[Origine e sviluppo di Isola]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 43-49/2000)
Secondo la tradizione a causa delle incursioni
dei saraceni, che determinarono la distruzione della villa o civitas
posta a Capo Antiopoli o Civiti, venne assumendo importanza un
monastero benedettino posto su un poggio, dominante la marina.
Isola diventa sede vescovile
Situato nel tenimento di Crotone ed elevato a vescovado,
suffraganeo della nuova metropolia di Santa Severina, istituita al
tempo dell'imperatore d’Oriente Leone VI il Filosofo (886- 912), il
nuovo aggregato umano ci appare all'inizio del X secolo con il nome
di Asylon (Asila sec. XII). Si suppone che l’origine dipenda dal
fatto che, per incrementare le entrate provenienti dai fondi del
signore- vescovo con il popolamento, disboscamento, dissodamento e
messa a semina di parte delle vaste tenute signorili (è questo il
caso di Massa Nova e di San Pietro in Tripani), venne concesso a
coloro che vi avessero posto dimora, il privilegio di divenire
liberi ed immuni e di godere alcuni diritti su parte del territorio.
Servi, schiavi e delinquenti potevano trovarvi rifugio, ed in cambio
dell’immunità incrementavano le entrate del signore. Questa immunità
del luogo rimarrà nel tempo e riguarderà buona parte della collina
su cui si erge la cattedrale.
Per legare a sé i nuovi coloni il vescovo - signore concesse parte
del suolo vicino alla sua dimora in modo tale che potessero
costruire le loro case e piccoli appezzamenti di terreno da
disboscare, dissodare e coltivare in proprio. Egli così con il
lavoro dei suoi servi e le giornate di lavoro prestate dai coloni
riuscì a mettere a coltura parte delle sue vaste tenute che, assieme
ai censi pagati dagli accasati, incrementarono le entrate.
Le concessioni infatti erano gravate da un censo annuale che
obbligava ogni colono, o famiglia casata, a pagare al vescovo, il 15
agosto, una gallina per il suolo della casa (il censo fu poi
trasformato in denaro e ancora all'inizio dell'Ottocento il vescovo
di Isola esigeva ben 120 censi enfiteutici sopra le case) ed il
terraggio in grano per il terreno. A questi oneri si aggiungevano
delle corvée.
Gli abitanti godevano del diritto di "spietrare, allegnare ,
abbeverare" e di pascolo per i propri animali, eccetto pecore, sui
demani boschivi e sui corsi (corso della Ventarola, Gabbelluccia,
Puzzelli, Domine Maria, S. Andriella, Buggiafaro, Forgiano,
Comunelli, Nastasi, S. Costantino, S. Barbara e Bosco). Su queste
terre di natura feudale ed ecclesiastica i signori, che le
possedevano, avevano il "ius arandi" ed esigevano il pagamento in
grano dai coloni, quando si seminava, secondo l'"apprezzo de
massari" scelti dalle parti. Il vescovo - signore di Isola estendeva
la sua giurisdizione su tutti i luoghi della diocesi (chiese,
monasteri e grange), costruiti o costruendi, i cui abati, o loro
procuratori, erano obbligati a versargli, il 15 agosto di ogni anno,
festa dell'Assunsione della Beata Maria Vergine, sotto la cui
protezione era la cattedrale, un censo stabilito, come
riconoscimento del suo potere (cosa che ancora fecero per tutto il
Settecento gli abati di S. Maria di Corazzo, di S. Nicolò di
Bucisano, di S. Stefano, di S. Nicolò di Forgiano e di S. Maria del
Carrà). Le abbazie che possedevano territori in diocesi di Isola
erano anticamente quelle di S. Maria del Patire, S. Maria del Carrà,
S. Nicola di Forgiano, S. Nicola delle Magliole e l'abbazia di S.
Leonardo.
La presenza di numerosi luoghi di culto sparsi sul territorio (S.
Nicola di Salica, S. Nicola di Vermica, S. Giovanni al Giudeo, S.
Costantino, S. Barbara, S. Basilio, S. Stefano de Abgarodi, S. Elia,
S. Pietro di Tripani, S. Nicola di Massanova, S. Maria Maddalena di
Castro Prebetro, S. Giovanni di Campolongo, S. Elena, S. Anna ecc.)
indica un abitato medievale sparso, formato da piccole fattorie e
villaggi agricoli immersi nella selva, che l'emergere del nuovo
centro di potere metterà in crisi.
Questa prima fase di popolamento e di riorganizzazione urbana di
Isola è caratterizzata all'esterno del monastero - rocca dalla
costruzione delle case dei nuovi coloni e dall'espansione dei
giardini e all'interno delle mura dall'accentramento presso la
dimora (monastero - chiesa) del vescovo, oltre che dei simboli e
delle strutture del potere, anche dalle abitazioni dei suoi
familiari, degli ecclesiastici e degli amministratori e dai
magazzini dove confluiscono i prodotti della diocesi. Nei depositi
del vescovo infatti viene riposto il grano pagato dai coloni, che
hanno in concessione i pezzi di terra e quello raccolto dai servi e
dai vassalli nelle riserve signorili ripopolate di Massa Nova e San
Pietro di Tripani, nonché le pezze di formaggio che devono coloro,
che prendono in fitto i terreni a pascolo della chiesa.
Decadenza e rinascita
A questa prima fase espansiva, tra i secoli nono e decimo, seguì
un periodo di abbandono.
Nella seconda metà dell'Undicesimo secolo, la chiesa di S. Maria di
Isola, posta in tenimento di Crotone, risulta in decadenza,
abbandonata ed in rovina.
I nuovi conquistatori, i Normanni, rinnovarono i privilegi della
chiesa isolana e dotarono i monasteri calabro - greci e le nuove
abbazie benedettine e cistercensi.
Il ripristino dei privilegi del vescovo e l'aggiunta di nuove
prerogative concesse dal duca Ruggero e poi da re Ruggero II,
facilitano la rinascita.
Il duca Ruggero Borsa (1085- 1111), figlio ed erede del Guiscardo,
nel 1092 concesse il privilegio della "fabricae reparationis
ecclesiae Sanctae Dei genitricis et semper Virginis Mariae de
Insula, de tenimento Cotroni, quae longo tempore diruta lacerata et
deserta".
Riedificata la chiesa e reinvestito dei poteri e delle proprietà il
signore - vescovo e ripopolato il luogo, anche con l'esenzione da
alcuni pagamenti fiscali per coloro che vi sarebbero andati ad
abitare, seguì una fase espansiva con la creazione di nuove
strutture di profitto, come la costruzione di mulini ad acqua, tra i
quali uno sul Pilacca ora Vorga ("lo molino del episcopato de
Asila"(1172) ed altri nei luoghi abitati della diocesi: a S. Pietro
de Tripani, presso la chiesa di Sant'Anna e sul torrente Ceramida
(del monastero del Patire).
Nel frattempo gran parte del territorio della diocesi di Isola era
concesso o rinnovato dai regnanti normanni alle abbazie di S. Maria
del Carrà (Nastasi di tom. 5750), di S. Maria del Patire (S.
Antonino, Cersitello, Calcarella, lo Ponte, S. Costantino, Frasso,
ed Insito tom. 1100), di S. Nicola di Jaciano (Forgiano) di S. Maria
di Corazzo e di S. Nicola di Bucisano; a queste grandi proprietarie
di terre e di greggi, per lo più di rito greco, si vennero ad
aggiungere la mensa vescovile di Crotone (Bugiafaro), alcuni enti
ecclesiastici crotonesi (il cantorato, il decanato ecc.) e l’abbazia
florense (Fontana murata). Isola, essendo parte del territorio di
Crotone fu soggetta ai feudatari di quella città, cioè la contessa
Mabilia, figlia del Guiscardo, e poi all’inizio del periodo svevo il
conte Raynerius ed il figlio Stefanus Marchisortus.
Pur facendo parte della contea di Crotone, Isola sempre più si
evidenzia come città. Essa ha un territorio ben definito, sul quale
gli abitanti godono di alcuni privilegi ed immunità, negati agli
abitanti dei villaggi agricoli.
Questa espansione e nuova riqualificazione urbana è facilitata anche
da una generale crescita demografica.
Tra la fine dell'Undicesimo e l'inizio del Dodicesimo secolo compare
il castello di Asylon e nelle vicinanze della cattedrale venne a
consolidarsi il Borgo con le sue mura. Il toponimo Borgo rimarrà nei
secoli a indicare quella parte della città racchiusa da queste prime
mura.
Durante l'età normanno- sveva il territorio è coperto da una folta
ed estesa foresta detta la difesa regia di Insula Cutroni.
"Il Bosco", terreno corso e boscoso, diviso in cinque terzi
(Vermica, Finocchiara, Differenze, Ventarola e Manche di Monacheria)
è tutelato dai funzionari regi detti forestarii e su di esso gli
abitanti esercitano gli usi civici.
La foresta sarà molto spesso al centro di contrasti, specie quando
verrà concessa dai re in amministrazione ai feudatari, i quali
tenteranno di alienarne delle parti (al tempo del conte Stefano
Marchisorto) o di sottrarne e chiuderne delle aree per metterle a
coltura (al tempo di Antonio Ricca) limitando così l'esercizio dei
diritti universali, tra i quali quello di libero pascolo per gli
animali degli abitanti.
