[Papanice tra il Sette e l’Ottocento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 27-28/2000)
Tommaso Domenico Sculco, oltre a molte proprietà,
lasciò numerosi figli, ad ognuno dei quali prima di morire1 aveva
prefissato il destino.
Gli Sculco ed i Lucifero
Bonaventura fu avviato alla carriera ecclesiastica e dopo sedici
anni di studi e di permanenza a Roma ottenne nel 1745 il vescovato
di Bisignano; Carlo dopo avere prestato servizio a Roma, Napoli e
Malta divenne cavaliere della religione di Malta; Brigida e Maria
Nicola entrarono nel monastero di Santa Caterina da Siena di
Catanzaro, Antonia in quello di Santa Chiara di Crotone, Chiara si
unì in matrimonio col nobile catanzarese Gio. Battista Grimaldi e
Francesco Antonio prima amministrò e poi ereditò i beni paterni.
Quest'ultimo si sposò con Chiara Suriano2 e perpetuò la schiatta
degli Sculco, incrementandone le proprietà, che erano più che
sostanziose, come evidenzia il catasto onciario di Cotrone del 1743.
In quell’anno lo Sculco, nobile di 42 anni, era sposato con la
trentatreenne Chiara Suriano. La sua famiglia era composta dai figli
Giuseppe di 6 anni, Tomaso di 1 anno e dalle figlie Geronima di 10
anni e Livia di 4 anni, dai fratelli Carlo , cavaliere
gerosolimitano di 40 anni, e Bonaventura , sacerdote residente in
Roma di 33 anni. Nello stesso palazzo di abitazione, posto in
parrocchia di S. Pietro e Paolo di Crotone, abitavano anche Ignazio
Grimaldi, nipote ex sorore, la madre Vittoria Lucifero e numerosi
servi e serve (il cocchiero Giuseppe Sempiterno, il servo Saverio
Curcio, il volante Francesco Antonio Galasso, la serva Domenica
Greco, la serva Rosa Rizzo, la serva Antonia Donato, la balia
Vittoria Pazzanita). Lo Sculco possedeva alcune casette davanti e
dietro il suo palazzo, tra le quali una presso il vicino palazzo di
Dionisio Lucifero, dove vi era la rimessa per la sua carrozza. Era
proprietario di sei magazzini al Fosso e di numerose terre (La
chiusa a Manca di Cane, Jannello con oliveto, S. Nicolicchia, Mutrò,
La manca di S. Stefano, la Trazza, La Columbra, Misistrello,
Cortina, la chiusa, il vignale di Scarano, il vignale a La Pietà, il
vignale). Egli esigeva lo jus paliaratico sopra le case di Papanice
dove possedeva anche alcune case. A tutto questo era da aggiungere
il numeroso bestiame (60 bovi aratori, 26 mazzoni, 40 giovenchi, 132
vacche, 4 tori, 33 vacche, 59, vitellazzi, 1700 pecore, 10 scrofe, 2
giumente, 2 cavalli, di cui uno per uso di sella, e 2 muli)3. Per
quanto riguarda il rapporto che il nobile ebbe con la terra regia di
Papanice, sappiamo che Francesco Antonio Sculco restaurò il palazzo
dei suoi avi, che abbandonato era divenuto quasi inabitabile, fece
edificare trenta nuove casette da dare in locazione agli abitanti
del luogo e ricostruì alcune case e tre botteghe, che erano andate
in rovina, che erano situate a filo nella pubblica piazza vicino
alla chiesa matrice dei SS. Pietro e Paolo4
Gli Sculco ed i Lucifero condizioneranno il destino della terra e
dei suoi abitanti per tutto il Settecento.
I primi si susseguiranno nel possesso della gabella Cortina5 e nei
diritti ad essa legati con Francesco Antonio, figlio di Tommaso
Domenico, e poi con Tommaso6; i secondi nei due rami:
1) quello dei baroni, possessori del feudo della bagliva di Crotone
e Papanice7 con Giuseppe, figlio di Fabrizio, Dionisio8 e Francesco
Antonio.
2) quello dei marchesi di Apriglianello con Fabrizio, il figlio
Francesco e poi Giuseppe.
Liti tra Crotone e Papanice
La formazione del nuovo catasto onciario riaccende le liti tra
l'università di Papanice e quella di Crotone.
