[Paesaggi crotonesi: La “terra rasa e paludosa” del “Mortilletto”)]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 11-12/2006)
La cartografia della fine del Settecento
evidenzia la presenza di un esteso ristagno paludoso sul litorale a
sinistra della foce del fiume Esaro. La vasta superficie coperta
dagli acquitrini era alimentata dalle periodiche piene del torrente
Lampus, o Papaniciaro. L’affluente di sinistra dell’Esaro in certi
anni a causa delle continue piogge traboccava, lasciando il suo
corso. Dopo avere invaso la pianura sulla sua sinistra, sboccava ed
alimentava dapprima la palude, per poi fluire nell’Esaro presso la
foce.
I confini del Mortilletto
Il territorio maggiormente interessato al fenomeno è conosciuto
con il nome di “Il Mortilletto”, che significa luogo di mirti. Esso
è limitato dal litorale, che si estende dalla marina di Esaro alla
marina di Santo Stefano, dalle gabelle Armerì, Garrubba e Piterà e
dalla strada pubblica.
Nel Seicento
Vasti allagamenti della pianura a sinistra della foce dell’Esaro
sono segnalati già nel Seicento. Le piene periodiche del fiume e del
suo affluente “Lampus” avevano formato presso il litorale delle
“burche grandi” e resa impraticabile la strada costiera, che dalla
città per la gabella della “Potighella” si dirigeva verso il Neto.
E’ del 14 agosto 1620 un atto notarile, che ha per oggetto la
permutazione di un suolo tra gli eredi dell’aristocratica crotonese
Adriana Berlingerio e l’Università di Cotrone, per rendere possibile
il passaggio della strada pubblica, che deve transitare invece che
per il giardino dei Pagani per la gabella della Potighella degli
eredi della Berlingieri. “Come essa Università tiene una strada
publica tra lo giardino del S.r Petro Antonio Pagano et la gabella
dela Potighella di essi heredi, dela quale vi è una parte diruta,
guasta, fangosa et pantanosa, quale principia dala porta di fabrica
di detto giardino et tira abascio verso tramontana et termina alle
burche grandi che sonno ad termine di detto giardino, a canto di
detta strada fangosa attraverso per la quale non possono
l’itineranti passare et camminare ne a piede ne a cavallo... ( vuole
permutarla).. con altra (strada) più asciutta e comoda ... (cioè con
)... tanta strada nova per dentro detta gabella dela Potighella allo
incontro di d (ett)a strada publica fangosa et pantanosa per
comodità de cittadini” ( ANC. 49, 1620, 31 -32)
I proprietari delle gabelle del Mortilletto
Alla fine del Seicento il territorio detto “Il Mortilletto” è
composto di due gabelle dell’estensione complessiva di circa trenta
salmate di terra ( circa 180 tomolate) e da un vignale d’otto
tomolate. Una gabella di circa 24 salmate di terra è divisa in due
parti uguali tra il beneficio con altare e cappella in cattedrale
sotto il titolo della Resurrezione di iuspatronato della famiglia
Pallone ed il beneficio con altare e cappella sotto il titolo della
Natività di iuspatronato della famiglia Pelusio. L’altra gabella è
dell’estensione di sei salmate di terra ed è “in comune”; quattro
salmate appartengono al Tesorerato e due al canonicato di San Paolo
della cattedrale di Crotone. Il vignale dell’estensione d’otto
tomolate appartiene, “comune e indiviso”, in parti uguali al
beneficio sotto il titolo dei Santi Vincenzo e Anastasio ed al
beneficio di S. Luca Evangelista, entrambi di iuspatronato della
famiglia Adamo.
La gabella appartenente ai due benefici della cattedrale è pantanosa
e non adatta alla semina, infatti “in grano non si sole affittare”
ed è quindi concessa “ sempre in denaro”, cioè solo a pascolo.
Complessivamente essa dà una rendita annua di circa 16 ducati. La
parte più rovinata dagli acquitrini è quella appartenente al
beneficio della Natività, che è affittata per sette ducati annui,
mentre la parte del beneficio della Resurrezione dà una rendita di
nove ducati.
