[Paesaggi crotonesi: Gli orti ed i pozzi fuori e vicino alle mura della città]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 13-15/2006)
Oltre ai numerosi orti e orticelli con pozzi dei
palazzi e dei palazzotti cittadini, un’estesa area ortiva, composta
da non molti, ma estesi, fondi di proprietà ecclesiastico/nobiliari,
avvolgeva come un’aureola quasi a semicerchio la città. Oggi gran
parte di questi orti è scomparsa; l’abitato uscendo dalle mura ne ha
occupato con i suoi palazzi il suolo. Rimangono ancora alcuni
toponimi ad indicare i luoghi ed i termini e le loro forme
delimitano le vie e racchiudono i quartieri.
La cura e la custodia, unite al bisogno di avere a disposizione
sempre l’acqua per annaffiare gli ortaggi, avevano dato forma fin
dal Medioevo a tre distinte superfici ortive esterne all’abitato di
Crotone. Esse erano situate attorno e vicino alle mura, a volte non
contigue, lungo le tre vie principali che, uscendo dagli assi
ortogonali della città, come le punte di un tridente collegavano
l’abitato di Crotone al territorio ed alle città vicine. Una via
dalla marina della Osservanza si dirigeva verso Capo delle Colonne,
salendo la collina di Santa Maria della Scala, un’altra per Spataro
e Carrara andava verso Isola e Cutro, la terza passava il fiume
Esaro presso la foce e portava al Neto.
Una superficie ortiva dalla marina, vicino alla medievale porta di
Milino, si allargava per l’Osservanza, il Carmine e Santa Maria
delle Grazie. Un’altra da appena fuori la porta principale e dalla
località Spataro si estendeva fino a San Francesco Vecchio ed alla
Campitella. La terza, la più estesa, si prolungava lungo la strada
detta dei Cappuccini. Sulle vie di accesso alla città furono
costruiti in età medievale i primi conventi con i loro orti: quello
dei francescani, quello dei minimi di S. Francesco di Paola e quello
dei domenicani. Questi conventi erano situati non lontano dalle mura
ma ognuno su una via diversa.
La nuova città
La costruzione delle nuove fortificazioni cinquecentesche e gli
accorgimenti adottati per un maggior controllo e sicurezza
dell’abitato di fatto obbligarono gli abitanti ad entrare ed uscire
dalla città verso la campagna per la sola nuova porta di “Terra”.
Furono abolite altre porte tra le quali quella di Milino, rimase
solo la porta della marina, detta anche della Pescheria, che dava
sul mare come porta di soccorso. La nuova organizzazione urbana e lo
sviluppo mercantile con la costruzione dei magazzini granari fuori e
davanti alle mura, faranno lievitare il valore dei suoli davanti
alla porta principale.
Orti e pozzi fuori le mura
Dal “Manuale seu giornale”, dove sono annotate tutte le spese
per la “Regia frabbica dela citta et castello de Cotroni” al tempo
di Carlo V, possiamo farci un’idea dei numerosi pozzi ed orti, che
c’erano davanti alle mura della città, soprattutto nel luogo dove
verrà costruito il nuovo spontone detto “Marchese”.
“12 7bre 1546. Ad Santto de Juliano de Strongolo et Modesto
Lappanisi de Cotroni per havers(en)o fatigato cinque jorni per uno
ad terar lacqua delo puzo de lorto de petro puglisi et mandato ditta
aq(u)a per sayetti alli minatori de calce che minano la calce allo
spontoni detto marchese se haveno pagati ad r(agio)ne de gr(ana) 11
per uno lo jorno D. 1. 0. 10” (f. 172)
“26 7bre 1546. Li sotto scritti haveno fatigato in terar laq(u)a
delo puzo de pet(ro) puglisi per la restante calce/ adannettar lo
zocculo dela cortina delo spontoni detto marchese/ ad cavar seu
annettar uno puzo dentro lo fosso, puzo vechio antiquo per servire
delaqua” ( f. 176).
“P(rim)o Jan(ua)rii 1547. Ad tirar lacq(ua) con le cate del puczo
delorto de S(an)to Nicola et quella mandano per sayette alla calce
se refrisca per lo spontone detto marchese. Gesonno de Casubono.
Joanne Tosto. Sylverio Buttuto” ( f. 248) ( Dip. Som. Fs. 197, f.lo
2, ASN).
Orti e giardini appartenevano ai nobili e agli ecclesiastici. Essi
svolgevano la funzione di rifornire di ortaggi freschi e di frutta
le comunità claustrali e conventuali e le casate degli
aristocratici. Erano chiusi e recintati in maniera ortogonale da
muri e siepi e, non essendoci corsi d’acqua perenni, la attingevano
dalle falde acquifere tramite dei pozzi. Di solito gli ecclesiastici
li davano in fitto a ortolani mentre i nobili li facevano coltivare
da personale al loro servizio. L’affitto durava tre anni continui a
partire dalla metà di agosto. Il canone annuo era stabilito “
secondo l’uso nell’affitti dell’orti e giardini” in tre rate: il
primo pagamento del primo terzo a Natale, il secondo a Pasqua ed il
terzo al 15 di agosto. Qualche volta però il proprietario dell’orto,
per cautelarsi, anticipava il primo pagamento del primo terzo
all’inizio dell’anno di fitto, cioè al 15 agosto. Raramente troviamo
il canone in due rate: metà a Natale e metà nel luglio successivo.