All'inizio del 1742 il sindaco di Papanice Tommaso di Bona protesta
perché gli apprezzatori di Crotone hanno accatastato anche vigne,
vignali e terre comuni che appartenevano all'università di Papanice,
ma per far fronte ad alcune necessità essa aveva dovuto vendere a
particolari crotonesi ma tuttavia esse facevano sempre parte del suo
territorio9.
Poco dopo mancando il governatore regio di Crotone, che esercitava
anche a Papanice, assume quella carica il sindaco dei nobili di
Crotone, il quale "pretende di firmare il catasto di Papanice".
Perciò una nuova protesta del sindaco Giovanni Gambino, il quale fa
presente che in mancanza del governatore regio deve subentrare nella
carica il mastrogiurato di Papanice, come è evidenziato nei capitoli
dei privilegi, che gode la terra regia.
Di parere contrario è il sindaco di Crotone, il quale dichiara che
da sempre il governatore di Crotone pro tempore ha esercitato
giustizia anche a Papanice, essendo questa terra edificata nella
gabella Cortina, territorio facente parte del regio demanio di
Crotone. Per tale motivo gli abitanti di Papanice hanno sempre
goduto i privilegi dei Crotonesi e per tale motivo essi sono stati e
devono essere assoggettati alle tasse, come risulta dai vecchi
catasti10.
Indebitata da più anni coi marchesi Doria ed incapace per la povertà
degli abitanti, quasi tutti braccianti e piccoli coloni, di far
fronte ai pagamenti sia fiscali che verso coloro che hanno
anticipato denaro, l'università di Papanicefora è ormai preda degli
speculatori. Questi, ottenuta attraverso la corruzione la complicità
di alcuni governanti della terra, tentano di sottrarle le uniche due
terre demaniali che possiede; trattasi de “il Prato” e “la Botte”,
territori che "da loro Antenati furono sempre con gelosia
conservati” tanto da non “averne voluto far uso nemeno nel tempo del
grande bisogno, come fu quello della ricompra del Regio Demanio
nell'anno Mille Seicento trenta sette"11
Ben presto tutta l’operazione perpetrata a danno dei cittadini
fallisce. Scoperta la trama, gli abitanti riescono ad ottenere, che,
non potendo in una sola volta l'università saldare i debiti "per
essere povera, come lo sono anch'essi loro odierni amministratori e
cittadini, e gravata da pesi”, sia possibile dilatare e frazionare i
pagamenti in più anni12.
Colpita duramente dal succedersi di annate sterili, che sfoceranno
nella lunga carestia, che si protrarrà dal 1759 al 176713, la regia
terra di Papanice si spopola e va in decadenza. Il prolungarsi della
siccità getta nella miseria i coloni, i quali non riuscendo a fare
raccolti soddisfacenti, sono costretti ad indebitarsi, sia per
alimentarsi che per poter seminare, perdendo così i pochi averi.
Della crisi ne traggono profitto i grandi possidenti di grano e di
terre. Soprattutto in questi anni di metà secolo si rafforza il
dominio di Francesco Antonio Sculco che, intervenendo
tempestivamente con il prestito in aiuto dei coloni, da una parte li
salva dal fallimento, dall’altra li lega sempre più ai suoi
interessi. (Rimase per molto tempo famoso il detto “Guai a Papanici,
si Sculco vò pagatu!”) Gli Sculco si comporteranno verso gli
abitanti in maniera tale da tener sempre ben saldo il principio, che
la fortuna della loro famiglia era strettamente legata alle vicende
ed alle condizioni economiche dei coloni di Papanice, i quali non
dovevano né arricchirsi, né diventare troppo poveri. Gli Sculco
agirono perciò da una parte come forza economica equilibratrice e
dall’altra attuarono l’asservimento, in modo tale che i coloni non
divenissero mai così benestanti, da non aver bisogno di affittare i
terreni, da non chiedere in prestito i semi e di non avere bisogno
dei buoi, e non tanto poveri da non potersi alimentare e non pagare
al raccolto, chi aveva a loro affittato ed anticipato nel momento
del bisogno. Rendendoli così dipendenti, gli Sculco si assicurarono
sempre, anche in momenti di grave crisi, il rifornimento di grandi
quantità di grano, da immettere al momento opportuno sul mercato
napoletano. Essi prestarono perciò molta attenzione, affinché la
terra a causa dei debiti o per altra ragione non spopolasse, in
quanto la decadenza di Papanice era presagio della fine del
prestigio della casata degli Sculco. Per tale motivo impiegarono
parte della loro potenza economica per renderne stabile, per quanto
possibile, l’economia; intervenendo con il loro denaro ed il loro
grano in soccorso dei coloni in difficoltà nei momenti di carestia.
