[Poligrone, Marrio seu Agromoleto e Gipso]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 46-48/2007)
Le località Poligrone, Marrio e Gipso sono
situate nella bassa valle de Neto tra i territori di Rocca di Neto e
Belvedere Spinello. Questi piccoli feudi anticamente dovettero
essere abitati.
L’abitato di “Hypso”
Particolarmente importante per la sua posizione e la sua
antichità è l’abitato di “Hypso”, detto in seguito Gypso e Gipso.
Situato a sinistra del fiume Neto e del suo affluente Lese, in
vicinanza della confluenza, esso è presente fin dal periodo greco-
romano come dimostrano in numerosi ritrovamenti archeologici.
L’abitato, situato lungo la trazza che dalla bassa valle del Neto
lungo il fiume Lese si inoltra verso “timpone Castello” e la Sila,
fu attivo anche durante il Mediovo. Ancora nella seconda metà del
Duecento “Gipsus” o “Gissus cum Sancto Stephano” è più volte citato
nei registri angioini tra le terre appartenenti al Giustizierato di
Valle di Crati e Terra Giordana. Nella tassazione generale del 1276
/1277 l’abitato è tassato per once 12 e tari 3 con una popolazione
presunta di circa 500 abitanti (Reg. Ang. XLVI, 204, 237). In
seguito spopolò.
Poligrone
Poligrone è situato tra le colline sulla riva sinistra del fiume
Neto, al confine tra i comuni di Belvedere Spinello e Rocca di Neto.
Il toponimo sembra derivare da Policronio, un’antica famiglia che
nel Medioevo abitava e possedeva la località.
Un vescovo di Cerenzia con lo stesso nome è segnalato alla fine
dell’undicesimo secolo in un diploma col quale il duca Ruggero
confermava la concessione fatta dal vescovo a favore del monastero
greco di Calabro Maria di poter costruire un altro monastero nel
tenimento di Sanduca situato in Sila.
L’arcivescovo di Santa Severina Nicola Carmine Falcone nella
relazione datata Santa Severina 22 novembre 1753 riferisce una
vecchia tradizione, che i cittadini di Santa Severina tramandavano
di padre in figlio, secondo la quale il papa Zaccaria, figlio di
Policronio Pontinio, abitava nella località che ne ha conservato il
nome: “Constans extat traditio apud Cives S.ctae Severinae, ab
antiquissimis usque traducta temporibus, sanctum Zachariam Papam,
qui VIII seculo sedit, Policronii Pontinii Filium, suum fuisse.
Concivem locum indicant, ubi eius sita erat Domus: magnam itidem
Proedium dimostrant, duobus milliaribus a Civitate distans. Patris
Policronii nomem nuncupata, quod ab illustri Principe Gerentiae nunc
posseditur.”
Nel Medioevo
Nel giugno 1222 l’imperatore Federico II confermava all’abate
Matteo del monastero di S. Giovanni in Fiore alcuni privilegi tra
questi vi era anche un possedimento donato dal milite di Santa
Severina Ioannes de Lacta o Ladda : “ Partem quoque vallium
Policronii, quam Ioannes de Lacta miles de S. Severina obtulit
monasterio supradicto” ( De Leo , p. 100)
Alcuni anni dopo nel gennaio 1233 la località “Policronio” ricompare
nella conferma al monastero del papa Gregorio IX: “ “Et tenimentum
Miliae vallium quoque Policronii, quae prope Netum sunt, partem,
quam possidet oblatione Ioannis de Ladda militis de Sancta Severina”
( De Leo, p. 125).
