[La “Salina di Neto” presso Altilia]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 43-45/2003)
Lo sfruttamento della Salina di Neto è attestata
fin dai primi documenti medievali. La salina era di proprietà regia
ed era situata all’interno del tenimento detto “Neto”, un antico
possesso dell’abbazia Calabro Maria, detta anche Santa Maria di
Altilia. Essa era ai piedi della collina, sulla quale sorgeva
l’abbazia, ed alla riva destra del fiume Neto nei pressi della
confluenza col fiume Lese1.
Della sua importanza, riconosciuta anche al di fuori dell’ambito
regionale, fa fede l’opera del geografo arabo al-Idrisi (1099? –
1164?) il quale, descrivendo il fiume Neto nel “Libro di Ruggero”,
così si esprime: “ Il fiume Neto scende dalla Sila a destra di
Cerenzia e si dirige verso levante. A sinistra di questa città esce
un altro fiume che si unisce al precedente nel luogo chiamato la
Salina distante da Cerenzia nove miglia. Il Neto quindi continua il
suo corso fino a che passa sotto Santa Severina lontano un miglio e
mezzo e proseguendo tra Crotone e Strongoli si mette in mare”2.
Il tenimento di Neto
Numerosi indizi ci inducono ad ipotizzare uno stretto legame tra
lo sfruttamento della salina e la fondazione e presenza dell’abbazia
greca di Calabro Maria. Ancora nel Sedicesimo secolo l’abbazia
conservava “In primis uno tenimento chiamato Neto”, all’interno del
quale era situata “la salina chiamata di Neto de la quale sua maestà
e suoi ministri pagano annuatim a detta Abatia d(uca)ti cinquanta et
tari due” e l’”Ill.re S.r Abbate può in essa salina haver sale
quanto ad esso parerà conforme a d(et)ti privilegii”. L’abbazia
possedeva inoltre “uno prato per commodità di detta salina et
fuoculieri”3.
La salina in età normanno- sveva
Nei privilegi, concessi dai regnanti normanni all’abbazia,
troviamo che il primo giugno 6623 (1115) il conte di Calabria e
Sicilia Ruggero, su supplica del vescovo di Cerenzia Policronio,
trovandosi presso Santa Severina, confermava al monastero Calabro
Maria le concessioni a suo tempo elargite dal duca Ruggero ed
aggiungeva la rendita di 12 once d’oro annue da riscuotersi sulle
rendite della Salina di Neto4. Troviamo ulteriori concessioni a
monasteri anche in periodo svevo. Nel 1195 l’imperatore Enrico VI
concedeva all’abate del monastero florense Gioachino una rendita di
“quinquaginta bizantios aureos percipiendos annis singulis absque
aliqua diminutione de salina Neti”5 . I cinquanta “bizantios” d’oro
verranno in seguito convertiti in sessanta ducati sulla Salina di
Neto “que est in territorio Sancte Severine prope monasterium
Calabro Marie”, da versarsi ogni anno il giorno di San Giovanni
Battista. L’imperatore Federico II nel maggio 1225 confermava
all’abate ed ai monaci del monastero cistercense di Sant’Angelo de
Frigillo i possessi e le immunità tra le quali quelle “ut libere
sumant sale de salenis nostris Neti et Merchedusi absque alicuius
contradicione”6.
Le concessioni alle predette abbazie saranno in seguito
ripetutamente confermate sia dall’imperatore Federico II7 che dai
successivi regnanti angioini ed aragonesi; i quali riconosceranno
anche i diritti dell’arcivescovo e del capitolo di Santa Severina ad
esigere la decima sul sale ed a godere alcuni privilegi sulla
salina8.
Gli Angioini
Essendo un bene appartenente e gestito direttamente dalla Regia
Corte spettava al re nominare gli ufficiali addetti alla gestione
della salina ed incamerare gli introiti. Sulle regie miniere di sale
vigilava il secreto ed il maestro del sale, che erano di nomina
regia, i quali dovevano osservare e fare osservare le regole
contenute nei capitoli, che regolavano detti uffici . Numerose sono
le nomine di doganieri, credenzieri, cassieri ed incisori, come
anche le concessioni di rendite annue sulle entrate della salina9.
