[I mulini di Corazzo sul fiume Neto]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 36-39/2006)
Fin dal Medioevo gli arcivescovi di Santa
Severina concessero, previo il pagamento di un annuo censo in grano
alla chiesa, terreni presso il fiume Neto a nobili ed abati, i quali
vi costruirono mulini ed acquedotti. Ricordiamo che i florensi
ebbero nel 1258 dall'arcivescovo di Santa Severina Nicola da San
Germano il permesso di usare l'acqua del Neto per alimentare un loro
mulino.
La concessione rinnovata dall'arcivescovo Lucifer de Stephanitia nel
1301 comprendeva anche la possibilità da parte dei florensi di
riedificare un altro mulino nelle terre dell'arcivescovo, qualora il
fiume avesse mutato corso.( Siberene, p.212)
Alcuni mulini sulla riva destra del fiume Neto
Numerosi mulini esistevano sul Neto sotto Altilia, vicino e di
fronte alla confluenza del Lese.
Da un inventario di scritture appartenenti alla chiesa e Mensa
Arcivescovile di S. Severina fatto nel settembre 1594
dall’arcidiacono Gasparo Caivani troviamo una “Concessio
molendinorum Ardavuri in favorem Francisci Palermi et Fabritii de
Modio sub anno 1532” . Dalla platea della mensa Arcivescovile di
Santa Severina, compilata nel 1576, ricaviamo che l’arcivescovo
Matteo Sertorio nel gennaio 1532 concesse, previo il pagamento di un
annuo censo in grano, una parte delle terre che la chiesa possedeva
presso il fiume Neto in località Ardavuri a Francesco Palermo e
Fabritio de Modio, i quali avevano intenzione di costruire dei
mulini. Dallo stesso documento risulta che nella stessa località
passava l’acquedotto dei mulini posseduti dal nobile Alfonso Joris
Hispanus. Sempre nella platea è annotato che la mensa arcivescovile
esigeva un annuo censo di ducati sei su tre mulini presso la riva
del fiume Neto in località La Nuce, situata ai confini del corso di
Casale Nuovo. Questi mulini (“Libro dei censi di S. Anastasia delo
anno 1555, 1556, 1557, 1558) erano appartenuti in passato a
Ioanpetro Ectorre Spagnolo e poi a Loise Carraffa. Per tale motivo
quest’ultimo non solo pagava nel 1555 un censo annuo di ducati sei
alla Mensa Arcivescovile, ma anche altri ducati quattro per un altro
mulino, che era appartenuto a Mario de Marsica. Nel 1564 i mulini al
Neto e quelli che erano appartenuti al Marsica erano passati con i
loro censi agli eredi ( Censi 1564 e 1565). Poi i mulini di Ardavuri
passarono di proprietà della nobile Antonella Tronbatore. Sempre
alla riva del Neto vi era poi il mulino con prato e terre contigue
in località Yiroleo di Luca Gioani Infosino, il quale nel 1555
pagava un annuo censo in grano alla mensa arcivescovile di dodici
tomoli. Il mulino nel 1564 era detenuto da Jo. Bernardino e da
Alessandro Infosino, i quali pagavano ciascuno un censo di ducati
sei, quindi rimase di proprietà di Jo. Bernardino.
Il 28 maggio 1572 l’abate di Santa Maria di Altilia Mario Barracca
ed il barone di Lattarico Tiberio Barracca vendettero per ducati 200
i mulini di Ardavuri ad Antonino Longo di Taverna, abitante in Santa
Severina. I quattro mulini con case, prati, giardino ed acquedotti,
situati “in ripa fluminis Neti”, erano gravati da un censo annuo
perpetuo di 18 tomoli di frumento da versare all’abbazia di Altilia
( Copia della Platea et inventario delli beni della R. Abbatia de
Altilia, 1575). Nel settembre 1578 il Longo donava due mulini
situati in località Yroleo alle sorelle monache Angelella e Paola.