La gabella, appartenente in comune al Tesorerato ed al canonicato di
San Paolo, è affittata per un triennio a semina ed il successivo a
pascolo. Quando è concessa in semina da una rendita annua di salme
sei di grano, quando a pascolo ducati dodici. Il vignale, che si
trova vicino alla marina d’Esaro è in parte pantanoso, infatti
quando è affittato a pascolo dà un rendita certa che ”per rata in
denari” è sempre di annui carlini quindici per ciascun beneficio. Le
poche volte che è concessa a semina, secondo procuratore del
beneficio di S. Luca Evangelista non succede quasi mai, la resa è
incerta, perché in grano dà “secondo il tempo” o “secondo
s’affitta”.
Il territorio circostante
Il territorio del Mortilletto all’inizio del Settecento
confinava con la gabella detta Piterà, con un vignale appartenente
al monastero di S. Chiara di Crotone, con le terre, “hoggi vigne”,
della Garrubba, per metà d’Antonio Gallucci e metà di Tota Suriano,
e con il vignale di Bernardo Ventura nella marina detta d’Esari.
Durante il Settecento la palude si espanderà e, oltre ad interessare
la gabella appartenente ai due benefici, invaderà anche il
confinante vignale del monastero di Santa Chiara, tanto che negli
“Spogli degli apprezzi de’ Fondi di luoghi pii di Cotrone”, fatti
nel 1785 al tempo della Cassa Sacra, così è descritto: di “tumulate
dieci di terra paludosa e perciò atta solo uso di erba”.
La gabella Pitera
Verso la fine del Cinquecento Ippolita Berlingieri, sorella di
Adriana, sposata con Colantonio Perrone, vende a Horatio Labruto due
continenze di terre situate in territorio di Crotone nel luogo detto
“Il Morteletto cioe una continentia con clausura di fossi et sepi
arborata di vigne con torre e puzzo dentro jux.a lo vignale delli
marzani et via p(ubli)ca et unaltra continentia di terre fora la
d(ett)a clausura confine la med(esim)a clausura et altri fini”.
Dalla descrizione risulta che le due terre, situate presso la marina
ed alla sinistra della foce del fiume Esaro, sono ben coltivate a
giardino con viti ed alberi da frutto. Il prezzo pattuito per la
vendita è di ducati 500. Non avendoli in contanti il Labruto
s’impegna a versare alla Berlingieri un annuo censo di ducati 45,
pari al 9 per cento del capitale, impegnando le entrate delle due
continenze di terre ed in genere tutti i suoi beni. Poco tempo dopo
il Labruto riesce ad affrancare annui ducati 13 e mezzo con il suo
capitale di ducati 150, rimane quindi in debito verso la Berlingieri
in ducati 350, che importano un censo annuo di ducati 31 e mezzo.
Nel frattempo le cattive annate della fine del Cinquecento,
caratterizzate dal freddo e da violenti e continue piogge hanno
mutato il paesaggio nella pianura a sinistra dell’Esaro. Molte terre
coltivate a giardino rovinano a causa delle acque che straripano dal
Lampus. Il torrente, uscito dal suo letto, ha inondato la pianura a
sinistra del fiume Esaro e le sue acque formano ristagni e pantani.
Il Labruto pensa quindi di disfarsi delle terre che ha acquistato
pochi anni prima e che sono diventate “assai deteriorate”. Il 12
aprile 1600 in S. Stefano di Mangone, per atto del notaio Giovanni
Leonardo Perrotta, Hortentio Labruto vende le due continenze di
terre situate in località Il Mortelletto ad Horatio Vitale di
Cosenza. Il prezzo pattuito è di 350 ducati; poco più dei due terzi
del prezzo pagato pochi anni prima alla Berlingieri. In pratica il
Vitale subentra al Labruto nel debito verso i coniugi Hippolita
Berlingieri e Colantonio Perrone. Il Vitale conserva questa
proprietà "con casa colonica fornita di terra, vigne ed altri alberi
con li vignali con prati contigui et uniti con detta torre" fino al
1611, anno della sua morte. Eredita la figlia Maria Vitale, sposata
con Francesco Jannutio, che nello stesso anno, il 19 novembre 1611,
per atto del notaio Giovanni Paulo Ryllo della terra di Cutro vende
le due continenze all’aristocratica crotonese Livia Lucifero, la
quale procede all’acquisto con l’assenso e consenso del marito
Ottavio Piterà. All’atto della vendita le due continenze erano
ancora gravate da un annuo censo di ducati 9 per un capitale di
ducati 100 da pagarsi a Hippolita Berlingeri, vedova di Colantonio
Perrone, censo che in seguito andò a favore della figlia ed erede
Beatrice Perrone e quindi passò al decano della cattedrale Homobono
Leone. In seguito le terre con i loro debiti passarono alle figlie
ed eredi di Ottavio Piterà e di Livia Lucifero, le sorelle Isabella
e Livia Piterà e successivamente ad Ottavio de Nobili di Catanzaro,
marito di Livia Piterà, il quale nel 1678 raggiunse un accordo con
il decano Homobono Leone, il quale vantava dei crediti per censi non
pagati. (ANC. 334, 1678, 198 -202). Ottavio de Nobile diventò
proprietario delle due terre, che nel frattempo da "giardino" erano
scadute a "terre aratorie" e avevano preso il nome di "territorio
nuncupato la torre delle Pitirà".