Per avere un’idea dell’importanza, che la salina continuò ad avere
anche durante l’occupazione angioina, è sufficiente ricordare la
presenza di un fondaco del sale a Crotone10. Da molti documenti
risulta inoltre che i regnanti angioini confermarono ripetutamente
agli abati i privilegi che godevano sulla salina ed intervennero
spesso presso gli ufficiali regi addetti all’amministrazione della
salina, per sollecitarli all’osservanza dei pagamenti. Essi fecero
inoltre numerose nuove concessioni. Sempre durante il periodo
angioino la gabella della salina di Neto cominciò ad essere
appaltata a finanzieri e speculatori, i quali a loro volta la
subaffittavano.
Nel 1294 Carlo II d’Angiò, re di Napoli, confermava al monastero
florense la rendita annua di ducati 60 sulla salina di Neto e nel
1310 Carlo, primogenito del re Roberto, duca di Calabria e vicario
generale del regno, scrive al credenziere della salina di Neto
ordinandogli di versare i ducati 60 annui, già concessi nel 129411.
La regina Giovanna confermava la concessione al monastero florense
della rendita annua di ducati 60, comandando ai credenzieri della
salina di Neto di provvedere al pagamento12. Nel 1301/1302 il
capitano di Santa Severina Giovanni Stefanicii aveva un’annua
provvigione di once 60 sulla Salina di Neto13. Sempre durante il
regno di Giovanna I d’Angiò la salina entrò nell’orbita dei Ruffo,
conti di Catanzaro e signori di Crotone. La regina infatti concesse
ai Ruffo una provvigione di ben 4000 ducati annui sui proventi della
Salina di Neto e la riscossione della gabella del sale in alcuni
luoghi14. Della provvigione ne beneficerà in seguito anche la
marchesa di Crotone Errichetta Ruffo.
Il 20 gennaio 1383 Carlo III di Durazzo confermava l’annua
concessione di tomola 12 di sale al monastero di Santa Maria La
Nova14.
Re Ladislao confermava al monastero florense i ducati 60 sulla
Salina di Neto, incaricando il secreto di Calabria a provvedere15.
Durante la lotta tra Luigi II d’Angiò e Ladislao, il 7 novembre
1390, Alessandro de Stefaniciis “comprava” la salina di Neto dal
vicerè Alberico da Barbiano16.
Luigi III d’Angiò il 2 maggio 1424 ordinava ad Antonio Hermenterii
di provvedere a restituire alla duchessa di Sessa le cinquanta once
ricavate dalla vendita di alcuni panni di lana, prelevandole dagli
introiti della Salina di Neto ed il primo settembre 1426 concedeva
al segretario Oliviero Bonyere l’ufficio di credenziere della salina
di Neto, sua vita durante17.
Gli Aragonesi
I re aragonesi continuarono a rinnovare le vecchie concessioni
alle abbazie ed altre ne fecero. Il 12 dicembre 1444, il re Alfonso
che era sceso in Calabria per domare la ribellione del marchese di
Crotone Antonio Centelles, accampato presso Crotone, concedeva al
catanzarese Roberto de Astore, sua vita durante, una annua
provvigione di ducati 100 “super pecuniae iurium et intratarum
salinae civitatis Sanctae Severinae”18 ed il 15 febbraio 1446
confermava all’arcivescovo di Santa Severina il diritto di decima
sul sale della Salina di Neto19. Seguono la conferma dei privilegi
dell’abbazia Calabro Maria20 ed alcune lettere perché non siano
molestati i diritti sulla salina del monastero florense; nel 1453
una lettera della Regia Camera della Sommaria esenta il monastero
dalla tassa del 4 per cento sulla concessione dei 60 ducati annui21.