(Caridi G., Uno "stato" feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi
1988, p. 86)
Ricostruzione dei mulini
I mulini e gli acquedotti furono più volte ricostruiti a causa
delle periodiche piene del fiume. In una nota si trova scritto che
il terreno concesso dall’arcivescovo per costruire dei mulini era
stato dell’estensione di 18 tomolate ma che a causa dell’erosione
del fiume Neto, esso si era ridotto a solo sei tomolate e così anche
il censo, che la mensa arcivescovile riscuoteva, era diminuito ad un
terzo: “quanto alli tre molina del Caraffa trovo una scrittura
dell’istesso del 1556 ne la quale egli espose perche n’erano di
tum(ulat)e. 18, ma poscia ridotta a meno per lo fiume di Neto, cioè
a tum(ulat)e 6 “. Mentre nel 1578 in Santa Severina Antonella
Trombatore vendeva a metà, perché danneggiati dalle piene del Neto,
3 dei 5 mulini acquistati 8 anni prima. (Caridi G., cit. p. 86)
Mulini nelle terre feudali del conte Carrafa
Nella prima metà del Cinquecento il riattivarsi del commercio
granario, soprattutto verso l’area napoletana, e la domanda
crescente di farina per sfamare l’aumentata popolazione favorirono
l’erosione dell’area boschiva e la costruzione di numerosi mulini.
All’inizio del Cinquecento tra i possessi del conte di Santa
Severina Andrea Carrafa, come si legge nel documento di
reintegrazione del feudo, compilato nel 1521, vi era il feudo di
Santo Stefano presso il fiume Neto. I confini del feudo si
estendevano dal fiume per “Fisa di Volo”, “Scrivo”, “la Via
Pubblica”, “la Colle delo Petraro”, “Valle Cupe”, “Ferrato”,
“Latina”, “Faraone”, “Aqua dela Nocilla”, “Lo Cantone”, “la Colle
dela Petrosa”, “Aqua dela Mortilla”, “Tracia Vetere” “Fonte de
Scifo”, “Serra dela Guardia”, ecc. All’interno del feudo di Santo
Stefano il nobile Guglielmo Infosino, per concessione e privilegio
del conte Andrea Carrafa, nei primi anni del Cinquecento aveva
costruito due mulini sul fiume Neto nel luogo detto “sotto la Valle
di S.to Helia et Lo Raietto”. Uno lo teneva in feudo e sotto feudale
servizio, per l’altro pagava al conte un annuo censo di carlini
cinque. Oltre ai mulini l’Infosino nelle vicinanze possedeva un
prato per uso dei mulini ( f. 34) ed una continenza di circa cinque
salmate di terre, parte coltivate e parte incolte. La continenza
confinava: ad oriente con i mulini ed il corso dell’acqua
proveniente dai mulini, a borea con il fiume Neto, a occidente con
il vallone secco de Pachiarello ed a mezzogiorno con l’acquedotto
che alimentava i mulini. Il nobile vi aveva costruito una casa e
piantato numerosi alberi da frutto e vigne ( f. 27v). ( Arch. Arc.
di S. Severina, cart. 25 D fasc. 4- Processus super occupationes
terrarum di difesa di Volo)
I mulini di Corazzo
I mulini più importanti si trovavano sul suolo appartenente fin
dal Medioevo all’abbazia cistercense di Santa Maria di Corazzo,
sulla sponda destra presso un guado del Neto in località Corazzo, ai
confini tra il territorio di Santa Severina e quello di Crotone.
Essi furono costruiti nel tenimento o grancia di Santo Pantaleone,
che il 14 settembre 1225 l’imperatore Federico II° aveva confermato
all’abate Milo in territorio di Santa Severina. La grancia era
costituita da un insieme di gabelle ( Volta di Corazzo, Caramallo,
Filatto, Gramato, Pirito, Cutura, Cantore, Mutro, Valle della
Vecchia ecc), che l’abbazia aveva ottenuto per oblazione di fedeli e
che deteneva sia in feudo, che in burgensatico.
Nel documento sopra richiamato di reintegrazione del feudo troviamo
che nelle vicinanze del confine, tra il territorio di Santa Severina
e quello di Crotone, nei primi anni del Cinquecento il nobile Gio.
