[San Pietro di Camastro, Rocca di Neto e la grancia di S. Maria della Terrata]
di Andrea PESAVENTO
(publicato su La Provincia KR nr. 31-33/2001)
Nel 1195 l’imperatore Enrico VI concedeva
all’abate Gioacchino libero pascolo nel territorio di “Fluca” senza
alcun pagamento di “glandatico et herbatico”. L’imperatrice Costanza
d’Altavilla nel gennaio 1198 confermava all’abate il “tenimenutum
Fluce situm in maritima Calabriae” ed il libero pascolo per ogni
sorta di animale del monastero1.
Già nella prima metà del Duecento il monastero di San Giovanni in
Fiore aveva ampliato queste prime concessioni situate nella bassa
valle del Neto in territorio di Santa Severina nei pressi del casale
di San Petro de Cremasto o Canastro.
Federico II più volte confermerà i possessi dell’abbazia. Nel 1208
convalida all’abbazia i privilegi dati dai suoi genitori tra i quali
il tenimento di Fiuca2; tenimento che in un atto del luglio 1222 è
descritto situato tra i due fiumi Vitravo e Neto e che si estende da
Rocca di Camastro fino alla confluenza dei due fiumi. L’imperatore
ne concedeva gli stazzi delle mandrie ed il libero pascolo per le
pecore con l’esenzione dell’erbatico e del glandatico. Sempre con lo
stesso documento venivano confermate anche altre proprietà nella
zona tra le quali la parte valliva di Policroni, che era stata
donata al monastero dal milite di Santa Severina Giovanni Ledda3.
Proseguiva durante il periodo svevo la dotazione del monastero
florense. Con un atto del gennaio 1223 il prete Andrea Scaldieri ed
il figlio Nicola donavano un vignale in agro di Santa Severina in
località Cuttufin ed una casa situata in Santa Severina.
Quest’ultimo documento, in lingua greco- bizantina, era stilato
dalla mano dell’umile protopapa “Georgii Sancti Petri Cremasti”;
segno del permanere del rito greco nel casale ed in Santa Severina4.
Segue nel 1234 la donazione fatta da Giovanni Stefanizio della città
di Santa Severina all’abbate florense Matteo; trattasi della coltura
di Rumbolo, posta a sinistra del fiume Neto ma situata in territorio
della stessa città di Santa Severina5. L’estendersi delle proprietà
dell’abbazia florense sulla sinistra del Neto, che in periodo svevo
risulta in tenimento della città di Santa Severina, ben presto
determinerà dei contrasti con gli altri grandi proprietari di terre.
Nel 1246 il vescovo di Strongoli Guillelmus fu giudice ed arbitro di
una lite che opponeva l’abate Mattheus del monastero di San Giovanni
e l’archimandrita Nymphus del cenobio del Patire di Rossano. La
questione oggetto di contesa era il diritto di passaggio di un
acquedotto che attraverso le proprietà dei florensi alimentava il
mulino della grancia di Santa Helena del monastero di Santa Maria
del Patire. Tale grancia era situata in territorio di Santa Severina
“iuxta flumen Neti subtus Roccam S. Petri de Cremasto”6. Da tali
documenti si ricava che l’abitato murato, o casale, denominato Rocca
di S. Pietro di Cremasto si trovava su una collina e posto tra il
fiume Neto ed il suo affluente di sinistra Vitravo, in vicinanza
della loro confluenza. Risulta inoltre che il casale, situato a
sinistra del fiume Neto, era in “tenimento” e diocesi di Santa
Severina. Tale stato è convalidato anche da atti successivi.
Nel 1256 Tancredi, del fu Peregrino de Tarento, faceva dono
all’abate florense Orlando di un casaleno situato nella città di
Santa Severina in parrocchia di S. Nicola de Latinis e di alcune
terre poste nel casale di S. Petro de Canastro, che era in
“tenimenti eiusdem civitatis”7.
All’inizio del Trecento la rocca, o casale, di S. Petro de Canastro,
anche se non più in tenimento di Santa Severina, farà ancora parte
della diocesi, diocesi in cui il rito greco è contrastato ed in via
di abbandono, come risulta dai versamenti delle decime per la Santa
Sede dell’arcidiocesi di S. Severina. Tra gli ecclesiastici che
versano nel 1308-1310 troviamo il presbitero Adam de Sancto Petro de
Termasta o Cremasta8 ed in quelli del 1326 il “Fr Marcus,
cappellanus Rocce S. Petri”9.
S. Petro de Camastro
Durante la seconda metà del Duecento l’abitato di San Pietro de
Camastro è documentato anche dal nome dei suoi signori. I primi nomi
compaiono all’inizio della dominazione angioina. Nel 1271 il re
Carlo I d’Angiò, ormai consolidato nel suo potere, revocava alla sua
Curia alcuni beni che essendo detenuti dai “proditores”, riteneva
occupati abusivamente. Tra questi compare anche il casale di San
Petro de Cremasco, che era situato nel giustizierato di Val di Crati
e Terra Giordana ed era in possesso di Raynaldus Succurdus10.