Questi tentativi avverranno di continuo, specie da parte dei Ruffo
durante la dominazione angioina.
Situati presso il mare i territori di Isola erano particolarmente
ricercati per il pascolo invernale delle grandi mandrie che
transumavano dalla marina alla Sila attraverso la vallata del
Tacina.
Continuava immutabile quel circuito economico arcaico basato
sull'alternarsi sugli stessi terreni del pascolo e della semina. Le
greggi, quasi sempre di proprietà delle abbazie e dei feudatari,
pascolavano e concimavano per tre anni un territorio, che nei
successivi tre anni era messo a semina dai coloni.
Nei primi decenni del periodo angioino la difesa della città venne
potenziata con la costruzione di una torre che trasformerà il nome
da Asila o Insula Crotonis in Turris Insulae o Torre dell'Isola. La
Torre dell’Isola compare per la prima volta nel 1292, quando fu
concessa al milite Andrea de Pratis, essendo stato rimosso il milite
Ioanne de Genua.
Da casale a città feudale
Con lo spopolamento ed il decadimento del secolo XIV e
dell'inizio del XV secolo, a causa della peste, delle guerre, specie
quelle tra Angioini ed Aragonesi, dell’assenteismo vescovile e della
commenda dei monasteri, Isola pur sede vescovile, suffraganea di S.
Severina, rimarrà nella condizione di casale di Crotone. Fa parte
dei possessi di Nicola Ruffo, dapprima signore, e poi marchese
(1390), di Crotone e conte di Catanzaro. Come tale ne seguì le
sorti. Dichiaratosi a favore di Luigi II e ribelle a re Ladislao di
Durazzo, Crotone fu assediata e costretta alla resa ed il marchese
dovette abbandonare la Calabria. Crotone e parte dei suoi feudi
vennero allora dati da Ladislao al capitano di ventura Pietro Paolo
da Viterbo. In seguito, durante il regno di Giovanna II, Nicolò
Ruffo ne rientrò in possesso. Nel 1422 Isola è già ritornata sotto
il suo dominio; ma a causa delle vicende belliche, le campagne sono
state devastate e ritornate selva mentre la città è stata
abbandonata dagli abitanti; vi sono solamente dei pastori, che
abitano nei boschi. Da Nicolò Ruffo passò alle figlie, Giovannella
prima e poi Errichetta. Quest’ultima sposò Antonio Centelles.
Riposta in regio demanio come casale di Crotone, dopo che il re
Alfonso aveva domato la ribellione del marchese Antonio Centelles
(1444/1445), vi rimase finché nel 1483 fu data in feudo da re
Ferdinando a Giovanni Pou. Dopo la Congiura dei Baroni e la confisca
vi troviamo signore, per un breve periodo, il figlio non legittimo
di re Ferdinando, Enrico d’Aragona. Nel 1495 il feudo della Torre
dell’Isola fu venduto da Ferdinando II a Troilo Ricca. Con tale
vendita Isola si staccò definitivamente da Crotone, pur conservando
i Crotonesi alcuni diritti sul suo territorio.
Risale al dominio aragonese la concessione o la riconferma dei
privilegi della città e della chiesa di Isola . I privilegi della
chiesa isolana, che i vescovi facevano risalire a re Ruggero ed ai
papi Eugenio III (1149) e Alessandro III (1175), furono concessi
nuovamente dall'antipapa Benedetto XII (1397) ma nel 1459 il vescovo
di Isola chiedeva al re Ferdinando che poiché "detta ecclesia non
have privilegio, si non uno caduco che li sia concesso et donato lo
tenimento dell'Isula in quella forma fu concesso ad Martino".Il re
approverà le richieste del vescovo, salvo i diritti di terzi,
dapprima con privilegio dato a Belcastro il 14 ottobre 1459
all'università di Le Castella ed in seguito nel 1473.
Per l'ampiezza delle prerogative ed il sospetto di falso i privilegi
della chiesa furono più volte occasione di lite. Già nel 1317 re
Roberto aveva dovuto intervenire contro i coniugi e signori di
Isola, Gerardo Nomicisio e Caterina Merceria che si rifiutavano di
pagare le decime. Liti si susseguirono tra i vescovi della città e
gli abati delle abbazie, che avevano grangie in diocesi di Isola. A
volte gli abati, o i loro procuratori, disconoscevano l’ampio potere
vescovile, causando gravi inconvenienti a coloro che prendevano in
fitto i terreni delle abbazie.
Quale fosse lo stato di litigiosità nelle campagne ed i metodi usati
dai “signori” del tempo, lo si può intuire da una protesta
presentata all’inizio del 1489 da alcuni pastori dei casali
cosentini, che avevano affittato l’erbaggio del tenimento la valle
dell’ulmo dal procuratore dell’abbate di Corazzo. Nonostante che il
contratto li obligasse solo verso quest’ultimo, ad un certo momento
era intervenuto il vescovo di Isola Angelo Castaldo, il quale,
poiché il luogo era nella sua giurisdizione, cominciò a molestarli
col pretesto che vantava dei diritti. Costretti ad andare a
Catanzaro i pecorai devono versare al prelato dei denari ma questi
non si ritiene ancora soddisfatto e dopo un po’ invia una lettera al
suo vicario, Nicolao de Nicoletta, ordinandogli di informarsi se i
pagliai dei pecorai sono ancora sopra i terreni della chiesa e
trovandoli “commanderiti tutti questi nostri previti che vengano per
nostro ayuto ad abrusciar dette pagliara” e qualora non bastassero
rivolgetevi al “m.co nostro compare Castro Cane” per avere una
compagnia dei suoi uomini d’arme. Partito il vicario con “altri
previti dela terra deli Castella armati con lantii spari et
tarachetti”, esso è momentaneamente fermato dal capitano delle
Castella, Joanbattista Calamita, il quale costringe i pastori a
pagare facendo loro presente che altrimenti “andavano ad ardirli li
homini de armi et altri homini delisola” .
Abati commendatari e feudatari osteggeranno di continuo i privilegi
della chiesa e col tempo i baroni si impossesseranno di parte di
quelli civici, quando l'università indebitata sarà costretta a
vendere, per poter pagare il fisco regio.
E' il caso del lo "jus naufragii" che permetteva il recupero delle
persone e delle cose dalle navi, che naufragavano sulle coste del
territorio di Isola.
Il privilegio concesso alla città da re Alfonso e confermato dai re
Ferdinando I e II ed in seguito, in età viceregnale, da Carlo V,
andò a far parte delle prerogative baronali.
I feudatari di Isola lo eserciteranno ancora nel Settecento, anche
se spesso troveranno l'opposizione dei regi portolani.
E' con il passaggio del feudo ai Ricca che avvengono grandi
mutamenti.
Con una politica economica tesa a valorizzare le loro proprietà e
con la costruzione di nuove fortificazioni, i Ricca facilitarono
l'insediamento di nuove famiglie e la formazione di una piccola e
stabile borghesia agraria che costituirà il nucleo della nuova
città.
Isola da casale divenne in breve una città con una sua struttura
urbana ricca e differenziata, costituita da un castello, una città
fortificata ed un borgo fuori mura. Contribuirono a questa
evoluzione, che porterà la popolazione dai 40 fuochi del 1532 ai 64
del 1561 ai 108 del 1595, anche la distruzione e l'abbandono della
vicina terra di Le Castella, la scomparsa dei casali di San Pietro
di Tripani e Massanova, l'insediamento in città dei feudatari Ricca
e l'energica azione di tutela dei privilegi e di aumento dei beni
della chiesa isolana, portata avanti dal vescovo Annibale Caracciolo
(1562 - 1605).
Il Caracciolo incrementò le proprietà, aggiungendovi quelle che
godevano i luoghi religiosi di Le Castella e trasferì così le loro
entrate in grano ed in denaro da quella terra ad Isola.
Con numerose liti con il duca di Nocera, Alfonso Carraffa,
feudatario di Le Castella, lo costrinse ad un concordato riuscendo
ad ottenere aumento di terreni e di rendite (1578).
Egli inoltre valorizzò le proprietà della chiesa: la gabella di
Salica "insalvagita" la diede a massaria per "farla aprire a
domolate" (1573), costrinse il barone Antonio Ricca a concedere
l'uso dell'acqua della fontana di Paradiso per poter così irrigare
gli orti della mensa vescovile (1579), riaprì la lite sul feudo di
San Pietro, svenduto ai Ricca al tempo del vescovo Cesare
Lambertino, ottenne dal barone, col consenso dell'università, le due
chiuse delle Culture e dell'Annunziata (1567), ampliò i beni della
chiesa facilitando le donazioni, come nel caso dell'orto e del
giardino di San Nicolò e dei magazzini presso la cattedrale.
La ristrutturazione urbana cinquecentesca
Dopo aver subito alcune incursioni da parte dei Turchi nel 1510
e nel 1517 e poi dal Barbarossa nel 1536 e 1545, la città subì il
saccheggio dall'armata del Dragut (1548). Il feudatario Gio. Antonio
Ricca, per non vedere il suo feudo spopolato, raggiunse un accordo
con il vescovo di Isola e su una parte del corso di Santa Barbara,
un antico patrimonio del vescovado di Isola, vicino al vecchio borgo
egli fece costruire a sue spese nel 1549 le nuove mura cittadine ed
il castello feudale.