Francesco Susanna aveva costruito un mulino sul fiume Neto. Il
documento nel descrivere il feudo di Turrutio, situato in territorio
di Santa Severina ai confini con quello di Crotone, così ne traccia
i confini: “...subtus ecc(lesi)am S.tae Mariae de la Fossa et exit
ad Terminum Magnum existentem infra territorium civitatis S,tae
Severinae et civitatis Cotroni et ferit ad flumen Nethi transeundo
subtus molendinum N. Jo: Franc.i Susannae noviter edificatum et per
dictum flumen ascendendo ferit ad collem dictam de Fisa de Volo
versus occidentem....”. Essendo i mulini strutture complesse, che si
estendevano su vasti territori, il Susanna oltre ad obbligarsi a
pagare in perpetuo un annuo censo all’abbazia di Corazzo per il
suolo concesso, parte della gabella Volta di Corazzo, sarà costretto
a stipulare altre convenzioni con i proprietari dei terreni vicini,
quasi sempre enti ecclesiastici, per poter costruire e fare passare
l’acquedotto, che dal fiume Neto dovrà alimentare il mulino.
Questi accordi col passare del tempo saranno più volte impugnati ,
dando origine ad accese liti, sia per il mutare dei proprietari, sia
per il variare del corso ed i ricorrenti danni del fiume.
I nuovi proprietari dei terreni infatti ritennero, che le
concessioni a suo tempo stipulate, erano falsate, in quanto
favorivano apertamente i proprietari dei mulini.
( Copia autentica di lo instrumento di lo aquaro de fisa di volo,
concessa al S.or Diomede Susanna con li patti infrascritti, a 22 de
gennaro 1571. In Napoli ).
Una di queste liti riguardò la Mensa Arcivescovile di Santa Severina
ed i proprietari dell’acquedotto che attraversava il territorio di
“Fisa di Volo”, situato nella pianura presso il Neto. Se da una
parte spesso si perpetrava una frode, accordandosi l’economo
dell’ente ecclesiastico con il proprietario dei mulini ed in cambio
di una regalia si sottostimava il terreno ecclesiastico concesso,
dall’altra in seguito, cambiando gli attori, essendo la rendita non
corrispondente al terreno concesso, i nuovi economi davano adito a
lunghe liti per cercare di recuperare parte delle perdite. Per far
questo a volte si presentavano copie di documenti alterate. E’ il
caso di una copia di un atto notarile, nella quale sembrano inserite
alcune parti a favore della mensa arcivescovile, che descrive i
confini della gabella “Fisa di Volo”. In essa ad un certo punto il
testo latino lascia il posto al volgare per poi ritornare al latino.
Il 22 gennaio 1571 in Napoli , Atto del notaio Salvatore Porcari di
Napoli tra Ioanne de Martino e Diomede Susanna. Il De Martino
possiede in burgensatico una gabella in territorio di Santa Severina
nel luogo detto “Fisa di Volo”. La gabella confina con il fiume
Neto, con la gabella o territorio detto de Scrivo della curia
comitale di Santa Severina e “per frontes frontes aqua fundente a
Scrivo usque ad collem delo petraro juxta alias terras comitali
curiae dittas dela colle delo petraro” ed altri confini. Il De
Martino con questo atto concede al Susanna il diritto e la
possibilità di costruire un acquedotto attraverso la pianura di
questa gabella presso il fiume Neto e per tutta la pianura fino al
colle de la Petrosa “per planitiem dictae gabellae prope flumen
Nethi et per totam dictam planitiem usque ad collem cretosam dittam
la colle de fisa de volo et per sotto la fronte de ditta colle quale
e sotto la via publica che se va ad Coraczo et per sotto detto
fronte sino a lo fine de ditta gabella et per qualsivoglia altra
parte de la ditta planicie sotto detto fronte per dove meglio parera
et piacera al detto S.r Diomede et ali soi mastri et experti da
construerse sitto aqueducto in ditto loco et per ditto loco de palmi
quattro cinque sei et fino octo palmi de larghezza et profondo
quanto serra necessario per la comodita del acqua quale se ha da
portare in le tre molina de ditto S.r Diomede edificati in loco
ditto Coraczo verum che in la inclinata da donde se pigliara lacqua
dal fiume de Netho per condurla et indrizarla per dentro il detto
aqueducto sia lecito al d.to S.r Diomede fare constriuere detto
aqueducto largho de tanti palmi quanto serra necessario ad giuditio
de soi experti”. Scelto il luogo e costruito l’acquedotto, sia
lecito al Susanna ed ai sui eredi costruire un altro acquedotto
nella stessa gabella nel caso che il primo acquedotto non riesca più
a portare acqua ai mulini, sia per causa che il fiume Neto abbia
mutato il suo corso o per altro accidente.
