[Paesaggi crotonesi: La pianura di “ Palazzo”]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 45-46/2005)
In età medievale il toponimo “Palazzo” designava
un edificio appartenente al re e rappresentativo del potere regio.
Il regio Palazzo
Spesso gli edifici erano situati sul territorio, specie
all’incrocio di vie importanti, e svolgevano funzioni fiscali come
quella di esigere il diritto di passo. Dapprima sede di funzionari
regi col tempo furono concessi ai feudatari. Ancora in età moderna
il feudatario di Cirò aveva nel luogo detto “l’Alice”, o “ Alici”,
il diritto di esigere il passo dai forestieri che, per la via
pubblica proveniente da Crotone, passavano accanto a quello che in
età medievale era conosciuto come il regio palazzo di “Alitio”. Al
“trivio” si riscuoteva e fu eretto “un alto e quadrilungo pilastro
di fabbrica con la tariffa scolpita in pietra, e questa iscrizione
fu detta Epitaffio “, Pugliese G. F., Descrizione ed istorica
narrazione dell’origine e vicende politico-economiche di Cirò,
Napoli 1849,t. I, pp. 165, 301.
La presenza di altri toponimi “Palazzo” è segnalata in territorio di
Isola (“Palatium de Judeis”, 1145) ( Processo Grosso, f. 418 v) ed
in territorio di Strongoli (“Palazzo”).
Un palazzo regio con le stesse funzioni fiscali esistette anche in
territorio di Crotone presso l’incrocio tra la strada regia, che da
Crotone andava al Neto, e la via che s’inoltrava verso Papanice. La
località così è descritta alla metà del Seicento dal Nola Molise:
“....Scendendo alla parte della marina vi è una bellissima pianura
detta lo palazzo, dove anco sono bellissime vigne, et giardini con
ogni sorte d’alberi di citrangole, lemoncelle, cedri, dattoli, et
quanto si può desiderare, con torre, et acque sorgenti bellissime,
che per la vista del mare sono luochi esquisitissimi. Questo luoco
fu così detto dal Palazzo, che quivi era, dove se teneva il Senato,
quando questa Città era Republica, conforme li suoi grandi vestigii
sono stati sin nell’anno 1541, quando per servirsi della pietra per
la nova fabrica fatta in essa Città, dalli Ministri Imperiali di
Carlo V, furono quelli dell’in tutto deroccati, conforme da vecchi
habbiamo per traditione...”. ( Nola Molise G. B., Cronica , pp. 59
-60).
La località “lo Palaczo”
La presenza di edifici e territori appartenenti alla regia corte
è attestata dai manuali di fabrica delle fortificazioni di Crotone
al tempo di Carlo V, nei quali spesso troviamo annotato il trasporto
da “San Biasi” e da luoghi vicini di “petra dela Regia Corte”.
La località “Palazzo”, come è descritta in alcuni atti notarili
cinque-seicenteschi, era situata nella pianura a sinistra dell’Esaro
vicino a vie pubbliche ed alle terre di “Maccodite”, L’Esca, “Volta
de Armeri” e “Cerza” ed in essa e nelle sue vicinanze vi erano le
clausure con vigne e giardini degli aristocratici crotonesi
Lucifero, Suriano, Berlingieri , Susanna ecc.
Alla fine del Cinquecento Fabritio Lucifero, figlio di Pompeo e di
Isabella Lucifero, estendeva le sue terre, sposando l’orfana Adriana
Berlingieri, figlia di Scipione e di Bernardina Susanna. Per far
fronte alle spese dello sposalizio nel novembre 1594 s’indebitava
con la vedova Elisabetta Pipina, ottenendo da questa in prestito 220
ducati al tasso annuo dell’8 per cento, gravando i primi frutti,
rendite ed entrate della sua gabella “Lo Palaczo sitam et positam in
territorio Crotonis loco lo Palaczo iux.a terras q.m Scipionis
Berlingierii loco dicto Maccodite et viam publicam” , (ANC. 49,
1594, 297).