Il feudo rustico
Fin dall’inizio dell’occupazione angioina la località fu
dominata dai Ruffo e fu al centro di aspre dispute confinarie. E’
del 1272 un atto di re Carlo I che ordina di verificare e tracciare
nuovamente i confini della terra di Cerenzia, che aveva concesso al
cavaliere provenzale Palmerio de Corsilies. (“Cum nob. Viro Palmerio
de Corsilies mil. terram Gerentie concesserit, mandat ut confinia
signentur inter dictam terram et terras Guillelmi Brunelli,
Abamontis de Cariato, Henrici Ruffi mil. et Roberti de Feritate,
Reg. Ang. IX, 274) Per dirimere ogni questione tra la detta terra e
quelle confinanti, furono convocati i feudatari dei luoghi vicini
che erano: Guillelmo Brunello, Abamontis de Cariato, Henrico Ruffo
(feudatario di Malapezza) e Roberto de Feritate (nel 1271 aveva
avuto in feudo il casale di S. Petro de Camastro, che era stato
tolto a Raynaldo Succurdus , “Roberto de Firmitate mil. resignanti
in manibus R. Curie casale S. Petri de Camastro in Vallis Gratis et
Terra Iordana ad Curiam revocatum de manibus Raynaldi Succursi, Reg.
Ang. VIII, 82”). Ma le dispute non dovettero cessare se nel 1275 lo
stesso re Carlo I d’Angiò doveva intervenire a favore del milite
Fulcone Ruffo di Calabria, perché non fosse molestato nel possesso
del vicino feudo di Malapezza, che era illecitamente occupato dal
milite provenzale Guglielmo de Cortiniaco, pure feudatario di
Cerenzia ( Reg. Ang., XII, 136 -137). Fulco o Fulcone Ruffo morirà
per le ferite riportate in duello unitamente al cavaliere provenzale
Simone de Monfort, signore del castello di Belvedere (Maone P.,
Notizie cit., pp.13 -14). All’inizio del Trecento il feudo di
Poligrone e Marri apparteneva ai Ruffo, conti di Montalto. Situato
in territorio di San Pietro di Camastro, fu venduto come suffeudo
con atto del notaio Giacomo Tafurio del 24 febbraio 1343 da Carlo I
Ruffo, figlio di Giordano Ruffo e conte di Montalto, al milite di
Montalto Petro di Frisa. Il prezzo della vendita, stabilito in 75
once, comprendeva il territorio feudale di Poligrone con agromoleto
ed un altro fondo feudale nello stesso luogo detto “Il Prato degli
Stalloni con una colombara sita in detto territorio di Poligrone col
jus d’esigere le decime di tutti coloro che venissero a colombe in
detto luogo, col peso di pagare alla Corte di detto Ruffo e suoi
successori per adoa due campanelli d’ottone lanno”. ( Maone P.,
Notizie cit., ASCL 1962, Fasc. I – II, pp. 47 -48). Passò poi in
eredità alla figlia Lucente di Frisia, che lo portò in dote a
Giovanni Bozzuto, detto d’Eboli. Quindi pervenne al figlio ed erede
di Lucente, Antonello d’Eboli. Da Antonello pervenne al figlio
Tommaso e quindi a Bernardino d’Eboli. All’inizio del Cinquecento il
suffeudo è di Francesco d’Eboli, detto Giuranna, quindi da Irenea, o
Enea, Giuranna fu portato in dote ad Alfonso Alimena. Rimase per
lungo tempo agli Alimena Giuranna con Fabio, Pietro Paolo, Fabio,
Alfonso e Pietro Paolo. Tommaso Rota, principe di Cerenzia comprò
per ducati 13.500 da Pietro Paolo Alimena Giuranna, barone di S.