Viene inoltre affermato che tutta la pianura attraversata
dall’acquedotto rimane di proprietà del De Martino, in quanto il
Susanna ha solo il diritto di fare passare l’acquedotto per
alimentare i tre mulini. Il Susanna è obbligato a tenere e
conservare l’acquedotto ben mantenuto in modo che l’acqua non esca
ed allaghi la pianura; inoltre nella pianura non deve far entrare
uomini nè con i carri nè con gli animali. Egli deve tenere pulita e
praticabile la via pubblica che va alla città di Crotone,
cominciando dalla radice del colle della difisa di volo lungo tutta
la via che va fino al colle delle mandre, affinchè gli uomini e gli
animali possano liberamente passare per la via pubblica antica del
colle petroso di fisa di Volo fino al confine della detta gabella.
Il Susanna è inoltre tenuto a fortificare le rive del fiume Neto,
affinché le sue acque non escano ed allaghino la pianura. Egli deve
piantare ogni anno cento piante verdi di pioppi e di salici distanti
otto palmi uno dall’altro in modo che il fiume non eroda la pianura.
D’altra parte sia lecito al De Martino dal primo giorno di maggio
per tutto il mese di settembre di ogni anno prendere acqua da ogni
parte dell’acquedotto per irrigare alberi e orti.
Il Susanna si obbliga a versare entro il mese di agosto di ogni anno
diciotto tomoli di grano alla “ misura magna seu napoletana” del
frumento, proveniente dai suoi mulini e condurlo a sue spese nel
magazzino del De Martino che si trova nella città di Santa Severina
.
Nuovi proprietari
Da Diomede Susanna i mulini di Corazzo con i loro censi
passarono pochi anni dopo a Carlo Susanna, il quale risulta
proprietario anche della gabella detta la Volta di Corazzo.
In una “Nota seu inventario della grancia di S.ta Maria di Corazzo
di tutti li terreni censi et entrate poste nel territorio di S.ta
Sev(eri)na rendenti a detta grancia di abatia fatta per me Donno
Minico Paparuggero a di 25 sett.e 1588” sono descritti i terreni ed
i censi appartenenti all’abbazia.
Tra i terreni, che compongono la grancia, troviamo la gabella
chiamata la Volta di Corazzo, “posta in detto territorio loco detto
Corazzo confine la Volta del S.r Carlo Susanna et confine la fiumara
di Neto et la gabella di Corazzello et altri confini” e tra i censi
è riportato “ le moline del S.r Carlo Susanna poste a Corazzo
rendono carlini vinti quattro.
In seguito i mulini risultano di proprietà di Gio. Domenico de
Franco. Infatti nel 1633 i mulini, situati alla "Coltura di
Corazzo", erano posseduti da Gio. Domenico de Franco, prima erano
stati di Carlo Susanna, che pagava un censo annuo di ducati due e
grana cinquanta all'abbazia di Corazzo (Borretti M., L'abbazia
cistercense di S. Maria di Corazzo, in Calabria nobilissima, n. 44,
1962, p. 135.)
Quindi divenne proprietario Gio. Francesco Franco, il quale “per la
passata dell’acqua delli molina di Corazzo, che fu di Luca fran.co
delli Martini, ch’al presente tiene il S. Duca di S.ta Severina paga
ogni anno un tari ( di censo alla chiesa parrocchiale di Santa Maria
La Magna di S. Severina) ( Catasto della cappella di S. Maria la
Magna , 1678). Dai De Franco i mulini di Corazzo passarono di
proprietà agli Sculco, duchi di Santa Severina. Tra le “Terre
lavorative, che si possedono per la chiesa parocchiale di Santa
Maria La Magna di Santa Severina che s’ingabellano in grano” ci era
“Alla Croce via di Torrotio fra la via, che va a Corazzo e l’altra
va verso le mandre, c’è uno vignale tra una via e l’altra di due
tumulate e confina il vignale del can.to di S. Dom.ca di Turrotio, e
la gabella di Fisa di Volo via mediante et è proprio quello di mezo
e tira insino all’acquaro. E sotto lo p.tto vignale c’è uno capo di
vota per mezo del quale passa l’acquaro di Corazzo, e lo Padrone del
Molino paga di censo a d.a chiesa di S. Maria carlini due, e l’hoggi
possiede il S.r Duca di S. Severina ma s’intende solamente per la
passata dell’acqua due carlini per il resto delle terre sono della
chiesa”.