Ricaduto nelle mani della Regia Curia, lo stesso re dopo poco lo
concedeva al suo “panecterio”, il familiare Roberto de Firmitate o
de la Ferté11. Il De Firmitate dopo poco lo riconsegnò nelle mani
della Curia, in cambio dei diritti che la Regia Curia esigeva su
Caccabono12. E’ del 1272 un atto con il quale il re interviene
perché siano verificati e tracciati nuovamente i confini della Terra
di Cerenzia, che aveva concesso al nobile milite Palmerio de
Corsilies. Per dirimere ogni questione tra detta terra e quelle
confinanti, vengono convocati i signori dei luoghi vicini che sono:
Guillelmo Brunello, Abamontis de Cariato, Henrico Ruffo e Roberto de
Feritate13. In seguito risultano feudatari del casale gli scudieri
Pietro de Glais e Vincenzo da Baiona14. Un altro documento ci
informa che il milite Petro Cunillo riconsegnò nelle mani della
Regia Curia la terra di Strongoli ed ottenne dal re la terra di
Simeri, il casale di S. Petro de Camastro con alcuni beni in
Crotone15. Durante questi primi decenni di dominazione angioina il
casale di San Pietro de Camastro, pur rimanendo come per il passato
in diocesi di Santa Severina, non rientra più nel tenimento di
quella città. La stessa sorte seguirà il vicino feudo di
“Malapezza”16. Questa nuova situazione amministrativa territoriale
molto probabilmente venne a crearsi dopo che nel febbraio1280 il re
Carlo d’Angiò diede ordine di correggere la sproporzione esistente
tra i due Giustizierati di Calabria e di Val di Crati. Con tale atto
il confine tra i due Giustizierati fu spostato più a nord. Segnando
il fiume Neto la nuova linea di divisione, Santa Severina e gli
abitati posti alla destra del fiume furono aggregati al
Giustizierato di Calabria17, mentre San Pietro de Camastro (ed il
successivo Rocca Naeaethi), ubicato a sinistra rimase nel
Giustizierato di Val di Crati e non risulta far parte del territorio
di Santa Severina. Durante il Trecento il casale di S. Petro de
Canastro cesserà di comparire nei documenti. Alla sua scomparsa
contribuirono diversi eventi che colpirono le terre della vallata
del Neto e che possono essere sintetizzati nelle distruzioni causate
dalla lotta tra Svevi e Angioini, dalla guerra del Vespro, dalle
vessazioni dei feudatari provenzali e dallo spopolamento causato
dalle epidemie.
La vallata del Neto tra il Due ed il Trecento
Con la sconfitta e morte di Manfredi nella battaglia di
Benevento (1266), il Regno di Sicilia cadeva in mano di Carlo I
d’Angiò.
Passata la valle sotto la dominazione angioina, durante l’avanzare
dell’esercito di Corradino, essa si ribellò e si schierò dalla parte
di Raynaldo de Ypsigro. Fallito il tentativo svevo di riconquista e
morto Corradino (1268), i ribelli vennero espropriati delle terre,
che furono concesse a miliziani che avevano seguito l’angioino.
Furono così espropriati i beni dei “traditori” tra i quali quelli di
Goffredo di Cusentia e di Fiore Alterius ( in territorio di
Strongoli)18, di Raynaldo de Ypsigro (casale di Crepacore e
tenimento di Foce)19 ecc. I nuovi feudatari sono: Henrico de Cunilla
o Cimillis (terra di Strongoli)20, Joahanni Plovier o Pluvier de
Trosilles (Cerenzia)21, Petro de Folioso (terra di Sancti Leonis,
Turluti e Lutrivii)22, Theodorico de Canz (casale di Crepacore e
territorio di Foce)23, Guido e Iordano de Amantea ( casale di
Cutronei e territorio di Coczuli)24, Giordano di Sanfelice (Zorleto,
S. Leone , Scandale)25, Boamondo de Cariato (Casabona, Verzino,
Cerenzia, Caccuri ecc. )26, ecc.
Altri feudatari presenti nella vallata sono : Guglielmo Brunello,
Henrico Ruffo, Roberto de Feritate27, Helia de Gant28, Iordanus
Ruffus29, Guglielmo de Cortiniaco30, l’arcivescovo di Santa
Severina31, Giovanni Rocca32, Fulcone Ruffo33, il vescovo di
Umbriatico34, Alexandro Stephanuccio35, il vescovo di Strongoli36,
l’abate florense, l’abate di S. Maria del Patire ecc.
Scoppiata l’insurrezione in Sicilia (1282)37, gli Angioini, al
comando di Bertrando Artois, costituiscono una linea di difesa lungo
l’istmo di Catanzaro e la valle del Neto38. L’esercito di Pietro
d’Aragona nel 1284 invade la Calabria; Strongoli “senza aspettare la
violenza delle armi vincitrici, guidate da Fortunio Aldobelli, passò
volontario alla devozione di quelli”39. Ruggero di Lauria devasta
Crotone ed i paesi della costa ionica e della valle del Crati.
Matteo Fortunato, capitano di duemila Almagaveri40, distrugge i
paesi dell’interno e dopo aver incendiato il monastero di San
Giovanni in Fiore41 e devastato i casali di Santa Marina, di S.
Nicola de Alto e di Marathia42 scende lungo la vallata del Neto
mettendo a ferro e fuoco gli abitati.
Dopo il passaggio delle truppe catalane, la vallata si presentava
particolarmente in rovina anche per la resistenza che esse
incontrarono da parte dei fratelli Stefanizia, uno arcivescovo di
Santa Severina e l’altro vescovo di Umbriatico, e dal vescovo di
Strongoli, i quali apertamente si erano schierati dalla parte
angioina opponendosi con le armi e dovendo poi perciò esulare,
mentre i loro beni furono particolarmente saccheggiati. Per il loro
attaccamento alla causa angioina e per i danni subiti essi furono
dal papa Nicolò IV, tramite il Legato nel Regno di Sicilia,
reintegrati con altri benefici ecclesiastici43. Ritornata la valle
in potere degli Angioini, Strongoli viene concessa da Carlo II
d’Angiò in feudo ad Americo de Possiaco (Ponziaca)44 , Cariati,
Casabona, Verzino, Cerenzia e caccuri a Gentile di San Giorgio45,
Cotronei a Pietro II Ruffo46 mentre Santa Severina rimase in demanio
regio47 e così anche Crotone agli “homines” della quale il re
conferma e concede privilegi perché resistono agli assalti delle
bande siciliane48.
La guerra continuò tra alterne vicende e divenne più violenta quando
nell’estate del 1296 Federico II d’Aragona passò con un esercito lo
Stretto e ricacciò le truppe di Carlo II d’Angiò dalla Calabria.