Martino, e dal fratello Giuseppe Antonio i feudi rustici di
Poligrone e Marrio col suffeudo detto di Gypso, o Hypso, in Calabria
Citra con Regio Assenso del 28 settembre 1718. I Rota, principi di
Cerenzia, lo detennero con Vincenzo ed Ippolita.. Ippolita Rota ,
principessa di Cerenzia e detentrice dei feudi di Cerenzia,
Montespinello, Cingha, Belvedere ed i feudi di Malapezza e
Poligrone, sposò Vincenzo Giannuzzi Savelli dei baroni di
Pietramala. Seguirono quindi i principi di Cerenzia, Ercole
Giannuzzi Savelli ed il figlio di costui Tommaso, che fu l’ultimo
feudatario.( Pellicano Castagna M., Storia dei feudi cit., pp. 152
-155)
Un tentativo di usurpare gli usi civici
Dopo il passaggio del feudo per acquisto da Pietro Paolo Alimena
Giuranna a Tommaso Rota, principe di Cerenzia, avvenuta tra il 1717
ed il 1719, si sparse la voce che gli usi civici erano negati dal
nuovo feudatario e chi voleva far legna e pascolare il bestiame
nell‘estesa area boschiva feudale doveva pagare. Sorse allora
un’aspra lite dove le parti portarono testimoni a convalida delle
loro ragioni, come documentano alcuni atti dei notai di Crotone
Stefano Lipari e Pelio Tirioli. Il feudatario cercò di dimostrare
che l’esazione era stata praticata fin dal passato dai feudatari che
lo avevano preceduto. Per tale scopo il 5 febbraio 1719 fece
convocare presso il notaio Stefano Lipari di Crotone i massari
crotonesi Giuseppe La Piccola di anni 73, Giulio Cavarretta di anni
69, Rinaldo Manfreda d’anni 40, Biase Griffi di anni 55, Giuseppe
Coccari di anni 60, Gio. Andrea Arrichetta di anni 40, Orlando
Scigliano di anni 38 e Agostino Morrone di anni 40, i quali
testimoniarono che il pagamento era una consuetudine già presente al
tempo degli Alimena. Infatti “quando li è occorso di andare ad
allignare nel feudo di Poligroni e Marrio del barone D. Pietro
Alimena, territorio della Rocca di Neto, hanno prima dovuto fidare
col baglivo della detta Rocca di Neto, senza della quale fida non ci
haveressero possuto andare ad allignare”. Per dare maggiore forza
alla testimonianza i massari Orlando Scigliano e Rinaldo Manfreda
aggiunsero che “quindeci anni à dietro, e forse più, havendo voluto
andare ad allignare nel feudo nascostamente, e senza licenza, seu
fida del Baglivo di d(ett)a Rocca furono carcerati dal d(ett)o
Baglivo e dopo d’haver pagato la fida, e disfida furono scarcerati e
continuarono ad allegnare in detto feudo” ( ANC. 612, 1719, 1v-2r).
Dello stesso tono è una dichiarazione successiva presso il notaio
Pelio Tirioli. Il 4 aprile 1719 il “fatigatore di campagna e
guardiano d’erba” Antonio Leone dichiarava che “il q.m Matteo Peppo
la Merola del Cirò guardò per tre anni continui li feudi di
Poligroni, e Marrio per ordine del q.m Gio. Battista Caivano
procuratore del Barone di S. Martino olim possessore di detti feudi,
acciò nessuna persona potesse andare ad allegnare in detti feudi ed
pasciervi li loro animali; e doppo per sette anni continui esso
costituto d’ordine di detto S.r Caivano procuratore come sopra da
che li furono pagate le mesate per la guardia di detti feudi la
raggione di carlini trenta il mese, non faceva allegnare, ne
pascolare in detti feudi senza la licenza di detto suo Padrone. E
per detta guardia che ivi faceva, e per limpedimento che dava di non
potere allegnare, o far pascolare animali in detti feudi, non trovò
mai contraddizione di persona veruna”.( ANC. 660, 1719, 52). Il
tentativo del nuovo barone di chiudere il feudo e di impedire gli
usi civici nel demanio feudale non ebbe tuttavia successo( ubi feudi
ibi demania, ubi feudi ibi usus). Egli aveva fatto custodire il
bosco da Domenico Oliverio, soldato del barricello del principe di
Cerenzia, il quale illecitamente esigeva da coloro che volevano far
legna nel bosco di Poligrone un carlino a carro. Nel bosco si
recavano soprattutto i Crotonesi. La loro presenza è testimoniata,
oltre che dalla testimonianza dei massari anche da una dichiarazione
congiunta del sacerdote Gio. Antonio Tirioli e di Aurelio Tirioli. I
due benestanti in Crotone il 24 settembre 1722 per cercare di
scagionare l’Oliverio, affermarono in presenza del notaio Stefano
Lipari di aver mandato verso la metà di agosto i loro garzoni Bruno
Ciretello, Isidoro Fallacca e Andrea Bilotta con tre carri nel feudo
e bosco di Poligrone, per fare pali di mortilla per un loro uso.