La nuova cinta muraria fu potenziata con baluardi e aveva due porte:
la porta Magna o di Terra, al di sopra della quale verso l'esterno
il Ricca fece murare le sue insegne con una epigrafe, e la porta
della Marina. Davanti alla Porta Magna, fuori dalle nuove mura, il
feudatario fece abbattere alcune case del vecchio Borgo e fu creato
il largo o piazza.
Il barone di Isola con la costruzione delle nuove fortificazioni
intendeva tutelare le entrate del suo feudo. Resa sicura la città,
facilitò la permanenza e l'incremento della popolazione, permettendo
che si bruciassero parte delle sue tenute boschive, sottraendole
agli usi civici, per ridurle a coltura.
Egli infatti concesse ad alcuni abitanti dei pezzi di terra boschivi
col patto che colui che disboscava il terreno assegnato poteva
occuparlo, acquisendo il diritto di cederlo o affittarlo, purché
ogni anno fosse pagato al feudatario un canone in grano.
E' questo il caso della tenuta detta la Ventarola, una parte della
quale fu spartita tra una cinquantina di Isolitani e di alcune parti
di Bosco, di Pantano, di Coste Lavorate e di Bonnace. Su questi
territori, redditizi al feudatario di Isola, vi erano "situati più e
diversi vignali e vigne censuati e concessi in enfiteusi a diversi
particolari cittadini".
In tal modo il feudatario aumentò le entrate e legò a sé parte delle
casate del luogo.
In seguito sorsero delle controversie tra il vescovo Annibale
Caracciolo ed il nuovo barone Gaspare Ricca, riguardanti la
giurisdizione sull'abitato, e nel 1588 si venne ad un accordo che
stabiliva "che solo la città dentro le mura rimanesse in dominio del
barone insieme a quella parte del Borgo, che fu distrutta dalla
parte davanti della città, dove è la porta grande verso le mura
vecchie che corrono dalla parte di occidente".
La parte rimanente del Borgo era del vescovo che per ogni casa
esigeva ancora una gallina all'anno.
Con l'abbandono delle vecchie mura e la costruzione di nuove, il
vecchio abitato e la cattedrale rimasero fuori dalla nuova città,
nel borgo o suburbio come venne a chiamarsi.
Solamente dopo la metà del Cinquecento all'interno delle nuove mura,
dove fu permesso dal feudatario e dall'università di andare ad
abitare solo agli ecclesiastici ed ai possidenti, lungo la "strada
maggiore" furono costruite le case del barone, il palazzo del
vescovo, alcune case (palaziate, terrane e caselle) e l'unica
chiesa, dedicata a San Marco, per legato del feudatario fondatore,
Gio. Antonio Ricca, ad opera del figlio Cesare, costretto dal
vescovo.
Sempre a quel tempo il vescovo Caracciolo restaurò la cattedrale,
ampliò la sacrestia, fondò il seminario, sei canonicati (1593) ed il
Monte di Pietà o dei Maritaggi (quest'ultimo in conformità di un
legato fatto nel febbraio del 1588 da Troilo Ricca di Turturella
sulle entrate del feudo), dotò e costruì il convento francescano con
chiesa di San Nicolò (1582) e pur avendo ottenuto dal feudatario e
dall'università la possibilità di avere un altro palazzo vescovile
dentro le mura, costruì presso la cattedrale una torre per
rifugiarsi in caso di pericolo.
Sorgevano frattanto nel Borgo alcune chiese, per la maggior parte ad
opera di confraternite: la chiesa di S. Caterina, di S. Domenica,
dell'Annunziata, di S. Maria degli Angeli e di S. Rocco (in onore
del santo che aveva preservato la città dalla peste).
Se Isola aveva dovuto sopportare fin dalla dominazione normanna che
le rendite ed il grano prodotti da gran parte del suo territorio
andassero in beneficio di abati, commendatari, vescovi e feudatari
che risiedevano a Crotone o in altre città e quindi veniva di
continuo defraudata della sua ricchezza, ora la scomparsa della
terra di Le Castella e quella dei vicini casali facilitavano
l'accentramento della forza lavoro e delle risorse in Isola. Davanti
alla città murata, nelle cui case palaziate avevano preso dimora i
piccoli proprietari, si estendeva il Borgo con le numerose case
terranee dei braccianti, i magazzini granari e le chiese delle
confraternite con i loro ospedali.
Se la città si arricchiva, sia nel Borgo che all'interno delle nuove
mura, di edifici sacri e profani, la campagna si spopolava a causa
del permanere del pericolo turco (incursione del Cicala 1594) e per
le forti imposizioni fiscali ed i debiti.
La crisi seicentesca
Con l'aggravarsi della situazione economica e sociale, fin dalla
seconda metà del Cinquecento, emergeva quella netta separazione tra
i seguaci del vescovo e quelli del feudatario, causa di continui
scontri e violenze per il controllo delle risorse locali.
Attorno alle due figure, conflittuali e dominanti, si coagularono
gli enfiteuti con le loro casate, coloro che prendevano in fitto le
terre, a seconda se erano della chiesa o del barone, i servi ed i
familiari delle opposte fazioni, le famiglie legate da vincoli
parentali e da interessi economici.
Lo scontro tra i creati delle opposte fazioni condizioneranno la
vita sociale ed economica per le frequenti risse, specie durante le
feste, come quella che si svolgeva a maggio in onore della chiesa di
Santa Maria degli Angeli, quando si “lottava il palio”, e con
agguati e feroci bastonature tra le comitive nel Bosco.
Dopo il concilio di Trento, essendo la situazione favorevole, aveva
preso vigore l'iniziativa dei vescovi di Isola e di Crotone, per
reintegrare ed estendere la proprietà della chiesa, contrastando il
feudatario ed i suoi vassalli. Il tentativo dei vescovi, teso a
negare ed impedire l'esercizio dei diritti universali sulle loro
terre, trovò una forte opposizione, sia da parte dell'università che
del feudatario Cesare Ricca.
Fallisce così il tentativo vescovile di impedire il libero pascolo
degli animali e gli usi civici, che da tempo antico gli Isolitani
godono sulle vaste tenute ecclesiastiche (vedi il caso della gabella
della Chiusa al centro di una vertenza tra l’università ed il
feudatario Cesare Ricca da una parte e dall’altra il vescovo
Caracciolo, che vuole impedirne il pascolo). Hanno vita breve, a
causa del ripetersi di pessime annate, anche gli intenti vescovili
di mettere a semina ed a vigna parte del territorio, che abbandonato
era ritornato selva.
Per la mancanza di massari e di coloni e per le distruzioni operate
dai Turcheschi decadono i vecchi villaggi rurali di San Pietro in
Tripani e di Massanova, nonché le grange con i numerosi luoghi di
culto di Santa Barbara, San Costantino, San Nicola di Forgiano ecc.
(Per quanto riguarda San Costantino della badia del Patire nel 1661
"vi è un segno di fabrica e chiesa diruta detta di S. Costantino";
nello stesso tempo San Basilio è chiesa "quasi diruta e scoperta" ,
nel podere seu corso chiamato Forgiano della badia di S. Nicolò di
Jaciano vi sono solo "de vestiggii d'una chiesa diruta" e nella
gabella di Salica “vi è una chiesa diruta chiamata Santo Nicola di
Salica". Distrutte sono anche le chiese rurali di San Francesco e di
Sant'Antonio).
La città racchiusa dalle nuove mura e con la porta di Terra, che per
sospetto di turchi e banditi si chiude alla sera e a volte "non se
apre sino a tardo et la estate più volte sta serrata tutto il
giorno", (sopra la quale a ricordo ci sono le armi della famiglia
Ricca e l'epigrafe: “INSULAM URBEM PIRATA./ INCURSU DIRUTAM IOANNES/
ANTONI. RICHA NEAPOLITA/ N. MOENIA PROPUGNACULIS ET/ ARCE P.PRIO
AERE MUNIVIT IN/ PERPETUUM SUAE VIRTUTIS/ MONUMENTUM ET POPULOR./
PRAESIDIUM ANNO A VIRGI/ NEO PARTU - 1549 -”) si distingue sempre
più dal territorio circostante, divenuto pericoloso, disabitato e
per buona parte invaso dalla palude. Poco dopo la metà del
Cinquecento sono costruite a cura della Regia Corte le due torri
regie di guardia marittima di Capo Rizzuto e di Manna (primi
torrieri conosciuti: torre di Capo Rizzuto, Adeco Romano, 1576;
torre di Manna, Lopez de Raguso, 1578).
A queste ne seguiranno altre, edificate dai feudatari all'interno
delle loro vaste tenute, per mettere al sicuro la vita e soprattutto
il grano, dal quale dipendeva in gran parte la loro fortuna (a
Ritani dal vescovo di Isola, a Bugiafaro dal vescovo di Crotone, a
Massanova dal feudatario Doria ed a San Pietro in Tripani dal barone
di Isola). Rimanevano ancora funzionanti i vecchi mulini ad acqua:
quello di Paolo Marrella poco lontano dalla foce del Vorga, di
Simone Scazurlo più a monte, di Scipione de Sancto Croce e di
Melchiore Barbamayore a San Pietro in Tripani e quelli feudali di
Porcarito, della Cona e di Ilice.
Mentre i grandi proprietari, dediti soprattutto all’incetta ed al
commercio del grano, si attrezzavano per proteggere con le torri il
raccolto, la crisi cominciava a colpire i piccoli proprietari, i
massari ed i coloni. Incapaci di far fronte ai debiti contratti per
poter seminare, essi falliscono, lasciando i terreni incolti.