Al momento della concessione si faceva l’apprezzo dell’orto, cioè si
valutavano “la foglia piantata e frutta”, alle quali si aggiungeva
anche la vendita di animali ( muli, asini ecc.), utili per l’uso
della sena. L’importo era di solito pagato a parte in due rate: la
prima al 15 febbraio e la seconda al 15 agosto. Tra i patti e
condizioni dell’affitto vi era che “tutti gli alberi come siano
d’olive, ed altri il frutto de’ quali andar debba in beneficio” del
proprietario, mentre l’affittuario, a volte due ortolani costituiti
in società, si obbligava a “ben custodire il frutto degli alberi
sudetti”. Il proprietario si riservava una parte dell’orto, che
faceva coltivare da un ortolano di sua fiducia ed andava in suo
beneficio “ed in di lui arbitrio il frutto che produrrà il
medesimo”. Se vi erano degli edifici nell’orto parte di essi, quasi
sempre un basso ed una stalla, erano compresi nell’affitto,
rimanendo il rimanente in uso al proprietario. Al termine
dell’affitto gli affittuari: “Siano tenuti, ed obligati detti
costituti in solidum di lasciare nell’ultimo anno dell’affitto
predetto in detto ( orto) docati sette di foglia piantata e frutta,
che trovarono l’istessi costituti in solidum in tempo che entrarono
nell’affitto così apprezzati, e pure concordemente convenuto tra
esse parti. Restano convenuti, e obligati detti costituti in solidum
nel tempo usciranno dall’affitto di detto (orto) non possono
lasciare altro di foglia, e frutta, oltre li sudetti ducati sette,
che restar debbiano per dote del suddetto (orto), che ducati venti
tre, e non più. Di più che tutti gl’acconci della sena di tre
carlini a basso siano tenuti, ed obligati farli de proprio; il
dippiù però sia tenuto, ed obligato farlo ( il proprietario), il
quale deve anche fare tre catusi l’anno e li fossi del circuito di
detto (orto). Ma altre volte troviamo che l’affittuario doveva “fare
tutti gli accomodi a sue spese”. E finalmente siano tenuti, come con
questo si obligano detti costituti in solidum fare ogn’anno
coll’intelligenza di detto ( proprietario) due giornate di alberi,
ed in mancanza di queste , devono fare ditte due giornate in elevare
il fosso del (orto)”. In questo caso oltre a quanto era stato
apprezzato il coltivato nell’orto al momento dell’entrata
nell’affitto, che costituiva la cosiddetta “dote dell’orto”, gli
affittuari al momento della cessazione dell’affitto potevano esigere
al massimo, da quanto lasciavano coltivato, altri ducati 23. Gli
affittuari si obbligavano inoltre a rispondere di tutti i danni ed
impegnavano i primi e migliori frutti dell’orto ed i loro beni,
mentre il proprietario prometteva di mantenerli nell’affitto per la
durata dei tre anni ( ANC. 1665, 1772, 2v-3). Gli ortolani di
Crotone costituivano un ceto cittadino povero ed abbastanza
numeroso. Essi non possedevano quasi nulla e coltivavano gli orti ed
i giardini dei possidenti. Il catasto del 1743 ne censisce 16 (
Abbate Antonio, Calabria Isidoro, Ciordo Francesco, Ciricò
Gioacchino, Codispoti Leonardo, Condariere Giosafat, Cosentino
Gaetano, Di Pace Francesco, Greco Giuseppe, Jannice Bonaventura,
Jorio Isidoro, Polizzella Antonino, Scandale Gaetano, Scoleri
Domenico, Siniscalco Domenico, Zetera Tomaso); 13 quello del 1793 .
Degli antichi orti davanti alle mura della città, come ricorda
Nicola Sculco, ancora alla fine dell’Ottocento rimaneva ancora
concreta e visibile testimonianza.
