[L'origine di Petronà]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 36/2002)
L'origine dell'abitato di Petronà è legata alle
vicende del convento domenicano di Santa Caterina di Mesoraca.
Fondato nel 1490 per volontà dei cittadini sotto il titolo di Santa
Caterina1, alla fine del Cinquecento è annoverato tra i tre conventi
domenicani esistenti in diocesi di Santa Severina2. Nell'ottobre del
1652 risulta nell'elenco dei piccoli conventi che devono essere
chiusi, in quanto non ha i requisiti richiesti dalla Costituzione di
Innocenzo X3. Soppresso il convento, rimase la chiesa con annessa
una confraternita laicale4.
Origine del villaggio agricolo
In seguito i cittadini e l'università di Mesoraca fornirono i
mezzi per riaprire il convento. Questo avvenne dopo un periodo di
funeste annate, caratterizzato dall'epidemia del 1671/1672 e dalla
sterile annata 1673, che avevano ridotto la popolazione a solo 1832
abitanti. Seguirono i raccolti rovinati dalla siccità e dalle
cavallette dal 1678 al 1680. Per poter costituire una dotazione al
convento, tale da poter mantenere i sei frati, come previsto dalla
bolla papale, nel 1681 l'università di Mesoraca inviava una supplica
al Vicerè per la convalida della cessione della difesa denominata
Pietronà: "Il sindaco et eletti della terra di Mesuraca in Prov. di
Cal. Ultra humilmente rappresentano a V. E. come in virtu della
bolla pontificia fu soppresso nell'anni passati un convento de Padri
Domenicani posto in detta terra sotto il titolo di S.ta Catarina
Verg. Mart. Il tutto per l'insufficienza dell'entrate e perché la
cittadinanza di essa terra con la soppressione di d.o convento sì è
vista priva dell'aggiuti spirituali e temporali have costituito in
particolare diverse annue rendite al detto convento reintegrando
quali non essendo sufficienti per la manutentione dei Padri
stabiliti in detta bolla. L'universita di detta terra e suoi
cittadini previo publico regimine l'have assagnato una Difesa
nominata Pietronà, la quale è di puoco frutto alla detta università
e suoi cittadini e di qualche commodo al detto convento
reintegrando". Tale donazione, secondo l'università, era urgente per
implorare il perdono divino in quanto "hoggi se ne scendono contrari
gl'effetti la onde il S. Iddio giustamente sdegnato per li nostri
peccati e misfatti c'ha mandato tanti castighi e flagelli". La
supplica poteva inoltre contare sull'assenso dell'arcivescovo di S.
Severina Carlo Berlingieri, il quale acconsentiva il ritorno dei
padri Domenicani nella chiesa di Santa Caterina di Mesoraca5. Essa
fu accolta e perciò fu stipulato un atto col quale i frati si
impegnavano ad insegnare gratuitamente le scienze ai giovani
cittadini e ad restituire la difesa nel caso che non mantenessero
tale obbligo, o che cessassero di abitare in quel convento6. I
confini della difesa saranno così descritti: "confinava con il fiume
Potamo nel luogo detto Macchia della Pipita, con il vallone delle
Differenze o passo dell'Accucchiaturu, con il vallone detto Cilona,
vicino la fontana detta del Sambuco, con l'aia detta delle
Differenze, con la gabella detta il Panchicello, con la gabella
detta Nunziatella ed Acqua Vona, con la via pubblica, con il fiume
Vasari, con il torrente Calcarula , con la difesa di Manulata, con
la strada che da Petronà portava alle montagne, con la difesa di
Giove, con le sorgenti del fiume Potamo e di nuovo con il passo
della Pipita"7.