Vengono così meno coloro, che costretti dall’usura e dal prestito,
alimentavano i possidenti. Con il loro fallimento regrediva quel
paesaggio agrario di cui erano stati artefici fin dalla prima metà
del Cinquecento, quando erodendo una parte delle tenute boschive,
l’avevano trasformata in terreni a semina ed in giardini folti di
gelsi, alberi da frutto e vigne.
Inadempienti, le loro proprietà passano al feudatario ed al vescovo.
Il barone ai giardini della "mortilla" e del "paradiso" aggiunge il
"giardino novo" per acquisto da Diomede Zimbatore e Feliciana
Cavallo ed il vescovo ottiene in dono il giardino di "San Nicolò" da
Camillo Pagliaro.
Se nella seconda metà del Cinquecento la reintegra ed il recupero
dei beni ecclesiastici, portati avanti dal vescovo Caracciolo,
contrastando con liti i baroni di Isola e di Le Castella, avevano
fatto aumentare le entrate della mensa vescovile, ora le cattive
annate, la malaria, la pestilenza ed il venir meno dei massari e dei
coloni dava spazio al potere baronale, che poteva espandersi senza
ostacoli nelle campagne.
Ai territori già concessi in enfiteusi con la clausola del
miglioramento nella prima metà del Cinquecento (nel 1538 il vescovo
Cesare Lambertini aveva concesso la tenuta di San Pietro a Giovanni
Antonio Ricca per un censo di ducati 16 all'anno), se ne
aggiungevano altri nella seconda metà del secolo (il barone di
Massanova pagava per questo un censo enfiteutico al vescovo di salme
undici di grano per la cessione delle gabelle di Sant'anna e di San
Giovanni di Massanova).
Approfittando dell'indebitamento dell'università, causato dalla
povertà degli abitanti e dallo spopolamento, un po’ alla volta il
feudatario si impossessò di terreni e privilegi, quindi allungò le
mani sulla gestione dei fondi ecclesiastici, accontentandosi il
clero (vescovo, abati, commendatari ecc.) a causa della crisi di
entrate minori, ma certe e sicure, che erano assicurate dai
contratti di censo enfiteutico. Così per denaro, poco ma sicuro, la
chiesa lasciò al barone le campagne.
Durante il Seicento le pestilenze e le carestie più volte
spopolarono la città, il cui soggiorno divenne particolarmente
pericoloso in estate ed in autunno per il dominio della malaria (dai
1163 abitanti del 1618, nel 1642 ne conta solo 727 per diminuire a
600 nel 1660; solo alla fine del Seicento la popolazione risalirà ad
un migliaio).
La decadenza è evidenziata, oltre che dall'estendersi dei terreni
paludosi, anche dal restringersi dell’area dei giardini e degli
orti.
Nel 1636 del giardino di Paradiso era rimasto solo il terreno ed il
giardino o orto sotto il castello era rovinato, essendo da più anni
non affittato, tranne che per le "fronde de celsi".
Lo stesso avveniva per quello di San Nicola, che nel 1669 l'economo
della mensa vescovile affittava con la condizione che l'affittuario
lo chiudesse, ci facesse nuovamente l'orto e coltivasse gli alberi
"nuovamente fatti" (fichi, granati, celsi).
I vescovi se costretti a risiedere, preferivano abitare a Cutro. Nel
Seicento Isola annovera ben 16 vescovi, molti morirono per la
malaria dopo pochi anni di residenza.
Verso la rinascita
Nella seconda metà del Seicento si nota qualche iniziativa
economica (il vescovo Carlo Rossi rinnova un mulino per aumentare le
entrate) ma è alla fine del secolo e nei primi decenni del
Settecento, che il mutamento si fa più evidente con l’attivarsi del
commercio granario, soprattutto verso l’area napoletana, ed il venir
meno delle pestilenze (Isola conterà quasi duemila abitanti).
Il vescovo Francesco Marino (1692-1716), riprende l'azione di tutela
dei beni ecclesiastici. Scomunica i Crotonesi, che, abusivamente ed
"armata manu", pascolano nelle sue terre di Salica ed apre una
controversia con il feudatario, il potente Giuseppe Antonio
Caracciolo, Duca di Montesardo, per la giurisdizione sul “Borgo”
della città.
Ricostruisce interamente il palazzo vescovile. La cattedrale è
ampliata, abbellita, fornita di sacri arredi, ornata di organo e dei
dipinti dei dodici apostoli.
All'inizio del nuovo secolo il cappuccino Antonio dell'Olivadi
edifica la chiesa della Cona Greca a Capo Rizzuto, incrementandone
il culto.
In città sorgono i palazzi di Lorenzo Bruno, di Filippo e Nicola
Leone e di Leone Telese.
Alcuni terreni, boschivi o a pascolo e semina, sono chiusi con fossi
e muretti di pietra e trasformati in giardini ed orti con alberi da
frutto. Si estendono gli oliveti ed i vigneti e nelle campagne si
edificano caselle e torri coloniche, come nel caso di Bonnace.
Le località particolarmente interessate da questa trasformazione
agraria sono Vallo Marinaro, Via Vecchia, Bonnace, Cepia, Coste
Lavorate, Crete Rosse, Cuture, Fontana, Giardino Novo, Giudeo,
Mortilla, S. Nicolò, Puzzillo, Chiusa, Paradiso, Sotto il Castello
ecc.
Tra i protagonisti primeggia il marchese Francesco Cesare
Berlingieri, il quale ottenuto nel 1743 in enfiteusi perpetua dal
commendatario dell'abbazia di S. Nicola di Jaciano, il cardinale
Luigi Carafa, il corso di Forgiano ormai ridotto a "terre inculte,
alpestre, ed aratorie senza alberi fruttiferi e senza alcuna
fabrica", eccettuata una chiesa "diruta e di già profanata",
ricostruisce la chiesa, edifica alcune caselle per uso dei pastori,
un porcile grande, un biviero e disbosca, spiana e chiude con
muretti e fossi alcune parti, per costruire i due giardini detti
della "Chiesa" e della "Fontana di Marrasto", impiantandovi alberi
fruttiferi (fichi, cerasi, pere, amendole, noci, nocelle ecc), viti
(circa 16 migliaia) ed alberi di gelsi neri e bianchi "per uso di
far seta". Il tutto è completato da un canneto ed un oliveto.
Anche il barone fa impiantare nel terzo delle Manche di Manacharia
un grande oliveto chiuso con fossi ben profondi, per non farlo
rovinare dagli animali al pascolo, ed il vescovo di Crotone mette a
vigne parte di Bugiafaro, dove fa costruire dei caprarizzi, dei
porcili ed altri edifici di fabbrica. Sempre in località Bugiafaro
nel luogo detto Le Costieri il barone ottiene dal vescovo di Crotone
due tomolate di terra per armarci un nuovo “caprile” e Francesco
Trapasso vi impianta olivi e vi fa una “privata chiusura”.
Se si estendevano le chiuse con coltivazioni più produttive e
diversificate, aumentava similmente la protesta della popolazione,
che si vedeva col passare del tempo sempre più privata di ampi
territori, sui quali non poteva più esercitare i diritti civici. Gli
Isolitani vedevano le terre comuni di continuo restringersi per lo
spostamento dei confini, l'usurpazione baronale e l’avanzare dei
terreni chiusi.
Poco dopo la metà del Settecento per proteggere il commercio
marittimo viene costruito un fortino a Capo Rizzuto (la costruzione
venne appaltata in Crotone il 20 ottobre 1754 e fu edificata su
disegno dell'ingegnere Adamo Romeo e su istruzioni dell'ingegnere
Pietro Sbarbi). Continuano a funzionare i mulini ad acqua: a Ilice,
Porcarito e Zagora (del feudatario, la principessa Ippolita
Caracciolo); al Ponte sul Pilacca ( di Giacomo e Giuseppe Puglise e
Marco Pedace); sotto San Pietro ( del primiceriato e del canonicato
di S. Giuseppe) e nel luogo detto Petrantino ( di Paolo Colucci).
La città alla fine del Settecento
Nella seconda metà del Settecento comincia la decadenza causata
dalla crisi del commercio granario, soprattutto dopo la grande
carestia del 1764.
L'abitato di Isola si presenta diviso in due parti distinte: la
città all'interno delle mura ed il Borgo.
La città è costituita da case terrane (Beatrice Ruffo, Silvestro
Spadafora, Dom. Errico ecc) e da qualche palazzo (palazzo
consistente in quattro camere, tre dei quali tengono i rispettivi
bassi e soffitte; palazzo consistente in due bassi, tre stanze di
mezzo e una superiore).
Presso la porta principale vi è la chiesa di San Marco, l'orologio,
la bottega del feudatario e la piazza.
Alla Portella sono situate le case di Elisabetta Castelliti ed una
casa con un casaleno di proprietà della chiesa dell'Annunziata.
Il Borgo è costituito da due contrade: le Chianche e le Crete Rosse,
all'interno delle quali e nelle loro vicinanze vi sono altri luoghi
(Piano della Croce, contrada Madonna degli Angeli, contrada Patia,
Alla Fontana, contrada Carlo Bruno, strada di Passafaro, Faragò,
contrada S. Nicola, contrada Talarico, contrada SS. Annunziata,
contrada S. Caterina, Carmine )
Vicino al Borgo alla “Cepia”, alla “Chiusa”, nel corso di S. Barbara
e sotto il castello, si estendono gli orti ed i giardini con alberi
da frutto.