Anche durante il regno di Ferdinando e dei successivi re aragonesi
troviamo numerose concessioni. Il 24 giugno 1462 il re Ferdinando
reintegrava Antonio Centelles e la moglie Errichetta Ruffa; tra le
concessioni vi è una “provisione annua ducatorum mille super salina
Sancte Severine dicta de Netu”22. Seguono altre concessioni al
monastero florense, alla abbazia di Santa Maria di Altilia23, a
Tomaso Astagna, a Giovanni Pietra di Corneta ecc. Viene assegnato
l’ufficio di doganiere del sale di Neto al notaio Berardino de
Bosis, di credenziere del sale di Neto ad Alfonso Sentina o Cetina,
a Francesco Telese di Cosenza è affidato l’ufficio di incisore del
sale nelle saline di Neto ecc.24
Durante l’occupazione aragonese venne introdotta la tassa sui fuochi
e sul tomolo di sale a fuoco. La tassa consisteva nel pagamento
annuo da parte di ogni famiglia di carlini dieci per focatico più
carlini cinque e grana due per il tomolo di sale, che ogni famiglia
era obbligata ad acquistare, da pagarsi in tre rate25. Sempre sul
finire del Quattrocento compaiono i nomi di alcuni arrendatori. Tra
le grazie, chieste dall’università di Roccabernarda e concesse dal
re Ferdinando il 12 ottobre 1491, vi era “in primis” la richiesta di
scomputo dai pagamenti fiscali di ducati 50; somma che per ordine
del tesoriere di Calabria Vincislao Campitello, era stata pagata
dall’università a Ioanne Quactro Mano, arrendatore delle saline di
Neto, per tagliare il sale26.
Arrendatori e affittuari
Durante il Viceregno i monasteri conservarono gli antichi
diritti sulla Salina di Neto, come risulta da una lettera inviata
nel 1517 dalla Camera della Sommaria a favore del monastero
florense, che ordina al doganiere e al secreto della salina di Neto
di pagare gli usuali annui ducati 6027. Magazzini dove si conservava
il sale ed imbarchi sono segnalati a Crotone. Nel maggio 1594 il
patrone reggino Anello Alampi è al porto di Crotone per imbarcare
per conto del nobile Giovanni Carnelevare di Monasterace “sale a
scascio”. Egli dovrà riempire la sua barca, per quanto sarà
possibile, di sale e scaricarne circa 15 cantara allo Cenzo in
territorio di Stilo ed il rimanente allo scaro di Stefanizze. Dovrà
poi ritornare al porto di Crotone per compiere un secondo viaggio,
per trasportare altro sale allo scaro di Stefanizze. Il sale, che è
conservato nei magazzini di Crotone, dovrà essere imbarcato
dall’Alampi a spese però del Carnelevare. Il patrone dovrà
consegnare “le petre di sale sane” come gli sono state consegnate e
per ogni viaggio riceverà ducati 3528.
Le saline erano messe all’asta pubblica ed appaltate, o arrendate,
al maggior offerente, il quale a sua volta di solito affittava le
singole o più saline ad altri. Di solito le regie saline di Neto,
Lepore e Milioti, situate in diocesi di Santa Severina e di
Cerenzia, erano affittate insieme29.
Nel 1565 Gregorio Pinello era regio arrendatore dei sali e saline
delle province di Calabria30.
Nel maggio 1571 il napoletano Orazio Barbaro risulta arrendatore
della salina di Neto31. Nell’agosto 1623 Marcello Barracca era
arrendatore delle saline di Calabria Ultra. Il Barracca era
renitente ai pagamenti per servizio del re e delle galere e doveva
versare una grossa somma all’ammiraglio principe Filiberto. Per non
essere imprigionato, si era rifugiato nella chiesa arcivescovile di
Santa Severina, portando con sé molti dei suoi beni. Tre commissari
gli davano la caccia: uno inviato dal mastro portolano di Reggio su
ordine della Camera Sommaria gli aveva sequestrato le saline con le
loro rendite, un altro inviato dal Tesoriere di Monteleone gli aveva
sequestrato gli animali e dei beni, il terzo gli era stato mandato
contro dal mastro di Campo Carlo di Sangro32.