Alcuni giorni dopo erano stesi i capitoli matrimoniali e tra i beni
promessi in dote da Adriana Berlingieri vi era la gabella “Maccodite
jux.a le terre libere dette la chiusa del giardino di Maccodite, che
al p.nte è del S.r Mutio Susanna, da una parte, et dall’altra parte
la via publica, dall’altra le terre del S.r Aniballe Susanna et
altri confini; et de piu unaltra gabella contigua nomata Lesca
confine la sop.ta gabella di Maccodite, et da tutte l’altre parti le
vie publiche”. ( ANC. 49, 1594, 305 -306).
Il 6 settembre 1610, con atto rogato dal notaio Jo.es Fran.cus
Rigitanus, Fabritio Lucifero divideva i suoi beni tra i figli Jo.
Francesco e Mario. A Mario donava la “Gabellam dictam lo Palazzo, in
terr(itori)o Crotonis iux.a t(er)ras Annibalis Montalcini et alios
fines..et clausuram vinearum cum vinealibus intus, cum gabella
contigua loco dicto Maccoditi, iux.a viridarium quod fuit q.m Lelii
Luciferi et gabella p.a iux.a t.ras heredum q.m Annibalis Suriani et
alios fines..” ( ANC. 1610, 42-43).
Un atto notarile dell’inizio del Seicento segnala la presenza della
via pubblica costiera, la vicinanza del mare ed i numerosi poderi
nella pianura circostante. Pelio, Julio, Jacobo e Jo. Hieronymo
Petriolillo possedevano il territorio “La Volta di Armiri in loco
Armiri iuxta terras dittas dello beneficio di Stricagnolo, terras
dittas delo Palazzo di Jo. Thoma Pantisani vallonem d’Armiri et
terras dittas di Pisciotta ip.o vallone mediante littus maris , viam
publicam” ( ANC. 119, 1637, 77).
Dai Lucifero ai Suriano
Durante la prima metà del Seicento aumenta la presenza dei
Suriano. Il barone Gio. Dionisio Suriano acquista alcuni terreni dai
Montalcini, altri sono portati in dote dalla seconda moglie Lucretia
Lucifero. Morto il barone di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano, i
suoi beni passarono agli eredi.
Nel novembre 1664 fu raggiunto un accordo per porre fine ad una
lunga lite che vedeva da una parte Didaco Suriano, barone di
Apriglianello, ed il fratello Francesco, cavaliere gerosolimitano,
in quanto eredi del padre Gio. Dionisio Suriano e dall’altra
Victoria d’Aragona d’Ayerbis, vedova di Lelio Montalcino, con le
figlie Joanna e Lucretia. La contesa verteva sul pagamento di un
“viridarium cum vineis et aliis commoditatibus situm in pertinentiis
huius Civitatis loco d(ett)o lo Palazzo” che nell’ottobre 1624 era
stato venduto dai fratelli Montalcino a Gio. Dionisio Suriano. (
ANC. 310, 1664, 40 -43)
Da Palazzo a Palazzello e Palazzotto
Durante il Seicento e più ancora nel Settecento il toponimo “lo
Palazzo” cominciò a svanire. Le vicende delle casate dei Suriano e
poi dei Lucifero, i maggiori proprietari del luogo, determinarono
divisioni di terreni ed aggregazioni. Anche per non confondere il
fondo rustico con i palazzi di abitazione, il toponimo “Palazzo” fu
sempre più sostituito da “Palazzello” e “Palazzotto”, a volte usati
indifferentemente. Spesso anche questi toponimi furono ulteriormente
variati a seconda del proprietario del fondo: “il palazzotto di
Suriano”, “il palazzotto di Manfreda” ecc.. Ad esempio il monastero
di Santa Chiara alla fine del Seicento possedeva “una gabella nomata
il Palazzotto di Suriano” che confinava con la Cerza del seminario.
La gabella era data in affitto; a semina dava un’entrata annua al
monastero di salme 8 di grano, a pascolo circa ducati 16. Sempre lo
stesso monastero possedeva la gabella “Sor Laudonia” che confinava
con il territorio detto il Palazzo ed anche questa dava un’entrata
annua di salme 8 in grano e circa ducati 16 in denaro ( Acta cit.,
f. 126)
I Suriano
“Il Palazzotto” fu portato in dote da Lucretia Lucifero al
barone di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano come si rileva dal
testamento del barone, rogato in Crotone il 30 gennaio 1647, dove
dichiarava di “aver receputo in dote dalla Sig.ra Lucretia Lucifero
mia moglie D.ti mille , e seicento inclusi D.ti trecento di mobili
et il Palazzotto d’innanzi il mio Giardino, voglio che se li
restituisca una con il dodario” ( ANC. 229, 1655, 143 – 147).
