[Paesaggi crotonesi: la sorgente di “Acquabona” ed il giardino detto “Il Giesù”]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 44-45/2005)
Il Nola Molise alla metà del Seicento così nella
sua “Cronica” descriveva la località: “Mezzo miglio lontano dalla
Città è il fonte d’acqua, detta l’acqua bona, che beve tutta la
Città, et Terre convicine, perche se bene dentro la Città vi sono
molti pozzi, e cisterne, non beveno di questa acqua; ma di quella,
et in questo loco dove è questa acqua vi sono vigne, et giardini
bellissimi, fra l’altri il giardino di Fabio Pipino gentil’huomo di
detta Città, ch’è il refrigerio di tutti l’infermi, dove si tiene
sia stata la casa, et il tumulo del vecchio Crotone, per li
grandissimi edificii sotterranei, che vi si trovano, con bellissimi
lavori, et altri.” ( Nola Molise G.B., Cronica , p.56). Alcuni anni
prima un anonimo descrivendo la città di Crotone annotava che “...
quivi c’è penuria d’acqua, provedendosene i Cittadini da una sola
fontana ch’è fuori delle mura. Le cisterne di poco sollevano il
bisogno comune, rimanendo il paese d’ordinario molto soggetto
all’aridità per la scarsezza delle piogge”(Manoscritto Barberino
Latino 5392)
Nell’antichità
La presenza di copiose acque sorgive aveva favorito fin
dall’antichità l’insediamento. Al tempo della città greca la
località, che era situata all’interno della polis, era densamente
popolata. Gli scavi recenti e passati hanno sempre fornito numeroso
materiale archeologico.
Nicola Sculco all’inizio del Novecento, quando il fondo “Il Gesù”
era di proprietà dei fratelli Berlingieri fu Francesco, affermava
che “vi si trovarono vasi, due teste di statue di marmo, una gamba
di bronzo di grandezza naturale, diversi tronchi di colonne,
capitelli, fregi, tombe, un marmo con iscrizione greca, monete
d’argento e rame numerosissime, lucerne e molte pietre lavorate“ ed
aggiungeva che nella vicina località di Acqua Bona di proprietà
comunale “vi si trovarono mattoni sepolcrali, lucerne ed anforette e
frammenti antichi”. L’importanza archeologica del luogo è attestata
anche da Armando Lucifero che in nota al Lenormant scriveva che nel
1859 “nel fondo Gesù, allora del marchese Francesco Berlingieri ed
ora dei “Laghi Silani”, sito a destra della strada che conduce dalla
città alla stazione ferroviaria, eseguendosi lo scasso per una
piantagione di agrumi, alla profondità di circa un metro e venti
centimetri, fu rinvenuto un vero quartiere della Crotone greca,
composto in maggioranza di piccola case popolari, fornite quasi
tutte di un minuscolo pozzo per attingere acqua, avente l’anello di
terracotta..” ( Lenormant F., La Magna Grecia, Frama Sud 1976, Vol.
II, p. 192).
Il giardino
Con la decadenza della città greca, la località fu fin dal terzo
secolo avanti Cristo e per tutto il periodo romano e medievale
disabitata. Gli abitanti, infatti, spostarono le loro abitazioni sul
colle dell’attuale centro storico.
Rimasto fuori dalla cinta medievale e lontano circa un miglio
dall’abitato, il luogo per la presenza dell’acqua sorgiva fu
coltivato a giardino ed ad orto.
I documenti cinquecenteschi documentano la presenza di una“Clausura
vinearum diversis arboribus arborata et vitata cum terris contiguis
et cum domibus terraneis in loco la acqua bona” ( ANC. 49, 1594,
66).