Formazione dell'abitato
Lo stesso arcivescovo nella relazione dell'ottobre 1685
affermava che nella sua diocesi vi erano cinque "oppida" (Rocca
Bernarda, Cutro, Policastro, Mesoraca e Rocca di Neto), due "castra"
(San Mauro e Altilia) e cinque "pagi" ( Scandale, Cotronei, Reyetta,
Marcedusa e Petronà) ed aggiungeva che il villaggio di Petronà era
stato da poco abitato e che non aveva ancora una sua chiesa
arcipretale8. All'inizio del Settecento il Mannarino nella "Cronica"
fa un breve cenno al "feudo de' Padri Domenicani chiamato la difesa
di Petronà (che)in atto si sta populando"9. Pochi anni dopo il
villaggio, anche se piccolo, è già formato con alcune abitazioni ed
una piccola cappella. L'arcivescovo Nicolò Pisanelli nel 1725 così
lo descrive: "Nelle vicinanze di questi villaggi (Arietta e
Marcedusa) recentemente è sorto un piccolissimo villaggio, dove si
sono riunite ad abitare alcune famiglie, che in tutto assommano a
123 abitanti. Parte abitano in tuguri e parte in case rustiche.
Provvisoriamente è stata edificata, anche se non completamente, una
sacra edicola per la comodità della plebe. La cui cura per le
funzioni sacre è stata assegnata ad un economo, da me scelto. In
seguito, a seconda di come si evolverà la situazione, agirò di
proposito". Il Pisanelli faceva poi presente che vi erano nel
convento di S. Domenico di Mesoraca cinque religiosi, che godevano
di rendite più che sufficienti. Infatti dopo la soppressione il
convento era stato reintegrato sia da alcuni cittadini, che avevano
offerto delle terre, sia dall'università, che aveva dato una
continenza di terre di rendita elevata. Quest'ultima donazione
tuttavia era gravata dalla condizione, che tra i religiosi stabili
nel convento ce ne fosse sempre uno idoneo ad istruire nelle arti
liberali i giovani del luogo. Qualora ciò non avvenisse, era compito
dell'ordinario di sopprimerlo e di restituire all'università la
difesa. Poiché questa condizione era stata violata, più volte i
cittadini e l'università di Mesoraca si erano rivolti
all'arcivescovo, facendo presente di essere stati imbrogliati, in
quanto i domenicani non rispettavano quanto concordato. Non vi era
stato infatti quasi mai nel convento un religioso destinato per
educare i giovani del luogo, perciò l'università premeva per
sopprimere il convento e l'arcivescovo era indeciso sul da farsi10.
Gli abitanti
Popolarono il luogo braccianti e massari dei paesi vicini, i
quali dapprima presero in fitto e coltivarono le terre dei
domenicani ed in seguito ne ottennero parte in enfiteusi. Ciò
avvenne poco prima della metà del Settecento, quando i domenicani
per paura di dover ritornare le terre all'università e colpiti sia
dalle tasse che dall'incertezza dei raccolti, decisero che era
meglio non amministrare più direttamente la difesa, ritenendo più
proficuo e più sicuro darla in enfiteusi ai coloni del luogo. In
tale modo l'università di Mesoraca si sarebbe trovata a fronteggiare
i numerosi coloni di Petronà, che di fatto erano divenuti dei
piccoli proprietari, e nello stesso tempo i domenicani avrebbero
potuto contare su una rendita annua sicura e certa, anche se minore,
che il contratto enfiteutico assicurava. Per effetto di tali atti il
villaggio che prima era abitato per la maggior parte da una
popolazione migrante, che si spostava a seconda del ciclo agrario e
pastorale, cominciò a consolidarsi. I numerosi coloni, che avevano
stipulato il contratto di enfiteusi, poterono essere sicuri su un
possesso duraturo e divennero ad ogni effetto dei proprietari di
piccoli fondi, con la possibilità di migliorarli e valorizzarli con
colture durature. La formazione di una piccola proprietà permise la
permanenza in luogo di numerose famiglie, che formarono un ceto
locale stabile11.