Numerosi atti riguardano l’affitto ed il subaffitto della salina. Il
3 luglio 1640 Giovanni Battista di Roggiero di Roccabernarda, che
possiede l’ufficio di regio credenziere della regia Salina di Neto,
per privilegio e provvisione della Regia Camera, lo cede per ducati
150 a Pietro Mascambrone di Crucoli33. Il 17 aprile 1764 Nicolazzo
Espluga che detiene per concessione fattagli dal re, sua vita
durante, l’ufficio di regio doganiero dei sali della Salina di Neto,
con possibilità di affittarlo e di sostituire chi lo esercita,
avendo dovuto rimuove dall’ufficio Gaetano Stefanizzi, per ubbidire
ad un decreto della Regia Camera, concede a Domenico Dafinà ,
abitante il Altilia, l’affitto dell’esercizio dell’ufficio di
doganiero “con tutte sue ragioni, azzioni, ed intiero stato, e con
tutti li lucri, gaggi e emolumenti, annua provisione se pur vi sia,
ed esenzione, che sono annessi all’ufficio sudetto”. L’affitto ha la
durata di quattro anni per l’annuo estaglio di ducati 70 pagabili in
due rate eguali ogni sei mesi, con un semestre anticipato e con la
possibilità di subaffittare l’ufficio.
La salina nel 1640
Nel 1640 Anello Antonio de Urso di Napoli era regio arrendatore
delle saline dei monti delle Province di Calabria e Marcello Tosardi
era affittuario delle regie saline di Neto, Lepore e Milioti.
Il 3 marzo 1640 in Badolato l’abbate Francesco Tosardi di Napoli a
nome di Marcello Tosardi, affittuario delle regie saline di Neto,
Lepore e Milioti, si impegnava a consegnare a Giulio Dolce,
procuratore del Principe di Satriano, “sale bianco, recettibile,
netto di creta, sale per sale et ben conditionato cantara cento
cinq(uan)ta allo sottile, consistente ogni cantaro r(otol)a cento,
et ogni rotolo onze 33 parte in pietra et parte minuto ad elettione
di d(ett)o S.r Giulio”. Il prezzo veniva stabilito in ducati tre per
cantaro per un totale di ducati 450 da consegnarsi in due rate, cioè
ducati 200 nel mese di maggio ed il rimanente nel mese di agosto. Il
sale sarà consegnato settimana per settimana nella salina di Neto a
partire dal 20 marzo e finendo all’ultimo di giugno ed il Dolce
“dovera da pagare la rag(ion)e che spetta per la cacciatura et
tagliatura di detto sale”34.
Sempre in quell’anno, nel luglio 1640, il regio credenziere della
Salina di Neto Gio. Battista Ruggiero cedeva l’ufficio a Pietro
Mascambrone. Continuavano il furto ed il contrabbando del sale da
parte degli abitanti dei paesi vicini35. Nel luglio 1640
l’arrendatore Anello Antonio de Urso faceva presente “che in tempo
di notte sono state scassate le saline di Neto et Lepore et rubbato
molta quantità di sali”36. Nel novembre 1640 veniva celebrato un
processo per indagare sull’uccisione di una vacca del monastero di
Altilia, avvenuta nel bosco presso la chiesa della salina. Il
delegato apostolico Tomaso Segreto ascoltò numerosi testi e fra
questi anche ufficiali e lavoratori della Salina di Neto: il
“laborator assiduus” di circa 35 anni Alfonso Verrina di
Roccabernarda, il “laborator assiduus”di circa 25 anni Francesco
Parise del casale di Altilia, il forgiaro mastro Andrea Morano, il
“substitutus officialis” di circa 27 anni Antonio Pacifico, il regio
casciero, il napoletano Martio Cimino di circa 19 anni, “l’incisor
dalis”, o tagliatore del sale, di circa 30 anni Salvatore Barberio
ed altri lavoratori. Tutti erano idioti, cioè analfabeti, e la
maggior parte di loro lavorava nella salina da molti anni, alcuni
addirittura da più di quindici anni37.
Danni della salina
L’estrazione avveniva nel fosso al centro delle terre
appartenenti all’abbazia di Altilia e, per ottenere il sale,
bisognava togliere grande quantità di terra.