All’inizio del Seicento la chiusa di Acquabona appartenne al
capitano dell’artiglieria della città Peleo Pipino, che sposò
Aurania Foresta. Fu in tale periodo che la chiusa si arricchì di
nuove costruzioni. Le case terranee furono ampliate con la
costruzione di nuove stanze superiori. Furono costruiti dei
magazzini ed una torre. Alla morte di Peleo i beni con i loro debiti
passarono al figlio ed erede Fabio. Fabio Pipino possedette il
palazzo paterno, il “giardino, turri ed altri edificii”, detto
“delli Capuccini e L’Acqua Vona”, che era appartenuto ai coniugi
Laura Cano e Camillo Pipino ed ai suoi genitori Aurania Foresta e
Peleo Pipino, un orto e dei magazzini, detti le “Botteghe dei
Pignatari”, situati fuori la porta della città presso il “Vallone
delli Mattoni”. Nel 1647 Fabio Pipino riscattò dal capitolo una
ipoteca che gravava sul giardino. Il debito era stato contratto dai
coniugi Laura Cano e Camillo Pipino e dalla madre Aurania Foresta,
vedova di Peleo Pipino, ANC. 229, 1657, 26.
Fabio Pipino sposò Antonia Presterà. Tra i figli sono ricordati
Francesco e Sigismonda. Ereditò
Francesco, che possedette le terre del Giesù e Piani dell’Acquabona
( Acta, 82v, 1699). IL chierico Francesco Pipino, rettore del
beneficio di iuspatronato della famiglia Foresta e del beneficio
della famiglia Caponsacco e Pipino fu Fabio, si trasferì a Napoli e
vendette ed ipotecò parte delle sue proprietà.
Nel febbraio 1695 Francesco Pipino, fratello di Sigismonda, vendeva
per ducati 1000 al marchese di Casabona Tomaso Pisciotta “uno
stabile con vaglio seu cortile grande murato di fabrica” con tre
magazeni di capacità diversa. Quattro anni dopo si indebitava per
ducati cento al sette per cento con il Capitolo della Cattedrale di
Crotone. Ancora nel 1704/1705, quando Francesco era già morto, il
Capitolo esigeva un annuo censo di ducati sette per capitale di
ducati cento sopra il Giardino del Gesù e le terre dette Le Piane
dell’Acquabona e sopra le case di Fracesco Pipino, quelle dove stava
la cisterna. L’annuo censo maturava ogni 18 luglio e gravava su
tutti i beni del Pipino ( atto del notaio Leonardo Avarelli del 22
Agosto 1699).( Platea di q.to R.mo Capitolo di Cotrone 1704 e 1705,
f. 4v, AVC.) Alla morte di Francesco Pipino i beni passarono alla
sorella Sigismonda che andò sposa a Mirtillo Barricellis, figlio di
Diego, portandogli una ricca dote e numerosi beni da amministrare,
tra i quali il comprensorio di terre detto “Il Giesù” ed alcuni
magazzini. Dalla loro unione nacquero Francesca, Maria, Chiara...
Mirtillo, “vice almirante del mare della paranza di Cotrone e
console della nazione regnicola”
Nell’ottobre 1719 Sigismonda Pipino, erede del fratello Francesco e
moglie di Mirtillo Barricellis, comincia a ricomporre la proprietà,
riacquistando per ducati 800 di carlini d’argento dal duca di
Carfizzi Pietro Moccia, erede dei duchi di Carfizzi Scipione e
Domenico Moccia, lo stabile a suo tempo venduto dal fratello
Francesco al marchese di Casabona ed ora appartenente ai Moccia. Lo
stabile consisteva “in un vaglio, seu cortile grande murato di
fabrica, nel quale vi sono tre magazeni di differenti capacità per
conservare e riponere biade, sopra due de quali magazeni vi sono
fabricate tre camere con li loro superiori, o suppigni, et altri
membri commodità et edificii di fabrica, che sono annessi, e
connessi nel sudetto stabile, e suo vaglio , seu cortile, tali quali
sono, sito e posto il sudetto stabile nella pertinenza di questa
città di Cotrone nel luogo detto La Valle del Ponte, e Piano
dell’Acquabona”. Esso era situato all’interno dei beni di Sigismonda
Pipino, cioè dentro la “vigna, giardino, e giardinello serrato di
detta S.ra D. Sigismonda via publica et altri fini, qual luogo prima
era nominato li Cappuccini Vecchi”. (ANC. 660, 1719, 180 -182).