La chiesa parrocchiale
Anche per tali motivi col passare del tempo il villaggio aumentò
di popolazione. Situato in territorio di Mesoraca era soggetto per
il secolare ai feudatari di Mesoraca, mentre per lo spirituale
faceva parte della diocesi di Santa Severina. Dai 123 abitanti
segnalati nel 1725, nel 1744 essi erano aumentati a 143; nel 1756
erano circa 300. L'arcivescovo Carmine Nicola Falcone (1743 -1759)
poco dopo il suo insediamento ci informa che gli abitanti abitavano
ancora parte in tuguri e parte in case rustiche. Vi era un unico
sacerdote ed era stata completata l'edicola sacra per la comodità
del popolo, della cui cura nella amministrazione dei sacramenti
spettava ad un economo di nomina arcivescovile12. Alcuni anni dopo
così lo stesso arcivescovo descriverà il villaggio: "Tra i paesi
della diocesi è compreso il villaggio comunemente chiamato Petronà
nelle pertinenze della terra di Mesoraca, popolato da pochissimi
abitanti, provenienti dai luoghi vicini, che non superano il numero
di trecento. Qui non era presente alcun sacerdote, nessuno che
avesse cura delle anime, a causa della poca quantità di decime,
nessuno che lo sostituisse, poteva contare su uno stipendio sicuro.
Perciò nelle cose spirituali dipendeva dall'arciprete del villaggio
di Arietta, distante da Petronà circa tre miglia, il quale ogni
domenica e nei giorni festivi surrogava il sacerdote che doveva
celebrare nella piccola edicola colà costruita. Non c'era nella
chiesa il tabernacolo con le specie eucaristiche per gli infermi;
quando c'era necessità di ciò bisognava chiamare un sacerdote da
Arietta ed aspettare uno o due giorni, che il sacro fosse portato
qui o in una borsa o qui arrivato, fosse fatta una funzione divina,
per la consacrazione delle particole, da portare agli infermi.
Perciò succedeva, che a volte gli ammalati morivano senza aver
ricevuto il viatico. Per quanto riguardava la fonte battesimale
bisognava portare i neonati alla chiesa di Arietta, per poterli
battezzare. Per tale motivo accadeva che, intrapreso il viaggio, sia
per l'eccessivo freddo in inverno, sia per il forte calore d'estate,
a volte i piccoli, invece di ricevere il salutare lavacro,
morissero. Per ovviare a questa situazione e pensare alla salute
delle anime, fu mia cura, che rinnovata dapprima la chiesa e portata
in forma più grande, fosse munita sia del ciborio con il pane
eucaristico, per coloro che stavano per morire, sia del battistero
per battezzare gli infanti"13. Nonostante questi interventi tuttavia
non vi era ancora in paese un sacerdote residente, che esercitasse
la cura di quei parrocchiani in modo continuo.
L'arcivescovo Antonio Ganini (1763 -1795) troverà che Petronà aveva
400 abitanti ed era retto ancora dall'arciprete di Arietta. Situato
sopra un monte era non molto distante dal villaggio di Arietta, al
quale ecclesiasticamente era unito, anche se lo superava di molto
come popolazione; infatti Arietta contava solo 143 abitanti. Nel
1765 aveva un'unica chiesa sotto il titolo di San Pietro Apostolo,
che era retta dallo stesso arciprete di Arietta, il quale in
quell'anno era l'arciprete curato D. Antonio Venere14. Questi nei
sei mesi estivi risiedeva a Petronà e nei sei mesi rimanenti a
Arietta. Nei mesi in cui era assente da uno dei luoghi sotto la sua
giurisdizione, il sacro era amministrato da un vicario curato o da
un economo. Allora nell'unica chiesa era conservata la SS.
Eucarestia e vi erano la fonte battesimale e i sacri oli, nello
stesso modo di come si trovavano nella chiesa di Arietta. Non era
più necessario, come avveniva in passato, trasferirli da uno
all'altro luogo con grave pericolo per la salute delle anime. Nella
chiesa di Arietta c'erano tre altari: il maggiore era provvisto del
necessario dall'arciprete mentre gli altri due erano mantenuti dalle
elemosine degli abitanti devoti15.
Nel 1783 Petronà conta 656 abitanti. Scosso dal terremoto, "la
chiesa e le fabbriche (furono) gravemente lesionate"16, anche se
"non caddero edifici e non morì alcuno"17.