Con il passare del tempo e con l’estendersi dello scavo, le terre
dell’abbazia di Calabro Maria intorno alla salina persero di valore,
anche perché le querce “sogliono giornalmente devastarsi dai
forestieri nella salina”. I “travagliatori” e coloro che si recavano
alla salina concorrevano a rovinare le terre dell’abbazia, perché
erano soliti portarvi a pascolare il loro bestiame; così parte del
bosco vicino alla salina a volte veniva tagliato, altre volte era
devastato dal fuoco, per ricavare terreni da mettere a grano e
pascolo. L’abbazia di Altilia continuò ad esigere l’antica annua
provvigione, ma divenne sempre più difficile ottenere il puntuale
pagamento. Una relazione della metà del Seicento descrive le
difficoltà che incontravano i priori del monastero a far valere i
loro antichi diritti: “Sopra la Regia Salina di Neto dalli
Credentieri della d(ett)a R(egi)a Salina per concessione
antichissima delli sopra detti antichissimi Re annui docati
cinquanta , tari due di moneta del Regno di Napoli li quali sempre
si vanno dilatando dalli predetti regi ministri et non si pagano
intieramente et quel poco che si riceve con molte spese e travagli
di modo che li predetti docati 50 . 2. 0 per sei anni intieramente
sommano docati 302. 1. 0 solamente si ne sono ricevuti per tutti li
medesimi sei anni docati 143. 3 et havendosi anco riguardo all’altri
anni precedenti computati dalli fallimenti delli Regi Arrendatori et
la renitenza delli Regi ministri a non pagare si fa conto che dun
anno per l’altro se ne possa ricevere dal suddetto assignamento per
docati cinquanta due tari ducati 35......”38.
La chiesa della salina
Vicino alla salina vi era una chiesa. L’edificio sacro, situato
in diocesi di Santa Severina, è documentato già nella prima metà del
Seicento. In seguito così è descritto dall’arcivescovo Muzio Suriano
in una sua relazione del 1678: “Distante da detto casale (Altilia)
vi è un’altra chiesa, dove si celebra per devotione delli signori
ufficiali delle regie saline di Neto in quel medemo luogo, quali
saline altro non sono, che miniere di sale, che a guisa di marmo si
cava nel distretto di quel casale con grande utilità della regia
corte, e commodo dell’una e l’altra provincia”39. La chiesa,
dedicata a Santa Maria delle Grazie, ancora esisteva al tempo
dell’arcivescovo Antonio Ganini: “Fuori dell’abitato presso le regie
saline c’è la cappella di B. M. delle Grazie nella quale si celebra
il sacro nel giorno festivo e domenicale dal cappellano scelto dai
ministri delle dette saline che lo provvedono del necessario”40.
L’attività della salina nel Settecento
Per tutto il Settecento col sale estratto dalla salina si
sopperì al fabbisogno della popolazione di gran parte delle città
della Calabria41. La vendita del prodotto, gravato dal fisco
regio42, era appaltata città per città. Qui dei bottegai, da soli o
in società, si incaricavano a ricevere il prodotto ed a smaltirlo43.
Ancora alla fine del Settecento il Galanti imputava all’obbligo
dell’uso del sale di monte, invece che di quello di mare, il
fallimento di alcune iniziative commerciali: “Vi è in Cotrone il
passaggio de’ tonni in gran copia nel mese di Settembre, ma allora
sono di ritorno per cui le carni non sono di eguale bontà come nel
Maggio. Si stabilì circa 12 anni sono da’ Cotronesi una tonnara in
Capo Colonna colla spesa di molte migliaia (di ducati) colla
speranza di ottenere una porzione di sale marino corrispondente per
farne commercio di tonni, ma l’opposizione dell’affittatore de’ sali
minerali fece svanire tale utile frangente. Si rovinarono dunque
molte famiglie che volevano fare un bene per essi e per lo stato. Il
tonno quando si prendeva non si poteva salare né smaltire fresco per
mancanza di popolazione. Si era costretti bruciare o buttare nel
mare una quantità enorme di tonno”44.
