[Paesaggi Crotonesi: Il piano di Prasinace e la mitica città di Laureta]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 51-52/2005)
“In queste convicine campagne stava anticamente
fabricata una città chiamata Loreta dal nome di Laura figliuola di
Lacinio, e sposa di Crotone, ch’inavedutamente è stato ucciso da
Ercole, come s’è detto ne principio di questo libro; e dal nome di
questa città molte volte i Crotonesi sono chiamati Laureti, come
suol dire Licofrone nella Cassandra. “Turres destruent Lauretae
filii”. Cioè distruggeranno le torri i figli di Laureta” (Marafioti
G., Croniche cit., pp. 206 -207).
Ubicazione di Laureta
Sia il Nola Molise che il Fiore ed il Lenormant collocano la
città di Laureta tra il Capo delle Colonne e la città di Crotone.
“Tra questo capo delle colonne, et la Città di Crotone era un’altra
Città, detta Laureta, così chiamata da Laura figlia di Lacinio, et
moglie di Crotone, conforme dice Isacio interprete di Licofrone
nella Cassandra, et altri Autori, come in altri luochi ho descritto:
anzi l’istesso Licofrone volendo nominare i Crotoniati disse in sua
lingua greca, che poi detto Isacio tradusse in latino. “Turres
destruent Lauretae filii”.
Intendendo per li Crotoniati, che fossero un’istessa cosa, overo
perche alcuni Laureti fossero andati ad habitare in Crotone, et come
dependenti da Laureta l’Autore li chiama figli, hoggi pare vestigii
di questa Città Laureta nel piano dove si dice Prasinace, dove si
ascende per un camino chiamato Calo Laura, Calo parola greca in
latino tradotta vuol dire res bona, et honesta, come volesse dire la
bona, et honesta Laura, dicendo Calo Laura. Questa Città fu
desctrutta da Saraceni, come si dirà a suo luogo nelli seguenti
libri.” ( Nola Molise G. B., Cronica , p. 66)
“Laureta: città fondata da Laura, figlia di Lacinio e moglie di
Cotrone. Città antichissima posta tra Cotrone e il Capo delle
Colonne, abitazione di quei antichi popoli, quali furono i primi ad
abitar quelle contrade, di questa favellò l’interprete di Licofrone,
chiamandola città di Cotrone, che fu marito di Laura sua moglie,
Laureta, à Laura Lacinii Filia dicta, scrive l’autor medesimo.
Licofrone , chiamò i Cotronesi, figlioli di Laureta “ Cutroniatae
vero... Turres devastabunt Lauretae filii ...” le rovine non le
vennero dal di fuori, ma dal di dentro di se medesima, quando
avanzatosi Cotrone in Repubblica, tutte le città all’intorno di
minor grido gli corsero in seno..” ( Fiore G., Della Calabria cit.)
“Quanto a Laura o Laureta, essa fu l’eponimo di un borgo di Laura,
dipendente dal territorio di Crotone, ed evidentemente vicino al
promontorio, essendo Laura considerata figliuola di Lacinio. Sulla
via che conduce da Crotone a Capo delle Colonne, circa a metà
distanza, s’incontra una località, oggi deserta, che porta il nome
greco di Calolaura, evidentemente dall’epoca bizantina. E’ probabile
che sia questo un vestigio del nome del borgo di Laura.” (Lenormant
F., La Magna Grecia cit. , II, p. 7)
“Calolaura” e “Colalauro”
Secondo il Nola Molise il luogo dove sorgeva la città distrutta
di Laureta si chiamava “Calo Laura”, cioè la buona e onesta Laura.
Questa interpretazione fu avversata da Armando Lucifero, che in nota
al Lenormant scrive: “Il sito che il Nola Molise chiamò
inesattamente CaloLaura, si chiama e si chiamò sempre in dialetto
Colla Laura, cioè Colle Laura”. Per il Lucifero anche
l’identificazione del luogo è sbagliata in quanto “ Se Colle Laura è
il sito dove doveva sorgere Laura, esso è più vicino a Crotone ed è
sul versante sud delle colline dette Sanda e Sandella, e
propriamente nel fondo Vrica, o poco dopo” ( Lenormant F., cit., II
pp.138, 203, in n.)
Se a riguardo del toponimo nei documenti antichi troviamo sempre il
toponimo “Colalauro” e non “Calolaura”, la presenza di un borgo
agricolo, o di più borghi, situato tra Crotone e Capo delle Colonne
è una ipotesi verosimile e convalidata sia dai ritrovamenti che dai
numerosi resti in pietra utilizzati al tempo della costruzione delle
fortificazioni della città al tempo di Carlo V; pietra che veniva
imbarcata soprattutto nelle località “Cala dela Bruca” e “Sanda”.