Durante la tregua stipulata tra il conte Ruffo e Ruggero di Lauria,
mentre le città si arrendevano agli Aragonesi, Federico, che stava
acquartierato davanti alla città di Crotone, spostò l’esercito
contro la città di Santa Severina dove, confidando sulla natura del
luogo, l’arcivescovo Lucifero Stefanizia si era asseragliato nella
rocca e non voleva arrendersi né accettare la tregua49. Il re, vista
l’impossibilità di prendere con la forza la città, ritenuta
inespugnabile, la costrinse alla sete, impedendo agli abitanti di
approvvigionarsi alla fonte50. Allora l’arcivescovo, vista
l’impossibilità di sostenere l’assedio, chiese le stesse condizioni
di due mesi di tregua poste dal conte Ruffo. Passato il tempo, la
città si consegnò a Blasco d’Aragona, vicario del re.
La valle ritornò l’anno successivo agli Angioini e venne ripartita
tra numerosi feudatari: Pietro Ruffo, conte di Catanzaro (Cotronei e
altre terre)51, Matteo Aquini (marchese di Casabona)52, Goffredo
Caiazza (alcune terre a Strongoli)53, Isabella di Possiaco
(Strongoli)54, Francesco de Riso (Cerenzia e Caccuri)55, Giovanni de
Monterlernis56 ecc.
Cessate le ostilità con la pace di Caltabellotta (1302), l’anno
successivo incomincia l’opera di ricostruzione del monastero di S.
Giovanni in Fiore a cui sono chiamati dal papa Bonifacio VIII a
concorrere il guardiano dei Frati Minori di Messina con una colletta
di 30 once e i grandi proprietari che per il loro aiuto potranno
usufruire di una indulgenza di 100 giorni57.
Sempre per facilitare la rinascita della vallata, il duca Roberto
esenta l’arcivescovo di S. Severina Lucifero, i feudatari e
l’università dalla prestazione della tassa del legname per le
galee58 ed il re Carlo II nel giugno 1306 accoglie la supplica del
vescovo di Umbriatico, che fa presente che per le vicende della
decorsa guerra erano stati distrutti ed ormai ridotti a feudi
rustici i casali di Santa Marina, S. Nicola dell’Alto e Maratea. Il
sovrano esenta da ogni gravame di legname per le galee e dagli altri
obblighi tanto coloro che erano ritornati ad abitare nei citati
casali, quanto coloro che vi sarebbero andati, purchè non
provenissero da terre in demanio regio. Il tentativo vescovile
tuttavia si scontrerà con la sfavorevole congiuntura e non sortità
l’esito sperato59.
Accrescono lo spopolamento e la fuga della popolazione dalla
vallata, oltre alle gravi devastazioni causate dalla guerra, la
malvagia tirannia ed i soprusi insopportabili dei nuovi signori e la
conflittualità tra questi e con i vescovi.
Umbriatico, a causa della guerra e dei soprusi perpetrati dal
feudatario60, risulta deserta tanto che il papa Giovanni XXII
incarica l’arcivescovo di S. Severina, di trasferire la sede
vescovile in un luogo più adatto mentre i beni della chiesa sono
occupati abusivamente dai feudatari del luogo61. In seguito lo
stesso feudatario Cantono de Messina chiede ed ottiene l’esenzione
dal pagamento delle tasse regie per la durata di dieci anni a favore
di coloro che andranno a popolare la città62.
A Strongoli il feudatario Guglielmo de Eboli si impossessa del
territorio di S. Basilio e Cursimanda e di altri beni della mensa
vescovile e costringe il vescovo Ruggero alla fuga63. Altra lite
vede fronteggiarsi il vescovo di Cerenzia e Francesco de Riso,
feudatario di Cerenzia e Caccuri. Il vescovo protetto dalla famiglia
di appartenenza, i Faraco di Santa Severina, occupa illegalmente,
percepisce i frutti e non permette al feudatario di entrare in
possesso delle terre64. Anche alcune terre del monastero di San
Giovanni in Fiore sono state occupate, o concesse illecitamente, e
il papa Clemente VI incarica l’arcivescovo di Cosenza di recuperarle
al monastero65.
Le ripetute bolle pontificie di Clemente VI, Urbano V e Gregorio XI
che sollecitano l’arcivescovo di Cosenza a recuperare i beni
dell’abbazia cadono nel vuoto; molte delle terre occupate ormai da
molti anni, altre concesse illecitamente da abati compiacenti, non
torneranno più all’abbazia66. Il lungo periodo della decadenza
iniziato sul finire del Duecento si prolunga nel secolo successivo
con effetti devastanti per il riapparire della peste. Molti abitati
vengono abbandonati dai vassalli in fuga dalle vessazioni feudali.
Numerosi terreni non sono più coltivati, dando luogo al mutamento
del paesaggio. Il decadere degli abitati e la riduzione delle
superfici a semina, in quanto non ci sono uomini per aprirle, fanno
primeggiare l’economia primitiva dell’incolto e del bosco. Per
proteggersi dal decadimento e dalla riduzione delle loro rendite
alcuni feudatari sono costretti a tentare il ripopolamento delle
loro terre, allettando i nuovi vassalli con esenzioni. E’
dell’aprile 1389 la concessione di Carlo II Ruffo, conte di
Montalto, agli abitanti del casale di Lutrò. Il conte nel tentativo
di non veder spopolare la sua terra di Verzino esenta dal pagamento
di casalinatico sia coloro che nei tempi passati vi erano andati ad
abitare sia quelli che, abbandonando il casale, vi andranno; la
concessione sarà confermata dalla figlia Covella nel 142767, segno
del permanere della condizione di spopolamento per tutto la metà del
Trecento e per buona parte del Quattrocento.