Nella contrada “Le Chianche” vi sono le case di Giacomo Puglise,
decano Bonelli, Saverio Crinaro, canonico Inglese, Giuseppe
Marziano, Pietro Bruno, Giuseppe Bruno, Antonio Prete, Lucrezia
Basarra, Nicola Giantrino, Massarello ecc., il palazzo di
Giambattista Bruno, la chiesa del Carmine, alcuni magazzini (Nicola
Giannino, Antonio Cercea), degli orti (Saverio Crinaro, Raffaele di
Leone, Nicola Basca, Antonio Carcea), il vaglio del vescovo e la
strada della Fontana.
Nella contrada le Crete Rosse sono edificati i magazzini di
Silvestro Spadafora, Giuseppe Castelliti, Rosa Lizzi ecc. le case di
Giuseppe Rodio, Giandomenico Poerio, Giuseppe Aspro, Bruno Megna,
Pasquale Magno, Gregorio Bruno, Giuseppe Castelliti, Onofrio,
Poerio, Vincenzo Nicoscia, Pasquale Nicotaro, Silvestro Spadafora,
Giuseppe Lisonia ecc., il palazzo di Antonio Fucile, alcuni piccoli
orti (Gregorio Bruno), le strade di Onofrio Poerio e
dell'Annunciata, la chiesa di S. Domenica ed il trappeto di
Francesco Trapasso.
In contrada Patia vi sono le case di Stefano Cavaliere, Antonio
Mungo, Dom. Guarino, i magazzini di Bruno Talarico, del duca di
Isola e di Felice Bruno; c'è la fontana presso la quale sono situate
le case di Pasquale Calabretta, Antonio Garcea ed il casaleno di
Gregorio Bruno.
Presso la chiesa e strada del Carmine sorgono le sette case della
chiesa di Santa Caterina, il magazzino e l'orto dell'arcidiacono
Carcea.
Nelle vicinanze presso la chiesa e strada di S. Caterina troviamo le
case di Luigi Monticelli, Antonia Mandarano, il palazzo di
Giannantonio Leto, gli orti di Nicola Giannino e Nicola Vilotta ed
il vignale di Cesare Corabi.
Francesco Murgante e Felice Bruno abitano al Piano della Croce, in
contrada di Carlo Bruno vi sono le case di Felice Caracciolo e di
m.o Agatio Catrambone ed il palazzo di Domenico Piro.
Bruno Castelliti abita alla strada di Passafaro. A Faragò vi è la
casa di Francesco Mantegna ed il palazzo con orticello di Paolo
Faragò. Francesco Faragò abita in contrada S. Nicola ed Antonio
Garcea in contrada Talarico.
Vi sono inoltre i palazzi dei Murgante e di Francesco Pittella.
Oltre alla cattedrale ci sono le chiese di Santa Domenica, della
SS.ma Annunciazione, della Beata Vergine de Monte Carmelo, di Santa
Caterina, di Santa Maria degli Angeli, di San Marco, di Santa Maria
ad Nives o La Greca e le chiese campestri di Sant’ Anna e San
Basilio.
Le case, abitate per lo più da braccianti e “filandare”, erano quasi
tutte composte da una sola stanza terranea di circa 30 metri
quadrati. Dominate da grandi alberi e separate da piccoli orti,
costituivano un paesaggio urbano gradevole. L'abate di Saint – Non,
che vi capitò in un giorno di mercato nell'estate del 1778,
descrisse la città di Isola come una tra le più graziose che aveva
visitato. Paragonandola ad un piccolo villaggio olandese, la fece
disegnare da uno degli artisti al seguito.
Verso il latifondo
Dopo aver toccato il suo minimo a cavallo della metà del
Seicento, con le 727 anime segnalate dal vescovo Antonio Celli nel
1642 e le circa 600 nel 1660 al tempo del vescovo Carlo Rossi, la
popolazione era aumentata a circa 1000 abitanti sul finire del
Seicento. Durante il Settecento essa era raddoppiata, passando dai
96 fuochi del 1669 ai 140 del 1732, e contando Isola sul finire del
Settecento circa 2000 abitanti (1984 nel 1818). Se la popolazione
era cresciuta, segno del venir meno delle grandi epidemie e
carestie, che avevano caratterizzato il Seicento, non era mutata di
molto la distribuzione della proprietà.
Il terremoto del 1783 causò solo qualche rovina. Nonostante che il
paese fosse stato dichiarato “sano e salvo”, alcuni opportunisti ne
approfittarono per rifarsi le abitazioni a spese della Cassa Sacra.
Furono diroccati due palazzi “pericolanti” (quello della famiglia
del Rio ed uno vicino al palazzo Telese) e si provvide a riparare
numerose case, che erano state dichiarate completamente "dirute".
Per far fronte alle spese per la ricostruzione degli abitati colpiti
dal sisma vennero soppressi numerosi conventi ed altri istituti
religiosi. Anche se tutte le chiese di Isola si erano conservate
intatte, esse furono soppresse, eccetto la cattedrale, ed i loro
beni, come anche quelli del convento di San Nicola, delle
confraternite e dei luoghi pii, passarono in amministrazione alla
Cassa Sacra.
Alla fine del Settecento la proprietà fondiaria risultava nel
complesso inalterata e ripartita tra gli antichi proprietari e cioè
i commendatari delle abbazie, i vescovi di Crotone e di Isola, il
feudatario, alcuni enti ecclesiastici crotonesi (decanato,
cantorato, beneficio di Santa Maria degli Angeli), anche se alcuni
enfiteuti (Berlingieri per Forgiano ed i Filomarino per le terre di
Santa Maria di Corazzo) avevano cominciato ad erodere le grandi
tenute ecclesiastiche.
La popolazione attiva era composta per la maggior parte da
braccianti (70% circa), seguiva un folto gruppo di massari (11%) e
quindi la classe dominante composta da ecclesiastici (12%) e da
nobili (2%). Completava il quadro un piccolo gruppo di artigiani
composto da falegnami, scarpari, tavernari, molinari, pignatari,
barbieri, fabbricatori ecc.
Se la terra apparteneva per lo più a forestieri, la proprietà del
bestiame (bovini, ovini, suini) era per metà in mano agli
ecclesiastici locali ed il resto ripartito tra i massari (buoi
aratori) ed i nobili.
Nove di questi ultimi (2%) possedevano la metà del bestiame, mentre
il feudatario da solo ne aveva un quinto.
Inoltre la maggior parte della proprietà immobiliare (case terrane,
case palatiate, magazzini, stalle) era in mano al clero (chiesa
dell'Annunziata, cappella del SS. Sacramento, mensa vescovile).
Anche se era ormai lontano il tempo in cui il vescovo Antonio Celli
(1641 –1645) scorgeva nel pallore del volto degli abitanti il segno
della brevità della loro vita, “pallido incedunt vultu, et pauci
senectutem attingunt”, rimanevano ancora valide le sue parole:
“niente possiedono, in quanto tutto è della chiesa e del barone,
perciò sono oppressi dalla grande miseria”. Gli unici mutamenti
avvenuti da allora nelle campagne erano che le quote dei baroni
erano aumentate a scapito di quelle della chiesa e si era formato un
piccolo gruppo di industrianti/massari locali, che aveva fatto
fortuna, gestendo le terre degli assenti proprietari. La condizione
bracciantile non era mutata; alla moltitudine alla fine del
Settecento rimanevano, per i più fortunati, solo l’abitazione in una
casa terranea, composta da un’unica stanza, ed un pezzo di vigna
(gravate quasi sempre da canoni e censi da pagare al feudatario o
alla chiesa). A volte si aggiungeva l’asino, il maiale e qualche
gallina. Questa estrema povertà si manifesterà in più occasioni.
Durante l’invasione francese del regno, nel marzo 1799, ci fu una
“irruzione popolare” nei magazzini, sia pubblici che privati, e fu
sottratto l’olio, il grano e le altre vettovaglie ed il tutto fu
distribuito al popolo. Particolarmente presi di mira furono in
quell’occasione i beni di Giuseppe Salsamo, che aveva preso in fitto
il feudo di Isola, feudo che nel 1798 era passato da Fulvio Gennaro
Caracciolo, duca di Montesardo, ad Ignazio Friozzi e sarà dopo poco,
nel 1806, venduto ad Alfonso Barracco. L’otto luglio 1806 la città
fu messa a ferro e fuoco dalle truppe del generale Reynier, le quali
si accanirono sulla città, per punire gli abitanti, che avevano
saccheggiato alcune navi francesi, che costeggiavano, cariche di
viveri e di feriti. Nei primi decenni dell’Ottocento la proprietà
fondiaria, che era rimasta inalterata per molti secoli, veniva
completamente sconvolta. Alla vendita di alcuni beni incamerati
dalla Cassa Sacra, seguì la legge sull'eversione della feudalità,
quindi il fallimento delle quotizzazioni dei demani. A tutto questo
si aggiunse la soppressione nel 1818 del vescovado di Isola, i cui
beni vennero aggregati alla mensa vescovile di Crotone.