Gli orti del vescovo
Le platee della mensa vescovile di Crotone nella seconda metà
del Cinquecento c’indicano la presenza d’alcuni orti situati dalla
parte della porta maggiore e di altri dalla parte della porta detta
Milino. In una descrizione delle proprietà del vescovo di Crotone
dell’ottobre 1566 troviamo che il presule possedeva: “Fora la porta
dela città uno ortale detto Santo Nicola dentro dove nce sono dui
puzi”. Sempre fuori la porta principale v’era “uno altro ortale
nominato lorto del biviero dentro il quale nce sono certi celsi et
uno puzo”. Dalla parte di Milino il vescovo conservava “un altro
orto nominato milino dentro il quale nce sono due pedi de fico
confine lorto de San Giorgio nel lito del mar” ( Mensa Vescovale di
Cotrone, 1597, 14v)
Il vescovo di Crotone aveva quindi tre orti. Il più esteso era
l“hortale fora la porta de Cotrone ditto delo beveri arborato de
alcuni pedi de celsi con uno puzzo dentro”; seguiva quello vicino
detto “hortale ditto de S.to Nicola dove sono dui puzzi”; mentre il
terzo più piccolo si trovava dall’altra parte della città e fu
dapprima chiamato di “Milino”, ma in seguito mutò nome in “hortale
piccolo ditto dela fico iuxta lo lito del mare sotto le mura dela
terra”. Gli orti erano concessi in fitto per la durata di tre anni e
con pagamento sempre in denaro. Nelle annate 1569/1570, 1570/1571,
1571/1572 e 1572/1573 i due più estesi erano affittati entrambi a
Berardo Riganda, che s’impegnò a pagare per il primo ducati venti e
per il secondo ducati dieci in tre rate annue. L’orto più piccolo
era stato invece concesso a Nardo Bracona per carlini quindici, da
pagarsi ogni anno alla raccolta. ( Conto del M.co Giulio Cesare
Leone Deputato sopra l’intrate del Vescovato de Cutrone, 1570 et
1571, 1572 et 1573 Dip. Som. 315/9, ff. 3, 9, 46v- 47). La
costruzione delle nuove fortificazioni con il passare del tempo
valorizzò gli orti situati davanti all’unica porta rimasta per
l’accesso alla città, mentre quelli dalla parte opposta decaddero a
semplici vignali. Già nell’anno 1585/1586 l’orto del “Biveri”
risultava in affitto a Giovanne Siciliano, per lo stesso prezzo del
passato, cioè a ducati 20 annui, mentre l’orto di Santo Nicola,
detto anche l’ “orto dela sena”, che era più vicino alla città,
concesso a Berardino de Cariati, era aumentato da 10 a 15 ducati
annui. ( Intrate del reg.o vescovato de Cotrone esatte per me
scipione rotella nell’anno 1585 et 1586, ff. 1v, 32). Un secolo
dopo, al tempo di Marco Rama, il fitto dei due orti del vescovo
davanti alla porta era quasi duplicato, passando da ducati trenta a
ducati 50 annui. Anche se il prezzo poteva variare secondo le annate
ed i richiedenti, di solito dall’orto “con sena e puzzo loco detto
il Biviero”, confinante con le terre del Piano di Gesù Maria, il
vescovo ricavava ducati trenta annui e per l’orto detto “La sena”,
vicino via mediante all’orto appartenente al monastero di Santa
Chiara, ducati venti annui. Rimase invece quasi inalterato il fitto
dell’”orto della fico”, che da quindici carlini salì a venti.
Quest’ultimo, divenuto semplice “vignale”, non confinava più con un
altro orto ma con un altro vignale appartenente alla chiesa
parrocchiale di S. Margherita nella marina di Santa Catarina. ( Acta
cit., ff. 68v, 69r). La situazione non mutò negli anni seguenti. Dal
“Conto” dell’economo D. Giuseppe Gaudioso per gli anni 1711 e 1712
ricaviamo che l’orto “Il Beviero”, affittato a Gio. Francesco Le
Fosse, dava una rendita annua di ducati 20, l’orto detto “La Sena”,
concesso a Orazio Bruno, dava ducati 26 mentre il “pezzo di terra
detto S. Lonardo” , affittato a Onofrio Messina dava una rendita
annua di ducati 3 ( Conto del Rev. D. Giuseppe Gaudioso Reg. economo
della mensa vescovale della città di Cotrone, 1711 et 1712, ff. 2v,
7v, 8)
Alla metà del Settecento la mensa vescovile conservava i tre orti e
cioè “un vignale vicino al convento di S. Francesco di Paola di
t(omolat)e 22 inclusovi le terre ortalizie, seu orto di detto
vignale, vicino il pozzo detto dello Biviere”, una chiusura di terre
ortalizzate ed alborate con pozzo e sena loco detto li Furchi e
timpone della porta ed un vignale sotto le muraglie della città loco
detto Bellamena. Nelle “terre ortalizie del Beviere” furono in
quegli anni edificati numerosi magazzini ed il prezzo dei suoli
vicini alla città cominciarono a salire.( Catasto Onciario Cotrone,
1743, ff. 205 -206). Così nel dicembre 1759 è descritta la
costruzione dei magazzini nell’orto del Beviere : La mensa vescovile
possiede “un comprensorio di terre rase ed aratorie denominato
volgarmente il vignale di S. Francesco di Paola, sito nelle
vicinanze di questa città e propriamente vicino all’orto comunemente
detto dello Biviere e limitrofe e confine al territorio della
Pignera da una parte e dall’altra alla via publica, che si va al
convento de P(ad)ri de minimi del glorioso S. Francesco di Paola di
questa città alla punta del quale vi è un comprensorio di terre
vicino a d(ett)o Beviere ove vi esiste un orto ed alcuni alberi
fruttiferi appartenenti alla mensa vescovile quale comprensorio
tutto cossi dalla parte di detto orto che di publica strada va
circondato di fossi seu chiusura ed in esso da detta parte di detta
strada s'attrovano presentemente edificati il numero di dieceotto
magazini di già compliti in virtù di concessioni in enfiteusim
fattoli del solo terreno di d(ett)o vignale”.( ANC. 860, 1759,
480-487).