Così agendo essi resero meno devastanti le annate difficili, ma
soprattutto fecero in modo, che alla fine le difficili congiunture
economiche non si rivolgessero in loro danno. Col tempo gli Sculco
strinsero con gli abitanti un vincolo duraturo, quasi di complicità,
che andava ben oltre il semplice rapporto di affari, tale comunque
da identificare generalmente i Papaniciari come docili vassalli
degli Sculco e come tali sempre pronti a prenderne le parti ed a
testimoniare in loro favore ed in quello dei parenti Lucifero. Il
tutto viene chiaramente in luce nel testamento di Francesco Antonio
Sculco: “ Item acciò dopo la mia morte non venga a mancare alla
povera gente della terra di Papanice quell’aiuto che sono stato
solito annualmente a prestarle per sottrarla da’ gravi interessi,
voglio ed ordino che statim seguita la mia morte, li miei eredi
universali e particolari, depositassero in mano di persona
benestante di questa città ducati trecento e per la prima volta in
potere del marchese D. Giuseppe Maria Lucifero, mio genero, e dopo
complito l’anno si faccia continuare nell’amministrazione di detto
peculio, se così piacerà a quello de miei eredi a cui nella
divisione dell’asse ereditario caderà in sorte d’avere il
comprensorio di Cortina colle rendite di detta terra di Papanice, in
contrario sia lecito e possa detto mio erede eliggere altro
depositario benestante, restando però esso mio erede responsabile,
se detto capitale venisse in tutto, o in parte a perire, e voglio,
che detti ducati trecento si distribuiscano ogni anno per aiuto di
particolari di detta terra o per bisogni universali della medesima
come sarebbe l’annuale pagamento dovuto alla Regia Corte e Fiscalari
o per la formazione dell’annona, restando ad arbitrio di detto mio
erede possessore di detto territorio di Cortina di decidere del
bisogno più interessante dietro l’informo che ne averà preso dal
sindaco e curato del luogo mentre a detto possessore e futuri
possessori dell’istesso fondo preme la sossistenza e miglior stato
di detta terra per ragione de propri interessi che sono l’annuali
rendite per l’antichi jussi, che si percepiscono dagli abitanti di
detta terra per esser edificata dentro il territorio sudetto di
Cortina. Verum, per l’espressato motivo voglio, di detto mio erede e
suoi successori in detto territorio di Cortina deliberano circa
l’uso di detta somma di ducati trecento, e che la loro deliberazione
si presenti in scriptis al depositario di detto peculio, vada però
solamente a carico d’esso depositario la distribuzione del medesimo
e ne deve essere responsabile per ogni menima mancanza, e perciò
deve detto depositario distribuirlo con tutta la cautela, precedente
obbligo d’uno, o più benestanti dell’istessa terra o di questa città
di Cotrone, affinché detto capitale non venga mai a mancare, e per
ogni mancanza sia tenuto de proprio esso depositario, a cui stimo
che sia equo li si accorda per l’incommodi dell’amministrazione
quelche premio almeno al quattro per cento in danno però di chi
averà il beneficio dell’uso del denaro, affinché detto capitale di
ducati trecento resti sempre intiero ed indiminuto..”14
Crisi e spopolamento
La crisi di fine Settecento accelera il passaggio di beni
ecclesiastici in mani laiche. Alcuni speculatori del luogo, col
pretesto dello stato di abbandono in cui versano gli edifici, si
impossessano dei pochi beni delle chiese, mentre altri ecclesiastici
mettono le mani sui beni dei luoghi pii laicali15. Nel 1775 Papanice
tocca il suo minimo plurisecolare con 283 abitanti16.
Sempre in quell'anno l'università denuncia l'intrusione e la
usurpazione da parte degli ecclesiastici della amministrazione delle
rendite delle cappelle laicali col pretesto che la popolazione è
composta "di persone idiote, e contadini che non sanno nè leggere nè
scrivere"17.