Nel catasto Onciario del 1743 la famiglia risulta formata dai
coniugi Mirtillo Barricellis di 64 anni e Sigismonda Pipino di 68
anni, e dalla figlia Chiara di 34 anni, che abitano nella casa
patrimoniale in parrocchia di S. Pietro e Paolo,. Nella stessa casa
assieme al suocero abita l’altra figlia di Mirtillo, Francesca di 27
anni assieme al marito, il nobile patrizio, Valerio Grimaldi di 41
anni e alle loro figlie Agnesa di 4 ed Antonia di 3. (Catasto
Onciario Cotrone, 1743, ff. 151, 190).
Mirtillo Barricellis oltre che marito fu amministratore dei beni
della moglie Sigismunda, la quale possedeva tra l’altro “un giardino
con torre, magazzini, terre ortalizie e vitate, 5 magazzini, 2
vignali, 2 magazzini o botteghe per uso di mastri pignatari ecc. (
f. 152)”. Il giardino ,o comprensorio di terre detto “Il Giesù”
consisteva “in due vignali di terre rase con giardino, terre per uso
d’orto, vigne, torre, magazeni, vaglio murato, giardinello serrato
di fabrica, pozzo con siena, pila ed altre commodità all’intorno
detto comprensorio di terre serrato di fossi, confine d’una parte il
pozzo universale detto l’acquabona, la chiesa della SS.ma Annunciata
ed il Ponte d’Esari, via mediante colla vigna detta di Giesù e
Maria” ANC. 666, 1744, 45 –46.
Al tempo della compilazione del catasto onciario il comprensorio di
terre detto “il Giesu” risultava gravato da due annualità, una di
ducati trenta per il capitale di ducati cinquecento dovuti al genero
Valerio Grimaldi, marito di Francesca Barricellis, figlia di
Mirtillo, e l’altra di ducati trenta per il capitale di ducati
cinquecento a favore del marchese Francesco Cesare Berlingieri, come
erede del monsignore Pompilio Berlingieri, dal quale erano stati
ceduti in dote alla sorella Caterina che aveva contratto matrimonio
con Michele del castillo. Nel luglio 1744 per affrancare il capitale
dovuto al Berlingieri, Sigismonda Pipino si indebitò ancora di più
col genero Valerio Grimaldi, ottenendo da questo altri ducati 500
alla ragione del sei per cento (ANC. 666, 1744, 45-46) . In tal modo
il Grimaldi poneva le premesse per impossessarsi dei beni della
Pipino.
Poco dopo il giardino passerà in proprietà ai coniugi Valerio
Grimaldi e Francesca Barricellis, i quali nel marzo 1752 possiedono
il podere, o giardino, volgarmente detto “Il Giesù “ “ con terre
vacue, terre ortalizie, vigne, casino, magazeni, ed altro sito e
posto in territorio di Cotrone loco detto il Ponte da questa parte
il torrente di detto Ponte e confine d’una parte al medesimo e
dall’altra il vignale di terre rase di essi sud.i Sig.ri, ed altresì
alla strada publica”.(ANC. 855, 1752, 37 -40).
Il podere o giardino chiamato il Gesù, corpo extradotale di
Francesca Barricellis, ereditato dal padre Mirtillo Barricellis e
sito e posto vicino al ponte di Esaro nel 1767 appartiene ancora a
Francesca Barricellis. ( Arch. Piterà).
Sul finire del Settecento il Berlingieri ed il Grimaldi allargarono
le loro proprietà, spartendosi parte dei terreni appartenenti
all’università di Crotone. La proprietà del Grimaldi si estendeva
acquisendo parte del vicino suolo universale di Acquabona. Il 5
marzo 1780 il nobile patrizio crotonese Valerio Grimaldi otteneva
dall’università di Crotone un suolo pubblico, che egli aggregò alla
sua confinante proprietà. Il suolo era costituito da “un pezzo di
terra inutile, dirimpetto all’acquabona e la venerabile chiesa sotto
il titolo della Pietà, un miglio circa distante da questa sud.a
Città, che incomincia dalla Spina Santa, attaccato al fosso delle
terre del cen.to Sig.re D. Valerio Grimaldi, luogo detto Gesù e
Maria,e per la volta di Esare finisce in obliquo alla bruca
attaccato alle virdogne dirimpetto alle cennate terre di esso Sig.r
Grimaldi”:il pezzo di terre della capacità di una tumolata e mezza e
del valore di ducati 22 e mezzo viene concesso all’annuo censo
enfiteutico di carlini sette e mezzo. ( ANC. 1590, 1780, 8 -12). Due
anni dopo Anselmo Berlingieri otteneva a censo dall’università,
essendo sindaco dei nobili Diego Grimaldi, un suolo dell’estensione
di una tomolata e mezza nel luogo detto Esaro “contiguo ad un
vignale beneficiale di esso S.r Marchese.. che attacca al vignale
del sig.r D. Valerio Grimaldi da una parte , e dall’altra a quello
di esso sud.to marchese Anselmo.. e dalla parte verso la marina va a
terminare all’arena e dalla parte verso il fiume Esare v’à terminare
alli bucchi vicino detto fiume”. (ANC. 1330, 1782, 246 – 247).