Con l’aumento del valore dei suoli aumentò l’affitto. Nonostante che
una parte dell’orto era stata occupata dai magazzini l’economo del
vescovo affittò nel 1780 l’orto del Beviere a Michele Macrì per
ducati 33 annui, l’orto della marina, situato appena fuori la porta
della città, a Michele Siniscalco per ducati 42 mentre il vignale
detto il Fico “ad ogn’uso” a Domenico Manco per ducati 5. ( Platea
Mensa Vescovale di Cotrone, 1780 e parte del 1781)
L’orto del monastero di S. Chiara
Alla fine del Seicento il monastero di S. Chiara di Crotone
possedeva un orto “con sena, pozzo e pila grande”, che confinava con
“il vallone delli mattoni”. L’orto era situato tra la porta della
città ed il torrente Pignataro, lungo la strada detta dei Cappuccini
tra l’orto della Sena e l’orto del Biviere. Il monastero lo dava in
fitto per annui ducati ventisette ( Acta , f. 127). Dal 1702 al 1704
lo coltivò Antonio Stricagnolo (Platea monastero S. Chiara, 1702 –
1704, ff. 6v-7r). Durante il Settecento il monastero mantenne la
proprietà dell’orto. L’affitto variò in maniera significativa ;
nelle cattive annate diminuì a ducati 24 annui del 1720 ( Anselmus
cit., f. 14) ed a circa 15 ducati nel 1743. Nel catasto del 1743 è
descritto dell’estensione di una tomolata ed un quarto e confinante
con i magazzini di Domenico Anello Farina e vicino alla località “li
Pignatari” ( Catasto Onciario Cotrone 1743, f. 143v). Dopo il
terremoto del 1783 il monastero fu sospeso ed i suoi beni furono
amministrati dalla Cassa Sacra. Nell’occasione è così descritto: “
Li Pignatari: orto fuori le porte della Città sudetta,
dell’estensione di tomolate due di terra atte a solo uso di
Giardino. Confina da tramontana colli magazini di Antonio Asturelli
di Cotrone, da occidente, e mezzogiorno colla via pubblica, e da
oriente col magazeno di D. Franc. Antonio Farina. Nel 1788 con
obligo stipolato per Not.r Vatrella fu affittato a Gaetano Anastasi
della città istessa per il corso di anni ventinove, e per l’estaglio
di annui D(ucati) vent’uno, pagabili in tre tande cioè a Natale,
Pasqua, ed Agosto” ( Lista di Carico, 1790, f. 9). Pochi anni dopo
l’orto, “col suo vignale seminante”, passò agli eredi di Gaetano
Nastasi ( 1795, f. 189v). In seguito ritornò al monastero. Situato
dietro i magazzini del mercante Farina e dell’estensione di una
tomolata ed un quarto, fu affittato con contratti della durata
triennale a partire dal 15 agosto. All’inizio dell’Ottocento il
canone annuale variava intorno ai 25 ducati, da pagarsi al
procuratore del monastero in tre rate e con la condizione che tutte
le spese di gestione andavano a carico del conduttore. Dal 15 agosto
1803 al 14 agosto 1806 fu affittato a Domenico di Siena e Giovanni
Apicella per ducati 26 annui, sempre per lo stesso prezzo e con le
stesse condizioni fu poi concesso ai figli di Giuseppe Cutrì, dal 15
agosto 1818 al 14 agosto 1821 lo coltivò Vincenzo Filippello per
ducati 25, dal 15 agosto1821 al 14 agosto 1830 lo tenne Fedele
Covello per ducati 25 annui, dal 15 agosto 1830 al 14 agosto 1833 fu
affittato a Domenico Arena.
L’orto di “Piscitello”
Il 9 giugno 1674 Gerolimo Sillano, padre di Aniballe, Clarice ed
Ippolita Sillano, dota le due figlie, che stanno prendendo il velo
nel monastero di Santa Chiara, e promette al figlio Aniballe “lorto
di Piscitello di innate le porti di questa città “ ( ANC. 333, 1674,
40 -41). Il 29 settembre 1685 Gerolimo Sillani, rispettando gli
accordi, donava al figlio, il chierico Annibale, “un orto fuori la
porta di questa Città in loco ditto Piscitello con il suo puzzo et
sena”. L’orto era gravato da numerosi censi annui: alla religione di
Malta doveva ducati 5, carlini 15 per un capitale di ducati 15 al
monastero soppresso del Carmine e carlini 4 al canonicato del fu
Gio. Tomaso Basoino. L’orto confinava con l’orto degli eredi di
Fabio Pipino, “vallone seccagno mediante le terre di S. fran(ces)co
vecchio” ( ANC. 333, 1685, 25v- 26). In seguito però l’orto
ritornava al donatore. Alla fine del Seicento l’orto, che era
situato davanti alla porta della città, apparteneva ancora a
Gerolimo Sillano e conservava i numerosi censi dovuti agli enti
ecclesiastici. Il seminario, che aveva assorbito le rendite del
soppresso convento del Carmine, esigeva annui carlini quindici
perpetui ( Acta, f. 131), il canonicato di S. Biagio un censo annui
carlini quattro (Acta, f. 143) e la cappella della Circoncisione un
censo di annui ducati nove per capitale di ducati cento ( Acta, f.
103v). Alla morte di Gerolimo Sillano l’orto passò alle figlie, le
monache clarisse Sillano, conservando i censi, anzi aumentandoli. Il
seminario esigeva un annuo censo di carlini 15 ( Anselmus, f. 17v),
il canonicato di S. Biagio un annuo censo di annui carlini quattro (
Anselmus f. 29), il beneficio di iuspatronato della Famiglia Syllano
intitolato alla Circoncisione oltre ad esigere il vecchio censo
annuo di ducati 9 per capitale ducati cento, godeva di un censo
annuo di carlini 28 per capitale di ducati 35 e di altri 16 carlini
annui. ( Anselmus, f. 38).