Dagli atti della visita pastorale compiuta nel 1720 dal vescovo di
Crotone Anselmo dela Pena ricaviamo che il beneficio di juspatronato
della famiglia Capocchiano, senza altare e cappella sotto il titolo
di S. Andrea Apostolo, del quale era rettore il chierico Antonio
Raymondo, possedeva “Un vignale in Prasinace sopra Colalauro di
salme 4 diviso in due pezzi, confine il vignale del Decanato di
questa catedrale in den(aro) D(ocati) 8 “ (.Anselmus cit., f. 40v).
Sempre in territorio di Crotone troviamo citati più volte altri
toponimi simili “la gabella La Colla di Zaccano” ( Acta, f. 138v),
il territorio “Colla della Sala”ecc. E’ evidente quindi
l’identificazione di “colla” con “collina”.
I confini di Prasinace ora Prestica
La località Prasinace confinava con i “Piani di Nao”, Santa
Domenichella, S. Pietro, Tuvolillo, Racchio, Santa Domenica,
Maddamma Paula, Decanatello, Colalauro e Condurini ed è da
identificare con la località ora chiamata erroneamente Prestica.
La sorgente “Prasinace”
La località era ricca di acque sorgive: “..dopo il Monte , detto
hoggi la Brica, per l’istessa pianezza si ritrova verso lo capo
delle colonne la Fontana detta Prasinace..” ( Nola Molise G.B.,
Cronica cit., f. 62)
Il Monte del reverendo canonico D. Silvestro Misciscio detto “de’
Maritaggi” possedeva “una gabella detta S.ta Dom(eni)ca sopra la
fontana di Prasinace confine il vignale di S.ta Margarita D(ocati)
20” ( Anselmus, f. 54)
La località Prasinace
Prasinace fu anticamente una località e non quindi una semplice
gabella o vignale. Questa sua qualità la pone in una dimensione
diversa rispetto al territorio circostante e quindi su di essa
gravitante. E’ evidente l’ipotesi dell’esistenza di un agglomerato
umano, che aveva alcuni diritti su un territorio limitato e
distinto.
Ancora nel Seicento si poteva leggere che le terre dette Madamma
Paula e quelle di Santa Domenica erano in località Prasinace.
Nei capitoli matrimoniali riguardanti lo sposalizio tra la Damicella
Adriana Pipina e Francesco Tricarico di Casubono, l’ava materna
Beatrice Caponsacca, la madre della futura sposa Cornelia Barricella
e lo zio paterno Camillo Pipino promettono di consegnare come dote “
la tercza parte dele terre dette di Madamma Paula, site nel
territorio di detta Città loco detto Prasinace, jux.a le terre
dotali del S.r Dionisio Pipino e le terre del ven. monastero di S.ta
Chiara” ( ANC. 49, 1591, 61). Alla fine del Seicento la chiesa
parrocchiale di S. Veneranda e Anastasia possedeva un territorio di
tt.a 15 seminanti oltre il terreno in erbaggio detto Santa Domenica
loco detto Prasinace ( Acta cit., f. 31v). La località era
particolarmente ricercata per i suoi territori “feraci e fertili”,
adatti soprattutto al pascolo, come si rileva dal prezzo
dell’affitto “in erba”, che era di circa 20 carlini la salma. (
“Quando si danno in affitto li territorii in erba per uso di pascoli
per quelli che sono feraci et fertili l’affitti per uno anno si
sogliono fare, sino alla raggione di carlini venti la salma, et
quelli di minor conditione qualche cosa meno del sud.o prezzo,
secondo le richieste et bisogni dell’affittuarii”, ANC. 667, 1746,
166).
Il monastero delle clarisse di Crotone
Già alla fine del Cinquecento il maggior proprietario delle
terre è il monastero di Santa Chiara di Crotone. La gabella di
Prasinace rimarrà in possesso del monastero per oltre due secoli.