La chiusura della salina
Una relazione dell’ottobre 1806, riportata da Umberto Caldora,
descrive la situazione delle saline: “Miliati, inondata dalle acque.
Era povera di minerale. Si pagavano al vescovo di Cariati ducati 50
per evitare sia che il terreno fosse messo a coltura sia che la
“gente campagnola” rubasse il sale; la Regia Corte fittava il
terreno ad uso di pascolo per ducati 32 annui;
Manca del Vescovo, aperta in sostituzione di Miliati ma inondata nel
1784; era sita nel feudo del principe di Cerenzia, a cui la Regia
Corte pagava duc. 80 all’anno;
Smirne, presso Cotronei, in corso di apertura;
Nuovo Scavo, presso il fiume Neto, di Proprietà della Regia Corte
che percepiva duc. 16 annui dal fitto del prato;
Salina Nuova, alias Bombacajo, pure nella stessa Zona”45.
Non passerà molto tempo che la Salina di Neto, assieme a quelle di
Basilico ( a 10 miglia da S. Severina e 3 da Cerenzia), Ogliastri e
Olivadi saranno definitivamente chiuse con decreto del 13 aprile
1826, perché si stimò che quelle di Altomonte, Barletta e Trapani
erano più che sufficienti ai bisogni del Regno46.
Note
1. Altilia villaggio situato sulla cima di un alto monte, a piè
del quale vi sono le famose saline alla riva del fiume Neti: Dioc.
Santa Severina, commenda del vescovo di Catanzaro col titolo di S.
Maria, d’aria cattiva fa di popolazione 137, Alfano G. M., Istorica
descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1795, p. 93.
2. Pedio T., I paesi continentali del Regno di Sicilia nella
descrizione di Edrisi, in Studi Storici Meridionali, 1/1994, p. 36.
3. Così è descritto il tenimento di Neto “nel territorio della Rocca
Bernarda”: “Incominciando dal fiume di Neto dallo luoco proprio
chiamato Lo Cafaro, la cabella di S.ta Maria di Mulerà vecchio et
ascende per le criste criste delli sterei ed ascende alli terreni
delli Giuliani per le timpe timpe, et esce e confina alla cabella
della Feretta, li frunti frunti de d.a cabella, et esce alli vignali
di S.ta Maria de la Magna della Rocca Bernarda, li frunti frunti di
d.i vignali, esce alli vignali di S.to Nicola della Rocca pre.tta,
li frunti frunti, et esce alla cabella de Cuvalari nominata
dell’her.i del q.m Alfonso Masso li frunti frunti et esce alla serra
di S.to Andrea de la suprad.a cabella di d.i her.i e li frunti
frunti esce alla cabella de Berardino di Bona e frati nominata la
cabella dello Suvero, et esce allo timpone de Castelluzzo, et
discende lo timpone a bascio termino med.te et esce allo canale de
Caria, et ascende lo vallone ad irto de Caria confinando con lo
Castelluzzo e confina alla serra de Crapari, e de volta volta esce
alla cabella chiamata Armerò, e le colle colle esce alle Scalille, e
de volta volta confinando ad Armerò verso levante, et esce allo
timpone d’Armerò, dallo quale timpone a bascio ferisce alle terre, e
sararmaco di Francesco delle Serre, et lo sararmaco sararmaco esce
allo vignale di S.to Nicola con lo quale confina termino med.te, con
lo quale confinando sempre da man destra caminando verso Ardavuri
finisce alla medesima cabella di Ardavuri, e segue la serra a
pennino cristone cristone, et esce alle terre di Francesco delle
Serre, e di Battista delle Pira, e lo termine termine esce allo
cristone di S.ta Anastasia, e da esso cristone cala a bascio
confinando da man destra con li Ficuti, e da man manca con la
cabella d’Ardavuri, e fere allo termine di S.taAnastasia, et termino
mediante lasciando d.o termine da man destra termino termino ferisce
ad un pezzo di terre, e molino d’Alessandro Infosino acquaro
mediante confinando con d.e terre ferisce allo (giardino) delle
molina dell’Ill.e S.r Gio. Baracco, e seguendo la sepula sepula di
d.o giardino ferisce allo galice prima dello prato di d.e molina
venendo dalla città di S.ta Severina et ascendendo lo galica ad
irto, et esce allo timpone dell’aira, e da d.a aira descende
all’altro galice dello Scinetto della cabella d’Ardavuri, confinando
da man destra de d.o prato, et delle molina di d.o Ill.e S.r
Giovanni, e da d.o Scinetto scende mezze coste mezze coste, et esce
allo timponello delli Scini delle mezze coste, et esce all’altro
timponello di più sopra sempre confinando da man manca quando se va
alla salina de Neto, e si viene dalla città di S.ta Severina
confinando de d.e terre di d.o Ill.e S.r Giovanni, e ferisce alle
timpe, e delle timpe timpe ferisce allo Galice dove e l’Aquicella de
Femina Morta, e de detta acqua ferisce al fiume di Neto e de Neto ad
irto conclude allo primo sciere(?) sopra la Menta”, Copia di Platea
antica con i pesi de vassalli di d.a scritta a foliate numero 29, in
Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia (1579 -1782), AS-CZ.