Rocca di Neto
In queste vicende si colloca la scomparsa del casale di San
Pietro de Camastro e la comparsa della terra di Rocca di Neto. Da
alcuni documenti del Trecento si sa che molti abitati a sinistra del
Neto caddero sotto la signoria dei Ruffo, conti di Montalto. Nel
1343 Carlo I Ruffo, conte di Montalto, vendeva il feudo di
Poligrone, situato in territorio di San Pietro di Camastra a Pietro
di Frisia. Il feudo di Polligrone, sarà in seguito confermato a
Lucente Frisia, figlia di Pietro, prima nel 1375 da Antonio Ruffo,
figlio di Carlo I, e poi nel 1395 da Carlo II Ruffo, figlio di
Antonio68. Verzino, Cerenzia, Rocca di Neto, Caccuri ecc. fanno
parte dei feudi che da Carlo II Ruffo, conte di Montalto, pervengono
dopo la sua morte avvenuta nel 1414, alla figlia Polissena. Nel
1417, la regina Giovanna II confermava i possessi di Polissena Ruffo
e concedeva il “mero e misto imperio” su numerose terre tra le quali
Cerenzia, Rocca di Neto, Caccuri, Verzino ecc.69. Polissena sposò in
seconde nozze Francesco Sforza e alla sua morte (luglio 1420) i
feudi passarono alla sorella Covella Ruffo, che sposò Giovanni
Antonio Marzano, duca di Sessa e Grande Ammiraglio del Regno.
Covella Ruffo, appena subentrata alla sorella, confermava
nell’ottobre 1420 ad Antonello d’Eboli il feudo di Poligroni,
situato presso Rocca di Neto. Rocca o Motta di Neto fu poi feudo del
loro figlio Marino Marzano, principe di Rossano, che sposò Eleonora,
figlia del re Alfonso d’Aragona70. E’ del 1448 la concessione da
parte del principe di Rossano a favore di Giovanni, vescovo di
Cariati e Cerenzia, e dei suoi successori di un annuo canone sul
corso di Malapezza, che è descritto sito e posto “in tenimento et
pertinentiis terrae nostrae Roccae Neaethi”71; segno che già da
tempo la Terra di Rocca di Neto aveva un suo territorio distinto ed
autonomo. Ribelle al re Ferdinando, Marino Marzano fu nel 1464
imprigionato e privato dei suoi feudi, tra i quali compare Rocca di
Neto che a causa delle vicende belliche risulta aver subito il
saccheggio e l’incendio72.
In seguito nel 1479 Ferdinando I concesse Rocca di Neto con le altre
terre che formavano la contea di Cariati a Geronimo Riario73 ecc.
La grancia di Santa Maria della Terrata
Durante il Quattrocento il monastero florense mantenne i suoi
possedimenti ed i suoi diritti, anche se contrastati, nella bassa
valle del Neto. Esemplare il caso del tenimento di Fiuca, in
territorio di Rocca o Motta di Neto. Il tenimento durante
l’occupazione aragonese sarà oggetto di usurpazioni, tanto da
richiedere l’intervento sia del re Alfonso d’Aragona che del figlio
Ferdinando. Il primo nel 1457 intervenne a favore dell’abbazia con
una lettera diretta al vicerè della provincia di Calabria, il
secondo dapprima nel 1470 con una lettera contro gli usurpatori dei
beni dell’abbazia e particolarmente contro Bonaccursio Caponsacco,
che ostacolava i diritti dell’abate florense sul territorio di Fiuca
e poi salvaguardandolo l’anno dopo con un apposito privilegio74.
All’inizio del Cinquecento tra i numerosi terreni e proprietà in
territorio di Rocca di Neto, posseduti dall’abbazia florense, già da
diversi anni amministrata da un abbate commendatario, vi è anche la
grancia di Santa Maria della Terrata. La sua esistenza è documentata
da una bolla che concede l’indulgenza a favore di coloro che
visitavano la chiesa di Santa Maria della Terrata, situata nella
terra di Rocca di Neto, la quale era grancia del monastero di San
Giovanni in Fiore. Tale beneficio era stato concesso nel 1543 a viva
voce dal papa Paolo III a Ennio Filonardi, cardinale di S. Angelo in
Foro piscium 75.
Così sarà descritto, alla metà del Seicento, il luogo dove sorgeva
Santa Maria della Terrata in territorio di Rocca di Neto, diocesi di
Santa Severina76: “stà situato.. in loco aperto sopra un monticello
distante dall’habitato per spatio d’un meglio”. I frati, che in quel
tempo vi dimoravano, non avevano notizia né di quando la grancia
fosse stata fondata, né da chi e tanto meno con quali condizioni e
obblighi. Pensavano che, poiché l’abbazia di San Giovanni in Fiore
possedeva sul luogo molti beni stabili e censi, i “Padri antichi”
decisero di fondare la Grancia per la devozione dei fedeli e dei
benefattori. Gli edifici della grancia erano costituiti dalla chiesa
e da una piccola abitazione. La chiesa era sotto il titolo di Santa
Maria della Terrata ed era “ben composta e finita di fabriche di
soffitto et tetti con una devotissima Imagine e statua della Madre
di Idio col suo altare Maggiore et vi è anco un altro altare con
l’immagine di S. Domenico di Soriano”. Il piccolo abitato era murato
tutto attorno come un monastero e vi era il dormitorio con tre
camere abitate dai religiosi, con uno spazio dove era possibile
costruire molte altre camere, e al piano del cortile avevano sede il
refettorio, la cantina, la cucina, le stalle ed un magazzino, usato
per conservare le vettovaglie.