Morto Ottavio de Nobile nel 1697 ereditano i figli.
Alla fine del Seicento e nei primi anni del Settecento "il fu
giardino d'Ottavio Piterà hoggi terra aratoria detta la torre
piterà" è posseduta dalla famiglia Nobili di Catanzaro.
Angela De Nobili la porta in dote a Vincenzo Volcano. Alla morte di
Angela de Nobili, in virtù di decreto del Sacro Regio Consilio nel
1724 ne entra in possesso il figlio Lodovico Volcano, patrizio
napoletano e di Tropea. Nel marzo 1729 il territorio, o podere, "di
tt.a ( tomolate) 20 circa detto la torre di Piterà una con la torre
disfatta, pozzo et pila anche disfatti e confinante da due parti la
strada pubblica e dall'altra parte il vignale di spataro e dalla
parte di sopra le terre dette li bombini" è venduto da Ludovico
Volcano a Francesco Cesare Berlingieri. La vendita è motivata dal
fatto che per la lontananza del proprietario non potendoli governare
“sono assai minorati li poderi e le terre e il pozzo e pila rotti e
diruti”. La proprietà, che alcuni anni prima era stata stimata del
valore di ducati 400 (al tempo della dote di Angela e Nobili), ora è
stimata per soli 375 ducati. Il Berlingieri allarga le sue terre
nella marina di Esaro. Egli aveva acquistato fin dal 1725 una chiusa
confinante da Pietro Alimena , marchese di S. Martino. La chiusa è
descritta formata da “una continenza di vigne con giardino, dico con
giardino di alberi fruttiferi terre vacue, ed ortalizie, siena
,pozzo, pila aquidotti seu canalette, torre, chiusura, ed altro al
medemo attenente, sito e posto nel territorio di questa città loco
detto Esaro, confine il giardino, e vigne dell’eredi del q.m
Bernardo Venturi d’una parte, e dall’altra la gabella di detto
illustre Marchese chiamata Piterà via pub(li)ca , e dall’altra
confine la Marina, ed altri fini”. La gabella detta la torre di
Piterà e la chiusa ad Esaro nel catasto del 1743 fanno parte dei
possessi del marchese Francesco Cesare Berlingieri. A causa delle
cattive annate nel 1745 il marchese indebitato vende la chiusa
d’Esaro al canonico Felice Cavaliere. Nel 1749 muore il marchese
Francesco Cesare Berlingieri, ereditarono i figli Carlo, Annibale e
Pompilio e ritrovandosi in difficoltà per i molti debiti lasciati
dal padre, vendettero con patto di ricompra alcune gabelle tra le
quali quella detta la torre di Piterà con suo vignale, con torre
deroccata, pozzo e pila dentro un pezzo di orto confine le terre li
Bombini e via pubblica di tomolate 30 per ducati 600 alla ragione di
ducati 20 la tomolata. Le gabelle furono vendute il 26.8.1749 a
Filippo e Raffaele Suriano. Nel 1753 avviene la ricompra.