4. Ughelli F., Italia Sacra IX, 477.
5. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 196; L’inventario del monastero
florense, in Siberene pp. 219 sgg.
6. Pratesi A., Carte latine cit., p. 339.
7. Il 22 luglio 1227 il papa Gregorio IX all’abate del monastero
Calabro Maria ed ai suoi frati sia presenti che futuri conferma ogni
bene e diritto anche l’annua provvigione di 12 once d’oro sulla
gabella della salina di Neto agli stessi concessa dall’imperatore
Federico II con diploma da Bologna del 1221 ed il mulino nello
stesso fiume, C:S. –S.E. cart. 60, fasc. 1333, Privilegi della
abbadia di S.ta Maria de Altilia cit.; Russo F., Regesto, I, 715.
8. Di vari privilegi per la Sede di Santa Severina, in Siberene p.
238.
9. All’inizio del Trecento troviamo Pietro II Ruffo, signore di
Crotone, che esercitava le cariche di secreto, di “magister” del
sale , dell’argento e delle foreste del ducato di Calabria, De De
Leo P., Dalla tarda antichità all’età moderna, in Crotone cit. p.
159.
10. Reg. Ang. XI (1273-1277), p. 220.
11. Russo F., Gioacchino da Fiore e le fondazioni florensi in
Calabria, Napoli 1959, pp. 107, 109.
12. L’inventario del monastero cit p. 232.
13. Maone P., San Mauro Marchesato, Catanzaro 1975, p. 75.
14. Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di
Antonio Centelles, Napoli 1963, p. 183.
15. Barone N., Notizie storiche tratte dai Registri di Cancelleria
di Carlo III di Durazzo, ASPN a. XII, fasc. II, 1887, p. 193.
16. Russo F., Gioacchino da Fiore cit., p. 113.
17. Cutolo A., Re Ladislao d’Angiò – Durazzo, Napoli 1968, n. 132.
18. Orefice I., Registro della cancelleria di Luigi III d’Angiò per
il Ducato di Calabria. 1421- 1434, ASCL 1977/1978, pp. 306, 353.
19. Font. Arag. I, 39.
20. Di vari privilegi per la Sede di Santaseverina, in Siberene p.
238.
21. “L’abate de Calabro Maria ave sopra la salina de Neto anno
quolibet D. LX”. In “Le grazie facte per la Regia Maestà sopra
segrecie et altri intrate de la corte in lo ducato de Calabria”,
Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV cit., p. 281.
22. L’inventario del monastero cit. p. 242.
23. Processo Grosso cit. ff. 74 -96, Arch. Vesc. Crot.
24. Re Ferdinando, venuto meno il principe, all’inizio del 1466
accogliendo le richieste dell’università di S. Severina, riconoscerà
i privilegi e le prerogative e le immunità del monastero e farà
presente all’arrendatore del sale che la Regia corte è obbligata
ogni anno a versare al monastero 12 once d’oro sulle saline di Neto,
in quanto esse sono dentro il territorio di Neto, che appartiene
alla abbazia, Un prezioso documento del secolo XV, in Siberene, pp.