La chiesa di Santa Maria de Terrata è richiamata anche in alcuni
atti della seconda metà del Cinquecento, quando essa era custodita
da eremiti77. Da una relazione sappiamo che la grancia, che da tempo
era amministrata, assieme agli altri beni dell’abbazia, dagli abati
commendatari di San Giovanni in Fiore, fu nel 1570 oggetto di una
convenzione tra il commendatario Bernardino Rota ed i superiori
dell’ordine cistercense. Il Rota con tale atto obbediva alle
constituzioni emanate dai papi per ripristinare i monasteri
cistercensi con l’assegnazione della terza parte delle rendite ai
monaci perché potessero ripristinare gli edifici ed il culto
Morto in quell’anno il Rota, la commenda fu conferita al cardinale
Giulio Antonio Santoro il quale eseguì l’accordo che prevedeva
l’assegnamento di beni per 220 ducati, concedendo perciò alcuni beni
e le due grancie, con chiese e case, di Vordò nella terra di Caccuri
e di Santa Maria della Terrata nel territorio della Rocca di Neto,
dove l’abbate possedeva molte altre terre. L’assegnazione delle due
grancie fu fatta con la condizione che i monaci facessero celebrare
la messa nelle chiese. La grancia di Santa Maria delle Terrate era
costituita dalla chiesa, da una casa e da un piccolo pezzo di
terreno dell’estensione di una tomolata e mezza, per potersi fare la
vigna. La chiesa allora era servita da un eremita. In seguito
vedendo che la manutenzione della chiesa era costosa, specie per le
spese di mantenimento di un cappellano per la celebrazione della
messa, come da obbligo, i monaci di San Giovanni in Fiore concessero
che il loro capitolo vi provvedesse con qualche religioso, che vi
dimorasse stabilmente. Per la presenza continua di religiosi e con
l’aiuto di benefattori e di devoti la grancia divenne ben presto
autonoma e aumentò in beni ed elemosine, tanto da assumere la forma
di un vero e proprio monastero autonomo. Alla metà del Seicento la
grancia era abitata da due sacerdoti (il priore Ottavio Riccio di
Altomonte ed Antonio Cimino di Scigliano) e da un serviente. Essa
poteva contare sull’entrate provenienti da alcuni fondi rustici
(vigne, terreni a semina ed un orto) situati in località Terrate, Le
Vallitelle e la Volta di Gallina. Locava cinque case in Rocca di
Neto ed incrementava le sue entrate con l’elemosina del sale, con le
offerte per la celebrazione di messe e col grano della questua.
Altro denaro proveniva alla piccola comunità dall’affitto di buoi e
dall’allevamento del bestiame (vacche, suini e capre)78. Cento anni
dopo, al tempo della confezione del catasto onciario di Rocca di
Neto (1742), la grancia di S. Maria della Terrata, membro del
monastero di S. Giovanni in Fiore, conservava alcuni terreni in
località “La Terrata”, “La Vallatella” e “Il Vignale del Piro” ed
esigeva alcuni censi. Il monastero di San Giovanni in Fiore, di cui
era abate commendatario il cardinale Martino Innico Caracciolo,
possedeva territori in località Sciroppio e S. Maria e poteva
contare su molte prestazioni che gravavano numerosi piccoli
appezzamenti, concessi anticamente a gente del luogo. Anche
l’abbazia di Santa Maria del Patire esigeva ancora prestazioni della
metà, a volte del terzo, del frutto per due anni nel corso di cinque
su alcuni terreni di Rocca di Neto79.
Note
1. Ughelli F., Italia Sacra,cit., IX, 195-196.
2. L’Inventario del monastero florense, in Siberene pp. 219,226.
3. De Leo P., “Reliquie” florensi cit., pp.406 sgg.
4. Trinchera F., Syllabus cit., pp. 373-374.
5. L’inventario cit., p. 273. L’abbazia di S. Giovanni in Fiore
esigerà ancora nel Settecento dalla chiesa arcipretale di Rocca di
Neto la prestazione ogni due anni della metà del frutto su
“Rumbolo”, Spizzirri M., Rocca di Neto nel Catasto del 1742, Rossano
1995, p.219.
6. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 517-520. La chiesa di Sant’Elena fa
parte dei beni e dei privilegi confermati nell’aprile 1198 dal papa
Innocenzo III all’archimandrita Nicodemo dell’abbazia del Patire.
Ughelli F., cit., IX, 296; L’abbazia manterrà ancora nel Settecento
vasti beni a Rocca di Neto ed a ricordo della grancia rimarrà il
toponimo “La valle di S. Lena”, Spizzirri M. cit., pp.224-225, 236.
7. L’inventario cit., p. 273.
8. Russo F., Regesto, I, (2388); Siberene p. 287.
9. Russo F., Regesto, I, (5484).
10. Reg. Ang., VIII, 80.
11. Reg. Ang. VIII, 82.
12. Reg. Ang. IX, 53.
13. Reg. Ang. IX, 274.
14. Maone P., San Mauro Marchesato cit., p.83.
15. Reg. Ang. XI, 127.
16. Il 7 marzo 1275 il re Carlo d’Angiò ordinava al Giustiziere di
Val di Crati e di Terra Giordana di restituire a Fulcone Ruffo il
feudo di Malapezza, che era situato in “tenimento” di S. Severina.
Il feudo era stato abusivamente occupato dal feudatario di Cerenzia,
il milite Guglielmo de Cortiniaco, Reg. Ang. XII, 136-137.
17. Le terre che prima erano nel Giustizierato di Valle di Crati e
che furono aggregate a quello di Calabria furono: “Catensarium,
Taberna, Scilla, Symerus, Barbarum, Genico castrum, Mausurica cum
casalibus ipsarum terrarum, Policastrum, Tracina, Castella, Rocca
Bernarda, Sancta Severina cum casalibus suis, Sanctus Iohannes de
Monacho, Cotronum cum casalibus suis”, Reg. Ang. XXXVI, 81.
18. Reg. Ang. VI, 116.
19. Reg. Ang. IV, 115.
20. Reg. Ang. VI, 116, 156; VIII, 187. Strongoli fu poi data in
feudo a Henrico Girardo, Reg. Ang. XXVII, 339, 433.