Una Lite per l’acquedotto
Il 17 gennaio 1684 in S. Severina.
Da una parte D. Leonardo Molinaro di Mesoraca, economo della
cappella di S. Maria degli Angeli, posta dentro la chiesa
metropolitana di S. Severina e D. Joseph Melea, canonico ed odierno
communerio del Capitolo.
Dall’altra D. Domenico Sculco , duca di Santa Severina.
“Come nell’anno passato per parte di detto economo fu intentata lite
nella curia di detta città contro detto Ill.e Duca sotto pretesto
non fosse stato lecito ad esso Ill.e Duca far scavare nelle terre
vulgarmente dette difisa di volo, poste nel corso di torrotio,
pertinenza di detta città del dominio e possessione di detta
cappella un nuovo acquaro in luogo del Aquedotto vecchio, che era
nel medesimo territorio per scorrere del fiume Neto l’acqua nelle
molina, che esso Ill.e Duca tiene nelle sue terre d.e Corazzo,
pertinenza della medema città, quali furono costrutti dal qm Ill.e
duca Gio. Andrea padre di d.o hodierno duca, e si bene per parte di
esso Ill.e Duca fussero state opposte varioe e diverse eccezioni e
raggioni e particolarmente quella della presentatione del jus di d.o
Acquaro e della facoltà ancora di poterlo mutare a suo arbitrio
nulla di meno per la detta Curia arcivescovile fu proceduto a
sentenza di inscomunica contro esso Ill.e duca, il quale havendone
havuto ricorso alla Sacra Congregazione di Immunità pretendendo far
revocare detta sentenza etiamdio in vigor di molte scritture
nuovamente ritrovate a suo favore sopra tal materia è stato da d.a
Sacra Congregatione ordinato.con dupplicate lettere la trasmessione
dell’atto e l’assolutione di esso Ill.e Duca.
La nuova convenzione.
Il duca per mostrare la sua devozione e pietà verso la chiesa
con l’infratto peso di celebrare d(ett)o anniversario et non altro
modo non solo sopra detti molina a quali serve l’acquaro prefato
giardino e terre di Corazzo contigui a detti molina, ma anche sopra
le terre vulgarmente dette foreste seu forestella di esso Ill.e duca
site e poste nel distretto di questa sudetta città nel vallo di
detto fiume Neto, confine le gabelle di Torrotio. Il duca deve
pagare un’annua prestazione alla cappella, o annuo censo, o canone
perpetuo, di ducati 20 al 15 agosto di ogni anno in perpetuo( Notaio
Vito Antonio Ceraldi, anno 1684, ff. 1-6.)
Costruzione di una chiesa in località Corazzo
Il 10 giugno 1685 il duca di Santa Severina Domenico Sculco
affermava “ come per beneficio suo e de suoi heredi e successori
come anco per commodo de contadini, che pratticano e stanno nelli
giardini e molini di Corazzo territorio di esso Ill.e duca nel
distretto di questa medema città confine il fiume di Neto, la
gabella di Torrotio, et altri notori confini, ha fatto edificare in
detto luoco una cappella con il suo altare con l’immagine sotto il
titulo della Beatissima Vergine Protettrice dell’Anime del
Purgatorio. Quale cappella havera il suo culto ogni giorno di
domenica”. Il duca dota la cappella per una eddomada celebranda ogni
domenica, come per mantenimento de suppellettili e servitio di
quella pagare ogni metà di agosto cossì sopra le annue rendite e
affitti di detto giardino e molini burgensatici come sopra ogni
altra sua rendita annui docati undeci, cioè docati otto per
l’elemosina della eddomada e docati tre per il mantenimento di dette
suppellettili. (Notaio Vito Antonio Ceraldi di Rocca Bernarda, anno
1685, ff. 13-14)
Rovina dei Mulini
Il 4 dicembre 1687 in Santa Severina.