In seguito l’orto pervenne ad Isabella Berlingieri. Isabella
Berlingieri, figlia di Felice Berlingeri, educanda in Santa Chiara,
dimessa dal monastero con lettera della Sacra Congregazione dei
Vescovi e Regolari per imminente infermità ( Acta, 16v), aveva
sposato nel 1701 Francesco Antonio de Polito di Nicastro. Ereditò il
figlio Pietro D’ippolito. Nel 1743 egli risulta il proprietario
assieme alla madre di “una chiusa seu orto detto il Piscitello” di
tre tomolate, situato fuori le porte della città. La chiusa è
gravata ancora dai vecchi censi tra i quali quello dovuto al
seminario ( Catasto Cotrone, 1743, f. 276). Alla morte di Pietro
subentrò il fratello Felice, sempre figlio di Isabella Berlingieri e
di Francesco Antonio d’Ippolito, il quale nel 1795 “qual
amministratore dell’eredità del q.m D. Pietro suo fratello” possiede
“una chiusa seu orto di Piscitello di an(nua) r(endit)a D(oca)ti
24”. Sempre nello stesso Catasto troviamo che il beneficio della
Circoncisione della famiglia Sillano del beneficiato Giuseppe
Ippolito continuava ad esigere un annuo censo di ducati 13 e grana
40 sopra l’orto di Piscitello fuori le porte della città (Catasto di
Cotrone, 1795, ff. 63v, 173v).
L’orto della chiesa parrocchiale di Santa Veneranda
Alla fine del Seicento la chiesa parrocchiale possedeva un orto
fuori la porta della città in località “Favarato”, che confinava con
l’orto dell’arciprete della cattedrale. L’orto era affittato solo in
denaro per ducati quattro annui ( Acta , 1699, f. 117v). Pochi anni
dopo l’orto era in abbandono. Nel 1720 è “un pezzo di terra che
prima era orto vicino le porte della città luogo detto Favaro”.
Confinava ancora con un fondo dell’arciprete ma anche questo da orto
era divenuto “vignale”. Era ancora affittato solo in denaro ed il
suo canone annuo era aumentato a ducati cinque ( Anselmus, f. 32).
Nel catasto del 1743 la chiesa parrocchiale di Santa Veneranda ed
Anastasia conservava il “vignale per uso di orto confine Spataro”.
L’orto dell’arciprete
L’otto agosto 1674 Antonio Petrolillo, proprietario di una
gabella “in loco d(ett)o Spataro confine li magazeni di Spataro, la
vigna di fran(ces)co urso via publica et altri fini”, la ipoteca,
prendendo in prestito ducati 50 al 9% annuo dall’arciprete Gio.
Battista Venturi. ( ANC. 333, 1674, 58).
Alla fine del Seicento metà della gabella appartiene ancora ai
Petrolillo mentre l’arciprete è proprietario di un vignale nel luogo
detto Spataro, che affitta sempre in denaro per ducati quattro
annui. ( Acta, f. 137). La metà della gabella di Spataro
appartenente a Prudentia Petrollillo, figlia ed erede di Antonio,
nel dicembre 1715 fu messa all’asta per debiti ed aggiudicata per
ducati 450 al creditore Tomaso Capuano. Essa confinava via mediante
con la Carrara e con il vignale San Francesco Vecchio, ( ANC. 612,
1716, 20). L’arciprete della cattedrale di Crotone conservò la
proprietà del vignale per tutto il Settecento. Nel 1720 esso
confinava vallone mediante con il vignale del primicerio D. Domenico
Suriano e via mediante con l’orto dei Pipino poi di Teresa Suriano e
con il vignale di Diego Tronca. ( Anselmus , f. 24v). La gabella
appartenente ai Petrolillo fu portata in dote da Beatrice Greco,
figlia di Lucrezia Petrolillo e di Pietro Greco.
Nel 1760 infatti i coniugi Dionisio de Silva e Beatrice Greco
possiedono un territorio di terre rase ed aratorie denominato
Spataro fuori le porte della città nelle vicinanze della medesima
confinante alle terre dette la Carrara ed il vignale di Barzellona (
ANC. 860, 1760, 107 -111). Alcuni anni dopo, nel 1795, il barone D.
Francesco Antonio Lucifero di anni 40 come marito e amministratore
di D. Saveria Silva possiede un territorio detto Spataro confinante
con la Carrara ( Catasto 1795, f. 57v). e l’arcipreitato, quinta
dignità, posseduta da D. Antonino Morelli ha un vignale detto
Spataro ( 1795, f. 151).