Due anni dopo l'arciprete Domenico Elia18 così descrive la
situazione religiosa:
"..vi sono quattro chiese. La prima è la chiesa matrice seu
Arcipretale sotto il titolo di S. Pietro e Paulo, di cui n'è
Procuratore Gio. Batt.a Ganguzza, che dal secolo passato insino al
scorso anno 1775 è stata sempre soggetta alla R.ma Curia della città
di Cotrone, due anni sono s'è dichiarata laicale come amministrata
da' laici per la questua si va facendo ogn'anno per l'arie da laici.
La sua entrata è circa docati quaranta esigge di tante case in
affitto. Entro detta chiesa vi sono cinque cappelle, una sotto il
titolo del Rosario, di cui n'è procuratore Pantaleone Stillitano, ed
averà d'entrata circa carlini trenta, oltre la questua per l'arie,
et per la terra; un'altra sotto il titulo dell'Immacolata
Concezzione senza veruna entrata e non vi è procuratore; l'altra
sotto il titulo del Santissimo Crocefisso, di cui è procuratore
Nicola Ganguzza senza veruna entrata; l'altra sotto il titulo di
Maria Vergine della Catena de Iure Patronatus famiglia Foresta di
Cutro; l'altra cappella è sotto titulo di S. Pantaleone sostenuta
dalla pietà delli fedeli con l'elemosine, di cui n'è procuratore
Giuseppe L'Ammirata e non vi è veruna entrata. La seconda chiesa è
sotto titulo di S. Nicola dei Greci, di cui è procuratore Pascale
Elia di Sebastiano ed averà da ducati quattro d'entrata, e la
questua per l'arie, entro la quale vi sono quattro cappelle. Una è
sotto titulo dell'Anime del Purgatorio, di cui è procuratore
Giuseppe Rajmondo, ed ha circa docati cinquanta d'entrata, e la
questua ogn'anno per l'arie e per la terra ogni lunedì. L'altra è
sotto il titulo di S. Antonio di Padova, di cui è procuratore
Carmine Carcea senza veruna entrata. L'altra sotto il titulo di S.
Maria del Carmine, di cui è procuratore Arcangelo Ganguzza con
carlini venti d'entrata e la questua ogn'anno per l'arie; l'altra è
sotto il titulo di S. Leonardo de Jure Patronatus famiglia Franco ed
Orsini. L'altra chiesa è sotto titulo di Maria Santissima della
Pietà con ducati quattro d'entrata, di cui è procuratore Francesco
Pedace, e la questua ogn'anno per l'arie. L'altra chiesa è sotto
titulo di S. Rocco, di cui è procuratore Vincenzo Cumbariati con
docati quattro d'entrata, cioè due case che s'affittano carlini
venti l'una, e la questua ogn'anno per l'arie.
Non vi sono confraternite, ne veruno Monte. Così tutte queste altre
chiese sempre sono state da un secolo, soggette alla R.ma Curia di
Cotrone"19.
Da terra regia a frazione
Il paese, che appare alla fine del Settecento, è quello di un
abitato composto da una cinquantina di case, consistenti in una sola
stanza terranea, in fila lungo la strada maestra, che da Crotone
sbuca sulla piazza pubblica e poi si inoltra verso San Giovanni
Minagò. Case sorgono allo sbocco delle strade pubbliche e vicinali.
Alcuni casaleni, appena fuori dell'abitato, si affacciano sulla
campagna. Le contrade hanno il nome dei luoghi pii e delle persone
più importanti socialmente: La Pietà, S. Rocco, Francesco Longo,
Natale Elia, Raimondi, Le Sciolle, Colace, Bartolo Torromino ecc.
Vicino ed in mezzo alle case sorgono gli orti (Conicella, Le
Sciolle, orto della Pietà, orto in contrada Colace ecc.) ad "uso
giardino", circondati da fossi e muraglie di pietrame, all’interno
dei quali vi sono piante di fichi, di pomo agromolo, di poma, di
pera, d'amendole, di gelso nero, di fichi d'India, piedi di granati,
piantari di pruni, viti, olivi di stato. Nelle vicinanze ci sono
alcuni vignali di proprietà degli abitanti e della chiesa.
