22)
Il tesorerato esige un canone sopra il vignale di Maccoditi confine
la gabella detta la Cerza, e vigne di Muzio Manfredi fu del q.m D.
Gio. Batt.a Suriano, hoggi di Matteo e Dom.co Cavarretta fratelli
annui tt.a quattro e mezo di grano ( f. 23v).
Il canonicato di S. Silvestro possiede un vignale a Maccuditi di D.
Antonio Castiglia sempre in denaro annui carlini diece ( f. 27v).
Il beneficio dell’Immacolata Concezione della famiglia Suriano fu
Cesare con altare e cappella in cattedrale possiede due vignali di
salme sei confine la vigna di esso beneficiato e confine Maccoditi e
Maiorana di D. Antonio del Castillo e di D. Francesco Antonio
Suriano in grano tt. 36 in denaro D. 12 ( f. 39).
Il Catasto del 1743
Dionisio Lucifero di anni 21 sposato con Francesca Toscano di
anni 25 possiede la metà di Maccoditi e Majorana conf.e la destra di
Beltrano e Zimparello di tt.a 175; Una chiusura di vigne con terre
ortalizie e giardino, torre fabriche utili ed altro luogo detto
Maccoditi conf.e la vigna di D. Pietro Barricellis che fu dotale
della q.m Rosa Berlingieri sua prima moglie ( f. 43).
Lucifero Francesco marchese di Apriglianello sposato con Elisabetta
de Mayda possiede parte di Maccoditi e Majorana ( f. 98).
L’arcidiacono Domenico Girolamo Suriano possiede una chiusura vitata
e alborata conf. Maccoditi e Majorana di tt. 16 ( f. 194)
Il Catasto del 1793
Un giardino loco Maccodito e Majorano proprietà di Annibale
Montalcini ( f. 2).
Eredi del fu Giuseppe Messina fu Marzio posseggono una chiusa nel
luogo detto Maccudito e Majorano dei quali si deducono an. 10 per
tante messe legate ante concordatum nell’altare dell’Immacolata
Concezione, ch’era nel convento di S. Francesco Assisi di questa
città che si celebrano per l’anima della qm Lucretia Montalcino
infissi su detta chiusa di Maccoditi e Majorana ( f. 44v).
Una gabella detta Maccoditi e Majorano proprietà del barone
Francesco Antonio Lucifero, figlio ed erede del qm Dionisio Lucifero
(f. 58).
Il marchese Giuseppe Maria Lucifero figlio del fu Francesco possiede
la porzione di Maccodito e Majorano ( f. 76v).
Leonardo Messina del fu Gennaro possiede una vigna a Maccodito e
Majorano ( f. 100).
Michele Messina possiede una gabella detta Maccodito e Majorano del
soppresso Monte della Immacolata Concezione detto delle 50 messe (
f. 101v).
La chiusa di Maccoditi e Majorano di proprietà del convento dei
frati conventuali nel 1793 è gestita dalla Cassa Sacra.
La capellania dell’Immacolata Concezione, S. Bruno e S. Antonio di
Padova della famiglia Suriano possiede due vignali detti Maccodito e
Majorano ( f. 152v) .