21. Reg. Ang. III, 199, 201; reg. Ang. IV, 104. La città passò poi
in feudo a Palmerio de Corsiliers, Reg. Ang. IX, 274, e quindi a
Icvterio de Mignac o Mignat, Reg. Ang. XXVII, 167, 280, 406.
22. Reg. Ang. XXVII, 194, 234, 326, 407.
23. Reg. Ang. IV, 115.
24. Reg. Ang. VIII, 16; IX, 271. Ritornarono poi nuovamente in
possesso dell’abbazia dei Tre Fanciulli, Reg. Ang. VII, 161; VIII,
16; IX, 271.
25. Campanile F., Dell’armi cit., pp. 104-105.
26. Maone P., Caccuri cit., p. 14.
27. Reg. Ang. IX, 274.
28. Reg. Ang. VI, 116.
29. Reg. Ang. IX, 271.
30. Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL, n. ½,
1962, pp. 13-14.
31. Reg. Ang. XXVI, 41.
32. Nel 1278 ebbe in concessione dei terreni nei pressi di
Strongoli, De Lorenzis M., Catanzaro, Vol. III, Cattanzaro 1968, p.
559.
33. Nel 1275 Carlo I dava disposizioni affinchè il feudo Malapezza
occupato illegalmente da Guglielmo de Cortiniaco fosse restituito a
Fulcone Ruffo, Maone P., Notizie storiche cit., pp 13-14.
34. Il vescovo di Umbriatico possedeva i casali di Marathia, S.
Nicola e Santa Marina, Ughelli F., IX, 527.
35. Reg. Ang. VIII, 283.
36. Ancora nel Settecento il vescovo percepiva le decime sul pascolo
di animali nei quattro corsi di Virga Aurea, S. Mauro, Serpito e
Zuccaleo, Rel. Lim. Strongulen., 1753.
37. Giovanni Monfort, essendo stata occupata la Sicilia dal re
Pietro d’Aragona e avendo quindi perduto i feudi che vi aveva, ebbe
da Carlo d’Angiò “S. Mauro, Ipsigro, hoggi detta lo Zirò, Fiscaldo e
Montepavone… e poscia il castello di Belvedere”, Campanile F., cit.,
p. 41.
38. Minieri Riccio C., Memorie della guerra di Sicilia, Negli anni
1282, 1283, 1284, in ASPN, Vol. I, 1876, p.97.
39. Fiore G., cit., I, 231.
40. Bartolomeo di Neocastro, Istoria Siciliana (1250 –1293), cap.
LXXXII, pp. 56-58.
41. Russo F., Regesto, I, pp. 202-203.
42. Ughelli F., cit., IX, 527; Russo F., La diocesi, la cattedrale
ed i vescovi di Umbriatico, in Calabria Nobilissima, n. 43, 1962;
Russo F., Regesto, I, 246.
43. Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti
vaticani, in ASPN, 1961, pp. 207 sgg.
44. Vaccaro A., Fidelis Petilia, Palermo 1933, p. 90; Fiore G.,
cit., III, 186.
45. Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p.14;
Siberene p. 312.
46. Maone P., Notizie storiche su Cotronei, in Historica, n. 4,
1971,pp. 218-219.
47. Un prezioso documento del secolo XV, in Siberene p. 160.
48. Reg. Ang. XXXVIII, p.27.
49. Nicolai Specialis, Historia Sicula, Lib. III, cap. X, in
Muratori t. X, pp. 975-976., L’inventario del monastero florense, in
Siberene p. 212.
50. Si fa riferimento molto probabilmente alla fonte che si trovava
fuori della porta della piazza dalla parte di ponente poco distante
da dove sorgeva il convento dell’Osservanza e delle cui acque di
buona qualità si servivano i cittadini, Un apprezzo della città di
S. Severina, in Siberene, p. 99 sgg.
51. Fiore G., cit., I, 219.
52. Matteo Aquini fu prima del 1297 marchese di Casabona; Casabona
passò poi ai Gentile San Giorgio la cui figlia Tomasa la portò in
dote ad Amerigo de Sus. Pietro de Sus, figlio di Amerigo, ne ebbe
l’investitura da Roberto d’Angiò nel 1309, Fiore G., cit., III, p.
219.
53. Campanile F., cit., p. 296.
54. Nel 1297 la città di Strongoli era stata dichiarata demanio
regio ma ai primi del Trecento ritornò ad Isabella Possiaco che la
tenne fino al 1306, Vaccaro A., cit., pp. 90-91.
55. Maone P., Caccuri cit., p. 14.
56. All’inizio del sec. XIV (1304) ricorre al re Giovanni de
Monterlernis che era stato privato di alcuni vigneti e terre site in
Cirò, Strongoli e Umbriatico dal conte Ruffo di Catanzaro, in
Pontieri E., Un capitano della guerra del Vespro: Pietro Ruffo (II)
di Calabria, ASCL, 1931, p. 526.
57. Russo F., La guerra cit., p. 215.
58. Dito O., Cit., p. 133.
59. Ughelli F., cit., IX, 527; Rel. Lim. Umbriaticen., 1735.
60. Russo F., Regesto, I, 246.
61. Russo F., La guerra cit.pp. 216-217. Sempre in questi anni
l’arcivescovo di S. Severina veniva incaricato di indagare e di
punire il vescovo di Cerenzia che si era macchiato di molti delitti,
Dito O, cit., p. 139.
62. Maone P., Precisazione sulla storia feudale di Umbriatico e
Briatico, in Historica n. 1, 1968, pp. 30-31.
63. Russo F., La guerra cit., p. 217; Nel 1321 “Carlo figlio di
Roberto ordina al Giustiziere di Val di Crati di accertare i fatti,
di punire i colpevoli e di restituire Ruggero alla sua sede”, Russo
F., Regesto, I, 259.