Il monastero di S.Chiara
Il monastero di S. Chiara possedette diversi terreni nella
pianura a sinistra dell’Esaro. Tra di essi troviamo già nel Seicento
una vigna pervenuta alle monache per legato fatto dalla nobile
Beatrice Barricellis col peso di celebrarsi dal cappellano del
monastero una messa la settimana in perpetuo. La vigna fu venduta
dalle monache e, come da atto del notaio Giovanni Antonio Protentino
del 1645, fu valutata del valore di ducati 62 e mezzo per una
rendita annua di ducati 5. Dopo essere passata in proprietà a più
persone, pervenne a Mutio Bernale. Il Bernale se la tenne per un
certo tempo, pagando regolarmente l’annuo censo di ducati 5 per il
la celebrazione della messa settimanale per il capitale di ducati 62
e mezzo. Non trovando più comodo tenerla, in quanto la vigna “s’è
andata deteriorando”, all’inizio del 1672 il Bernale la ritornò al
monastero. Le monache dopo pochi mesi la rivendettero per lo stesso
prezzo al reverendo Antonio Fernandes, con la condizione però che
l’annuo censo di ducati 5 fosse infisso non solo sulla vigna ma su
tutti i beni del reverendo. All’atto della rivendita al Fernandes la
vigna è in abbandono ed il monastero vuole cautelarsi. Essa è così
descritta: “una pezza di vigne con terreno vacuo et pochi alberi
fruttiferi, casa diruta seu casaleno, puzzo et altri comodità poco
fruttifera pero d(ett)a vigna sita e posta nel territorio di questa
città confine il fiume Esari, le vigne dotale di sebastiano
camposano, et le vigne dette la potighella che possedono l’heredi
del qm Diego de Castillo olim castellano”. ( ANC. 253, 1672, 45
-48). Oltre a questa vigna il monastero possedeva anche “un vignale
confine il mortelletto, e S. Stefano”, che era appartenuto al fu
Oratio Berlingieri. (Oratio Berlingieri nipote di Scipione
Berlingieri, restaurò la cappella di famiglia intitolata alla
Madonna del Carmine nella chiesa di Gesù Maria, vissuto nella prima
metà del Seicento ebbe come figlio Ottaviano Cesare Berlingieri. (
ANC. 911, 1742, 73 -77). Il monastero lo dava in fitto per tre anni
a pascolo e per tre anni a semina. All’inizio del Settecento quando
lo affittava a semina ricava quattro salme di grano all’anno, quando
a pascolo annui ducati otto. ( Acta cit., f. 126). Dopo essere stato
nel 1702 è in affitto ad uso di pascolo ad Andrea Mancuso e compagni
per ducati sette annui, nel triennio successivo è concesso a semina
al proprietario del terreno confinante, il nobile Pietro Paolo
Venturi. Nel 1703 il Venturi non paga nulla in quanto secondo l’uso
nel primo anno è “franco à maesare senza far patto” e l’anno dopo
però il Venturi non paga niente a causa della cattiva annata ( “del
medesimo muodo in grano tt.a”) ( Platea del monastero di S. Chiara
di Crotone, 1702/ 1704, f. 4v -5). Il vignale alterna il triennio di
pascolo a quello di semina come evidenzia la Visita del vescovo
Anselmo dela Pena del 1720 dove si legge che le clarisse possiedono
“ Un vignale confine il Mortilletto, e S. Stefano di Armerì, di
salme 4, in grano salme 4, in denaro D(oca)ti 8” ( Anselmus cit., f.
13). Circa vent’anni dopo però nel catasto onciario di Crotone del
1743 il monastero dichiara che la rendita annua del terreno si è più
che dimezzata, segno del danno causato dalle continue ed abbondanti
piogge del biennio 1742/ 1743: “Il Monastero delle Sig.re Monache”
possiede “ Un vignale confine il Mortilletto di tumulate nove
stimato di annua rendita effettiva carlini 30” ( Catasto Onciario
Cotrone 1743, f. 243). Anche successivamente il piccolo vignale
viene dichiarato pantanoso,ed adatto solo al pascolo. Al tempo della
Cassa Sacra è descritto completamente paludoso. “ Il Mortilletto.
Vignale dell’estensione di tt.e( tomolate) dieci di terra rasa e
paludosa, atta ad uso di pascolo, sita in d(et)to territorio.
Confina da tramontana colli beni de Sig.r Ventura, da oriente col
lido del mare, da mezzo giorno, ed occidente con altro fondo detto
Mortilletto, appartenente ad un canonicato della cattedrale. Nel
1787 con obbligo stip(ula)to per N(ota)r Pittò fu affittato al
massaro Dionisio Russo dell’istessa città per il corso di anni
quattro principiati a decorrere da agosto dell’istesso anno, per
l’estaglio di annui D(ucati) quattro pagabili nel dì 8 settembre” (
Lista di Carico 1790, f. 5v). Nel 1793 era affittato a pascolo per
tre ducati annui.( Catasto Onciario Cotrone 1793, f. 180). Dobbiamo
tuttavia notare tuttavia che solo una parte del vignale doveva
essere rovinata. Ritornato infatti in amministrazione del monastero,
nel 1804 è affittato “per tre anni ad ogni uso finiendi a 14 agosto
1808 a Leonardo Messina per duc. 7 annui”. (Il vignale del
Mortilletto di tt.e 10 confine S. Stefano affittato per tre anni ad
ogni uso finiendi a 14 ag.o 1808 a D. Leonardo Messina come per
obligo di N.r Messina de 15 ag.o 1804 per annui D. 7 – 0 – 0 (Platea
del monastero di S. Chiara , 1807, f. 2).