Dopo la sua morte fu amministrato dapprima dal figlio Diego Suriano,
barone di Apriglianello, che aveva la tutela amministrativa del
fratello fra Francesco. Il primo maggio 1661 avvenne la divisione
dei beni ereditari paterni e Diego Suriano assegnò al fratello : “
La metà del territorio del fellà, la metà del Giardino e Palazzello,
la metà di lampamaro delli Montalcini, la metà della monachella e
magazeni, la metà del dazio di un carlino a salma del vino
forastiero, dico di un carlino a tumolo del grano che si panizza
nella piazza”. A quel tempo il giardino era gravato da alcuni censi
: “ Sop(r)a il Giardino car(li)ni sei di censo enfiteutico al
Tesorerato, car(li)ni tre e mezo di censo simile al
Archidiaconato,..” ( 229, 1661, 18 - 19). Una metà di Palazzello
rimase quindi a Diego Suriano mentre l’altra metà andò al fratello
Francesco Suriano.
Deterioramento dei giardini
Poco dopo la metà del Seicento il giardino in località “il
Palazzo” risulta di proprietà del cavaliere gerosolimitano Francesco
Suriano, uno dei figli ed eredi del barone di Apriglianello Dionisio
Suriano. Il giardino fu dal cavaliere venduto alla signora Luccia de
Nobile moglie del fratello Annibale Suriano, ma dopo poco ritornò al
venditore. Esso risultava ancora gravato da numerosi censi ed era
deteriorato ed inselvatichito, come si evince dal testamento di
Giacinto Suriano, figlio di Luccia de Nobile e fratello di Gerolimo
Suriano.
Il 4 agosto 1674 Giacinto Suriano dichiarava: “... come lanni
passati la Sig.ra Luccia de Nobile sua m(ad)re fece uno
instrum(en)to di compra del giardino del S.r fra fran(ces)co Suriano
in loco d(ett)o il palazzo per prezzo fra di loro convenuti et
d(ett)a Sig.ra non ne fece alcuno pagam(en)to delli pesi assignatoli
in d(ett)o instrum(en)to, ma assolutam(en)te io ne ho pagato alli
s.ri Bernardo Hullo censuario per due annati docati ottantanove
incirca et altro al monte di morti, di più al R(everen)do D. Mutio
Varano pure censuario per due annati docati trenta sei et perche
dopo nacquero alcune differentie tra d(ett)o Sig.re fra fran(ces)co
et d.a Sig.ra Luccia non si possette ritrovare d(ett)o instrum(en)to
il d(ett)o Sig.r fra fran.co per non star sottoposto a pagare i pesi
che erano in d(ett)o giardino per non haverne frutto alcuno se
ripigliò d(ett)o giardino, però per discarico di sua concientia
dechiara che il d(ett)o instrum(en)to fu vero et verissimo et si
rimette alle relatione che ha havuto d(ett)o Sig.r fra fran(ces)co a
suo favore” ( ANC. 333, 1674, 53 -57).
Un generale abbandono delle vigne e dei giardini, che sono gravati
da censi dovuti agli enti ecclesiastici e sono divenuti
improduttivi, è testimoniato anche da altri documenti.
Nel luglio 1675 i fratelli Didaco e Felice Suriano Ralles dichiarano
di possedere, tra i vari beni avuti in eredità da Gio. Battista
Suriano, “una vigna in comune et indiviso con pochi viti arbori
puzzo pila terre vacue in essa et altri comodita la quale al
presente se ritrova imboscata et quasi persa per non esser coltivata
più tempo sita et posta nel territorio di questa Città loco detto Il
Palazzo confine le terre dette la Cersa di Vezza, le vigne delli
Pantisani et altri fini “. La vigna è gravata da alcuni censi
enfiteutici perpetui dovuti al cantorato ( annui carlini 8), al
tesorerato ( annui tomola 4 ½ di grano) ed al monastero di S.