Dopo il terremoto del 1783, che procurò alcuni danni materiali20, i
luoghi pii furono soppressi ed i loro beni amministrati dalla Cassa
Sacra21. Le entrate erano modeste e provenivano dall'affitto di
case, da alcuni orti e vignali, da piccoli e pochi censi enfiteutici
e bollari e globalmente non superavano la rendita di 100 ducati
annui. Significative erano solo le entrate, che godevano le due
cappelle del SS.mo Sacramento e delle Anime del Purgatorio, che da
sole rappresentavano i due terzi dell'entrate: la prima proprietaria
soprattutto di case, la seconda di corpi stabili22. Le chiese di
Santa Maria della Pietà, di San Rocco e di San Nicola de Greci
furono nel 1790 prese in consegna dal regio amministratore23.
Scomparivano così l’antica chiesa di San Nicola de Greci, per molto
tempo luogo e simbolo religioso/sociale degli abitanti, e molti
luoghi pii. Le loro rendite in seguito furono aggregate alla
arcipretura del luogo con l'obbligo, che tolte le spese, del
rimanente si facessero tre parti: una per l'arciprete, come
integrazione della sua congrua, una per l'economo dell'arciprete e
la terza come onorario al maestro della scuola pubblica24.
All'inizio del periodo francese a Papanice rimase solo la chiesa
parrocchiale ricettizia dei SS. Apostoli Pietro e Paolo,
amministrata dall'arciprete D.Giovanni Fullone e dall'economo curato
Bruno Sacco25.
Sempre durante il Decennio, Papanice perdeva la sua autonomia
amministrativa. Nel riordino amministrativo fatto dai Francesi nel
gennaio 1807, Papaniceforo diveniva un luogo del governo di Cotrone.
Sempre in quell'anno nella divisione del territorio di Crotone fatta
dall'università la sezione Papanice indicava quella parte che
"confina a levante con il vallone detto Papaniciaro, fino a Santo
Janni Vecchio, territorio di Cutro, a settentrione con Santa Marina
territorio di Scandale, a ponente con Catalano, territorio di Cutro,
a mezzogiorno colla suddetta strada del vallone Papaniciaro"26.
Nel riordino francese del 1811 Papanice era villaggio o frazione di
Crotone, situazione confermata dai Borboni nel 181627.
Con il fallimento della quotizzazione dei demani28 e con il
passaggio da città regia a semplice villaggio, Papanice diventa uno
dei tanti luoghi indistinti del latifondo.
Pur contando un solo morto, il villaggio subisce seri danni a causa
del terremoto dell'otto marzo 1832, che "distrusse varie chiese, che
ivi esistevano" tanto che "per esercitarsi il divino culto, vi fu in
necessità di costruire una piccola baracca di tavole"29. I lavori di
risanamento della chiesa di Papanice infatti termineranno nei primi
giorni di giugno del 183530.
Nel 1845 la terra ha la chiesa parrocchiale da poco ricostruita di
S. Pietro e Paolo31 e una confraternita sotto il titolo della SS. R.
Beata Vergine Maria32, il santo protettore è San Nicola con festa il
6 dicembre. Successivamente il patrono è S. Pantaleone e a ricordo
di S. Nicola rimase solo il nome di una via.
Il venir meno della identità religiosa e la grave situazione
economica segneranno profondamente il destino degli abitanti,
gettando sinistre luci sul paese, dove in un clima di omertà e di
paura matureranno omicidi e rapimenti33.
Nuovi fermenti
Il vasto e partecipato movimento bracciantile del primo
dopoguerra verrà ben presto perseguitato e represso dal regime
fascista, che ripristinerà nelle campagne il potere degli agrari34.
Nel secondo dopoguerra riprenderanno voce e forza le sempre presenti
aspettative di maggiore equità sociale ed economica. La popolazione
partecipa numerosa al movimento di occupazione delle terre,
contrastato dalla polizia con scontri ed arresti di massa35.
Il fallimento della riforma agraria e di iniziative economiche
convincenti alimenterà il fenomeno migratorio e determinerà nei
rimasti un generale senso di frustrazione e di apatia, accompagnato
dall'eclisse di ogni riferimento storico e culturale.
Mentre le reliquie, ormai prive di significato, vanno disperse36,
sorgono iniziative che tentano di dare vita ad una nuova identità
culturale ed economica.