Atto publico fatto a richiesta del Sig. D. Bernardo Sculco
affittatore dello Stato di S. Severina per li molini di Corazzo (
notaio Vito Antonio Ceraldi, 1687, f. 17)
Tra i beni compresi nell’affitto del feudo mancano i quattro mulini
siti nella volta di Corazzo, “che sono soliti affittarsi docati
ottocento in circa l’anno conforme in d.a offerta e provisioni sta
espressato, si protesta che di quattro molini non sono esistenti al
presente non macinano essendone diruti tre di essi a tal segno che à
pena vi è romasto il vestigio di quelli ... l’acquaro è tutto guasto
e non ci può andare acqua e inoltre a il quarto apena può macinare
pochissima quantità per lo che si rende quasi inutile onde per poter
rifare li detti tre molini e renderli habili a macinare e fruttiferi
e ristorare l’altro quarto molino vi bisogna di spesa da docati
mille in circa”.
In seguito i mulini passarono per acquisto in proprietà del duca di
Santa Severina Antonio Gruther e quindi passarono al figlio, il
principe Pier Mattia Grunther, duca di Santa Severina.
I mulini nel catasto Onciario di S. Severina del 1743
Al tempo della compilazione del catasto onciario furono censiti
nel territorio di Santa Severina sei mulini adatti a macinar grano
ed altre vettovaglie. Il feudatario di Santa Severina Pier Mattia
Grunther ne possedeva due, uno in località Corazzo ed un “molinello”
nel luogo detto “il Passo seu Favata”; il cantore Martino Severino
ed il canonico Maurizio Giuliani, in comune ed indiviso, possedevano
un “molinello” in località “il Salice”; la mensa arcivescovile aveva
un mulino nel luogo detto “il Salice” chiamato “la Torretta”; il
cantore Martino Severino ed il sig. Tomaso Faraldi, in comune ed
indiviso, avevano un mulino detto “la Impetrata” ed Antonio di Soda
era proprietario di un mulino nel luogo detto “Mirgoleo”.
Tra i beni burgensatici appartenenti al feudatario di Santa Severina
Pier Matteo Grutther troviamo quindi descritti il giardino ed il
mulino di Corazzo con la rendita: “ nel luogo detto Corazzo, dentro
una casa quattro molini da macinar grano, ed altre vittovaglie
confine il giardino di Corazzo del med.o Sig. Duca, la gabella di
Corazzello territorio di Cotrone e Volta di Corazzo dell’abbazia di
Corazzo, affittati a Dom.co Ant.o Lattaco e compagni di Scandale per
tt.li 533 grano l’anno, valutato a carlini sette il tomolo importano
373.10 de quali ne duducimo per spese annuali secondo il conto da
noi minutamente fatto dell’acconcio da fare della casa dove detti
molini stanno situati, acconcio di sayette, annettare l’acquaro, far
l’ingregornata della presa del fiume Neto ed accomodare le rotture
che di continuo sortiscono D. 260. Restano tutti a beneficio di d.o
Ill.e Possessore 123:10”.
La mensa arcivescovile e la questione dei mulini
In una Platea (Inventario e Catasto di tutti i beni mobili,
diritti , azioni, censi ecc dovuti alla chiesa ff. 48v -49r)
compilata nel 1576 al tempo dell’arcivescovo Francesco Antonio
Santoro è inserita una nota che fa il punto sui diritti della chiesa
di Santa Severina sui mulini. I censi che la Mensa esigeva sui
terreni a suo tempo concessi per la costruzione di mulini sul fiume
Neto si erano con il passare del tempo ridotti ed alcuni non si
riscuotevano più; ciò era dovuto alle difficoltà di individuare i
mulini ed i terreni, su cui erano infissi i censi, sia per il mutare
dei proprietari, che per l’erosione dei terreni e le piene del fiume
Neto.