La chiesa fu sul finire del secolo riparata. I lavori durarono due
anni. Furono eseguiti con il contributo e con l'aiuto materiale
della popolazione ed era arciprete Domenico Paoletti, come ricorda
l'epigrafe datata 1799 posta all'ingresso dell'edificio18.
Allora il villaggio contava 874 abitanti e continuava ad essere
feudo di casa Altemps, come lo era stato alla sua origine19. La
chiesa subì altri danni dal terremoto del 1832. Il sindaco ancora
alla metà dell'Ottocento sollecitava la riparazione della chiesa
parrocchiale. Cosa che avvenne in quegli anni come si rileva da due
brevi di Pio IX. Il 4 settembre 1857 il papa, accogliendo la
supplica di Felice Tallarico, concedeva che l'altare dedicato a S.
Pietro Apostolo nella chiesa parrocchiale di Petronà fosse
privilegiato ogni giorno per un settennio20. Poco dopo, il 18
dicembre dello stesso anno, veniva accolta anche la supplica del
vice arciprete Serafino Rizzuti e concesso lo spesso privilegio
all'altare di S. Andrea Apostolo21.
Note
1. Fiore G. Della Calabria cit., II, 294.
2. "Quanto a quelle di regolari in la detta città (S. Severina) vi
sono dui conventi, uno del ordine di predicatori, l'altro
conventuale di San fran.co; Alla rocca bernalda vi è un convento di
S.to fran.co di Paula, à Misuraca dui conventi uno di predicatori, e
l'altro di Capuccini, et unaltro fora misuraca di Zocculanti, In
policastro fora della terra, vi è lo convento di Zoccolanti, in
cutri vi è un convento di predicatori, alla rocca di neto vi è un
convento di S.to Agostino", Visitatio aplica Sanctae Severinae 1586,
S. Congr. Concilii Visit. Ap. 90, ASV.
3. Russo F., Regesto, 36845.
4. "Praeter supradittas tres ecclesias parochiales sunt in ditta
terra aliae decem ecclesiae, quarum tribus SS.mae Annunciationis,
Purificationis B. Mariae Virg. Et Sanctae Catarinae Virg. et Mart.,
sunt annexae tres confraternitates laicales", Rel. Lim. S.
Severina., 1675.
5. Provv. Caut. Vol. 245, f. 193 (1681), ASN.
6. A causa del terremoto del 1783 il monastero fu soppresso ed il
comune di Mesoraca in seguito rivendicò il possesso della difesa
Petronà, Bollettino delle sentenze n. 192, 30 giugno 1810, p. 1473.
7. Spinelli F., Le origini di Filippa, Crotone 1997, pp. 50-51.
8. Rel. Lim. S. Severina., 1685.
9. Mannarino F. A., Cronica della celebre ed antica Petelia detta
oggi Policastro, manoscritto, f. 100v.
10. Rel. Lim. S. Severina., 1725.
11. Nel 1746 la difesa di Petronà venne concessa in enfiteusi dai
domenicani e 32 coloni che abitavano la località, Spinelli F., Le
origini cit., p. 52.
12. Rel. Lim. S. Severina., 1744.
13. Rel. Lim. S. Severina., 1756.
14. Morto Bartolomeo Scalzi, era stato nominato dapprima Gio.
Battista Talarico e poi nel febbraio 1761 era subentrato nella
chiesa parrocchiale ed arcipretale di Arietta e di Petronà Antonio
Venneri , Russo F., Regesto, 64295, 64326, 64814.
15. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
16. Vivenzio G., Istoria cit., p. 325.
17. De Leone A., Giornale, e notizie de' tremuoti accaduti l'anno
1783, Napoli 1783, p.134.
18. Scalzi F., Petronà, Soveria Mannelli 1981, p. 52.
19. Alfano G.M., Istorica descrizione cit., p. 108.
20. Russo F., Regesto, 78549.
21. Russo F., Regesto, 78645.