Francesco di Paola ( annui carlini 20). I Suriano affermano che “
per non esser stata così senza coltivarsi et imboscata che essi non
hanno perceputo utile alcuno” e quindi non hanno soddisfatto i
censi, hanno deciso di cederla ai creditori ( ANC. 253, 1675, 36-
37).
Abbandono e deterioramento
Al canonico Hieronimo Suriano nell’aprile 1674 fu assegnato
l’archidiaconato della chiesa di Crotone, che era la dignità
maggiore dopo quella vescovile, che era di nomina papale. Egli
succedeva nella carica all’arcidiacono Mutio Suriano che nel
febbraio 1674 era stato nominato arcivescovo di Santa Severina.
L’arcidiacono della cattedrale di Crotone Gerolimo Suriano possedeva
una vigna nel luogo detto “Al Palazzo” con viti, alberi e torre. La
vigna stimata del valore di 500 ducati fu ceduta nel 1670 a Ciccio
Suriano. Morto Ciccio Suriano, quattro anni dopo la vigna ritornò
all’arcidiacono.
Alla morte dell’arcidiacono la vigna era deteriorata e gli eredi
dell’arcidiacono mossero lite agli eredi di Ciccio Suriano in quanto
lo ritenevano colpevole del decadimento. Il tre ottobre 1694 il
massaro Gio. Giacomo interveniva a favore degli eredi di Ciccio
Suriano con una dichiarazione pubblica. “ Come circa l’anno 1670
essendosi convenuti il q.m Sig. Archidiacono Gerolimo Suriano e D.
Ciccio Suriano di cedere d(ett)o Sig.r Archidiacono conf.me al
d(ett)o Sig.r Ciccio una sua vigna loco d(ett)o Al Palazzo sita
dentro questa Città in pertinenza d’essa justa li suoi notorii
confini fu esso constituto insieme altri comuni consensu delli
sud(et)ti eletto deputato per uno de stimatori della vigna prefata
alla q(ua)le essendosi conferito unitamente con li sud(et)ti et
havendo quella diligentem(en)te riconosciuto osservando le viti e
albori e riconosciuto la qualità del terreno con la torre sita nella
medesima vigna per quanto tiene la circonferenza antica della vigna
prefata senza averci incluso le viti et altri albori piantati nelli
vignali a quelli contigui di comune accordio esso constituto et
l’altri estimatori apprezzorno d(ett)a vigna secondo la riferita
circonferenza antica et in valore di simile possessione nel
convic(ini)o di questa Città per d(oca)ti cinque cento di moneta
corr(en)te dalla quale sono ritornati nella Città per fare relatione
alli sud(ett)ti SS.ri di Suriano e dopo d(ett)o apprezzo diede esso
constituto che d(ett)o Sig.r D. Ciccio incominciò a possedere d.a
vigna da quattro anni in circa dopo li q.li esso constituto anche
osservò che incominciò a possedere di novo, conforme fu possessore
sino al giorno della sua morte il sig.r Archidiacono Suriano il
quale quando ripigliò d(ett)o possesso la vigna pred(ett)ta era
dell’istesso stato, che si ritrovava nel riferito tempo che esso
constituto come sopra quella apprezzò e questo lo sa perchè in detto
tempo che il s.r Archidiacono si ripigliò d.(ett)a vigna entrò più
volte esso constituto nella med(em)a, e la vidde et osservò che non
era punto deteriorata dallo stato del tempo di d(ett)o apprezzo;
anzi che per il tempo per il tempo che stava d(ett)a vigna in mano
di d(ett)o sig.r D. Ciccio q(ues)to la manteneva ben coltivata
ogn’anno di vantaggio da d(ett)o Sig.r D. Ciccio la circondò tutta
di fossi conf(orm)e anche più volte esso constituto osservò in
d(ett)a vigna la q(ua)le li primi anni che ritornò ad esso Sig.r
Archidiacono e success.te alcuni anni seg.ti per commissioni di esso
Sig.r Archidiacono esso const(itu)to quella putò e ben vero e ben
vero che di p(rese)nte d(ett)a vigna non si ritrova nello stato che
d(ett)o Sig.r Archidiacono la ricevì dal d(ett)o Sig.r Ciccio per
mancanza della coltura de vite, che perciò esso constituto richiesto
à richiesto a Noi che di tutto ciò ne dovessimo fare publica
indennità per cautela di chi spetta il presente Atto Publico”.( ANC.