Le clarisse di Crotone nella seconda metà del Seicento amplieranno
la loro presenza con l’acquisizione della gabella confinante di
Carbonarella. Il 6 maggio 1672 il monastero raggiungeva un accordo
con Carlo e Gioseppe Modio della città di Santa Severina per
l’accoglimento in clausura di tre figlie di Gioseppe Modio. Come
parte del pagamento della dote i Modio si impegnarono a consegnare
al monastero la metà della gabella detta La Carbonarella, situata in
loco detto Nao, che i Modio possedevano in comune e indiviso con la
signora Catherina Scavello di Strongoli. La gabella confinava con la
gabella di Prasinaci del monastero, e con le gabelle Racchio,
Madamma Paula e altri confini. L’entrata della gabella, per la metà
che apparteneva ai Modio, era di “salmate” otto per ciascun anno
quando si semina e fu stimata da comuni amici per il valore di
ducati trecento, alla ragione di ducati trentasette e mezzo la
salmata. ( ANC. 253, 1672, 37 -41). Non passano molti anni ed il
monastero completò l’acquisizione della gabella. Nel febbario 1675
le sorelle Faustina e Claudia Scavello di Strongoli entrano nel
monastero e portano come dote una casa palatiata ed una bottega in
piazza Lorda del valore di ducati cento e la rimanente metà della
gabella Carbonarella del valore di ducati trecento ( ANC. 334, 1675,
36 -39). Sempre nelle vicinanze il monastero possederà un altro
vasto territorio, la gabella Sandella, dell’estensione di 400
tomolate di terre “sterili, rase e nobili atte solo ad uso di
pascolo”.
Alla fine del Seicento il monastero di S. Chiara possedeva una
gabella nominata Prasinaci confine la Carbonarella, che affittava
quando a massaria in grano salme venti, quando in erbaggio in denaro
ducati novanta incirca ed una gabella detta la Carbonarella
confinante con il territorio di Presinace in grano salme dieceotto,
in denaro ducati trentasei ( Acta, f. 125v, 127). Altri proprietari
erano: Il beneficio di S. Andrea Apostolo, che aveva un vignale nel
luogo detto Prasinace e lo affittava in grano salme cinque, in
denaro ducati dieci in circa (Acta, f. 148v) e la chiesa
parrocchiale di S. Veneranda, che aveva un pezzo di terra dentro il
territorio di Prasinaci confinante con il Tenimento dei Geraci, che
affittava in grano tomoli ventiquattro in denaro ducati quattordici
(Acta, f. 117). Tra i proprietari confinanti troviamo la cappella
della Natività in cattedrale, che possedeva la terza parte d’una
gabella detta Maddamma Paula, che affittava solamente a pascolo,
ricavando circa quindici ducati all’anno( Acta, f. 104v) ed il
Decanato, che aveva una gabella detta il Decanatello, che quando
affittava a semina ricavava circa dieci salme di grano e quando a
pascolo circa venti ducati all’anno ( acta, ff. 133-134).
Le due gabelle di Prasinace e di Carbonarella di solito erano
affittate assieme e allo stesso fittavolo, che poi spesso le
subaffittava ai mandriani o ai coloni. Esse erano date in fitto per
tre anni a pascolo e poi per tre anni a semina o ad ogni uso. Dal
1701 al 1703 Prasinace e Carbonarella erano in fitto al nobile
crotonese Gio. Battista Barricellis, la prima per ducati 90 annui,
la seconda per ducati 25 annui. In seguito per il triennio
successivo furono affittate ad ogni uso ai massari Cristofolo e
Dionisio Giaquinto la prima per ducati 100 annui la seconda per
ducati 33 annui. ( Platea del monastero di S. Chiara, 1702 – 1704,
ff. 4, 7).
Proprietari
Nei primi decenni del Settecento la località, dove l’attività
economica preminente è il pascolo, è divisa tra pochi proprietari.
Quasi tutti sono enti di natura ecclesiastica. Oltre al monastero di
Santa Chiara, che possiede la maggior parte delle terre, vi sono il
Decanato della cattedrale di Crotone, la chiesa parrocchiale di
Santa Veneranda e Anastasia, la chiesa parrocchiale di Santa
Margherita, il beneficio della Natività della cattedrale di Crotone,
il seminario ed il monte di maritaggi di Silvestro Misciascio. Tra i
proprietari laici troviamo i nobili Giuseppe Antonio Ramirez e
Dionisio Pipino e Gio. Domenico Trimboli
Al tempo della visita del vescovo Anselmo dela Pena la situazione
non è di molto cambiata. Il monastero di Santa Chiara mantiene “una
gabella nominata Prasinace di salmate 20, ed un’altra detta
Carbonarella di salmate 18 contigua, confine Madamma Paola di
Gallucci, oggi di Giuseppe Antonio Ramirez e Racchio di Dionisio
Pipino, che affitta in pascolo per ducati 135 all’anno ed in semina
per annui tomoli 250 di grano (Anselmus cit., f. 13). I proprietari
confinanti sono il Decanato che possiede la gabella detta il
Decanatello, confinante con Prasinace del monastero di S. Chiara e
con la gabella Santo Spirito del seminario. La gabella è affittata
quando in grano per salme dodici annui e quando in denaro per ducati
trenta ( f. 20v); la chiesa parrocchiale di S. Veneranda e Anastasia
che ha un territorio di tomolate 15 seminanti oltre il terreno in
erbaggio detto Santa Domenica in località Prasinace, confinante con
i terreni detti Santa Domenichella e il Denato. La gabella è
affittata: in grano tomoli. 30, in denaro ducati 15. ( f. 31v); la
chiesa parrocchiale di S. Margherita, che ha un vignale in Prasinace
confinante con Santa Domenichella dell’eredi di Gio. Dom,co Trimboli
e Santa Domenichella di Santa Veneranda, in grano tomoli 18, in
denaro ducati 8 ( f. 33); il beneficio della Natività che ha il
Terzo di Madama Paula, confinante con Prasinace e la Cucugliata del
Decanato: la gabella è affitatat solo in denaro per ducati 26 annui
( f. 37); il monte del canonico D. Silvestro Misciascio detto de’
Maritaggi che possiede una gabella detta S.ta Domenica sopra la
fontana di Prasinace confine il vignale di S.ta Margarita, che
affitta solo in denaro per ducati 20 annui ( f. 54).