Il dominio dei Barracco
La nuova situazione permetterà ad Alfonso Barracco, e poi al
figlio Luigi, di ingrandire enormemente la proprietà e di divenire
il padrone incontrastato non solo di Isola, che in questi anni
allargò il suo territorio comunale aggregando anche il villaggio di
Le Castella, ma anche di gran parte del “Marchesato”.
Iniziava così la formazione del latifondo. Oltre al feudo di Isola i
Baracco riescono, in pochi decenni, ad accumulare i feudi di
Cerenzia dei Giannuzzi Savelli e di Caccuri dei Ceva Grimaldi, il
feudo di Cutro e Le Castella dei Filomarino (1817) e la baronia di
Tacina e Massanova dei Doria (1834).
A questi ultimi feudi ricadenti in territorio di Isola, o nelle
vicinanze, verranno aggiunte la grancia di Sant'Anna acquistata dai
De Nobili (1840), la difesa di Campolongo ed il fondo San Leonardo
dai Vercillo.
I Barracco inoltre rastrellarono anche i piccoli appezzamenti dei
quotisti, provenienti dalla ripartizione dei demani del Decennio
francese (Ritani, Cuture ecc), quando vennero assegnati al comune di
Isola vastissimi territori perché fossero ripartiti tra i cittadini,
e piccoli fondi di proprietari del luogo (Trapasso, Aspro e Bruno)
(Nel 1837 i Baracco si impossessano degli oliveti di San Giovanni e
Colosimo dei Trapasso).
Essi riuscirono così ad avere il controllo totale sulla vita
economica, amministrativa ed anche religiosa di Isola. Oltre ad
essere proprietari del vasto patrimonio terriero, gestirono le terre
accatastate al comune e quelle ecclesiastiche dell'ex vescovo di
Isola, del vescovo di Crotone e delle abbazie (Nel 1819 Luigi
Barracco tra le altre terre aveva in fitto Ritani, il corso di Santa
Barbara, San Pietro, il palazzo vescovile ed il diritto di esigere
la decima sulle biade che si seminano a Buggiafaro).
Questa concentrazione delle terre in mano ad un unico proprietario
se nella prima fase dell'accumulazione porterà ad una certa
rinascita della città (costruzione del palazzo, già esistente nel
1837, nuova apertura di alcune chiese, economia di corte legata ai
bisogni della famiglia del latifondista, formazione di nuove
professionalità per la gestione del latifondo: bovari, massari,
guardiani, magazzinieri, ortolani, condottieri, sovrastanti, fattori
ecc.) determinerà una generale dipendenza ed impoverimento della
popolazione privata del possesso dei mezzi di produzione della terra
e dei diritti universali e soggetta al monopolio politico ed
economico baronale.
Ai Barracco appartenevano i due grandi trappeti di Tripani e della
Pidocchiella ed i sette mulini di Sant'Anna, Zagorà, Ilice,
Ilicicchio, Corazziti, del Ponte e Porcariti; a questi nel 1837 si
aggiunse il grande e moderno concio di San Pietro, dove lavorava un
centinaio di persone al comando di un caporale e dove fu introdotta
nel 1865 una potente macchina a vapore per aumentare e migliorare la
produzione.
Contribuì inoltre all’impoverimento della popolazione il terremoto,
che colpirà Isola l'otto marzo 1832, distruggendo circa il 20 %
dell'abitato e causando gravi danni al rimanente. A causa del sisma
tra i palazzi allora esistenti (Er. Domenico Valeo, Er. Antonio
Calimera, Leonardo Castelliti, Francesco Viola, Giuseppe Lattari,
Michele Bruno, Antonio Cinnere, Er. Antonio d'Ippolito, Salvatore
Senzano, arciprete Oliverio, Er. Giuseppe Megna, dei Calvo, dei
Nardo ecc) caddero quello dei Valeo, dei Viola, dei Megna, di Calvo,
di Nessi , di Senzano ecc.
(Isola allora aveva una sola parrocchia nella chiesa collegiale, due
congregazioni laicali: dell'Addolorata e del SS. mo Sacramento,
alcune chiese nel Borgo: SS. Annunziata, S. Domenica, del
Purgatorio, S. Caterina V. e M. usata come camposanto, mentre nei
nuovi centri rurali rivitalizzati dal Baracco vi erano le chiese di
S. Pietro (distante tre miglia) e di Sant'Anna (distante 5 miglia).
Un oratorio particolare del marchese Berlingieri sorgeva a Forgiano
ed un'altra chiesa rurale, quella intitolata alla Madonna Greca, si
elevava a Capo Rizzuto ed era meta di una processione che ogni tre
anni, nel lunedì dopo la prima domenica di maggio, partiva dalla
chiesa collegiale portando l'immagine della Cona Greca, protettrice
di Isola, uscendo la mattina e ritirandosi la sera).
A causa dei danni causati dal terremoto del 1832 e poi per il
trasferimento dei Barracco a Napoli la decadenza della città si farà
sempre più evidente.
Il latifondo Barracco con epicentro tra Isola e Cutro, ma che si
sviluppava in maniera continua tra la marina e la Sila, poggiava la
sua forza sui "provvisionati", cioè lavoratori stabili e garantiti
da uno stipendio alle dipendenze dirette dei Barracco, che
costituivano gli uomini di fiducia e la struttura portante
dell’azienda (amministratori, sorveglianti, domestici ecc.). A
questi erano associati tutti coloro che erano legati alla famiglia
Barracco da rapporti economici e societari (pastori, mandriani,
massari, piccoli proprietari, preti ecc.), i quali, quasi sempre
stagionalmente, dovevano rinnovare il loro rapporto di lavoro, o di
incarico, con il latifondista.
Al vertice vi era la famiglia Barracco, poi in ordine gerarchico
l'amministratore generale (con sede prima a Crotone e poi a Isola)
seguivano i fattori, i magazzinieri ecc. quindi i sovrastanti che
formavano e dirigevano le squadre dei braccianti, questi ultimi
forza lavoro saltuaria che veniva immessa nel latifondo a secondo
del ciclo agrario .
Alla precarietà bracciantile si associava quella femminile. Relegate
per lo più in casa, le donne tessevano umili indumenti di cotone o
lana rustica ma anche di lino e ginestra.
A volte contribuivano al magro bilancio familiare con l'allevamento
del baco da seta o con piccoli lavori campestri (vendemmia).
Non si può quindi descrivere la società isolana durante l'Ottocento
ed anche per buona parte del Novecento senza tenere conto
dell'influenza che vi esercitò e dei segni lasciati dalla famiglia
Barracco, da alcuni stimata la più ricca del regno.
Soprattutto la gestione e l'uso privato della violenza getterà ombre
sinistre sul futuro della comunità isolana, perché come dirà il
poeta Gaetano Rodio: “Crudele tirannia, che su gli spaldi/ De'
diruti castelli, in vecchi covi/ Ancor ti annidi, e provochi i
ribaldi,/ Tu non moristi. No, da' merli piovi/ Sangue, e nel sangue
vuoi, che ognun stramazzi,/ Come in macello scorticati bovi./ Se
l'era medioval sparì, svolazzi/ Tu ancor fra le ruine de' castelli,/
Risorgi qual fenice, e fai rombazzi”.
Potere quindi economico e politico ma anche violenza organizzata, in
quanto un piccolo esercito privato, ben armato, di armigeri,
guardiani e custodi vigilava la famiglia latifondista, sorvegliava
la campagna ed reprimeva ogni tentativo di ribellione. Così
nonostante le molte usurpazioni "su nessuna quantità di terreno
pendono contestazioni, perché nessuno osò mai far lite ai due grandi
latifondisti, che possiedono immense estensioni di terreno (Barracco
e Berlingieri)".
Si può dire che a Isola tutto, anche l’aria, era del Barracco; dai
preti ai rappresentanti dello stato e dell’amministrazione comunale,
tutti infatti erano al servizio e risultavano sui libri paga del
latifondista.
Tuttavia non mancarono isolati tentativi di ribellione.
Così nel 1848, "quando l'idea terribile del comunismo avea travolto
le menti", furono rubate alcune forme di formaggio ed un giovane
calzolaio, che aveva in odio la proprietà, fu accusato di aver
tentato di incendiare un bosco del barone. Il tentativo, fallito per
il pronto intervento dei guardiani, fu il pretesto per la vendetta
del barone contro il ogni forma di ribellione ed il comunista
calzolaio pagò la sua malsana fede con otto anni di ferri.
Così nell'inverno 1872 quando, spinti dalla fame, gli abitanti
invasero il bosco del Suverito e vi uccisero i daini. Il Barracco,
che aveva ripopolato il luogo trasformandolo in riserva personale,
dove amava cacciare assieme ai suoi illustri ospiti, fu spietato
nella vendetta, privando per molti anni il pascolo agli abitanti.
Il Plebiscito del 21/10/1860 sanzionò l'Unificazione. A Isola tutti
i votanti (382) si espressero per il SI.
L'anno dopo il barone Giovanni Barracco veniva eletto nel collegio
di Crotone (Isola nel riordino istitutivo dei comuni e circondari
del 4/5/1811 era stata posta nella giurisdizione di Crotone e le era
stata attribuita la frazione di Castella).
(Il barone Giovanni Barracco verrà eletto più volte nel collegio di
Crotone scontrandosi più volte prima col democratico Gaetano
Cosentino - il quale riuscirà ad avere la meglio sul barone nel
1867, nel 1870 e nel 1876- e poi sconfiggendo dopo una contestazione
nelle elezioni politiche del 1880 Raffaele Lucente.)