Nel 1809 è ripartito per intero. All’atto della ripartizione nel
1811 il Vignale del Mortelletto fu trovato confinante: da tramontana
con Santo Stefano, da mezzogiorno con Mortelletto da oriente con
strada. Fu trovato di estensione di tom. 12 e fu suddiviso in 3
quote. Nel 1814 fu accatastato all’art. 157 in testa al comune Sez.
A n. 87 di tom. 18 col nome di Vignale. All’art. 60 in testa al
marchese Berlingieri Aragona Montalcini alla Sez. A n. 88 fu
accatastato il rimanente fondo con la denominazione di Mortelletto
ed una estensione complessiva di tom. 35. Nel 1949 l’intero n. 87 è
posseduto da Società Mineraria Metallurgica di Pertusola, Albani
Maria, Filomena fu Eugenio Filippo.
La Marina d’Esaro
Alla fine del Seicento il nobile crotonese Bernardo Venturi
possedeva un vignale nella “marina detta d’Esari”, confinante con il
Mortilletto. Il Venturi lo migliorò impiantando piante da frutto,
vigne ed ortaggi. Così è descritto in un atto notarile del 1705:
“Giardino con horto, vigne, ed alberi fruttiferi, terre vacue sito,
e posto nel distretto di questa città loco detto il Mortilletto
confine li vignali della Cerza, confine la vigna del S.r Dom(eni)co
de Laurentiis, confine il vignale del beneficio (di iuspatronato
della famiglia Adamo ora Pantisano sotto il titolo dei SS. Vincenzo
e Anastasio con altare e cappella in Cattedrale) ed altri fini” (
ANC. 497, 1705, 59 -61).
Morto Bernardo Venturi, divenne proprietario del giardino
l’arciprete Pietro Paolo Venturi, il quale nel giugno 1718 lo
concesse a Geronimo Venturi “vita durante”, a titolo di patrimonio
sacro, per poter accedere al sacerdozio. All’atto della donazione è
così descritto: “una continenza di vigne, giardino e terre vacue
site e poste nel distretto di questa città luogo detto il
Mortelletto confine il vignale di Bernardino Spataro e la vigna del
m.co Dom(eni)co de Laurentiis stricto med(iant)e et altri fini,
dalle quali da fertile et infertile se ne percipe l’anno D(ocati)
trenta due” ( ANC. 612, 1718, 66 -68). La descrizione evidenzia che
la chiusa era particolarmente esposta alle calamità. Essa rimase per
tutto il Settecento di Propietà della famiglia Venturi. Nel 1743 il
nobile Giovanni Battista Venturi possiede la “chiusura alborata con
ortalizio luogo il Mortilletto”; nel 1795 la “chiusa nel Mortilletto
di annua rendita di ducati trenta” appartiene agli eredi del fu
Dionisio Ventura, i fratelli Carlo e Bernardo Venturi ( Catasto
Cotrone, 1795, f. 36).
“La Pothighella”
Il territorio detto la Potighella è situato alla foce ed a
sinistra del fiume Esaro e confina con Volta del torrente Esaro.