337, 1694, nn.)
Dai Suriano ai Berlingieri ai Lucifero
Alla fine del Seicento il giardino era in possesso di Detio o
Decio Suriano. Allora “La cappella di S. Maria di Capo delle Colonne
esigeva un annuo censo sopra il giardino fu del q.m fra Francesco
Suriano , hoggi di D. Detio Suriano loco d(ett)o il Palazzo, e sopra
il dazio del ... hoggi redititio a D. Cesare Suriano annui doc.
quindici per capitale di duc. 300 per donatione di Auria Suriano
figlia del q.m Gio. Dionisio. Però a morte di detta Auria restano
doc(ati) sette e mezo a beneficio della cappella” ( Acta , f. 92).
Poi passò in proprietà degli eredi di Detio o Decio Suriano. Esso
confinava con una vigna appartenente alla congregazione laicale
dell’Immacolata Concezione, pervenuta alla congregazione per legato
di Orazio Catizzone, vigna che si trovava nel “loco dicto Il Palazzo
iuxta vineas Antonii Gallucci” ( Acta ,f f. 56v, 99v)
Tra i beni promessi in dote da Violante Suriano, figlia ed erede del
fu Decio Suriano, al patrizio Francesco Cesare Berlingieri, come
risulta dall’atto rogato dal notaio crotonese Stefano Lipari il 5
giugno 1719, vi era “ un suo giardino e vigne site e poste nel
territorio di questa Città loco d(ett)o il Palazzello confine le
vigne e giardino del Sig.r D. Ant(oni)o Barricellis, le vigne del
S.r D. Fran(ces)co Gallucci, la vigna del fu S.r Oratio Catizone
hoggi della Ven(erabi)le Congr(egazio)ne di questa Città, via
p(ubli)ca et altri fini” ( ANC. 612, 1719, 50 - 51) . Il giardino fu
poi portato in dote da Rosa Berlingieri, figlia della marchesa
Violante Suriano e del marchese Francesco Cesare Berlingieri, al
barone Dionisio Lucifero. Il giardino dotale è descritto situato nel
luogo detto “Il Palazzotto confine il giardino del Sig.r Pietro
Barricellis, l’altro del fu Fran(ces)co Gallucci, et quello che era
della venerabile congregat(ion)e laicale sotto il tituolo
dell’Immaculata Concett(ion)e adessso posseduto da Lorenzo
Stricagnolo di questa Città via publica....consistente detto
giardino in sette pezze di vigne con alberi fruttiferi nelle strade,
terre vacue ed altre per ortalitii, ripiena tutta d’alberi
fruttiferi, con sena macinante, pozzo, pila e canalette di fabbrica
per uso dell’orto e tutti l’ordegni necessarii per lo medesimo con
parmento di fabrica, tine, fiscoli, barili ed altri ordegni per
vendemmiare le vigne con botti per conservare il vino et altresì con
torre consistente in due camere con intempiate, coverture,
pavimenti, finestre, porte a serrature con ponte allevatore, bassi
di detta torre con scala di pietra, stalla, cucina separata da detta
torre, cortile di legname, muro nel giardino d’agrumi, pilastri di
fabrica per le pergole, cavalcatue per la siena e tutte l’ordegni
convenienti e necessari per mantenere la sena governar, et adacquar
l’orto, l’alberi et le vigne et vendemiarla”. Il giardino concesso
in dote, benchè valesse molto di più, fu stimato in ducati duemila
con la condizione che in caso di restituzione di dote Dionisio
Lucifero dovesse restituire i ducati duemila in denaro contante.