Da Valerio Grimaldi e Francesca Barricellis nacquero Diego, Antonia
Teresa e Sigismonda. Diego sposò Lucrezia Berlingieri. Egli come
figlio ed erede della madre Francesca Barricellis entrò in possesso
del giardino di “Gesù e Maria”. Durante la sua amministrazione la
proprietà cominciò a deteriorarsi, tanto che dei tre magazzini due
risultavano “diruti”. ( Catasto Onciario, Cotrone 1793, f. 32v).
Diego fu padre di Mirtillo che sposò Elisabetta Brescia d’Aragona.
Mirtillo Grimaldi nei primi anni dell’Ottocento risulta ancora
proprietario della chiusa Il Giesù. In seguito essa fu acquistata
dal marchese Anselmo Berlingieri seniore ed ai Berlingieri rimase
per tutto l’Ottocento. (Al tempo dello Sculco il Gesù era di
proprietà dei fratelli Berlingieri fu Francesco).
Il pozzo di Acquabona
Mentre il fondo “Il Giesù”, passava dai Pipino, ai Barricellis,
ai Grimaldi e da ultimo ai Berlingieri. Il pozzo universale di
Acquabona rimase sempre di proprietà comunale anche se parte del
suolo continuava ad essere ceduto a nobili ed a prestanome. Dopo la
cessione di suoli a Valerio Grimaldi ed ad Anselmo Berlingieri, che
l’avevano accorpati ai loro fondi di “Il Giesù” e di “Esare”,
nell’intento di sfruttarne le acque, nel novembre 1848, un decreto
permetteva al comune di Cotrone di dare a censo al signor Gregorio
Macrì da Verzino, prestanome di Luigi Barracco, un tratto di suolo
sterile sito in contrada Acqua-bona, unicamente per costruirvi un
opificio di pasta, previo il pagamento di un annuo canone netto di
ducati 10 ed a condizione che tutte le spese cadessero a carico
dell’enfiteuta ( Napoli 17.11.1848) ( Valente G., La Calabria nella
Legislazione borbonica, Effe Emme 1977)
La situazione delle acque a causa del mutamento climatico e del
disboscamento durante l’Ottocento peggiorò. Per l’aumento della
popolazione e per le nuove esigenze la risoluzione del problema
dell’approvvigionamento idrico della città divenne sempre più
impellente. La distanza dall’abitato, il pericolo di infezioni e
l’alto prezzo determinarono le prime proteste: “.. non vi si può
provvedere ora, che a mezzo di un unico pozzo che dista dall’abitato
circa 2 Km., e che si è necessitati di pagare pel solo trasporto
centesimi 5 per ogni barile d’acqua capiente litra 25” ( 1867, ACC.)
Anche se il Caivano poteva ancora scrivere che “Era dentro la Città
una fontana la quale, per la squisitezza dell’acqua, fu detta: Fonte
d’acqua bona. Ma credete voi ch’il pregio di questo fonte, sia stato
nella architettura dello edificio? Nulla di tutto questo. Ella è
cosa comune a qualsiasi altra costruzione:ognuno può vederla; esiste
tuttavia e l’attuale Crotone vi attinge l’acqua per bere. In vece il
pregio suo era formato dall’amenità dei giardini, dai floridi prati,
dalle villette e da tutto quanto possa sollevare ed allettare lo
spirito. Vicino a questa fonte vuolsi che sia abitato il vecchio
Crotone”. ( Caivano Felice, Storia Crotoniata, Napoli 1872, p. 48).