L’orto del beneficio della Concezione
Il beneficio della Immacolata Concezione di iuspatronato delle
famiglie Vezza e Gallucci possedeva un orto fuori le porte della
città alla “marina detta de Capuccini confine il vallone delli
mattoni e l’orto di S. Chiara”. L’orto che si affittava sempre in
denaro, alla fine del Seicento dava una rendita annua di ducati
sette ( Acta, f. 151v). Nei primi decenni del Settecento l’orto per
la sua posizione cominciò ad aumentare di valore; dapprima aumentò
il canone (nel 1720 dava otto ducati all’anno), poi divenne suolo
edificatorio ( Anselmus, f. 42). Così è descritta la proprietà del
beneficio prima della costruzione dei magazzini “ con pozzo, sena
pila ed altro, ed attaccato al medesimo dalla parte della marina un
piccolo vignale sito loco detto li Furchi confine al vallone delli
Mattoni e circondato dalle terre comuni d’una parte verso detta
Marina e dall’altra la Publica strada detta delli Pignatari”. La
costruzione di magazzini iniziò nel 1741 interessando dapprima il
vignale “ di capacità da circa una tomolata”, che era attaccato
all’orto appartenente al monastero di Santa Chiara e confinava via
mediante con l’orto appartenente al vescovo ( ANC. 911, 1741, 18
-21), poi dal 1746 fu la volta dell’orto ( ANC. 854, 1746, 38 -40).
Alla fine del Settecento l’orto ed il vignale erano scomparsi ed il
beneficio amministrato dal canonico Carlo Gallucci esigeva “sopra
diversi magazeni più censi per ragione di suolo nel luogo detto Le
Forche, in un vignale redditizio a detto beneficio, e per la strada
del soppresso convento dei Cappuccini”. ( Catasto Crotone, 1795, f.
170).
L’orto di Fabio Pipino
Il canonicato di San Nicola alla fine del Seicento esigeva un
annuo censo di carlini 25 sopra l’orto che era stato di Fabio Pipino
ed ora apparteneva a Teresa Pipino.( Acta, f. 144). Da Teresa Pipino
l’orto pervenne a Laura Suriano; esso confinava con l’orto di
Piscitello delle clarisse Syllane ( Anselmus, f. 28v). Il 5 febbraio
1734 presso il notaio Pelio Tirioli di Crotone, l’educanda nel
monastero di Santa Chiara, Laura Suriano, figlia ed erede di
Francesco seu Ciccio Suriano e di Francesca Pipino, fa testamento e
nomina erede il nipote, il chierico celibe Felice Bruno Suriano,
figlio secondogenito del fratello Gregorio Suriano e della fu
Antonia de Riso. Tra i beni lasciati al nipote vi è il suo stabile
dotale detto La Campitella, che confina con “Li Pignatari, San
Francesco Vecchio e la vigna di Tronca” e “l’ortalizio o sia
giardino”, situato fuori le mura e confinante con l’orto detto di
Piscitello ( ANC. 664, 1734, 26 -28).
Alla morte di Felice Bruno Suriano l’orto passò agli eredi con i
pesi che lo gravavano. Nel 1795 gli eredi di Felice Bruno Suriano
posseggono e locano un orto fuori le porte d ella città, che è
gravato da un annuo censo dovuto al canonicato di San Nicola (
Catasto 1795, f.f 39, 154v).
L’orto di Milino
Il beneficio di Santa Maria del Mare e di San Leonardo con
chiesa propria fuori le mura possedeva un vignale “loco detto milino
sotto le muraglia del cavaliero della città” , che dava in fitto con
pagamento sempre in denaro. Alla fine del Seicento esso rendeva
circa ducati otto annui ( Acta, 157v) e tanto dava anche nei primi
decenni del Settecento( Anselmus, f. 46). In seguito la sua rendita
diminuì e nel 1795 il beneficio di S. Maria del Mare e S. Leonardo
con chiesa propria del sacerdote beneficiato Bernardo Alfì possedeva
un vignale unito alla chiesa che dava un’annua rendita di ducati 6 (
1795, f. 171).
Il vignale di Santa Caterina
La chiesa parrocchiale di Santa Margherita possedeva un vignale
fuori le mura detto “Santa Catarina”. Esso era situato vicino la
chiesa di Santa Caterina, tra il vignale, o orto, detto “Il Fico”
della mensa vescovile ed il convento degli Osservanti. Il vignale a
volte era affittato ad erbaggio ed a volte a semina. Nel primo caso
dava una rendita di carlini venti, nell’altro caso tomoli quattro di
grano ( Acta , f. 119; Anselmus, f. 33)
Gli orti dei conventi
Alla fine del Quattrocento esistevano a Crotone quattro
conventi: tre fuori le mura, dei francescani, dei domenicani e dei
minimi, ed uno all’interno, delle clarisse. Prima della costruzione
delle nuove fortificazioni a questi si aggiunse sempre fuori le mura
quello degli osservanti. Al tempo del vescovo Matteo Lucifero (1524
-1551), i conventuali abbandonarono il vecchio convento fuori mura,
che andò distrutto, e ne costruirono uno detto “S. Francesco lo
novo” dentro la nuova cinta muraria ( “24 ottobre 1546. Perratore
che deroccano le mura vecchie delo fosso incommenzando dalo muro
delo labro delo fosso che tera delo spontoni ditto marchese et veni
suso verso la porta/ et lo muro dela creta avanti s.to fran(ces)co
lo novo”, f. 202). In seguito furono fondati altri conventi fuori le
mura. Alla metà del Seicento la città di Crotone annoverava sei
conventi. Dentro le mura c’erano il convento di S. Francesco
d’Assisi dei minori conventuali ed il monastero di S. Chiara delle
Clarisse; fuori le mura rimanevano il convento dei Cappuccini di
Santa Maria degli Angeli, il convento dei minori osservanti di Santa
Maria del Soccorso, il convento dei carmelitani, il convento dei
minimi di S. Francesco di Paola ed il convento domenicano di Santa
Maria delle Grazie. Nel 1652 in conformità della “Costituzione” di
Innocenzo X furono soppressi i conventi dei carmelitani e dei
domenicani. Alcuni anni dopo all’interno delle mura s’insediarono
nell’ospedale della città gli ospedalieri di S. Giovanni di Dio.