159 sgg.
25. Falanga M., Il manoscritto da Como fonte sconosciuta per la
storia della Calabria dal 1437 al 1710, in Riv. Stor. Cal. n. ½ -
1993, pp. 262-264.
26. Font. Arag. Vol. XIII, 230 sgg.
27. Trinchera F., Codice aragonese o sia Lettere regie, Napoli 1866
– 1870, pp. 132 -133.
28. L’inventario del monastero cit., p. 249 .
29. ANC. 49, 1594, 98 -99.
30. La salina regia di Milioti si trovava sulla riva sinistra del
fiume Lese. Il vescovo di Cariati e Cerenzia Properzio Resta (1586 –
1602) in una sua relazione affermava che “La Corte Regia occupa una
salina in uno territorio della chiesa di Gerentia con molto
pregiuditio della mensa episcopale senza haverne ricompensa alcuna.
Il vescovo per la povertà della chiesa non può litigare come sarebbe
acontrario”. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1589.
31. Tesorieri e Percettori Vol. 4087, f. 65v, ASN.
32. Caridi G., Uno “Stato” feudale cit., p. 101.
33. Volpicella L.(a cura), Epistolario ufficiale del governatore di
Calabria Ultra Lorenzo Cenami, Arch. Stor. Cal. a. II , 1914, n. 2,
pp. 138 -139.
34. ANC. 179, 1640, 33 – 34.
35. ANC. 179, 1640, 31v -33r.
36. Per furti di sale nella salina di Miliati da parte di abitanti
di Cerenzia vedi Aragona G., Cerenzia, Crotone 1989, p. 213
37. L’arrendatore protestava perché aveva preso prigioniere molte
vacche delle mandrie di coloro che avevano preso parte ai furti di
sale, ma era stato costretto da un ordine della Regia Udienza di
Cosenza a scarcerarle, con “grave danno prejuditio et interesse di
detto Regio Arrendamento et Regio Fisco”, ANC. 179, 1640, 30.
38. Processo pella morte di un animale vaccino fatto nel 1640, in
Miscellanea cit.
39. Relatione del stato di S.ta M.a di Calabro Maria seu d’Altilia,
S.C. Stat. Regul. – Relationes, 16, (1650), ff. 68 – 74, ASV.
40. Rel. Lim. S. Severina. 1678.
41. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
42. Nell’agosto 1754 Ignazio Braccio di Catanzaro ed il genovese
Geronimo Dolera avevano l’appalto dei sali di monte della regia
Salina di Neto per la città di Catanzaro ed il suo casale di
Gagliano. Essi lo aveva preso “in solidum” fin dal 31 luglio 1749,
ANC. 857, 1754, 452.
43. Nel settembre 1759 l’aristocratico crotonese Raffaele Suriano
era amministratore generale delle due reali imposizioni delle grana
82 e mezzo a rotolo dei sali del ripartimento dei monti delle due
province di Calabria, ANC. 857, 1754, 451v- 453.
44. I bottegai Giuseppe Pagano e Francesco Giardino gestiscono in
società lo smercio del sale a Crotone. Nell’agosto 1724 arriva in
città un commissario inviato dal delegato delle saline di Neto e di
Miliati per essere pagato del sale fornito ai due bottegai. Dopo
moltissimi contrasti i bottegai si accordano: il Pagano per la sua
rata e porzione del prezzo ed importo del sale che aveva ricevuto
dall’amministratore delle saline versa ducati 29 al commissario. Si
convenne inoltre che tutto il commercio del sale a Crotone passasse
al solo Giardino, il quale da solo doveva ricevere il sale e
smaltirlo, ANC. 663, 1729, 23.
45. Galanti G. M., Giornale di viaggio in Calabria (1792), Soc. Ed.
Nap. 1981, pp.130-131.
46. Caldora U., Calabria napoleonica (1806 -1815), Ed. Brenner
Cosenza 1985, pp. 270.
47. Caldora U., Calabria napoleonica cit., p. 300).