Morta nel 1741 Rosa Berlingieri, lasciando due figlie, si stipulò un
accordo tra il barone Lucifero ed il marchese Berlingieri. Si
convenne che, succedendo il caso della restituzione della dote e non
avendo pronti i ducati duemila, il barone potesse corrispondere
l’annualità del quattro per cento sul capitale, finché non avrebbe
consegnato il denaro. Nel frattempo una figlia moriva ed il barone
si risposava.
Infatti nel catasto onciario del 1743 Dionisio Lucifero, nobile di
21 anni , risulta già risposato con Francesca Toscano di anni 25 ed
ha una figlia Edviggia di anni 4, avuta dalla prima moglie. Egli è
proprietario del territorio “il Palazzello” di tomolate 40 e
confinante con Laudonia e l’Esca e di una chiusura di vigne, con
terre ortalizie e giardino, torre, fabriche utili e altro nel luogo
detto Maccoditi, che fu dotale della q.m Rosa Berlingieri sua prima
moglie. La torre del giardino risulta abitata dal “fatigatore di
campagna” Bruno Incorno e dalla sua famiglia. (Catasto Onciario di
Cotrone 1743, ff. 32,43.)
Liti per la restituzione della dote
Morta anche l’altra figlia di Rosa Berlingieri in tenera età e
quindi fattosi il caso della restituzione della dote nella somma di
ducati duemila, il barone Lucifero accampò la scusa di essere stato
ingannato al momento della consegna della dote. Egli affermò che
quando il giardino gli fu consegnato, valeva molto meno di 2000
ducati. Per avvalorare questa falsità “procurò in ogni modo che pote
distruggere et deteriorare detto giardino, farlo distruggere et
deteriorare accioche in appresso non comparisse vestiggio di come
l’era stato dato.. “tolse l’orto, dismesse la sena con vendersi le
cavalcature et l’ordegni, vendè le botti et l’ordegni tutti, che
v’erano per vendemmiare et governare le vigne, lasciò a descittione
del fato la torre, spogliandola anche delle tavole,
dell’intempiature et diede in affitto non solo le vigne ma le terre
vacue et quelle dell’orto ad uso di semina, tanto che vi fece
seccare tutti gl’alberi fruttiferi e che vi erano perchè col tal
affitto levò loro l’inaffiamento dell’acqua nell’està e vi permise
il fuoco coll’incendio delle restoppie necessario per l’uso della
semina, oltre delle deteriorationi procurate nonche commesse nelle
vigne et nell’alberi fruttiferi che si ritrovavano nelle loro
strade, non curando, che si tagliassero o che fussero malgovernate,
tanto che fra pochi anni le terre dell’orto, et vacue si viddero
tutte spogliate d’alberi et nelle vigne migliara di viti mancanti
con gran quantità di alberi fruttiferi et quelli romaste si vedevano
malgovernate. Così nelle fabriche che vi ha caggionato sommo
discapito e danno, osservandosi la stalla caduta, la cucinella
distrutta, le mura del giardinello parte caduto, et parte malpatite,
le canalette pozzo e pila molto discapitate et patite, così per la
mancanza dell’acqua che per l’uso dell’arato; la torre con la scala
et ponte perchè non guidati e custoditi molto patiti e discapitati a
segno di non potersi abitare” . (ANC. 667, 1748, 48 – 49)
Rovinato il giardino con gli edifici che vi erano, lo fece poi
apprezzare. Tentò poi di dimostrare con le fedi giurate di mastri,
che il valore del giardino era di molto inferiore a quanto il
Berlingieri chiedeva.
Il Palazzello o il Palazzotto
Si accese una lite tra le parti con perizie e contro perizie per
stabilire l’esatto valore del giardino.
Verso la fine di novembre 1744 il capomastro fabbricatore Francesco
Ferra di Rogliano assieme al suo discepolo, il mastro Santo di Piro
di Rogliano, su richiesta di Dionisio Lucifero si recano ad
apprezzare tutte le fabbriche del giardino che il Lucifero aveva
avuto per dote dalla sua defunta prima moglie Rosa Berlingieri .