Esso era attraversato dalla via costiera che dalla città di Crotone
per Potighella e Cerza andava verso il fiume Neto. All’inizio del
Settecento il giardino detto “La Potighella” apparteneva ad Antonio
del Castillo, figlio ed erede del castellano Diego e
dell’aristocratica Vittoria Lucifero, figlia ed erede di Mutio
Lucifero ( ANC. 336, 1692, 136). Il giardino era attorniato da altri
giardini e vigne: “ Giardino con hortalitii viti, ed alberi
fruttiferi sito nel distretto di q.a Città loco detto La Pothighella
confine al giardino fu del q.m Fran(ces)co Pagano, giardino del S.r
Gio. Batt(ist)a Caivano, e vigna del R(everen)do D. Dom(eni)co
Martorano via p(ubli)ca ed altri notorii fini “ ( ANC. 497, 1703,
20). Antonio del Castillo sposò Anna Barricellis, primogenita di
Gio. Battista Barricellis ed ebbe molti figli. Nel 1743 La vedova
Anna Barricellis ed i suoi figli ed eredi di Antonio del Castillo,
possiedono il territorio, o gabella, detto la Potighella di tomolate
26, confinante con la chiusa e la volta del torrente Esaro, ed anche
“una chiusa di terre con vigne, ortalizii nomata la Potighella di
tomolate 13”. In seguito la gabella della Potighella fu portata in
dote da Maria de Castillo, figlia di Antonio e di Anna Barricellis,
a Nicola Zurlo. Nel gennaio 1756 la vedova Barricellis ed i suoi
figli vendono una parte della chiusa, cioè “un giardino seu podere
chiamato La Botteghella, consistente in terre vacue, orto, vigne,
alberi fruttiferi, torre di fabrica, pozzo e pila anche di fabrica
per uso di dett’orto, e circondato di fossi e siepe, sito e posto in
questo territorio di Cotrone di la il fiume Esaro, confine da una
parte colla gabella chiamata anche la Botteghella, dall’altra col
giardino dell’eredi del q.m Dom(eni)co Aniello Farina, strada ampia
mediante ed altri confini”. La parte di chiusa è venduta al decano
Gio. Domenico Zurlo per il prezzo di ducati 1250. ( ANC. 914, 1756,
111 – 113). L’altra parte, cioè la parte di chiusa o “territorio
unito alla Potighella”, rimarrà ancora ai De Castillo; prima a
Felice e fratelli de Castillo ( 1769), quindi agli eredi di Felice e
Pietro del Castillo ( Catasto 1795, f. 54v). La gabella portata in
dote da Maria del Castillo passerà in proprietà ai fratelli Nicola,
Giuseppe e Francesco Zurlo, figli ed eredi di Maria del Castillo, i
quali possiedono “ Un territorio di terre rase seu gabella detta La
Botteghella, confine col giardino detto La Potighella delli Sig.ri
Zurlo e colli vignali del Beneficio della SS. ma Resurezzione fam.a
Berlingieri di capacità tumolate venti circa, e d.a gabella è divisa
in più parti” ( ANC. 1665, 1773, 29). La parte di chiusa venduta a
suo tempo dai De Castillo al Decano Zurlo passerà di proprietà di
Giuseppe Zurlo, il quale nel 1795 dichiara di possedere una chiusa
detta la Potighella ( Catasto 1795, f. 75v).
“La Garrubba”
Il territorio della “Garrubba” confinava con “Il Mortilletto”,
“Palazzello”, “Maccoditi” e “S. Chiarella delle Vigne”. Alla fine
del Seicento il “giardino di Carlo Catizzone, vicino al
“Mortilletto”, era “per metà di Antonio Gallucci e per metà di Fota
Suriano ( Acta , f. 133). In seguito metà del giardino passò al
figlio ed erede Francesco, mentre l’altra metà alla Congregazione
dell’Immacolata Concezione ( Anselmus, f. 37). Oltre a metà
giardino, o chiusa, il Gallucci possedeva anche il vicino territorio
della Garrubba. Nel 1743 “La Garrubba” e “La Chiusa” appartengono a
Francesco Gallucci, sposato con Teresa Suriano ( 1743, f.80). Quindi
ereditarono i figli.
Il 7 settembre 1761 i fratelli Carlo, Antonio e Nicola Gallucci,
come eredi del padre Francesco e dello zio Giuseppe Gallucci,
posseggono il territorio la Garrubba confinante con le terre dette
Santa Chiarella delle Vigne ed il Mortilletto .. “ed un podere seu
chiusa con vigne alberi fruttiferi terre vacue torre di fabrica ed
altro confine al sud.o territorio d(ett)o la Garubba ed alla chiusa
di Lorenzo Stricagnolo” ( ANC. 861, 1761, 196 -197). Alla fine del
Settecento Antonio Gallucci possiede “il territorio della Garrubba”
e “La chiusa della Garrubba”( Catasto Cotrone, 1795, 12v-13).
La Pertusola e la Montecatini
I terreni Mortilletto, Pitera e ultimo orto, dell’estesione di
ettari 30, coltivati a fieno e con edifici industriali sono di
proprietà della Pertusola. Non vi è nessuna superficie di acque
stagnanti “essendo state eseguite opere per gli scoli delle acque
per l’importo di L. 200.000 circa delle quali 105.000 pel tramite
delle FF.SS.” (1930). La Montecatini è proprietaria dell’orto
Botteghella di dieci tomolate (1930).