Note
1. Tomaso D. Sculco morì a Crotone mantenendo la sua fede
originaria: "Thomas Sculco ex par. SS. Apostolorum Petri et Pauli
sine sacramentis extremum reddidit spiritum sub die prima m.
novembris et sepultus fuit sub die 2 (1734) in ecclesia S. Joseph",
Libro dei morti cit. A ricordo rimane l'epigrafe " D.O.M./ THOMAE
DOMINICO SCULCO CROTONIATA/ E DYNASTARUM GENTE/ SACELLI HUIUS
FUNDATORI/ IRO EXIMIAE PIETATIS AC ANTIQUIS QUIBUSQUE MORIBUS EX
CULTO/ IN PUBLICIS PRIVATISQUE REBUS/ USU PRUDENTIA ATQUE
AUCTORITATE CLARISSIMO/ FRANCISCUS FR. CAROLUS EQUES HIEROSOL. AC
BONAVENTURA FILI/ ET VICTORIA LUCIFERO UXOR/ EHU PATRI OPTIMO ET
PIENTISSIMO CONIUGI P.P./ VIXIT ALIIS POTIUS QUAM SIBI ANNOS LXX
MENSES VII DIES XXV/ OBIIT CUM LUCTU PENE PUBLICO KALENDIS NOVEMBRIS
AERAE VULGARI/ MDCCXXXIV.
2. ANC.857,1754,443-452;ANC.612,1717,107-108.Tra i figli di
Francesco Antonio Sculco ricordiamo Giuseppe che sposò Antonia
Berlingieri, figlia del marchese Carlo, e morì nel 1760 (ANC.
861,1761, 195v) e Gerolama che sposò il marchese di Apriglianello
Giuseppe Maria Lucifero, ANC. 1129,1767,14.
3. Catasto Onciario Cotrone , 1743, ff. 100-101.
4. Francesco Antonio Sculco ebbe due maschi: Giuseppe, primogenito,
che sposò Antonia Berlingieri ed il secondogenito Tomaso che fu
avviato alla religione di Malta. Morto il primogenito lasciando due
soli figli: Nicola e Vittoria, Francesco Antonio Sculco mutò il
testamento a favore del secondogenito che lasciò la religione di
Malta, ANC. 1129,1767,9-32.
5. Il comprensorio di Cortina di circa 750 tomolate entro il quale
era stata edificata Papanice era composta da sette gabelle: Muzzunà,
Galantino, Buficchia, Zoci, l'Acqua d' Andrea, la Mortilla e
Porcheria, ANC. 1129,1767,12.
6. Francesco Antonio Sculco ereditò dal padre tra l'altro un
"territorio di terre rase ed aratorie denominato Cortina sito in d.o
distretto di questa città confine le terre dette li Caracalli, Gulli
e la Conicella, e come che dentro d.o territorio di Cortina vi si
attrova edificata la terra di Papanice per essere il medes.o di
vasta estensione pertanto si esigge e spetta a d.a eredità il jus
Pagliaratico sopra le case de' Particolari di d.o territorio ed
altresì spettarono e spettano a d.a eredità altre annue rendite che
si esiggono per causa di alcuni vignali seu pezzi di terre del nom.o
territorio che si attrovano a d.i Particolari cittadini di papanice
concessi ad meliorandum coll'esazione tanto in denaro che in grano
respettivamente quale esazione frutta di circa docati cento lanno",
ANC. 853,1754,442v.
7. La bagliva di Crotone e Papanice era pervenuta a Giuseppe
Lucifero per dote di Fulvia Barricellis, Pellicano Castagna M., cit.
p.96.
8. Il barone Dionisio Lucifero sposò dapprima Rosa Berlingieri,
figlia del marchese Francesco Cesare Berlingieri. Nel 1746 è vedovo,
ANC. 854,1746,33-34.
9. ANC. 981,1742,3-4.
10. ANC. 981,1742,36-38.
11. ANC. 912, 1747, 180-181.
12. L'università di Papanice doveva ai Doria ducati 60 all'anno ma
dal 1737 al 1748 ne aveva versati ogni anno solo 40. Aumentando il
debito a ducati 240, ottiene di estinguerlo versando ducati 40
all'anno ad iniziare dal 1754, ANC. 914, 1754, 25-29.