In realtà la situazione era molto peggiorata: “L’acqua veniva
attinta ad un pozzo escavato in prossimità della palude Esaro (
Acquabona) e trasportata nello abitato in recipienti di legno, ai
quali ogni passante può liberamente appressare le sue labbra per
dissetarsi. L’acqua ha sapore sgraditissimo e azione purgativa.
Nella stagione estiva, poi è assolutamente imbevibile; perchè le
vene fluide del pozzo, per la siccità, subiscono un fortissimo
abbassamento, e l’acqua diviene più fortemente inquinata. Le melmose
acque dell’Esaro, per la porosità del terreno circostante, filtrano
di continuo e inquinano permanentemente quella del pozzo, che
presenta il grado idrotrimetrico 42 e termometrico 19. Moderano,
alquanto le penose conseguenze di questo stato di cose le classi
abbienti, che sogliono costruire cisterne o serbatoi d’acqua piovana
nelle loro case; ma ciò, a parte che non può giovare se non ad un
ristrettissimo numero di persone, neppure è rimedio adeguato.
Attualmente, tutti i cittadini sono costretti a comprare l’acqua,
che viene trasportata dal pozzo Acquabona, al costo di cent. 5 il
barile della capacità di 25 litri”. ( Sulla proposta d’un prestito
per l’acquedotto, Cotrone Pirozzi 1901)
L’aranceto
Se le acque del pozzo erano divenute disgustose e malsane, anche
la situazione del vicino fondo Giesù era mutata, divenendo un luogo
malarico. La natura selvaggia aveva ripreso il sopravento e
trasformato il giardino, simbolo della bellezza della natura, da
paesaggio pittoresco e sublime a inospitale e pericoloso.
Passato, infatti, il fondo Il Giesù dai Grimaldi ai Berlingieri, nel
1859 il marchese Francesco Berlingieri ne destinò una parte a
piantagione di agrumi.
Sul finire dell’Ottocento Francesco Lenormant visitando i giardini
del marchese Berlingieri così si esprimeva: “Ammiro l’incomparabile
rigoglio e la fecondità della vegetazione nei giardini dell’Esaro.
Vi sono terreni, specie quelli appartenenti al barone Barracco
(marchese Berlingieri), che sarebbero un vero paradiso terrestre, se
la febbre non venisse a screditarli, rendendoli inabitabili durante
un gran tratto dell’anno. Nella stagione in cui vi si può
passeggiare senza timore e godere liberamente la delizia della loro
fresca verdura, questo sito è davvero incantevole, e si darebbe
volentieri per quadro ad un idilio”. ( Vol. II, p.184)
Alcuni anni dopo il Gissing sulle orme del Lenormant si recò sul
luogo e trovò una casa mezzo diroccata, una donna anziana ed un cane
allampanato e così descrisse: “La piantagione era molto pittoresca;
gli aranci non occupavano tutto il terreno, ma si alternavano a
melagrani, a tamarischi e a molti arbusti sempreverdi di cui non so
il nome; ad intervalli si ergevano magnifici pini. i viali erano
limitati da giganteschi fichi d’India, spesso di forma così
fantastica che mi fermavo meravigliato; e in uno spiazzo aperto in
riva all’Esaro (che passa, ristagnando, nell’aranceto) sorgeva una
palma maestosa, le cui foglie si agitavano pesantemente nel vento
che tirava in alto. Grande abbondanza di elementi pittoreschi; ma i
nomi di quei begli alberi, che esalano un profumo di leggenda,
potrebbero facilmente dare una falsa impressione a lettori che non
abbiano mai visto l’estremo Sud; è naturale che uno pensi ad amabili
recessi dove sdraiarsi a riposare e sognare; viene una visione di
soffici zolle erbose sotto i rami dai frutti d’oro, “ luoghi di
verde riposo, fatti per poeti”. Ahimé! Il terreno è brullo e
bitorzoloso come un campo arato, e tutto il fogliame basso è pieno
di una polvere attaccaticcia....”, (Gissing G., Sulle rive dello
Ionio, Torino 1993, pp. 40 -41)