Due anni dopo, Isola con decreto del 22/1/1863, assumeva l'attuale
denominazione.
Dopo una fase espansiva della cerealicoltura, negli anni Ottanta
arrivò la crisi per il crollo dei prezzi causato dalla massiccia
immissione nei mercati europei del grano americano.
Seguì dapprima il fallimento dei piccoli proprietari, il calo dei
salari, l'aumento della disoccupazione e l'emigrazione. La
situazione sociale che venne a crearsi è chiaramente tratteggiata
dal Rodio: “Disparità terribile/ Pochi, ben pochi come in brago i
ciacchi/ Diguazzano in dovizie,/ E molti e molti logori ne' tacchi,/
E pertugiati a' panni/ Passan com'ombre, che dileguan gli anni”.
Poi la crisi colpì i grandi latifondisti del Marchesato che
reagirono, sia diminuendo i salari e sfruttando di più i contadini
sia abbandonando le terre marginali e tentando di riconvertire le
altre a vigneto, agrumeto e oliveto.
Il tentativo si scontrò tuttavia con la concorrenza internazionale,
che inviava sui mercati prodotti migliori a prezzi più bassi e col
mutamento dei gusti.
Alla fine dell'Ottocento l'azienda Barracco era ormai declinata:
l'unico concio di liquirizia, quello di San Pietro, anche se
rinnovato nelle macchine, produceva a metà e numerosi trappeti erano
stati abbandonati.
Il venir meno del potere economico dei Barracco non intaccò la
proprietà della terra, che rimase nelle solite mani.
Si dissolse, invece, la struttura produttiva e coercitiva, che aveva
creato il consenso attorno al latifondista ed aveva protetto i suoi
beni. La diminuzione degli stipendiati e di tutti quelli, che in una
maniera o nell’altra, erano al soldo del barone e l'aumento dei
disoccupati cominciò ad incrinare la pace sociale e a rompere la
lunga tregua nel latifondo.
I braccianti, sempre più sospinti verso una vita precaria, avevano
ormai la forza per rivendicare ed invadere le terre in gran parte
incolte.
Dalle lotte contadine alla riforma agraria
Alla fine dell’Ottocento il latifondo, cioè quel sistema
economico che traeva la sua forza da quell’insieme di terre che dal
piano si estendeva alla Sila, era detenuto ancora da pochissimi
grandi proprietari. Essi possedevano le terre, le mandrie, i semi ed
i capitali. Avevano quindi il totale controllo sul credito, sul
mercato locale e sull’antico circuito economico, basato
sull’alternanza sugli stessi terreni del pascolo e della semina, che
condizionava e legava la vita degli abitanti. Anche se alcuni,
specie i Barracco, avevano cercato di modernizzare le campagne,
costruendo degli opifici ( conci, pastifici) per rendere
commerciabili alcuni prodotti (liquirizia, formaggio, grano), il
sistema economico latifondistico era ormai giunto al tramonto. Nel
collegio di Crotone, nella primavera del 1897, il candidato
socialista Carlo Turano, anche se sarà sconfitto dall'agrario
Alfonso Lucifero, partecipava alla campagna elettorale con le parole
d'ordine dell'esproprio delle terre incolte, dei patti agrari
regolati per legge e del credito agrario.
Le idee socialiste cominciarono a penetrare tra i braccianti,
soprattutto per l'attiva propaganda del
catanzarese Enrico Mastracchi (consigliere provinciale di Crotone
nel 1914, sindaco di Crotone nel 1920 e deputato nel 1921), il quale
contribuì alla fondazione della Camera del lavoro circondariale di
Crotone (febbraio 1914) e nel maggio 1914 organizzò la prima grande
manifestazione contadina, rivendicando patti agrari migliori.
Durante le elezioni di quell'anno, nonostante le pressioni dei
latifondisti per far disertare dai braccianti il comizio, il
Mastracchi parlò ad Isola Capo Rizzuto "a numerosi presenti,
destando schietto entusiasmo... Dopo il discorso l'uditorio
improvvisò una dimostrazione al grido di viva Mastracchi viva il
socialismo!".
Già prima dell'entrata in guerra era operante una sezione socialista
con 10 tesserati. L'azione della lega assumerà importanza durante le
manifestazioni contro il caroviveri e per la rivendica delle terre,
che un po' ovunque si svolsero alla fine della guerra.
Nei primi giorni del luglio 1919, poiché il calmiere dei prezzi,
concordato tra commercianti e rappresentanti municipali, non teneva
in alcun conto le esigenze della popolazione, la lega organizzò una
grande manifestazione.
I braccianti, esasperati, invasero il municipio e disarmarono in
malo modo la forza pubblica.
Seguirono numerosi arresti. Poco dopo si apriva la stagione delle
grandi lotte per la terra. Esse si prolungheranno fino alla nascita
dello stato autoritario fascista, per poi riprendere nel secondo
dopoguerra.
Con la caduta del regime fascista e l'avanzare delle truppe alleate,
nell'autunno 1944, ripresero nel Marchesato le lotte contadine.
Avere terra da seminare per sfamarsi, questo fu il motivo che spinse
la popolazione ad assalire il latifondo. L'immensa proprietà era in
mano a pochi terrieri (14 proprietari da soli possedevano quasi la
metà di tutte le terre) ed era rimasta intatta durante il
“ventennio”, per il reciproco sostegno e consenso tra agrari e
fascismo.
Riprendevano vigore anche le antiche rivendicazioni, soprattutto
quelle che avevano origine dagli atti di incompiuta divisione
demaniale delle terre del 1811. L’accertamento della verità era
stata di continuo, per più di un secolo, contrastata dagli
usurpatori, che avevano fatto leva sul fatto che spesso dai
documenti non si rilevava con precisione e certezza, quale parte dei
terreni era spettata al comune, quale ai coloni e quale ai
proprietari. Né tanto meno si poteva conoscere e distinguere, quali
degli attuali possessori fossero legittimi, perché aventi causa
dagli antichi coloni, e quali invece erano quelli che avevano
usurpato le terre, che non erano state ripartite ai coloni. Molti
coloni poi erano risultati fittizi e prestanome dei proprietari.
Inoltre da alcuni atti risultava che le terre ripartite tra i
quotisti, non erano state tutte quelle, che sarebbero a loro
spettate. Alcuni quotisti avevano dichiarato, di non essere mai
entrati in possesso delle quote, perché esse erano rimaste ai vecchi
proprietari o accatastate al comune. Altri, che le avevano ricevute,
le avevano subito svendute o ipotecate, per le minacce subite dai
proprietari, cioè prima dei dieci anni previsti dalla legge.
Il movimento bracciantile raggiunse un certo successo con la "legge
Gullo" (DLL 19/10/1944 n.279), che concedeva terre incolte e mal
coltivate a contadini associati in cooperative, previo l'assenso di
una commissione istituita presso la prefettura di Catanzaro.
Nel novembre 1944 furono così concessi ai contadini di Isola Capo
Rizzuto alcuni terreni appartenenti ai Berlingieri, Galluccio e
Barracco.
Comunque le terre erano poche e marginali e continuarono le
occupazioni (Forgiano e Salica).
Nel Referendum del 2 giugno 1946 e nell'elezione dell'Assemblea
Costituente gli Isolitani si espressero chiaramente per una
Repubblica (54%) democratica (Udn 45% contro Bnl 33%).
La nuova situazione politica e le tristi condizioni, semplificate
dal binomio fame e malaria (quest'ultima debellata solamente nel
1947), favorirono moti di liberazione.
Organizzate dalla Federterra e dal Partito Comunista, ripresero
nell'autunno 1946 le occupazioni un po' in tutti i comuni del
Crotonese ed anche con la fine del governo di Unità Nazionale
(maggio 1947) e la sconfitta elettorale del Fronte Popolare (18
aprile 1948) non venne meno il movimento contadino, ma si scontrò
con la violenza dei terrieri, ormai sorretti apertamente
dall'apparato repressivo statale.
A Isola Capo Rizzuto, come anche negli altri comuni vicini, il
Fronte Popolare aveva riportato una grande vittoria (Fdp 55% contro
DC 38%) e le occupazioni continuarono soprattutto nelle grandi
proprietà dei Berlingieri e Barracco.
Alla fine di ottobre 1949, mentre erano in atto occupazioni a Isola,
Cutro, Papanice ed in altri comuni, la situazione precipitò.
Il 29 ottobre a Fragalà, un fondo dei Berlingieri in agro di
Melissa, la polizia sparò sui contadini, uccidendone tre e ferendone
molti.
L'eccidio di Fragalà rese evidente, anche alle forze politiche
moderate, l'esigenza di avviare la riforma agraria.
Le leggi "Sila" del 12.5.1950, n.230 e "stralcio" del 21.10.1950,
affidarono alla Opera Valorizzazione Sila, un ente preesistente,
creato con legge 31.12.1947, n. 1629, "il compito di provvedere alla
ridistribuzione delle proprietà terriere ed alla sua conseguente
trasformazione con lo scopo di ricavare i terreni da concedersi in
proprietà ai contadini".
Alla fine dell'anno dopo si erano già espropriate, come previsto
dalla legge, le proprietà fondiarie superiori a 300 ettari e si dava
l'avvio ad opere di riforma agraria e di bonifica.