Essi trovarono “le fabbriche molto discapitate, perciò che la pila
della sena per esser stata senz’acqua per due o tre anni continui,
si ritrovava rotta et fracassata in molte parti, il pozzo anche
rovinato, le canalette rovinate dall’arato insolito in quella terra
d’orto, la stalla cadente per esser stata reparata opportunamente,
la torre anche molto patita per non essere da qualche tempo abitata,
o reparata, et detta torre lesionata ancora dal terremoto,che si è
inteso et patito replicatamente in questo anno, non ostante che per
sua magiore sicurezza, et fortezza vi fossero state poste le catene
di ferro da muro a muro”. Essendo stato trascurato per mancanza di
cura e di diligenza, “ et maggiormente per essere stata dismessa la
siena, che non solo manteneva l’orto, ma manteneva in buon sistema
il pozzo, la pila, et le canalette, le fabbriche del giardino furono
valutate per soli ducati 592. Poichè il Lucifero tentò di utilizzare
l’apprezzo fatto dai mastri come il valore che aveva il giardino,
quando gli era pervenuto per dote, i due mastri alla fine di
dicembre attestarono che il giardino al tempo del loro apprezzo
valeva molto meno di quando nel 1741 era stato consegnato dal
marchese Cesare Berlingieri come dote della figlia al Lucifero.
Allora “la torre era abbitata, l’orto bengovernato, la sena
macinante, et le fabriche reparate opportunamente dalli vari
acconci”. (ANC. 666, 1744, 113v – 114 )
Sempre su richiesta del barone Lucifero il 16 aprile 1746 i massari
e pubblici apprezzatori di terre, vigne e giardini il
quarantacinquenne Bonaventura Messina ed il quarantenne Leonardo
Falbo andarono nuovamente ad apprezzare il giardino del Lucifero,
che confinava con il giardino del q.m Antonio Barricellis e con
quello appartenente alla congregazione laicale dell’Immacolata
Concezione e l’anime del Purgatorio. Il giardino, che era pervenuto
al Lucifero come dotale della sua prima moglie la fu Rosa
Berlingieri, figlia del marchese Francesco Cesare Berlingieri, fu
trovato dai due apprezzatori “molto, ed assai deteriorato del suo
primiero stato con moltissimi alberi e viti mancanti, l’orto
distrutto, ed affatto abbolito e senza sena seu igegno di tirar
l’acqua”. Essi lo apprezzarono per ducati 1344 conteggiando “i soli
alberi, viti e terre, senza alcuna delle moltissime fabriche utili e
necessarie che in detto giardino si attrovano come sono il pozzo e
pila seu cepia dell’acqua per detto orto, il parmento e casino per
uso di vendemia, la stalla per uso di cavalcature, che servir devono
a detto orto, vagli per chiusura delli giardinetti ed altre
necessarie fabriche”. I massari esclusero dal conteggio tutte le
fabbriche in quanto queste dovevano essere valutate dai mastri
muratori. Il 20 luglio dello stesso anno gli apprezzatori
dichiararono per gli atti del notaio di Crotone Felice Antico che :
Per tumolate ventisette di terra , che ridotte in salmate sono salme
nove a raggione di docati sessanta la salma importano docati 540;
Per viti tredicimilaottocentoventicinque ritrovate di mediocre stato
si apprezzorono a raggione di docati quarantasei il migliaro sommano
docati 536; Per altre due mila e quattrocento viti riconosciute di
più deteriorazione apprezzate a docati trenta cinque il migliaro
importano docati 84; per quattordici viti dette pergole estimate a
docati 14; per centotrenta alberi fruttiferi apprezzati a raggione
di carlini dodeci ciascuno importano docati 156; Più per chiusura
delli fossi di detto giardino nello stato presente estimata docati
14. Il tutto per il prezzo di docati 1344. ( ANC. 854, 1746, 33 –
34r.)
Nel frattempo a causa delle cattive annate e per il malgoverno del
barone Lucifero il giardino si presentava completamente
distrutto:.ANC. 667, 1748, 48 – 49.