Secondo i Tirioli i garzoni avevano tagliato i pali e li avevano
caricati nei carri “ senza pagare nè dare mercede alcuna”. ( ANC.
613, 1722, 131). Il feudo era disabitato e le sue terre erano adatte
soprattutto per il pascolo, come si ricava dalla descrizione fatta
nel Relevio presentato nella Regia Camera della Sommaria da Scipione
Rota ed Emilio Giannuzzi Savelli, curatori del principe Vincenzo
Rota, feudatario della città di Cerenzia, delle terre di Zinga,
Belvedere e feudo di Malapezza e Montespinello, e feudo di
Poligrone, Marrio seu Agromoleto, e Gipso. Il Relevio presentato
dopo la morte di Tomaso Rota, avvenuta il 28 febbraio 1728, così
descrive il feudo di Poligrone, Marrio seu Agromoleto, e Gipso in
pertinenza di Belvedere Malapeza: “ Il sud(ett)o feudo consiste in
erbaggi, nel quale han pascolato gli animali della Casa di d(ett)o
Ill.e Principe di Cerenzia, senz’esservi esatta pena alcuna di
Baglivo, per non essersi fatto il caso, se vi si è esercitata
giurisd(itio)ne, non essendo ancora abitato e facendosi il conto di
quello averebbe possuto dare detti animali di fida, nel caso fussero
stati animali forastieri, dedotte le spese importano D(ucati) 410” (
Reg. Cam Som., Relevi B. 398, ASN)
Liti e allagamenti
Continui allagamenti sono segnalati durante il Seicento in
territorio di Rocca di Neto e di Santa Severina. E’ quanto emerge
dagli atti di una lite tra la mensa arcivescovile di Santa Severina
e la certosa di San Stefano del Bosco, detentrice fin dal 1664 della
baronia di Rocca di Neto. La certosa infatti aveva acquistato il
feudo di Rocca di Neto da Francesco Campitelli, principe di
Strongoli per ducati 39.000 col peso di pagare alla mensa
arcivescovile di Santa Severina per ragione di decima ogni anno
duecento ducati. La contesa che vide di fronte da una parte la Mensa
Arcivescovile di Santa Severina e gli ecclesiastici di Rocca di Neto
e dall’altra la Certosa di San Stefano del Bosco, detentrice della
baronia di Rocca di Neto, riguardava alcuni terreni che da “comuni”
erano stati ridotti in “difese seu camere chiuse” dal barone del
luogo. Già nel passato l’Università della Rocca di Neto aveva dovuto
pagare per fare camera chiusa una sua gabella. E’ del 16 ottobre
1656 il pagamento di 20 ducati “per lo 3° ch’alla mensa
arcivescovile ne spetta”, per ottenere l’assenso dell’arcivescovo
Giovanni Antonio Paravicino, per “farsi Camera chiusa la gabella di
Sciropio sottano, e vendere l’herbaggio per se allegerire da i gravi
pesi di debiti a’ quali ella soggiace e soccombe”.
La lunga lite che vide fronteggiarsi l’arcivescovo di Santa Severina
Carlo Berlingieri e la Certosa, trattandosi di ecclesiastici, fu
risolta bonariamente dal vescovo di Crotone Geronimo Carafa, in
qualità di delegato della Sacra Congregazione dei Cardinali sopra i
negozi dei Vescovi e dei Regolari. La mensa arcivescovile, che
godeva fin dall’antichità di alcuni diritti sui fondi, nel 1682 si
accordava e cedeva, in cambio di un censo annuo certo e sicuro e per
una volta di ducati cinquecento, “la servitù sopra detti terreni
soggetti all’inondatione d’un vicino fiume, l’utile della quale
sarebbe incertissimo”. I terreni in contesa erano:”La Volta di D.