(“Il molino al Salice si tenne prima per Luc’Ant(oni)o Infosino e
avanti d’esso da Filippo Guerriere, e più antic(amen)te da Bart(ol)o
di Piacenza e da tutti questi ten(utar)i per tum(ula) 20 gr(ano) con
giardino, e altre terre annesse, al quale tenimento confina da due
parti la via pub(li)ca, e dall’altra il vallone dove le donne lavano
li panni, e che passato con lo stesso censo da un mano all’altra con
consenso dell’Arciv(escov)o e Cap(ito)lo. Così si cava da alcune
scritture del 1544 che si conservano nell’archivio della Mensa
Arciv(escovil)e. Ma di questo molino e giardino e terre non se ne
trova conto in questa Platea.
Delli molini poi ad Ardauri, confine al fiume Neto, se ne fa
mentione qui sopra f(oli)o 27; che l’uno si tenea per Antonella
Trombatore e poi per N. Luiggi Caraffa con censo di d(oca)ti 4;
l’altro per la stessa Antonella con d(oca)ti 6; e poi per
Aless(and)ro Infosino, a cui finalmente soccesse Mons.
Arc(ivescov)o. Pisani; e il 3° per d(ett)a Antonella ancora, e poi
per Cola e Tomaso Zurlo per una metà e l’altra metà per la chiesa
con censo di d(oca)ti 5 dico sei e e q(uest)o si dice essere alla
Noce, e anzi tre molini, come più d’uno ancora gl’altri primi due,
perche la platea parla in plurale, se bene gl’ultimi si dicono alla
Noce.
La medema platea poi a questi ultimi non da terre contigue, ma bensi
alli primi e quanto alle dette molina di Caraffa trovo una scrittura
dell’istesso dell’ 1556 nella q(ua)le egli espone che n’erano di
tom(olat)e 18, ma poscia ridotte a meno per lo fiume di Neto, cioè a
tom(olat)e 6, con questi confini descritti poscia nell’instrom(en)to
della concessione d’esse e delle molina fatte nell’anno 1532 a dì 11
gennaro a Fabritio de Modio e Francesco Palermo e rog(ato) per
Mattia Basoino Laio canc(elie)re all’hora dell’Arciv(escov)o Matteo
Sertorio Modenese, vid. iux.a aquae ductum molendinor., quae detinet
in terris d.ae Ecclesiae nob. Alphonsus Joris Hispanus, iux.a
quamdam arborem bruchae magnae, et arenachium fluminis Nethi; et
descendendo per d.tam ripam d’arenichii iux.a ex alio latere terras
d.ae Ecc.ae, quae divident ex d.a parte cum termine construendo et
per directum ascendendo versus d.m aquae ductum procedendo usque ad
la(?) viam magnam, quae e soper (?) per directum ad dictam brucam.
Così credesi essere anco in questa concessione si dice che le
d(ett)e terre ut s(upr)a censirentiate n’erano di tom. sei e che si
davano per 4 d(oca)ti di censo perpetuo. Ma pare ostare, che li
moleni c’vi non si dicono essere costrutti, ma da costruirsi; ne
manco si dice, che per l’adietro vi fossero costrutti, ma da
costruirsi; ne manco si dice, che per l’adietro vi fossero
costrutti, ma poscia rovinati dal fiume per rendere verisimile la
risposta che alcuno potria sovra di ciò dare. E quello che più
importa ancora v’è, che il Caraffa poi disse, che p(rim)a v’erano le
terre tom(ola)te 18, ma ridotte a sei solamente. Tuttavia a questo
si potria rispondere; che il Caraffa fe q(uest)a esposit(ion)e per
ridurre l’arcivesc(ov)o a ridurre il censo delli d(oca)ti 4; perche
per altro pare, che ivi ne accenni la sud(ett)a concess(ion)e dell’
1532; mentre v’asserisce nel preambolo del suo mem(orial)e, che gli
arcivescovi antiquitu concessero certa quantità di terre da
fabricarvi molini, e forse questi non li fabricaro poi li sud(et)ti
Modio e Palermo, ma forse il Caraffa o altri loro successori
singolari.