13. F. Follone di Papanice, indebitato a causa della sterile
raccolta ottiene da F. A. Sculco un prestito al 6 %,impegnando i
suoi buoi e le sue piccole proprietà, ANC. 860,1759,328.
14. ANC. 1129, 1767, 22v-23.Francesco Antonio Sculco degli antichi
duchi di Santa Severina e dei nobili patrizi di Crotone sarà
seppellito nella sua cappella di famiglia intitolata a San Nicola
dentro la chiesa di San Giuseppe a Crotone dove ancora oggi è
visibile l’epigrafe: "CINERIBUS. ET. MEMORIAE./ FRANCISCI. ANTONII.
SCHULCHI./ PATRICII. CROTONENSIS./ FIDE. PIETATE. RELIGIONE.
CLARISSIMI./ ET. PRISCA. PROBITATE. EXIMII ./ QUI . ANNOS. NATUS.
LXVII./ FATIS. CESSIT./ BONAVENTURA. BESIDIENSIUM. EPISCOPUS./
CAROLUS. EQUES. HIEROSOLYMITANUS./ FRATRES. MAERENTISSIMI./ THOMAS.
EIDEM. SACRO. ORDINI. ADSCRIPTUS./ DULCISSIMI. PARENTIS. INTERITU.
INCONSOLABILIS./ IN. HOC. GENTILITIO. SACELLO./ M.C.L. PP.
15. D. Elia , come procuratore della chiesa di S. Nicola dei Greci,
vende a G. L'Ammirata una casa diruta con casaleno attaccato,
confinante con la chiesa di S. Nicola ed il palazzo degli Sculco,
per poter restaurare la chiesa. Sempre lo stesso Elia, come economo
della chiesa arcipretale, cede in censo enfiteutico allo stesso
L'Ammirata due casette presso il palazzo degli Sculco, ANC.
916,1768,126,30.
16. Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo di Papanice anno 1775/1776.
Abitanti: maschi 143, femmine 123, nati 9 , nate 6, sacerdoti 2,
totale 283, AVC.
17. Lettera del vescovo di Crotone G. Capocchiani al cavalere Vargas
Macciucca, Cotrone 8.9.1775,AVC.
18. Nel 1759 il sacerdote Domenico Elia, curato di Papanice, era
anche rettore e cappellano di una cappellania alla quale erano stati
assegnati e ridotti i beni del dismesso convento degli Agostiniani,
ANC. 860, 1759, 127-128.
19. Papanice li 6 febraro 1777, Relazione dell'arciprete Dom. Elia
alla Curia di Cotrone,AVC.
20. Vivenzio G., Istoria e teorie de' tremuoti, Napoli 1783, p.328;
De Leone A., Giornale, e notizie de' tremuoti accaduti l'anno 1783
nella provincia di Catanzaro, Napoli 1783,pp. 136-137.
21. Le proprietà dei luoghi pii in amministrazione alla Cassa Sacra
erano costituite da 21 case terranee, 3 casaleni, 1 magazzino, 6
orti, 7 vignali, 1 gabella, 5 censi enfiteutici e 6 censi bollari,
Stato attuale, o sia Lista di Carico de' beni , e rendite de Luoghi
Pii della Regia Terra di Papanice, compresi nel distretto di
Cotrone, assegnati all'amministratore D. Giacomo d'Aragona - 1790.
22. I luoghi pii in amministrazione alla C.S. erano: Cappella del
SS. Sacramento, cappella delle Anime del Purgatorio, chiesa di S.
Rocco, cappella del Carmine, cappella di S. Nicola de Greci,
congregazione dell'Immacolata, cappella del Rosario e chiesa della
Pietà, Stato attuale cit.
23. Nella chiesa di Santa Maria della Pietà vi erano due quadri
raffiguranti l'Addolorata e una piccola campana, nella chiesa di San
Rocco vi era il quadro del santo ed una piccola campana, nella
chiesa di S. Nicola de' Greci vi era un quadro di S. Maria delle
Grazie con S. Nicola di Bari e Santa Lucia e tre altari (del
Purgatorio, con quadro raffigurante le anime del Purgatorio, del
Carmine con quadro di S. M. del Carmine, e di S. Antonio con statua
del santo) vi erano inoltre due campane e vi occorrevano alcune
tavole per riparare il soffitto, Stato attuale delle Fabbriche delle
Chiese esistenti nella Regia Terra di Papanice, che si consegnano al
Reg.o Amministratore D. Giacomo D’Aragona li due Giugno 1790, AVC.