Giovanne”, “La Volta della Differenza”, “La volta della Gallina”,
“La Volta di Martini”, “La Valle dell’Olivo”, “La Valle delli
Preti”, “La Manca di Bellino”, “Le Cesine”, “Le Coste delli
Magazeni”, “La Valle dell’Albano” e “Le Serre del Molino”. L’accordo
prevedeva che i terreni controversi avrebbero continuato ad esser
goduti per difese seu camere chiuse dalla predetta Certosa nel modo
in cui attualmente detiene e “Con dichiaratione però che in vigor
della presente concordia non si senta inferito pregiuditio alcuno
alle raggioni e possesso, che hanno d(ett)o Mons. Arcivescovo, et
ecc(lesiasti)ci di d(ett)a terra di potere, come ogni altro
cittadino pascere con li loro proprii animali nelli territorii
sud(et)ti et altri di d(ett)a terra dopò lo sbarro, et apertura, che
si suole fare alla prima di Maggio, ò altro più vero tempo per
insino che d(ett)i territorii non si bandiscano e serrino, e così
ancora possino pascere d(ett)o Mons Arc(ivesco)vo et ecc(lesiasti)ci
in d(ett)a terra con li loro proprii animali tanto nell’altre terre
di d(ett)o territ(ori)o, che sono di loro natura, e qualità comuni à
tutti li Cittadini, e generamente in materia di pascolo di godere
quel jus, che hanno l’altri Cittadini Laici di d(ett)a terra, e
nella forma e modo che d(ett)i cittadini laici lo godono...” Su di
essi i cittadini di Rocca di Neto; tanto laici che ecclesiastici,
rivendicavano il diritto di pascere e di legnare. (ANC. 335, 1683,
31 -35).
Anche l’apprezzo di S. Severina del 1688 evidenzia i guasti causati
dal fiume Neto. Tra i beni burgensatici posseduti dal feudatario vi
era “in d.o sito di Corazzo quattro molini con la sua casa di
fabrica di lunghezza palmi 63, larg. pal. 27 dove vi sono quattro
trimoje, uno cascione, e le mole sono quaste, quale sta fuori di d.i
molini, e perche l’acquedotto e guasto per la veemenza del Fiume
Neto, e per tal causa non possono macinare d.i molini e volendo
rifare d.o acquedotto in altro sito di quello fu fatto prima, si può
rifare con farci di spesa circa d.ti 3000 però sono di parere che la
spesa sarebbe inutile, mentre sta soggetto alla rapidezza, e
violenza di d.o fiume, il quale per quanto si puote scorgere sopra
la faccia del luogo, e instabile per essere il sito quasi piano”(
A.S.N. Commissione liquidatrice del debito pubblico, busta n. 4411,
f. 10v)
Descrizione del paesaggio
Nei “Memoriali di scomunica di Particolari publicati in diversi
tempi dal m.co R.do Cantore” si trova che il 23 giugno 1619
l’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano accoglieva la
richiesta di scomunica contro alcuni abitanti di Belvedere
presentata dal chierico Gio. Francesco Franco, procuratore generale
della Mensa arcivescovile. Il Franco faceva presente che “molti del
Casale di Belvedere hanno gettato nel fiume di Neto molte carrate di
pietra per fare svoltare il detto fiume per li terreni di detto
casale di Belvedere per dove andava et farlo voltare per li terreni
di questa città di Santa Severina per dove adesso è voltato per
causa di dette carrate di pietra gettate dentro detto fiume in grave
danno et interesse di essa Chiesa Arcivescovale mentre il detto
fiume è voltato e scurre a desso per li terreni di detta Chiesa
Arcivescovale perciò per l’indennità di essa Chiesa dimanda che che
se ne faccino le munit(io)ni et conseguentemente che use fulmini et
sentenza d’escomunica contro quelli persone che hanno gettate dette
pietre dentro detto fiume et cossi contro quelle persone che l’hanno
fatto buttare et cossi contro quelle persone che lo sanno et l’hanno
viste gettare et l’hanno inteso chi ce l’ha gettate et cossi chi
l’ha fatte gettare”. Una pianta risalente alla seconda metà del
Seicento evidenzia alcuni aspetti della bassa vallata del Neto,
situata a sinistra del fiume Neto tra le terre di Rocca di Neto e
Belvedere Spinello e lo spostamento dell’alveo del fiume Neto in
territorio di Santa Severina.