Un tentativo di usurpazione
Il monastero di Santa Chiara manterrà inalterato il suo possesso
per quasi tutto il Settecento. Nel catasto onciario del 1743
troviamo infatti che il monastero possiede “Un territorio chiamato
Parasinace di tt.a 410, confine Santo Pietro, e li Condorini,
stimato d’annua rendita effettiva D(oca)ti 100” ( Catasto Onciario
Cotrone, 1743, f. 243).
Dopo il terremoto del 1783 il monastero fu sospeso e
l’amministrazione dei beni passò alla Cassa Sacra. Il grande
patrimonio fondiario, che nel corso dei secoli aveva accumulato il
monastero, fu subito oggetto delle mire dei nobili locali, i quali
tramite prestanome cominciarono a porre delle ipoteche su una futura
acquisizione. Nel giugno 1785 il delegato della Cassa Sacra, dietro
offerta di decima, diede in fitto Prasinace per 29 anni al crotonese
Nicola Coccari per annui ducati 250. Nel contratto fu stabilito che
il Coccari doveva a proprie spese “coltivare, aumentare e migliorare
il detto fondo”, sotto pena di decadere dall’affitto. Egli inoltre
rinunziava a qualunque diritto di sconto ed i suoi eredi e
successori sarebbero stati obbligati in solidum al pagamento
dell’affitto. Il Coccari si obbligò a non dare in subaffitto né
cedere ad altri la gabella. Qualora ciò fosse accaduto, l’affitto
era revocato.
I prestanome
La gabella all’atto della sospensione del monastero di Santa
Chiara è così descritta. “Presinace, o sia Carbonella. Gabella
dell’estensione di tomolate quattrocento cinquanta di terre rase e
nobili, delle quali tt.e ( tomolate) 150 sono aratorie per un
triennio, e per l’altro ad uso di pascolo; equalmente che le altre
tt.e ( tomolate) 300, le quali sono atte al solo pascolo; ed è sita
in territorio di Cotrone. Confina da tramontana, ed oriente col
fondo detto tenimento di Zurlo, da mezzo giorno, ed occidente colli
beni del marchese Berlingieri. Con obbligo stipolato dal notar
Vatrella si trova affittata a Giuseppe Messina e Beatrice Tiriolo
per il termine di anni tre principiato dal dì 15 agosto 1789, e per
l’estaglio di annui ducati 250 da corrispondersi in ogni dì 8
settembre. (In nota) Colla vendita delle vacche di Nicola Coccari e
Beatrice Tiriolo si trova già esatta la prima annata” ( Lista di
carico, 1790, f. 4). Da subito infatti a Giuseppe Messina era
subentrato Nicola Coccari e l’affitto da tre era passato a 29 anni,
mentre fu ridotto il canone da 250 a ducati 200 annui.
Il monastero sospeso di S. Chiara “possedea una gabella detta
Presinace di annua rendita D. 100 qual’è passata in rubrica di
Nicola Coccari, per essersila presa ad Longum tempus e per anni 29
in affitto, franchi di fiscali per la C(assa) S(acra) ( Catasto
onciario 1793, f. 180).
Nel 1795 il fittavolo Coccari, che operava per un nobile del luogo,
si era già reso inesatto agli obblighi assunti e perciò la Cassa
Sacra aveva sottoposto a sequestro le rendite della gabella.