Il 7 ottobre 1951 il ministro Amintore Fanfani sulla piazza di Isola
Capo Rizzuto poteva iniziare la consegna dei certificati di
proprietà, che riguardavano 25.993 ettari e 4900 contadini
calabresi.
Fallimento della riforma e nuove forme economiche
L'insufficienza della terra espropriata (infatti non fu toccata
la media proprietà, compresa tra i 300 ed i 50 ettari, come
richiesto dalle forze di sinistra) ed i molti braccianti da
soddisfare determinarono l'esiguità delle "quote". Parecchi
contadini rimasero esclusi.
Peggiorò la situazione. La politica economica governativa, favorendo
la Confindustria, contribuì all'abbandono delle campagne, penalizzò
l'agricoltura meridionale ed aprì la via ad un drammatico esodo.
La O.V.S. all’inizio aveva svolto un ruolo positivo. Ponendo fine al
latifondo, aveva risanato e trasformato ampie zone. Assieme alla
Cassa del Mezzogiorno aveva creato occasioni di lavoro, avviato la
sperimentazione agraria e fornito assistenza tecnica. Con la
costruzione di numerose opere pubbliche aveva dato un forte impulso
al rinnovamento dell'agricoltura e creato nuova occupazione. In
seguito divenne un grande "carrozzone" ed un centro di corruzione
politica e di clientela, utilizzato in maniera spregiudicata dal
partito dominante per raccogliere i consensi elettorali.
A Isola Capo Rizzuto furono dapprima distribuite ben 1069 quote per
7620 ettari (alla fine dell'operazione gli assegnatari saranno circa
1300 per un totale di 8234 ettari), costruite numerose case
coloniche, strade interpoderali, i borghi rurali di Sant'Anna,
Sovereto, Stumio e Campolongo.
I terreni espropriati, costituiti per la maggior parte da seminativi
e pascoli (92%), da un po' di bosco (7%), da un uliveto e da alcuni
fabbricati rurali, appartenevano a Barracco (Alfonso e Roberto),
Berlingieri (Francesco, Giulio e Irene), Gaetani (Bonifacio, Enrico
e Luigi) e Galluccio Giuseppina.
L’esproprio colpì soprattutto la ditta Barracco Alfonso, che fornì i
due terzi dei suoli.
All'esiguità delle terre, assegnate alle singole famiglie contadine,
si accompagnò la mancanza di capitali e di infrastrutture; inoltre i
terreni, tolti al bosco e all'incolto, che nelle prime annate
avevano dato rese alte ora man mano, che il tempo passava,
degradavano ed avevano bisogno di più concimi, per dare rese
mediocri.
Diventava quindi evidente l'urgenza di creare un assetto
territoriale più equilibrato. Isola Capo Rizzuto, che all'inizio del
secolo conservava ancora vaste tenute boschive (Ventarola, Bosco,
Marinella, Soverito, Ritani ecc), che si estendevano per oltre 2000
ettari con cacciagione di ogni sorta, riserve private dei baroni
Barracco e Berlingieri, si trovava ora in possesso di un'area
boschiva, che non arrivava a 50 ettari. La minore in percentuale di
tutti i comuni del Marchesato. Quasi tutto il suo territorio, che
nel passato era un grande bosco, era ora a seminativo arido.
Solo una agricoltura, rinnovata nelle scelte colturali e capace di
un nuovo rapporto con il territorio, poteva alimentare una moderna
industria di trasformazione che avrebbe permesso la
commercializzazione dei prodotti agricoli nei mercati del nord. Solo
così si potevano creare profitti e nuove occasioni di occupazione
all'origine. A questo nuovo modo di produzione nelle campagne si
doveva affiancare la nascente industria turistica.
Il fallimento della riforma agraria, la conseguente emigrazione e
l'azione dei nuovi centri di potere determinarono nelle elezioni del
28 aprile 1963 il sorpasso della Democrazia Cristiana sui partiti
della sinistra e la nascita di una amministrazione capeggiata da un
grande proprietario, il conte Gaetani.
Questa fase si prolungò fino all'autunno 1967, quando il sindaco fu
costretto alle dimissioni dalla protesta popolare: i contadini, che
avevano invaso il fondo demaniale "Fratte", in parte usurpato,
avevano rivendicato alcune terre del sindaco e nella sera del 6
novembre avevano inchiodato il portone comunale.
Il moto popolare dell'ottobre 1967, oltre a far uscire di scena la
giunta democristiana, mostrava all'opinione pubblica nazionale
l'esistenza di realtà al limite della civiltà. Ad Isola Capo Rizzuto
mancavano ancora l’acqua potabile, le fognature, strade e scuole
decenti ed addirittura di cimitero.
Venne in evidenza anche l'esistenza di una proprietà fondiaria,
passata indenne attraverso la riforma, in mano ad alcuni
privilegiati, che si era rafforzata, attingendo a piene mani e
dirottando in suo favore i flussi del denaro pubblico. Ciò era
potuto avvenire, utilizzando i canali clientelari del potere
politico. Moltissime famiglie, invece, erano ridotte alla fame,
perché la loro terra non produceva un reddito sufficiente ed erano
soggette al continuo ricatto delle integrazioni.
La nuova amministrazione popolare si pose come scopo primario quello
di reperire altra terra, di creare un vasto sistema di irrigazione,
di procedere alla valorizzazione delle risorse naturali (coste e
spiagge in primo luogo) e di vigilare e lottare contro le
speculazioni, portate avanti da accaparratori locali, che avevano
alle spalle i grandi gruppi finanziari, che cominciavano a penetrare
il territorio, impossessandosi delle parti migliori e gestendole in
maniera privatistica, avulsa da ogni ricaduta economica sulla
popolazione.
Il 26 luglio 1969 veniva convocata a Isola Capo Rizzuto, soprattutto
per iniziativa del senatore locale Pasquale Poerio, una conferenza
agraria per sollecitare l'avvio del piano irriguo Neto - Tacina,
nodo strategico per la trasformazione da asciutta in irrigua della
agricoltura dell'altopiano.
Per la realizzazione dell'opera erano richiesti ingenti
finanziamenti. Si trattava infatti di creare delle opere pubbliche
infrastrutturali, sia al piano che a monte (invasi, canalizzazioni,
adduttori ecc.), tali da permettere l'irrigazione di circa 50 mila
ettari.
Questo avrebbe permesso l'introduzione di nuove colture, che
trasformate e commercializzate, avrebbero alimentato lo sviluppo
industriale e turistico.
Sempre in questo periodo, per venire incontro alla esigenza di nuove
terre, l'OVS acquistò dagli Eredi Barracco "la Pidocchiella" ed il
"Concio".
Si trattava di circa 330 ettari parte olivetati (200 ettari) e parte
a seminativo semplice.
Il tutto rimase però in gestione all'OVS, essendo subito sorti aspri
contrasti (che si prolungheranno per anni) tra coloro che volevano
assegnarli ad alcuni quotisti (OVS), altri volevano affidarli ad una
cooperativa ed altri ancora darli a contadini giovani e sposati
senza terra.
Procedeva la valorizzazione delle risorse culturali con
l'approvazione del progetto di difesa dal mare del castello di Le
Castella (1971), la costruzione di scuole materne e medie (1973) e
iniziavano le opere del piano irriguo (invaso lago di S. Anna e
prima "trance" di 1500 ettari di terreno da irrigare).
Frattanto il consiglio comunale con delibera n.10 del 18.3.1972
aveva approvato i "Piani di zona", ponendo le premesse per
assicurare, mediante l'esproprio, suoli edificatori a basso costo
per rendere accessibile ai lavoratori la costruzione di alloggi.
A questo intervento seguì la presentazione del "Programma di
fabbricazione" e della "167" (approvato dalla Regione dopo quattro
anni di attesa), che tracciando lo sviluppo urbanistico e
permettendo l'esproprio di circa 150.000 mq. di terreno allo
Spartitore e a Le Castella per case di lavoratori, scuole, verde
ecc., cominciò ad intaccare gli interessi di alcuni proprietari.
Quest’ultimi tentarono di vendere i terreni vincolati ed agirono su
alcuni consiglieri, per far cadere l'amministrazione, già in
difficoltà per l'aumento della disoccupazione, il peggioramento
delle condizioni della popolazione, la criminalità e l'illegalità.
Così mentre l'amministrazione popolare riusciva ad "ottenere
finanziamenti per le reti idriche e fognanti, la scuola materna, la
scuola di Madonna degli Angeli, il mattatoio, le strade interne,
l'ufficio postale e cercava di applicare la legge 167 per realizzare
opere di urbanizzazione e servizi pubblici espropriando la zona
"Spartitore" dove dovranno essere costruite dallo Istituto Autonomo
Case Popolari le case dei lavoratori ed il complesso edilizio della
cooperativa "Unità", vi è chi "con manovre palesi ed occulte,
attraverso minacce, ricatti e ricorsi, cerca di fermare la rinascita
di Isola e Le Castella".
L'amministrazione popolare, condizionata e soggetta a continue
verifiche di programma con dimissioni di sindaci, durerà fino al
1979, anno in cui il PSI abbandonando il PCI si associò alla DC.
Si apriva ad Isola Capo Rizzuto una lunga fase di instabilità
politica e sociale. La ricerca di catturare il consenso elettorale
andò a discapito della legalità e della vita civile.