In essa sono segnati a settentrione i “Monti e la Valle del Suffeudo
di Poligrone”, che confinano verso meridione con il “Monte e valle
del suffeudo di Marrio”, quindi procedendo verso il fiume Neto c’è
il Piano di Marrio. All’interno del Piano sono segnate le località:
“Bruca Incendiata” e “Salaco Annichilato”. Vi è quindi il “terreno
erto limita col fiume” che separa il “Piano di Marrio” dal “Letto
secco di Neto”. A occidente, verso monte il Suffeudo di Marrio è
limitato dalla via che scende dal vallone e segna il “limite con la
Rocca e Belvedere”, passata la quale ci sono il “Vignale di
Belvedere” con la sua siepe, il “molino” con l’acquaro, la “via che
va alla salina”, il luogo detto “Celso caduto”. Ad oriente dalla
parte di Rocca di Neto i suffeudi di Poligrone e di Marrio sono
limitati da una siepe che segna il confine con il “Passo per gli
animali a Neto”, che discende dalla “Bocca” della valle di
Poligrone. Questo “Passo” separa i due suffuedi dalla “Volta di D.
Giovanne” e dalla “Volta della Differenza”. A meridione troviamo il
“Letto secco di Neto”, “L’acquaro che scende dai molini di
Belvedere”, le gabelle “Volta della Differenza” e “Iuroleo” e la
“Presa dell’Acqua delli molini della terra di Rocca”. Quindi c’è il
“Fiume Neto di letto incostante”, che separa i territori di Rocca di
Neto e di Belvedere da quelli di Santa Severina.
La carta mette in evidenza oltre alla presenza di molti mulini con i
loro acquari e le vie e passi che attraversano la vallata anche la
frequente variabilità del corso del fiume Neto, che oltre ad avere
abbandonato il suo letto, penetrando e danneggiando il Piano di
Marrio, aveva anche spaccato in due la gabella “Volta della
Differenza”, un corpo feudale della baronia di Rocca di Neto,
appartenente ai certosini di San Stefano del Bosco, determinando una
lunga lite per il suo possesso, in quanto la parte separata e
compresa tra il il “Letto secco di Neto” ed il fiume Neto, era stata
occupata. Lo stesso vale per una parte della gabella detta “Iuroleo”
o “Yroleo”, situata nel corso di Casale Novo in territorio di Santa
Severina ed appartenente all’arcivescovo. Il fiume, lasciando il
“Letto secco di Neto”, si era spostato in territorio di Santa
Severina ed aveva rovinato e diviso la gabella, una parte della
quale ora si trovava sulla riva sinistra.