Nel maggio di quell’anno il Coccari, con regio assenso, cedette il
suo contratto alla sorella Chiara ed alla nipote Francesca Coccari.
Passarono gli anni e nel 1804 la gabella , come gli altri beni,
ritornò in amministrazione del monastero. Passati i 29 anni, il
primo settembre 1814 aveva termine il contratto stipulato nel 1785 e
le clarisse cercarono di ritornare nel pieno possesso della gabella
e di procedere ad nuovo affitto. Si opposero i Coccari dichiarando,
che essi avevano ottenuto la gabella in enfiteusi e quindi il
monastero non poteva procedere ad un nuovo affitto. Era giunto a
Maturazione in questi anni il disegno che doveva portare ad un
definitivo passaggio del fondo in potere del barone Berlingieri. Nel
1814 Nicola Berlingieri, fratello del barone Pietro Berlingieri, era
governatore del monastero ed in suo nome fu sostenuto il giudizio
contro il Coccari. Sfruttando la conoscenza e la complicità, sia
all’interno del monastero che nella curia vescovile, il barone si
metteva all’opera. Dopo poco la gabella cambiava di proprietà. Con
una finta vendita il 10 maggio 1816 i Coccari vendevano la gabella
per ducati 2000 al prestanome Giuseppe Martire, dichiarando che la
gabella era soggetta al solo annuo canone di ducati 200 in favore
del monastero di S. Chiara. Il 16 maggio 1817 Pietro Martire con
un’altra finta vendita rivendeva la gabella per ducati 3000 al
barone Pietro Berlingieri. Conoscendo il barone Berlingieri la
precarietà del possesso, cercò di sanarla e perciò il 23 giugno 1819
fu stipulato un contratto tra il Berlingieri ed il procuratore delle
clarisse per una censuazione perpetua del fondo. La richiesta di
assenso avanzata dalla badessa fu approvata dalla curia vescovile.
Perché l’atto potesse avere un esito, occorreva però ottenere i
dovuti permessi da Napoli e da Roma, altrimenti il contratto era da
ritenersi nullo.
La gabella passa di mano
La platea del monastero mostra il tentativo di passaggio con la
sostituire del contratto di affitto triennale, che doveva essere
stipulato tra il procuratore del monastero e coloro che prendevano
in fitto le terre ed al quale erano soggetti tutti fondi del
monastero, con il contratto di enfiteusi, cioè con una concessione
perpetua, che di fatto escludeva il monastero dalla gestione del
fondo rustico.
“Una gabella detta Prasinace e Carbonella confina S. Pietro, li
Condolini, e Tuvolillo di tt.a 410 (affittata) data in enfiteusi al
Sig. D. Pietro Berlingieri, come da Istr.o del notar Luigi Demeo de
23 giugno 1819 da valere dopo ottenuti i dovuti permessi
corrispondendo intanto D. 250”. ( Platea del ven. monastero di S.
Chiara.che principia la 1° gennaro 1820 e termina a 31 Xbre di detto
anno. (Procuratore il M. R. Can.co D. Michele Caruso)
I dovuti permessi tuttavia, come si rileva dalla platea del
monastero del 1832, non vennero e nello stesso tempo mutarono le
condizioni che avevano favorito il tentativo del barone. Si accese
allora una lite tra il monastero ed il barone Berlingieri, il quale
oppose vari pretesti quali le spese per l’acquisto e le migliorie
apportate, che secondo il barone erano “il biviere e gambitte, ed
altre culture”, che per il monastero altro non erano che i solchi
incisi con l’aratro, per dar sfogo alle acque, e dei recipienti per
abbeverare gli animali al pascolo .
(“Pel monastero di S. Chiara di Cotrone contro il barone
Berlingieri. In grado di rinvio da trattarsi il dì 13 del corrente
settembre ( 1843).
Con l’unità d’Italia il fondo ricadeva nell’Asse Ecclesiastico e poi
dal demanio veniva messo all’asta. Terminava la lunga vertenza tra
il monastero di Santa Chiara ed il barone Luigi Berlingieri, figlio
primogenito di Pietro e Gaetana Lucifero. Nel dicembre 1864 il fondo
“Prasinace e Carbonella”, stimato del valore di lire 29408, era
aggiudicato per sole lire 21200 al barone, con un ribasso di ben
8208 lire. (Quadro dei fondi comprati dal barone Luigi Berlingieri
dal demanio ed affranco di canoni provenienti dall’asse
ecclesiastico, Cotrone li 22 marzo 1885)
Prasinace rimarrà per molto tempo ai Berlingieri. Nel 1930 è di
Berlingieri Giulio.