Dopo il terremoto del 1783 furono soppressi tutti i conventi,
eccetto quello di Santa Chiara. I tre conventi degli osservanti, dei
carmelitani e dei domenicani erano vicini l’uno all’altro. Essi
erano presso la riva del mare e lungo l’antica via, che dalla porta
di Milino si dirigeva verso il Capo delle Colonne. Il primo fuori le
mura era quello degli osservanti che confinava con il convento del
Carmine, con il convento dei domenicani e col mare.
Ogni convento era circondato interamente da alte mura, le quali
racchiudevano appezzamenti di terreno di forma quadrata e/o
rettangolare, dove oltre alla chiesa vi erano le abitazioni dei
frati, i magazzini, il chiostro, il giardino, il pozzo, l’orto ed il
frutteto. Il giardino, l’orto ed il frutteto costituivano elementi
essenziali della struttura conventuale. Il giardino era situato al
centro del convento ed era circondato dal chiostro, dove si svolgeva
gran parte della vita sociale monacale. Simmetrico e di solito di
forma quadrata con al centro il pozzo era collegato all’orto ed al
frutteto, che ne costituivano il naturale completamento.
Dal chiostro per una porta si accedeva all’orto, che pure era
circondato da mura ed era suddiviso in forme regolari. In parti
separate e distinte c’erano gli alberi da frutto, le erbe medicinali
e le verdure necessarie al vitto della comunità.
L’orto dei conventuali
Abbandonato il vecchio convento, esso fu abbattuto e le sue
pietre vendute ed utilizzate per la costruzione delle
fortificazioni. La distruzione del convento fuori le mura dei
francescani è situata tra il febbraio e l’aprile 1543, come risulta
da alcuni pagamenti . Nel febbraio 1543 si pagano alcuni ”perratore
che hanno sderropato li ecclesie de fora la citta como/ la casaza
dela cortina et refertorio de santo fran(cesc)o deasise le mura de
intorno lo jardino de ditto monasterio la ecclesia de s.ta maria
dela mirte et de s.ta ursula li quali ecclesie obstano dela citta”.
I lavori di abbattimento del convento proseguivano ancora
nell’aprile di quell’anno, quando sono segnati i pagamenti ai
“perrator in derropar S.to fran(ces)co” e “perrator in deroccar le
mura de santo fran(ces)co” ( Dip. Som. Fs 187, II, f.lo 3, ff. 124,
129). A ricordo la località fuori mura, dove era situato il convento
dei francescani, si chiamò “S. Francesco vecchio”. Il luogo rimase
di proprietà dei conventuali ed è così descritto alla fine del
Cinquecento “vicino a detta Città tanto che dalle mura di detta
Città vi è assai manco che un tiro di scopetta” (Notaio Rigitano
Giovanni, ANC.49, 1594, 111). Esso era vicino alla strada pubblica
della Carrara, al giardino della Campitella ed alla gabella di
Spataro. L’orto del convento ben presto decadde a vignale e come
tale è ricordato in alcuni atti dei primi anni del Settecento. Così
è censito nel catasto del 1743: Il convento di S. Francesco d’Assisi
dei minori conventuali possiede “un vignale fuori le mura della
città detto S. Francesco Vecchio confinante con Spataro e la
Campitella” ( Catasto Onciario 1743, f. 239). All’atto della
soppressione del convento, avvenuta dopo il terremoto del 1783, è
descritto:“ S. Francesco Vecchio. Giardino sito fuori le porte di
d(et)ta Città, e propriamente nella contrada detta Li Pignatari
dell’estensione di ..... confina colla strada pubblica, e colli beni
del B(aro)ne Lucifero. Con istrumento stipulato a 8 maggio 1785 dal
N(ota)r Pittò fu venduto a D. Berardino Milelli dell’istessa città
per D(ucati) mille duecento, ed uno, pagabili fra dieci anni in due
tande, coll’interesse scalare del quattro per cento in ogni dì 16
agosto, franco di colletta per la C(assa) S(acra) obbligandosi anche
il compratore di pagare per decembre di d(et)to anno altri ducati
trenta per la dote, o siano frutti dell’istesso giardino; deve in
d(et)to dì annui 48:04 ( Lista di Carico, 1790, f. 51)
A quel tempo l’orto era per metà “alborato di fichi ed altro ad uso
di orto e semina” ( Catasto cit., 1793, f. 16)
L’orto dei Paolotti
IL convento dei minimi di San Francesco di Paola sotto il titolo
di Gesù e Maria era situato tra la città e l’Esaro. Soppresso dopo
il terremoto del 1783 il suo orto fu dato in fitto. Così è descritto
il “Giardino”: “attaccato al convento fuori l’abitato di detta
Città, in parte circondato da muri di fabrica, ed in parte da
piccole siepi, dell’estensione di una tomolata di terre aratorie, e
seminabili in ogni anno, con otto alberi di fichi di stato, ed un
albero di ulivi di decadenza. Con obligo stip(ula)to dal N(ota)ro
Vatrella si trova affittato a Pietro Rania della città istessa per
un triennio cominciato ad agosto del caduto anno 1789 e per
l’estaglio di annui D(ucati) 5:50 pagabili nel di 8 settembre”. Dal
convento vi si accedeva da una porta detta “dell’orto” e vi era il
pozzo (Lista di carico, 1790, ff. 16v-17). Nel 1795 la Cassa Sacra
esigeva annui ducati 4 per l’affitto dell’orticello attaccato, ed
unito al soppresso convento ( 1795, f. 188v).