Interventi dell’uomo
A volte furono gli interventi umani, per cambiare l’alveo del
Neto e dei suoi affluenti, ad essere causa di frequenti liti, come
dimostra quella che oppose all’inizio del Settecento il barone di
San Martino Alfonso Alimena, possessore del feudo spopolato di
Gipso, sito in territorio della città di Cerenzia e confinante con
il fiume detto “Lesa”, al potente duca di Caccuri Antonio
Cavalcanti. La contesa riguardava il corso del fiume Lese, affluente
del Neto, che segnava il confine tra il territorio di Cerenzia e
quello di Caccuri. Il duca aveva fatto costruire una “baricata seu
ingriorata di legname” , deviando il fiume dal suo antico letto e
facendolo passare per dentro il feudo di Gipso, situato in
territorio di Cerenzia, causando danni ai fondi del barone. Lo
sbarramento aveva resistito per un po’ di tempo, finché non veniva
manomesso ed il Lese ritornava in parte nel suo antico alveo. Per
fugare il sospetto di aver danneggiato la barriera fatta dal duca,
ma che l’accaduto era da imputare ad un fatto doloso di origine
ignota, il 22 luglio 1703, su richiesta del barone di Gipso, il
notaio di Crotone Silvestro Cirrelli si recò sul luogo assieme ad
alcuni abitanti, in qualità di testimoni, di Monte Spinello (
Antonio Oliviero, Gio. Andrea di Giorgi, Carlo Giorgi, Leonardo
Greco, Antonio Rossetti) e di Altilia ( Antonino Terzigna), pratici
della zona. I testimoni giunti alla riva del Lese, dove era la
barricata, giurarono che la barricata era rimasta intatta fino al
sei luglio e “doppo il qual giorno essi medesimi l’hanno osservata
incominciata ad incendiarsi da una punta dalla parte di sotto,
conforme hora patentemente si vede, ed appare dalle ceneri e tronchi
affomigati ed arsi dal fuoco”.( ANC. 497, 1703, 30.)
Di solito il feudo era preso in affitto e poi in parte subaffittato.
Tra coloro che affittavano il feudo c’erano i Certosini di San
Stefano del Bosco, feudatari di Rocca di Neto, i quali nel 1716
cercarono anche di comprare il feudo di “Lo Gipso” dagli Alimena
Giuranna. Essendo ormai quasi perfezionato l’acquisto, Domenico
Mazzaccara di Belvedere Malapezza stipulò con i certosini un
contratto d’affitto del feudo, anticipando un anno di affitto. Non
essendo poi seguita la vendita, nel settembre 1717 invano il
Mazzaccava protesta e cerca di far valere l’obbligo stipulato con i
certosini presso il procuratore del barone di San Martino, il
crotonese Gio. Battista Caivano. Quest’ultimo, poichè ormai era
stata concordata la vendita del suffeudo tra Pietro Paolo Alimena
Giuranna ed il principe di Cerenzia Tomaso Rota, non riconosce
l’obbligo e rimanda il Mazzaccava dai certosini, ma “detti P.P. non
volevano saperne niente”. ( ANC. 659, 1717, 230)
Alla metà del Settecento
Il catasto onciario del 1742 di Rocca di Neto descrive i
territori di Marrio e Poligrone ancora particolarmente boscosi,
anche se in parte erano stati dissodati e resi adatti alla semina.
Si nota inoltre che già era stata introdotta l’olivicoltura in
Poligrone.
Al tempo del trapasso del feudo di Cerenzia dal principe Vincenzo
Rota , morto l’otto aprile 1742 , a Ippolita Rota, oltre ai due
feudi rustici il principe di Cerenzia possedeva alcuni beni
burgensatici in territorio di Rocca di Neto. Tra questi vi era un
territorio, parte seminatorio e parte boscoso, di 450 tomolate in
località Marrio, che confinava con i beni del principe e con i fondi
appartenenti ad alcuni abitanti della terra di Belvedere e dava una
rendita annua di 300 ducati. Il principe aveva poi un fondo in
località Poligrone dell’estensione di 600 tomolate, che dava una
rendita annua di 280 ducati e confinava con il precedente. Esso era
parte a semina, parte a bosco e parte alberato con olivi. Inoltre
era proprietario di un territorio “campese” di 40 tomolate in
località “la Volta della Differenza”, che confinava con il fiume
Neto e dava una rendita annua di 30 ducati.