Nell’anno 1572 a 28 maggio per rog(it)o di Gio. Lorenzo Greco, che
sta registrato nel fine di questo libro, l’Abbate d’Altilia Mario
Baracca vendè, ma senza licenza dell’Arcivescovo quattro molini con
case, prati, e giardino presso la gabella d’Ardauri, e alla ripa del
fiume Neto annessi in un solo tenim(en)to con li aquedotti, con
carico di pagare tom(ol)a 3 di from(en)to all’Abbatia di Altilia e 2
½ alla Mensa nostra Arciv(escovil)e. Ma perchè in q(uest)o
istromento non si pongono altri confini non si sa , se questi siano
delli p(rimi), o delli 2i, o delli 3i descritti di sopra f(oli)o 27
al partito d’Antonella Trombatore e se bene nella precedente pagina
in fine si dice, che d(ett)o Abbate pagava sopra li sud(ett)i
molini, nulla di meno perche ..... soggiunse, che pagava tom. 12 di
gr(an)o la dove nella sud(et)ta vendita non si dice più di tom. 2 ½
questa perdita .... cosa per anco oscura. Se pure non volessimo dire
che perche si come li tom(ol)a 12 di grano che pagavano nell’anno
1532 a d(ett)a Abbatia per l’aquedotto, che passava per le terre
anc.a dell’abbatia med(esim)a, col tempo per il fiume di Neto si
ridosse a tom. 3 vero anco li tom.a 18 che si pagavano a la mensa
ora a 2 ½ soli.)
Assalto ai mulini di Corazzo
Il monopolio sui mulini e sulla farina suscitarono più volte la
protesta delle università e dei cittadini. Le proteste non
cessarono, anche quando accanto ai mulini feudali operarono quelli
di natura burgensatica, perché quasi sempre anche quest’ultimi erano
nelle stesse mani, o, se non lo erano, segretamente i proprietari si
accordavano e, costituendosi in mopolio, imboscavano il grano e
mantenevano i prezzi elevati. Per tale motivo, specie nei periodi di
carestia, a volte i mulini furono assediati ed anche spogliati dalla
popolazione, che si vedeva defraudata ed affamata. Di ciò abbiamo
palese testimonianza da quanto successe nel mese di marzo 1764,
quando per non morir di fame gli abitanti di Scandale e dei luoghi
vicini, "armati di scopette, mazze ed altri sorte d'istrumenti", si
impadronirono con la forza dei mulini, che macinavano sul Neto in
località Corazzo, e portarono via la farina ed il grano, che i
proprietari avevano imboscato. (ANC. 1324, 1764, 106-107.)
Fine dei mulini
I mulini in località Corazzo, detti anche mulini di Neto,
macinavano ancora alla fine dell'Ottocento. Due strade vicinali si
congiungevano nei pressi dei mulini, in vicinanza dei quali si
attraversava a guado il fiume Neto (1870). Una strada da Crotone
percorreva la pianura costiera e poi s’inoltrava verso l’interno e
per Chiusa Grimaldi, Crepacuore, Brasimatello, Martorani,
Carpentieri, Schiavone, Corazzello arrivava ai mulini(1868); l’altra
da Crotone, percorsa la pianura costiera, costeggiava la riva destra
del fiume Neto e per Margherita, Pozzo del Fellao, S. Pietro,
Poerio, Iannello portava ai mulini (1868). Attualmente a ricordo dei
mulini rimane solo la chiesa campestre, fatta costruire nel 1685 dal
duca di Santa Severina Domenico Sculco. Essa è in abbandono e quasi
cadente ed ha bisogno di urgenti restauri. Conserva ancora una
campanella sopra il cadente portale ed all’interno è ancora visibile
un discreto altare malridotto. L’immagine della Vergine, alla quale
la chiesa è dedicata, è stata da tempo rimossa per essere
restaurata, ma nonostante le promesse non ha fatto ancora ritorno.
Dei mulini di Neto rimane ancora la memoria negli abitanti del
luogo. Dove erano le case dei mulini, ora ci sono civili e moderne
abitazioni. Le due vie vicinali, che portavano al guado del Neto,
continuano ad incrociarsi presso il fiume; esse sono ancora
percorribili anche se con difficoltà. Del guado sul Neto non c’è
traccia, anche perché una folta vegetazione copre le sponde del
fiume. Un corso d’acqua, a ricordo dell’acquedotto che alimentava i
mulini, attraversa ancora oggi la verde campagna.