Torre a Maccuditi
Nel 1718 Gio. Battista Barricellis lascia in eredità alle figlie
Francesca ed Anna i suoi beni. Avvenuta la divisione, a Francesca
sposata con Giuseppe Suriano, spetta "il giardino,loco detto
Maccuditi, con vigne,torre, et altre fabriche, copelli, alberi
fruttiferi, frutti pendenti, botti, tine, che si trovano in essa
eredità per servizio di dette vigne, e giardino”. Il giardino
confina con il giardino del signor Ferdinando Peluso, le vigne di
Cataldo Raimondo e le vigne del fu Gio. Geronimo La Nocita. Il tutto
è valutato per ducati 1280 ( ANC. 660, 1720, 152 -164). Nell’aprile
1731 la vedova Francesca Barricellis dona i suoi beni al figlio
Fabritio Suriano, mantenendo l’usufrutto. Tra essi vi è il “giardino
con vigne alberi fruttiferi, terreno vacuo, torre fabbriche, pozzo
ed altro” situato a Maccuditi e confinante con le vigne di Cataldo
Rajmondo, la vigna detta la Torre Tonda di Presterà e la vigna del
fu Ferdinando Pelusio. Nell’agosto del 1752 Francesca Barricellis
rinuncia all’usufrutto in favore del figlio in quanto il giardino
risulta “quasi totalmente distrutto per la siccità in tanti anni
occorsa in modo che il frutto non uguaglia la spesa che annualmente
si fa per la di lui cultura”. Esso confina con le vigne del fu
Cataldo Raimondo e quella del fu Ferdinando Pelusio (ANC. 913, 1752,
132 -134).
Nel 1755 l'arcidiacono Geronimo Suriano ed il nipote Fabritio
Suriano, figlio ed erede di Francesca Barricellis, possiedono in
comune una vigna con torre e scala di cantoni a Maccuditi, valutata
ducati 1000 (ANC. 858, 1755, 6).
Nel 1769 Fabrizio Suriano vuole vendere al Decano Felice Messina ed
al fratello Gennaro Messina una vigna nel luogo Maccoditi e Majorano
, “confine con due vignali nominati Maccoditi e Majorano del
semplice beneficio sotto il titolo della SS.ma Concezzione famiglia
Suriano eretto con altare e cappella entro questa chiesa cattedrale
di cui al presente rettore e beneficiato il can. co D. Prospero
Gallucci, la vigna di questi sig.ri Montalcini stricto mediante et
altri confini”. La vigna è stimata “per il terreno, viti, alberi,
casino e pozzo e chiusura” del valore di ducati 1205 e grana
trentatre ed un terzo ( ANC. 917, 1769, 98).
Torre di Maccuditi
Michelangelo ed il fratello Domenico de Laurentis possedevano un
vignale detto Maccoditi nel luogo detto il Palazzotto confinante con
la gabella detta la Garruba del signor Gallucci e il vignale di
Scimenez, pervenuto due parti a Domenico per provisione di doti una
da ... e l'altra dalla signora Maria Scavello, zia della medesima,
la prima in virtù di capitoli matrimoniali e la seconda di donazione
e a detto Michelangelo detta terza porzione pervenutali per vendita
fattali dalla signora Berardina Scavello anche zia di sua moglie.
Questo vignale era stato venduto nel 1597 da Gio. Geronimo Bombino a
Tito Scavello col peso di carlini 5 annui perpetui dovuti alla
chiesa di Santa Naina. In seguito i beni della chiesa di Santa Naia
furono assegnati alla chiesa parrocchiale di S. Pietro e Paolo ed il
parroco di quella chiesa invece dei carlini 5 pretendeva un tomolo
di grano così sorse una lite (ANC. 611, 1713, 77 -78). Infatti alla
fine dei Seicento la chiesa parrocchiale di S. Pietro e Paolo
esigeva dal vignale di Maccoditi che era stato del fu Gio. Tomaso
Bombino, poi di Mutio Scavello e adesso di Domenico de Laurentiis
Uno tumolo di grano l’anno (Acta cit., f. 114v).
Pietro Paolo de Laurentis possiede “un podere seu giardino con più e
diversi alberi frutiferi, vigne, torre, pozzo e pila di fabrica per
uso orto, terre ortalizie e terre vacue, chiusura con fossi ed altre
commodità”. Il giardino confina con la gabella Santa Chiarella delle
Vigne del monastero di Santa Chiara, la gabella la Cersa del
Seminario ed il giardino con terre ortalizie di Gerolamo e Dionisio
Venturi. Il 14 gennaio 1750 lo dona al decano Filippo Suriano.