Il feudo di Marrio era particolarmente adatto al pascolo del
bestiame. Di solito era dato in fitto per più anni dal principe di
Cerenzia a proprietari di bestiame dei casali di Cosenza assieme ad
alcune difese situate in Sila. Così coloro che affittavano, che poi
in parte subaffittavano, potevano usufruire secondo la stagione del
pascolo in Sila e di quello nella marina. E’ quanto documenta una
protesta presentata nel novembre 1787 dal possidente di bestiame
Filippo Grisolia del casale di Celico nei confronti del principe di
Cerenzia Ercole Giannuzzi Savelli. Nel mese di giugno 1783 avendo
bisogno di denaro la principessa di Cerenzia Ippolita Rota, sposata
con Vincenzo Giannuzzi Savelli, prese in prestito 4000 ducati dal
Grisolia con la promessa di rimborsarli sopra l’affitto ad erbaggio
per la durata di otto anni continui del feudo di Marrio e della
difesa silana di Riggio; il primo ad iniziare dal primo di settembre
1784 e la seconda dal primo gennaio 1784. Nonostante il prestito, il
principe non riuscì a sanare i suoi debiti e nell’agosto del 1783
furono vendute le difese che il principe possedeva in Sila tra cui
quella di Riggio. Per tal motivo al Grisolia venne a mancare una
parte dell’introito, rimanendogli solo quello del feudo di Marrio. (
Valente G., La Sila cit., pp. 498 -499).
Nell’Ottocento
Il passaggio di Poligrone ai Barracco è situabile in un arco di
tempo compreso tra le leggi eversive della feudalità del Decennio
francese e la metà dell’Ottocento. Periodo nel quale vissero Alfonso
ed il figlio Luigi Barracco, i quali approfittarono
dell’indebitamento sempre più consistente e delle molte difficoltà
finanziarie del principe di Cerenzia Tommaso Giannuzzi Savelli , il
quale fu costretto a svendere il feudo, compreso Poligrone, ai
Barracco. La proprietà passò ad Alfonso figlio di Luigi sposato con
Emilia Carafa. Dopo l’Unità d’Italia il fondo Poligrone, che fa
parte delle proprietà dei Barracco, è ampliato con l’acquisto di
alcuni terreni dal demanio.
Nella seconda metà dell’Ottocento Guglielmo Barracco, uno dei figli
di Alfonso, sposato con la nipote Giulia Barracco, è proprietario di
molti animali da allevamento. Si deve a Guglielmo la valorizzazione
del territorio. Dal palazzo di Poligrone egli riconverte in oliveto
gli oleastri del vasto comprensorio, impianta agrumeti a Fontanelle
e a Cupone... e vi lascia un’impronta personale con comodi
palazzotti e pini marittimi, che rendono ameno il paesaggio (
Brasacchio G., VII, 135). Allora la masseria di Poligrone, una delle
sei appartenenti ai Barracco, era al centro di un vasto territorio
comprendente numerosi fondi in buona parte coltivabili, ma anche con
la presenza di folti boschi, estese paludi, terre sterili e soggette
all’inondazione del fiume Neto; tra queste vi erano: “Il Concio,
Belvedere, Brasimati, Setteporte, Juca, Bruchetto” ecc..
Appartenevano alla masseria anche case, magazzini, mulini, frantoi,
trappeti ecc.. Nei magazzini confluivano i prodotti della terra e
del bestiame: grano, orzo, lino, fave, favette, ceci, cicerchia,
agrumi, olio, vino, formaggio, pasta di liquirizia ecc.
Particolarmente importante era la produzione di olio, di cui era
testimonianza il grande ed antico frantoio di Poligrone ( A causa
dei moti popolari del 1848 il barone Luigi Barracco denunciò la
perdita di 4172 militri di olio conservati in Poligrone, Petrusewicz
M. Latifondo, p. 233).
La riforma agraria
Nel secondo dopoguerra con la riforma agraria Poligrone passò
dai Barracco all’Opera Valorizzazione Sila e quindi all’Esac.
Risalgono a questo ultimo periodo la costruzione di alcune case
della Riforma ed alcuni tentativi, per la maggior parte
fallimentari, di farne sede di cooperazione per l’allevamento del
bestiame. Le case, a suo tempo costruite dall’O.V.S., sono state
quasi tutte abbandonate ed il casino baronale nel frattempo è andato
in rapido declino.