L’accordo
In seguito fu trovato un accordo tra le parti e nel 1748 il
giardino fu venduto da Violante Suriano, seconda moglie del marchese
Berlingieri, dal marchese Francesco Cesare Berlingieri e dal barone
Dionisio Lucifero, che lo detenevano in solidum, a Gregorio
Montalcino. Nel 1756 Gregorio Montalcino possiede tra i suoi beni “
un giardino con vigne, alberi fruttiferi, orto, siena, terre vacue,
torre di fabrica e fossiato circumcirca”. Il giardino chiamato “Il
Palazzotto” confina da un lato con la vigna di Antonio e fratelli
Gallucci e dall’altro lato con la vigna di Pietro Barricellis. ANC.
914, 1756, 181v – 182.
L’altra metà di Palazzello dai Suriano ai Lucifero
Da Diego Suriano, barone di Apriglianello, il territorio il
Palazzello pervenne alla figlia Auria Suriano in conto della sua
legittima e da questa poi passò a Francesco Lucifero, figlio e
prestanome del feudatario di Apriglianello Fabrizio Lucifero.
All’inizio del Settecento una lite vede fronteggiarsi Felice
Suriano, figlio di Antonio Suriano, ed il clerico Francesco
Lucifero.
Felice Suriano affermava che a lui spettava come cessionario del
padre Antonio , degli zii Annibale e Domenico Suriano, di Cesare
Suriano e di Decio Suriano la metà del territorio detto Il
Palazzuolo o il Palazzello, che confinava con il territorio di
Maccuditi e Majorana. Per tale motivo aveva intentato lite contro
gli eredi di Diego Suriano, che fu il possessore di detto
territorio. Poichè attualmente il territorio del Palazzello era
detenuto da Francesco Lucifero per titolo di donazione fattagli
dalla signora Auria Suriano, alla quale il territorio era pervenuto
da Diego Suriano in conto della sua legittima, e poichè la lite si
prolungava , il Suriano raggiunse un accordo con il Lucifero e gli
cedette in cambio di 180 ducati ogni diritto sul territorio conteso
. ( ANC. 497, 1710, 113 -114, 118 -120). Tra i beni stabili
burgensatici lasciati in eredità dal marchese Fabrizio Lucifero vi è
“Un territorio detto il Palazzello contiguo la gabella detta l’esca
e Celso del sig. D. Antonio Barricellis”. ( ANC. 663, 1731, 186).
In seguito si accese una lite tra Dionisio Lucifero, figlio di
Fulvia Barricellis e di Giuseppe Antonio Lucifero, Primogenito del
Marchese Fabrizio Lucifero, e lo zio paterno, il marchese di
Apriglianello Francesco Lucifero. Dionisio Lucifero vantava delle
pretese sopra il maggiorasco dello zio e sopra l’eredità della madre
Fulvia Barricellis. Dopo un primo accordo del 3 dicembre 1737,
l’anno dopo il 10 ottobre 1738 fu firmata una convenzione tra le
parti che prevedeva l’assegnazione a Dionisio Lucifero di 79 salme
di terra ; tra le quali vi erano le 12 salme di “Il Palazzotto” e la
metà della vicina gabella di “Maccoditi e Majorana” per l’estensione
di 20 salme. ( ANC. 912, 1747, 191- 193). Alcune parti della gabella
“Il Palazzotto”, come risulta dal catasto onciario del 1743,
rimanevano ancora a Bernardino Suriano ed al massaro Giuseppe Falbo.
La località Il Palazzo dei Lucifero
Durante la seconda metà del Settecento i Lucifero estesero la
loro proprietà su tutta la località.
Alla fine di quel secolo il barone Francesco Antonio Lucifero,
figlio ed erede del fu Dionisio Lucifero, possedeva la gabella detta
il Palazzotto e gran parte della confinante gabella detta Maccodito
e Majorano, mentre la parte rimanente di quest’ultima gabella era
divisa tra il marchese Giuseppe Maria Lucifero e Michele Messina,
che l’aveva avuta dal soppresso Monte dell’Immacolata Concezione. (
Catasto onciario Cotrone , 1793, ff. 56, 76v, 101v) .
La località “Palazzo” rimase ai Lucifero. Alla fine dell’Ottocento
Nicola Sculco affermava che era di proprietà della marchesa Lucifero
in Mottola e che “vi si trovò in vicinanza di detto piano un
bellissimo scudo di pietra dura ( m.0’36X 0,30) in cui era scolpita
una testa di guerriero”.