L’orto dei minori osservanti
Il convento francescano dei minori osservanti sotto il titolo di
Santa Maria del Soccorso era situato vicino alla spiaggia in un
luogo detto “Marina dela Observantia”, situato tra “Poggio Reale” ed
il Carmine. Già nel 1517 un documento attesta la presenza di una
“carcara dela Observantia”, ( Fs. 532, 10, 1516-1517, f.25, ASN.).
Molto probabilmente il convento fu trasferito in un luogo vicino al
tempo della costruzione delle nuove mura della città. Infatti
troviamo che “Addi 29 9bre 1545 d.nica. Alli fri dela observantia de
Cotroni/ et per essi ad Jac.o Juliano de Cotroni procuratore de
ditto monasterio ducati cinquanta sey / et sono per lo preccio de
canne vinti otto de petra consistenti in muro frabbicato extimato
per mastro Jo. Thi Yachino et mesorato per petruccio foresta in
ditto monesterio ad r.ne de carlini vinti la canna fandolo deroccare
ad dispisi dela corte et portarla alla ditta frabbica ad dispisi de
ditta corte”. Sempre nel dicembre 1545 : “Li sotto scritti haveno
fatigato in deroccar le mura dela ecclesia et monasterio dela
observantia de Cotroni”, “Li sottoscritti hanno fatigato in lo
deroccar dele mura dela observantia lo spetrar de quello” e
“Perratore et manipoli per deroccanda observantia” (Dip. Som. 197/
ff. 10, 16, 22, 24). Al tempo della soppressione dopo il terremoto
del 1783 gli osservanti conservavano una vasta superficie unitaria
composta dal vignale di Poggio Reale, dal convento con chiostro e
giardino e da un altro vignale, che confinava con il Carmine e con
Santa Maria delle Grazie. Così sono descritti i fondi del convento:
“Giardino attaccato alle fabbriche del convento circondato in parte
da muri di fabriche, essendo in parte quelli caduti custodito da
muri di pietre secche con pila inservibile, ed un pozzo;
dell’estensione di un tomolo circa di terra ad uso di orto, con due
piedi di olivi di decadenza, e piedi di fichi n. quaranta, sei viti,
un piede di arangi, una pianta di granati, altra di pruni, e fichi
di India. Confina da mezzo giorno colle fabbriche del convento, da
oriente colla strada pubblica, da occidente coi beni del seminario,
e da tramontana col poggio reale. Con obligo stip.to per N.ro Pittò
si trova affittato a Salvatore Rocca per un triennio principiato in
agosto 1789 per l’estaglio di annui D. quindici pagabili ogni mese
di agosto”.
“Vignale sito fra la chiesa ed il convento dell’estensione di tt.e
14 di terra atta ad uso di semina per ogni anno, confina da
tramontana colle fabbriche dell’istesso convento, e romitaggio del
carmine, da occidente, e mezzogiorno con i beni del seminario, e da
oriente col mare”.
“Altro vignale denominato Poggio Reale dell’estensione di tt.e
cinque di terre rase, ed altre ad ogni uso di semina confina da
tramontana colle fabbriche del convento , da occidente e mezzo
giorno col poggio reale, e da oriente col lido del mare”. (Lista di
carico cit., 1790, f. 23). Il convento degli Osservanti possiede un
orto vicino al detto soppresso convento, ed ammurato allo stesso,
che si è affittato a Serafino Manco per ducati 12 ( 1795, f. 191).
L’orto dei Cappuccini
Nel 1790 è descritto: “Orto attaccato al convento fuori le porte
della città di Cotrone, essendo annessi ad medesimo un giardinello
ed un vaglio, che compongono in tutto l’estensione di t(omolat)e due
e mezza di terreno atto a semina, con pila, e pozzo con canalette di
fabrica, con magazzeno di due stanze terranee, che confina col
chiostro, e vaglio sudetto per dove ha l’ingresso. Vi esistono anche
nell’orto medesimo quattro piedi di fichi di stato, due cipressi, ed
una pianta di pero, per essere seccati tutti gli altri alberi di
fichi descritti nell’inventario. Confina colle fabbriche del
convento, e colli magazeni della famiglia Sculco...Il m(ast)ro
Cesare Scaramuzza trovandosi nel possesso dell’istesso orto
corrisponde per quello in ogni mese di agosto l’enunciato estaglio
di D(ocati) venti” ( f. 43v). Cinque anni dopo l’orto non esisteva
più ed il capomastro Scaramuzza di anni 42 aveva in fitto “un orto
ammurato” al convento soppresso dei Cappuccini, “e dece bassi del
convento, e non paga niente perchè si è reso inutile”. (Catasto di
Cotrone, 1795, ff. 23, 197v).