64. Maone P:, Caccuri cit., pp. 14-15.
65. Russo F. La guerra cit., p. 219.
66. Russo F., La guerra cit., p. 219; Russo F., Regesto, II,
56;Barletta P., Leggi e documenti antichi e nuovi relativi alla Sila
di Calabria, Torino 1864, pp. 58-59.
67. Giuranna G., Storia di Umbriatico, in Studi Meridionali, fasc.
I, 1971, pp. 22-26.
68. Pellicano Castagna M., La storia dei feudi cit., p. 385.
69. Maone P., La contea di Cariati, in ASCL. 1963, fasc. III-IV, p.
318.
70. Nel 1453 Francesco Siscar, vicerè di Alfonso d’Aragona nel
ducato di Calabria, si rivolge al principe di Rossano, al di lui
vice principe ed ai vicari di Cerenzia e di Motta di Neto per la
restituzione di alcuni animali indebitamente sequestrati a Giacomo
Russo de Casulis, “fidaturis seu accattaturi del tenimento di Iuca,
Font. Arag. II, 52, 81.
71. Documenti di archivi, in Siberene p. 376 sgg.
72. Gallo Cristiani A., Piccola cronistoria di Rocca di Neto, Roma
1929, p. 39
73. Maone P., Caccuri cit., p. 23.
74. L’inventario cit., pp.242, 249.
75. Siberene, p.205.
76. Una “grangia de Terratis” situata nella valle del Tacina in
territorio di Roccabernarda appartenne all’abbazia di S. Angelo de
Frigilo, Pratesi A., Carte cit., pp. 244 sgg.
77. Adi 4 de aprile 1597 morse fra gioanni lo romito di santa maria
de terrata; Adi 11 di 8bre 1598 è morto vincento loremita di santa
maria della terrata, “Libro delli Morti” di Rocca di Neto, ff. 202v,
203v.
78. S. C. Stat. Regul. Relationes 16. Riformati San Bernardo
(Cistercensi) ff. 53-56, 59v. A. S.V.
79. Spizzirri M., Rocca di Neto nel catasto del 1742, Rossano 1995.
Relat.ne del luogo di S.ta M.a della Terrata della Rocca di Neto
dioc. Di S.ta Severina Grancia del Monast. Di S. Gio. in Fiore
dell’ordine cisterciense della Cong.ne di Calabria in conformità
della Constitu.ne della S.ta di Nostra Sig.re P. P. Innoc. o X.
Il luogo di S.ta M.a della Terrata è grancia del monast. di S. Gio.
in Fiore dell’Ord.ne Cister.se e stà situato nel territorio della
Rocca di Neto Dioc. di S.ta Severina in loco aperto sop.a un
monticello distante dall’habitato per spatio d’un meglio. Della sua
fund.ne et erett.ne non si have memor.a, e molto meno del consenso,
et authorità della persona che n’havesse la facoltà e ne meno
dell’assignam.ti oblighi e patti, ma si congettura ch’havendo la
p.tta Abbadia di S. Gio. in Fiore la q.le di p.nte sta conferita e
commendata all’Em.mo Sig.r Cardinale Rocci molti beni stabili e
censi nel territ.o della p.tta terra della Rocca da q.lli Padri
antichi vi si fondasse q.a Grancia per devot.ne de fedeli et
benefatt.ri. Have la chiesa il titolo et invoca.ne di S. M. della
Terrata et è ben composta e finita di fabriche di soffitto et tetti
con una devotiss.ma Imagine e statua della Madre di Idio col suo
altare Mag.re et vi e anco un altro altare con l’Imag. ne di S.
Dom.co di Soriasno. L’habitat.ne di d. luogo è murata di intorno
come monast.o et vi è il suo Dormit.rio con tre camere finite dove
al p.nte habitano li Religiosi, et vi è luogo proportionato di fare
molte altre camere.habitabili, al piano del cortile vi sono il
Refett.o cantina, cocina e stalle et vi è anco un magazeno da
riponere le vettovaglie, et altre robe di casa. Vi habitano di p.nte
di famiglia il P. D. Ottavio Riccio Priore sacerdote della T.ra
d’Altomonte Dioc. di Cassano, il P. D. Ant.o Cimino sacerdote della
città di Scigliano Dioc. di Martorano. Vi è anco un serviente per
servitio della chiesa e casa. Possiede una vignola con terre vacue
attaccata al d. luogo li q.li t.re sono infruttifere. Possiede
un’altra vigna et sei tumulate ad uso del Regno di terre vacue loco
d.o Le Vallitelle confine alla via publica. Le q.li terre vacue si
soglono sementare per essi religiosi nel tempo quando si sementano e
coltivano l’altre t.re convicine et quando vacano si pascolano
dall’a.li di d.o Luogo. Possiede ancora un’altra vigna loco d.o La
Volta di Gallina pervenuta al d.o Luogo da tre anni in q.a parte per
la oblatione di fra Vincenzo Marinaro oblato.
L’un anno per l’altro se riceve per vendita di vino che sopra avanza
al vitto della famiglia e che proviene dalle d.e vigne docati di
Regno diece dico D. 10 – 0 –0.
Possiede un altro comprensorio di T.re chiamate le Vallitelle e
compensato l’un anno per l’altro si ne riceve docati quindici dico
D. 15- 0 –0.
Possiede un orticello di sotto il med.o luogo che solam.te serve per
uso della famiglia per fornagliarne per l’inverno.
Possiede quattro case dentro della d.a t.ra della Rocca pervenute al
d.o luogo da tre anni in q.a parte per la oblat.ne et dona.ne del
sud.o fra Vincenzo Marinaro oblato le q.li case sono state pigionate
per tutti questi anni tre e detratto la spesa dell’acconcime se ne
ricevono per affitto l’un anno per l’altro docati tridici dico D. 13
–0 –0.
Item have un’altra casa nella d.a t.ra donatali da una benefattrice
chiamata Catarinella nella q.le habita essa benefattrice durante sua
vita non se ne riceve lucro alcuno di p.nte.