24. Tra i luoghi pii laicali esistenti nel 1805 a Papanice non
esistono più la congregazione dell'Immacolata Concezione e la
cappella del Rosario, Elenco dei luoghi pii laicali, 1805, AVC.
25. Nel 1807 Papanice aveva 414 abitanti, vi erano 3 preti e la
chiesa aveva una rendita lorda di 175 ducati, Stato della chiesa,
1807.
26. Lucifero A., Cotrone dal 1800 al 1808, Cotrone 1922-24,p.471.
27. Valente G., Dizionario..cit.,p.712.
28. Sempre nel 1811 vennero assegnati alla popolazione di Papanice
che contava 308 abitanti, tomoli 220 di terra perchè fossero
ripartiti tra gli aventi diritto. Le terre di provenienza demaniale
ed ecclesiastica soggette alla ripartizione erano: Destra di Deno,
una parte di Giancavaliere, Boscarello, Prato, Botte, Pudano di San
Pietro e Zappaturo. Gli abitanti tuttavia non entrarono mai in
possesso di quelle terre, Principato F., cit., ff. 10-11.
29. Richiesta del sindaco di Cotrone all'intendenza di Catanzaro di
aumentare i fondi per riedificare una chiesa a Papanice, Cotrone
27.12.1833.
30. AVC.84B.
31. Terra Papanicephori, animarum quingentarum viginti duarum
Ecclesia est annumerata, et eius Archipresbyter operam, curamque
ponit pro suis animabus, et confraternitas una extat sub titulo SS.
R.B.V.M., Todisco Grande L., Synodales Constitutiones et Decreta,
Napoli 1846,p.55.
32. Descrizione della chiesa di S. Pietro e Paolo fatta nel 1937: "
Creata prima del 1600, aveva il soccorpo sotto il pavimento della
stessa, forse a tre navi dalla parte destra di chi entra, nessun
cenno, solo si son trovati alcuni archetti nella parete, mentre per
l'altra a forma di cappelle - due grandi archi chiusi e le cappelle
dirute ed oggi ne ha rifatta una, sbucando l'altra. Restaurata ed in
parte ricostruita", AVC.
33. Vaccaro A., cit.,I,358-361.
34. Il 4 gennaio 1925 il prefetto di Catanzaro comunicava al
Ministero dell'Interno "che il 1° corrente, verso le ore 18, nella
frazione di Papanice (Comune di Cotrone) alcuni sovversivi al canto
di "bandiera rossa" cercarono di sollevare gli abitanti di quella
frazione per provocare disordini ed assalire la sede del Fascio.
Recatosi in luogo Commissario P.S. di Cotrone con adeguato numero di
Carabinieri, procedette all'arresto di 10 persone, alcune per grida
sediziose, altre per porto abusivo di armi, mancata denunzia di armi
e sparo d'arma nell'abitato. "Min. Int. 1056-62 (movimento
sovversivo 12/1/925)
35. 26.10.1949 A Papanice vengono ferite dalla polizia 12 donne e si
procede ad arresti in massa (50 persone).
36. La croce di legno con l'immagine in stile greco, portata secondo
la leggenda da Papa Niceforo e dalle sette famiglie di Negroponte,
conservata nella chiesa parrocchiale ancora all'inizi del secolo, è
bruciata come legno vecchio, Sculco N. Avanzi cit.,p.50; Vaccaro A.,
cit.,I,359.
Popolazione di Papanice
Anno Fuochi Anime
1545 42
1561 80
1595 234
1603 1000 circa
1606 1000 circa
1610 2000 circa
1614 1000 circa
1617 990 circa
1621 2000 circa
1631 1000 circa
1640 1360 circa
1667 920
1669 155
1670 1200 circa
1675 694
1678 694
1681 694
1692 400
1693 405
1696 405
1700 368
1703 408
1706 510
1709 535
1711 300
1722 412
1737 50
1760 371
1763 350
1769 350
1774 298
1775 283
1776 291
1783 341
1788 335
1795 300 circa
1801 357
1805 321
1807 414
1816 464
1818 450
1845 522
1851 514