Item have la solita elemosina di sale concessa a Religiosi dalla M.
Catholica, dalla quale detratto la spesa per la tagliatura,
cacciatura condutta di esso, et la quantità che si conserva per la
famiglia il restante suole vendersi l’un anno per l’altro D. 3-0-0.
Item have soluto havere dal sindaco et Regim.to della d.a T.ra della
Rocca per una messa la settimana il sabato all’altare mag.re della
Madre Dantiss.ma per molti anni per loro devot.ne et al loro
arbitrio et per ogni anno sono D. 5-0-0.
Item ha soluto ricevere per servim.to d’una messa la settim.na nella
chiesa Parochiale nell’altare della SS.ma Trinità ch’è beneficio
particolare D. 4-1-10.
Item ha soluto ricevere per messe da particolari benefattori in dies
l’un anno per l’altro per elemosine manuali di denari D. 4-0-0.
Item ha soluto ricevere per elemosina di Grano l’un anno per l’altro
tumula diece che ha ragione di carlini otto il tum. Rauguagliandosi
il prezzo del d.o grano per il più e meno sono D. 8-0-0.
Item suole ricevere per affitto di un paro di bovi a rag.ne di tum.
Sidici di grano che scomputati in denari sono un anno per l’altro D.
12-0-0.
Item have un altro paro di bovi con li q.li si fa l’arte del campo
seu massaria e delle vittovagli che si ricevono dalla p.tta massaria
si alimenta il garzone si scomputa la spesa, che corre in d.a
massaria et anco s’alimenta per il vitto necess.o di grano et legumi
la fameglia residente in d. luogo e gli hospiti passagieri cosi
relig.si come secolari.
Item have diece porche femine et un verre et con li frutti di esse
l’un anno per l’altro si riceve il commodo della famiglia per il
salato sagime et prisotti computandosi in essi animali la spesa per
loro sostenta.ne.
Item have capre giovenette ricevute per elemos.a da diversi, numero
venti le q.li per essere giovenette per ancora non si n’è recivuto
frutto alcuno.
Item have due vacche figliate et una genca il frutto delle q.li va
per hora per la spesa dell’herbagi seu pascolo et sollevandosi
genchi servono per la massaria et per sostituirsi alli bovi che
muoiono et mentre di p.nte sono così pochi non si riceve altro
utile.
All’incontro il d.o luogo ha peso di una messa perpetua una volta
per ogni settimana da Gio. Vito Pignanello fondata sop.a il
territorio delle Vallitelle notato come di sop.a.
Item ha peso di sodisfare una messa la settimana che suole concedere
per elemosina et devotione il sindaco et Regim.to della Rocca
annotata ut supra.
Item ha peso di sodisfare per questo p.nte anno tantum una messa la
settimana per Gio. Vito Pignanello nell’altare di S. Dom.co di
Soriano.
Item ha peso di sodisfare le messe manuali che occorrono per elem.a
come si è notato di sop.a per ogni messa comunem.te si suole dare un
carlino di moneta di Regno.
Item paga ogn’anno di censo perpetuo alla chiesa arcivescovale si S.
Severina sopra le case pervenute da fra Vincenzo Marinaro oblato per
come di sopra carlini diece di regno D. 1-0-0.
Item paga sop.a la vigna del loco detto La Volta di Gallina sop.a la
vigna del med.o fra Vincenzo oblato grana quindici annui D. 0-0-15.
Item paga sopra la vigna et terre delle Vallitelle all’abb.a di S.
Gio. in Fiore di censo perpetuo annui D. 0-1-2.
Item per candele e bisogno di chiesa l’un anno per l’altro D.
1-2-10.
Item per reparat.ne delli tetti et altri bisogni manuali del d.o
luogo l’un anno per l’altro docati tre dico D. 3-0-0.
Item per spese estra ordi.rie di mobili et biancherie di case vasi
robbe di tavola, cocina et per acconcioni di botti et per altri
necessità della cantina l’un anno per l’altro D. 6-0-0.
Item per vestiario al supe.re annui D. 15-0-0.
Item per vestiario al P. sacerdote D. 12-0-0.
Item per salario del serviente D. 6-0-0.
Item al barbiero D. 1-1-0.
Item alla lavandara D. 1-1-0.
Item per coltivare et acconciare custodire et vendemiare le vigne un
anno per l’altro docati otto dico D. 8-0-0.
Item perche ogni quattr’anni si celebra il loro capitolo provinciale
e viene tassato il d. luogo per cibarii et viatico del P. Presid.te
che viene deputato dal P. Generale per sopra intendere al d.o loro
Cap.lo paga docati quattro dico D. 1-0-0.
Computati l’un anno per l’altro.
Item ha di spesa ord.ria di vitto comprendendosi in essa passagi et
allogo così di relig.si come di secolari, non comphrendendosi pero
in essa med.a spesa il grano e vino le q.li cose si ricevono dalle
loro vigne e massarie l’un anno per l’altro docati dicedotto li q.li
dividendosi a tre bocche che sono ord.rie in d. luogo viene per
ciasceduno docati sei l’anno in tutto D. 18-0-0.
Noi Inf.tti col mezo del n.ro giuramento facciamo fede di haver
fatto diligente inquisitione del stato del soprad.o luogo et grancia
et che tutte le cose di introito et uscite sono vere et che non si è
tralasciato d’esprimere l’istessa entrada et uscita del d.o luogo
che sia pervenuta alla n.ra notitia et in fede habiamo sottoscritto
la p.nte di n.re pp-e mani e sigillato con il sigillo questo di 11
di marzo 1650.
Io Don Ottavio Riccio Priore
Io D. Ludovico Nicastro sacerdote Cisterciense
Io Don Felice Benincasa sacerdote cist.se affirmo quanto di sopra.
(S. C. Stat. Regul. Relationes 16. Riformati San Bernardo
(Cistercensi) ff. 53-56. A. S.V.)

